volume-03

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 quattro consultori e dal procuratore, eletti per un sessennio. La provincia religiosa è retta dal preposito provinciale, assistito da due consultori eletti ogni tre anni nei Capitoli provinciali. Nessuno dei superiori può essere confermato più di una volta nella medesima carica.

In principio la Congregazione incontrò gravi difficoltà, tuttavia poté stabilirsi e prosperare felicemente. Alla morte del fondatore (1775) contava 12 case, divise in due province, con ca. 200 religiosi. E benché nei primi tempi l'austerità di vita fosse veramente straordinaria, vi appartennero non pochi uomini illustri per nobiltà e dottrina. La Rivoluzione Francese, con le sue ripercussioni anche in Italia, e la soppressione napoleonica (1810) ne rallentarono lo sviluppo; ma tornato a Roma nel 1814, Pio VII volle ristabilire gli Ordini religiosi, e con lettera del card. Pacca, segretario di Stato, in data 29 giugno 1814, concezse per i primi ai Passionisti di ritornare al loro ritiri e riprendere la regolare osservanza. Durante il generalato del p. Antonio di S. Giacomo (1839-62), la Congregazione si estese in Inghilterra, nel Belgio, in Francia, in America e in Australia. Presentemente (1949) conta 18 province, con 165 case e 3300 religiosi professi.

I Passionisti in gran numero si segnalarono per santità di vita: si ricordano oltre il fondatore, s. Gabriele dell'Addolorata (v.), il b.Vincenzo Maria Strambi (v.), quei servi di Dio dei quali è in corso la causa di beatificazione: ven. p. Giovanni Battista di S. Michele Arcangelo, fratello del santo fondatore (m. nel 1765), ven. p. Domenico della Madre di Dio (m. nel 1849), p. Lorenzo di S. Francesco Saverio (m. nel 1856), f. Galileo Nicolini, novizio (m. nel 1897), p. Carlo di S. Andrea (m. nel 1893), f. Pio di S. Luigi (m. nel 1889), p. Bernardo Maria di Gesù (m. nel 1911), p. Giovanni dello Spirito Santo (m. nel 1905).

Ben 25 vescovi, 12 dei quali missionari in Bulgaria, e
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(per cortesia dei pp. Passionisti)
Chierici scalzi (Passionisti) - Ritiro dei SS. Giovanni e Paolo. Casa generalizia dal 10 dic. 1773: quivi mori il fondatore della Congregazione, s. Paolo della Croce, il 18 ott. 1775 - Roma, basilica dei SS. Giovanni e Paolo.

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molti scrittori di scienze sacre, hanno reso illustre la Congregazione. Vasto l'apostolato che essi esercitano specialmente con le sacre missioni al popolo e gli esercizi spirituali al clero in ritiri e ciò destinati.

Hanno pure missioni tra gli infedeli e scismatici. Ad essi infatti è affidata fin dal 1781 la diocesi di Nicopoli nella Bulgaria settentrionale; il vicariato apostolico di S. Gabriele dell'Addolorata nel Marañón (Perù), la diocesi di Yüanling (Cina), il vicariato di Tshumbe (Congo Belga), e la prefettura apostolica di Dodoma (Tangarica), Si aggiungano le missioni diocesane di Chachapngas (Perù), di La Paz (Bolivia) e di Bogotá (Columbia).

Fra le riviste da essi dirette (una trentina) si ricordano le seguenti : The Sign (Stati Uniti), con più di 100.000 abbonati; Kruis en Liefde (Belgio), Golgatha (Glanda), The Cross (Irlanda), Revue de la Passion (Francia), El Pasionario, Redención, El lábaro (Spagna), Il Divin Crocifisso, Il Crocifisso, L'ero di s. Gabriele, Il Sacro Castato, L'Addolorato (Italia).

Basi.: Vincenzo Maria di S. Paolo, Vita del vov. servo di Dio p. Paolo della Croce, Roma 1786; Amedeo della Madre del Buon Pastore, I Passionisti in Alta Italia, Pianezza 1922; F. Ward, The Passionists, Nuova York 1923: id., Lettere di s. Paolo della Croce, 4 voll., Roma 1924; F. Herbert, The Froschers of the Passion, Londra 1924; Gaitan du S. Nom de Marie, S. Paul de la Croix et l'Institut des Passionistes, Trebemont 1933; Pedro Bernaola de S. Martín, Album histórico de los Pasionistas, ecc., Città del Messico 1933.

Mauro dell'Immacolata

CHIERICI SEGRETI DI SUA SANTITA : v. FAMIGLIA PONTIFICIA.

CHIESA. - «E la comunità di tutti i fedeli, uniti dalla professione della medesima fede, dalla partecipazione ai medesimi Sacramenti, sotto l'autorità dei legittimi pastori, specialmente del Romano Pontefice, vicario di Gesù Cristo in terra» (s. R. Bellarmino, De Ecclesia militanti, 2). Il termine c. indica anche l'edificio, dove si adunano i fedeli.

Sommario: A) La C. come comunita dei fedeli: I. La teologia della C. - II. La C. nei testi patristici e nei monumenti paleocristiani. - III. La storia della C. - IV. La storiografia della C. - V. C. e Stato. - VI. Posizione giuridica della C. fino a Giustiniano. - B) La c. come edificio: I. Diritto canonico e Diritto italiano. - II. Prescrizioni canonico-liturgiche. - III. Arte.
A) LA C. COME COMUNITA DEI FEDELI

## I. La teologia della C.

Sommario: I. Il problema della C. - II. Concetto biblico e teologico della C. - III. Origine della C. - IV. Finalità della C. V. Costituzione della C. - VI. Poteri della C. - VII. Il riconoscimento della vera C. - VIII. Romanità della C. - IX. Doveri verso la C.
I. Il problema della C. - Gesù Cristo poteva manifestare la sua natura e la divinità della sua missione con il solo istinto interiore dello Spirito; ma ha voluto che la nostra fede in lui e nella C. fosse sostenuta dalla predicazione degli Apostoli, dai miracoli esterni che l'accompagnarono e per l'interiore
vocazione della Grazia. Perciò il problema della C. si assomiglia al problema di Gesù, che la nostra intelligenza non può sciogliere pienamente, senza tener conto dei fatti che la storia criticamente registra, con il dovere di indagarne la natura per comprenderne tutto il significato e con l'aiuto misterioso e sempre necessario della Grazia per cogliere la presenza e il disegno di Dio negli avvenimenti.

