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osse avvertito e ripreso dai suoi più amici, mai non fu ordine ch'egli rimanere se ne volesse, dicendo : Chi dice il vero non dice male». Condannato all'esilio si rifugiò a Venezia dove, con qualche assenza, rimase fino alla fine della sua vita.

Quivi scrisse varie opere : Dialoghi filosofici; la traduzione della storia naturale di Plinio; il saggio politico Del Governo dello attimo principe e capitano dello esercito, ecc., ma la sua opera principale fu la traduzione della Bibbia in lingua volgare nel 1532 ed i Commentari alla stessa Bibbia in sette volumi fra il 1542 e il 1546 . Di questa traduzione dice il protestante Di Silvestri Falconieri : «Il suo stile è duro e disadorno; vuolsi che egli abbia tradotta la Bibbia non dall'originale ebraico e greco, ma dalla brutta traduzione latina di Sante Pagnino». Questa traduzione gli fu causa di vari processi da parte dell'Inquisizione. Il primo ( 1548 ) terminò con una sentenza di multa e di bando a Ferrara; il secondo ( 1555 ) finì con la condanna ad abiurare, ad assoggettarsi ad alcune penitenze ed a comporre "un'opera retrattatoria"; il terzo (1558-59) gli venne intentato per avere trascurato di scrivere l'opera retrattatoria. I punti sui quali fu sospetto d'eresia li possiamo ricavare dalla sua abiura dove confessa avere tenuto "che per la sola fede, escludendo li meriti delle opere, si salvi l'uomo; che li Sacramenti siano due, cioè il Bateesimo e l'Eucuristia, escludendo tacitamente li altri; che non si debbano invocare li santi, assomigliandoli alle varie creature : che quelli che cadano da Cristo non sono stati mai di Cristo; che solo gli eletti possono avere fede, e gli altri no». Si possono intendere in senso ortodosso le spiegazioni che diede al tribunale, ma non gli scritti, e perciò fu condannato al carcere. Morì poco dopo aver scontato la pena.

BibL: E. Comba, I nostri protestanti, II, Firenze 1897, pp. 112 sgg.; F. Di Silvestri Falconieri, Le sei traduzioni italiane della Bibbia, Roma 1911; D. Cantimori, Eretici italiani del Cinquecento, Firenze 1939, pp. 22-23; G. Spini, Tra Rinascimento e Riforma: A. B., ivi 1940. Camillo Crivelli

BRÜCK, Heinrich. - Vescovo, n. a Bingen il 25 ott. 1831, m. a Magonza il 4 nov. 1903. Ordinato sacerdote nel 1855 , fu nominato due anni dopo docente di storia ecclesiastica nel seminario di Magonza. Nel 1900 divenne vescovo di questa diocesi. Scrisse un assai noto manuale di storia della Chiesa (Lehrbuch der Kirchengeschichte, Magonza 1874) che fu tradotto anche in italiano.

Tra le altre sue opere sono notevoli per la vasta informazione e per la ricchezza di dati la Geschichte der katholischen Kirche in Deutschland in neunzehnten Jahrhundert, Magonza 1887-1905, in cinque volumi, ed una monografia

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sulla provincia ecclesiastica dell'Alto Reno (Die Oberrheinische Kirchenprovinz von ihrer Gründung bis zur Gegenwart mit besonderer Berücksichtigung des Verhältnisses der Kirche zur Staatsgewalt, Magonza 1868).

Bibl.: F. J. Schaefer, s. v. in The Cuth. Enc., III, 4; G. Allemany, s. v. in DHG, X, col. 882 sg. Silvio Furlani

BRUCKNER, Anton. - Compositore, n. a Ansfelden il 4 sett. 1824, m. a Vienna l'1 1 ott. 1896. Celebre sinfonista e organista, profondamente credente, scrisse, fra l'altro, tre messe, di cui la notissima Missa solemnis, 9 sinfonie, vari mottetti, un Te Deum, un Ecce Sacerdos, composizioni tutte di altissima ispirazione.

Biel.: E. Kurth, B., Berlino 1925; M. Auer, B. als Kirchenmusiker, Ratisbona 1925. Gastone Rossi Doria

BRUEGHEL. - Famiglia di pittori fiamminghi, il cui capostipite è Pieter il Vecchio, che ebbe due figli Pieter il Giovane (detto «degli Inferni») e Jan il Vecchio (detto «dei Velluti »); quest'ultimo fu padre di Jan il Giovane, da cui discesero Jan Pieter, Abraham (detto «il Napoletano »), Philips, Ferdinand, e Jan Baptist.

Pieter il Vecchio, n. forse a Breda nel 1525 ca., m. a Bruxelles il 5 sett. 1569. Scolaro di Pieter Coeck van Aelst, accolse la influenza delle opere di Hieronymus Bosch (v.); maestro nel 1551 ed attivo specialmente ad Anversa e, dal 1563, a Bruxelles; fu a Roma nel 1553.

Esercitò la più viva influenza sull'arte fiamminga, le cui più note espressioni, la cosiddetta pittura «di genere», dipendono essenzialmente dalle sue opere, diffuse largamente dalle incisioni che ne ampliarono la celebritá. Tra i suoi quadri di soggetto religioso sono soprattutto notevoli le Adorazioni dei Magi a Bruxelles e Londra; ma la sua fama è specialmente
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(da E. Kurth, Bruckner, Beriino 1925) Bruckner, Anton - Ritratto.
affidata alla serie dei Mesi della galleria di Vienna e alle opere dove più libera si manifesta la sua eccezionale fantasia, come nei paesaggi (tra cui quelli alpini, che documentano il suo viaggio in Italia) e nelle scene popolari. La pinacoteca di Napoli conserva l'allegoria dei Ciechi, la galleria Doria di Roma il Porto di Napoli.

Pieter il Giovane (n. a Bruxelles nel 1564, m. ad Anversa nel 1638) e Jan il Vecchio (n. a Bruxelles nel 1568, m. ad Anversa nel 1625), suoi figli, imitano e continuano lo stile e le composizioni del padre, preferendo spesso formati piuttosto piccoli tanto per i quadri di soggetto religioso (notissimi quelli «infernali») quanto per le rappresentazioni di paesaggi, fiori o della vita dei contadini. Pietro fu scolaro del Gillis van Conizulos. Jan, che fu anche collaboratore del Rubens, compì un viaggio in Italia, permanendo dal 1592 al 1594 a Roma e sostando nel 1596 a Milano.

Jan il Giovane (n. nel 1601, m. nel 1678), figlio di Jan il Vecchio, continua ancora la maniera del padre, in formati sempre più minuti, e dipinge a preferenza nature morte (specialmente fiori), paesaggi con animali ecc. La forza creativa di entrambi si affievolisce sempre di più, accentuandosi nelle opere il carattere divulgativo e la monotona imitazione degli antecessori.

Jan Pieter (n. nel 1648 ?), Abraham (n. nel 1631, m. nel 1690 ca.) e Jan Baptist (n. nel 1647, m. nel 1719), lavorando gran parte della loro vita in Italia, continuano a dipingere nella tradizione della famiglia senza aggiungere nuovi elementi di importanza. Vedi Tav. XI.

