il passare a concezioni più radicali. Secondo gli studi del Giovagnoli, si compromise nell'assassinio di Pellegrino Rossi, eseguito materialmente da suo figlio Luigi. Durante la repubblica fu commissario alle barricate e si occupò del rifornimento dei viveri. Caduta Roma, seguì Garibaldi nella ritirata fino allo sbarco presso la Mesola. Tradito, con altri sette compagni, tra i quali il tredicenne figlio Lorenzo, fu preso dagli Austriaci all'osteria Chiarelli il 10 ag. e, dopo sommario esame, fucilato con tutti gli altri (compreso il figlio Luigi sotto il cognome di Bossi) a Ca' Tiepolo.
Biel.: T. Tommasoni, Padren A. B. detto Cicerguicchio, Roma 1847 (fonte di ogni altra bibliografia); R. Giovagnoli, Pellegrino Rossi e la rivoluzione romana, 3 voll., ivi 1898-1911, passim; notevole L. Sandri, Vita di A. B., in Camicia Rossa, 17 (1941), pp. 210-22.
Alberto Maria Ghissilberti
BRUNFORTE, Ugolino: v. Fioretti di s. FRANCESCO.
BRUNI, Bruno. - Missionario in Etiopia, morto per la fede. N. a Civitella del Tronto (Abruzzi) il 7 nov. 1590, entrò nella Compagnia di Gesù a Roma il 14 ag. 1608. Compiuti gli studi, partì per l'Etiopia e vi arrivò nel luglio 1625 . Nel desiderio e nella speranza del martirio, prese allora il nome di Bruno di S. Croce. Lavorava con successo da dieci anni, quando, morto l'imperatore Socinio, il successore Fasiladas scatenò la persecuzione contro i cattolici. Mentre il patriarca Mendez si ritirava a Goa con undici missionari, il B. rimase nel Tigré col vescovo Apollinare d'Almeida e cinque altri padri. Una prima volta, nel 1635, cadde nelle mani dei soldati; copertn di ferite, fu tuttavia salvato dai fedeli e si ritirò sotto la protezione di Za Marizm. Quando cadde la rocca di questo, l'Amba Salama, il p. B. ed il suo compagno p. Luigi Cardeira furono impiccati ( 12 apr. 1640). E stato iniziato il processo di beatificazione dei martiri, che comprende il vescovo d'Almeida con i suoi sei compagni.
Biel.: C. Beccari, Rerum Aethiopicarum Scriptores occid., Roma 1903 sgg., passim (cf. l'indice generale nel vol. XV, s. v.; i voll. XII-XIII contengono lettere del B.); E. Martire, Un martire italiano in Etiopia : il p. B. di Santa Croce, in Riv. italiana di storia delle missioni, 1 (1938), pp. 88-115.
Edmondo Lamalle
BRUNI, LegNARDO. - Storico e umanista, n. ad Arezzo ca. il 1374 (e perciò chiamato anche Leonardo Aretino); studiò con il Malpaghini e con il Crisoloro, frequentando anche il circolo di Coluccio Salutati e le riunioni periodiche e le conversazioni tenute dagli umanisti di S. Spirito nel Convento agostiniano a Firenze. Dal 1405 al 1415 , per la sua fama di latinista, ottenne un posto di segretario nella Curia papale;
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fu quindi presente al Concilio di Costanza e raccontò in una Epistola a Niccolò Niccoli le vicende del suo viaggio da Verona alla città del Concilio. Eletto cancelliere della Signoria di Firenze nel 1417 mantenne l'ufficio sino alla morte, avvenuta l'8 marzo 1444. La salma fu incoronata d'alloro in presenza del popolo fiorentino e l'elogio fu pronunciato da Giannozzo Manetti. Sepolto in S. Croce gli venne eretto un maestoso monumento, pregevole opera d'arte di B. Rossellino, l'iscrizione fu dettata da Carlo Marsuppini : «Postquam Leonardus e vita migravit, Historia luget, Eloquentia muta est; ferturque Musas tum Graecas tum Latinas lacrimas tenere non potuisse».
Opera di tutta la sua vita furono l'Historiarum florentini populi libri (a cura di E. Santini, in Rerum italicarum scriptores, XIX, III, Città di Castello 1914-26), pubblicata a Strasburgo nel 1610, tradotta poi in volgare da Donato Acciaiuoli. La narrazione muove dalle origini romane di Firenze, e perviene alla morte di Gian Galeazzo Visconti, avvenuta nel 1402. Il Machiavelli nelle Storie fiorentine rimproverò al B. di essere stato "timidamente silenzioso" circa i partiti che più agitarono la vita fiorentina, ma al B. interessava, oltre la storia, l'eleganza assoluta del latino; per il gusto di modellare i personaggi sugli esempi di Livio e di Sallustio, i fiorentini furono abilmente rivestiti come genre del buon tempo antico, con tutta la solennità del paludamento classico. Ma il B. considerò solo «esseri viventi * (cf. De Avaritia) coloro che erano riusciti ad essere autori o almeno traduttori o divulgatori dell'eloquenza o della dottrina, propria del mondo greco-romano. Non volle quindi apprendere la lingua ebraica, assicurando Poggio Beacciolini che tale studio era «inutile anzi dannoso». Notevoli le sue traduzioni dell'Etica e della Politica d'Aristotile e di alcuni dialoghi di Platone, più ancora dell'opera storica: De bello italico adversus Gothos. Di maggiore interesse per la conoscenza dell'uomo e del suo tempo è il Rerum suo tempore gestarum commentarius (a cura di C. Di Pierro, in Rerum italicarum scriptores, XIX, III, 1926). Tra gli altri suoi scritti, da rammentare il saggio sul valore della donna nella società: De studiis et literis tracta tulus, e le vite del Petrarca e di Dante; specialmente quella dell'Alighieri è "opera di uno storico savio e grave che pesa i fatti prima di accoglierli, che fa largo uso di prove scritte e su quelle fonda le sue affermazioni" (G. L. Passerini).
Bibl.: G. Kimer, I Dialoghi ad Petrum Histrum, Livorno 1889; E. Santini, La fortuna della Storia Fiorentina di L. B. nel Rinascimento, in Studi storici, 20 (1891), pp. 177-95; id., La produzione colgare di L. B. e il suo culto per le tre corone fiorentine, in Giove. Stor. della lett. ital., 60 (1912), pp. 289 sgg.; V. Bech. Studien zu L. B. (Abhandl. z. mittleren u. neueren Gesch., 36), Berlino-Lipsia 1912; G. L. Passerini, L. B. Arctius, Della vita studi e costumi di Dante, in Le vite di Dante, Firenze 1917, pp. 203-34; G. Toffanin, Storia dell'umanesimo, Napoli 1933, pp. 161-63; L. Bertalet, Zur bibliographie d. Uebersetzungen d. L. B. aret., in Quellen u. Forschungen aus ital. Archiven u. Bibl., 27 (1936-37), 28 (1937-38).