Con questo criterio ci dobbiamo rendere conto se la C. sia opera di Dio e si imponga agli uomini come una realtà originariamente ed essenzialmente divina, oppure sia una costruzione degli uomini che si sarebbe usurpata titoli divini ingiustificati. In questo secondo caso la C. non avrebbe nessun valore religioso, non si potrebbe imporre alla coscienza, potrebbe essere doveroso sottrarsi al suo influsso; nel primo caso, che è il vero, ogni intelligenza onesta deve riconoscerla e farne parte come condizione necessaria di salvezza. Non è solo religione di autorità, ma veramente religione dello spirito, in conformità alla psicologia dell'uomo, che è anima e corpo, cittadino nelle vie del mondo con destini esterni. Chi si ferma al lato esterno, alle inevitabili debolezze degli uomini, può parlare di una organizzazione giuridica molto simile alla società del mondo; e chi si lascia trasportare dal sogno pseudonistico può parlare di una C. tutta spirituale, carismatica, che non tocca terra per non inquinarsi; ma chi aderisce alla realtà dei fatti è costretto a riconoscere la natura composita della C., fatta di uomini ma con tesori di Grazia a santificazione dei peccatori, vulnerabile nel suo elemento umano, ma divina nella sua anima e specialmente nel suo Fondatore e Capo, sempre influente e indefettibile; esposta a tutti i venti delle passioni e delle persecuzioni, ma sempre rinnovantesi nella rinascita di quello spirito che le dà vita.

La sofistica manovrata dalle incomprensioni umane ha ingannato molti studiosi e riformatori, i quali, appoggiandosi alla politica dei governi, hanno spezzato qualche settore dell'esterno organismo della C. sulla pietra infuocata dei nazionalismi; ma l'eresia si mette da sé fuori dal Regno di Dio, misconoscendo l'autorità che rende la C. divina, e lo scisma fa seccare miseramente il ramo della c. nazionale, che nasce dall'orgoglio e muore nell'aridità. Così si hanno le c. degli uomini in contrasto all'unica C. di Gesù Cristo; si assiste allo sforzo sempre rinnovato e sempre fallito di queste c. che tentano di giustificarsi nel campo della scienza e della religione, cambiando metodi e sistemi, schiave dei nazionalismi e di se stesse.

Come gli Ebrei non riconobbero Gesù Cristo perché non rispondeva alle loro ideologie nazionali di un re conquistatore ed oppressore, cosi questi moderni scismatici non riconoscono la vera C. di Gesù Cristo, perché non corrisponde al quadro arbitrario del loro nazionalismo partigiano ed orgoglioso. In nome della libertà si rendono schiavi del potere politico, invece di confermare la loro condotta al Vangelo forzano il Vangelo a giustificare le loro pretese e le loro debolezze, e cosi il problema della C., come il problema di Gesù, investe la responsabilità della intelligenza, la rettitudine del volere, la necessità

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della Grazia. Il razionalista, lo scismatico, il naturalista violano i diritti della scienza, della libertà e della Grazia, e restano fuori della via della salvezza.

La teologia della C. ha un duplice aspetto: il primo apologetico e difensivo, che tende a mettere in rilievo il valore divino della C., i suoi titoli scientifici al nostro riconoscimento razionale, contro gli eretici e i negatori; l'altro più strettamente teologico, che investiga la vita intima della C. nei suoi caratteri sacramentali, nel suo lavoro di santificazione e di espansione, nel suo dinamismo sociale e mistico, nel suo conformarsi a Gesù Cristo e nel suo irraggiarsi nel mondo.

La scienza non basta per riconoscere la divinità della C., ma ci vuole; la fede include la buona volontà e la libertà, ma trova la sua pedagogia nella scienza; la Grazia costituisce la suprema ragione del credente, che prende l'inizio con il rendersi conto dei fatti onestamente, prosegue con il penetrarne il significato profondo, e finalmente capisce e aderisce alla rivelazione di Dio in forza della sua testimonianza conosciuta e dimostrata.

Questo il processo della fede, questo l'itinerario spirituale di tutti quelli che trovano il Signore e possono dire le parole della formula dogmatica: "credo nella santa C. ".
II. Concetto biblico e teologico della C. - Per comprendere la natura della C. nei suoi elementi essenziali bisogna consultare il Vangelo, gli Atti degli Apostoli, le Lettere di s. Paolo, e i Padri del sec. II.

La prima parola e il primo concetto che si presenta alla nostra considerazione è quella di C. Nell'uso profano tale parola significa raduno di popolo, convocazione di assemblea; nel Vecchio Testamento viene usata come traduzione dell'ebraico qähāl, e sta a significare un ceto di persone indiscriminato; nel Nuovo Testamento si precisa il significato e si consacra nel senso della società di chi segue Gesù Cristo, prendendo aspetti locali e universali secondo che si parla di una famiglia, di una città, di una regione o di tutto il mondo.

Quando Gesù dice: "sopra questa pietra edificherò la mia C." (Mt. 16, 19), nessuno trova oscura la frase che aveva già il suo commento nel linguaggio del Divino Maestro, il quale significava i suoi sotto la metafora di un gregge, di un ovile, di una società vera. Il significato di questa parola andò sempre più determinandosi nella catechesi evangelica e nella prassi apostolica, nelle affermazioni del Redentore e nei fatti che concretavano quella dottrina fino al giorno della Pentecoste. Se volessimo dare una definizione appena abbozzata della C., potremmo dire che è la "società dei fedeli a Gesù Cristo".

Il Vangelo indica la C. anche con il nome di "Regno". Questa parola ha maggiore estensione ed abbraccia tutta l'opera della Provvidenza divina nel mondo. "Regno di Dio" dice possesso, dominio di Dio, senza restrizione di tempo e di spazio, mentre la C. significa una speciale forma o un singolare aspetto del Regno di Dio.

Con questo concetto del «Regno dei Cieli» l'opera di Gesù si inseriva nella psicologia e nelle aspirazioni dei popolo giudaico, e si prestava magnificamente per tutte quelle purificazioni ed ascensioni che il Vangelo ci presenta drammatizzate nel contrasto fra l'insegnamento di Gesù e l'ostinata incomprensione giudaica.

Regno di Dio è la verità che splende alla mente e penetra il cuore del fedele, che aderisce al magistero del Signore; Regno di Dio è quella società che si costruisce intorno a lui e che viene espressa sotto la figura di un convito, di città, di vigna; è Regno di Dio non solo quello che si svolge nei quadri del tempo nella condizione dei viatori, ma anche in quella fase ultramondana, escatologica, in quel banchetto eterno degli eletti, che godranno Dio nella beatitudine.