Bial.: M. Rooses, Geschichte der Malerschule Antuerpens, Monaco 1889, passim; R. van Bastelaer e Hulin de Loo, P. B. l'ancien, Bruxelles 1902-1907; R. v. Bastelaer, Les citampes de P. B., ivi 1908; W. Rolfs, Geschichte der Malerei Neupels, Lipsia 1910, passim; M. I. Friedländer, P. B., Berlino 1921; G. J. Hoogewerff, "Nature morte + italiane del Scliento, in Dedalo, 6 (1923-24), p. 710 sgg.; K. Tolnai, Die Zeichnungen P. B., Monaco 1925; M. Vees, Le Journal de 7. B., II, in Bulletin de l'Institut historique belge de Rome, 6 (1926), p. 163; F. Lugt, P. B. und Italien, in Festschrift für M. I. Friedländer, Lipsia 1927, pp. 111-29; G. Glueck, P. B., Vienna 1932; Ch. Tolnai, P. B., Bruxelles 1935; M. I. Friedländer, Die Altmiederländische Malerei, XIV, Leida 1937; G. Jedlicka, P. B., Zurigo-Lipsia 1938; W. Hausenstein, B., Bergamo 1942; W. Cohen (ed altri), s. v. in Thieme-Becker, V, pp. 97-103. Bernardo Degenhart

BRUEYS, David-Augustin. - Teologo e drammaturgo, n. a Aix-en-Provence nel 1640 da famiglia protestante e m. a Montpellier il 25 nov. 1723. Dopo aver studiato legge, si diede alla teologia, divenendo quindi membro del Concistoro di Montpellier. Convertito da Bossuet nel 1682, dopo la morte della moglie nel 1685 fu da lui stesso iniziato agli Ordini sacri. Come controversista assunse la difesa dei punti più bersagliati della dottrina cattolica : la Messa, l'Eucaristia, la Chiesa, il culto esterno.

Ma, più felice imitatore di Molière che di Bossuet, si fece ammirare e sopravvisse, più che come polemista, come drammaturgo, collaboratore di Palaprat, come è provato dalle ripetute ristampe, anche recenti, dei migliori suoi lavori: l'Avocat Potelin (Parigi 1902); Le grandeur (ivi 1889). Sue opere prima della conversione: Réponse de M. Condom, intitulée Exposition de la doctrine catholique (Ginevra 1681); Suite du préservatif [di Jurieu] contre le changement de religion (Amsterdam 1682). Dopo la conversione: Traité de la s. Messe (s. 1. 1683); Examen des raisons qui ont donné lieu à la séparation des protestants (Parigi 1683); Traité de l'Eucharistie (ivi 1686); Réponse aux plaintes des protestants contre les moyens qu'on emploie pour les réunir à l'Eglise catholique (ivi 1686); Traité de l'Eglise (ivi 1687); Histoire du fanatisme de notre temps (ivi 1692); Traité de l'obéissance des chrétiens aux puissances temporelles (Mont-

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Braccini. - Autoritratto di P. B. il Vecchio. Disegno a penna - Vienna, Albertina.
pellier 1709); Suite de l'histoire du fanatisme de notre temps, II vol. (ivi 1713); Traité du légitime usage de la raison principalement sur les objets de la foi (Parigi 1727); Oeuvres de théâtre de M. de Braccis (Parigi 1822).

Biol.: Horter, II, coll. ro64-6s; C. Costantin, s. v. in DThC, II, coll. 1142-43; J. Dedieu, s. v. in DHG, X, coll. 886-87. Vito Zollini
BRUGÈRE, Louis-Frédéric. - Teologo francese, n. ad Orléans l' 8 ott. 1823 da modesta famiglia e m. a Issy l' 11 apr. 1888. Compi i suoi studi in seminario a Orléans, laureandosi a Roma dopo diversi anni d'insegnamento nel seminario diocesano. Nel 1861 entrò a S. Sulpizio e ivi dal 1862 al 1886 tenne la cattedra di Apologetica, cui nel 1869 aggiunse l'insegnamento della storia ecclesiastica. Nella formulazione delle prove della Rivelazione egli dà molto risalto agli argomenti morali, da cui assurge a quelli fisici e metafisici, convinto che l'atto di fede non solo deve rispondere alle esigenze della ragione, ma deve anche soddisfare alle aspirazioni del cuore. La certezza morale, quindi, nel suo metodo, non è di minore importanza di quella fisica e metafisica per indurre l'intelletto alla fede.

Scrisse: De vera religione (Parigi 1873-78); De vera Ecclesia (ivi 1873-78); Tableau de l'histoire et de la littérature de l'église (in 4^{°}, litografato ad uso dei seminaristi di S. Sulpizio in 4 voll.).

Biol.: E. Levesque, s. v. in DThC, II, coll. 1143-44; id., s. v. in DHG, X, coll. 887-88. Vito Zollini

BRUGES, diOCESI di. - Nel Belgio, suffraganea di Malines. La storica città di B. non ebbe sede vescovile al tempo del suo splendore politico ed economico; dipendeva allora dalla diocesi di Tournai. Ma fu una delle nuove diocesi erette nella riorganizzazione ecclesiastica dei Paesi Bassi effettuata da Paolo IV nel 1559 ad istanza di Filippo II. La diocesi di B., assai meno estesa dell'attuale, ricevé la sua costituzione ed organizzazione da una bolla di Pio IV l'ir marzo 156r. Ebbe poco dopo a soffrire molto per causa delle lotte civili; i calvinisti di Gand, che occuparono la città dal 1578 al 1584 , proscrissero il culto cattolico e distrussero molti monumenti religiosi. Dal 1559 fino alla Rivoluzione Francese, B. contò 17 vescovi tutti prelati dotti e zelanti. La diocesi fu soppressa in conseguenza del concordato napoleonico (bolla Qui Christi Domini, 1801) e il territorio venne incorporato nella diocesi di Gand. Il suo ristabilimento, ottenuto già dal re Guglielmo I di Olanda nel 1827, fu effettuato soltanto nel 1834, cioè dopo la proclamazione dell'indipendenza nazionale. I limiti della nuova diocesi coincidono con quelli della provincia civile della Fiandra occidentale. Di sei vescovi che ebbe dalla restaurazione sino ad oggi, alcuni come mons. G. B. Malou (1849-64) e mons. Gust. Gius. Waffelaert (1895-1931) si sono pure fatti un nome nelle scienze ecclesiastiche. La diocesi conta 344 parrocchie, 1315 sacerdoti del clero diocesano e 444 sacerdoti regolari, con 990.873 ab., quasi tutti cattolici.

