digiuno alla consacrazione stessa (CIC, can. 1166 § 2; Pontif. Rom.: De eccl. dedicatione). Il consacrante, se è vescovo o cardinale (CIC, can. 239 § i n. 24) benché consacri fuori territorio di sua giurisdizione, può dare un anno d'indulgenza a tutti quelli che visitano la c. nel giorno della consacrazione stessa (CIC, can. 1166 § 3). Il consacrante alla fine della funzione deve celebrare la Messa; se fosse troppo stanco (Pontif. Rom., loc. cit.), la può celebrare un altro sacerdote. 'Tralasciare
la Messa per altri motivi, non sopravvenuti improvvisi, è proibito senza speciale indulto apostolico (Decr. auth. S. Rit. Congr., 2866). E preferibile che il rito avvenga in giorno festivo di precetto (CIC, can. 1166 § 2; Pontif. Rom., loc. cit.). Il rito della benedizione si trova nel Rituale Rom. (8,27) e consiste in un'aspersione esterna e una interna della c., intermezzate dalle litanie dei santi. che si cantano entrando in c. Si chiude con la Messa, che però non è prescritto sia detta dal benedicente. Ministro della benedizione è il semplice sacerdote, però col permesso del vescovo.
Al momento della consacrazione o benedizione di una c., le si dà un titolo, cioè il nome del Santo, o della Persona divina, o del Mistero al cui onore si consacra, e che aderisce irrevocabilmente alla c., finché dura la sua consacrazione o benedizione (CIC, can. 1168 § 1): Decret. auth. S. Rit. Congr., 402; 2719; 3059). Il titolo può anche venir scelto con la posizione della prima pietra (cf. Pontif. Rom.: De benedictione et impositione primarii lapidis, Rit. Rom., 8, 26, 4), e può essere mutato al momento della benedizione o consacrazione (A. Blat, Comment. textus I. C. t. III De rebus, Roma 1923, p. 23), perché solo questa dà immobilità al titolo (S. Many, Proelectiones de locis sacris, Parigi 1904, p. 55). Titolari della c. non possono essere i beati, senza indulto apostolico (CIC, can. 1168, § 3). Del titolo si deve fare ogni anno la festa con ottava comune (CIC, can. 1168 § 2; Decr. auth. S. Rit. Congr. 4023, 1; Brev. Rom.: Additiones et variationes in rubricis generalibus 9, 2) e, se si tratta della cattedrale, in tutta la diocesi da tutti coloro che usano il calendario diocesano, quale doppio di prima classe con ottava comune. Il titolare deve pure essere ricordato nell'Oremus delle commemorazioni comuni o suffragi, al posto che comporta la sua dignità (Brev. Rom. Rubricae generales, 35, 1).
III. Anniversario della dedilazione. - Tra le principali feste locali va considerato l'anniversario della de-

(da V. Leroguais, Les Poutificaux des bibl. pab. de France. Parig1 Bif. for. 126)
Chiesa - Dedicazione d'una c. L'aspersione dell'edificio. Miniatura di un Pontificale Romano (fine sec. XV) - Lione, biblioteca Municipale, ms. 5144, f. 23.
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dicazione (non della benedizione) della c. (CIC, can. 1167). E considerata festa del Signore, doppio di prima classe con ottava, e trova posto sia nel Missale Romanum sia nel Breviarium Romanum sotto il titolo di Commune dedicationis ecclesiae.
La festa, ispirata forse dalle Encenie degli Ebrei, è di data antichissima nella tradizione liturgica. La prima menzione si ha per l'anniversario della dedicazione del Martyrium costantiniano a Gerusalemme, che durava otto giorni (Sozomeno, Hist. eccl., II, 26: PG 67, 1008 sgg.). S. Gregorio Nazianzeno ha un sermone ε i ς тñv ε α ι ν η̃ ν ε cup ρ α varkappa η̃ ν (PG 36, 608 sgg.). S. Agostino ha tre sermoni in dedicatione ecclesiae (PL 38, 1471 sgg.), e altrettanto s. Cesario di Arles (S. Caesarii opera omnia, ed. G. Morin, I, II, Maredsous 1937, p. 852 sgg.).
Il Sacramentario leoniano (ed. Ch. L. Feltoe, Cambridge 1896, p. 106) dà l'indicazione: Prid. Kal. Oct. Nistale) Basilicae Angeli in Salaria, nella quale si ritrova l'espressione classica antica che indica gli anniversari: Natale (cf. s. Agostino e s. Cesario, loc. cit.). Altre dedicazioni ricordate nei sacramentari: Natale S. Mariae ad Martyres (Sacram. Greg., ed. H. A. Wilson, p. 73); Dedicatio Natalis S. Nicomedis (Sacram. Greg. ibid., p. 82). E da ritenere però che molte feste di santi a Roma devono la loro origine alla dedicazione delle loro rispettive c.; tali, ad es., 1^{°} maggio ss. Filippo e Giacomo, 1^{°} ag. s. Pietro in Vincoli, 5 ag. s. Maria ad Nives, celebrata ancor oggi come dedicazione di S. Maria Maggiore.
Atticamente l'anniversario della dedicazione della c. diede origine alle feste popolari e alle fiere, come si rileva da s. Gregorio M. (Epist., XI, 76; I, 56) e dalla parola tedesca Kirmes (contrazione di Kirche = c. e Messe = Messa, festa), che oggi equivale a festa patronale o fiera.
IV. Riconciliazione. - Mentre la c. dissacrata (v. sopra) ridiventa luogo sacro solo con la consacrazione, per la c. violata è sufficiente allo scopo la riconciliazione. Il CIC, fatto l'obbligo (can. 1174) di provvedere sollecitamente alla riconciliazione, e dopo aver prescritto (can. 1175) la remozione del cadavere, se la violazione avvenne per la sepoltura di uno scomunicato o di un infedele, distingue la riconciliazione di una c. consacrata da quella di una c. solo benedetta. La riconciliazione di una c. benedetta può ora essere compiuta dal rettore della c. o un altro sacerdote qualunque con il suo permesso almeno presunto (can. 1176), servendosi del rito prescritto nel Rituale romano 8, 28. La riconciliazione di c. consacrata, secondo CIC, can. 1176 § 2, con richiamo al can. 1156, compete anche ad un semplice sacerdote, purché delegato; in caso di grave e urgente necessità la delegazione si presumua almeno per il rettore della c., cui però rimane l'obbligo di notificare l'avvenuta riconciliazione all'Ordinario del luogo (CIC, can. 1196, § 3). Per una tale riconciliazione il rito è prescritto nel Pontificale romano: De ecclesiae et coeneterii reconciliatione. Il CIC, can. 1177 è un adattamento delle prescrizioni del Rituale romano 8, 28, e del Pontificale romano, loc. cit. a quanto è stato sopra detto. La prescrizione della diversità dell'acqua lustrale voluta dai due libri rimane, non ostante l'estensione fatta al semplice sacerdote di riconciliare una c. consacrata.