Giovanni Fallani
## BRÜNN : v. Bnno.
BRUNNER, ANDREAS. - Gesuita, storico tedesco, n. a Hall (Tirolo) il 30 nov. 1589, m. ad Innsbruck il 20 apr. 1650. Entrò nella Compagnia l'anno 1605, nel 1622 divenne direttore della celebre Congregazione matiana di Monaco e storiografo della corte bavarese. Della grande e stimata opera del «Livio bavarese», Annales virtutis et fortunee Batorum, non si poterono stampare che i primi tre volumi (Monaco 1626-37), contenenti la storia della Baviera dal 600 a. C. al 1314 d. C.; Leibniz ne curò una ristampa nel 1670. Negli anni 1632-35, B. fu uno dei 42 ostaggi di Monaco, ritenuti ad Augusta dagli Svedesi di Gustavo Adolfo; ne fu, con grande fortezza di animo, il difensore. Mandato nel 1637 a Innsbruck, si dedicò tutto alla cura delle anime. Una forma interessante del suo apostolato sono i drammi spirituali di forma popolare in
lingua tedesca: Dramata sacra, oder Herzriihende Schaubühne, Salisburgo 1684.
Bibl.: Sommervogel. II, coll. 262-65; VIII, col. 1940; B. Duhr, Geschichte der Jesuiten in den Ländern deutscher Zange, II, Friburgo i. Br. 1913, parte 14, pp. 421-28; parte 20 pp. 723-48; id., Der bayerisch Historiograph A. B. in Historisch-politische Blätter, 141 (1908), pp. 62-83. Edmondo Lamalle
BRUNNER, SEBASTIAN. - Scrittore, n. a Vienna il 10 dic. 1814, m. ivi il 27 nov. 1893. Ordinato sacerdote nel 1838 , predicò per diverso tempo nella chiesa dell'Università di Vienna e dal 1848 al 1865 fu direttore della Kirchenzeitung. Pubblicò numerosi articoli e varie opere teologiche, storiche, apologetiche e letterarie, propugnando il diritto della libertà della Chiesa. Combatté vigorosamente e con fine umorismo il giuseppinismo.
Le sue opere principali sono: Der Predigerorden in Wien und Österreich (Vienna 1867); Die theologische Diener schaft am Hofe Yosephs II. (ivi 1868); Die Mysterien der Aufhldrung in Österreich (Magonza 1869); Der Atheist Renan und sein Evangelium ( 3^{°} ed., Paderborn 1868). Lasciò anche un'interessante autobiografia: Woher? Wohin? (2 voll., Vienna 1885; 3^{°} ed., in 5 voll., ivi 1891 ).
BibL.: Hutter, V. II. coll. 1731-32; F. Lenchert, a. v. in LTbK, II, coll. 592. Emma Santovito
BRUNO (BRUNONE), santo. - Fondatore dei Certosini, n. a Colonia dalla nobile famiglia Hartefaust (latinizzato de duro pagno) verso il 1030, m. a Serra S. Bruno (Catanzaro) il 6 ott. 1101, è una delle grandi figure del sec. xi. Da giovane fu mandato alla celebre scuola di Reims dove attese con ardore agli studi. Rientrato in Colonia fu ordinato sacerdote e ottenne un canonicato nella chiesa di S. Cuniberto. Nel 1037 Ccrvasio, arcivescovo di Reims, lo chiamò a reggere quella scuola, ufficio che tenne brillantemente per circa un ventennio, contribuendo non poco al rinnovamento dello spirito ecclesiastico. Tra i suoi scolari furono s. Ugo, poi vescovo di Grenoble e il futuro papa Urbano II. Il contegno anticanonico e simoniaco del famigerato Manasse de Gournay, successore di Gervasio, il quale dapprima l'aveva favorito nominandolo cancelliere dell'arcivescovado, lo mise nell'opposizione e lo costrinse ad abbandonare la scuola ed anche la città di Reims. Solamente dopo la deposizione di Manasse (ro8o), B. poté rientrare a Reims, dove teneva anche un canonicato. Ma l'affare di Manasse gli aveva mostrato tutta la miseria del mondo, e il disgusto che ne provò le indusse a fare un voto di ritirarsi a vivere unicamente per Dio. Questo fu il vero motivo della sua risoluzione e non il preteso macabro miracolo che sarebbe avvenuto a Parigi, dove un canonico al momento del proprio ufficio funebre avrebbe proclamato la propria condanna all'inferno, racconto che si è formato solo nel sec. xim.
Dapprima B. con alcuni compagni si ritirò a Sêche-Fontaine (diocesi di Langres) sotto la direzione di Roberto di Molesme, futuro fondatore dei Cistercensi, ma poi, non trovando abbastanza solitaria quella dimora, il santo con sei compagni, tra i quali Landuino da Lucca, si diresse a Grenoble, ove pregò s. Ugo di assegnargli un luogo adatto al suo scopo. Il vescovo gli concesse la valle alpestre chiamata Cartusia, nelle montagne del Delfinato a nord-est di Grenoble. Li sorse nel 1084 la prima Certosa, detta poi la «Grande Chartreuse». Nel rogi Urbano II volle presso di sé come consigliere l'antico suo maestro di Reims, e gli comandò di venire a Roma. B. dovette obbedire, e lasciato Landuino come superiore alla Certosa, si mise, con alcuni compagni, sulla via di Roma. Ma in Curia i romiti si trovarono a disagio e, eccetto B., ottennero di ritornare alla loro Certosa.
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Bruno, santo - Status di Jean Antoine Houdon (sec. xvili). Roma, chiesa di S. Maria degli Angeli.
Trovandosi col Pontefice nell'Italia meridionale, e sentendosi irresistibilmente attratto dalla solitudine, B. ottenne di ritirarsi nella Sila, in una località chiamata La Torre, nella diocesi di Squillace (provincia di Catanzaro). Il conte di Calabria, Ruggero, concesse il terreno e dotò l'eremo che stava sorgendo e che fu benedetto dall'arcivescovo di Palermo (ro94). L'afflusso di discepoli fu tale che presto si dovette costruire nelle vicinanza un secondo eremo, dedicato a S. Stefano, inaugurato nel ro99 dal vescovo di Squillace, e governato dal priore di La Torre. Le due località sono oggi comprese nel comune di Serra S. Bruno. Il Santo mori a La Torre, e fu sepolto in S. Stefano, che in seguito divenne monastero di Cistercensi, finché Leone X nel 1513 lo restituì ai Certosini, ai quali il medesimo Papa nel 1514 oralmente concesse l'ufficio divino in onore di s. Bruno, esteso poi da Gregorio XV (1623) a tutta la Chiesa ed elevato al rito di doppio da Clemente X. La festa ricorre il 6 ott.
Esistono due opere del santo, dovute al tempo dell'insegnamento a Reims, e due lettere scritte a La Torre: Expositio in Psalmos (PL 152, 637-1420); Expositio in epistolos Pauli (PL 133, 11-566); lettera a Rodolfo prevosto a Reims, scritta dopo il ro94 (PL 152, 420-23; Acta SS. Octobris, III, cd. Parigi 1868, pp. 675-77); lettera ai romiti della Grande Certosa (ca. ro91: PL 152, 418 sg.; Acta SS. Octobris, III, Parigi 1868, p. 674 sg.). Vi si può aggiungere una poesia latina del tempo giovanile (PL 152, 38; Acta SS. Octobris, III, Parigi 1868, p. 503 sg.). Altre opere attribuite al santo nelle edizioni delle sue opere, Colonia 1509 e 1510 , Parigi 1524, sono o di s. Bruno di Segni (v.), o di s. Bruno di Carintia (v.), due scrittori contemporanei.
