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d} |  | \begin{aligned} & 92 \mathrm{U} \\ & \text { URANO } \\ & 238.07 \quad 3 \end{aligned} |  |  |  |  |  |  |  |
| VALENTA <br> MASSMID <br> BOMSTIDA | \begin{aligned} & \text { I'H } \\ & \text { I' } \end{aligned} | 1 |  | 2 |  | 3 |  | 4 |  | 3 |  | 2 |  | 1 |  |  | 0 |
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TERRE 57 La 58 Ce 59 Pr 60 Nd 61 62 Sm 63 Eu 64 Gd 65 Tb 66 Dy 67 Mo 68 Er 69 Tu 70 Yb 71 Lu RARE CERIO (PRODONO) MEDDINIO 64427 71 MEDDINIO EUROINO 14427 71 150.43 7152.0 2156.9 7152.61 152.61 152.64 152.64 1152.04 7174992

| ELEMENTI |  | 93 |  | 94 |  | Pu |  | 95 |  | 96 |  |
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Chimica - Classificazione periodica degli elementi chimici.
viene indicato col nome di "Attinio k" (Ack) non si hanno ancora (1949) notizie sufficienti per classificare gli elementi transuranici. I nomi di Americio (95) e Curio (96) non sono, forse, definitivi.

La classificazione degli elementi è veramente naturale ed è stata di grande utilità ai chimici ed ai fisici. Essa ha permesso di prevedere non solo l'esistenza di alcuni elementi che al tempo di Mendelejeff non erano stati ancora scoperti ma di stabilirne anche le proprietà con una precisione che ha destato meraviglia; ha fatto comprendere che il numero d'ordine ha un'importanza superiore a quella del peso atomico e che perciò le proprietà degli elementi sono una funzione non del peso ma del numero atomico.

Scritta in altri modi la tabella permette di rilevare le analogie non solo per gruppi, come s'è visto, ma anche per periodi e zone. Infine la razionalità risultò dal fatto che regolarità ed irregolarità del sistema sono strettamente connesse con la costituzione elettronica degli atomi. La classificazione è pertanto utile allo studioso anche sotto l'aspetto didattico e mnemonico.
IV. Aspetti energetici delle trasformazioni chimiche. - Con l'accrescersi delle conoscenze, il chimico non s'è più accontentato di sapere quali e quanti siano i costituenti elementari della materia, gli elementi chimici, e le leggi stechiometriche che regolano le combinazioni e che si riassumono nella cono-

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interna e quindi molto stabili : la loro scomposizione nei componenti elementari richiede un grande dispendio di energia.

Gli elementi che si combinano per dare sostanze molto stabili posseggono una grande affinità reciproca. E un termine, questo, che ci proviene dall'alchimia, già usato da s. Alberto Magno per designare l'unione fra sostanze simili in conformità all'assioma degli antichi : "similia similibus ". Il termine fu conservato perché anche agli inizi della scienza chimica si credeva che elementi affini o somiglianti si riunissero per dare combinazioni a preferenza di elementi difformi. S'è visto poi che ciò poteva esser vero per alcune categorie di sostanze mentre per altre era vero il contrario, essendo molto stabili combinazioni fra elementi aventi caratteristiche opposte come sodio e cloro, calcio ed ossigeno. Ma la parola affinità è rimasta ad indicare l'attitudine degli elementi ad entrare in combinazione ed in genere delle sostanze chimiche a reagire fra loro.

Fu M. Berthelot, con la sua celebre legge del massimo sviluppo di calore (1867), a fornire un criterio per misurare l'affinità : "Le trasformazioni chimiche che decorrono spontaneamente, cioè senza il concorso di energia fornita dall'esterno, tendono a produrre il sistema di sostanze la cui formazione è accompagnata da maggior sviluppo di calore».

La regola indicata dal Berthelot andava bene in molti casi : non era però di applicazione generale: non poteva pertanto costituire una legge naturale. La difficoltà fu risolta da J. van't Hoff che al calore, come misura dell'affinità, sostituì il massimo lavoro che si può ottenere dalla reazione quando questa venga condotta nella condizione ideale di reversibilità. Uno dei modi più pratici ma solo in pochi casi possibile per realizzare processi reversibili, cosi da ottenere il massimo lavoro e quindi la misura dell'affinità, consiste nel trasformare l'energia chimica della reazione in energia elettrica, ciò che avviene nelle pile.

E importante notare come l'affinità di un processo chimico non dipenda solo dalla natura della reazione, ma anche dalle concentrazioni delle sostanze che reagiscono e che si formano e dalla temperatura, cosi che anche da tali circostanze dipende il senso secondo il quale decorre una reazione. Lo studio dei rapporti che passano fra concentrazione delle sostanze, calore specifico di queste, temperature, scambi energetici ed affinità è forse il più bel capitolo della c.-fisica tutta fondata su una fertile applicazione del secondo principio della termodinamica. Ulteriori progressi in questo campo furono apportati da Nernst nel 1906 con la formulazione del suo teorema, o terzo principio della termodinamica, che precisa i rapporti che passano fra tonalità termica e lavoro massimo alle basse temperature, in prossimità dello zero assoluto.
V. Reazioni chimiche nel vivente e 2^{°} principio della termodinamica. - E nota la questione dell'energia vitale che agitò chimici e biologici del ' 700 e dell' '800: ci si chiedeva se per produrre le sostanze organiche occorresse una forza differente da quelle che erano in giuoco negli ordinari processi fisici e chimici. Essa fu risolta sperimentalmente con la sintesi dell'urea operata da Wohler nel 1826 pariendo da una sostanza inorganica, il cianato d'ammonio, sintesi seguita da quella di numerosissime altre sostanze organiche. Oggi si ritiene che anche le reazioni chimiche più complesse ed essenziali per la vita seguano le stesse leggi di ogni altra reazione chimica: sfugge però alla scienza quell'aspetto della biochimica (v.) per cui le reazioni vengono provo-
cate, ordinate ed utilizzate ai fini dell'accrescimento e conservazione dell'individuo o della specie.

Ma se la questione è stata risolta sotto l'aspetto qualitativo, come s'è detto, con la sintesi di innumerevoli sostanze organiche (ca. 1 milione finora, 1940-49), altri aspetti della questione non sono ancora definiti. Un tema che è stato sollevato anche in questi ultimi tempi è il seguente : la vita obbedisce e no al secondo principio della termodinamica (v.)?