V. SPECIE DI C. - Cattedrale (v.), metropolitana, primaziale, patriarcale è la c. principale della diocesi, nella quale si trova la cattedra o trono del vescovo, del metropolita, del primate, o del patriarca. Abbaziale, è la c. dell'abbazia dove sta il trono dell'abate. Collegiata, è quella officiata da un Capitolo distinto da quello della cattedrale. Parrocchiale, è la c. principale della parrocchia, dove c'è pure il battistero. Regolare, conventuale, religiosa, è quella che appartiene ad una famiglia religiosa, o ad essa è stata affidata in perpetuo. Rettoria è la c. officiata da un sacerdote dipendente dall'Ordinario; spesso queste c. sono affidate a confraternite ed il cappellano ne è il rettore. Succursale infine è la c. che dipende da un'altra, detta matrice. V. inoltre basilica.
Bim..: M.-J. Barbier de Montault, Traité pratique de la construction, de l'ameublement et de la décoration des églises, 2^{°} ed., Parigi 1899; P. A. Kuhn, Allgemeine Kunstgeschichte, Architektur, Malerei, Plastik, Einsiedeln 1909; A. Musier, Construction, décoration, ameublement des églises, Bruges 1923-26; L. Eisenhofer, Hand-
buch der Kath. Liturgik, a voll., Friburgo in Br. 1932 (v. indice); L. Barin, Catechismo liturgico, I, 90 ed., Rovigo 1945, pp. 181201; A. Coelho, Corso di liturgia romana, Torino 1936; D.-E. Roulin, Nos Eplices, Parigi 1938; R. B. Witte, Das katholische Gattenhaut, Magonza 1939; G. P. Kirsch, Gli edifici sacri nell'antichitd, in Fliche-Martin-Frutaz, III, pp. 539-63.
Salvatore Matali
## III. Arte.
Sommario: I. Architettura. - II. Storia. - III. Decorazione.
I. Architettura. - La storia costruttiva dell'edificio destinato al culto, la c., ci offre il modo di raccogliere secondo alcune grandi linee organiche la lunga e vasta evoluzione di questo secolare tema e di controllare su questa esperienza i possibili modi con cui l'architettura ha risposto al suo fabbisogno funzionale.
I principi organici entro i quali si possono riassumere gli svolgimenti del tipo della c. sono i seguenti : a) edifici longitudinali, assiali (vbasilicali-): simmetrici rispetto a un solo asse; b) edifici centrali e semicentrali: simmetrici rispetto a due o più assi; c) edifici risultanti dalla associazione dei sistemi precedenti.
Nel gruppo a si comprendono gli edifici a più navate disposte secondo assi longitudinali convergenti verso il termine dell'edificio sacro : il santuario, l'altare. Nel gruppo b si comprendono gli edifici sacri simmetricamente componentisi intorno ad un unico centro. Nel gruppo c si comprendono c. che hanno una parte anteriore a sviluppo longitudinale del tipo a, e una parte, generalmente costituente coro, transetto, o presbiterio, di forma per sé simmetrica, del tipo b, e questa sovente sviluppantesi a termine e conclusione esterna dell'edificio nel tiburio o nella cupola. Le varianti compositive relative a ciascuna di queste primarie fondamentali concezioni dipendono, in senso strettamente costruttivo e tecnico, dal rapporto tra ossature resistenti di sostegno e di ripartizione dei carichi e delle azioni provenienti dalla copertura degli spazi; quelle cioè derivanti dai due grandi possibili metodi di copertura, l'architravata, agente per peso verticalmente sul sostegno, rigida (pietra da taglio, blocchi) o elastica (legno, ferro, cemento armato) e quindi genericamente coperture a tetto o piano; e quella a volta e a cupola, in pietra, in muratura, in materiali elastici, determinanti azioni laterali e conseguenti opposte reazioni in vari modi e forme di contraffortamento. Questi due sistemi costruttivi talvolta si associano e si compongono tra loro.
I. In un esame più particolareggiato gli edifici del gruppo a, sia a copertura pesante sia a copertura spingente, possono a loro volta raggrupparsi, per quanto si riferisce all'organismo costruttivo, secondo alcuni tipi fondamentalmente costanti per ogni epoca ed ogni luogo.
Questi tipi sono i seguenti : 1) sul fondamento di un'aula: o rettangola o variamente simmetrica rispetto a due assi; 2) espansa alla testata in forma di T; 3) a croce commissa, latina; 4) conclusa nell'abside e nel sacrarium. Come varianti del perimetro si ha 5) il momento di nicchie inserite nello spessore del piedeitto o sporgenti dal filo del muro a guisa di espansioni in funzione di cappelle e di contraffortamento nel caso di ambienti a vòlta. Sono queste le forme delle più antiche c. nelle quali intravediamo ancora la plastica architettonica di aule pagane ma che si costruiscono indipendentemente in ogni regione della cristianità per tutto il medioevo e quindi via via anche durante il prevalere del gusto gotico, specie in Toscana e nel Veneto, con una persistenza, in queste ultime regioni, che si mantiene attraverso le trasformazioni stilistiche fino durante il 'yae e il '6oo. E in questo tipo si può anche includere tutto lo svolgimento delle c. del periodo barocco, specialmente
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Chiesa - Schemi planimetrici basilicali, longitudinali e associazione di sistemi longitudinali e centrali : a b c d f g h forme più propriamente medievali; m forma bizantina; c l schema della navata cinquecentesca e seicentesca; e schema cistercense; n p schema medievale e bizantino; q forma tipica rinascimentale e barocca; s schema di S. Maria del
Fiore (Firenze); r I schemi basilicali quattrocenteschi (certosa e duomo di Pavia; S. Sebastiano di Siena).
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Chiesa - Schemi planimetrici centrali: a b e e f g i l forme centrali più propriamente medievali; d h forme barocche; m r forme bizantine; n s forme bizantine; o p q forme bizantine e rinascimentali; t schema bramantesco della basilica di S. Pietro.