Tutto questo ha nel Vangelo una documentazione ricchissima che la moderna teologia biblica mette in rilievo sempre meglio, assillata anche dalle falsificazioni razionalistiche, che tendono a spezzare la sintesi fra l'elemento interiore, sociale e celeste del Regno di Dio.

La C., nel suo concetto preciso, è quella speciale forma del Regno di Dio, che si attua nella pienezza dei tempi,
come opera salvatrice di Gesù, nel suo aspetto spirituale e sociale, che lavora nel tempo ma con intenti e finalità extra-temporali. E un regno del tutto eccezionale, ma ha la sua dottrina costituzionale, i suoi mezzi di trasformazione sociale, che sono i Sacramenti, i suoi militi pacifici, che sono i fedeli, la sua gerarchia composta di apostoli ( = vescovi), sacerdoti e ministri, la sue mete di perfezione e di salvezza, ed anche una storia visibile, che è la storia della C. Non si confonde con la società civile quasi un duplicato ingombrante, a nemmeno si estrania tanto dal mondo sino a vagare nell'astratto: ma si può vedere negli Atti degli Apostoli che cosa significa la presenza di questo Regno di Dio, che è la C., nella società civile del I sec. cristiano, che fa della vita presente una conquista dei beni futuri e fa camminare sulla terra con lo sguardo alla luce del sole divino.

Ma altro concetto fecondo per esprimere il significato della C. è quello di "Corpo (mistico) di Cristo" (v.).

In s. Paolo si trova anche un'altra frase per disegnare il valore intimo della C. Egli dice che il matrimonio criatiano simbologgia l'unione di Cristo con la C., ed invita la moglie a sottostare al marito in tutto come la C. a Gesù Cristo, e poi invita il marito ad amare la moglie come Cristo amò la C. fino a sacrificarsi per lei, per santificarla, per renderla pura e gloriosa, senza rugg. e senza macchia, santa ed immacolata (Eph. 5). Queste parole esaltano specialmente gli intimi rapporti fra Gesù Cristo e la C. fino a considerarla intimamente e misteriosamente come sua sposa. Da questa unione fiorisce la santità in ogni dovizia di opere e di virtù.

L'Apostolo considera ancora la C. come un edificio ben costruito e compatto, che vive e cresce quasi tempio santificato e santificante, avente per pietra angolare Gesù Cristo, come fondamenta l'opera degli Apostoli e dei profeti, e pietre viventi i fedeli tutti,
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(da V. Leroquois, Les pontificaux des bibi, pub. de France, Purlgil IIIT, rev. 7) Chieza - Discosa dello Spirito Santo. Il natale della C. Miniatura del Pontificale di Winchester (line sec. x). Rouen, biblioteca Municipale, ms. 369 (V. 7), f. 29.

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che sono concittadini di santi e famigliari di Dio (Eph. 2, 19-22). E dunque la città murata sul monte, la fortezza misteriosa, che si cleva sui flutti del mare della vita, fra le agitazioni degli uomini, faro ai naviganti e colonna della verità. Nessuno conosce e descrive la C. come questo persecutore di ieri, che ne diventa l'Apostolo e il martire oggi e per sempre. Giova tener presente che la C. è società, Regno di Dio, sposa di Cristo, tempio di santità.
III. Origine della C. - Tutti riconoscono che da Gesù Cristo prende inizio il movimento religioso che si disse cristianesimo; ma non sono tutti concordi nel riconoscere che Gesù Cristo è l'istitutore e fondatore immediato della C., concepita come società, cioè organismo morale gerarchico per le finalità della salvezza.

Alcuni critici moderni, misconoscendo la natura complessa del Regno di Dio predicato nel Vangelo, affermano che i primi cristiani vissero tutti nell'attesa di un regno che non si attuò, ma al posto di quello venne fuori la C. per opera degli uomini.

Altri, persuasi che Gesù Cristo abbia ristretto l'opera sua ad un semplice rinnovamento morale, interiore e individualistico, negano che egli abbia avuto il proposito di fondare un organismo sociale, affermando che ciascuno è il sacerdote di se stesso.

Non è mancato nemmeno chi abbia voluto cogliere il pretesto da quei fenomeni soprannaturali e temporanei dei quali parla a Paolo in I Cor. e che chiama carismi. Nella prima generazione cristiana l'effusione dello Spirito produsse effetti eccezionali e spesso miracolosi in ordine alla diffusione del cristianesimo e alla costruzione della C.
S. Paolo è esplicito su questo punto, ma alcuni moderni si sono attaccati alla C. carismatica o per dire che cesso di vivere quando vennero meno i carismi, o per concludere che la vera C. di Gesù Cristo non è quella giuridica e gerarchica, che oggi si chiama cattolicesimo, ma una c. spirituale e misteriosa composta di eletti che il vincolo dello Spirito unisce senza determinazioni dottrinali e senza interventi di autorità. Questa c., senza anima e senza corpo, può apparire anche senza difetti, comoda per tutti, perché non ha valore per nessuno.

La dottrina cattolica insegna che Gesù Cristo istituì immediatamente la sua C. come vero organismo sociale, il quale si perfezionò lentamente, ma non deriva da nessun altro i suoi elementi essenziali. Le prove di questa verità sono nel Vangelo. In primo luogo c'è una vera identificazione fra la C. e il regno so-
ciale predicato e fondato da Gesù. Oltre che un aspetto intimo ed una fase escatologica, il Regno di Dio prende consistenza nel tempo con gli Apostoli, con la dottrina di Gesù Cristo, con i Sacramenti, quali mezzi di santificazione, con s. Pietro depositario della suprema autorità. E per mezzo della C. che Dio viene conosciuto e glorificato, le anime sono trasformate e la vita eterna conseguita. Gesù non ha fondato altro regno che questo. Chi misconosec la C. misconosce Gesù Cristo e il Vangelo. Il fatto è innegabile.

Un secondo argomento può essere formulato raccogliendo gli elementi sparsi nella predicazione di Gesù. Fonda una vera società che aduna una moltitudine di persone per conseguire una finalità ben determinata, con programma e mezzi adatti per l'attuazione, con un'autorità centrale di governo. Altro non insegna il Vangelo intero se non il dovere per tutti di seguire il Divino Maestro, accettare la sua dottrina, praticare la sua legge nella C. governata dagli Apostoli in ordine alla vita eterna. Gesù Cristo conferì il potere di perdonare e di insegnare, istituì il sacrificio e promise lo Spirito, perché tutti diventassimo figli di Dio nel suo Corpo mistico. Lo Spirito discese infatti sugli Apostoli il giorno della Pentecoste, che perciò si può considerare come il giorno natalizio della C. Ora la C. di Gerusalemme è proprio la società, fondata da Gesù, nella sua forma primitiva, ma con una dottrina ben determinata, nella sua distinzione e indipendenza dalla Sinagoga, nel governo così distinto ed autorevole del Collegio Apostolico, con le sue determinazioni in forma di concilio.

