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cclesia ex circumcisione» e da S. Pietro sono a caratteri propri dell'ebraico, mentre quelli tenuti dalla «ecclesia ex gentibus» e da s. Paolo sono a scrittura unita corrente, allusiva a quella occidentale (Nuove ricerche iconografiche sui mosaici dell'arco trionfale di S. Maria Maggiore, in Riv. di archeologia crist., 13 [1936], pp. 254, 260-63).

Sia nei Vangeli che nell'Apocalisse gli agnelli sono i fedeli; perciò nell'allegoria degli agnelli uscenti dalle due citta Gerusalemme e Betlemme così spesso rappresentato nei musaici romani è implicito il concetto dell'universalità dei fedeli provenienti sia dalla «ecclesia ex circumcisione» che da quella «ex gentibus».

Più tardi con l'abside dei SS. Cosma e Damiano (Wilpert, Musaici, tav. 102) comincerà la rappresentazione della C. trionfante. Nel medioevo la C. è per lo più rappresentata nei portali delle c. in contrapposizione alla Sinagoga che è effigicta con occhi bendati. - Vedi Tavv. XC-XCI.

Sint.: H. Leclercq, Eglise, in DACL. IV, coll. 2220-38; K. Künstle, Homographie der christl. Kunst, II, Friburgo in Br. 1926, pp. 163-65; J. C. Plumpe, Mater Ecclesia. An Inquiry into the Concept of the Church as Mother in Early Christianity, Washington 1942. Enrico Josi

## III. La storia della C.

Sommario: I. Nell'età apostolica. - II. Le prime sétte eterodosse. - III. La lotta con l'Impero. - IV. Rapporti pacifici con l'Impero. - V. Le grandi controversie teologiche. - VI. La C. e i barbari in Occidente. Carlomagno. - VII. Nella valle del Danubio. L'islamismo. - VIII. Lo scisma bizantino. - IX. La C. e l'Impero zermanico; le forze nuove. - X. Il pericolo turco e la scissione dell'Occidente. - XI. La riforma cattolica. - XII. La età recente.
I. Nell'età apostolica. - Il cinquantesimo giorno dopo la resurrezione del Salvatore, ricevuto lo Spirito Santo promesso, i dodici Apostoli, e Pietro alla loro testa, cominciarono il ministero a cui Cristo li aveva chiamati: «Sarete miei testimoni sino agli ultimi confini della terra» (a. 30 ca.). Testimonicioé della sua dottrina e delle sue opere, di quello che avevano veduto ed udito da lui, esecutori perciò dei suoi comandi : rimettere i peccati, rinnovare il mistero augusto dell'ultima cena, predicate la buona novella a tutti. Perciò la giornata doveva cominciare con un atto di proselitismo, e tremila persone in quel giorno stesso formarono il primo nucleo che insieme con gli Apostoli costituì la C.

Si cominciò a Gerusalemme e con gli Ebrei, ai piedi si può dire del Golgota. Si cominciò con il battezzare e con il raccogliersi nelle case per celebrare il Sacrificio nuovo, quello che ripeteva il Sacrificio della Croce. Tuttavia da principio non si abbandonò il Tempio: quello in cui s'era adorato il vero Dio. Gli Apostoli vi andavano per pregare, per far conoscere il Cristo, figlio di Dio, addestrandosi sempre più nella polemica contro i giudei, e per essere oggetto cosi delle prime contraddizioni divenute ben presto persecuzioni.

L'opera apostolica si svolge fra giudei palestinesi, sad-
ducei o farisei che fossero, fra giudei che avevano corso tutte le regioni civili e particolarmente fra quelli che erano stati a diretto contatto con il mondo greco (ellenisti), ma che molte volte erano anche più fanatici nel loro nazionatismo originario che non i primi; ascoltavano anche i pochi proseliti che s'erano, per cosi dire, naturalizzati giudei, ed anche i molti simpatizzanti che, pur rimanendo gentili, non si sentivano estranei alla seduzione dell'insegnamento mosaico e profetico. Però i gentili non furono per qualche anno oggetto immediato delle cure missionarie : primi a ricevere il nuovo verbo dovevano essere gli Ebrei; ed in questo ambiente, e particolarmente di mezzo a coloro che avevano veduto ed udito il Cristo, si formarono i primi coadiutori degli Apostoli, i primi missionari; lo zelo d'uno di essi, Filippo, portò la predicazione anche nella Samaria; altri si spinsero man mano verso Damasco ed Antiochia, predicando però solo agli Ebrei. Ma bisognava pure, ubbidendo al Cristo, guadagnare anche i gentili. Fu Pietro il primo che, mosso da speciale comando divino, ammise al Battesimo in Cesarea di Palestina un primo gruppo di gentili, vincendo i pregiudizi dei suoi connazionali, senza obbligarli per questo a sottostare all'osservanza della legge mosaica. Ma anche gli ignoti missionari della Siria cominciavano a fare altrettanto. Fu per questo che gli Apostoli inviarono ad Antiochia un loro fiduciario, Barnaba, il quale andò a Tarso a prendere Saulo, un fariseo convertito miracolosamente mentre andava a suscitare a Damasco una persecuzione contro i fedeli. Con lui organizzò la nuova comunità di Ebrei e di gentili convertiti e là essi furono chiamati cristiani.

Saulo, subito chiamato Paolo, senza abbandonare la conversione dei giudei, prese come suo compito specifico quello di evangelizzare i gentili, intraprendendo una serie di viaggi che, attraverso l'Asia Minore e l'Acaia (Corinto), lo condussero fino a Roma.

S'era però formata fra gli Ebrei convertiti in Palestina e fuori una corrente che esigeva per tutti i novelli credenti l'adesione alla legge ebraica. Fu necessario che Pietro e gli Apostoli insieme con Paolo e gli inviati di Antiochia, radunati a Gerusalemme, sancissero solennemente il diritto alla libertà cristiana (b. 52); però una parte di questi Ebrei convertiti rimase irreducibilmente attaccata alla sua intolleranza, formando cosi il partito dei giudaizzanti, che con il nome di nazarei e di ebiuniti continuò nella sua opposizione verso la nuova C., finché, in mezzo alle scissioni ed alle guerre che sconvolsero la nazione ebraica, venne oscuramente a mancare. La parte migliore invece si amalgamò ben presto con quella che ad alcuni piace chiamare la grande C .