L'antica diocesi di B. era ricchissima (come pure la nuova) in fondazioni religiose, in maggior parte concentrate nella città dopo le guerre di religione; i loro monumenti ancora superstiti hanno assicurato alla Venezia del Nord la sua meritata fama nella storia dell'arte religiosa. L'antica cattedrale di S. Donaziano andò distrutta nel 1799, quella attuale (dal 1839) è l'antica collegiata di S. Salvatore, chiesa gotica in mattoni rossi (le parti dell'edificio attuale sono dei secc. xIII-xVI), ricca di tele di pittori fiamminghi. La collegiata di S. Maria (Notre-Dame), essa pure gotica (parti dal xiri al xv sec.) vanta tesori come i mausolei in marmo e rame dei duchi Carlo il Temerario e Maria di Borgogna, la tribuna interna dei signori di Gruuthuuse (1471-72); la Madonna col Bambino, in marmo, di Michelangelo e molte pitture. La basilica del Preziosissimo Sangue di Cristo (le Saint-Sang), composta da due chiese sovrapposte (romanica l'una e l'altra gotica, secc. XII e xiv) conserva la reliquia, portata dalla Terra Santa nel 1149 dal conte di Fiandra Teodorico d'Alsazia; la processione annua (lunedì dopo il 2 maggio), in cui la reliquia viene portata solennemente per le vie, nel suo grande reliquiario d'oro cesellato, è un avvenimento che richiama a B. grandi folle.

L'ospedale di S. Giovanni, in un edificio che risale in parte al sec. xiri, va orgoglioso delle sue raccolte di tele di Hans Memling (altre pitture di primitivi fiamminghi, Memling. G. Van Eyck, Gérard David, Ugo van der Goes, al museo Comunale). Fra le istituzioni di vita religiosa segnaliamo il convento inglese di S. Agostino, educandato tenuto dalle Canonichesse inglesi dal 1629 e ancora in piena vita e, molto più antico e molto più celebre, il vecchio beghinaggio, uno dei rari superstiti di questa forma di vita devota femminile tipicamente fiamminga; la sua originalità e il suo intenso colore pittorico ne hanno fatto un tema obbligato per i letterati e gli artisti che si sono occupati della città.

Biol.: F. van de Putte, Histoire du diocèse de B., Bruges 1849; A. C. De Schrevel, Histoire du séminaire de B., ivi 1898: E. de Moreau, s. v. in DHG, X, coll. 889-906.

Edmondo Lamalle
BRUGIÈRE, Pierre. - Pubblicista e prete costituzionalista, n. a Thiers il 3 ott. 1730 e m. a Parigi il 7 nov. 1803. Canonico a Thiers, rifiutò di sottoscrivere la formula di accettazione della bolla Unigenitus. Nel 1768 era a Parigi nella comunità di s. Rocco,

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avendo prima esercitato il ministero a Clermont, Riom e Brioude. Giurata la costituzione civile del clero, che difese contro le censure ecclesiastiche, ottenne, anche perché giansenista, la parrocchia di S. Paolo; si mancarono però sempre fedele al celibato, protestando anzi contro l'arcivescovo di Parigi che aveva concesso l'investitura canonica a un prete sposato. Divenuto per questo sospetto alla Costituente, fu imprigionato, ma ben presto fu liberato; e cosi per altre due volte per abusivo esercizio di ministero. Nel 1797 e nel 1801 assistette ai concili del clero costituzionalista.

Cocciuto e fanatico nello scisma, anche dopo il ritorno dei colleghi costituzionalisti e dopo il concordato, tentò perpetuare lo scisma con la fondazione della Società della filosofia cristiana. Fuorviato dai principi giansenisti, gallicani e illuministici che lo diedero in braccio alla Rivoluzione, egli fu l'affiere del movimento secessionista della chiesa Costituzionalista, la cui storia si potrebbe redigere facendo la storia dei suoi scritti. Come giansenista avverso il culto del S. Cuore, e anche intorno alla Vergine ebbe delle idee originali. Come gallicano mise in discussione il principio di autorità ecclesiastica e fu fautore d'un'innovazione tendente a far si che nelle funzioni liturgiche e nell'amministrazione dei Sacramenti si introducesse la lingua francese.

Dei molti scritti, meritano particolare menzione: Instructions catholiques sur la déviation au Sacré-Cœur de Jésus (Parigi 1777); Discours patriotique au sujet des brefs du pape (ivi 1791); Réflexions d'un curé constitutionnel sur le décret de l'assemblée nationale concernant le mariage (ivi 1791); Lettre d'un curé sur le décret qui supprime le costume des prêtres (ivi 1791); Le nouveau disciple de Luther (ivi 1792); Appel au peuple français concernant l'admission de la langue française dans l'administration des Sacrements (1798); Avis aux fidèles sur la rétractation du serment civique (ivi 1800); Observations des fidèles à MM. les évêques de France (ivi 1802); Instructions choisies (ivi 1804).

Bibl.: Massy-Renaud, Mémoire apologétique de P. B., curé de s. Paul, Parigi 1804; Hurter, V. col. 293; J. Grente, Le culte catholique à Paris, de la Terreur au Concordat, Parigj 1903, pp. 46, 182, 347-50; C. Constantin, s. v. in DThC, II, coll. 1144-46.

Vito Zollini
BRUGMAN, Johannes. - Pio e dotto predicatore e letterato olandese, n. a Kempen sulla fine del ' 300 , m. in fama di santità a Nimega il 19 sett. 1473 (secondo altri il 19 ott. 1475). Dopo una giovinezza tempestosa entrò tra i Francescani della riforma osservante, che già s'introduceva in Germania e nei Paesi Bassi. Prima lettore di teologia, poi guardiano a Malines e vicario provinciale degli Osservanti di Olanda (1462-64), si adoperò molto alla diffusione della riforma in quelle regioni ed è considerato tra i primi fondatori della provincia osservante di Colonia di cui fu vicario.

La sua fama è legata, oltre che a varie opere spirituali, storiche e poetiche, alla predicazione che esercitò con fervore e con intrepido zelo per una ventina di anni in patria, sempre accompagnata dall'esempio di una santa vita. Dionisio Cartusiano gli dedicò la sua opera: De doctrina et regalis vitae christianae.

Opere principali (in fiammingo): Sermone allegorico sul Salmo 22, 5 : Parasti in conspectu meo mensam...; 26 Collationes ai suoi confratelli di Kempen (cf. Ons geestelyh erf, Anversa 1934, pp. 253-89; 1935, pp. 167-89; 1936, pp. 5-18), una Vita di Gesù, capolavoro di pietà; Vita (r.) Ladictinae Virginis edita frequentemente e poi ampliata due volte dallo stesso B. (in Acta SS. Aprilis, II, Anversa 1675, pp. 270-302 e 303-64); De ruinis Observantiae, ossia Speculum Imperfectionis Fratrum Minorum..., opera significativa e informativa diretta ai suoi confratelli per premunirli contro la rilassatezza (ed. in Arch. franc. hist., 2 [1909], pp. 615-25, e Supplemento, ibid., 4 [1911], pp. 314317). Vari sermoni, poesie sacre che lo pongono tra i migliori poeti fiamminghi.