Che circostanze esterne abbiano concorso a determinare meglio il suo carattere e i suoi movimenti non c'è dubbio; ma che quella C. sia sorta per opera di uomini e non sia stata proprio la continuazione dell'opera redentiva di Cristo, questo è assolutamente falso.

Le C. fondate da s. Paolo non sono autocefale, non costituiscono una federazione di organismi indipendenti, ma sono membri di un corpo morale unico, sono la C. di Gesù Cristo che cresce e si dilata e progredisce sino alla perfezione, sino alla vita eterna. Precisione di dottrina, unità di governo, coerenza di vita all'insegnamento del Divino Maestro, Battesimo

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di Spirito Santo e Mensa cucaristica sono gli elementi essenziali e vitali di questa società divina e umana che si estende nel mondo unita e compatta.

Gli scrittori apostolici del in sec. sono dommatici ed ecclesiastici più di molti scrittori posteriori.

La Dottrina degli Apostoli parla della C. che si aduna in Regno di Cristo da tutti i confini della terra; s. Clemente romano parla della C. di Roma e di quella di Corinto con un concetto cosi unitario che permette di colpire ogni indisciplina ed ogni scisma (fine sec. I).
S. Ignazio di Antiochia dice agli Efesini di guardare al vescovo come a Gesù Cristo, che i diaconi non sono ministri della Mensa ma della C. Loda la loro unione al vescovo, che è come l'unione della C. a Gesù Cristo, e di Cristo a Dio. Tutti quelli che tornano all'unità della C. sono di Dio e vivono secondo il Salvatore. Tutte le lettere di s. Ignazio provano l'origine immediata della C. da Gesù Cristo (principio sec. II).
S. Palicarpo, nella Lettera ai Filippesi, saluta la C. di Dio peregrinante a Filippi, ammonisce i diaconi di mantenersi incontaminati come ministri di Dio e di Cristo, non degli uomini, ed accentua il dovere di sottostare ai sacerdoti come a Dio ed a Gesù Cristo (V, 2, 3).
S. Giustino, nel suo Dialogo, dice ai Giudei che le promesse fatte ai Padri sono passate alla C., che è nata da Gesù Cristo, che i fedeli di Cristo sono una sola C., la quale da lui è sorta come un nuovo mondo attraverso la fede e il Battesimo (metà del sec. II).
S. Irenico, nell'opera Adversus haereses, afferma chiaramente il dovere di ubbidire ai sacerdoti che hanno la successione degli Apostoli, che alla C. è affidata la missione della predicazione. E classica la frase: dove è la C. li c'è lo Spirito di Dio (fine sec. II).

Si deve concludere che quei critici, che negano l'immediata fondazione della C. cattolica da Gesù Cristo, si mettono in contrasto con la documentazione storica più sicura, si fanno trasportare dalla loro arbitraria ideologia, e per negare la fede sono costretti a negare la ragione.

Alcuni si fingono scandalizzati perché nella C. ci sono i peccatori, si combatte contro i vizi capitali e non tutti sono sorti fin dal primo giorno. Essi dimenticano che Gesù Cristo è venuto a cercare i peccatori, e sono tali tutti gli uomini; il pericolo non è di riconoscersi bisognosi di perdono e di rinascita, ma di credersi giusti senza avere nemmeno la coscienza della propria colpa, e senza capire che la C., fondata da Gesù Cristo, è proprio il regno della giustificazione per i visceri.

IV. Finalita della C. - Il Concilio Vaticano espresse bene le finalità essenziali della C. dicendo che «il Pastore eterno e vescovo delle nostre anime per rendere perenne l'opera salvatrice della Redenzione decretò la fondazione della C. nella quale, come nella casa di Dio vivente, tutti i fedeli si unificassero nel vincolo della fede e della carità" (Denz-U, 1821).

Tale dottrina ha la sua dimostrazione storica nel Vangelo. Gesù Cristo afferma: «Come il Padre ha mandato me cosi io mando voi» (Is. 20, 21) per predicare il Vangelo a tutti gli uomini, per perdonare i loro peccati, per rigenerarli nel lavacro della vita, per farli partecipi di ogni Grazia nella Comunione eucaristica, per fare di tutti i fedeli un regale sacerdozio ed una C. senza ruga e senza macchia.

A questo fine Gesù Cristo promette di restare in mezzo ai discepoli e con i discepoli sino alla fine del mondo; allo stesso scopo invia lo Spirito Santo che sarà l'anima della C., il sostegno invisibile e invincibile sino alla fine del mondo.

Tutto il Vangelo documenta questo pensiero, che, tradotto in linguaggio teologico, significa purificazione di anime, rinnovamento di cuori, santificazione della società. Gli Apostoli si considerano ministri di Cristo, dispensatori dei suoi misteri, costruttori di un
mondo nuovo, che sarà il regno di Cristo, il suo Corpo mistico, sarà ancora lui vivente ed operante nella società delle anime, che lo posseggono. Lui nell'atto di giustificare i peccatori nella misteriosa infusione del suo sangue attraverso i Sacramenti.

Questa dottrina evangelica non ci permette di abbandonarci al sogno di una C. invisibile, fatta di santi e di predestinati, quasi anime vaganti in un cielo di carità sognata; ma non tollera nemmeno quella estrinsecista, che non vede altro nella C. che l'organismo giuridico e gerarchico che troppo si rassomiglierebbe alla Sinagoga riprovata e ad un corpo senz'anima. La C. è fondata perché l'umanità peccatrice diventi umanità redenta e giustificata. Basta la fede per entrare nella C., ma non basta la fede per rimanervi debitamente. Chi non si trasforma, si mette da sé fuori del Corpo mistico, passando dalla legalità, che non giustifica, alla incoerenza, che condanna, e qualche volta alla perdizione.

