in C. Relazioni attraverso il collegio Romano tra Galileo e i Gesuiti scienziati missionari in C. (1610-40), Roma 1947; E. S. Latuoretto, A History of the Christian Missions in China, Londra 1929 (con ricchissima bibliografia); A. Van den Wyngaert, Sinica Franciscana, 4 voll., Quaracchi: I, 1929; II, III, IV, 1942; A. C. Moule, Christian in China before the year 1550, Londra 1950; L. P'lsste, Notices biographiques et bibliographiques sur les Sézuités de l'ancienne mission de Chine (1515-1773), 2 voll., Sciangai 1932-34; A. Vâth, Johann Adam Schall von Bell S. I., Colonia 1933; H. Bernard, Aux portes de la Chine, Tientsan 1933; id., Le p. Mathieu Ricci et la société chinoise de son temps, 2 voll., ivi 1937; N. Gubbles, Trois sictles d'apostolat. Histoire du catholicisme au Hu-hwang depuis les origines 1587 jusqu'a 1870, Parigi 1934; A. B. Duvigncau, S. Thomas a-t-il porté l'Evangile jusqu'en Chine?, Pechino 1936; P. Y. Saski, The Nesterian Documents and Italics in China, Tokio 1937; G. Messina, Cristianesimo, buddhismo, manicheismo nell'Asia antica, Roma 1947. Per le statistiche recenti: Annuaire de l'Eglise catholique en Chine, 1948; Zi-ha-wei, Sciangai 1948.
Pesquale M. D'Eba
IV. Arte. - Le origini della civiltà artistica cinese sono ricercabili nell'età preistorica.
Nel periodo che va fino al sec. vir d. C., detto delle sei dinastie, l'avvenimento più importante fu l'introduzione del buddhismo in C. (sec. I d. C.); entrato nell'arte verso i primi del sec. v, informò specialmente la scultura sia in decoratissime stele votive che nelle effigi dei santuari, og, il purtroppo in gran parte perdute, dove la figura è intesa con una originale stilizzazione. Fecero le prime apparizioni in quest'epoca i tipi di una pittura indigena, noti soltanto attraverso copie più recenti. Dal 618 al 906, nel periodo T'ang, l'arte della C. raggiunse il suo vertice più alto e concreto la sua più vasta diffusione oltre i limiti nazionali. Le sculture raffiguranti precipuamente le divinità (Bodhisattva, Buddha, Kausan-yin, ecc.) si sciolgono dal convenzionalismo ed assumono una nuova espressività in cui si palesa un intimo sentimento. Sono begli esempi, in Italia, di questo periodo, le sculture in pietra, di recente restaurate, già nella collezione Gualino ed oggi in quella della Banca d'Italia a Roma.
La pittura assunse grande importanza proprio durante la dinastia T'ang. Alimentata da grandi maestri come Wu Tao Tzu e Wang Wei, veri fondatori della pittura sacra e di passaggio, ispirata per il contenuto ai grandi stali religiosi indiani, essa si fondò essenzialmente sulla linea e sul disegno, ignorando del tutto i problemi di colore e chiaroscuro vivi nell'arte cinese occidentale. Ma la più splendida produzione pittorica cinese si ebbe durante le tre epoche seguenti, delle cinque dinastie, dei Sung e dei Yan, che si raggruppano insieme per l'identità dello stile e della tecnica. La esecuzione su carta o su seta si giovò di una abilità eccezionale e l'uso larghissimo delle velature, specie nella scuola detta meridionale, contribuì a quella finezza. Fiori, uccelli, animali fantastici e architetture immaginarie furono i soggetti ricorrenti. Fra gli artisti più celebri son da ricordare Chu Hsi, Kuo Hsi, che predilesse il bianco e il nero, l'imperatore Hui Tsung e i delicati paesisti Ma Yüan e Hsia Kuei. Parallelamente alla pittura, la ceramica raggiunse in questo periodo il massimo splendore per la perfezione degli smalti, per la varietà delle soluzioni decorative, per la preziosità dei colori (azzurro, porpora, avorio, grigio perla) la cui armonia è esemplare.