Mentre Giacomo detto il Minore rimase costantemente a Gerusalemme, dove fu messo a morte dai fanatici poco prima della distruzione della città, gli altri Apostoli si dispersero fra i popoli dell'Oriente; Pietro però, dopo un soggiorno ad Antiochia e nelle regioni circostanti, mosse verso Roma, dove fu messo a morte come Paolo in conseguenza di una disposizione legale emanata da Nerone nel 64, per la quale era ritenuta illegittima la professione della fede cristiana. Cosi dopo le persecuzioni giudaiche incominciarono quelle dell'Impero. Invano però; il cristianesimo s'era già organizzato : gli Apostoli avevano stabilito dei rappresentanti nelle città dove c'erano gruppi di credenti, e questi, con il nome di vescovi, rimasero loro successori con il compito di continuare l'opera. Le comunità ebbero alla loro testa un collegio di seniori e di inservienti (presbiteri e diaconi) che sottostavano all'inviato dell'apostolo; centro comune di vicendevoli relazioni: Roma, dove il successore di Pietro esercitò sin da principio una supremazia che non incontrò contrasti se non da parte di coloro che si staccarono dall'unità ecclesiastica.

Però i maggiori centri urbani donde più viva scaturi le propaganda missionaria, Antiochia, Tessalonica, Eleso, Corinto, poi subito anche Edessa ed Alessandria, e dove più larga e robusta era anche la penetrazione cristiana,

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esercitarono anch'essi una sorveglianza sulle province che stavano loro d'intorno, creando in tal modo i primi passi verso l'ordinamento provinciale o metropolitico.

Si trova anche in questa età un personale viaggiante che portava il suo contributo accanto alla gerarchia dei singoli luoghi con le sue esortazioni, con le sue testimonianze, con il suo sapere, con la sua virtù, e formava un tramite di concordia e di comunicazioni fra i diversi luoghi attraverso cui costoro passavano.

La diversità della lingua e del costume tuttavia non maneb d'influire sulla vita delle cristianità. Le comunità che sorsero nei principali centri intorno al Mediterraneo si possono anzitutto tenere distinte in due circoscrizioni: l'Oriente ellenistico, l'Occidente latino, comprendendo in questo tutta la valle del Danubio. Nelle due circoscrizioni si parlano due lingue: la greca e la latina. La civiltà ellenistica intful, senza assorbirle, sulle genti contermini della Siria interiore, dell'Arabia e dell'Armenia (Antiochia) e della Nubia e dell'Etiopia (Alessandria); la civiltà latina assai più faticosamente si protese verso le regioni sembbarbare del settentrione e verso l'Africa (Cartagine) tenendo testa alle tribù del deserto e delle montagne. Di qui le due principali letterature cristiane in lingua greca ed in lingua latina.
II. Le prime sÈtte eterodosse. - Nei primi secoli due lotte sostenne la C. novella: la prima contro quella che già s. Paolo chiama ψ ε v δ α ξ ἠ v u μ ° ς ~ γ v ω̂ σ ι ς «falea scienza», e preoccupa s. Giovanni evangelista per i pericoli che presenta con la sua allottante propaganda. Sono concezioni di teologie orientali che s'appropriano in vario grado concetti cristiani, sono speculazioni filosofiche della scuola alessandrina che attraverso un contaminato platonismo puntano sulle dottrine rivelate e morali per adattarle ai propri sistemi. Sincretismi acuti e stravaganti ai nostri occhi, ma che pretendevano spiegare la creazione, il dolore, il peccato.

Tali concezioni eterodosse assumeranno la denominazione comune di gnosticismo, sul quale poi nel sec. III prenderà il sopravvento il neo-platonismo con tentativi di misticismo in aperto contrasto con la concezione soprannaturale del cristianesimo. A questo movimento, proprio di un'aristocrazia dell'intelligenza, si aggiunge anche quello di un esagerato spiritualismo a base encratita che sbocca nei sistemi del mountainous, del marcionismo e del manicheismo. E un assalto in piena regola. A queste lotte impegnate dal di fuori si aggiungono quelle che sorgono nell'interno: con chiesuole eretiche e scismatiche, come quella di Novaziano a Roma nella metà del sec. III contro papa Cornelio, che acquistò seguaci non soltanto in Occidente, ma anche in Oriente.
III. La lotta con l'Impero. - La seconda lotta, sino dai primi decenni della C., fu con l'Impero. Essa assunse aspetti differenti attraverso i tre primi secoli. La disposizione neroniana che relegava il cristianesimo fra le religioni illecite continuò ad avere valore durante tutto il sec. in. Preoccupazione degli imperatori migliori fu quella di prevenire ogni moto popolare provocato da fanatici o da interessati per mantenere la persecuzione nelle forme legali, ed insieme di evitare massacri con il concedere l'impunità agli apostati. Rimaneva precluso ai cristiani l'accesso ai pubblici uffici, ai gradi superiori della milizia, con il pericolo costante di un'accusa davanti ai tribunali; mentre dipendeva dallo zelo dei magistrati l'assecondare lo spirito pubblico sempre sfavorevole ai cristiani e facile ad accendersi contro di loro, causa le calunnie che circolavano. Fu specialmente Marco Aurelio, l'imperatore filosofo, che aggravò l'applicazione delle leggi. Al principio del sec. III Settimio Severo prese di mira in modo particolare i catecumeni ed i neofiti allo scopo di scoraggiare le nuove affiliazioni alla C. Massimino Trace, in odio ad