A questa dottrina della finalità della C. si connette l'altra della necessità di appartenervi come condizione di salvezza. Non solo Gesù Cristo ha detto agli Apostoli: «Chi disprezza voi, disprezza me; e chi disprezza me, offende Colui che mi ha mandato (Lc. 10, 16)»; ma ha soggiunto: «Chi crederà, sarà salvo; chi non crederà sarà condannato" (Lc. 16, 16; Mt. 10, 14). S. Ignazio martire, dice francamente ai fedeli : «Non ingannatevi : chi vive scisso dalla società dei fedeli e dalla dottrina di Cristo, non conquista l'eredità celeste» (Ad Philadelph., 3, 3). Origene (sec. III) formula il detto, rimasto classico: «Fuori dalla C. non c'è salvezza» (Hom. in Iren Nuce, 3, 5), frase che si deve intendere di quelli che colpevolmente restano fuori dalla C., mentre basta anche il desiderio sincero per farne parte moralmente.

Dunque la C. è causa strumentale di santificazione, in quanto insegna la dottrina di Gesù Cristo, comunica la sua Grazia nei Sacramenti e rinnova le anime, disponendole alla fase ultima del Regno di Dio che è la vita eterna. La sua funzione è divina, si esercita in questo mondo in funzione dell'altro, militante, oggi, nella fase prima; gloriosa, domani, nella fase suprema ed ultima. Questa non è una finalità casuale, nata dalle circostanze, quasi per un ripiego arbitraria; ma, in contrasto alla debolezza degli uomini e con mezzi soprannaturali che solo Dio poteva dare, il Fondatore ha ben stabilito un rinnovamento di anime come condizione necessaria di salvezza per l'eternità. In un semplice uomo non ci sarebbe stata la capacità di pensare un orizzonte cosi vasto e cosi alto, e molto meno la capacità di attuarlo.

Gli sforzi di alcuni critici per ridurre al minimo naturale questo finalismo della C., contrastano con la storia e restano meramente arbitrari e falsi.
V. Costituzione della C. - 1. Gerarchia. - Come per diverse vie si è cercato di negare la immediata istituzione della C. da parte di Gesù Cristo; specialmente nel mondo protestante, si è cosi cercato di confondere la costituzione vera di questa società divina, per concludere a quel soggettivismo individualista, che è in pieno contrasto con il Vangelo.

Alcuni negano che Gesù Cristo abbia voluto nella sua C. un potere ministeriale e giurisdizionale, in modo che ci sia distinzione vera tra clero e laicato, con l'obbligo di rispettare o obbedire agli ordini di una autorità, che sarebbe di origine divina. Forzando poi ed esagerando il significato delle parole di s. Pietro (I Pt. 2. 1), che chisma il popolo cristiano atirpe eletta, regale sacerdozio, gente santa e popolo di conquista, conclusero che tutti i cristiani sono sacerdoti. Altri, facendo confusione sulla natura e la funzione dei carismi ricordati da s. Paolo e che fioriscono nelle C. primitive, come effusione soprannaturale e varia di Spirito Santo, affermarono che alla scomparsa di quei carismi, che erano di carattere transitorio, furono sostituiti i gradi gerarchici per opera degli uomini.

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Invece la dottrina cattolica, formolata più chiaramente nel Concilio di Trento, insegna che nella C., per istituzione divina, esiste una gerarchia composta di vescovi, di sacerdoti e di ministri.

Rimettendo alle voci relative la descrizione più dettagliata dei singoli temi, si può documentare con il Vangelo, che Gesù Cristo non ha inteso iniziare un movimento amorfo e individualista senza ordinamento costruttivo gerarchico, ma una società vera, chiamata Regno di Dio, C., Corpo mistico, Casa del Signore.

Nessuno può negare che Gesù Cristo abbia rivelato agli Apostoli la sua dottrina e li abbia investiti di poteri divini in ordine alla santificazione delle anime e al governo della C. "Non voi avete eletto me, ma io ho eletto voi" (Io. 15, 16); "Come il Padre ha mandato me, cosi io mando voi" (Io. 20, 21); "Chi ascolta voi, ascolta me; e chi disprezza voi, disprezza me" (Lc. 10, 16); "E stato dato a me ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque ad istruire tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto quanto v'ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo" (Mt. 28, 18-20).

Qui è chiaramente indicato e conferito un potere di magistero, di ministero e di governo con la promessa di una protezione, che non verrà mai meno.

La condotta degli Apostoli commenta praticamente le parole di Gesù. Gli Apostoli fondano le singole C. come dilatazione di un tutto organico, che è la C. di Cristo, e le governano in nome di lui e come ministri di lui; trasmettono i loro poteri ad altri che dovranno sostituirli, in modo da non permettere mai iniziative che non si possano giustificare con l'insegnamento e il potere ricevuto dal Divino Maestro. Insegnano, celebrano i misteri della Grazia, governano i popoli conquistati al Vangelo, puniscono i ribelli, fanno miracoli in prova della missione divina che compiono, muoiono in testimonianza della verità rivelata e per amore al Salvatore.

Alla fine del I sec. scoppia una ribellione nella C. di Corinto. Alcuni giovani audaci depongono gli anziani e si mettono al foro posto. La cosa è deferita al vescovo di Roma, che nella persona di Clemente interviene con la Lettera ai Corinti, accusandoli di ingiustizia contro quei venerandi sacerdoti, che per legittima successione erano al governo di quella C., e contro i quali riessuno aveva il diritto di insorgere.

I Padri Apostolici del in sec., e specialmente il vescovo e martire s. Ignazio di Antiochia, descrivono la gerarchia della C. con la chiarezza dei teologi di oggi. Sono dotti e santi personaggi, che fanno testimonianza autorevole di quanto narrano e della fedeltà di quanto eseguiscono. L'eresia, sempre in armi contro di loro, non li ha potuti cogliere in fallo, ed emerge qui un argomento inconfutabile di prescrizione. Come è nata quella gerarchia se non corrisponde all'insegnamento di Gesù? Supporre che all'inizio della C. trionfo l'entusiasmo dei discepoli e non funzionó il potere degli Apostoli, quasi che tutto fosse carismatico e niente giurisdizionale, è falsificare la storia.

Le Epistole di s. Paolo sono troppo bene documentate per negare il valore della sua testimonianza e della sua pratica pastorale. I vescovi succedono agli Apostoli con la caratteristica di poter trasmettere i poteri sacerdotali, e la dimora in una sede propria, mentre l'Apostolo aveva per diocesi tutte la C. che fondava. Si potrà far questione sui dettagli del collegio presbiterale e domandarsi come praticamente si manifestò l'episcopato monarchico; ma che la gerarchia della C. risalga agli Apostoli e sia di origine divina, non solo è dogma di fede ma verità storicamente dimostrata.