Conclusa tale altissima esperienza un'ere di decadenza si andò delineando per l'arte della C. Durante il lungo periodo della dinastia Ming, le forme pure del periodo T'ang si raggelarono in un manierismo sempre più invadente in cui prevalse l'esigenza di una gnosis e piacevolezza esteriore. Per questo motivo il periodo Ming produsse il maggior numero di oggetti delle cosiddette arti minori, dalla lacca agli intarsi, agli avori, ai tessuti e agli smalti imitanti spesso forme già assai diffuse in Giappone. Molto si ampliò l'uso del caolino, noto insieme con il feldspato nel periodo Sung, determinando l'origine storica della famosa porcellana cinese, di cui il primo è mag-
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gior centro di diffusione fu Ching-te chen. Tributaria della ceramica precedente per le forme e le decorazioni, essa attinse motivi anche dalla pittura e dall'arte tessile e fu più esuberante nei colori sempre smeglianti e vivi. La datazione degli oggetti Ming è facilitata dalle marche imperiali applicate spesso, e la catalogazione segue in genere il nome degli imperatori che fecero fiorire tale artigianato. La porcellana cantinuo a tenere un suo livello altissimo anche durante tutta la dinastia Ts'ing (dal 1644 fino al 1912), mentre la pittura e la scultura si ridussero a stanche ripetizioni delle forme antiche. E recente l'infiltrazione di un linguaggio occidentale nelle forme dell'arte cinese, ma i frutti non sono stati rilevanti.
Un posto a sé tiene l'architettura della C. che ha conservato immutato per tutto il corso della sua civiltà il semplice modulo costruttivo, variato soltanto da vaghe e lievi soluzioni ornamentali. Il grande uso del legno, la notevole importanza data al tetto, elemento essenziale nell'economia stilistica di ogni edificio, la leggiadria delle decorazioni e soprattutto l'ambientazione delle strutture nel quadro paesistico, formano le originali caratteristiche dell'architettura cinese. Agli stessi canoni si informò anche l'architettura religiosa con una maggiore semplificazione dei motivi, se si eccettuino alcuni edifici singolari come il tempio del Ciclo a Pechino e i rari templi superstiti presso le tombe imperiali.
Bibl.: A. Solmony e G. Borluzzi, s. v. in Eur. Ital., X (1930), pp. 309-17 (con vasta bibl.): L. Venturi, Prima mostra della collezione Gualino, Milano-Roma 1928, tavv. 78-103;L. Borelli e M. Cazione, Catalogo della VI Mostra di restauri, Roma 1949, p. 7 .
Giovanni Carandente
V. Arte cristiana. - I. Le origini. - Il gesuita Giovanni Da Rocha (1565-1623), missionario in C., aveva composto un libro sul Rosario e desiderava renderlo popolare con opportune illustrazioni. Allora era giunta in C. qualche copia del famoso libro dei Vangeli illustrati, compilato dal p. Gerolamo Nadal, ricco di 130 belle tavole dovute in gran parte al pittore romano B. Passeri e incise ad Anversa.
Il p. Da Rocha diede il libro ad un abile pittore cinese, il quale tradusse in cinese le incisioni. La traduzione non riusci a celare il carattere europeo delle composizioni.
Si riconnettono in qualche modo a quel ciclo iconografico sei pitture su seta, scoperte da M. B. Laufer a Sain (Shenn). Sforzi analoghi furono pure fatti dal gesuita Giulio Aleni nel 1633 nella sua opera cinese Spiegazione del Vangelo per mezzo d'immagini, e dal gesuita Giovanni Adamo Schall von Bell, nel 1640 , nell'opera cinese Stampe offerte all'imperatore. E molto probabile che dal movimento creato dai Gesuiti derivino due immagini della Beata Vergine dei secc. xvir-xviI; la prima si conserva al Field Museum di Chicago e palese la derivazione da una copia della Madonna di S. Maria Maggiore; la seconda, dai tratti più cinesi, si conserva al British Museum di Londra. Conviene pure ricordare l'attività artistica svolta dai Gesuiti alla corte di Pechino e menzionare i fratelli G. Castiglione (1688-1766), Attiret (1702-68) e il p. Sichelberth (1708-80). Essi adottarono lo stile cinese e i loro quadri furono assai stimati e ricercati. Ma finora non si conosceva alcuna opera loro di soggetto sacro. C. Costantini ne aveva fatto inutilmente ricerca nel museo del palazzo imperiale di Pechino. Pochi anni fa, in una casa di campagna fuori Pechino, furono scoperti due quadri, non firmati, ma che per i caratteri stilistici sono certamente del Castiglione: rappresentano s. Michele Arcangelo e l'Angelo Custode. Ma l'iniziativa dei Gesuiti non ebbe seguito. Nelle campagne dove si dovevano utilizzare le maestranze locali, si ebbe solo qualche esempio di chiese in stile cinese. Ma i grandi centri credettero di dar

(Int. Fides)
Cina - Immagine di Nostra Signora della C. in abito di imperatrice cinese, venerata nel santuario di Tonglü, a sud di Pechino (sec. xix).