Si fermi l'attenzione su di una pianta superiore che, con due prodotti a basso contenuto energetico, acqua ed anidride carbonica, e con piccole quantita di altre sostanze, costruisce un organismo estremamente differenziato costituito da sostanze ad alto contenuto energetico, come cellulosa, amido, zuccheri, grassi, proteine, lignina, ecc. Alla fine del processo di accrescimento, l'energia raggiunte consumata, energia nobile teoricamente tutta trasformabile in lavoro, la si ritrova in tre forme : di quella accumulata nella pianta in forma di energia chimica delle sostanze organiche, parte è energia nobile trasformabile in lavoro e parte è energia degradata con più trasformabile in lavoro ma solo in calore. La restante è stata dispersa nell'ambiente in forma di calore durante il processo di accrescimento : si è avuto complessivamente una degradazione di energia. Un vegetale, pur obbedendo al primo principio della termodinamica (o della conservazione dell'energia) controvverrebbe al secondo principio se fosse capace di costruire i propri tessuti a partire da anidride carbonica e da acqua utilizzando, almeno in parte, il calore, a temperatura uniforme, dell'ambiente in cui vive: ciò che non avviene, come s'è vista attraverso l'esempio portato, per le piante superiori e che non è stato dimostrato neppure per le forme inferiori di vita.

La scienza non può spiegare la vita, fenomeno complesso, un aspetto del quale sfugge alla sua competenza: può solo affermare che i singoli processi elementari fisici e chimici, dall'insieme dei quali risulta l'aspetto ad essa accessibile della vita, obbediscono alle leggi della c.-fisica.
VI. Costituzione delle molecole. - La c. teorica d'oggi, risolti i quesiti stechiometrici ed energetici, s'occupa della struttura delle molecole e dei rapporti fra costituzione molecolare e proprietà fisiche e chimiche delle sostanze.

Si conoscono numerose relazioni di carattere quantitativo, specialmente quelle ricavate dall'applicazione del secondo principio della termodinamica. Esse legano fra loro alcune fra le seguenti grandezze : 1) temperatura alla quale decorre il processo chimico, 2) lavoro massimo che questo può fornire, 3) costante d'equilibrio della reazione, 4) variazione di tale costante con il variare della temperatura, 5) calore latente di fusione e 6) costante crioscopica, 7) calore latente di evaporazione e 8) costante ebullioscopica, 9) calore specifico delle sostanze che partecipano al processo fisico o chimico, ecc.

Tali reazioni, di indole essenzialmente fisica, non rappresentano un materiale sufficente per poter costruire una scienza deduttiva, razionale, ma coprono un settore modesto della c., la quale conserva ancora alcuni caratteri di scienza descrittiva ed empirica.

Si deve riconoscere però che i risultati ottenuti dalla sperimentazione con mezzi fisici e chimici su sostanze e su processi chimici rappresentano oggi una massa imponente di conoscenze, sia sotto l'aspetto speculativo che pratico.

Investendo i cristalli con raggi X di nota lunghezza ed esaminando le figure di diffrazione che detti raggi formano all'uscita del cristallo, si sono potute misurare le esatte distanze fra gli atomi nella molecola e le distanze minime alle quali si possono avvicinare gli atomi di molecole contigue (v. figure).

Con l'uso della luce infrarossa, visibile ed ultra-

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![img-12.jpeg](img-12.jpeg)
(da E. Chain, Chemical properties and structure of the penicillins, in Endeavour, 7 [1918], p. 106)
Chimica - Modello di molecola di benzilpenicillina.
violetta (v. ottica) si son ottenuti spettri di assorbimento, spettri di fluorescenza e spettri Raman che permettono la misura dei vari livelli elettronici molecolari, della frequenza di oscillazione di atomi e di gruppi atomici, delle costanti di rotazione delle molecole, ecc. E poiché in taluni casi si riescono a calcolare tali valori quando siano noti: la disposizione degli atomi nella molecola, i pesi atomici e l'entità delle forze interatomiche che si oppongono all'allontanamento degli atomi dalla loro posizione di equilibrio, si son potute avere utili informazioni sulla struttura reale delle molecole assimilandole a modelli.

Dalla misura delle costanti dielettrica e magnetica (v. elettrologia) delle sostanze e dalla misura delle variazioni che esse subiscono sotto l'azione di campi rispettivamente elettrici e magnetici, si sono potuti calcolare il momento elettrico e quello magnetico delle molecole e si sono ricavate utili deduzioni sulla forma di queste, sulla distribuzione delle cariche elettriche e sulla forma dei campi magnetici.

I risultati di tali e di altre numerose ricerche hanno permesso in molti casi di dare soddisfacenti risposte ad alcuni quesiti relativi alla struttura delle molecole ed alle proprietà delle sostanze.

Quando le molecole (o gli ioni) si uniscono per formare i cristalli risolvono un "problema di minimo": compatibilmente con la forma delle molecole e con le forze intermolecolari, esse assumono la disposizione alla quale corrisponde la minima energia interna e spesso, ma non sempre, anche il minimo volume.

Gli atomi nell'unirsi in molecole devono rispettare un maggior numero di condizioni non tutte ben definite, delle quali si ricordano la valenza, la direzione delle valenze, l'affinità e la stabilità : esse non sono altro che aspetti differenti sotto i quali si rivelano le proprietà degli atomi.

S'è già detto della valenza a proposito della classificazione periodica degli elementi. I tre atomi di idrogeno nella molecola di ammoniaca, portata allora come esempio, non assumono una posizione qualunque attorno all'atomo di azoto e neppure as-
sumono una posizione di massima simmetria, corrispondente cioè ai tre vertici di un triangolo equilatero il centro del quale sia occupato dall'atomo di azoto : essi si mettono invece ai vertici di base di una piramide triangolare, il quarto vertice della quale è occupato dall'atomo di azoto, cosicché gli atomi di idrogeno non stanno attorno a quello di azoto ma tutti da una parte. Nell'acqua (v.) i due atomi di idrogeno non stanno su una retta con quello di ossigeno ma i primi due formano con questo un angolo di 104^{0}-31^{°}. Invece nel metano i quattro atomi di idrogeno stanno attorno a quello di carbonio nelle posizioni corrispondenti alla massima simmetria, ai vertici cioè di un tetraedro regolare nel centro del quale sta l'atomo di carbonio.