Alessandro Severo che aveva dimostrata una specie di tolleranza, appuntò la sua severità soprattutto sui vescovi e sul clero con l'intento di disorganizzare le comunità. Decio prese una via apparentemente indiretta : impose a tutti i cittadini di partecipare ai sacrifici che dovevano farsi per propiziare le divinità in mezzo ai dissatri che mettevano in pericolo l'Impero; il rifiutervisi era considerato delitto capitale. La persecuzione divenne cosi generale e totale. Ma, nonostante molte defezioni, specialmente tra i cristiani ricchi e potenti, la C. non ne fu scossa e subito si ricostituí. Valeriano rinnovò gli editti contro il clero e proibí sotto pena di morte anche le adunanze. Finalmente, dopo un periodo di legale tolleranza, Diocleziano ed il suo collega Massimiano emanarono a partire dal 303 un gruppo di editti che dalla confisce delle c. e dei libri sacri giungevano sino alla punizione di tutti coloro che si rifiutavano di abbandonare il cristianesimo. La persecuzione andò soggetta a vicissitudini diverse e, specialmente in Oriente, ebbe più lunghi strascichi. La legislazione imperiale in materia ebbe termine con un editto di tolleranza nel 311 da parte di Galerio, confermato nel 313 da parte di Costantino e di Licinio in senso assai benevolo. Dopo ciò l'impero non solo cessò di perseguitare, ma, eccettuato un breve periodo di malevolenza sotto Giuliano l'apostata, inaugurò un periodo di protezione che con il progressivo sfavore verso il paganesimo condusse il cristianesimo ad essere la religione dello Stato. Il paganesimo, perduta ogni importanza, si ridusse ad essere la religione di coloro che non sapevano staccarsi dalla vita tradizionale.
IV. RAPPORTI PACIFICI COLL'IMIpero. - Certo il mutamento dei rapporti con l'impero contribuì enormemente ad accelerare il ritmo delle conversioni al cristianesimo. L'astioso isolamento delle alte classi ed il torbido ed immorale attaccamento al vizio ed alla superstizione nelle altre, continuarono a mantenere, come prima, nel mondo civile uno spirito di reazione contro il cristianesimo; ma la verità lottava ormai con più forza di prima contro l'Indifferenza ed i pregiudizi. Persino culti che nell'età precedente avevano avuto favore e diffusione, come quello di Iside nel mondo ellenistico e quello di Mitra in Oriente, e poi in gran parte delle province dell'Impero, ed altri di minore importanza, perdettero in breve il favore popolare. Invece il cristianesimo non soltanto approfondi le sue conquiste, dove le aveva appena incominciate, ma le allargò in paesi nuovi costituendo comunità sempre più numerose specialmente ai margini estremi dell'Occidente dove era rimasto in arretrato in confronto con l'Oriente. Non fa meraviglia perciò se fra questi nuovi aderenti non cribrati da rigorosa selezione si vengono a trovare in numero eccessivo individui forniti più di vizi che di virtù, imperfettamente spogliati di un paganesimo sensuale e di preoccupazioni filosofiche e giuridiche che mal combinavano con la purezza del Vangelo.

Cosí la lotta si combatte ormai contro il nemico annidato nell'interno; mentre sconvolgimenti politici, guerre intestine e, particolarmente in Occidente, invasioni di barbari rendono più difficile l'educazione delle generazioni cristiane.
V. Le grandi controversie teologiche. - Già nel sec. III, vinte le fantasie teologiche che avevano dato al Cristo od un corpo puramente apparente od un soggiorno momentaneo in un corpo reale, si era presentato il problema in qual modo Gesù potesse dirsi propriamente Figlio di Dio, una volta che non si poteva negare la sua umanità. Questo problema si complicava di necessità con l'al-

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tro, come si dovesse concepire la Trinità divina, se come una triplice sussistenza o semplicemente come modo di esprimersi. Contro i modalisti che giungevano a negare una reale distinzione fra le persone divine, era sembrata buona misura polemica servirsi di termini noti all'antica filosofia platonico-filonians, di per sé imperfetti e perciò pericolosi, dando soprattutto al Verbo divino, a somiglianza degli gnostici, attributi ben lontani dalla concezione giovannea; ponendolo cioè, come demiurgo, intermediario fra il Padre ingenito e la creazione. Nonostante ogni buona volontà in contrario, il Figlio-Verbo veniva ad apparire senz'altro inferiore al Padre e sua creatura. Al principio del sec. Iv Ario, prete di Alessandria, fatto suo un tal modo di concepire, se ne fece propagatore, ma il suo vescovo Alessandro lo cacciò dalla C., senza però poter impedire che numerosi vescovi dell'Oriente ellenistico possessero subito a suoi sostenitori, mettendo a rumore l'ambiente intellettuale. Costantino che in questo momento era diventato padrone anche dell'Oriente si mise di mezzo per ricomporre la pace e si lasciò indurre a radunare una grande assemblea ecclesiastica di vescovi a questo scopo. E così, consenziente Silvestro papa, i vescovi si radunarono a Nicea in Bitinia intorno ai suoi legati e, presente l'Imperatore, si ebbe il primo Concilio detto ecumenico, perché vi erano rappresentate tutte le regioni cristiane (325). Ne usci una formola che completava il Simbolo apostolico, in cui si diceva che il Verbo era onsosisias (consustanziale) al Padre, non a lui inferiore.

Gli ariani però non si piegarono, e, riusciti ad avere il favore dell'imperatore Costanzo prima, poi di Valente, tennero agitate l'Oriente con concili, formole, persecuzioni contro i campioni cattolici, specie contro s. Atanasio di Alessandria, riuscendo a far condannare all'esilio perfino il papa Liberio, e tentando di trarre seco anche l'Occidente, insediando a Milano il vescovo ariano Aussenzio. Un tale dissidio che mise a repentaglio una prima volta la compottessa della cristianità, ebbe termine grazie all'intervento dell'imperatore Teodosio. Un Concilio tenuto a Costantinopoli nel 381, che poi nella tradizione cattolica fu ritenuto come ecumenico, condannò le formole eterodosse, ritornando a quella di Nicea, e proclamò che lo Spirito Santo, creatura del Figlio secondo il concetto ariano, era consustanziale al Padre ed al Figlio; cosi la dottrina trinitaria che era stata mirabilmente esposta da s. Gregorio Nazianzeno e da s. Basilio otteneva la vittoria definitiva.

Un altro problema teologico si presentò ben presto da risolvere in Orienta. Ario non aveva esplicitamente trattato dell'unione della persona divina del Verbo con l'umanità di Cristo. Apollinare, vescovo di Laodicea in Siria, lottando contro gli ariani, usci con la proposizione che il Verbo teneva nella persona di Cristo il luogo dell'anima umana; in tal modo il Cristo non sarebbe stato più consustanziale alla nostra natura umana. Una tale dottrina abilmente presentata trovò credito in Alessandria, ma fu osteggiata subito in Siria, dove invece presero a prevalere gli insegnamenti di Diodoro vescovo di Tarso che portavano a conclusioni del tutto opposte, secondo le quali nell'umanità di Cristo il Verbo avrebbe dimorato come in un tempio, avrebbe operato come in un profeta ispirato; per conseguenza la Vergine Maria non si poteva proclamare Deipara (Theotócos) ma solo Christatócos. Questa conseguenza, proposta pubblicamente da Nestorio vescovo di Costantinopoli, incontrò la risoluta opposizione di Cirillo vescovo di Alessandria, che, in pieno accordo con papa Celestino, la condannò (428) e poi in un Concilio ecumenico che si radunò in Efeso nel 431 fece condannare la dottrina e la persona di Nestorio proponendo la vera dottrina cattolica dell'unica persona divina in Cristo. Nestorio, sconfitto per il momento, trovò in seguito dei difensori che riuscirono a costituire una Chiesa indipendente nella Mesopotamia ancora esistente ai nostri giorni.