L'uomo è sempre socievole, e solo nella società raggiunge più facilmente il suo perfezionamento in ogni campo. La Provvidenza che, nell'economia delle sue donazioni e delle sue esigenze, tiene conto dell'indole nativa delle sue creature, provvede ai nostri bisogni religiosi, facendoci cit-
tadini di una patria spirituale che è la C., nella quale più sicuramente conosciamo il vero e pratichiamo il bene, che se fossimo abbandonati al nostro individualismo. Dio ci conferisce l'onore di una collaborazione alla sua opera di santificazione, il sacerdote diventa "adiutor Domini" e salvatore del suo fratello, il fedele si sente avvicinare a Dio con il ministero di un compagno di viaggio.

La gerarchia assicura il collegamento di tutti quelli che compongono il Corpo mistico di Gesù Cristo, e la moltitudine dei fedeli si sente compaginata e incorporata spiritualmente al supremo Sacerdote. Nella C. non c'è posto per l'orgoglio; l'onore fiorisce nell'umiltà. Tutti riceviamo da Cristo la verità e la Grazia, ma ci aiutiamo scambievolmente nella conquista e nell'applicazione dei suoi meriti. La gerarchia non si sostituisce alla libertà dell'amore, ma vi coopera come il medico alla salute dell'infermo. Non si vive nella C. con un legalismo rubricato, non fiorisce la vita dello spirito in un solipsismo sdegnoso. La vita dello spirito ha necessariamente tre aspetti che si richiamano a vicenda: adesione alla sorgente, che è l'amore a Cristo, rinnovamento interiore progressivo dell'anima, disciplina luminosa e lieta nella società dei fedeli. L'unione di questi tre aspetti dice convergenza di tutte le virtù della vita cristiana. Questa è la missione della gerarchia.
2. Perfezione sociale della C. - La costituzione gerarchica della C. fa sorgere la questione della sua perfezione sociale, perché allo sguardo miope del critico sembra un duplicato ingombrante della società civile, e all'orgoglio dei governanti sembra far parte dello Stato.

L'eresia, che facilmente stringe alleanza con i tiranni, nasce quasi sempre con marchio nazionalistico, finisce sempre per misconoscere e negare la vera costituzione della C.

Quando noi cattolici perliano della perfezione di questa divina società, che ha il nome di C., intendiamo sostenere che ha in sé tutti i mezzi necessari al raggiungimento del suo fine, che è la santificazione delle anime e la salvezza, e che non dipende giuridicamente da nessun'altra.

Come società soprannaturale suppone tutto quello che l'uomo possiede naturalmente nella sfera individuale e sociale, ma questo non compromette la sua perfezione. Come l'organismo umano non cessa di essere relativamente perfetto, quantunque abbia bisogno di luce, di aria e di cibo; come lo Stato è società perfetta nel suo ordine, pur avendo bisogno di commercio internazionale; così la C. deve essere riconosciuta perfetta, nel senso che possiede i mezzi necessari alla sua vita od ha diritto di prenderli dove sono, senza dipendere in questo da altra autorità.

Per dimostrare questa dottrina basta consultare il Vangelo, dal quale risulta che Gesù Cristo ha fondato la C. indipendentemente dalla società civile, l'ha investita di un potere autonomo, ed ha comandato di esercitarlo senza render conto ai signori del mondo: "Sarete odiati e perseguitati per il mio nome: non vogliate temere, ché io ho vinto il mondo" (Io. 16, 33; cf. Mc. 13, 9; Lc. 21, 12). Ebrei ed attani subito passarono alla persecuzione contro questi inermi missionari del Vangelo, i quali non ebbero che una risposta da dare: "Bisogna ubbidire piuttosto a Dio che agli uomini" (Act. 5, 29), e non fecero altro che rendere a Dio quello che è di Dio, riconoscendo a Cesare quello che è di Cesare.

Tutta la storia della C. è un combattimento per riconoscere i diritti di Dio in contrasto alle pretese dell'uomo, in difesa della libertà del Vangelo contro l'asservimento di ogni umana tirannia.

Nel cap. 15 del De regimine principum s. Tommaso ha dato la ragione filosofica e teologica di questa indipendenza della C. di fronte al potere civile. Il finalismo essenziale della vita sociale determina la gerarchia delle isti-

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tuzioni. "A chi spetta la cura del fine ultimo debbono essere soggetti quelli ai quali spetta la cura dei fini intermedi... Così il fabbro fa la spada in modo che sia adatta alla battaglia e il costruttore deve architettare la casa in modo che sia adatta all'abitazione n. Ne segue che il potere civile, ordinato al bene comune umano, è soggetto al potere ecclesiastico, ordinato al bene spirituale, al fine ultimo. Questo ragionamento contrasta alla sofistica delle passioni e di tutte le cupidigie degli uomini, ma è perfettamente logico, fondato sulla natura dell'uomo, sulla base del primato assoluto di Dio.

Il dire che la C. non ha territorio proprio, non ha armi per far valere il suo diritto, e che i suoi membri sono cittadini dello Stato, significa misconoscere il carattere spirituale della C. stessa, che non è un duplicato della società civile, ma supera ed oltrepassa ogni finalità temporanea ed umana; e mentre la sua missione è il raggiungimento di un bene assoluto ed eterno intona più altamente la stessa attività sociale, che non invade, ma suppone e trascende, esigendo che i poteri civili non neghino quello che è collegato con il bene spirituale.

Il misconosciuto e calunniato potere indiretto della C. si conclude proprio in queste tre proposizioni: " 10 Per il fine temporale non si deve impedire il fine soprannaturale; un bene perché sia tale deve salvare la gerarchia dei fini, non deve opporsi al bene superiore; 2^{°} la società che persegue il fine temporale deve aiutare quello che tende ai destini supremi dell'uomo; 3^{°} quest'ultimo pertanto ha il diritto di esigere dalla società civile ciò che, per indiretto collegamento con lo spirituale, è necessario agli uomini per il bene superiore. In altre parole, C. e Stato debbono cooperare al bene degli stessi sudditi in ciò che loro interessa più di tutto" (A. Ottaviani, Luce di Roma cristiana nel diritto, Città del Vaticano 1943, pp. 39-40).