Bibl.: Non esiste una vita contemporanea. Il primo tentativo fu fatto nel sec. xili inoltrato, nella Cronaca dei primi 5 Priori della Grande Certosa: Acta SS. Octobris, III, Parigi 1868, pp. 703-706; PL 152, 482-92; Ephemerides ord. Cartusiensis, III, Montreuil 1891, pp. 484-90. Le vite posteriori (sec. xvi), documenti, e questioni critiche si trovano in Acta SS. Octobris, III, Parigi 1868, pp. 491-777, e anche in PL 152, 9-632; H. Lübbe!, Der Stifter des Carthduser-Ordens. Der Heilige B. aus Köln (Kirchengeschichte Studien, 5, 1), Münster in West. 1899, ricsamina le fonti, la vita e gli scritti. V. anche PF. Maurini, Histoire littéraire de France, IX, Parigi 1730, pp. 233-51, Inoltre E. M. Zanotti, Storia di s. B., Bologna 1741; F. A. Lefevre, S. B. et l'Ordre des Chartreux, 2 voll., Parigi 1883; P. Capello, Vita di s. B., Neuvillo-sous-Montreuil 1886; Vita s. Brunonis, in Annales Ord. Cartusiensis, I, Montreuil 1887, pp. III-ExviII; G. Desideri, Vita di s. B., 2 voll., Monza 1888 (la prima ed. Bologna 1627); Vie de s. B., Montreuil 1898; P. De Parononet, a. v. in DHG, X, coll. 951-54.
Livario Oliger
BRUNO, Antonio. - Missionario gesuita, n. a Messina ca. il 1588 , entrato nel noviziato il 6 genn. 1605. Partito per le Indie, compì gli studi teologici a Goa, donde salpò nel 1620 per l'Etiopia. Lavorò con zelo e con successo a Fremona, Collela (1624), Adaxâ (1626) e di nuovo a Collelâ (1631). Ma espulso dall'Etiopia dal nuovo imperatore Fasiladas con il patriarca Mendez e gli altri missionari (1633), mori a Goa l'8 sett. 1640.
BibL.: C. Beccari, Rerum Aethiopicarum Scriptores occidentales inediti, Roma 1903-1917, passim (cf. l'Indice nel tomo XV); A. Leanza, Albert di fede e d'italianità in Etiopia: p. A. B. messinese missionario in Etiopia, Acireale 1938.
Edimondo Lamalle
BRUNO di Carintia, santo. - Vescovo di Würzburg, n. sul finire del sec. x, figlio del duca Corrado di Carintia, scese in Italia con l'imperatore Corrado II e tenne, per l'Italia, l'ufficio di cancelliere dal 1027 al 1034. Da quest'anno fino alla morte fu vescovo di Würzburg, spiegando un'attività esussissima nel campo religioso e curando con particolare fervore il livello morale e culturale del clero. Il suo zelo si volse ben oltre la diocesi, talché, per l'attività spiegata nell'organizzazione ecclesiastica della Prussia, meritò il nome di apostolo di quella regione. Morì il 27 maggio 1045, mentre accompagnava in una spedizione in Ungheria Enrico III. Fu sepolto nella cripta del suo duomo a Würzburg. Canonizzato, come sembra, da Innocenzo III, la sua festa ricorre il 17 maggio. Lasciò un commento ai Salmi e altre scritture d'inclole catechistica.
BibL.: Opere: PL 142, 39-568; Acta SS. Maii, IV, Anversa 1685, pp. 38-40 e VII, ivi 1688, p. 802; H. Bresalau, Zahrbächer der deutschen Gesch. uater Konrad II., Lipsia 1879, p. 84 seg; J. Baier, Der hl. B. von Würzburg als Katechet, Würzburg 1893; J. Kempf, Zur Kulturgesch. Framkens während der sächsischen und salsichen Kaiser, Praga 1913; M. Manitius, II, pp. 71-74; Martyr. Romanum, p. 194.
Pier Fausto Palumbo
BRUNO, Giordano. - Filosofo e letterato, al secolo Filippo, n. a Nola (Napoli) nel 1548, m. a Roma nel 1600. Compiuti i primi studi a Napoli, entrò, ancora quindicenne, nel convento di S. Domenico, e ivi, fatta la professione religiosa, ricevette gli Ordini sacri nel 1572. Furono, quelli, anni decisivi per la formazione della sua cultura e della sua mente : lesse e studiò con ardore i filosofi e i teologi dell'antichità e del medioevo, scrittori classici e libri della più varia erudizione comune nel Rinascimento, favorito in ciò da una memoria straordinaria, pari soltanto alla straordinaria sua immaginazione e alla bizarrria del suo ingegno. Concorsero sopra gli altri a formare il suo pensiero, fra gli antichi, Plotino, nella divulgazione che del neoplatonismo aveva fatta il Ficino, e Lucrezio, il grande poeta dell'atomismo democriteo; fra i medievali Raimondo Lullo, celebrato autore dell'Ars magna, una specie di logica universale per
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risolvere tutte le questioni; e inoltre Niccolò Cusano (il «divino» Cusano, come lo chiama il B.), dal quale prese l'idea dell'infinità dell'universo, e della coincidenza in esso degli opposti; infine Niccolò Copernico, la cui opera De revolutionibus orbium coelestium era uscita nel 1543 . Ma anche i primi dubbi sui dogmi della fede si affacciarono ben presto al suo animo, se, come egli stesso confessò, sin dai 18 anni cominciò a dubitare "circa il nome di persona del Figliolo e dello Spirito Santo", e "come questa seconda persona si sia incarnata». Egli inclinava, sin da allora, a un'interpretazione razionalistica dei dogmi, per cui il Figliuolo rappresentava "l'intelletto del Padre", e lo Spirito Santo "l'anima e l'amore dell'universo"; e la divinità di Cristo doveva essere intesa nel senso, simile a quello di Ario, di «un'assistenza tale, per la quale veramente si potesse dire di quest'uomo che fosse Dio». Questo "filosofare» sui dogmi è indizio evidente che sin da giovane era scarso o nullo in lui il senso intimo, propriamente religioso, del cristianesimo: sin da allora, infatti, egli cominciò a riguardare come superstizioni, dovute all'ignoranza, le pratiche del culto; e la religione, tutte le religioni, infine, gli si configurarono sempre più come simboli di verità intellettuali, adattati alle menti non addottrinate del volgo, e aventi valore soprattutto pratico, come leggi per i costumi e per il governo delle plebi; egli percorreva, cosi, il razionalismo e illuminismo dei secoli seguenti. Ben presto quindi, cominciarono i processi di eresia contro di lui: due, mentre era ancora in convento a Napoli. Onde nel 1576 fuggì a Roma. Di là, deposto l'abito, andò a Noli (Savona) per alcuni mesi, e vagò, poi, ancora a Savona, a Torino, a Venezia, a Padova. Qui si lasciò persuadere a riprendere l'abito domenicano, e si recò quindi a Lione. Sconsigliato di proseguire da quelle parti, voltò per Ginevra, sperando di poter ivi "vivere in libertà ed essere sicuro». Si tolse di nuovo l'abito e si iscrisse alla Chiesa calvinista ivi dominante. Ma anche li venne ben presto a contesa con uno dei professori di teologia, onde fu imprigionato e processato. Per liberarsene fece atto di ammenda, e poco dopo se ne partì.