Dopo la morte di s. Cirillo (444) si spiegò tra i suoi discepoli una tendenza che doveva condurre alle peggiori conseguenze. Infatti Eutiche, monaco costantinopolitano, favorito alla corte di Teodosio II, prese a difendere il principio che nella divina persona del Cristo si doveva riconoscere un'unica natura operante (piu 96012, donde il nome di monofisiti per indicare gli aderenti a questa
dottrina); e poiché la natura divina del Verbo non poteva assoggettarsi a mutamento, ne andava sacrificata nella divina unione l'integrità della natura umana: fino a qual punto, Eutiche non lo diceva, ma non vedeva altra via per spiegare la divinità del Cristo. Incontrò subito l'opposizione di Flaviano vescovo di Costantinopoli d'accordo in questo con papa Leone I, ma ebbe dalla sua Dioscoro successore di Cirillo nella sede d'Alessandria. Eutiche e Dioscoro, sostenuti dalla corte, tennero un concilio ad Efeso, che per le violenze ed ingiustizie commesse fu detto latrocinio: Flaviano e papa Leone furono condannati e la dottrina di Eutiche approvata (449). Morto però Teodosio II e successogli Marciano, si radunò a Calcedonia un Concilio veramente ecumenico (451), presieduto dai legati di papa Leone, nel quale fu pienamente approvata la dottrina di lui e condannati Dioscoro ed Eutiche. Anche questa volta tutto l'Occidente fu concorde con Leone; in Oriente invece il fanatismo di coloro che si proclamavano seguaci di s. Cirillo si ribellò. Si ebbero infatti lunghi anni di discordie, e per opera di monaci eretici lotte feroci e sanguinose imperversarono soprattutto in Egitto e nella Siria, durante le quali di fronte all'inalterata costanza della Sede Apostolica nel sostenere la verità, stettero i continui ripieghi della politica imperiale per imporre una pace religiosa fondata sull'equivoco. La conseguenza fu che quando nel 519 l'Oriente bizantino accettò una formola dogmatica proposta da papa Ormieda s'erano ormai saldamente costituite C. monofisite in Egitto ed in Siria; anche l'Armenia fu man mano trascinata all'eresia, e l'unità religiosa nell'Oriente non fu più mai potuta ricostituire. Era un malanno anche per la compagine dell'Impero, e per porvi riparo esso ricorse ai più disperati tentativi, non escluso quello della forza, oppure ai più infelici compromessi.

Infatti Giustiniano imperatore, con la speranza di guadagnare i monofisiti, fece nel Concilio ecumenico quinto (II di Costantinopoli) condannare i Tre Capitoli (554), cioè persone e scritti particolarmente ad essi invisi, costringendo papa Vigilio a sanzionare tale condanna e provocando in tal guisa una risoluta opposizione in Occidente che fu origine di lunghi dissidi soprattutto in Italia. Poi, più tardi, l'imperatore Eraclio con il medesimo scopo favorì (verso il 640 ) il diffondersi delle dottrine monotelite propugnate dal patriarca Sergio, per le quali si doveva riconoscere in Cristo un'unica volontà ed operazione teandrica; e solo nel Concilio ecumenico sesto (III di Costantinopoli) nel 681 ritenrò la pace con la condanna definitiva del monotelismo, senza però che si riuscisse ad estinguere il monofisismo.

Durante questo lungo periodo anche in Occidente si ebbero delle discordie: la prima fu quella dei donatisti, rimasta limitata all'Africa, che, sorta come conseguenza di contrasti maturati sul finire della persecuzione dioclealanea, tenne in subbuglio tutte le C. della regione, e, nonostante lo zelo di s. Agostino, durò sino all'invasione vandalica. In Spagna si ebbero le contese provocate dalle dottrine di Priscilliano sulla fine del sec. Iv. Dal monaco bretone Pelagio e dal suo discepolo Celestio ebbero diffusione le dottrine che negavano la natura del peccato originale e la necessità della Grazia per la vita spirituale. Queste dottrine, che tennero occupata l'attività di s. Agostino negli ultimi decenni della sua vita, trovarono seguaci oltre che in Africa anche nel clero dell'Italia meridionale (Giuliano di Eclano), nella metropoli di Aquileia e nella Dalmazia, ma non lasciarono traccia dopo la metà del sec. v. I torbidi suscitati in Italia nella seconda metà del sec. vi dallo sciame del Tre Capitoli durarono sin oltre il sec. viI nella metropoli milanese e sino alla fine di questo secolo in quella di Aquileia.
VI. La C. do i barbari in Occidente. Carlomagno. - La salda organizzazione raggiunta dalla C. durante il periodo costantiniano le permise in Occidente di sostenere vittoriosa l'urto delle invasioni barbariche accanitesi per secoli entro le province dell'Impero : i Vandali riuscirono a stabilirsi nell'Africa, scatenandovi una crudele persecuzione, i Visigoti nella Gallia meridionale e poi nella Spagna, i Burgundi

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nella Gallia orientale, i Rugi nel Norico, gli Ostrogoti nell'Italia costituendovi effimeri regni infetti d'eresia ariana. I Franchi discesi nella Gallia si fecero cristiani alla fine del sec. v e vi ebbero stabile dominio. I Longobardi, scesi in Italia nel 568 , si convertirono sulla fine del sec. vir. Compito speciale dei pontefici, particolarmente di s. Gregorio Magno, fu di mantenere libero dal dominio longobardo in Italia quel territorio centrale che era sotto l'influsso delle due capitali: Roma e Ravenna; per difenderlo in un momento critico essi fecero appello all'intervento dei Franchi; perciò Stefano III invocò l'aiuto di Pipino, Adriano I quello di Carlomagno. Cadde cosi il regno longobardo, si costitul lo Stato pontificio, e Carlomagno nel Natale dell'Soo fu coronato imperatore con l'ufficio di proteggere la C. romana. Cominciò cosi quel Sacro Romano Impero intorno al quale si svolse la vita politico-religiosa dell'Occidente durante il medioevo.

Mentre si riordinavano a civiltà le province dell'impero cadute sotto il dominio dei barbari, si incominciava anche l'opera dell'incivilimento cristiano presso quei popoli ch'erano rimasti fuori dell'influsso diretto della civiltà romana. Primi furono guadagnati gli Scotti, abitanti dell'Irlanda, per opera di s. Patrizio nel sec. v, e gli abitanti dell'Inghilterra settentrionale. Per iniziativa di s. Gregorio Magno, alla fine del sec. vi, si provvide alla conversione degli Anglo-Sassoni stabilitisi nella Britannia. Per opera di s. Willibrordo vennero al cristianesimo i Frisi. Per mandato di Gregorio II s. Bonifacio predicò la fede nell'Assia e nella Turingia nel sec. viri. Nel secolo seguente s. Ansgario iniziò l'evangelizzazione della Danimarca e della Svezia; di là la fede si allargò nella Norvegia, nell'Islanda, e, verso oriente, nella Finlandia e nella Livonia. In tutti questi luoghi fu stabilita la gerarchia cattolica e promossi gli istituti monastici.