L'affinità, di cui si è già detto, considerata come la maggior o minor tendenza che hanno atomi uguali o differenti ad unirsi per formare un vero legame chimico, varia anzitutto con la natura degli atomi ma dipende anche da altre circostanze: in particolare dal tipo di legame, come si dirà appresso, e dalla natura e disposizione degli altri atomi nella stessa molecola : essa viene misurata con l'energia che occorre spendere per allontanare i due atomi all'infinito, per rompere cioè il legame, restando inalterate le altre condizioni. Alcuni metalloidi tipici (H, \mathrm{N}, \mathrm{O}, ) allo stato elementare formano molecole biatomiche molto stabili e costituiscono pertanto esempi di legami molto energici fra due atomi uguali. Il carbonio è l'unico elemento i cui atomi abbiano spiccate attitudini ad unirsi in file anche molto lunghe od in anelli o sistemi di anelli anche molto complessi : attitudine meno pronunciata in tal senso posseggono anche il silicio e il solfo. L'ossigeno ha la capacità ad unirsi con tutti gli elementi, esclusi naturalmente gli zerovalenti della serie dell'elio che non dànno combinazioni stabili con nessun elemento.

La stabilità delle combinazioni chimiche dipende in modo particolare dalla temperatura e dal calore di formazione oltre che da altre circostanze. Ogni sostanza ha una temperatura limite di stabilità al di sopra della quale si decompone in altre più stabili e spesso più semplici. Dell'influenza del calore di formazione sulla stabilità delle sostanze s'è già fatto cenno: le sostanze che si formano dagli elementi con forte sviluppo di calore sono stabili alle temperature ordinarie, instabili, invece, quelle che si formano con assorbimento di calore. La tonalità termica varia con la temperatura alla quale decorre la reazione.

Le forze che tengono uniti gli atomi nelle molecole sono di vario tipo : le più importanti sono quelle corrispondenti all'elettrovalenza ed alla covalenza. Si ha una valenza elettrica o legame eteropolare tipico quando uno dei due atomi cede all'altro un elettrone :
![img-13.jpeg](img-13.jpeg)
(da E. Chain, Chemical properties and structure of the penicillins, in Endeavour, 7 [1918], p. 107)
Chimica - Distanze interatomiche (in Angstrom) in molecole di benzilpenicillina.

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fra i due, il primo positivo, il secondo negativo, si stabilisce un'attrazione elettrostatica: è il caso del cloruro di sodio Na Cl . Si ha una covalenza od un legame omopolare quando i due atomi mettono in comune un elettrone per ciascuno cosicché i due atomi restano legati fra loro da una coppia di elettroni che in un certo modo appartiene contemporaneamente a tutte e due gli atomi. L'attrazione che ne risulta non è esprimibile mediante schemi di fisica classica ma viene solo spiegata con mezzi matematici propri della meccanica ondulatoria quantistica.

Le forze che stabiliscono un'attrazione fra molecole nei cristalli o nei liquidi ed anche allo stato di gas quando le molecole si avvicinano oltre un certo limite non sono essenzialmente diverse da quelle che si stabiliscono fra atomi della stessa molecola; ma poiché le cariche elettriche sono in gran parte già neutralizzate nella molecola e gli elettroni già impegnati in legami intramoleculari, le forze d'attrazione che si possono sviluppare sono meno forti di quelle fra atomi della stessa molecola, e l'equilibrio con le forze repulsive si stabilisce ad una distanza maggiore. Quando le attrazioni intermolecolari raggiungono lo stesso ordine di grandezza di quelle intramolecolari o le superano, si possono avere condensazioni o polimerizzazioni od altre reazioni chimiche.
VII. Avvenire della c. - La c. si distingue dalla fisica per aver un suo oggetto formale e propri mezzi di ricerca: ma da un punto di vista strettamente filosofico e sistematico si può anche considerare come una branca della fisica in quanto la prima non possiede problemi filosofici propri distinti da quelli della seconda, come invece li possiedono, ad es., la biologia e l'astronomia; tanto più che i confini fra la fisica e la c. si fanno sempre più imprecisi con il progresso della ricerca. Verrà tempo in cui dall'attuale c. potrà sorgere una c. razionale in buona parte costituita da procedimenti di alta matematica; e l'esperienza non avrà allora altro scopo che di cercare i valori da introdurre in detti procedimenti e di controllare le previsioni che essi forniranno. Ma non vi sono indici che lo facciano presagire prossimo. Mancano ancora mezzi sperimentali e matematici per risolvere questioni che, come sono oggi impostate, si presentano di straordinaria complessità. Di tanti fenomeni si sa dare la spiegazione, non però l'esatta formulazione quantitativa: pur conoscendo di molte sostanze la sicura struttura molecolare, non si sanno prevedere gli esatti valori di alcune loro proprietà fisiche e chimiche. Come scienza pratica, invece, si può considerare che la c. abbia raggiunto un alto grado di sviluppo : essa ha fornito alla tecnica innumerevoli procedimenti che hanno contribuito a trasformare profondamente la vita sociale dell'uomo.

Bibl.: G. Bargellini, Lezioni di c. organica, Roma 1945; M. Gius, Storia della c., Torino 1946; G. Oddo, Trattato di c. generale e inorganica, Palermo 1947; S. Glasstone, Textbook of Physical Chemistry, Nuova York 1947.

Cesco Toffoli
CHIMURA, Leonardo e Sebastiano, beati: v. GIAPPONESI, MARTIRI.

CHINAZZI, Giuseppe. - Filosofo e uomo politico, n. ad Oviglio nel 1839, m. a Genova nel 1897. Fu dapprima ufficiale dell'esercito piemontese e partecipò alla campagna del 1866; abbandonata, poi, la vita militare, si diede agli studi filosofici, dopo essersi laureato in filosofia all'Università di Torino nel 1868. Educò la gioventù agli ideali della patria
e della religione, prima come insegnante di scuole inferiori a Voghera, poi come professore di filosofia nel liceo A. Doria di Genova e infine come docente di filosofia morale nell'Università della stessa città.

Il C. aderisce al Rosmini, ma la sua particolarità consiste nell'aver cercato di integrare le conclusioni rosminiane con i risultati della speculazione successiva, specialmente nel campo morale-sociale e nel campo pedagogico, dove ha lasciato i suoi migliori lavori: Delle forze operative dell'animo umano (Genova 1881); Delle armonie della scienza e della fede (ivi 1884); Della influenza d'oleune condizioni fisiche sulla evoluzione psicologica dell'uomo (ivi 1888), ecc. Trattò inoltre questioni storiche in polemiche accolte allora con molto favore, e argomenti di critica letteraria (sul Manzoni, sul Fossolo, sul Leopardi). La sua opera più notevole resta la traduzione del Libro a Marcella di Porfirio, che egli corredò di note storiche e filosofiche, raffrontando la dottrina neoplatonica con quella cristiana. Partecipò attivamente al movimento cattolico di quei primi anni dell'unità italiana, difendendo apertamente l'inscgnamento religioso nei congressi pedagogici del 1873 e del 1883 . Dal 1877 fino alla morte fu uno dei più vivaci polemisti del quotidiano cattolico genovese Il cittadino.