Anche uno Stato non cattolico può e deve riconoscere l'autorità della C., non solo perché non contrasta in nulla a quanto di legittimo e di ragionevole difende il potere civile, ma anche perché la C. ha titoli che debbono essere riconosciuti da tutti, ha una missione benefica per tutti, ed ognuno ha l'obbligo di rendersene conto e di aderire. Ogni persecuzione fatta alla C., prima ancora di violare i diritti del cattolicesimo è violazione ai diritti della ragione, incominciando dal processo fatto a Gesù Cristo, fino a quello dell'ultimo fedele perseguitato.
3. Indefettibilità della C. - Non è nuova la questione se la C. sia mutevole nella sua costituzione o possa venir meno in qualche periodo della storia.

Due sono le accuse in questo campo: l'una, di molti che si lamentano, perché non vedono la C. marciare in testa a tutti gli errori moderni e rimproverano la sua staticità o fissità in posizioni tradizionali; l'altra di chi rimprovera alla C. le sue troppe mutazioni, tanto che non si riconosce più per quella primitiva fondata da Gesù Cristo. L'estremismo di queste recriminazioni fa pensare alla perenne modernità tradizionale del Regno di Dio, di cui è caratteristica l'indefettibilità.

Per indefettibilità si intende il fatto della durata della C. senza interruzione sino alla fine del mondo, l'immutabilità sostanziale della dottrina, dei mezzi di santificazione e della gerarchia, e una vitalità indeliciente intrinseca, fondata sulle promesse di Gesù e la presenza dello Spirito Santo. Questa invitta stabilità della C. è oggetto di fede e, al tempo stesso, un motivo di credibilità, perché è umanamente impossibile spiegare la vita della C. nel mondo senza un intervento positivo di Dio a sostenerla. Questo insegnamento è
fondato sulle parole e nella presenza del Salvatore. Perché «fondata sulla pietra, le porte dell'Inferno non prevarranno" (Mt. 16, 18); "Io sono con voi, sempre, fino alla fine del mondo" (Mt. 28, 20); "Io pregherò il Padre, che vi darà il Paraclito, Spirito di verità, che rimarrà con voi in eterno" (Io. 14, 16).

Dopo queste parole così chiare del Vangelo non è più necessario invocare la testimonianza dei Padri, che esprimono questa invincibilità intrinseca della C., nonostante la sua naturale debolezza, e la perenne incarnazione dei vizi capitali nell'esercito dei persecutori, che mutano armamenti ma conservano l'animo reo.

Il problema, che sempre rinasce nella storia degli uomini, trova nella teologia la sua lineare soluzione. S. Tommaso sciogliendo il quesito se la C. degli Apostoli sia la stessa della C. di oggi, risponde nel suo discreto latino: "Dicendum quod eadem numero est Ecclesia quae tunc nata et quae nunc est, quia eadem fides et eadem fidei Sacramenta, eadem auctoritas, eadem professio». E tutte le mutazioni che si possono segnalare, dicono che "est alius status Ecclesiae nunc et tunc, non tamen est alia Ecclesia" (Quodl., XII, q. 13, a. 19).

Contro le pretese di Montano, dei manichei, di Gioacchino da Fiore, dei giansenisti, dei modernisti, egli dimostra che la Legge Nuova deve durare sino alla fine del mondo e non può mutare "secundum diversitatem legis", perché "nullus alius status praesentis vitae potest esse perfectior quam status Novae Legis ", la quale "immediate in finem ultimum introducit». Può mutare l'atteggiamento nostro di fronte alla Nuova Legge "secundum quod homines diversimode se habent ad eamdem, vel perfectus vel minus perfecte». In un tempo le leggi sono meglio osservate, in un altro sono neglette, ma "stultissimum est dicere quod Evangelium Christi non sit Evangelium Regni ", "non est espectanda alia lex quae sit Spiritus Sancti" (Sum. Theol., 1²-2^{20}, q. 106, a. 4).

Questa dottrina indica il segreto della fedeltà della C. al contenuto delle rivelazioni divine in quell'atteggiamento che è fondato sulla tradizione e trasmissione del messaggio divino senza arbitrari rifacimenti o manipolazioni; ma dice anche quello sforzo generoso di comprendere sempre meglio il tesoro della rivelazione in quel progresso dogmatico, che è il trionfo della più sana teologia, e nell'ardore di una vita ascetica che dice coerenza dell'amore alla verità conosciuta, fioritura di Grazia nella pratica di tutte le virtù.
S. Tommaso mette ancora i principi fondamentali per ben comprendere questo progresso della scienza sacra, dicendo che "quantum ad substantiam fidei non est factum eorum augmentum per temporum successionem»; ma "quantum ad explicationem crevit numerus articulorum quia quaedam explicite cognita sunt a posterioribus, quia a prioribus non cognoscebantur explicite" (Sum. Theol., 2²-3^{20}, q. 1, a. 7).

La C. è così necessariamente tradizionale e progressiva. La presenza invisibile del Fondatore nel suo organismo è la fonte di quelle dovizie inesauribili di pensiero e di amore che hanno sempre efflorescenze di luce e di conquista. Lo Spirito Santo infiamma un pontefice, suscita un santo rinnovatore, e subito fiammeggia una Pentecoste nuova. Non sono gli eretici che riformano, quantunque possano servire di occasione a rinascite preziose; non sono i rivoluzionari che fanno camminare la C. verso il Tabor, ma è lo spirito insopprimibile di Gesù, che invisibilmente fiammeggia e rinnova il cielo della C. e del mondo.

Ammonisce fra' Girolamo Savonarola «essere irrazionabile che abbia a venire una migliore (religione), perché non si potendo trovare né pensare migliore fine, né migliori e più certi mezzi a pervenire a questo, né più perfetta vita, né maggiori e più mirabili cose

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di quelle che predice la religione cristiana, non può venire altra religione che la possa superare" (Trionfo della Croce, ed. Ferretti, Firenze 1913, p. 391).
VI. Poteri della C. - Da quanto si è detto sopra risulta la grande missione della C., che è quella di continuare l'opera di Gesù applicando la Redenzione alle anime in tutto il mondo, in ogni tempo.

Tre sono i caratteri del Salvatore che con evidenza risultano dal Vangelo: egli è Maestro divino, Sacerdote eterno, Re pacifico.