Bibl.: Wadding, Annales, XII, an. 1455, nn. 105-106; id., Scriptores, p. 132; Sbaralea, II, pp. 45 e 390; J. Beschin-J. Palazzola, Martyralogium Framiticanum, Roma 1936, p. 366, n. 6; J. M. Paquot, Hist. littér. des Pays Bas, X, Lorenzo 1770, p. 322; W. Moll, Io. B., en bot godsdienstige leven oezer V'aderen in de vijftiende eeuw, 2 voll., Amsterdam 1854 con saggi di opere e poesie; S. Dirks, Hist. littér. et bibliogr. des Frères Mineurs de l'Observance... en Belgique et dans les Pays-Bas, Anversa 1885, pp. 1-6; F. Schlager, Io. B. ein Reformator des 13. Jahrhunderts aus dem Franziskauerorden, in Der Kinbalist, 1902, pp. 119-32, 232-36; J. Gierens, s. v. in DHG, X, coll. 907-908 (con bibl.) Lorenzo Di Fonzo

BRUGNATELLI, Luigi Valentino. - N. a Pa. via, il 14 febb. 1761, m. ivi il 24 ag. 1818 , fu considerato come uno dei primi chimici del suo tempo.

A lui si debbono le prime applicazioni della pila di Volta alla chimica e l'invenzione dell'elettrodoratura che originò la galvanoplastica. Studio il succo gastrico, la saliva, i calzoli, l'acido urico, il sughero, l'acido suberico, la fecola di patate, l'amido di frumento, la destrina, il glutine, la fibrina e la caseina. Fondò gli Annali di Chimica (Pavia 1790-1808), il Giornale di Fisica, Chimica e Storia Naturale (ivi 1808-27). Notevoli i suoi Elementi di Chimica (ivi 1795-97) e la Farmacopea Generale che fu tradotta in francese (Parigi 1811).

Bibl.: I. Guareachi, Supplemento animale all'Enciclopedia chimica, 28 (1912), p. 404; G. Provenzal, Profili di chimici italiani, Roma 1938, pp. 90-95; M. Gius, Storia della Chimica, Torino 1946, p. 89.

BRUGNATO. - Nella Liguria, in provincia di Genova. Vi fiori un monastero benedettino di cui si attribuisce la fondazione al re longobardo Liutprendo, in onore dei ss. Pietro, Lorenzo e Colombano; ricevette privilegi dai papi Gregorio III, Giovanni XIII e Benedetto VII e dai re longobardi Astolfo e Desiderio e dagli imperatori Carlomagno e suoi successori, dai tre Ottoni e da Enrico II nel 1014. Innocenzo II nel 1133 soppresse l'abbazia e eresse la diocesi di B., elevando l'abate Pietro a vescovo, e la fece suffraganea di Genova. Gregorio IX l'uni a Noli, unione annullata nel 1245 da Innocenzo IV; nel 1787 venne staccata una gran parte della diocesi quando Pio VI eresse l'episcopato di Pontremoli; nel 1820 venne unita aeque principaliter con la diocesi di Luni (v.) e Sarzana.

Bibl.: Ughelli, IV, 979; F. Luzardo, Memorie antiche di B. e della sua celebre badia, Genova 1879; P. Fr. Kehr, Italia Pontificia, VI, 2, Berlino 1914, p. 368; L.-H. Cottineau, Répertoire topo-bibliographique des abbayes et prieurés, I, Mâcon 1939, col. 519.

BRUGSCH, Heinrich Karl. - Egittologo, n. a Berlino il 18 feb. 1827 e m. a Charlottenburg il 9 sett. del 1894, ebbe il titolo di pascià nel 1881. Fu uno dei rari eminentistudiosi della scrittura egiziana demotica.

Il B. dedicò l'intera vita all'improbe lavoro di decifrazione. Le sue pubblicazioni fanno epoca in materia: Grammaire démotique (Berlino 1855); Geographische Inschriften, 3 voll. (Lipsia 1857-60); Histoire de l'Egypte (1 ed., ivi 1859; 2^{mathrm{a}} ed., ivi 1875); Recueil des monuments égyptiens (ivi 1862-85); e l'opera veramente monumentale, Hieroglyphisch-demotisches Wörterbuch, 7 voll. e supplemento (ivi 1867-82). Fondò la Zeitschrift für Ägypt. Sprache und Altertumskunde (1863).

Bibl.: G. Furlani, s. v. in Enc. Ital., VII, p. 964.
Giustino Boson
BRUILLARD, Philibert de. - Vescovo di Grenoble, n. a Digione il 12 sett. 1763, m. nella sua diocesi il 17 dic. 1860 . Dopo gli studi nel collegio di Navarra, entrò in S. Sulpizio e fu ordinato sacerdote nel sett. 1789. Dispersi dalla Rivoluzione i Sulpiziani, esercitò il ministero parrocchiale a Parigi, poi il 18 dic. 1826 fu nominato vescovo di Grenoble. Instancabile fu la sua opera pastorale, specialmente nel propagare l'istruzione religiosa e nel promuovere il catechismo. Avvenuta nel sett. del 1846 l'apparizione alla Salette,

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SPORTELLI DIPIN'T PER UN ALTARI DELLA CERTOSA DI CHAMPMOI.:
A sinistra: Annunciozione e Vistazione. A destra: Presentazione al Tempio a Fuga in Egitto (1354-99) - Digione, Museo.

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A sinistra: SANSONE CHE BRANDISCE LA MUSCELLA D'ARINO (esc. xI) - Augusta, Porta del Duomo. A destra: PARTICOLARE DEL CANDELABRO IN BRONZO A SETTE BRACCIA (esc. xiv) - Milano, Duomo.

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mona. B. l'approvò ed il 26 maggio 1852 iniziò la costruzione della grandiosa basilica sul luogo dell'apparizione. Nello stesso anno fondò i missionari della Salette. Si dimise nel dicembre del 1852.

BibL.: Anon., Mgr Ph. de B., Grenoble [1860]; L. Royer, s. v. in DHG, X, coll. 913-14. Silverio Mattei

BRULEFER, EYIENNE. - Teologo francescano, n. a St-Malo in Bretagna nella prima metà del sec. xv, m. prima della fine dello stesso secolo. Entrò tra i Conventuali di Dinant. Il suo vero cognome era Pillet; fu detto B. per il suo ardore polemico nel sostenere le controversie della fede. Discepolo del grande Guglielmo di Vorillon, ne seguì la tendenza bonaventuriano-scotista. Dottore in Teologia, insegnò per vari anni a Parigi, a Magonza e a Metz. Nel 1487 è ricordato come teologo e oratore nel sinodo e nella cattedrale di Magonza. E in questa città che sembra sia passato dai Conventuali agli Osservanti. Ritornò poi in Francia per curarsi, o per difendervi la riforma osservante in Bretagna.

Frutto del suo non breve insegnamento sono le Formalitates in doctrinam Scoti (Parigi 1480, 1485, 1490); i Troctatus identitatum et distinctionum in doctrinam doctoris subtilis (Basilea 1501); i Commentaria in 4 libros sententiarum s. Bonaventurae (Venezia s. a., Basilea 1507); gli Opuscula theologica (Parigi 1500). Fra questi opuscoli è compreso anche un Troctatus de excellentissima paupertate Christi et apostolorum eius, di cui i protestanti credettero potersi volare nei loro attacchi contro il papato, ma l'ortodossia del B. fu già rivendicata dagli scrittori cattolici.