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nordiche che partendosi da un impianto borrominiano (Propaganda Fide, Filippini, Madonna dei Sette Dolori, S. Carlino alle Quattro Fontane), svolgono il tema plastico e spaziale attraverso perimetri curvilinei o misti. 1) Una complicazione volumetrica e spaziale di questo fondamentale tipo di c. ad aula unica è costituita dalla concezione romana della c. cinquecentesca (S. Spirito, di A. da Sangallo, S. Caterina dei Funari del Guidetti, S. Marcello, S. Maria in Via, ecc.) e questa ancora nella espansione di un transetto (S. Maria di Monserrato, S. Gerolamo degli Schiavoni). 2) Nello sviluppo organico più semplice si considerano le c. che alla testata si ampliano mediante due espansioni traversali a formare, dinanzi all'abside, transetto. Sono queste forme primitive del sec. v.vi frequenti in Alta Italia (tab. I: a, b, c ). 3) Il ciclo degli organismi che tanto nella pianta quanto nel volume esterno si compongono sul segno simbolico della croce latina ha esempit nel Rinascimento (Madonna del Calcinaio a Cortona, S. Maria di Provencale a Siena, S. Maria degli Angeli a Siena, S. Giovanni Battista a Pistoia; (tab. I: d). 4) Ragioni tradizionali e costruttive rendono tipiche della c. le forme basilicali a tre e più navate. Si conoscono tuttavia anche c. a due navate affiancate, ma come

*ua M. Avery, The Exultet Rolls of South Italy. II, Prinetta(Universtiy BSc. tav. 159)
Chiesa - Mater Ecclesia, Miniatura dell'Exultet di Montecassino
(fine sec. xI) - Biblioteca Vaticana, Vat. Barb. lat. 592.
eccessione, nelle regioni illiriche. Entro il quadro delle forme basilicali si colgono tuttavia alcune varianti (tab. I: e, f, g, h, i ); queste forme, che in sezione risolvono il problema della illuminazione mediante il degradare delle navate dal centro verso i lati, si ripetono, in quanto a planimetria, anche in edifici aventi navate di pari altezza (S.Maria dell'Anima e S. Giacomo degli Spagnoli a Roma, duomo di Perugia, duomo di Pienza). 5) C. in cui l'organismo a tre navate si sviluppa nella forma a croce latina. Tipico esempio il duomo di Pisa e il S. Ciriaco di Ancona; sviluppi analoghi si hanno nel Rinascimento, come nel S. Spirito del Brunelleschi (tab. I: p, r, t ).
2. Analogamente gli edifici del gruppo b (edifici a pianta centrale) debbono considerarsi in relazione con i due possibili sistemi di copertura pesante e a volta. Essi si svolgono dalle forme geometriche elementari componendo volumi unitari, variamente movimentati mediante nicchie o cappelle addossate (tab. II). Gli schemi fondamentali sopraddetti si rendono più complessi mediante soluzioni concentriche, anulari, radiali. Poniamo nel gruppo degli edifici simmetrici anche le forme oblunghe semicentrali; tali le forme ellittiche così ricche di interpretazioni nel barocco (tab. II: d, h ). Quanto alla forma rotonda un riferimento può costituirsi con gli edifici romani pagani successivamente trasformati per il culto cattolico (SS. Cosma e Damiano, S. Teodoro, S. Maria ad Martyres-Pantheon). Ma nella ricerca delle fonti romane compiuta nel Rinascimento dagli artisti attratti nella rinnovata cultura classica e dal fascino dell'antichità romane, è certo che la ispirazione
Campagna a Verona. Analogamente il volume semplice svolgentesi dall'ottagono trova, oltre il tipico adattamento battisteriale, una specifica applicazione al culto nel '400: S. Maria della Pace a Roma, la Madonna del Pozzo ad Empoli, l'Omità del Vitoni a Pistoia e la cinquecentesca Madonna di Macereto. Prende impronta bizantina invece la costruzione degli edifici che risolvono il problema volumetrico e spaziale con la sovrapposizione ad un basamento cubico di una cupola variamente rialzata su piedritto cilindrico (tab. II: a). Questa forma ha sviluppi rinascimentali nella cappella dei Pazzi, nella sigreeria di S. Lorenzo ed ancora nel ' 300 nella sanguilesca S. Maria di Loreto e in S. Maria Porta Paradiso, nel duomo di Montefiascone del Sammicheli, nelle vignolesche c. di Isola di Bolsena, nel S. Giuseppe del Richini fino alla barocca chiesa di S. Maria del Pianto del Longhena.
Il richiamo simbolico della croce favorisce invece largamente gli sviluppi delle c. nell'Oriente cristiano per quanto esso abbia i precedenti nei martyria e nelle memoriae, e una epigrafe ambrosiana nella chiesa di S. Nazzaro a Milano ci ricorda: "Forma crucis templum est, templum victoria Christi, sacra triumphalis signat imago locum ". Nella tradizione occidentale forme a croce sono a Ravenna nella S. Croce, a Salona nella basilica. Martyria crociati sono a Padova, in S. Prosdocimo e S. Maria Mater Domini, a Vicenza in S. Teuteria e Tosca, a Roma nell'oratorio della Croce. La composizione unitaria che pud iscriversi nella forma piramidale, per il suo svolgersi da una zona basamentale a pianta cruciforme e quindi delineantesi in alzato volumetricamente nelle braccia di croce simmetriche e quindi convergenti nel termine conclusivo di un tiburio o di una cupola, costituisce per la sua serrata unità un ideale estetico della Rinascenza (tab. II: p, q ):
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S. Sebastiano a Mantova dell'Alberti, la Madonna delle Carceri a Prato di Giuliano da Sangallo, il S. Biagio di Montepulciano di Antonio da Sangallo il Vecchio, la c. degli Innocenti a Siena e via via durante tutto il Cinquecento la visione raffaellesca di S. Eligio e della cappella Chigi e la bramantesca S. Maria della Quercia e ancora nel '600 SS. Luca e Martino ci mostrano questa insistenza (tab. II: e). Il tema analogo si ripete per le forme trilobate o quadrilobate (esedre addossate ad un nucleo centrale cubico) come sviluppo del concetto delle celle tricore più frequenti nell'architettura religiosa dell'Africa ma riprese nelle architetture bizantine (S. Nicola a Nona), e fatte più complesse nei sistemi concentrici e anulari dell'Asia minore (c. di Koricos), di Amida (Mesopotamia), di Rusapha (Sergiopolis, Siria), di Adrianopoli, di Pastischa (Filippopoli) e a questo embrione che ha il magnifico sviluppo del S. Lorenzo di Milano si ricollega la concezione bramantesca del S. Pietro bramantesco e michelangiolesco. Determina anzi la legge bramantesca della Consolazione di Todi, del coro delle Grazie a Milano, e, in forme più tarde, della S. Maria del Belvedere e Città di Castello di A. Gabrielli (1685).