Per qualche anno fu a Tolosa, dove lesse Aristotele in quello studio allora famoso; poi, sperando di trovare un uditorio più favorevole, a Parigi, dove stampò il De umbris idearum e il Cantus Circanus, opere, in prevalenza, di carattere mnemononico (collegate alle altre, più schiettamente lulliane, di logica combinatoria), il De compendiosa architectura et complemento artis Lulli, e il Candelaio, che è tra le commedie più vivaci (e oscene) del tempo. Anche a Parigi sorsero tumulti, onde raccomandato dal re e protetto dall'ambasciatore francese che si recava a Londra, passò colà, dimorandovi dal 1583 al 1585 . Qui pubblicò i tre opuscoli (che proseguono la trattazione di quelli parigini): l'Ars reminiscendi, l'Explicatio triginta sigillorum e il Sigillus sigillorum; e le sue opere italiane, fondamentali : La cena delle ceneri, De la causa principio et Uno, De l'infinito universo et mondi (di carattere, queste tre, in prevalenza fisico-metafisico), e lo Spaccio de la bestia trionfante, la Cabala del cavallo pegaseo, De gli heroici furori (di carattere, queste tre, piuttosto morale). Di nuovo, per il suo carattere sprezzante, finì col guastarsi anche con i dotti di Londra e di Oxford, onde, quando l'ambasciatore ritornò a Parigi, lo seguì. Ci restò breve tempo, ché l'opposizione incontrata per una fiera polemica contro l'aristotelismo, lo persuase a emigrare, questa volta in Germania : prima a Magonza, poi a Wittenberg più a lungo, poi a Praga e a Helmstädt, in fine a Francoforte. Durante queste peregrinazioni diede alle stampe vari scritti espositivi e critici su la filosofia peripatetica (il Camoeracensis Acrotisma e il più importante), gli Articuli adversus Mathematicos,
opere lulliane (De lampade combinatoria e De lampade venatoria logicorum), l'Oratio valedictoria e l'Oratio consolatoria (in cui esalta la figura di Lutero e inveisce contro la Chiesa Romana); infine, i grandi poemi latini De triplici minimo et mensura, De monade numero et figura, De innumerabilibus immenso et infigurabili universo et mundis (Francoforte 1591); e nello stesso anno 1591 dettò la Summa terminorum metaphysicorum, che uscì più tardi.
Era ancora a Francoforte quando Giovanni Mocenigo, desideroso d'imparare da lui l'arte della memoria, lo invitò a Venezia. Il B. accettò l'invito, desideroso, forse, di ritornare in Italia. Ma il Mocenigo, scandalizzato, lo denunciò al S. Uffizio come eretico. Ebbe luogo il primo processo, nel 1592. Esso pareva svolgersi non male per il B., il quale riconosceva apertamente di aver parlato, in alcune sue opere, "troppo filosoficamente, disonestamente e non troppo da buon cristiano", chiedeva perdono, si dichiarava pronto anzi desideroso di ritornare in seno alla Chiesa cattolica: solo, supplicava di essere liberato dalla "strettura dell'obbedienza regolare", ossia dagli obblighi della vita conventuale. Ma Roma avocò a sé il processo, e il B. fu colà tradotto il 27 febbr. 1593. Il processo (di cui gli atti son perduti) si svolse lentamente: si esaminarono gli scritti del B., e gli si contestò una serie di proposizioni ereticah. Fra gli inquisitori erano vari cardinali. Il B., anche qui pareva disposto, come a Venezia, ad abiurare i suoi errori; ma alla fine messo alle strette, e invitato ad abbandonare i suoi principi ereticali, nei quali era in gioco la teologia e non il suo sistema filosofico, si irrigidì nella negativa, protestando che i suoi giudici non comprendevano bene il suo pensiero. Onde fu abbandonato al braccio secolare e arso vivo il 17 febbr. del 1600 .
Per tutto il sec. xvir si trova raramente il nome del B. fra i dotti (Keplero lo ricorda per la dottrina della pluralità dei mondi). Nel sec. xviII, invece, esso diviene sempre più frequente, specialmente fra i «liberi pensatori». Ma chi alla fine lo sollevò in prima linea come filosofo fu Jacobi con le sue famose Lettere su la dottrina di Spinoza, in cui additò nel B. un chiaro precursore del panteismo spinoziano. E in realtà già nel B. è esplicita l'idea di un principio unico, divino, dell'universo come una "natura naturans", che è causa immanente e infinita, dalla quale procede "necessariamente" il molteplice ugualmente infinito delle sue manifestazioni nello spazio e nel tempo ("natura naturata") e in ogni cosa rivela con la sua attuosità la sua infinita potenza. Ed è comune a entrambi l'idea che le religioni con le loro teologie hanno, in proprio, un ufficio soltanto etico-sociale, sicché, messe da parte le diversità dogmatiche, dovrebbero ridursi tutte a un'unica religione, a quella "naturale", che è la più conforme alla natura razionale dell'uomo. Non si debbono, tuttavia, trascurare le differenze: non solo manca nel B. l'ordine sistematico e il rigore speculativo proprio dello Spinoza (nel B. il vigore speculativo è continuamente indebolito e contaminato dalle esuberanti rappresentazioni fantastiche); ma l'immanenza del principio assoluto è, nel B., tutt'altro che pacifica, essendo in lui ancora vivo il senso della trascendenza proprio del neoplatonismo cristiano, mentre, dall'altra parte, mantiene ancora del neoplatonismo pagano la dottrina dell'anima del mondo (ampliata da lui con la parte anche razionale). In ogni modo, dopo Jacobi il nome del B. entrò con grandi onori nella storia della filosofia: Schelling prima, e poi Hegel lo riguardarono come un precursore del loro idealismo assoluto (in Italia, B. Spaventa e poi G. Gentile lo hanno divulgato cosi nella storiografia idealistica). Per reazione, il positivismo lo esaltò per tutto quanto trovava in lui di anticipazione a un assoluto naturalismo. Sul terreno politico intanto, prima i liberali del Risorgimento italiano, poi i democratici di sinistra ripresero il nome del B. nello spirito del sec. xvir per farne bandiere della massoneria e dell'anticharicalismo
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LA STORIA DEI SETTE CIECHI - Napoli, museo Nazionale.
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(fot. Alinari)

(fot. Alinari)
In alto: CAPPELLA DE' PAZZI - Firenze, chiesa di S. Croce. In basso: INTERNO DELLA SACRESTIA VECCHIA DI S. LORENZO - Firenze, chiesa di S. Croce.