prestigio alla religione con edifici imitanti gli stili tradizionali europei e con pitture a stampa importate dall'Europa. A Tunglü presso Paoting, in una Madonna, rara eccezione nella pittura cristiana moderna, l'ingenuo artista, ai primi di questo secolo, rappresentò la Madonna come imperatrice cinese. Dato il recente consolante sviluppo delle missioni cattoliche in C., era tempo che si pensasse anche al problema dall'arte e che si cercasse di cristianizzare la nobilissima arte cinese.
2. Nuovo movimento in favore dell'arte cristiana cinese. - C. Costantini arrivato in C. come delegato apostolico nel 1922 ebbe l'impressione che l'antico mondo cinese fosse crollato con l'impero, ma che, attraverso un profondo travaglio e le intemperanze di un nazionalismo esasperato, si preparasse una C. nuova.
In questa crisi di riforma e di crescenza, pensò che in un paese che possiede il decoro di un'arte grande e antica, anche l'arte cristiana doveva associarsi ai nuovi indirizzi utilizzando le forze locali e ciò anche per una ragione di metodologia missionaria. Senza dubbio l'arte cinese per il suo carattere spirituale si prestava mirabilmente a interpretare il pensiero cattolico e a soddisfare le esigenze della liturgia. D'altro canto ciò dimostrava come la religione cattolica non fosse una religione straniera. Era però necessario riavvalorare la teoria con la pratica. Nel 1925, venne in C. l'architetto benedettino D. Alberto Gresnigt. Egli si impadronì dello spirito dell'arte cinese, e diede i piani e diresse la costruzione della bella Università Cattolica di Pechino, dei seminari regionali di Hongkong e Kaifeng, della chiesa dei Discepoli del Signore di Suanhawa e attese ad
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altre opere minori usando nei suoi edifici gli elementi dell'arte tradizionale cinese ma imprimendo loro un'anima nuova cristiana.
E molto interessante anche quanto è stato fatto nel campo della pittura. Nel 1929 il pittore Chen Suan-tu, che possedeva una esperta sicurezza nel disegno secondo la buona tradizione cinese e la facoltà di rendere le cose con vivo senso di spiritualità e poesia, dopo aver letto i Vangeli ed aver preso visione presso la delegazione apostolica, dove era stato invitato, di qualche opera di buoni artisti cristiani, dipinse e portò alla delegazione stessa un pannello di seta con la Vergine che adora il bambino.
Questa deliziosa immagine cinese costituisce il punto di partenza della nuova pittura cristiana cinese. Divennuto cristiano e battezzato con il nome di Luca, fu nominato professore d'arte all'Università Cattolica di Pechino e creò intorno a sé una famiglia di pittori cristiani, in cui splende il candore dei primitivi. L'arte cinese ha offerto al soggetto sacro una forma piena di delicata spiritualità e il soggetto sacro ha offerto agli artisti cinesi un tema nuovo, elevato, luminoso, possente, tale da creare un vero rinnovamento dell'antica arte cinese. La scuola di pittura dell'Università di Pechino divenne subito un focolare di nuove idee e di nuove attività. Si fecero esposizioni a Sciangni e a Pechino, che ottennero lusinghieri successi. Accanto al nome di Luca Chen si deve ricordare quello di due noti pittori, il principe mancese Pu Chin e Chang-sen-tzc, che pure trattarono soggetti sacri. Tra gli scolari di Luca Chen si possono segnalare Wangsuta, Lu Hung-Nien, Ming-yuan e Hsu Chi-hua; quest'ultimo è morto nel fiore degli anni nel 1937. Né deve sorprendere se la pittura cristiana cinese appare, d'un tratto, adulta : gli artisti cinesi erano padroni di un linguaggio pittorico già affinato dal senso poetico delle cose e dall'abito di interpretare i soggetti religiosi; la loro pittura era in qualche modo già pronta al battesimo cristiano. L'arte tradizionale cinese, agitata dal contatto con le correnti naturalistiche provenienti dall'Occidente, ritrova nel soggetto sacro facilmente se stessa e si rifugia con gioia nelle forme iconografiche dell'antica arte religiosa.