BibL.: R. Tossignano, Historia Seraph. Relig., Venezia 1586, fol. 334 r-v; Wadding, Annales, XII, s. 1434, n. 73; XV, a. 1496, n. 22; ibid., s. 1499, n. 3.; id., Scriptores, p. 213; Sbaralez, III, pp. 109-11; Hurter, II, coll. 992-93; A. Bertoni, Le b. Jean Scot, sa vie, sa doctrine, ses disciples, Levanto 1917, p. 463; E. d'Alencon, s. v. in DThC, II, coll. 1146-47; U. Smesta, Lineamento Bibl. Scotisticae, Roma 1942, pp. 31-33, 76-77, 146, nn. 133-35, 459, 1023. Giovanni Odonoli

BRUMEL, ANton. - Musicista fiammingo, n. verso il 1480 e m. dopo il 1540 . Contemporaneo del Després (v.) e allievo dell'Okeghem (v.), restano di lui 5 messe a 4 e 6 voci pubblicate dal Petrucci nel 1503, nonché vari mottetti e canti che si trovano manoscritti nelle biblioteche di Monaco, Bologna e Milano. Della grande messa a 12 voci Et ecce terrae esistono tre copie, a Vienna, Monaco e Parigi.

BRUMOY, Pierre. - Dotto gesuita, storico, filologo e letterato francese, n. a Rouen il 26 ag. 1688, m. a Parigi il 16 apr. 1742.

Presetture del principe di Talmont, collaboratore dei Mémoires de Trévoux, si fece notare per la pubblicazione delle Pensées sur la décadence de la poésie latine (1722). Egli stesso scrisse presic in latino, due delle quali di una certa importanza (Passion e Verrerie). Scrisse i voll. XI e XII dell'Histoire de l'Eglise gallicane e la Révolution d'Espagne. La sua opera principale è Le théâtre des Grecs (1730) con la quale contribuì molto alla conoscenza del teatro greco, ma tradusse appena sette drammi, e altri analizzò e riassunse.

Le sue opere furono pubblicate nel 1741.
Maria Teresa Sposato
BRUNAMONTI-BONACCI, Mabia Alinda. Poetessa, n. a Perugia il 21 ag. 1841, m. ivi il 3 febbr. 1903. A quindici anni pubblicò i primi Canti, suscitando diffidenze per la mirabile precocità. Nel 1860, trasferitasi con la famiglia a Recanati, echeggiò nei Canti nazionali l'entusiasmo patriottico per la battaglia di Castelfidardo. Nel 1868 sposò Pietro Brunamonti, professore di Filosofia del diritto nell'Università di Perugia, e fece ritorno alla città natale, dove visse quasi sempre fino alla morte.

Nutrita di severi studi e dotata di squisita sensibilità, seppe atteggiare classicamente nobili pensieri e immagini fresche e vivaci. Le sue prime ispirazioni, cui spesso fece ritorno, furono religiose: «la primizia del canto era a Maria». Sulle orme dello Zanella, che l'ebbe carissima, tentò temi scientifico-apologetici. Ricercò assiduamente simboli morali negli aspetti della natura esteriore, come si rileva soprattutto dalle raccolte: Nuovi canti (Città di Castello 1887) e Flora (Roma 1898). Nei Discorsi d'arte e nei Ricordi di viaggio (pubblicati postumi nel 1905), la B. dà saggio di tale delicatezza e perspicacia, da far ritenere le pagine in prosa la manifestazione più compiuta della sua personalità.

BibL.: La Fawilia, 22 (1907), varietà di scritti sulla poetessa, (con bibl. di C. Trabalza); G. Urbini, A. B. B., in Nuova Antologia, 1903, n. pp. 92-103; B. Croce, La letteratura della nuova Italia, II, Bari 1948, pp. 366-77. Silvio Pasquazi

BRUNELLESCHI, Filippo. - Architetto e scultore, n. a Firenze nel 1377 da Brunellesco di Lippo di Tura e da Giovanna di Giovanni degli Spini, m. ivi il 15 apr. 1446. Crebbe in tanta fama cosi presso i contemporanei come presso la posterità da divenire quasi la personificazione in senso lato della prima rinascita umanistica italiana.

Dalla « Vita» che ordinariamente si attribuisce ad Antonio di Tuccio Manetti, cui per altro si accordano altre fonti indipendenti, si apprende che il B., versato nel disegno iniziò la sua vita artistica come orato; e cioè come artigiano, secondo la vecchia tradizione medievale e fiorentina. Infatti il 2 luglio 1404 fu immatricolato nell'arte della seta che comprendeva quella degli orafi; nel 1400 ca. esegui per il dossale argenteo della chiesa di S. Iacopo a Pistoia due mezze figure di profeti. Esercitò l'attività di scultore specialmente in gioventù : e se anche molte sue opere sono andate distrutte (ad es., la statua lignea molto lodata rappresentante la Maddalena, scolpita per il vecchio S. Spirito peri in un incendio) rimane la testimonianza di opere assai note, fra cui principatissime il crocefisso di S. Maria Novella (scolpito a gara con quello di Donatello per S. Croce) e la formella con il sacrificio di Abramo presentata al concorso del 1402 per la seconda porta del battistero, nel quale gli fu preferito il Ghiberti; ma nella sua formella si scorge già la qualità del suo stile, tutto rivolto alla plastica e all'espressione naturalistica e umana pur sotto la disciplina di una composizione rigidamente geometrica; ciò che era dichiarato reazione al calligrafismo ornamentale e alle eleganze decorative che, invece, costituivano ancora l'orientamento goticizzante del gusto fiorentino, cui si informava sostanzialmente l'arte del Ghiberti.

Alla sua formazione contribuì la cultura letteraria e storica degli umanisti, con speciale riguardo a ciò che più direttamente si riferiva all'arte: alcuni vogliono che gli fosse largamente noto il trattato di Vitruvio; certamente, anche se non sono rigorosamente provati i suoi viaggi a Roma di cui parlano i biografi (importantissimo sarebbe il primo, all'inizio del secolo, in veste di scultore, in compagnia di Donatello) sulla sua formazione incise profondamente la conoscenza dei monumenti antichi, per ciò che riguarda sia la forma architettonica sia la tecnica costruttiva; tuttavia una sua non precisata innovazione nel modo di murare, che applicò in alcune sale del palazzo dei Priori, è anteriore al Quattrocento, e perciò frutto genuino del suo genio di novatore.