Il monachesimo, sorto dapprima in Egitto al principio del sec. Iv come professione di vita casta, povera e solitaria, s'era largamente propagato in tutto l'Oriente sotto le due forme principali di vita eremitica e cenobitica. Anche l'Occidente non rimase estraneo a tale movimento; ma fu specialmente sul principio del sec. vi ch'esso, per opera di s. Benedetto e con ordinamento cenobitico, prese a professare una Regola che, congiungendo insieme la preghiera ed il lavoro manuale, sotto un'austera disciplina d'obbedienza all'abate, creò, a cominciare da Montecassino, una rete sempre più vasta di fondazioni nelle quali la pietà cristiana, l'amore al sapere, la carità verso il prossimo, contribuirono largamente all'incremento della novella civiltà cristiana. Con ammirabile spirito di adattamento, infatti, la Regola benedettina non solo trovò modo di allargarsi nei paesi già civili, ed in quelli di nuova conquista, ma di assumere quei compiti ed adattamenti che il progresso dei tempi imponeva.
VII. Nella valle del Danubio. L'islamismo. Si trattava infatti di costituire la civiltà cristiana della nuova Europa, giacché non soltanto verso il settentrione, ma anche verso l'Oriente era necessario che si rivolgesse la propaganda missionaria, prendendo di mira anzitutto le popolazioni slave che si accalua vano oltre l'Elba e le Alpi Giulie dal Baltico ai Balcani. Sull'Elba i contatti degli slavi con il regno germanico costituito sotto Lodovico il Pio furono aspri, funestati da ripetute invasioni ed insurrezioni e solo dopo lotte durate per secoli i Tedeschi riuscirono ad imporre il loro predominio ed a stabilirvi la gerarchia cattolica. Per opera delle due sedi di Salisburgo e di Aquileia, a partire dal sec. vir furono convertiti man mano gli slavi della Drava e della Sava. Nella Dalmazia e nell'Illirico occidentale, specie presso i Croati, molto operarono i missionari delle città litoranee sino dal sec. vir. Durante il sec. Ix i due grandi apostoli Cirillo e Metodio in pieno accordo con i papi evangelizzarono il grande regno moravo sorto
nella Pannonia. Durante il sec. x si costituirono i regni cristiani della Boemia e della Polonia. Dalla Moravia i discepoli di s. Metodio portarono il Vangelo presso i Bulgari che da due secoli premesono oltre i Balcani sull'impero d'Oriente. Missionari bizantini di Costantinopoli e di Tessalonica evangelizzarono i Serbi, che, adottando il rito bizantino, conservarono la lingua nazionale nella liturgia, come avvenne presso i Bulgari. Altrettanto avvenne presso i Russi di Kiew, la cui evangelizzazione si svolse sul finire del sec. x. Gli Ungheresi, che come i Bulgari non erano slavi, soppiantando i Moravi nel centro dell'Illirico, costituirono un regno che si fece cristiano per opera del re s. Stefano e sotto il diretto influsso del Papa sulla fine del sec. x.

Intanto però un nuovo terribile assalto si sferrava dall'Oriente contro l'intera civiltà cristiana, per opera di Maometto, il quale, conquistato il santuario nazionale della Mecca in Arabia, diede unità religiosa e politica alle tribù arabe del paese, imponendo loro un monoteismo del quale egli si presentava come profeta. I califfi (luogotenenti) che gli successero dopo il 632 , tenendo detto il fanatismo acceso da Maometto e proponendosi di portare con la nuova fede il loro dominio su tutto l'Oriente, conquistarono ben presto la Siria con Damasco (636), Gerusalemme ( 837 ), ed il regno persiano della Mesopotamia. Nel 64 I conquistarono l'Egitto ed in seguito, in pochi decenni, tutta l'Africa settentrionale; poi con il 71 i cominciarono la conquista della Spagna donde con le loro spedizioni nella Provenza misero in serio pericolo la dominazione franca. Verso l'830 cadeva in loro potere la Sicilia, e, minacciando non soltanto le regioni ioniche dell'Italia, tentarono ripetutamente di stabilirsi nell'Italia centrale, depredando Roma ed i territori vicini. In maggior pericolo ancora si trovò Costantinopoli con tutta l'Asia Minore, dove, però, con alterne vicende, gli imperatori bizantini riuscirono a resistere all'invasione.

Ma tutta la costa meridionale del Mediterraneo fu perduta per la civiltà cristiana, mentre le c. dissidenti della Siria e dell'Egitto andarono precipitando in una rapida decadenza, e gli assalti contro le isole e le coste nordoccidentali contribuirono purtroppo efficacemente al disordine dell'Europa nel sec. x ed al suo progressivo distacco dall'Oriente.
VIII. Lo scisma bizantino. - La C. di Costantinopoli era riuscita, a partire dal sec. Iv, a far sentire la sua diretta supremazia non solo sulla 'Tracia e l'Asia minore, ma anche su quanto rimaneva di cristianesimo ortodosso nella Siria e nell'Egitto (cristiani melkiti) e sull' Illirico orientale (Tessalonica e Grecia). L'evangelizzazione, estenssi sotto il suo influsso nella Serbia, nella Bulgaria e nella Russia (Kiew), aveva allargata la sua zona giurisdizionale. Le accresceva importanza il fatto ch'era fondata nella capitale dell'Impero; e poiché questo si proclamava ecumenico, anch'essa pretese la qualifica dell'ecumenicità : C. ed Impero si concepivano strettamente collegati, mettendosi con ciò stesso in contrasto con l'antica Roma caduta sotto il dominio dei barbari. Costantinopoli giunse tant'ultre da riconoscere a Roma solo un primato di onore e da pretendere che tutta la vita cristiana dovesse conformarsi alle usanze orientali. Un primo forte contrasto a tale proposito si ebbe nel 726 , causa gli editti di Leone III Isaurico contro il culto delle immagini (iconoclastia), non accettati in Occidente. Il secondo Concilio di Nicea (ecumenico VII, nel 787) risolse la controversia secondo gli indirizzi di papa Adriano I contro gli editti di Leone III rinnovati da suo figlio Costantino V Copronimo; ma il lungo contrasto non cessò che nell'842 per opera del patriarca Metodio che riprese le relazioni con Roma. Pochi anni dopo i dissensi si rin-