L'inserzione della croce entro un perimetro quadrato (tab. II: n, p, r, s ) e i conseguenti sviluppi organici, per cui dal perimetro basamentale cubico si passa attraverso l'interposizione di nuclei interni agli sviluppi esterni cruciformi e quindi alla conclusione esterna di una cupola, è problema risolto nell'architettura sacra bizantina (v. bizzarina, arte). Si trasforma nel periodo romanico (S. Satiro a Milano, S. Giusto a Treviri, S. Germigny-des-Prés) si traduce in forme rinascimentali in molte c. veneziane (S. Giovanni Crisostomo) e in genere nella traduzione della simmetria bramantesca di S. Celso, di S. Biagio della Pagnotta in Roma e nelle derivazioni nella c. della Vergine a Macerata, di S. Maria Nuova a Cortona fino alle più tarde applicazioni anche seicentesche nelle quali si fa decorativamente più ricca e fantasiosa la primitiva soluzione bramantesca (es., S. Geremia a Venezia, S. Alessandro a Milano e l'Annunziata a Genova dell'Alessi). Da questa iniziale unità costruttiva sorgono per somma, in senso assiale, tutte le grandi c. bizantine di cui il S. Marco di Venezia ci offre l'immagine più vicina. Nucleo organico che pure nel variante rivestimento formale esteriore rimane costante nella grande tradizione architettonica veneta anche durante il Rinascimento: S. Salvatore a Venezia, S. Giustina e duomo di Padova. Questo concetto di una irradiazione di elementi che si dipartono da nuclei centrali e con questi ricompongono una nuova unità, appartiene alla visione del Rinascimento ed ha il suo apice nelle concezioni leonardesche e la loro realizzazione in alcuni edifici specialmente lombardi (Crema, S. Maria della Croce; Milano, S. Maria della Passione; Siena, S. Sebastiano in Vallepiatta), ed è favorita dalla fantasia del barocco (architetture piemontesi derivanti dal Guarini, la Salute di Venezia).
3. I due sistemi a e b si compongono e si associano tra loro negli edifici chiesastici costituendo la tipica basilica a tiburio e a cupola propria della tradizione architettonica italiana (tab. II: q, r, s, t ). Questa forma è di già adombrata nell'organismo cistercense quando all'incrocio delle navi sorge il tiburio (Casamari, Fossanova, Ferentino, Vercelli, Chiaravalle), ma ha degli inizi anche nel periodo romano (duomo di Pisa, originario progetto del duomo di Siena, duomo di Piacenza, duomo di Ancona) e nelle c. lombarde di S. Babila, S. Nazaro, S. Sempliciano, S. Pietro in Cieldoro, a Pavia nel S. Michele, a Parma nel duomo. Questo tipo ha il suo trionfo nel duomo di Firenze e rimane nelle c. romane della Rinascenza ed anche posteriori (S. Maria del Popolo, c. del Gesù dal Vignola, S. Maria in Vallicella, S. Giovanni dei Fiorentini, S. Ignazio, S. Carlo al Corso). Esso deve essere inoltre ricollegato alla trasformazione del piano bramantesco di S. Pietro in una forma longitudinale attraverso gli studi di Raffaello
e di Giuliano da Sangallo e si completa nella composizione palladiana di S. Giorgio e del Redentore. Son da considerare infine gli edifici che risultano da una disposizione assiale di ambienti ciascuno dei quali ha per sé una unità simmetrica (S. Maria in Campitelli, S. Atanasio dei Greci, S. Maria della Scala a Roma, gli Scalzi a Venezia).
In questa tipologia nella quale si riassumono, sulla base di essenziali linee planimetriche e di geometrici accenni volumetrici, le esperienze di due millenni di storia architettonica religiosa si rivela apparentemente una immobilità di tipi caratteristici funzionali nei quali si riflette la perennità del rituale cattolico e quindi la forma di una tradizione entro la quale, tuttavia, vive e si trasforma e si evolve con infinita varietà lo spirito religioso nei tempi e nei luoghi. Come questo spirito abbia dominato la materia a graduare gli spazi, a farli vibranti di luce, di colori, di artifici plastici è da studiare nelle varianti che la storia dell'arte coglie nei grandi cicli storico-artistici. Splendida in ogni tempo è stata la casa di Dio. Splendida di forma nell'artificio umano dell'invenzione delle plastiche architettoniche ; splendida nei materiali : tali furono i marmi e le pietre di S. Pietro, di S. Paolo, di S. Giovanni a Roma, tali nelle c. di Costantinopoli, illuminate di colore; splendida anche quando la regola francescana di semplicità raggiunge splendore di bellezza nella consonanza e sintesi armoniosa delle parti e di ogni elemento nel tutto della composizione. Allora il manto di gloria sarà dato da Giotto.
Vincenzo Fasolo
II. Storia. - Circa il carattere architettonico delle più antiche c. cristiane v. quanto è stato detto a tale proposito nella voce basilica come anche nella voce architettura ecclesiastica e - per le chiese dell'Oriente - nella voce bizantina, arte. Qui ad ogni modo è opportuno rammentare come fino dal sec. Iv e, con maggiore determinatezza, dal sec. v, negli edifici chiesastici, particolarmente in quelli a sistema centrale, già apparissero evidenti alcuni dei caratteri architettonici destinati a rimanere alla base degli ulteriori sviluppi dell'arte di tutto il medioevo. E cioè come nelle architetture delle c. di quella età alla esaltazione dei valori plastici propri dell'arte antica subentrasse nella disposizione delle membrature architettoniche e della decorazione una nuova ricerca di valori luministici e di pittoricità.
Ancora al principio del sec. IX in quel rifiorire delle arti che si collega alla restaurazione dell'Impero d'Occidente, il carattere architettonico delle c. rimane sostanzialmente immutato rispetto ai più antichi modelli, malgrado un certo maggiore contrasto di ombre e di luce che talvolta sembra preludere il sorgere dell'età romanica. Nella quale età, soprattutto in Italia per merito dei costruttori lombardi, le masse architettoniche e gli spazi vengono sottoposti ad un processo di razionalizzazione che implica la costruzione di coperture a vòlta. I sostegni allora si articolano in forme sempre più complesse di pilastri. L'equilibrio regola l'organismo dell'edificio fino a far riapparire i matronci con funzione del tutto diversa da quella con la quale erano stati usati nei primi secoli del cristianesimo; il relativamente scarso sviluppo in altezza e la concentrazione degli sforzi entro le masse poderose conferiscono un carattere quasi completamente nuovo alle costruzioni sacre. Se tuttavia ciò accade nell'ambiente architettonico dominato dal gusto lombardo e i più significativi modelli sono a Milano in S. Ambrogio, a Como, a Pavia, a Parma, a Modena, ecc., non mancano i più svariati compromessi fra le novità lombarde e la persistenza di temi bizantinoggianti nella regione veneta,
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Chiesa - La C. e la Sinagoga. Miniatura del Rationale dizziontuno afficiorano (versione francese) di G. Durando di Mende - Parigi, biblioteca dell'Arsenale.