Ma essenziale al determinarsi della sua personalità fu, secondo le fonti, la cultura matematica, che sempre predilessa, come dimostrò praticando l'amicizia con i più insigni cultori di questa scienza, fra cui, più tardi, Paolo Dal Pozzo Toscanelli con il quale fu in dimestichezza (dalla teoria matematica trasse motivo per

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pratiche applicazioni anche nel campo della meccanica: e lo troviamo infatti non solo fecondo inventore e costruttore di "oriuoli e destatoi ", ma anche esperto come nessuno ai suoi tempi di tutti gli arnesi e mezzi necessari alle fabbriche, del che fece larga e felice applicazione nell'opera colossale della cupola di S. Maria del Fiore). Questa cultura matematica gli permise non di inventare ma di render praticamente realizzabile, a vantaggio soprattutto degli artisti, la prospettiva (che fu monoculare e centrale, e non fedele strettamente alla concezione euclidea e continua dello spazio); per l'applicazione di questa scienza trovò una regola pratica che trasmise per diretto insegnamento a Massozio e a Donatello, traendone grandissima fama. Ciò è provato anche dall'interesse dei biografi per i due quadri (ben presto andati perduti) che il B. dipinse, con valore di pura esercitazione prospettica, ritraenti il battistero e la piazza della Signoria.

La nuova regola prospettica divulgava, in sostanza, la possibilità di rappresentare con metodo certo lo spazio nella sua realtà, considerata come oggettiva, mercé la razionale applicazione di leggi geometriche e positivi dati ottici. All'infinito mistico delle figurazioni medievali, la
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(let. Alixari)
Brunelleschi, Filippo - Ritetto in S. Maria del Fiore. Opera del Buggiano - Firenze.
prospettiva geometrica sostituiva la coordinazione razionale degli enti spaziali a punto geometrico (il cosiddetto punto di fuga) in cui si fissava la rappresentazione, quasi la materializzazione, pur nell'astrattezza matematica dell'infinità; l'infinito, cioè, soggiaceva per cosi dire al riconoscimento della ragione e perciò stesso veniva rappresentato, con la creduta obbiettività della matematica, frutto supremo delle capacità speculative dell'uomo (si veda, per questa rappresentazione simbolica della prospettiva e in genere della matematica, il De docta ignorantia, di Nicola Cusano).

In tal modo il B. impersonava fin dagli esordi sia l'aspetto polemico del gusto umanistico nei confronti del medioevo sia il positivo carattere dell'arte nuova. Tanto che non stupisce che i fiorentini si siano rivolti a lui per l'opera che più li appassionava e cioè per la costruzione della cupola di S. Maria del Fiore.

Già chiamato fin dal 1404 a dar consigli per la gigantesca fabbrica, che, attraverso complesse vicissitudini, procedeva lentamente da quando Arnolfo di Cambio l'aveva iniziata nel 1296, il B. redasse (1417) un progetto per voltar la cupola senza l'uso delle armature.

Questa "invenzione", che apparve sovrumana e appare ancor oggi genialissima, persuase gli operai della fabbrica, che ordinarono all'architetto di realizzare un modello in legno che fosse il più possibile
chiaro e definitivo. Tuttavia, non solo per misura prudenziale ma anche per non derogare dall'usanza fiorentina di far partecipare liberamente artisti e popolo alle più importanti opere e deliberazioni, l'Opera del Duomo bandi un concorso ( 19 ag. 1418) per un modello che proponesse non la forma da dare alla cupola (nessuno, fino a quest'epoca aveva pensato di derogare dal sesto a quarto acuto proposto da Arnolfo a imitazione di quello della cupola del battistero) ma i mezzi per realizzare concretamente l'immensa vòlta. A gara con il B. presentò un modello - con armature il Ghiberti. L'esito del concorso fu favorevole al B., che perfezionò il suo modello con l'aiuto di Donatello e di Nanni di Banco; ma, con pari salario, gli fu imposto il Ghiberti (oltre al matematico Battista d'Antonio) che, con il B., divise la qualifica di provveditore. I lavori cominciarono il 7 ag. 1420. Nel frattempo il B. aveva dimostrato praticamente la possibilità di adottare il suo sistema di voltare una cupola senza armatura eseguendo in S. Iacopo sopr'Arno la cappella di

Schiatta Ridolfi (oggi distrutta).
Il 13 luglio precedente i tre provveditori avevan fissato le norme di esecuzione del lavoro in una circostanziata relazione, in cui per la prima volta appare la deliberazione di adottare per la cupola una curvatura diversa da quella arnolfiana e cioè il sesto di «quinto acuto" (ciò a causa del procedimento tecnico di "non fare armatura "), almeno per la parte più bassa della vòlta lasciando in sospeso ogni deliberazione sulla forma da conferire alla cupola nel suo complesso. Cinque anni più tardi soltanto fu deliberato di dover mantenere costante la curvatura iniziata anche per la parte terminale; e in quest'occasione il Ghiberti passò in sott'ordine rispetto al B. Si che per quanto recenti studi abbiano voluto limitare rigidamente l'opera del B. alla tecnica della costruzione, assegnandogli l'ufficio di "ingegnere", per lasciare ai Ghiberti il merito artistico dell'architettura, si deve ritenere, pur valutando equamente le anedottiche controversie fra il B. e il Ghiberti durante i lavori, che a Filippo spetti essenzialmente e in ogni senso la paternità della grande opera. Voltata senza armatura, mediante un'ossatura di mattoni procedente a spirale e un sistema di archi traversi impostati su costoloni, la cupola si considero ultimata quando fu finito di murare l'anello terminale (la "chierica "); l'avvenimento (ag. '36) fu solennemente celebrato da una sacra funzione, fra il tripudio del popolo accorso nella Cattedrale. Alla morte di B. mancava ancora la lanterna, per cui tuttavia egli stesso aveva predisposto il modello, tuttora conservato nel museo dell'Opera; l'esecuzione fu curata, senza ri-

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gorosa fedeltà, da Giuliano da Maiano. Ancor oggi a rigore la cupola deve considerarsi incompiuta, giacché la loggia che corre esternamente all'imposta (qualificata causticamente da Michelangelo "gabbia pei grilli") è costruita in uno solo degli otto lati. E giudicata da alcuni critici come un'opera ancora testimone di gusto gotico, sia per l'ossatura delle costole, scattanti ed elastiche, e sia per alcune particolarità costruttive e formali ma, ad accrescere e potenziare la sua essenza spaziale e plastica (predisposta, del resto, sia pur oscuramente dal primo architetto del Duomo, Arnolfo di Cambio), i fiorentini vollero rivestirla in modo che fosse "magnifica e gonfianto" e cioè di aspetto più maestoso e più lontano possibile dal sesto acuto (è infatti una doppia cupola, ma la sua calotta esterna non interviene, se non passivamente, nell'economia costruttiva; e pertanto non può sostanzialmente assumersi come precorritrice delle cupole doppie del '500).

Durante i lunghi lavori per il Duomo (il B., oltre la cupola, vi fece le "tribunette" esterne, classicamente scandite da nicchie e colonne addossate) il B. attese ad altre opere. Scarse sono le testimonianze dei suoi lavori di architetture militari e civili, consistenti, queste ultime del resto, in rifacimenti e costruzioni parziali : i documenti legano il suo nome alle fortificazioni di Pisa ( 1426 e '40) di Vicopisano ( 1433 e 1439), Castelfranco, Volterra, Lastra, ecc. e ai palazzi Busini, Pazzi, Quaratesi, Barbadori. Incompiuto e manomesso il palazzo di Parte Guelfa (sembra del tutto autentico il salone principale), dubbia l'attribuzione del palazzo Pitti, che, in ogni modo, originariamente era assai più piccolo dell'attuale (si estendeva alle 7 finestre centrali).