Come maestro, Gesù ha rivelato i misteri di Dio, ha promulgato le leggi della santificazione, si è presentato al mondo come il rivelatore della volontà del Padre. Questo carattere è marcato fortemente in tutto il Nuovo Testamento. Come sacerdote, Gesù Cristo ha abolito tutti i sacrifici antichi sostituendovi il suo, donando la sua vita in redenzione, fondando un sacerdocio nuovo con precetti nuovi e virtù sovrumano. Come re, Gesù Cristo ha fondato una società perfetta, bene organizzata che vive della sua vita, nella fede e nell'amore, costituisce un'umanità rinnovata, la quale rende a Dio quell'onore e quella gloria che il peccato aveva compromesso nel mondo. I caratteri e i poteri della C. corrispondono a quelli del suo Fondatore, e sono potere di magistero, potere di ministero, potere di governo.
I. Potere di magistero. - La C. è un insegnamento vivente. Il mandato di ammaestrare tutte le genti si afferma subito nell'apostolato, nella catechesi dei tempi apostolici, nella diffusione del cristianesimo, nei concili, nelle missioni. E un dovere e un diritto che la C. esercita promulgando la Rivelazione divina, mantenendola incontaminata di fronte alle manipolazioni del razionalismo e della eresia, difendendola contro i negatori e gli aggressori.

Il CIC esprime in maniera efficace questo potere: Cristo Signore affidò alla C. il deposito della fede, affinché, con l'assistenza permanente dello Spirito Santo, essa custodisse santamente la dottrina rivelata e fedelmente l'esponesse. E dovere e diritto della C. quello di insegnare a tutte le genti la dottrina evangelica indipendentemente da qualsiasi potestà civile; tutti sono obbligati per legge divina a conoscere ed abbracciare la C. di Dio. Con fede divina e cattolica si deve credere tutto quello che si contiene nella Scrittura e nella Tradizione e che dalla C. viene proposto come rivelato, sia che la C. lo faccia con magistero solenne oppure ordinario e universale (cann. 1322-23).

Si chiama magistero solenne quello delle definizioni emanate dai Concili generali con il Papa o anche solo dal Papa, quando parla ex cathedra; e si chiama magistero ordinario quello delle encicliche pontifice, dei documenti ordinari delle Congregazioni e del corpo episcopale.

Gli Apostoli si sono subito considerati come missionari, come inviati di Cristo alle genti per annunziare il Vangelo, la verità che libera dal peccato e da ogni tirannia, ambasciatori di Dio agli uomini. S. Paolo ha cosi viva questa coscienza di essere fedele maestro di verità divina, che osa dire ai Galati: «Se anche un angelo del cielo vi predichi un Vangelo diverso dal mio sia anatema" (Gal. 1, 8). A Tito comanda "di parlare e di esortare e di rimproverare con ogni potestà" (Tit. 2, 15).

L'autore della Lettera a Diogueto, nel sec. II, parla come il Concilio Vaticano: "Non è un ritrovato terreno quello che è stato ad essi affidato, né reputano che sia un'invenzione mortale quello che custodiscono cosi gelosamente, né che siano stati investiti dell'amministrazione di misteri umani... Da poi che rivelò e fece a noi manifesto, attraverso il suo amato Figliolo, quanto era stato per noi predisposto fin dagli inizi, tutto in pari tempo pose a nostra portata di mano, e ci consentì di partecipare ai suoi benefici, scoprire ed afferrare realtà, che nessuno di essi avrebbe mai potuto sognare... Costituitomi discepolo degli Apostoli, sono
divenuto maestro delle genti. A coloro che hanno accettato di entrare alla scuola della verità, impartisco coscienziosamente quanto mi è stato trasmesso... E in virtù del Figlio di Dio che la C. cresce in ricchezza, conferisce luce intellettuale, rivela misteri, tripudia nella gioia dei fedeli" (Ad Diognetum, 7, 8, 11).

Questo magistero è prima di tutto tradizionale, nel senso della fedeltà al contenuto genuino della sua divina sorgente, al deposito affidato alla C. e trasmesso ai fedeli. Da questo tesoro di sapienza affiorano sempre verità antiche e nuove, perché inesauribile nella sua dovizia, che rispecchia la verità sostanziale del Verbo. E un magistero infallibile, perché la stessa indefettibilità della C. verrebbe meno se, per ipotesi, potesse insegnare il falso. La presenza invisibile di Gesù Cristo come capo influente nell'organismo della società Regno di Dio, la presenza dello Spirito Santo inviato il giorno della Pentecoste come sostegno ed anima dell'opera di Gesù, garantisce la C. da ogni defezione, incominciando dal campo dottrinale ( v . infallibilità).
2. Potere di ministero (potestà d'ordine). - Insieme al potere di magistero bisogna riconoscere nella C. il potere di ministero, che è un potere sacramentale, conferito con il sacramento dell'Ordine validamente amministrato, ordinato al culto di Dio e alla santificazione dei fedeli.

Se il magistero insegna la verità, indica il sentiero da percorrere, l'ideale soprannaturale da raggiungere, impossibile alle sole forze umane; il ministero conferisce la Grazia e quindi la forza di attuare nella vita quelle dottrine, incominciando dalla fede sino ai vertici della carità trasformante e della santità eroica.

Questo potere include prima di tutto i Sacramenti (v.), che sono «i mezzi precipui di santificazione e di salvezza" (CIC, 731) affidati da Gesù Cristo alla C. Oltre la pratica dei Sacramenti si deve considerare l'osservanza obbligatoria dei precetti evangelici che implicano tutta la morale cristiana. I dieci comandamenti del Vecchio Testamento acquistano nel Nuovo ampiezza nuova e maggiore comprensione e dicono la coerenza di tutta la vita alla fede divina.

Questa legislazione divina prende forma sistematica nei trattati teologici De virtutibus, e si attua nella condotta concreta di ogni giorno, nella pratica delle virtù teologali e cardinali. Non sono programmi ma attuazioni di legge salvatrice, ascensione di anime nei sentieri della giustizia, fioritura di Grazia nei gradi ascendenti delle virtù dei doveri, delle beatitudini.

Non basta credere, bisogna amare soprannaturalmente, e investire di questo amore tutte le virtù individuali e sociali, considerandoci come cittadini di un Regno unico che è quello di Cristo, di un Corpo mistico, come è la C., in modo da contrastare ai nazionalismi orgogliosi e rivoluzionari con la regalità dei figliuoli di Dio.

E facile venir meno all'altezza di questa vita divina, fare a brandelli la virtù per rivestirsene piú comodamente, cercare smorte analogie nella storia delle religioni e nelle virtù dei pagani per un sincretismo insipiente. In verità " quello che l'anima è nel corpo, questo sono i cristiani nel mondo" (Ad Diogu., 6).
3. Potere di governo. - Dalla costituzione gerarchica indefettibile della C. segue necessariamente il terzo potere, quello di governo, di giurisdizione, che fa convergere la volontà dei discepoli secondo esigenze di bene