Si è ancora ai primi esperimenti di una auspicatissima rinascita, ma questi primi fiori sono bastevoli per farci guardare con sicura fiducia a una primavera d'arte cristiana sorgente nei lontani orizzonti dell'Estremo Oriente. - Vedi Tavv. CVII-CVIII.
BNL.: P. D'Elia, Le origini dell'arte cristiana cinese (13631640), Roma 1939; C. Costantini, L'arte cristiana nelle missioni, ivi 1940, p. 193 sgg. (a p. 219 un'esauriente bibl.).
Celsos Costantini
CINGINNATI, ARCIDIOCESI di. - Città dello Stato di Ohio negli Stati Uniti e sede di una arcidiocesi metropolitana comprendente un territorio di ca. 31.200 kmq ., aventi per suffragance le diocesi di Cleveland, Columbus, Fort Wayne, Indianapolis e Toledo.
Nel 1948 su una popolazione globale di 1.576 .256 \mathrm{ab}. l'arcidiocesi contava ca. 285.689 cattolici (di cui una buona parte di razza negra). Il clero è composto di i vescovo susiliare, 515 sacerdoti diocesani e 329 regolari, con 25 chiese, 82 missioni, 5 cappelle, 1 seminario maggiore, 1 minore, 13 accademie e scuole normali, 3 collegi per ragazzi, 2 per ragazze, 4 scuole di latino, 43 Highs Schools e 37 scuole parrocchiali con 37.786 alunni. Nel 1947 furono amministrati 10.975 battesimi di cui 1782 di adulti. L'arcidiocesi conta 10 comunità religiose maschili e 20 femminili.
Il nord-est dell'Ohio cominciò ad essere evangelizzato fin dal 1749, ma la colonizzazione bianca vi ebbe i suoi inizi solo verso la fine del sec. xviri. Tra i primi coloni i cattolici erano principalmente a Somerset, dove mons. Flaget vescovo di Bardstown, dal quale dipendeva allora l'Ohio, fece venire i Domenicani, i quali, sotto la guida del p. Edoardo Fenwick, vi fondarono un priorato. Quanto a C., i primi tentativi di fondazione della Chiesa
cattolica furono nel 1811 . Mons. Flaget durante la sua prima visita vi celebrò una Messa e nel 1821 otteneva dalla S. Sede che l'Ohio fosse separato da Bardstown per formare una diocesi con sede a C. Suffraganea di Baltimore, la nuova diocesi ebbe lo stesso E. Fenwick come primo vescovo.
Questi moriva nel 1832 di colera, contratto durante una sua visita alla diocesi. A lui si deve, in particolare, la fondazione del celebre Ateneo S. Francesco Saverio di C. (1829). L'emigrazione di cattolici tedeschi e irlandesi accelerò il consolidamento della gerarchia ecclesiastica nell'Ohio. Molte diocesi infatti furono poi erette per smembramento di quella di C. che nel 1850 veniva elevata a metropolitana con suffragance le diocesi di Louisville (già Bardstown), Detroit, Vincennes (era Indianapolis), Nashville e Cleveland alle quali si aggiunsero in seguito quelle di Covington, Fort Wayne, Columbus, Grand Rapids e Toledo. Il 22 maggio 1937 furono staccate dalla provincia ecclesiastica di C. le diocesi di Detroit e di Gran Rapids per formare la provincia di Detroit, quindi il 10 dic. dello stesso anno le diocesi di Louisville, Covington e Nashville passarono alla nuova provincia di Louisville.