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popolare (inconsapevoli, nel loro furore antireligioso, che il B., proprio per il volgo, stimava necessaria la fede religiosa).
Per lo storico che, dimessi gli schemi preconcetti sia dell'idealismo assoluto e sia del positivismo, si ponga oggi il problema dell'importanza del pensiero del B., e cerchi il motivo suo più proprio e originale storicamente, considerandolo cioè alla conchiusione di quel grande movimento di idee che fu il Rinascimento, quando per reagire all'insegnamento scolastico tradizionale si riesumarono tutte le antiche dottrine, dai presocratici al neoplatonismo, la risposta non è facile. A prima vista sembra che egli prenda le sue idee di qua e di là, dalle scuole più diverse, dall'eleatismo come dall'eraclitismo, dal pitagorismo come dal fisicismo empedocleo o anassagoreo, dal neoplatonismo come dal materialismo atomistico, incurante delle contraddizioni e, soprattutto, di un principio interno di coerenza (i poli estremi della sua oscillazione possono essere indicati in un naturalismo di tipo idealistico, come nel neoplatonismo antico, e un naturalismo di tipo materialistico, moderno, come era quello, quasi contemporaneo, di Telesio). Per questo rispetto il pensiero del B. è stato definito come un generico "sincretismo". Sembra, invece, che il principio più originale del pensiero bruniano, da cui deriva anche la sua importanza storica, sia stato quello di elaborare l'intuizione del Cusano (dell'infinità dell'universo, e della coincidenza in esso degli opposti), sino a farne una vera e propria «idea cosmologica n, come idea, cioè, del mondo nella sua universalità : meglio, come unità della totalità, che si dispiega nella molteplicità dei fenomeni reali o possibili nello spazio e nel tempo. La denominazione e definizione di questa idea è, come è noto, di Kant, il quale le distinse nettamente (ciò che il B., purtroppo, non fa) dall'idea "teologica", di Dio, e da quella "psicologica", dell'io; ma è innegabile che li punta tutta la speculazione bruniana. La quale, prendendo ispirazione dalla scoperta copernicana, estende a tutto l'universo la rivoluzione che nel campo fisico e astronomico si veniva operando delle idee tradizionali scolastico-aristoteliche.
Non dunque il mondo come un insieme di cose o fatti particolari, ma come realtà e insieme possibilità in generale di quanto accade o può accadere: da un punto di vista, cioè, metafisico (di una metafisica, s'intende, soltanto fisica). Quell'idea (ch'è quella presente a ognuno di noi quando parla del mondo come realtà esteriore che esiste in sé e per sé, indipendente da lui, e non si pone ancora il problema dell'origine della sua esistenza) comprende naturalmente il massimamente grande come il massimamente piccolo, tutto il passato come tutto il futuro, ogni materia, come ogni forma, ogni potenza come ogni attualità. Essendo l'unità assoluta di tutto, ha in sé la capacità o virtualità di tutto, pur non essendo circoscritta in nulla di determinato spazialmente o temporalmente: sfera infinita, come il B. se la raffigura, che ha il centro in ogni punto, pur non avendo centro o circonferenza in nessuna parte; e "natura" (questo voleva essere la sua mitologica "anima del mondo") ch'è, insieme, causa materiale e formale, efficente e finale. Il B. combatte strenuamente l'aristotelismo di quelli che dividono la forma dalla materia, la potenza dall'atto, e mira a cogliere la loro unità assoluta, originaria, per ricavare, dedurre, da essa tutte le possibilità: "In conchiusione, chi vuol sapere massimi secreti di natura, riguardi e contempli
circa gli minimi e massimi de gli contrari ed oppositi : (ché) profonda magia è saper trar il contrario dopo aver trovato il punto dell'unione». Ma questo non è compito dell'idea! Egli stesso, vista l'impossibilità di tale deduzione (la quale sconfinerebbe, per l'appunto, nella magia, e il B., sebbene in misura molto minore del Campanella, crede ancora nei procedimenti di tale arte : di qui, per altro rispetto, la sua grande fiducia nella logica lulliana), definisce, alla fine, tale unità come assoluta indifferenza: «è talmente forma che non è forma, è talmente materia che non è materia, è talmente anima che non è anima: perché è il tutto indifferentemente, e però uno, l'universo è uno». Ma tale indifferenza non doveva sconfinare in una assoluta indeterminatezza! Il mondo è pur sempre qualcosa di determinato e circoscritto nella sua attualità : proprio per la bruniana coincidenza in esso dei contrari, è infinito, e pur sempre, insieme, finito (infinito, noi diremmo, nel pensiero, ma pur sempre finito in realtà, essendo l'unico mondo a noi presente, che comprende ogni possibilità). Non solo : ma la sua unità è determinata anche, nell'idea, dalla sua corporeità, ed è, perciò, inconfondibile con quella della spiritualità. L'universo, di cui si parla, è l'universo corporeo, oggetto della scienza, come dimostrano le accennate categorie, per le quali è conosciuto. Il B., invece, confonde continuamente l'idea di Dio con quella del mondo: e però oscilla fra un misticismo che non ha nessun senso religioso (è piuttosto agnosticismo: l'Uno è qualcosa d'indistinto, informe, inconoscibile e indefinibile), e un panteismo che identifica Dio con la Natura (Natura sive Deus, dirà Spinoza). E la mancanza di senso spirituale farà sì che anche l'uomo, con la sua coscienza e interiorità, venga assorbito nel "tutto". L'etica del B., che pur si distingue da quella neoplatonica per la maggiore considerazione che ha in essa la vita sociale e civile, conchiude come quella, col far coincidere il processo di ascensione morale dell'anima con quello intellettuale, e con l'identificare alla fine, nel suo grado superno, l'ascesa a Dio con la dispersione della personalità in seno al "divino" della Natura (l' e eroico furore ").
Bini...: Edizioni: le Opere italiane sono nella collezione dei Classici della filosofia moderna del Laterza (I. Dialoghi metafisici, II. Dialoghi morali: a cura di G. Gentile; III. il Candidulo; a cura di V. Spampanato). Bari 1907-1909: le Opera latine conscripta, pubbl. a spese dello Stato, uscirono fra il 1870 e il 1891 ed. F. Fiorentino. - Per la vita: D. Berti. La vita di G. B., Torino 1868; V. Spampanato, Vita di G. B., Messina 1921; di qui sono estratti i Documenti della vita di G. B., Firenze 1933; A. Mercati, Il sommario del processo di G. B., Città del Vaticano 1942; L. Firpo, Il processo di G. B., Napoli 1949. - Tra i più importanti scudi sul B.: B. Spa. venta, Principi della filosofia pratica di G. B., in Saggi di filosofia civile, Genova 1831; F. Tocco, Le opere latine di G. B. esposte e confrontate con le italiane, Firenze 1889; per il positivismo, E. Troilo, La filosofia di G. B., I. Torino 1907; II, Roma 1914; per l'idealismo, G. Gentile, G. B. e il pensiero del Rinascimento, Firenze 1920; L. Olschki, G. B., Bari 1927 (fortemente critico); A. Guzzo, I dialoghi del B., Torino 1932 (dà rilievo al senso di trascendenza rimasto nel B.); E. Fenu, G. B., Brescia 1938 (da un punto di vista cattolico); A. Corsano, Il pensiero di G. B. nel suo svolgimento storico, Firenze 1940 (lo presenta, infine, come un riformatore religioso). - Per altre indicazioni, v. V. Salvestrini, Bibliografia delle opere di G. B. e degli scritti ad esso attinenti, Pisa 1926 (ottimo).