Nelle costruzioni religiose invece si afferma compiutamente la personalità del B. già del resto ben definita nell'opera giovanile ( 1419 ca.) del loggiato dell'ospedale degl'innocenti; nonostante le alterazioni dannosamente apportate al progetto originario da maldestri esecutori fra cui, soprattutto, Fr. della Luna.

La sacrestia vecchia di S. Lorenzo (iniziata nel 1420) è già una schietta affermazione di spazio interpretato geometricamente non tanto per la sua forma cubica, quanto per il modo con il quale vengono qualificate le
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Brunelleschi, Filippo - Sacrificio di Isecco. Modello in bronzo per il concorso alla II* porta del Battistero. Firenze, museo Nazionale.
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(Ist. Altinari)
Brunelleschi, Filippo - Crocifisso in legno nella chiesa di S. Maria Novella - Firenze.
sue pareti interne. Sul fondo chiaro, la pietra serena disegna con forte evidenza cromatica le paraste e la trabeazione classicheggianti e definisce o delimita rigorosamente le finestre, lo scheletro della cupola (le "creste" e le arcature) e i tondi ornamentali. Ma tutti questi elementi negano recisamente ogni funzione o ricordo strutturale: le paraste, e tanto meno le mensole, non giustificano la loro originaria funzione di sostegno, distanziate come sono, della trabeazione; né le arcate e le membrature della cupola per la loro sottigliezza appaiono come valorizzazioni visive di un sistema statico di pesi e di forze; ma piuttosto gli elementi scuri hanno valore di pure linee, che da sole bastano a definire lo spazio tridimensionale; tanto che la parete perde ogni funzione concreta. E ancor meglio tali valori formali s'inverano nella perfetta cappella Pazzi (iniziata nel 1430 ca. la facciata è incompiuta), giacché ivi gli elementi (finestre, arcature, tondi) sono sempre ben separati l'uno dall'altro, senza peso alcuno e senza alcuna dipendenza statica, quasi librati nel vuoto, ovvero nella pura accidentalità delle pareti; tanto che tra false e vere finestre non corre disparità alcuna di forma. E la facciata, che con la sua arcata centrale perpetua schemi romano-ellenistici e cosmateschi e precorre schemi bramanteschi, non pone limiti esterni alle serie dei valori architettonici. La planimetria del monumento adombra un'aspirazione alla centralità in cui, soltanto più tardi, si esaurirà l'ideale umanistico della forma perfetta.

Anteriore alla cappella Pazzi è S. Lorenzo, di cui soltanto l'interno può dirsi compiuto, se anche non fedelmente interpretato nelle parti che si devono, come sembra, al Manetti; vi si manifestano assai chiaramente gli ideali di geometria spaziale. Non soltanto l'asse centrale è ben marcato nel pavimento e nella membratura mediana del soffitto (secondo la ricostruzione originale), ma la trabeazione ininterrotta e tangente agli archi sottostanti, certifica il valore prospettico, e perciò geometrico lineare, dell'architettura. E l'assenza di ogni senso di peso è certificato appieno dalla presenza dei pulvini

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Brunelleschi, Filippo - Intenno della chiesa di S. Spirito. Firenze.
che interrompono qualsiasi legame funzionale tra le nitide colonne e le pareti sovrastanti.

Nella chiesa di S. Spirito, costruita quasi tutta dopo la morte del B., ma senza travisarne i propositi, lo stile del maestro si compie; e vi traspare, nonostante le deturpazioni che vi hanno perpetrato, il baldacchino e numerose sovrastrutture barocche. I valori sono, di massima, quelli di S. Lorenzo; ma estremamente chiariti : la trebeazione si emancipa del tutto da qualsiasi, pur problematico, appoggio e sinceramente si manifesta come un fascio di linee correnti verso il fondo; si accentua la funzione formale dei pulvini, della fascia centrale del pavimento e del soffitto (ricostruzione De Angelis) : e, quasi a chiarimento definitivo dello stile del maestro, ciò che, nel disegno, era il punto di fuga cui tutte quelle linee convergevano, si concreta, nell'opera architettonica, nella colonna centrale, che, sul fondo, appare pertanto quasi come fine supremo di ogni formale.

E l'inconsistenza formale delle pareti qui si rende indiscutibile: il perimetro della chiesa è tutto scavato da una serie di cappelle successive; tra l'una e l'altra è una colonna inalveolata, assai aggettante, in modo che le navatelle viste assialmente (cioè prospetticamente), non rivelano la presenza limitante della parete esterna.

Così, ridotta a pura geometria di linee, la spazialità brunelleschiana si concreta nell'essenzialità matematica.

L'ideale umanistico è dunque pienamente affermato dal B.; il quale tuttavia presente come la dualità necessaria del punto di vista e del punto di fuga limitino, in certo modo, l'assoluto spaziale, che, invece, è rappresentato soltanto nella pienezza espressiva (quasi simbolica) del cerchio, cioè della forma centrale. Ma sia nella cappella Pazzi, e più ancora nell'esadecagono oratorio degli Angeli (purtroppo appena iniziato) l'arte del B. si protende verso l'avvenire e affronta con spirito pienamente rinascimentale il supremo problema della centralità.

Se anche, come i biografi e i critici vogliono, il B. attinse alla tradizione locale (si notano nell'antica chiesa dei SS. Apostoli, prodiga di ammaestramenti
anche agli architetti piú tardi, forme assai affini a quelle del B.) o alla suggestiva antichità romana, certo è che l'una e l'altra proposizione critica, pur giustificabili ambedue nel gusto di chi le ha propugnate, cedono di fronte alla suprema originalità del B. Come pure il voler riconoscere nel linearismo e nella preponderanza del vuoto sul pieno dell'architettura brunelleschiana una storicistica continuità con le forme gotiche resta un vacuo schema critico di fronte alla personalità del Maestro. Che si diffonde, in libera discendenza, in tutto il secolo e oltre la Toscana, parallelamente alla corrente culturale che fa capo a Leon Battista Alberti (v.) per generare, attraverso la sintesi dei Sangallo (specialmente Antonio il Giovane), l'arte definitiva del primo 'goo; e fornisce appassionato argomento di studio a Leonardo che disegnerà la pianta di S. Spirito ed è destinata a destare sorprendente ammirazione nel barocco Bernini che nello stesso S. Spirito dovrà riconoscere «la più bella chiesa del mondo». - Vedi Tav. XII.

Birl.: Fonti: A. Manetti, Vita di Filippo di ser Brunellesso, ed. a cura di E. Berti-Toesca, Firenze 1927; per le altre fonti e la letteratura relativa cl. la monografia fondamentale di C. von Fabriczy, P. B., Stoccarda 1892.