Biel.: I. C. Shea, History of the Catholic Church in the United States, III, Nuova York 1890, v. V, ivi 1892 (v. indici); M. O. P. Brien, s. v., in Cath. Eoc., III, pp. 773-76; V. P. O' Daniel, The High. Edward Dominici Fenwick D. P. first bishop of C., Nuova York e Cincinnati 1920; I. H. Lamoth, History of the archidiocese of C., ivi 1921; I. H. O. Donnel, The Catholic hierarchy of the United States 1790-1922, Washington 1922 (v. indici); D. C. Shearer, Pontificia Americana, 1784-1884, Washington 1933 (v. indici); W. E. Shiels, The Tensits to Ohio in the eighteenth century, in Mid-America, 1936, pp. 27-47; IAS, 29 (1937), pp. 391-93; 30 (1938), pp. 360-62; The Official catholic Directory 1947, Nuova York 1947, parte 2*, pp. 73-86.
Cerrado Morin
CINEI (QĒNĪTI). - Dall'ebr. qĕnĭ o qojīn, sing. collettivo, plur. qĭnim). Tribù menzionata la prima volta in Gen. 15, 19, con altre nove stanziate al tempo di Abramo nel territorio di Canaan. Probabilmente abitava verso il «torrente d'Egitto» (v.).
Hobab, cognato di Mosè, che condusse gli Ebrei attraverso il deserto, era cineo (Num. 10, 29-32). Dopo l'ingresso nella Terra promessa, ottennero, come ricompensa, di potersi stabilire parte nel Neghebb, a sud di Arod, come annessi alla tribù di Giuda, parte al nord presso Cedes nella tribù di Nephrali (Indc. 4, 11. 17). Giacle, moglie del cineo Haber, uccise Sisara (ibid. 4, 17-21). Saul li pregò di separarsi dagli Amaleciti per non coinvolgerli nel loro sterminio (I Sam. 15, 6). Pare che dai C. discendessero i Rechabiti (I Par. 2, 55). Secondo l'oracolo di Balsam (Num. 24, 21-23) ebbero a soffrire dalle invasioni assire e parteciparono alla cattività di Babilonia.
Giorzio Castellino
CINEMATICA : v. meccanica.
CINEMATOGRAFO. - I. Morale e pedagogia. - Comparso appena nel 1895 , il c. ha saputo in breve tempo assorgere a vera altezza di arte, passando dai film muti a quelli parlati e sonori, a quelli colorati e in rilievo; e da visioni e azioni, molto semplici, alle più complesse rappresentazioni drammatiche, a scene e a visioni di splendidi panorami, di fatti storici e scientifici, di fiabe note fin dall'infanzia. Così è diventato il pascolo di milioni di persone, la forma più popolare di divertimento; una vera "lezione di cose ", più efficace per la maggior parte degli uomini che non l'astratto ragionamento, perché ricevuta senza difficoltà né sforzo, ma con godimento e interesse vivi, accompagnata, com'è, dal succedersi di immagini concrete, che attraggono e incantano. La parola, poi, l'azione drammatica, la musica, il colore e il rilievo non fanno che rafforzarne il valore, la potenza e il fascino.
Constatare quanto l'influsso esercitato dal c. sia ampio e profondo, è facile, perché lo si vede operante in tutti
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(della rivista Cinema, 1920)
Cinematografo - Giovanna d'Arco in prigione - Inquadratura del film Giovanna d'Arco di G. Uccicy, produzione U. F. A.