Armando Carlini
BRUNO il Gnuone, santo. - Arcivescovo di Colonia, n. nella primavera del 925 , m. a Reims l'11 ott. 965. Ultimogenito di Enrico I di Germania e fratello di Ottone I, educato nella scuola del duomo di Utrecht dal vescovo Balderico, B. non tardò a esser chiamato alla corte del fratello e ad esserne ancor giovanetto assunto alla dignità di cancel-
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liere, nel 940. Ma subito dopo, ordinato diacono, introdusse nel monastero di Lorsch e in altri la Regola benedettina. Arcicappellano imperiale nel 951, fu, nel 953, nominato arcivescovo di Colonia e reggente per la Lorena. Tenne i due uffici con energia e severità : ristabili nella regione affidatagli l'autorità regia assai scossa, rappresentò il re in numerosi incarichi diplomatici, in quello soprattutto di arbitro per la Francia; fece rifiorire Colonia, che dal suo governo datò la sua nuova vita. Disceso Ottone I in Italia, ebbe affidata, con l'arcivescovo di Magonza Guglielmo, la reggenza e la tutela del fanciullo Ottone II. Ritornato l'imperatore, andò in Francia per la risoluzione di una vertenza dinastica, e sulla via del ritorno mori. Sepolto nel monastero di S. Pantaleone da lui fondato a Colonia, ebbe presto culto lo stesso giorno, it ott.
In B. il carattere politico predomina. Se fu zelante sostenitore dell'ascetismo e risoluto propagatore in Lorena della riforma ecclesiastica, non vide il pericolo d'un episcopato infeudato all'impero e tutto preso nei maneggi amministrativi e politici. Ma della cancelleria imperiale seppe fare la scuola per una sempre migliore istruzione dell'episcopato.
Bibl.: Routger, Vita Brummi, in MGH, Script., IV, pp. 272 275; R. Köpke ed E. Dümmler, Otto der Grosse, Lipsia 1876; W. Giesebrecht, Geschichte d. deutschen Kaiserzeit, I, ed. Brun. wick 1881, pp. 320 sgg. e passim (v. indice); A. Hauck, Kirchengesch. Deutschlands, III, Lipsia 1906, passim (v. indice); A. Schröm, B. v. Köln, in Annalen d. hist. Vereins f. d. Niederrhein, 100 (1917).
Pier Fausto Palumbo
BRUNO di Magdeburgo. - Chierico della cattedrale di Magdeburgo in Sassonia, vissuto nel sec. xi. Caldo fautore e amico del vescovo Werner di Merseburg, visse il dramma della gente sassone e combatté in Enrico IV il persecutore della propria nazione, ed insieme l'ostinato antagonista dell'azione gregoriana e riformatrice. Di tali sentimenti si colora il suo breve racconto delle lotte dei Sassoni contro l'usurpatore salico: il De bello saxonico (1073-1081), fonte di estremo interesse, sebbene da usarsi con discernimento, in vista della sua palese tendenziosità. Alla luce di questa si comprendono le esagerazioni ed anche le omissioni più gravi, come quella del Concilio del 1080. Si può notare un progressivo arricchirsi della informazione, che mostra il sempre maggiore interesse dell'autore per la sua opera.
Bibl.: Ed. Purtz, in MGH, Script., V (1843), pp. 327 384, e W. Wattenbach, ediz. manuale, Hannover 1880. Cf. W. Wattenbach, Deutschlandi Geschichtsquellen im Mittelalter, II, 6ᵉ ed., Berlino 1894, pp. 86-88; A. Potthast, Bibliotheca historica m. servi, I, 2^{°} ed., Berlino 1896, p. 173; Manitius. III, 398-402.
Pier Fausto Palumbo
BRUNO di Querfurt, santo. - N. nel 974, m. il 9 marzo roog. Di nobile casato, fu l'ultimo degli apostoli sassoni germanici in Germania e nei paesi slavi sulla scia del grande Bonifacio (v.). Entrato alla corte di Ottone III quale cappellano, seguì il suo signore a Roma, dove, sul principio dell'anno seguente, si fece monaco nel monastero dei SS. Alessio e Bonifacio sull'Aventino, donde passò fra gli Eremiti di s. Romualdo presso Ravenna. Da papa Silvestro II ebbe il permesso di accettare la missione presso gli Slavi, chiesta da Boleslao I re di Polonia e nel roo4 a Magdeburgo fu consacrato arcivescovo e «aprstolo degli Slavi * per riprendere l'opera di Adalberto, che aveva subito il martirio nel 997. Venutosi a trovare in disagio per la contrastante volontà della corte tedesca di annettere il territorio da evangelizzare alla Chiesa germanica, e quella di Boleslao di creare una Chiesa polacca, dovette rinunciare a svolgere la sua azione in Polonia. Dopo esser rimasto fra il roo4 e
il 1007 in Ungheria alla corte del re s. Stefano, si accordò con lo zar di Kiev, Vladimiro, per potersi recare a convertire i Pecceneghi dell'Ucraina. Mentre riprendeva i disegni d'evangelizzazione in Polonia, al confine tra Prussia e Russia, veniva martirizzato con diciotto compagni.
Di B. ci sono pervenute due scritture agiografiche: una vita di s. Adalberto ed una dei Quinque fratrum Polonias, cioè di cinque Camaldolesi uccisi nel roo3 (v. benedetto, ginnanni, ecc.), pubblicate da R. Kade, in MGH, Scriptores, XV, pp. 716-38.
Il Martir. Romano lo ricorda sotto il nome di Bonifacio il 19 giugno, sotto quello di B. il 15 ott.; Tietmaro vescovo di Merseburg (Chronicos, VI, 58, 93, ed. R. Holtzmann, in MGH, Scriptores, nuova serie, IX, pp. 386, 389), suo compagno, ci fa sapere che il 15 ott. ricorreva l'anniversario della deposizione del padre di B., chiamato con lo stesso nome.
Bibl.: H. Zeissberg, in Sitzungsber. d. Abad. d. Wiss. zu Wien, 27 (1867), p. 346 sgg.; A. Hauck, Kirchengesch. Deutschlands, III, Lipsia 1896, passim (v. indice); W. Franke, Romuald v. Camaldoli, Berlino 1913, pp. 13-17; Manitius, II, pp. 231-36; Martyr. Romanum, pp. 246, 453.