mentre nella Toscana, nel Lazio e nella Campania prevale l'antico gusto tradizionale; qui tuttavia la robustezza ramanica è caratterizzata da un più attento ed originale senso delle proporzioni mentre è evidente la coscienza di quei valori estetici che già erano stati esaltati durante il periodo classico. Si assiste cioè durante il periodo romanico in queste ultime regioni ad un ritorno cosciente a forme proprie dei primi secoli del cristianesimo. La premessa lombarda trova in Francia e negli altri territori dell'Europa centrale la sua conclusione logica nel gotico che giunge, attraverso un potenziamento del dinamismo romanico, ad eliminare nella c. tutte le masse murarie prive di significato costruttivo. Tuttavia in Italia i moduli d'importazione ebbero solo scarsa risonanza. { }^{°}
Largamente accolta fu invece la varietà del gotico propria dei costruttori delle abbazie cistercensi numerose anche nell'Italia centrale (v. Cistercense, ARchitetTURA). L'originalità della c. italiana nel Duecento e nel Trecento fu quindi abbastanza spiccata. Tuttavia l'aver in molti casi scartato la copertura in vòlta, tipico l'esempio di S. Croce a Firenze, privò l'organismo gotico del suo elemento più caratteristico. Attraverso la grande ricchezza di forme che modifica le c. trecentesche da regione a regione - si pensi a S. Maria dei Frari o al duomo di Orvieto il duomo di Firenze rappresenta l'innesto di uno schema centrale su un corpo basilicale a tre navate ove la cupola rappresenta la definizione precisa di uno spazio interno opposto all'indefinito del tiburio gotico. In questo senso la c. di S. Maria del Fiore precede con chiarezza aspetti delle costruzioni chiesastiche del Rinascimento; nelle quali non è certo da
riconoscere un puro ritorno al classicismo antico o protocristiano, ma il prodotto nuovo di una facoltà creatrice che interpreta in senso diverso i dati della tradizione in vista di una determinazione geometrica dello spazio. L'acrea visione brunelleschiana nella quale la superfice muraria ha puro valore di limite si arricchisce con l'Alberti di valori di massa desunti da un nuovo approfondimento dell'architettura classica romana. Con il riconquistato gusto per un musicale rapporto di masse plastiche viene a prevalere l'interesse per la costruzione a sistema accentrato, massima aspirazione di un architetto del Rinascimento. E dopo S. Maria delle Carceri a Prato di Giuliano da Sangallo e l'esperienza bramantesca del coro delle Grazie a Milano, trova la sua massima espressione nei progetti sia di Bramante come del Sangallo come di Michelangelo per la costruzione della basilica Petriana. L'insegnamento bramantesco d'altro canto diffonde ed unifica le singole tendenze regionali. Ed anche quando le necessità pratiche consigliarono di costruire c. a sviluppo longitudinale con navata semplice o tripla e cappelle affiancate, più che quelle necessità furono i nuovi atteggiamenti del gusto a sacrificare l'armonia degli spazi e delle masse del sistema accentrato. Il Gesù del Vignola o le c. del Palladio, pertanto, rispondono all'orientamento del gusto del loro tempo; in quegli edifici lo spazio interno tende a potenziarsi prospetticamente per la curvatura delle absidi e della cupola, mentre le cappelle, subordinate alla navata centrale, presto assumono il carattere di una reale unità con quella, unità già attuata a Roma in S. Andrea della Valle.
Poi, superato l'atteggiamento critico nella nuova libertà creativa, gli schemi centrali ritornano ad esprimere il supremo equilibrio dello spazio e delle masse. E mentre un folto gruppo di architetri rimane aderente a schemi tardocinquecenteschi la parola nuova nell'architettura chiesastica spetta al Borromino in S. Carlino e S. Ivo, a Pietro da Cortona in S. Luca, al Bernini in S. Andrea al Quirinale, architetture collegate tra loro, pur attraverso la diversità dei modi impiegati a raggiungerla, da un caratteristico senso della dilatazione prospettica dello spazio. Fuori di Roma la stessa tendenza trovava nuovo vigore nell'arte del Guarini mentre la c. della Salute a Venezia, opera del Longhena, e quindi la stessa basilica di Sugerga dello Iuvara sono già al di fuori di quel filone più vivo dell'architettura. Poi quell'unità spaziale che negli edifici sacri dell'età barocca era stata raggiunta nei momenti migliori quale espressione di assoluta coerenza stilistica, tende a risolversi unitariamente in una serie di episodi architettonici collegati fra loro da una ragione prospettica. La seicentesca c. romana di S. Maria in Campipitelli è forse l'esempio più nobile di tale intuizione che si prolunga per gran parte del Settecento.
Il razionalismo del sec. xviri si riflette anche sulle forme architettoniche iniziando sulla scorta di una particolare interpretazione dei modelli cinquecenteschi e particolarmente delle opere del Palladio, assunto a modello di classicità, un processo di revisione capace di dare una nuova interpretazione del tema chiesastico. L'opera del Vanvitelli intesa ad una chiarificazione semplificatrice lascia nell'Annunziata e nella S.ma Trinità di Napoli una parola nuova, suscettibile di aprire altri orizzonti all'attività creatrice. Senonché il fattore culturale e l'orientamento verso l'antico, studiare con spirito archeologico ed inteso come insuperato modello, suscettibile tuttavia d'imitazione, produce, quando viene inteso in una maniera assoluta ed inconciliabile, c. che non differiscono all'esterno da veri e propri templi pugasi. In Italia si giunse ben di rado a simili estremi poiché la forza della tradizione li impedì insieme ad una non trascurabile capacità degli architetti; la Gran Madre di Dio del Buonsignori a Torino, il S. Carlo dell'Amici a Milano, il
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S. Francesco di Paola a Napoli, rielaborando parzialmente temi tradizionali, giungono a realizzare una loro visione non priva di nobiltà. Assai meno felici e significative riuscirono, sotto tale aspetto, poco dopo, certe pedis. seque imitazioni delle c. medievali che mantennero uno spiccato carattere nordico per essere aderenti a quello stile più di quanto non erano state le nostre costruzioni duecentesche. L'eclettismo diede in complesso, anche per quel che si riferisce alle costruzioni chiessatiche, più opere di gusto che creazioni degne di tal nome, quando non furono opere che non meritano neppure d'essere menzionate.