Bibl.: F. Chinazzi, Vita e pensiero di G. C., Genova 1940. Alfredo Poggi
CHINCHILLA, Alonso. - Teologo e scrittore ascetico benedettino, n. a Valladolid nel 1574: ivi si rese monaco nel monastero di S. Benedetto nel 1591; da li passò a S. Martino di Madrid; m. a Valladolid nel 1631 .

Uomo di sincera pictà e di grande dottrina, come teologo è nato per la larga parte avuta insieme al più conosciuto confratello Marzilla nella difesa della Comunione frequente, per cui compose alcuni opuscoli, ancora oggi utili. Il più importante fra questi, Memorial de algunos efectos que el Sacramento de la Encaristia causa en el alma (1611), è forse una nuova edizione di quello edito nel 1608: Consideración de la Comunión. Di questo, e degli altri suoi scritti, editi più volte, si csaurirono presto le edizioni, irreperibili già nel sec. xvir.

Bibl.: M. Ziegelbauer, Historia rei litterariae Ord. S. B., III, Augusta 1754, p. 342; A. Pérez Goyena, La literatura teológica entre los Benedictinos espelidos, in Razón y Fs. 46 (1916), pp. 323 324: L. Serrano, Ascéticos benedictinos, Valladolid 1923, pp. 19-20. Ambrogio Mancone
CHINEA, questione della. - La c. è il nome che serviva a contraddistinguere il cavallo particolarmente addestrato all'ambio. Carlo d'Angiò si obbligò a corrispondere ogni anno per la festa degli Apostoli, oltre una somma di denaro a titolo di corso (somma che variò nel corso dei secoli seguenti) anche una c.; e questo nell'occasione in cui Clemente IV lo investì del regno di Napoli che doveva conquistare contro Manfredi (29 maggio 1265). Fu il Tanucci (v.) che, tenace assertore di una politica giurisdizionalista, nel 1776 non volle che si continuasse nell'offerta della c.; l'uso però fu ripreso l'anno seguente da Ferdinando IV. Un lungo e complicato urto diplomatico fra la S. Sede ed il regno sorse con il 1783 quando il re di Napoli si rifiutò di sottostare all'antica tradizione. Solo nel 1855 Pio IX esonerò ufficialmente il re Ferdinando II dall'obbligo della c. Sulla natura giuridica della prestazione si disputò durante i secc. xviri e xix; secondo alcuni era un semplice attestato di devozione del re; secondo Luigi dei Medici (che riprende il pensiero del Giannone) era un atto di riconoscimento di natura feudale. Riconoscimento che era stato già cagione di contrasti durante il dominio degli Aragonesi ed anche nel sec. xvI.

Bibl.: W. Maturi, Il Concordato del 1818 tra la S. Sede e le Due Sicille, Firenze 1929, p. vir agg. e bibl. ivi cit.; M. Schipa, s. v. in Enc. Ital., X (1931), pp. 116-17. Massimo Petrucchi

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CHINO (Kino), Eusebio Francesco. - Uno dei più famosi missionari italiani in America, n. a Segno in Val di Non (Trento) nell'ag. del 1645, m. a S. Magdalena (Messico) il 15 maggio 1711. Entrato (1665) nella Compagnia di Gesù, studiò filosofia e teologia all'Università d'Ingolstadt, iniziandosi pure alle scienze matematiche e astronomiche, in vista delle missioni dell'Oriente, cui aspirava. Poté finalmente imbarcarsi a Genova il 12 giugno 1678 , non per l'Oriente ma per il Messico, trattenuto in Spagna da vari contrattempi, sbarcò in America nel giugno del 1681. Da allora adottò per il suo nome la forma Kino, sotto la quale è più conosciuto fuori d'Italia.

Quanto egli fece in trent'anni, come missionario, organizzatore, esploratore e cartografo è straordinario. Fu prima aggiunto, col titolo di cosmografo regio, alla spedizione dell'ammiraglio Isidoro Atondo, incaricato di esplorare la bassa California, allora creduta nola, e di aprirla al Vangelo. Per l'estrema povertà della regione, il C. dovette abbandonare, nel 1686, le stazioni a La Paz e poi a S. Bruno, ma aveva avuto il tempo di esplorare buona parte del paese, tracciarne le prime carte e preparare la futura ripresa della missione. Nel 1687 , il C. entrava definitivamente nel suo campo di apostolato, l'alta Pimeria, negli attuali Stati di Sonora (Messico) ed Arizona (Stati Uniti). Missionario zelante ed abile (in 24 anni battezzò quasi 5000 indiani), si rivelò anzitutto pioniere ed organizzatore. Non solo assicurò alla fiorente missione centrale di N. Signore di Dolores e succurssii immediate l'autonomia economica, ma la fece anche concorrere ad altre fondazioni (fra le quali la missione, poi famosa, di S. Francisco del Bac); anzi volle che le missioni della Pimeria aiutassero quelle assai più povere della bassa California. Tutto ciò si otteneva con una oculata organizzazione delle coltivazioni e specialmente dell'allevamento del bestiame. D'altra parte, cavalcatore di prodigiosa resistenza, visitava frequentemente le tribù vicine, spingendosi sempre più verso nord, guadagnandosi l'amicizia degli indiani, battezzando i fanciulli e facendo egli, con l'ufficiale di scorta, riconoscere l'autorità del re di Spagna. Dopo la rivolta del 1695 , che costò la vita al giovane p. Francesco Saetta, gli toccò una parte importante come pacificatore. Delle grandi esplorazioni del C. la più nota per i suoi risultati fu quella spinta nel 1700 sino alle foci del Colorado, per dimostrare che la bassa California non è un'isola ma una penisola; il viaggio si dovette ripetere varie volte per convincere gli scettici.

Nel 1705, C., incaricato, già sessantenne, dell'organizzazione temporale di tutte le missioni della Pimeria, moltiplicò la sua attività, specialmente come costruttore di chiese. Era appunto andato alla dedica di una di esse a S. Magdalena, quando lo colse la morte.

Lasciò pregevolissimi contributi alla storia e alla geografia dell'America coloniale. Fra i principali scritti sono: le lettere ai suoi superiori (alcune pubblicate in varie riviste, come l'Archivum historicum S. I., 1934), un importante gruppo di lettere alla sua benefattrice, la duchessa d'Aveiro (manoscritto alla Bancroft Library di Berkeley, Cal.), i diari delle singole esplorazioni (alcune stampate in varie collazioni messicane), la relazione inedita sul martirio del p. Saetta. Il più importante è una specie di autobiografia, intitolata: Favores celestiales de fesús y de Maria Sima... en las nuevas conquistas y nuevas conversiones del Nueva Reino de la Nueva Navarra. Fu ritrovata e pubblicata in inglese dal prof. H. E. Bolton: Kino's Historical Memoir of Pimerie alta (2 voll., Cleveland 1919); il testo originale spagnolo fu poi pubblicato da F. Fernandez del Castillo e E. Bôse sotto il titolo Las misiones de Sonora y Arizona (Città di Messico 1922).