Pec. Fausto Palumbo
BRUNO di Segni, santo. - Originario d'Asti, a quanto pare, e di nobile casato, n. tra il ro44 e il ro48, m. a Segni il 18 luglio 1123 . Studente a Bologna, poi iscritto al clero romano, fu nominato da Gregorio VII vescovo di Segni, nel Lazio. Partecipa con Urbano II, nel rog6, al Concilio di Clermont; nel 1 ro6 è legato della S. Sede in Francia e nel 1110 in Sicilia. Dal 1103, nel fervore mistico che anima il pontificato di Pasquale II, abbandona la sede vescovile per ritrarsi monaco a Montecassino: del grande monastero è eletto abate, nel 1 ro8. Ma l'urto che di li a pochi anni sopravviene con il Pontefice, per la rinunzia di questi a Sutri (Concordatum Sutrimum) e per l'atteggiamento di passiva umiltà di fronte al prepotere d'Enrico V, lo constringe a lasciare l'alta carica. Egli allora si ritirò a Segni e vi rimase fino alla morte. Lucio III lo canonizzò nel 1181. Festa il 18 luglio.
Difensore tenace della Chiesa nella lotta delle Investiture, consigliere tra i più vicini a Ildebrando, attacca con aspra veemenza simoniaci ed erotici; ma se dal vigore polemico del De Simonioris passare all'istento, dotta e meditata esegesi biblica (Expositio in Gen., Ex., Lev., Num., Deut.; in Iob, in Ps.; Expositio de muliere forte; Commentaria in IV Evangelia; in Apoc.) e si significati mistici della liturgia (De ornamentis Ecclesiae; De Sacrificio azymi; De Sacramentis Ecclesiae, Mysteriis atque ecclesiasticis ritibus).
Bibl.: Opere in PL 164-65; Epistolae, ibid. e in M. Bouquet, Recueil des hist. des Gaules et de la France, XIV, Parigi 1806, p. 810 sgg.; e in MGH, Libelli de lite pont. et imp., II, pp. 563-63; A. Caravita, I codici e le arti a Montecassino, II, Montecassino 1870, passim. - Letteratura: Acta SS. Iulii, IV, Anversa 1723, pp. 471-88; Vita scritta da Pietro discano, in MGH, Scriptores, VII, p. 776 sgg.; A. Robotti del Fiscale, Storia della vita di s. B. vescovo di Segni ed abbate di Montecassino, Alessandria 1829; B. Gigalski, B., Bischof von Segni, Abt von Monte Cassino, Münster 1898; J. Baudot, s. v. in DACL, II, I coll. 1330-31; W. Kamish, Apokalypse und Geschichtstheologie etc., in Historische Studien, n. 283, (1933), pp. 9-38. Pier Fausto Palumbo
BRUSTOLON, ANDREA. - Scultore e intagliatore n. il 20 luglio 1662 a Belluno, ivi m. il 25 ott. 1732. Appresi i rudimenti dell'arte alla scuola del padre, intagliatore in legno, e a quella di Agostino Ridolfi, pittore bellunese, compì la sua formazione artistica a Venezia nello studio dello scultore genovese Filippo Parodi, discepolo del Bernini, e più ancora a Roma.
Le tracce di questa sua educazione barocca e borminiana sono evidentissime in alcune sculture (l'Angelo della sacrestia di S. Maria Gloriosa dei Frari, il nobilio "Venier",
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I(ot. Alinari)
Brustolon, Andrea - Poltrona in legno intagliato. Venezia, accademia di Belle Arti.
l'Assunta del Seminario di Feltre), nonché in alcuni particolari iconografici, quale l'atteggiamento riverso della Maddalena Correr, memore della s. Teresa del Bernini. Altre opere: l'Altare delle Anime per la chiesa di S. Floriano di Zoldo, lugubremente adorno di teschi e di scheletri; l'altare della S. Croce a Mareson (Zoldo) con una Deposizione e le statue di s. Giovanni e della Maddalena; quello della B. V. Addolorata a Dosolodo in Comelico, rivestito di una sobria policromia, come sono spesso le sue sculture, in omaggio alla tradizione paesana, superata ma non dimenticata; la s. Teodora per la Chiesa di S. Giacomo a Feltre, nonché numerosi Crocifissi e altri lavori di soggetto sacro e profano, sparsi nelle gallerie pubbliche e private del Veneto, e in particolare di Venezia e del Bellanese.
Bibl.: P. Paoletti, s. v. Thieme-Becker, V. pp. 120-21 (con bibl.): O. Kutschera-Woborsky, Ein Shizzenbuch des A. B. im Museo Civico zu Belluno, in Kunst u. Kunsthandwerk. 22 (1919). pp. 122-176; G. Biasuz e E. Lacchin, La vita e l'opera di A. B., Venezia 1928; E. Lacchin, I disegni di A. B., ivi 1930.
## BRUUN: v. CANDIDO DI FULDA.
BRUXELLES. - In fiammingo Brussel, capitale del Belgio, ecclesiasticamente dipende dall'arcidiocesi di Malines (v.), la quale ha fondato in B. ed ha direttamente alle sue dipendenze l'Institut St-Louis, comprendente una facoltà di Filosofia e Lettere, una scuola di scienze filosofiche e religiose, l'Istituto superiore di commercio riconosciuto dallo Stato, con due sezioni, l'una francese, l'altra fiamminga. Il Collegio di San Michele in B. per l'istruzione media è retto dai pp. Gesuiti; ivi è anche l'attuale residenza dei pp. Bollandisti (v.) e della loro ricchissima biblioteca.
Lo Stato ha in B. una Università libera fondata dai liberali belgi nel 1834 nell'antico palazzo del card. Granvelle, con facoltà di filosofia, scienze, diritto, medicina e scienze applicate; nel Parco Leopoldo
l'Istituto fisiologico (1895); inoltrel'Istituto di Igiene, Batteriologia e Terapeutica, un Istituto anatomico (1896-97), un Istituto commerciale (1904), un Centro internazionale per la letteratura mondiale contemporanea (1907) con vastissima biblioteca. Tra le accademie si ricordano: l'Accademia reale di B., per le Scienze, lettere e arti (1772); l'Accademia reale di medicina (1841); l'Accademia reale di Belle Arti, la Reale società d'archeologia di B. (1887); la Reale Società geografica, l'Istituto internazionale di bibliografia (1895) con il suo speciale Bulletin; il Reale Conservatorio musicale con ricca biblioteca e molti manoscritti; l'Istituto superiore femminile di Commercio. B. è sede dell'Unione accademica internazionale (1918); del Consiglio internazionale delle ricerche (1918-19); dell'Unione internazionale delle città (1913); della Società belga di studi orientali (1921); della Fondazione egittologica Regina Elisabetta (1923). Ha inoltre le scuole superiori: di scienze politiche e sociali, di Commercio, di Pedagogia, di Scienze criminologiche; 5 istituti : di Filologia e storie orientali e slave, di Urbanismo, di Costituzioni aeronautiche, di telecomunicazioni e acustica, di sociologia Solvay.