L'architettura moderna ha certamente rivoluzionato i sistemi costruttivi facendo scomparire gran parte del repertorio tradizionale. La c. d'altra parte ha necessità pratiche che richiedono soluzioni non dissimili da quelle di molti secoli or sono; per conseguenza molte volte il tema è stato semplificato e per tale via si sono interpretati con senso di modernità, e con diversità di materiali; schemi anche medievali. Anche in tal caso sono state erette opere che attestano un orientamento del gusto piuttosto che una alta individualità creatrice. A tale proposito vedi anche quanto è stato detto a coll. 1829-30 del I vol. di questa enciclopedia.
Bibl.: Venturi, VIII e XI, passim: P. Toesca, Storia delTarte italiana, Torino 1927; A. E. Brinkmann, Bauhausi des XVII. und XVIII. Jahrhunderts in den romanischen Ländern, Potsdam s. d.; N. Tarchiani, Architettura italiana dell'Ottocento, Firenze 1935; A. Antesti, Architettura sacra generale, Roma 1935; V. Casagrande, L'arte nelle c., Torino 1938. Guglielmo Matthise
III. Decorazione. - Indissolubilmente legata alla evoluzione delle forme architettoniche è la decorazione delle c. Tuttavia qui non è possibile far cenno di tutto quanto nei secoli è stato usato per abbellire la casa del Signore : mobili, stoffe, arredi, immagini sacre ecc., sebbene soltanto di quelle opere plastiche e pittoriche che, strettamente connesse con l'architettura, ne sono un completamento essenziale.
I musaici e le pitture che nelle absidi e lungo le pareti delle più antiche c. raffiguravano il Redentore e i santi e narravano i fatti del Nuovo e del Vecchio Testamento, rivestendo con il loro manto di tessere splendenti e di colori vivi le strutture degli edifici, contribuirono largamente, fra il sec. IV e il viI, a mutare il carattere stesso dell'architettura. Quelle decorazioni cioè, sostituendo alla esaltazione dei valori plastici, al gusto per i bilanciati contrasti di masse propri dell'arte antica, una nuova gioia cromatica, un interesse sempre maggiore per i valori luministici, tendono ad annullare la stessa logica delle strutture architettoniche e a creare nella c. un mondo di splendori, quasi specchio terreno dell'Empireo. Contribuisce a questa nuova concezione decorativa il gusto orientale (v. bizantina, arte) largamente diffuso dopo il sec. v anche in Italia. Nei secoli successivi al vi mentre le forme architettoniche, anche per le ragioni cui si è ora accennato, accentuano il loro processo di semplificazione e si fanno sempre più essenziali, la decorazione interna delle c. diviene più povera. Solo in qualche caso le absidi vengono rivestite di musaici e marmi intarsiati mentre lungo le pareti scarsamente illuminate le pitture allineano ascetiche immagini di santi o narrano con fare dimesso i fatti della S. Scrittura.
La scultura che nelle più antiche c. era largamente intervenuta oltre che per raffigurare le immagini sacre e per abbellire le membrature architettoniche dell'edificio, quali capitelli, architravi, incorniciature di porte e finestre, altari, cibori, transenne della schola cantorum, è ridotta, fra il sec. viII e l'xi, alla produzione di rilievi ove il marmo è faticosamente inciso, più che lavorato, a rilievo con fregi a treccia e figurazioni stranamente stilizzate. Figurazioni dalle quali, oltre la immagine umana, sembra bandito qualsiasi intento illustrativo o naturalistico con esseri mostruosi e fantastici, con il sole, con la luna, con le palme, con simboli evangelici, con colombe e pavoni secondo un repertorio chiaramente determinato ed una simbolistica tradizionale.
Poi, durante il periodo romanico, fra l'xi e il XIII sec., in quel caratteristico rifiorire delle arti tipico dell'età, con la nuova magnificenza della architettura, anche la decorazione delle c. assunse aspetti di maggiore splendore. E mentre nelle absidi tornano con maggiore frequenza i musaici che variamente riflettono gli elementi del gusto e della cultura pittorica, la decorazione delle pareti, a volte pur essa condotta a mosaico - si pensi alle chiese della Sicilia e al S. Marco di Venezia - acquista nella ordinata disposizione delle inquadrature e nella logica successione delle scene una disposizione organica connessa con la nuova facoltà e col bisogno di narrare con schiettezza ed evidenza oltre i fatti del Nuovo e Vecchio Testamento e le vite dei santi, le azioni degli uomini. Allora anche la decorazione plastica s'arricchisce di vigore specie in quegli organismi ove le articolazioni delle membrature architettoniche acquistatano nuova perentoria evidenza. Tale carattere prevalente si mantiene e s'accresce nei secc. xili-xiv col diffondersi del gusto gotico; allora, e mentre le facciate degli edifici assumono nuova importanza arricchendosi di guglie e pilieri, di portali dalle enormi cornici e dai profondissimi sguanci, di gallerie e di enormi finestre a traforo che occupano le fronti e le altissime torri che le fiancheggiano, una folla di statue di santi, di patriarchi, di profeti, di re, di regine, di croi, di vescovi, degli uomini maggiori della stirpe o della città popolano all'esterno e all'interno della c. pinnacoli, nicchie e baldacchini. E una folla di immagini che inserita nella stringente logica delle membrature architettoniche esprime i sentimenti del popolo che si raccoglie sotto le alte navate della c. e che in quelle immagini consacra i propri sentimenti e le proprie aspirazioni forse riconoscendovi già se stesso sub specie aeternitatis.
I nuovi valori di superfice, di spazio e di massa esaltati dalla architettura del Rinascimento, il gusto per le liscie pareti scandite in armoniche inquadrature da lesene e pilastri mentre sembra da un lato limitare i compiti della decorazione dall'altro la rende più preziosa ponendone in maggiore evidenza il pregio intrinseco di opera d'arte, fin quando sul finire del sec. xv e più ancora agli inizi del successivo, pittura e decorazione plastica assumono nuovo prevalere all'esterno e all'interno delle strutture architettoniche esaltando con le illusioni prospettiche un nuovo senso dello spazio che sovvertirà nelle cupole aperte sullo sconfinato cielo del Correggio a Parma ogni apparente logica strutturale.
D'altro canto pittura scultura ed architetura ad opera della stesso Michelangelo nella Bistina e nella cappella dei Medici creavano organismi perfettamente unitari. E veramente l'architettura dipinta da Michelangelo nella vòlta della Sistina è più perentoria e solida non si dice dell'architettura immaginata dal Botticelli negli esili spartimenti che riguardano le scene bibliche sottostanti ma di quella del Pontelli costruttore delle liscie pareti dell'ampio vano.