Biografia e critica : oltre la già citata opera fondamentale del Fabriczy v.: W. Limburger, s. v. in Thieme-Becker, V, pp. 125-32 (con la bibliografia precedente); H. Folnesics, B. Ein Beitrag zur Entwicklungsgeschichte der Frührenasissnernarchitektur, Vienna 1912; L. H. Heydenreich, Spätherrhe Brunelleschit, in Jahrbuch der preussischen Kunstsammlungen, 32 (1930), pp. 1-28; F. Pellati, Vitronio e il B., in Le Rinascita, 2 (1939), pp. 343-65; P. Sampaolesi, La cupola di S. Maria del Fiore Il progetto - La costruzione, Roma 1941; A. De Angelis-D'Ossat, Un carattere dell'arte brunelleschiana, Roma 1942; P. Sampaolesi, B. e Donatella nella sacrestia vecchia di S. Lorenzo, Pisa 1948 .

BRUNELLI, Antonio. - Musicista di Viterbo. Fiori sul principio del sec. xvit. Allievo di G. M.
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(fot. Alinari)
Brunelleschi, Filippo - Cupola di S. Maria del Fiore. Firenze.

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Nanini, fu maestro di cappella a S. Miniato, poi a Prato quindi a Pisa.

Pubblicò: Regole utilissime per li scolari che desiderano imparare a cantare, Firenze 1606; Regole et dichiarationi di alcuni contrappunti doppi utili alli studiosi della musica, ivi 1610 ; Sacra Cantica, a 1-4 voci, ivi 1617 ; e più Messe morti, ivi 1619 ; compose inoltre 25 mottetti.

Francesco Coradini
BRUNENGO, Giuseppe. - Gesuita, n. il 12 genn. 1821 a Piverone (Torino), m. a Roma l'i i nov. 1891. Entrò nella Compagnia di Gesù nel 1835 e per la rivoluzione del 1848 si recò negli Stati Uniti ove insegnò filosofia a Worcester; tornato in Italia, fu scrittore de La Civiltà Cattolica dal 1854 fin alla sua morte. I suoi numerosi articoli trattano principalmente della S. Scrittura, del primato del Papa e della storia dello Stato Pontificio. Fra gli scritti usciti in volumi, si ricordano: Le origini della sovranità dei Papi (Prato 1862), Il patriziato romano di Carlo Magno (ivi, 1864-66); I destini di Roma (4 voll., Torino 1874-77); nonché L'impero di Babilonia e di Ninive..., secondo i monumenti cuneiformi comparati con la Bibbia (2 voll., Prato 1885). Di lui è anche la parte storica del libro (dovuto principalmente al p. Oreglia) Il Popato, l'Impero e il Regno d'Italia (Roma 1861), contro l'opera omonima del Liverani.

BibL.: F. S. Bandina, Necrologia del p. G. B., in La Civiltà Catt., 14* serie, 10 (1891, II), pp. 619-23; Sommervogel, II, Addenda, pp. III-IV: VIII, col. 1937; S. Casagrandi, De claris adidulibus Prov. Tourinensis S. I., Torino 1906, pp. 183-99; A. De Bil, s. v. in DIIG, X, col. 934.

Edmondo Lamalle
BRUNETIÈRE, Ferdinand. - Critico letterario francese, n. a Tolone il 19 luglio 1849 , m. a Parigi il 9 dic. 1906. Cominciò a collaborare alla Revue des Deux Mondes sin dal 1875 , divenendone direttore nel 1895 . Nel 1886 fu nominato "maitre de conférences" all'Ecole normale supérieure di Parigi. Membro dell'Académie française dal 1895.

Conoscitore profondo del Seicento francese, dotato di estese letture filosofiche e scientifiche, che (più che elaborare con autonomia di pensiero) asservi al suo costante sforzo polemico, il B. si adoperò più volte a conciliare Darwin e Spencer con la storia dei generi letterari, giungendo ad illazioni ardite ma poco solide. Empirica era la sua metodologia critica, più che altro legata ad una valutazione eminentemente classicistica, anti-decadente, anti-impressionistica della letteratura, accostandosi sempre più al gusto poetico e culturale del Rinascimento francese (vedi i 9 voll. degli Etudes critiques sur l'histoire de la littérature française [Parigi 1880-1925]; Le roman naturaliste [ivi 1883]; Histoire de la littérature française classique [ivi 1904]).

Assai importante per la storia del pensiero e della cultura cattolica francese è il suo ritorno alla religione, le cui tappe ideali sono documentabili in La science et la religion [ivi 1895]. Abilmente piegando e risolvendo nel pensiero cristiano le conclusioni del positivismo di Comte, combatté una finissima battaglia contro Renan (v. Cinq lettres sur E. R. [ivi 1903], e Pages sur E. R. [ivi 1924]), a favore della tradizione sociale borghese della Francia cattolica (cf. le sue "raisons" sociali e politiche nei Discours de combat [ivi 1900-1907]), a favore di una "restaurazione" classico-cattolica dello spirito francese.

Biel.: J. Lemaitre, in Les Contemporains, 1* serie, Parigi 1903, pp. 217-248; V. Giraud, F. B., notes et souvenirs, ivi 1907; T.-H. Delmont, F. B., Parigi 1908; H. Guyot, L'apologtique de B., ivi 1909; E. Faguet, F. B., ivi 1911; E. R. Curtiss, F. B., Strasbourgo 1914; J. Nanteuil, F. B., Parigi 1922; W. Jequier, F. B. et la critique littéraire, Losanna 1922; L...J. Bondy, Le clasicisme de F. B., Baltimore 1930; J.M.-H. Van
der Lugt, L'action religieuse de F. B., Parigi 1936; E. Hocking, F. B., the evolution of a critic, Madison 1936; V. Giraud, La critique littéraire, Parigi 1945, pp. 30 sgg., 185 sgg.

Giorgio Petrucchi
BRUNETTI, Angelo, detto Cicerguicchio. - N. a Roma il 27 sett. 1800 , m. a Ca' Tiepolo l' 11 ag. 1849. Figlio di popolani (suo padre, Lorenzo, era maniscalco), ebbe del popolo di Roma virtù e difetti. Intelligente, ardito, generoso e violento, seppe crearsi con l'arte sua di carretiare modesta agiatezza e con le qualità personali grande ascendente sulla plebe. Estraneo a veri interessi politici, si commosse all'avvento di Pio IX, del quale si costitui araldo e paladino in mezzo al popolo minuto. Con eloquenza rozza ma efficace sostenne ed esaltò le riforme del Pontefice e tribuno rispettato e seguito capeggiò dimostrazioni e fiaccolate. La sua influenza durò anche dopo l'allocuzione del 29 apr. 1848, che egli si sforzò di attribuire a pressioni di retrivi. Senza idee politiche ben definite e solo seguendo gl'impulsi dell'animo, finì con il passare a concezioni più radicali. Secondo gli studi del Giovagnoli, si compromise nell'assassinio di Pellegrino Rossi, eseguito materialmente da suo figlio Luigi. Durante la repubblica fu commissario alle barricate e si occupò del rifornimento dei viveri. Caduta Roma, seguì Garibaldi nella ritirata fino allo sbarco presso la Mesol