Delle carte geografiche, in parte perdute, che il C. andava perfezionando di viaggio in viaggio, le più famose sono le prime della California, di cui una splendidamente pubblicata nella Geographia hierarchica del p. Enrico Scherer, antico maestro del C. (Monaco 1703); un grande

Teatro de los trabaios apostólicos de la Compañía de fesú en l'América septentrional (1696), pubblicato due volte a Parigi da N. le Fer (1705 e 1720), tacendone l'autore; poi le carte, ripetutamente ristampate dal 1705 in poi, del passaggio per la terra della Pimeria alla California. Gli originali in Bolton, Rim of Christendom.

Biol.: La letteratura sul C. è molto ampia, ma quasi tutta sostituita dalla grande ed esauriente opera del prof. H. E. Bolton, Rim of Christendom. A biography of E. F. K., Pacific Coast Flower, Nuova York 1936; data in compendio dello stesso autore: The Padre on Horsebach. A sketch of E. F. K. E. 3. Apostle of the Pimas, S. Francisco 1932 (trad. spagnola, Città del Messico 1940); C. Bayle, Historia de los descubrimienios y colonización de los Padres de la Compañía de Jesús en la Baja California, Madrid 1933, pp. 29-87; manca un buono studio in italiano, nononosiante E. Ricci, Il p. E. C., esploratore missionaria della California e dell'Arizona, Milano 1930; per la bibliografia, Sommervogel, IV, coll. 1044-45 e Streit, Bibl., II, pp. 607-608 e passim, i quali però sono da completare assai con il Bolton, op. cit., pp. 596-602.

Edmondo Lamalle
CHIOGGIA, diocesi di. - Città nell'estuario veneto a sud di Venezia, fondata su due isole principali e da altre minori. E la fossa Clodia di Plinio, la Clugia del medioevo.

Nel 452 vi si rifugiarono gli abitanti di Este e di Monselice. Fu occupata dai Goti, dai Longobardi; rovinata nel sec. ix dal re Pipino, più tardi dai Genovesi. Partecipò aspramente alla guerra tra Genova e Venezia tra il 1378 e il 1381 .

La diocesi ha una superfice di ca. 1000 kmq , ed una popolazione di 150.000 ab. tutti cattolici; conta 47 parrocehie, 100 sacerdoti diocesani e 21 regolari (1948). E suffraganea di Venezia.

Incerte sono le origini della diocesi. Fra i suoi vescovi si ricordano il domenicano Marco Medici (1578) teologo del Concilio di Trento e il suo successore G. Fiamma (1384) valente oratore. La Cattedrale risale al sec. xi, ma nella forma attuale fu ridotta da B. Longhe-na (1663-74); i patroni sono i ss. Felice e Fortunato. Altre chiese sono S. Domenico, rifatta nel '700, quella della S.ma Trinità, la chiesetta romanica di S. Nicolà; S. Andrea con campanile romanico, l'oratorio di S. Martino (1392) con cupola ottagona e decorazione a formelle. - Vedi Ter, XCV. Enrico Joti

CHIONE, santa, martire: v. agape, IRENE e CHIONE, sante, martiri.

CHIOS. - Isola del mare Egeo, celebre già nel sec. III per la morte gloriosa del martire s. Isidoro. Ha un vescovo greco ed un vescovo latino (recentemente soltanto amministratore apostolico la cui funzione è affidata all'arcivescovo di Naxos). Già nei Concili ecumenici di Calcedonia (451) di Costantinopoli (680), e II di Nicea (787) gli atti vengono sottoscritti da un vescovo di C. Il vescovato latino fu fondato dopo l'erezione dell'impero latino di Costantinopoli (1204); però soltanto dall'anno 1329 la serie dei vescovi latini è conosciuta. C., dopo la dominazione della Repubblica genovese (1346-1566), fu sottomessa ai Turchi (1566-1912). La Chiesa cattolica conobbe in C. la sua vita più florida nella metà del sec. xVI, quando vi si contavano 8000 cattolici, 14 sacerdoti secolari e 22 sacerdoti religiosi (Francescani, Domenicani, Gesuiti, Cappuccini). C. ha dato alla chiesa cattolica molti vescovi fra cui i tre cardinali Vincenzo, Benedetto, ed Orazio Giustiniani. Le isole Samos e Mitilene stanno sotto la giurisdizione ecclesiastica di C. Oggi i cattolici sono 150.

Biol.: Eubel, I, pp. 184-83; II, p. 126; III, p. 164; IV, p. 149; G. Hofmann, Freunndi della Grecia. I: Chios (Orientalia christiana, 34, 1). Roma 1934, pp. 1-162; Annuario pontificio, 1948. Giorgio Hofmann

CHIOSTRO (Claustrum). - In senso monastico indica, nei tempi remoti, quel sito chiuso che, secondo le regole più antiche di s. Pacomio, di s. Basilio, dei ss.

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Paolo e Stefano ecc., i monaci non dovevano oltrepassare senza il permesso del superiore. Anche nella Regola di s. Benedetto (IV, 67, ed. C. Butler, Friburgo in Br. 1912, pp. 21 e 118) i claustra monasterii indicano la cinta del monastero e non ciò che più tardi si chiamerà il c. Ancora in questo senso si esprimono i Concili di Francoforte nel 794, di Magonza e di Tours nell'813 e d'Aquisgrana nell'816, come pure molte costituzioni dell'epoca carolingia, quando si ricordano claustra monachorum canonicorum e clericorum senza meglio specificare, ma non allontanandosi dal senso che evince dal seguente passo del Breciloquium: «Claustrum dicitur inhabitatio religiosorum, vel domus includens monachos et moniales sub certa regula viventes».

L'idea di raggruppare vicino alla chiesa gli appartamenti tanto della vita comune dei monaci, come la sala del Capitolo, il refertorio e la biblioteca, quanto dei servizi particolari, ossia cucina, forno, officine ecc., venne suggerita in seguito dal bisogno di rendere più rapido il passaggio ai monaci, frequentemente convocati in chiesa di giorno e di notte, e di evitar loro gli inconvenienti delle intemperie.