i settori e le fasi della vita; dalle abitudini private (mimetismo del vestito, della pettinatura, del tratto, del contegno) alla variamente orientabile educazione del carattere e del sentimento, alla situazione del nido familiare, al vivere sociale. Influuso che può essere buono o cattiva. Buono, perché, oltre a ricreare, le rappresentazioni del c. possono suscitare nobili ideali di vita, diffondere nozioni preziose, fornire più ampie conoscenze della storia e delle bellezze del paese proprio e altrui, presentare la verità e la virtù sotto una forma attraente, favorire anche la comprensione fra le nazioni, le classi sociali e le razze, ridestare il richiamo alla virtù e all'eroismo benefico naturale e soprannaturale, contribuire con un aiuto e un incitamento positivo al miglioramento materiale e sociale del mondo. Cattivo: perché spesso le rappresentazioni del c. si trasformano in occasione di peccato; inducono la gioventù nelle vie del male, perché glorificano le passioni o per lo meno cercano di creare intorno ad esse un'atmosfera di indifferenza, di compassione, di scusa; espongono la vita sotto falsa luce; offuscano gli ideali; distruggono l'amore puro e fedele, il rispetto al matrimonio, l'affetto per la vita di famiglia; presentano al pudore cristiano un surrogato di disinvoltura scanzonata, che è avvio a situazioni peggiori. Quando, poi, con i cosiddetti "varietà", con la procacità dei vestiti, dei gesti e dei sottintesi, non si convertono addirittura in deplorevoli lezioni di vizio e di corruzione.
Va da sé, che, di fronte a cosi gravi pericoli e danni, la Chiesa senta il dovere di intervenire a difesa dei sani principi del vivere civile e religioso, indicando i mezzi utili a preservare dal male, e nello stesso tempo, a piegare una cosi bella conquista dell'ingegno umano al servizio del bene. Magna carta di questo intervento si può considerare l'enciclica di Pio XI, Vigilanti cura, del 29 giugno 1936 (AAS, 28 [1936], pp. 249-63), confortata e sempre aggiornata alle correnti necessità dallo stesso Pio XI e da Pio XII per la Chiesa universale e dai singoli vescovi per le loro diocesi.
1. Mezzi negativi. - a) Il primo e principale è la formazione di una sana coscienza morale in materia di spettacoli in generale e di c. in particolare, la quale, pur mostrandosi comprensiva, impedisca il formarsi e l'estendersi di quella scarsa sensibilità morale, che non vede o cerca di non vedere il pericolo, o lo sorvola con pretesti infondati. A questa formazione deve servire di base la parola del Vangelo: «Se il tuo occhio ti scandalizza, e tu strappalo e gittalo lontano da te» (Mt. 5, 29); "Chiunque guarda una donna con desiderio cattivo, ha già commesso adulterio con essa" (ibid. 5, 28); la quale, del resto, conferma i principi dell'etica e della pedagogia naturale. - b) La promessa cinematografica, rinnovata ogni anno, di astenersi da film che offendono la verità e la morale cristiana. Già promossa fin dal 1939 dai vescovi del Veneto, fu nel 1942 estesa a tutti gli ascritti all'Azione Cattolica. Un fronte comune, sotto questo aspetto, di tutti i cattolici, non solo, ma di tutti coloro che sentono la responsabilità dell'educazione dei propri figli, come è la Legione della decenza (v.) in America, rappresenterebbe un monito e una segnalazione anche ai produttori di film (cf. M. Barbera, L'autocensura dei produttori di cinematografia in America, in Civ. Catt., 1931, III, p. 215 sgg.). - c) L'istituzione di segnalazioni cinematografiche allo scopo di far conoscere al popolo quali film siano leciti per tutti, quali invece richiedano qualche riserva e quali finalmente siano dannosi o positivamente cattivi. Queste segnalazioni devono rendersi accessibili a tutti, mediante bollettini speciali e in generale mediante la stampa cattolica, massime quella quotidiana, perché più tempestiva e diffusa. E siccome non è possibile una lista segnalatrice unica per tutte le nazioni del mondo, perché diverse sono le circostanze, gli usi, i temperamenti di ogni paese, si costituiranno uffici permanenti nazionali (in Italia si ha il Centro Cattolico Cinematografico [C.C.C.] con le sue pubblicazioni periodiche).