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novarono, quando papa Niccolò I non volle riconoscere come legittimo patriarca Fozio, imposto da Michele III dopo l'iniqua deposizione del legittimo patriarca Ignazio (861). Si ebbe con ciò un nuovo scisma aggravato dai proclami diretti da Fozio (866) contro le usanze occidentali, contro l'inserzione del Filioque nel Simbolo e contro la dottrina che lo Spirito Santo precede come da unico principio del Padre e dal Figlio. Un rivolgimento politico che portò al l'impero Basilio il Macedone provocò la caduta di Fozio, deposto nel Concilio ecumenico VIII (IV di Costantinopoli, nell'867) e la riabilitazione di Ignazio; ma, causa anche le turbolenze politiche, i rapporti vicendevoli fra Roma e Costantinopoli si resero sempre più rari e diffidenti, sinché nel 1054 proruppero in aperta rivolta causa lo spirito aggressivo del patriarca Michele Cerulario, che, agitando apertamente accuse ormai antiche, insistette particolarmente contro l'uso occidentale del pane azzimo nell'Eucaristia. Si costituì in tal modo in Oriente quella C. che si proclamò da sé ortodossa in confronto della C. latina accusata senz'altro d'essere eretica.

Le Crociate promosse dai pontefici a cominciare da Urbano II nel rog6 con l'intento di liberare dal potere dei musulmani il sepolcro di Cristo ed insieme di proteggere l'impero d'Oriente, non riuscirono al loro scopo; il regno latino di Gerusalemme creato nel 1099 e poi l'impero latino di Costantinopoli sorto nel 1204 non ebbero durata ed inasprirono sempre più i rapporti con l'Oriente; si comprende come un'unione con la C. costantinopolitana celebrata nel secondo Concilio di Lione (1274) terminasse pochi anni dopo con nuovo rigurgito di animosità e diffidenza contro i Latini.
IX. La C. e l'Impero germanico; le forze nuove. - Dopo la caduta dei Carolingi (887) e le discordie che ne seguirono, l'impero d'Occidente fu instaurato da Ottone I di casa sassone nel 962 con pretto carattere germanico. Estintasi la casa sassone, successe nel ro24 quella di Franconia con Corrado II, e durante il suo governo raggiunse il culmine della sua organizzazione il sistema feudale non soltanto in Germania, Italia e Borgogna, ma tosto anche in Francia ed in Inghilterra e poi anche nelle altre nazioni man mano che assursero a civiltà. Vescovati ed abbazie acquistarono poteri politici su larghi territori ed ebbero parte diretta nella vita pubblica e sociale, e gli imperatori si arrogarono il diritto di dar loro l'investitura non soltanto laicale ma anche ecclesiastica.

La stessa elezione dei romani pontefici fu rimessa alla mercé dell'imperatore, creando un immediato pericolo per la libertà della vita ecclesiastica. Questa a sua volta, causa la durezza dei tempi, si era andata inquinando per il diffondersi nel clero, insieme con l'ignoranza e la rozzerza, della simonia e della corruzione; ciò costrinse i pontefici ad ingaggiare con l'Impero una lotta che fu detta delle investiture, perché queste furono ritenute il più pericoloso abuso e cagione precipua anche degli altri mali. La lotta ebbe come principale campione papa Gregorio VII (10731085) ed ebbe termine sotto Callisto II con il Concordato di Worms e con il Concilio Lateranense I (primo ecumenico tenuto in Occidente nel 1123) grazie ai quali fu garantita alla C. la sua libertà ed assicurati i suoi buoni rapporti con lo Stato. Fu pure iniziata una serie di canoni disciplinari per il buon governo della C. di fronte ai nuovi bisogni che si manifestavano. La serie fu continuata nel Concilio Lateranense II (1139) tenuto per estinguere le ultime conseguenze dello scisma suscitato dall'antipapa Anacleto II nel 1130,
e nel Concilio Lateranense III radunato nel 1179 al concludersi della lotta cominciata nel 1154 dall'imperatore Federico Barbarossa contro i pontefici Adriano IV ed Alessandro III.

Queste lotte non poterono non avere speciali conseguenze contro la compagine stessa della C. La mala condotta di troppi ecclesiastici, mentre suscitava disprezzo verso di loro, fece sì che molti volgestero le loro simpatie verso una corrente di errori che, allacciandosi alla vecchia tradizione manichea, si presentò con un'organizzazione propria di iniziati e di semplici credenti in contrapposto a quella della C. e fu denominata eresia cátara od albigese, trovando numerosi fautori soprattutto nell'Italia settentrionale e nella Francia meridionale. Un'altra reazione di fanatici, senza giungere tant'oltre quanto i cátari, pretese di riformare la C. all'infuori della gerarchia cattolica, appellandosi al diritto di libera predicazione sotto la diretta ispirazione divina, con l'esercizio della povertà: furono gli arnaldisti, che presero il nome da Arnaldo da Brescia, ad i poveri di Lione o valdesi, discepoli di Valdo. Contro questi eretici si volsero in particolare le sollecitudini di Innocenzo III e del Concilio Lateranense IV nel 1215 e poi di Gregorio IX e del tribunale dell'Inquisizione da lui promosso allo scopo di ricercare gli errori serpeggianti, di richiamarne a penitenza i difensori e favoreggiatori e di punire gli ostinati.

Quest'opera fu efficacemente fiancheggiata dai nuovi Ordini di frati detti Mendicanti, perché non potevano possedere nulla né in proprio né in comune. Iniziatore di questa nuova forma di organizzazione religiosa fu s. Francesco di Assisi (m. nel 1226), predicatore di povertà e di pace sotto la guida della C. romana, mentre contemporaneamente a lui s. Domenico di Osma (m. nel 1221) iniziava ed un'uratera vita di povertà e di studio i religiosi da lui diretti soprattutto alla predicazione contro gli eretici. Ai Francescani ed ai Domenicani si aggiunsero in quello stesso secolo gli Eremitani di S. Agostino, i Servi di Maria, i Carmelitani; mentre fiorivano sempre le riforme degli Ordini monastici, come quella dei Cistercensi, iniziata al principio del secolo precedente, dei Silvestrini, e quelle più antiche dei Camaldolesi, degli Avellaniti, dei Vallombrosani ed altri.