Tuttavia il sistema di distribuire detti locali attorno ad un cortile non è stato subito uniformemente inteso, come informano i piani dei monasteri egizi di Saqqarah e di Dejr, di quello di Saqqah in Siria, che rimonta al sec. v, di quello di el-Barah e degli stessi monasteri del monte Athos. Soltanto nella vita di s. Filiberto, che costruì la chiesa ed il monastero di Jumièges (Vita s. Filiberti obbat. Gemeticensis, cap. 7: J. Mabillon, Acta SS. O. S. B., II, ad an. 684), s'incomincia ad intravvedere qualche cosa di reale che prelude a quanto prevarrà finalmente nei monasteri di Occidente. Il piccolo c. contiguo alla basilica di S. Vincenzo alle Tre Fontane di Roma, che Hübsch fa risalire al sec. viI, è il più antico esemplare, nei monasteri occidentali, dello spazio quadrato o rettangolare contornato da portici sui quali si aprono gli ambienti prescritti dalla regola, anche se in seguito le officine verranno allontanate in luoghi differenti. Il grande monastero di S. Gallo, che risale all'anno 820 , offre anch'esso, nella sua splendida conservazione, un c. a fianco della chiesa, molto simile a quello di S. Anastasio alle Tre Fontane.

Ma nel sec. ix la posizione del c. in rapporto all'insieme delle costruzioni del monastero non era ancora irrevocabilmente fissata: per la ricostruzione del monastero di Fulda, avvenuta nel primo quarto del detto secolo, mentre alcuni monaci lo desideravano contra partem meridianam basilicae, altri lo reclamavano "romano more", contra plagam occidentalem (Candidus, Vita Eigilis, 22). Comunque il c. con la relativa sistematica distribuzione degli ambienti necessari alla vita dei monaci intorno ad esso è ormai divenuto un elemento indispensabile del monastero occidentale, come il peristilio nelle antiche case romane.
BinL.: H. Leclercq. Cleltre, in DACL, III, coll. 1991-2012. Alberto Galeti
Arte. - L'idea di un cortile porticato per il di-
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Chiossro - C. del convento di S. Francesco (sec. xvi) - Ascoli Piceno.
simpegno degli ambienti negli edifici monastici è do-
vuta a necessità pratiche della vita claustrale; è forse causale la relazione con il peristilio delle ville romane; più logica quella con il paradisus antistante alle basiliche protocristiane, adattato alle esigenze conventuali.

Dalle incerte descrizioni rimasteci delle abbazie benedettine non si può dedurre che sin dall'inizio esistesse un c. nella forma attuale; ma un dato positivo che ne conferma la diffusione è fornito dai canoni dei Concili già ricordati di Francoforte (794), Magonza (813), Tours (813) e Aquisgrana (816). Nel medioevo esso è usato, oltre che nei monasteri, anche nelle chiese cattedrali e collegiate. Non restano attualmente c. anteriori all'xi sec., ma una rappresentazione assai più antica è nella famosa pianta del monastero di S. Gallo ( 820 ca.) per cui se ne può dedurre con quasi certezza l'esistenza negli altri coevi benedettini (Farfa, Fulda, Montecassino, prima della ricostruzione dell'abate Desiderio).

Prevale la pianta quadrata o a rettangolo poco allungato, con al centro il cántoro per le abluzioni derivato dal paradisus (SS. Quattro Coronati a Roma), al quale poi subentra la cisterna con il puteale che durerà per tutto il ' 500 (S. Spirito a Firenze, S. Martino a Napoli) e sarà poi sostituito dalla fontana (S. Chiara a Napoli). Oltre questo c. di fianco alla chiesa, di accesso agli ambienti di uso comune (relettorio, dormitorio, Capitolo), ne esisteva nelle grandi abbazie un altro più interno riservato all'abate ed alle autorità, prossimo alla biblioteca ed all'infermeria. Il primo serviva per sepoltura anche di laici (SS. Annunziata a Firenze); nelle cernose il c. grande dà spesso accesso diretto alle celle dei frati (Pavia, S. Maria degli Angeli a Roma).

Già nel sec. xi si nota una certa uniformità nell'impostazione generale per la limitazione delle aperture, sostenute per lo più da colonnine binate (S. Cosimato a Roma, S. Lizier presso i Pirenei), al solo piano terreno, essendo del tutto eccezionale la sovrapposizione delle arcate (Torri presso Siena e triplice loggiato).

Una maggiore varietà stilistica è per l'adozione di capitelli figurati (Moissac, St-Cugat del Vallès, Gerona e molti altri c. spagnuoli), mentre a Roma sopravvivono reminiscenze classiche (SS. Quattro Coronati, S. Lorenzo fuori le mura) che verranno sviluppate e arricchite da una ricerca di effetti pittorici nell'opera dei Cosmati e dei Vassalletto (v.) culminante nei capolavori di S. Giovanni in Laterano e di S. Paolo fuori le mura.

Il gotissimo importato dai Cisrercensi (v.) determina opere di transizione nel Lazio meridionale (Fossanova), nel viterbese (S. Maria della Verità) e nell'Italia settentrionale (S. Andrea di Vercelli), mentre il Mezzogiorno risente di influssi orientali nella struttura (arcate a ferro di cavallo in S. Sofia di Benevento) e nella decorazione policroma che raggiunge talora effetti fantastici (Monreale).

Nei paesi d'oltralpe le tendenze gotiche si manife-

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stano con varietà di espressioni dalla svelta eleganza di Mont St-Michel alla severa imponenza di Poblet al decorativismo tardo di St-Juan de los Reyes a Toledo.

La persistenza della tradizione romanica in Toscana (c. verde di S. Maria Novella del 1350) fa si che anche in questo campo la regione sia pronta ad accogliere per prima le forme rinascimentali attuate dal Brunellesso (S. Croce) e da Michelozzo (S. Marco). Questi schemi sono portati a Roma da Giuliano da Sangallo (S. Pietro in Vincoli) e contemporaneamente si sviluppano in Lombardia (Certosa di Pavia) per raggiungere la più matura espressione nelle opere bramantesche (S. Ambrogio e S. Maria delle Grazie a Milano, S. Maria della Pace a Roma). Il nuovo senso della proporzione si manifesta nell'adozione di un modulo unitario in sostituzione del raggruppamento delle aperture e degli elementi di sostegno. In questo periodo si distinguono per la singolarità di stili locali prodotti dalla sovrapposizione delle correnti rinascimentali sulle forme tradizionali, la Spagna (c. grande di S. Giacomo di Compostella) e il Portogallo (S. Maria di Belem).