Erano così posti da Michelangelo e dal Correggio i presupposti per l'ulteriore sviluppo del concetto di decorazione pittorica. L'uno entro una solida inquadrature architettonica, che prosegue e completa quella reale, immagina scene e figure che agiscono entro i limiti imposti da quelle logica, l'altro annullando la ragione architettonica lascia che le sue immagini spasino libere nell'aperto cielo. Fatto quest'ultimo veramente importante per l'arte perché già realizza quei modi che poi, ridotti a regole e precetti di scorcio e di prospettiva aerea, segneranno il carattere più evidente e fra i più seducenti della decorazione chiesastica dell'età barocca.
Allora nuovamente tutto l'ambiente assumerà carattere unitario. Immagini dipinte e scolpite contribui-
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ranno con le linee dell'architettura a creare uno spazio illusorio ed effetti di fantastica prospettiva scenografica per cui dopo i prodigi di un Pietro da Cortona o di un Goulfi, fratel Pozzo non esiterà a segnare sui pavimenti delle chiese da lui decorate t i punto donde le sue vertiginose prospettive acree debbono essere viste perché l'illusione sia perfetta.
Ma quando fratel Pozzo dipingeva, mentre il gusto italiano per la decorazione prospettica s'era già diffuso per tutta Europa, spesso importato dagli stessi italiani, un gruppo di teorici e d'artisti andava da tempo auspicando il ritorno alla sobrietà e semplicità. Sobrietà formale e semplicità decorativa in opposizione al barocchismo e coscientemente o mono in armonia con il nuovo spirito razionalistico, frutto dell'illuminismo, che allora s'andava diffondendo ovunque.
Con la nuova moda neoclassica e il gusto per un'architetura i cui elementi siano studiati sui monumenti antichi con spirito archeologico sembra che nelle c. la decorazione non possa essere che quella propria delle membrature architettoniche. Né caratteri particolari assunse la decorazione delle c. durante il sec. xix ove si escluda spesso una precisa intenzione di porre in evidenza con la ricchezza dalla materia impiegata - i marmi specialmente - i pregi di una perfetta lavorazione. Caratteri questi ultimi che in qualche modo si collegano con quanto oggi nei casi migliori si cerca di fare. Sebbene sia da tener presente che proprio nella moderna architettura sacra si senta nuovamente e in modo perentorio la necessità di una concenzione unitaria per cui architettura scultura e pittura coordinate tra loro e sotto una medesima guida concorrano alla creazione dell'opera d'arte. Vedi Tavv. XC-XCII.
Emilio Lavagnino
CHIESA, Giannicola. - Scrittore ascetico-mistico agostiniano, n. a Genova nel 1695 , m. il 23 apr. 1782. Entrò tra gli Eremitani di S. Agostino nel 1711, passò (1725) nella Congregazione di S. Giovanni a Carbonaria a Napoli, fu lettore e reggente degli studi, priore e segretario generale del suo Ordine. Religioso di vita austera, fu reputato uno dei migliori maestri di spirito del suo tempo.
La più diffusa e importante delle sue opere spirituali è forse Il religioso in solitudine ovvero esercizi spirituali proposti ai religiosi agostiniani (Napoli 1736; 5* ed., ivi 1899); merita di essere ricordata anche la Breve istruzione intorno alle vie mistiche (ivi 1768), in cui il C. segue di preferenza gli autori antichi, tra cui s. Agostino, s. Gregorio, s. Bonaventura, non senza utilizzare anche alcuni autori più moderni, come Luigi da Ponte e i cardd. Bona e Brancati.
BraL.: P. Benincasa, Vita del servo di Dio, il p. G. C., Napoli 1787; D. A. Perini, Bibliographia augustiniana cum notis biographicis. Scriptores Itali, I, Firenze 1929, pp. 226-27; A. Tonnallerber, I mistici agostiniani, ivi 1934, pp. 140-43; F. Lang, s. v. in DSp, I, coll. 840-42.
Felice da Mareto
## CHIESA CATTOLICA APOSTOLICA: v. IRVING, EDWARD.
CHIESA CATTOLICA LIBERALE. - Due sètte portarono questo nome: una in Italia, l'altra in Inghilterra.
I) In Italia per qualche tempo ebbe questo nome una specie di chiesuola che alcuni apostati, seguendo i passi dei «vecchi cattolici» di Germania, tentarono di stabilire. Il fondatore e propagatore principale fu l'ex-sacerdote Luigi Prota-Giurlea del quale sono rimaste famose le domande fatte per la sua setta al ministro Mancini. Tra esse è detto come debba rivendicarsi al clero ed al popolo la elezione dei pastori, cominciando dal parroco ed andando sino al papa; come debbano assegnarsi dei sussidi sull'asse ecclesiastico a beneficio dei sacerdoti perseguitati a motivo delle loro opinioni liberali; come alla sua Chiesa debba essere consegnato uno dei tanti templi, già conventuali, esistenti in Napoli, dotandolo dei beni deri-
vanti dalle leggi eversive del 17 febbr. 1861; come debba essere efficacemente garantito dall'arbitrio dell'episcopato il basso clero, ecc. Come si vede era una Chiesa apertamente scismatica. Essa è piuttosto conosciuta con il nome di «Chiesa cattolica nazionale italiana». A differenza dei "vecchi cattolici» di Germania, essa non pretese di allacciarsi con la Chiesa scismatica giansenista di Utrecht né i tre cosiddetti vescovi (Panella, Trabucco e Prota-Giurlea) ricevettero mai la consacrazione episcopale. Condannata dalla Chiesa, e scomunicati il capo e i suoi seguaci con breve di Pio IX al card. arciv. di Napoli del 3 luglio 1875 (cf. Cronaca contemporanea, in Civ. Catt., 9² serie, 7 [1875, III], pp. 609-12), dopo pochi anni, malgrado gli sforzi del Prota-Giurlea e la protezione del governo italiano, questa chiesuola spari.
2) Con il nome di C. c. 1. è conosciuta adesso quella setta formatasi nel 1915-16 dal movimento vec-chio-cattolico nella Gran Bretagna. Pur derivando i suoi Ordini dalla gerarchia scismatica giansenista di Utrecht, tuttavia non volle esser chiamata «vecchiocattolica n, non volendosi «che alle Chiese vecchiocattoliche del continente possano venire imputati dei principi di liberalismo in religione, che sarebbero graditi alla Chiesa di Utrecht ed alla maggioranza delle Chiese in comunione con questa n (cf. Dichiarazioni di principi, p. 4).