Enrico Josi
Arte. - Il più antico ed importante monumento è la collegiata dei SS. Michele e Gudula: iniziata nel 1220 ed ultimata soltanto nel sec. xvI, mostra l'evolversi dello stile gotico: nell'abside in forme di transizione tra il romanico e il gotico (1226-30), nel coro in gotico primitivo ( 1226-50-80 ), nella grandiosa navata centrale e laterale destra in gotico fiammeggiante (sec. xiv). Nel sec. xv Jean van der Eycken progetto la navata sinistra e collaborò con Jean de Ruysbroeck alle torri quadrangolari che fiancheggiano il portale principale. Sono in essa notevoli la cappella del S. Sacramento di Pietro van Wyenhove (1534-39),

(da P. Giemen, Belgische Kunstdenkmäler, Monaco 1922) Bruxelles - Interno della chiesa di S. Gudula (sec. xiv), con le statue degli Apostoli (ca. 1640).
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(da P. Clenen, Briqische Kanstdenkmaler, Manaca 1272)
Bruxelles - Facciata della chiesa di S. Gudula (secc. xim-xv).
i mausolei di Giovanni II duca di Brabante e dei conti di Mérode, le vetrate (specie quelle del transetto, offerte da Carlo V, su disegno di Bernardo van Orley [1537-38] e dell'abside, su disegno di Jean de Vriendt [sec. xvi]), il pulpito della Verità di Enrico Verbruggen (1669), l'ancona di alabastro di Jean Mone (1536), le statue di apostoli di Luc Faid'herbe e di Jérôme Duquesnoy figlio (1640).
Di tutta la Fiandra ed il Brabante il più maestoso Palazzo municipale è questo di B., esempio di pittoresco e ricco gotico: Jacques van Thienen innalzò l'ala sinistra nel 1402, nel 1444 Carlo il Temerario pose la prima pietra per l'ala destra; questa fu iniziata nel 1451 , mentre già si stava costruendo la torre piramidale, mirabile per la leggerezza e l'eleganza dei trafori, opera di Jean de Ruysbroeck (1449-54). Il lato posteriore del palazzo (stile Luigi XIV) è opera di Corneille van Nerven (1706-17) : l'interno è ricco di arazzi di B. dei secc. xvi - xviri e di pitture storiche di Jacques de Lalaing. La piazza del Palazzo municipale è interessante per la chiostra dei palazzi che sono stati sede delle antiche Corporazioni, costruiti nel ricco stile barocco brabantesco, arricchito da elementi classicheggianti : fra di essi la Casa del Re, riedificata in parte nel sec. xix, è particolarmente importante per l'interessante museo che comprende, fra l'altro, porcellane e maioliche dei secc. xvir xix ed una rarissima ancona in legno dorato del 1520. Sono degne di menzione la chiesa di Notre-Dame-des-Victoires-au-Sablon in tardo stile gotico (coro del 1420-35, transetto e navata principale del 1450, portale della 1⁰ metà del sec. xvi, sculture del sec. xv e cappelle barocche del sec. xvir), l'antichissima Notre-Dame-de-La-Chapelle (iniziata nel 1134, transetto romanico del 1150, navata del 1210-40), con figure di apostoli scolpiti (1646-55) da J. Duquesnoy e Luc Faid'herbe, sormontata dall'elegante campanile del Pastorana (1695-1708) elevato a sua volta su una torre gotica (1504-1508); la chiesa della Trinità
è del tardo Rinascimento, con la facciata del 1621 opera di Francart; fuori città la chiesa di S. Pietro d'Anderlecht ripete forme di gotico fiammeggiante (xv-xvi), e contiene, fra le cose più notevoli, una cripta romanica (1078), un trittico Adorazione dei Magi di G. Bosch, e una status sepolcrale di Jean de Walcourt (sec. xiv).
Numerose sono le costruzioni moderne: il Palazzo reale, esteriormente molto semplice, fu modificato nel 1904 dall'architetto Maquet. L'interno è sontuoso, specie lo scalone d'onore, capolavoro dell'architetto Balat, che ha progettato anche il Palazzo delle Belle Arti. Quello delle Nazioni, che risale al tempo di Maria Teresa, è stato ricostruito su piano di Beyaert nel 1883, in seguito ad un incendio: il bassorilievo del frontone che sormonta le otto colonne ioniche scannellate è opera di Cojdecharles.
Massicce costruzioni sono il Palazzo di Giustizia, opera di Poelert (1866-83), il Thèotre de la Monnaie e la molto discussa Borsa, costruita su progetto del Suys.
Meritamente celebrati sono i musei: quello delle Belle Arti è uno dei primi d'Europa per le opere dei primitivi e dei Fiamminghi; quello Moderno comprende opere di pittori belgi dal David ad oggi; quello del Cinquantenarss ha pregevoli antichità egizie, greche, romane, oreficerie medievali, arazzi, porcellane; quello delle Armi è situato nella vecchia porta fortificata di Hal. La galleria di scultura ospita prevalentemente opere dei secoli che intercorrono fra il xvir ed il xx.
Nella biblioteca Reale, il cui nucleo risale a quella dei duchi di Borgogna, si trovano l'Evangeliario di s. Lorenzo di Liegi (sec. x), il Pontificale di Sens (xv) e «Les très riches heures» del duca di Berry.
Bibl.: A. J. Wauters, Le Musée de B., Bruxelles 1900 ; Anon., L'Hôtel de Ville de B., ivi 1901; R. Le Macre, Les origines du style gothique en Brabant, ivi 1906; H. Hymans, Brüssel, Lipsia 1910; E. Bache, Les très belles miniatures de la b3d, Royale de Belgique, Bruxelles 1913; Anon., Catalogue des sculptures et inscriptions des musées Royaux du Cinquantenaire, ivi 1913; G. Des Marcz, Guide illustré de B., I: Les Monuments civils et religieux, II : Les Musées, ivi 1917-18; R. Le Macre, L'architecture romane dans l'ancien duché de Brabant, ivi 1922; L. Spelcera, La collection des intailles aux musées Royaux du Cinquantenaire à B., Wetten 1923; A. Velpe, La collégiale des SS. Michel et Gudule à B., Bruxelles 1925; O. Lefevre, A prapes de Roger van der Weyden et d'un tableau peint par lui pour l'église S.te Gudule à B., in Mélanges Hulin de Loo, ivi 1931, pp. 237-45; E. Goldschmidt, La viasa B., ivi 1935; D. Cinti, B., Milano 1935; P. Addeo, Il *Palais* di B., Napoli 1938.
Fabia Borroni
BRUYÈRE, CÉCILE. - Abbadessa benedettina, n. a Parigi il 2 ott. 1845, m. nel monastero di Ryde il 18 marzo 1909.
Entrata nel 1866 nel monastero di S. Cecilia di Solesmes, ne fu abbadessa dal 1870 , portandolo a sorprendente fioritura. La persecuzione francese del 1901 la costrinse ad esulare nell'isola di Wight.
Acquistò molta rinomanza alla B. la sua operetta: La vie spirituelle et l'oraison d'après la Ste Ecriture et la tradition monastique, edita nel 1899 e altre volte in seguito; fu tradotta in tedesco, inglese e olandese. L'autrice fonda la santità sulla preghiera, tanto quella liturgica che quella privata, dando consigli pratici che rendono il suo scritto utile non solo alle anime contemplative, alle quali era destinato, ma