Proprio in quest'età, organizzatesi sotto il patrocinio della C. le Università di Parigi (filosofia e teologia) e di Bologna (diritto), compaiono i primi trattatisti sistematici delle scienze sacre e raggiunge la sua completa maturità la Scolastica, della quale furono i più insigni rappresentanti s. Alberto Magno, s. Tommaso d'Aquino e s. Bonaventura da Bagnorea. E sotto la guida dei papi i due grandi Ordini mendicanti dànno inizio ad una nuova attività missionaria diretta verso le misteriose regioni della Persia, dell'India e della Cina, che fu stroncata troppo presto dalle vicissitudini politiche di quelle regioni.

Una nuova lotta fra Papato ed Impero, che culminò nella scomunica lanciata contro Federico II nel Concilio di Lione del 1245 e si concluse con la caduta della famiglia degli Hohenstaufen nel 1254, ridusse l'Europa ad un complesso di nazionalità sulle quali la Germania non ebbe più che una superiorità teorica. Vincolo comune rimase la professione della fede cattolica; però la dignità e l'autorità del pontificato romano parvero offuscarsi quando Bonifacio VIII (m. nel 1303) ebbe a subire le violenze di Filippo il Bello re di Francia e quando Clemente V, suo successore, non si mosse dalla Francia dove si trovava quando fu eletto. A Vienna nel Delfinato radunò egli nel 1309 un Concilio ecumenico, ed i suoi successori fissarono la loro sede in Avignone, con grande disgusto di tutta la cristianità; soltanto nel 1377 Gregorio XI rientrò in Roma; ma l'anno seguente, morto Gregorio, a proposito dell'elezione di Urbano VI, i cardinali francesi provocarono il grande scisma d'Occidente contrapponendogli l'antipapa francese Clemente VII da loro eletto a Fondi. La cristianità fu divisa in due obbedienze che divennero poi tre nel 1409 quando per estinguere lo scisma si elesse un terzo pontefice. Per ricostituire l'unità, ad iniziativa

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dell'imperatore Sigismondo fu radunato nel 1414 il Concilio di Costanza, in seno al quale fu eletto nel 1417 il nuovo pontefice Martino V, universalmente riconosciuto. Lo scisma però aveva allestato i vincoli della disciplina ecclesiastica, allargati gravissimi abusi e creata la convinzione che spettasse al Concilio una superiorità sopra il papa. Se ne valero gli effetti nel Concilio di Basilea radunato nel 1431, il quale nel 1438 si ribellò contro papa Eugenio IV ed osò di nuovo opporgli in Felice V un altro antipapa. Intanto in Inghilterra era sorta la ribellione di Giovanni Wyclif (m. nel 1384), la quale, a sua volta, diede incentivo a quella di Giovanni Hus che insanguinò per lunghi anni la Boemia e le regioni vicine con temerarie pretese di riforma e con il radicarsi di un fanatico nazionalismo religioso che preparava la strada ad una più profonda frattura dell'unità spirituale dell'Europa.
X. Il pericolo turco e la scissione dell'Occidente. - Durante questi fatti, un pericolo gravissimo veniva incombendo sempre più dall'Oriente. Sul finire del sec. xiv i Turchi dell'Asia Minore passavano in Europa, occupavano la Tracia e, spingendosi attraverso la Serbia e la Bosnia, mettevano in pericolo l'Ungheria, giungendo con le loro scorrerie sino alle Alpi Giulic. L'impero bizantino invocò il soccorso dell'Europa; nel Concilio di Firenze del 1438-39 per opera di Eugenio IV si poté addivenire ad una unione della Chiesa d'Oriente con Roma; ma la mancanza di concordia fra i principi occidentali non consentì una azione efficace contro i Turchi nonostante gli sforzi ripetuti dai papi : nel 1430 cadeva Salonicco, nel maggio 1453 Costantinopoli e l'Impero cessava di esistere. Negli anni seguenti si ebbe di nuovo la guerra in Ungheria, mentre le isole dell'Egeo cadevano ad una ad una: ultima Rodi nel 1522, invano difesa dai cavalieri di s. Giovanni. Nel 1481 i Turchi avevano tentata una impresa in Puglia contro Otranto ed insidiavano il Friuli. Costante ed infaticata cura dei papi sino ai primi decenni del sec. xviri fu di allontanare il pericolo turco sia per mare che per terra, e non cessò se non quando esso apparve scongiurato.

Un tale pericolo non impedì in ogni modo l'evolversi della civiltà cristiana. Il risveglio della cultura ed in particolare delle buone lettere, il progresso delle scienze, le nuove scoperte crearono quel movimento che fu denominato Ricascimento, ma non camminarono di pari passo anche le riforme disciplinari ed i buoni costumi. Il Concilio Lateranense V (1512-17), che s'era proposto un tale programma, non riuscì nello scopo, rendendo in qualche modo giustificate le recriminazioni che si sollevavano dovunque specie oltr'Alpe. La predicazione delle indulgenze per la fabbrica di S. Pietro a Roma (1517) porse il pretesto a Martino Lutero, frate agostiniano, per una ribellione contro la C. e la diffusione di nuove dottrine sul peccato originale e la giustificazione; altre dottrine a proposito della natura dei Sacramenti furono insegnate da Ulrico Zwingli nella Svizzera, da Giovanni Calvino a Ginevra e da altri nelle città renane; concordi tutti nel sopprimere la gerarchia cattolica e rimettere gli ordinamenti religiosi nelle mani dei principi e dei consigli delle città. La ribellione si allargò dalla Germania nei paesi del nord, dalla Svizzera nei Paesi Bassi e nella Scozia, e mise in serio pericolo il cattolicesimo in Francia, in Polonia ed in Ungheria. In Inghilterra Enrico VIII si proclamò capo della C. mantenendo la gerarchia locale; ma sotto Edoardo VI e la regina Elisabetta la C. inglese piegò verso le dottrine calviniste. L'unità cattolica dell'Europa rimase sconvolta e parve che in un primo momento il cattolicesimo si ristringesse all'Italia, alla Spagna e a parte della Germania.
XI. La riforma cattolica. - Per riaffermare la sana dottrina cattolica e provvedere ad un'efficace riforma Paolo III radunò nel 1545 il Concilio di Trento, che, attraverso diverse vicende, durò sino alla fine del 1563 , dando origine a quel completo riordinamento della disciplina e con esso a quel
rifiurre della vita cristiana che fu impropriamente detto Controriforma. Si costituirono quelle congregazioni di chierici regolari che si prefissero speciali compiti spirituali e benéfici, prima quella dei Teatini, poi dei Barnabiti, dei Somaschi, dei Camillini e particolarmente importante quella dei Gesuiti.