Il movimento della Controriforma non apporta speciali modifiche al tipo del c. che segue la generale evoluzione delle forme architettoniche: da notare soltanto che per la sempre più frequente soppressione del parapetto, che accentuava alle ali il carattere di corridoi aperti, esso tende a trasformarsi in un comune cortile porticato. Forse soltanto Michelangelo a S. Maria degli Angeli riesce a costituire quella atmosfera di severo raccoglimento che ci riporta alla tradizione originaria. Solo in parte raggiungono questo effetto l'Ammannati (secondo c. di S. Spirito) e il Dosio (S. Martino a Napoli, proseguito dal Fanzago).

Nel Seicento spicca anche in questo campo per genialità di concezione l'opera del Borromini che nel c. di S. Carlino a Roma introduce il motivo della serliana ed annulla ogni senso di limitazione spaziale.

Opposte correnti si susseguono e si sovrappongono nel Settecento dalla concezione illusionistica dei c. di
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Chiosiro - C. del convento di S. Carlino alle Quattro Fontane, di F. Borromini (sec. xvir) - Roma.

Montecassino all'ampiezza di giardino ravvivata dalla policromia delle maioliche in S. Chiara a Napoli all'imponenza classicheggiante di S. Agostino a Roma al gelido accademismo del c. dei Cappuccini a Parigi.

Nell'Ottocento si distingue l'opera del Carimini che in Roma, pur con qualche ecclettismo decorativo, raggiunge espressioni appropriate al tema in S. Antonio da Padova e nel monastero delle Suore di Cluny. - Vedi Tavv. XCVI-XCVII.

Bibl.: P. Toesca, Storia all'arte italiana nel medioevo, Torino 1927, passim: M. Dieulafuy, Spagna e Portogallo (Ars una, species mille, 5), Bergamo 1931, passim; Venturi, VIII, 1 (1938), passim; XI, i e it (1939), passim; P. Lavedan, L'architecture française, Parigi 1944, passim.

Mario Zocca
CHIOVENDA, Giuseppe. - Giurista, n. a Premosello (Novara) nel 1872; m. ivi il 5 nov 1937. Insegnò nelle Università di Parma, Bologna, Napoli, e Roma.

Può dirsi fondatore della nuova scuola processuale italiana. Assertore della oralità e della concentrazione processuale, a lui è dovuto, fra l'altro, il concetto dell'azione come diritto potestativo, distinto dal diritto sostanziale, e quello del rapporto giuridico processuale. L'opera del C. ha importanza anche per il diritto canonico poiché molti suoi concetti sono stati applicati ed adattati, soprattutto per merito del prof. Francesco Roberti, al processo di cui al I. IV del CIC.

Principali pubblicazioni: La condanna alle spese (1900); Romanesimo e Germanesimo (1901); L'azione nel sistema dei diritti (1903); e finalmente quel poderoso libro chiamato in un primo tempo Principi e quindi Istituzioni di diritto processuale civile, a cui il C. mise mano nel 1906 continuando a lavorarci quasi sino alla fine di sua vita, ed edito in varie ristampe e rimaneggiamenti.

Corrado Bernardini
CHIQUITOS, vicariato apostolico di. - E situato nella parte centro-meridionale della Bolivia.

Ha un'estensione di kmq. 210.000 ed una popolazione di ca. 45.000 ab. di cui la maggior parte sono cattolici. Vi lavorarono per primi i Gesuiti provenienti dal Paraguay, che nel 1767, quando vennero espulsi, vi lasciarono più di 20.000 indi convertiti. La missione passò allora alle dipendenze della diocesi di Santa Cruz de la Sierra dalla quale fu distaccata nel 1930 per essere eretta in vicariato apostolico affidato ai padri Minori.

Attualmente vi sono 18 sacerdoti dell'Ordine dei Minori, 5 fratelli laici e 11 suore del Terz'ordine di S. Francesco. La vita religiosa è bene organizzata : vi si contano 16 chiese, 38 cappelle, e parecchie scuole elementari e superiori.

Bibl.: AAS, 12 (1930), pp. 364-66; G. Arcila Robledo, La Orden franciscana en la América meridional, Roma 1948, pp. 212215; Arch. Prop. Fide, Relazione quinquennale (1949), pos. prot. n. 1446/99.

Antonio Mazza
CHIRINO, Pedro. - Gesuita spagnolo, missionario nelle Filippine, n. a Osuna (Siviglia) nel 1557, ricevuto nella Compagnia nel 1580 , arrivato a Manila il 20 giugno 1590 . Dopo aver speso alcuni anni nell'evangelizzazione degli indigeni, fu nominato ( 1600 ) rettore del collegio di Manila, ma due anni più tardi era inviato a Madrid e Roma come procuratore della Provincia Filippina. Tornato a Manila nel 1606, rimase nella stessa città come predicatore, professore di diritto canonico e S. Scrittura e scrittore; vi mori il 16 sett. 1635.

Seguendo l'uso comune dei procuratori di missioni lontane, pubblicò in Roma una Relación de las Islas Filipinas y de lo que en ellas an trabajado los Padres de la Compañia de Jesús (Roma 1604, ristampa a Barcellona 1890; traduzione inglese nella collez. di E. H. Blair e J. A. Robertson, The Philippine Islands, XII, Cleveland 1904, pp. 169-221 e XIII, pp. 29-217). Un rifacimento più esteso della relazione del 1604 rimase manoscritto (alla biblioteca dei Lazzaristi di Pechino), forse per non far doppio uso con la sua

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opera maggiore: Primera parte de la Historia de la Provincia de Filipinas (1581-1606). Ma questa pure rimase inedita; servì però di base al libro del p. Francesco Colin: Labor evangelica de los Padres de la Compañía de Jesús en las Islas Filipinas (Madrid 1663). Nella ristampa commentata, che curò del Labor evangelica ( 3 voll., Barcelona 1900-1902), il p. Pablo Pastells inseri in nota leeghi estratti del testo primitivo del C. Questo aveva pure composto un Dictionarium Sino-hispanicum per uso dei missionari addetti alla cura degli immigrati cinesi nelle Filippine (manoscritto nella biblioteca Angelica, Roma).

Bibl.: Sommervogel, II, col. 1148; IX, col. 38; Streit, Bibl., V (1929), p. 246; H. Bernard, Deux trouvailles bibliographiques en Extrême Orient, in Archivum histor. S. I., 3 (1936), pp. 296-309.

Edmondo Lamalle
CHIROGRA-
FO (dal gr. χ \in i ρ= mano, e γ ρ \dot{α} ρ \in ν v= scrivere). E in genere il documento scritto di propria mano dalla persona stessa che lo rilascia; il termine però è usato in particolare per indicare tipi speciali di atti in tempi diversi.