Ritiene i sette Sacramenti, ma «concede ai suoi membri laici intera libertà nell'interpretazione del Credo, delle Bibbie, delle tradizioni nonché della sua liturgia e del suo sommario di dottrina n; chiede soltanto che ogni differenza di opinione sia espressa cortesemente. Ammette come validi gli Ordini anglicani, ma «i sacerdoti anglicani che desiderino di entrare fra i ministri cattolici-liberali devono sottoporsi ad una forma di nuova ordinazione del sacerdozio». Quanto alle S. Scritture insegna che sono esse ispirate "soltanto in senso generale", e professa che vi sono dei passi "che sono dettati dalla fantasia». Ai libri del Vecchio Testamento riconosce un valore «assai disuguale ».La confessione è libera, come pure lo è il matrimonio dei suoi sacerdoti.
Il celebre convertito indiano J. B. Ghosal, nella storia della sua conversione, parlando della C. c. 1., scrive che l'idea di una Chiesa che permettesse ai suoi aderenti la maggior libertà individuale combinata con l'antica forma del culto era proprio ciò che egli voleva, ma che, non trovandosi tale Chiesa nell'India, non poté ascriversi ad essa. Dopo la sua conversione al cattolicesimo confessava che la C. c. 1., permettendo tanta libertà ai suoi membri, logicamente doveva divenire come la divisa e discorde casa del protestantesimo. La cosiddetta C. c. 1. è una delle tante derivate dal vecchio-cattolicesimo, come sono la Chiesa cattolica americana (American Catholic Church), la Chiesa vecchio-cattolica in America (Old Catholic Church in America), la Chiesa vecchio-cattolica romana dell'America del Nord (North America Old Roman Catholic Church), ecc., le quali riconoscono quasi tutte la loro illegittima successione apostolica dal vescovo vecchio-cattolico Arnoldo M. Mathew, e da un altro, purtmente illegittimo, J. R. Vilatte, che si converti al cattolicesimo nel 1915, i quali pare che avessero una vera smania di consacrare vescovi illegittimi. Al presente conta una doezina di vescovi sparsi in varie parti del mondo, ma con pochissimi seguaci.
BraL.: L. Prota-Giurlea, La Chiesa cattolica nazionale italiana, Napoli 1875; F. Cicchitti-Suriani, La religione nella scienza e la tirannide della cosriensa, Roma 1883; J. M. Lloyd Thomas, Una Libera Chiesa cattolica, trad. di G. A. S. Fantoni-Sellos, Firenze 1909; S. Reinach, Orpheus (con appendice di Arnaldo della Torre), Milano 1912; J. B. Ghosal, My Roma-caming, Via the West and the East, Trichinopoly 1926; C. c. 1., Dichiarazione di principi (Sommario della dottrina e tavola della successione apostolica), Torino 1932.
Camillo Crivelli
CHIESA DI CRISTO. - Sotto questo nome sono comprese due sètte protestanti, cioè: 1) C. di C. Scientista, meglio conosciuta con il nome di Scienza
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Cristiana (Christian Science) della quale fu fondatrice Mary Eddy Baker (v.); a) C. di C. Santità (Holiness). Questa fu fondata dal dott. C. P. Jones, pastore battista nello stato di Alabama (Stati Uniti), il quale, non soddisfatto della sua setta, cercava una nuova fede che lo facesse "uno dei veri figli della Sapienza" e, come Abramo, "uno degli amici di Dio». Dopo aver digiunato e pregato, si recò a Jackson nello Stato di Mississippi, ove convocò una riunione di "Santità ". Dapprincipio ebbe tendenza intersettaria, ma poi a poco si sviluppò in una nuova setta con l'unione ad alcuni altri gruppi somiglianti, della Virginia e della Carolina del Nord. Si chiamò «Convenzione Nazionale della C. di C., Santità», e più brevemente «C. di C., Santità» (Church of Christ, Holiness).
Questa setta insiste, come alcune altre che hanno aggiunto il nome di "Holiness", sulla giustificazione e sulla santità; crede nel peccato originale; nei doni dello Spirito Santo; ammette solo'il battesimo di immersione e pratica la lavanda dei piedi. La suprema autorità risiede nel concilio generale, presieduto da cinque vescovi o sovrintendenti, dei quali il più anziano è il presidente. Conta ca. 5.000 fedeli.
BibL.: United States Department of Commerce, Religious Bodies, a voll., Washington 1929.
Candlo Crivelli
CHIESA DI DIO. - Sotto questo nome (Church of God) sono conosciute parecchie sète protestanti.
i) C. d. D. (movimento riformatore), fondata da S. Warner nel 1880 nello Stato di Indiana (Stati Uniti). Questa setta respinge tanto la gerarchia cattolica, quanto ciò che chiama ecclesiasticiamo protestante, perché dice che si oppongono all'idea della primitiva Chiesa, piena dello Spirito Santo e diretta da Lui. Non vuole essere una setta separata, ma un movimento riformatore dentro alle altre Chiese. Sostiene molte missioni in varie parti del mondo.
2) C. d. D. (avventista), fondata nel 1865 da alcuni avventisti, che erano dissenzienti dalla interpretazione delle profezie data dagli altri.
3) C. d. D. e dei santi di Cristo, fondata nel 1896 da un impiegato negro della ferrovia di Santa Fé (Stati Uniti), W. C. Crowdy. E una setta stravagante.
4) C. d. D. come fu organizzata da Cristo. E una setta poco numerosa inclusa dagli autori con molte altre sotto il nome di «Associazioni evangeliche».
5) C. d. D. (Assemblea Generale), sorta nel Tennessee (Stati Uniti), tra un gruppo di persone di varie sète. Co. storo, vedendo che le loro sète non interpretavano la Sacra Scrittura come essi credevano che si dovesse interpretare, si riunirono e formarono nel 1886 la "Unione Cristiana"; si organizzarono nel 1902 con il nome di «Holiness Church» (Chiesa di Santità), e finalmente nel 1902 adottarono il nome di «Assemblea Generale della C. d. D.».
6) C. d. D. (New Dunkers) organizzata nello Stato di Indiana (Stati Uniti), nel 1848, da Giorgio Patton e da alcuni compagni, che si separarono dai Fratelli battisti tedeschi (German Baptist Brothers). Oltre il Battesimo considerarono come essenziale la lavanda dei piedi, il bacio per salutarsi, l'unzione degli infermi, ecc.
7) C. d. D. in Cristo (mennonita), una delle 16 divisioni dei mennoniti.
BibL.: O. Watson, Yearbook of the Churches 1924, Nuova York 1925.
Candlo Crivelli
CHIESA D'INGHILTERRA: v. ANGLICAN