Nel contempo la scoperta di nuove terre aprì il campo ad una immensa attività missionaria sostenuta particolarmente dai Francescani, dai Domenicani e dai Gesuiti, grazie alla quale la fede fu saldamente organizzata nell'America meridionale e centrale e nel Messico e si diffuse largamente nell'India, nelle isole Filippine, nelle Molucche e raggiunse il Giappone e la Cina.

Il moltiplicarsi delle sétte fra i protestanti ed i disordini ch'esse provocavano, offrirono occasione ai principi di arrogarsi il diritto di intervenire sempre più nelle cose religiose: e poiché, dopo il trattato di Westfalia (1648), molti cattolici si trovarono compresi in paese protestante e viceversa, anche i principi cattolici pretesero non solo di dirimere le questioni dei protestanti, ma anche di regolare lo stato dei cattolici indipendentemente dai papa. Ne ebbe così incremento la tendenza nota con il nome di "cesarismo" o "febronianismo" in Germania e di "gallicanismo" in Francia, con cui si mirava a creare delle C. nazionali assai debolmente collegate con il loro centro: Roma.
XII. L'età recente. - Non basta: alla stanchezza per i dibattiti religiosi, provocata fra i protestanti dalle rinascenti controversie e fra i cattolici dalle lotte giansenistiche e giurisdizionali, tenne dietro un discredito dello stesso cristianesimo ed il sorgere di sistemi che, facendo appello alla filosofia, pretesero di dirigere la società con principi puramente naturali. Questa tendenza ch'ebbe origine principale in Inghilterra, donde al principio del sec. xviri si diffuse in tutta l'Europa, prese il nome di enciclopedismo in Francia dalla celebre Enciclopedia colà pubblicata da un gruppo di increduli e di illuminismo (Aufklärung) in Garmania.

Questi principi ebbero poi la loro applicazione pratica con la Rivoluzione Francese ( 1789 ) sotto il trinomio: libertà, rguaglianza, fratellanza; e non furono più potuti frenare né dall'autocrazia napoleonica né dalla Santa Alleanza del periodo reazionario che le tenne dietro (1815). L'opportunismo religioso che mal nascondeva talora preoccupazioni politiche e sociali, mentre si mostrava impotente a reprimere la diffusione dei principi irreligiosi e rivoluzionari predicati come diritti della scienza, della libertà dei popoli, dell'elevazione delle classi inferiori, continuò ad intralciare la libertà della C. cattolica con il pretesto di imperdizne gli abusi. Concordati furono stretti sull'esempio di quello napoleonico del 1801 con la mira di definire i rapporti pratici fra C. e Stato su basi che rispettassero i diritti sostanziali della C. e del suo Capo; ma era la laicizzazione completa della Stato ciò a cui si mirava nei paesi più evoluti d'Europa, ondematurare per tale via, sotto l'auspicio della scienza e del progresso, l'apostasia dell'umanità dal Verbo rivelato.

La reazione a questa attività disgregatrice della civiltà cristiana, che non era mancata nei pontefici del sec. xviri, si fece più attiva specie con Gregorio XVI e culminò nel Concilio Vaticano (1869-70), che dopo aver presi di mira gli errori più radicali, nella previsione di non poter condurre a termine l'opera iniziata, si affrettò a proclamare l'infallibilità del Sommo Pontefice nel campo della fede e della morale, quasi per stringere in compagine sempre più disciplinata il cattolicesimo nella lotta contro i suoi avversari.

La presa di Roma ( 20 sett. 1870) e la fine del potere temporale, al momento in cui una guerra immane pareva stesse per segnare la fine della Francia, furono salutate da molti soltanto come il complemento dell'unità nazionale italiana, da altri invece

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come un colpo potente contro la vitalità della C. Si ebbe infatti un inasprimento di anticlericalismo : massonico e volgare nel nuovo regno d'Italia, politico e culturale in Germania con il movimento del Kulturkampf e dei Vecchi Cattolici. In Francia il laicismo della seconda Repubblica giunse nel 1905 alla denuncia del Concordato del 1801 con la conseguente separazione dalla C. ed alla soppressione quasi totale delle Congregazioni religiose. Perciò, nello spasmodico sviluppo della societa moderna che pretendeva doversi far a meno di ogni elemento soprannaturale, sembrava non dover esserci più posto per una religione rivelata come la cattolica; e di questo stato d'animo si fece interprete nelle nazioni latine quello che fu chiamato il modernismo, il quale, nell'intento di ricercare un coordinamento con le nuove idee, veniva ad insidiare la compagine dell'insegnamento tradizionale.

Quasi contemporaneo con la condanna del modernismo (enciclica Pascendi del 1907) si organizzò un movimento per l'unione delle C., provocato dal crescente disordine delle confessioni cristiane non cattoliche, nell'intento di fissare alcune dottrine comuni che servissero di legame vicendevole ed impedire cosi il loro totale dissolvimento. Ma l'arbitrio delle origini di quelle confessioni e del loro funzionamento ed i compromessi fra le loro tendenze dottrinali, non potevano condurre ad un'intera efficace. Le C. orientali scismatiche vi diedero una partecipazione più apparente che reale. Il cattolicesimo, pur senza rinfasciare ai dissidenti il delitto di mantenere vive discordie originate da torbide passioni, continuò nella sua via, tanto più che, nonostante lo spirito del secolo, il suo regno si allargava e si radicava in regioni lontane come nell'America settentrionale e nell'Australia, nuovi istituti sorgevano dal suo seno, antichi Ordini religiosi rifiorivano a vita novella. Le missioni fra gli infedeli, ridotte quasi a rovina al principio del sec. xix, sebbene angustiate dalle prepotenti forze politiche delle missioni protestanti, ripresero vigore sempre più profondo dopo che Gregorio XVI prese a risollevarne lo spirito.

Né i malanni molteplici e di vario genere provocati dalle grandi guerre di questo secolo ebbero forza di incidere profondamente la sua compagine dottrinale e gerarchica. Nessuna delle recenti defezioni ebbe forza di creare movimenti comparabili con i grandi errori e scismi del passato. Tentativi recenti di creare, al di sopra di essa, un clima di unione, cioè di cattolicità fra tutte le comunità cristiane separate, con il mezzo di vicendevoli compromessi dommatici e gerarchici, parvero trovare indifferente la C. cattolica; ma essa, convinta che l's unum ovile " non può comporsi senza l's unus pastor ", null'altro può fare che aprire le sue porte a tutti coloro che, lasciate inutili recriminazioni o preoccupazioni nazionaliste, si mettono sulla via di