Nell'età romana si trova in tavolette cerate (sec. I) per apoche e quietanze, e almeno dal sec. III designò documenti di carattere dispositivo relativi ad ogni genere di affari, scritti e consegnati dall'autore all'altro contraente.

Nel medioevo (dal sec. IX e specialmente nei secc. XIxIII, fuori d'Italia, dove il notariato non c'era o era meno sviluppato) si dissero c. i documenti scritti in due o più esemplari sullo stesso foglio di pergamena, poi tagliati e distribuiti alle parti (chorctoe partitae); a garanzia dell'autenticità il taglio veniva fatto secondo una linea diritta o ondulata o dentata, attraverso una scritta formata dalle lettere dell'alfabeto o da un'invocazione sacra o dalla parola stessa chirographum.

Tra i documenti pontifici il c. (dal sec. xvI) è usato per lo più per disposizioni d'ordine amministrativo, prive della solennità della cancelleria o della segreteria, ma firmate dal papa; attualmente però è raro l'uso del c.

Giulio Battelli
CHIROMANZIA (dal greco χ \in \mathrm{i} ρ= mano e μ α ν τ ε i ́ a = divinazione [fr. chiromancie, sp. quiromancia, ingl. palmistry, ted. Chiromantie]). - La c. è la dottrina e l'arte che si propone di ricercare e scoprire, mediante l'esame della forma e dei segni (linee, protuberanze, ecc.) della mano, tutto ciò che riguarda un individuo, nel passato, nel presente e nel futuro. La definizione etimologica è più ristretta, e considera soltanto la predizione del futuro: infatti, propriamente e storicamente, la divinazione è la virtù di conoscere le cose future, comunicata da Dio agli uomini.

Il fondamento dottrinale della c. va ricercato nell'idea che gli antichi avevano dell'uomo. La terra è il centro dell'universo. Sulla terra, centro e culmine delle virtù fisiche e psichiche e naturali è l'uomo. L'uomo è dunque il centro e, in certo modo, la sintesi del mondo, sicché nelle vicende umane si riassume e si conclude l'armonia universale. Questi sono i concetti che hanno ispirato l'astrologia, secondo la quale i moti e le vicende dell'universo avrebbero un riscontro e una ripercussione nell'uomo e sul corso della sua vita. Così, dallo studio del moto e delle vicissitudini degli astri, si crede e si spera di poter preve-
dere l'andamento delle vicissitudini umane future. Ma nel* l'uomo la mano è lo strumento mirabile e principale del suo operare: dunque la mano è come la sintesi dall'attività, cioè della vita dell'uomo, perché vivere vuol dire appunto agire, operare. Allora, nella mano, cioè nella sua forma e nelle sue accidentalità (linee, protuberanze o monti, ecc.) deve esservi già disegnata la somma della vita umana. Ecco perché molti segni chiromantici (ad es., le protuberanze palmari) vengono ancora oggi designati con nomi astrologici (monte di Giove, di Saturno, ecc.).

Il metodo d'indagine è semplicissimo. Assegnato in precedenza un lessico delle principali forme e segni della mano, e fissato il significato corrispondente a ciascuno di questi segni e forme, tutto si riduce, in prima istanza, a verificare quali degli elementi del lessico si riscontrano nella mano del soggetto in esame. Generalmente si esamina la mano sinistra, perché meno deteriorata dall'uso. Ciò però non basta, poiché le forme e i segni debbono inoltre essere interpretati secondo il loro maggiore o minore sviluppo, e secondo le loro mutue relazioni. L'interpretazione è semplice e si fonda su criteri volgari : ad es., se la linea della vita è lunga e non interrotta, la longevità è sicura;
se la linea della mente è corta, si ha povertà intellettuale.
Valutazione. - La c. moderna, benché sia stata liberata, ad opera dei suoi cultori, dalle superstizioni astrologiche, ed esposta con un linguaggio di tinta scientifica, rimane sempre una dottrina senza fondamento. Infatti è senza fondamento a priori, perché a priori sono stabiliti i significati dei segni e delle forme chiromantiche. Ma questi significati sono falsi anche a posteriori, perché nessuna statistica esiste che li giustifichi attraverso un numero sufficente di osservazioni scientificamente controllate; anzi, quelle poche statistiche che sono state fatte, dimostrano l'assunto. Va però, a questo punto, distinta la c. dalla chirurgia, la quale, a parte alcune illazioni molto dubbie sui rapporti tra forme della mano e psicologia del soggetto, è adoperata per l'identificazione dei delinquenti, principalmente con lo studio delle impronte digitali (dattiloscopia) e palmari, e nella ricerca della paternità.

La c., volendo dunque ottenere conoscenze sproporzionate, anzi senza alcun nesso con gli elementi che dovrebbero darle, è una forma volgare di superstizione (v.), e deve essere aggregata alle cosiddette scienze occulte. Essa ammette un determinismo assurdo, contrario alla scienza e alla Rivelazione, pretendendo di voler precisare ciò che dipende dalla libertà di Dio (linea della vita) o dell'uomo (carriera, matrimonio, ecc.). Per questi motivi la c. è compresa nella lista delle arti divinatorie, enumerate e condannate da Sisto V con la bolla Coeli et terra del 5 genn. 1585. La lettura delle pubblicazioni che trattano di c. è regolata secondo le norme stabilite nel CIC, can. 1399, n. 7. Tuttavia la chirurgia, di cui avanti si è parlato, è permessa nel senso spiegato dal Verme-

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ersch : "per se patet nullam illicitam exerceri divinationem ab iis qui ex vultu, membrorum dispositionem, lineis et partibus manus, scripturae notis, temperiem corporis, immo etiam animi propensiones et affectus probabiliter coniciunt" (Theologia moralis, II, Roma 1928, n. 244).

Cenno storico. - La c. è conosciuta fino dall'antichità, e si può dire sia stata coltivata in tutti i tempi e presso tutti i gruppi etnici più importanti, come i cinesi, indiani, greci, egiziani, caldei, assiri, ebrei e romani. Ad es., nell'antichità si occupano di c. Aristotele (descrive le linee della mano in rapporto alla durata della vita), Plinio (Nat. Hist., XI, 275), che si riferisce ad Aristotele, Gioventale (VI, 581), ed altri. La c. fiori specialmente nel Rinascimento ad opera di molti autori fra i quali si segnalano Pacacelso, Cordano, Batt. Coeliès (Physiognomio et chir., Bologna 1504), Aless. Achillini (Opera omnia, Venezia 1545), Giovanni della Porta (Della chirofisonomia, versione dal latino di P. Sarnelli, Napoli 1677), esz. Poi qua