2. Mezzi positivi. - Poiché non basta allontanare il c. cattivo, ma è necessario promuovere il c. buono, i centri nazionali, specialmente, dovranno agire con costanza e fervore secondo queste orientazioni : a) farsi iniziatori, secondo le loro possibilità, di film seri e artistici; b) influire sugli artisti e su quanti partecipano alla produzione cinematografica, perché creino capolavori che innalzino il c. ad una missione educatrice e lo rendano conforme alle esigenze della coscienza cristiana, adoperandovisi con competenza di tecnici e non di dilettanti; c) mostrare agli industriali produttori di film, come i loro capitali

(per cortesia della casa produttive)
Cinematografo - Bernadette alla grotta. - Inquadratura del film Bernadette tratto dal romanzo di F. Werfel. Prod. Twentieth Century Foc.
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possano benissimo e senza danno essere adoperati secondo questi dettami; d) la stampa cattolica, poi, affiancherà quest'opera bonificatrice con le sue recensioni condotte serenamente, si, ma anche esattamente, condannando ciò che è degno di condanna e riconoscendo ed elogiando gli sforzi di quanti (governi, produttori, artisti) cooperano a quest'azione di vero apostolato.
Il c. nell'insegnamento scolastico. - Quale mezzo rapido ed esteso di istruzione, il c. è entrato anche nell'ambiente scolastico, soprattutto con film a passo ridotto. I quali non si limitano al solo documentario, ma passano anche nel campo scientifico, pedagogico e religioso (catechismo, storia sacra, storia della Chiesa, liturgia, missioni, vite dei santi). L'importanza del fatto e le conseguenze, che ne derivano, sono evidenti; gli effetti, che già si ottenevano dall'uso delle proiezioni, non solo continuano, ma si accrescono per la maggior attrattiva che esercita il c. Anche per questo, però, occorre la stessa vigilanza e cautela, già accennate per gli altri film, tanto più assiduamente materne, quanto più gli alunni risentono del risucchio della vita.
Bon...: L. Civardi, Il c. e i cattolici, Roma 1937; id., Il c. di fronte alla morale, ivi 1940; Vari autori, Il volto del c., ivi 1941; R. Branca, Il c. di fronte alla morale, in VI Corso Cristologico, ivi 1942, pp. 123-172; A. Cavagna, Il c. ieri, oggi, domani, Torino 1945; cf. anche come ampia bibl. di documenti ecclesiasticl, La documentation catholique, 34 (1936, II), coll. 239-75; J. Morienval, Le fait religieux à l'écran. De "M. Vincent" et de quelques films catholiques, in Lumen vitae, 3 (1948), pp. 120131; id., Les au-delà du cinéma, ibid., 3 (1948), pp. 607-711. Celestino Testore
II. Storia. - La storia del c. inizia il 28 dic. 1895 allorché Luigi e Augusto Lumière, fra lo stupito interesse di tutti, presentarono, al Grand Café del Boulevard des Capucins, a Parigi, una serie di film, ciascuno di un'inquadratura di ca. 17 m ., tra cui, famoso, l'Arroseur arrosé; quella cattolica, allorché, nei primi del genn. 1896 il frère Bazile, professore all'istituto St-Nicolas di Parigi, rappresentò, in via Jean-Coujon, alcuni quadri viventi (tableaux vivants) tratti dalla vita di Cristo e fatti interpretare dai suoi alunni. Nel sett. del 1897 un operatore fu mandato dai fratelli Lumière a Horitz, in Boemia, per riprendere le 13 scene della Passione di Oberammergau (v.); il film raggiunse i 250 m . e costitul un avvenimento eccezionale di cui si interessarono e l'Europa e l'America, dove, lo stesso anno, R. Hollaman ne proiettò uno identico di 900 m .
A dare in seguito mezzi espressivi al c. fu G. Méliès dotandolo di trucchi quali : la dissolvenza incrociata (sostituzione di un'immagine con un'altra nella stessa inquadratura, ottenuta sfocando progressivamente l'una laddove l'altra si porta a fuoco); le azioni accelerate e quelle a ritroso. Con F. Zecca entrò nel c. l'elemento drammatico.
Tra i pionieri del c. italiano va qui ricordato, a titolo d'onore per il c. cattolico, mons. C. Respighi, che, insieme a R. Kanzler, offrì alcuni interessanti cortometraggi sulle catacombe. Nel 1902 C. Pathé realizzò in Francia il primo Quo vadis?; poi Ecce Homo, Il martirio di s. Sebastiano e l'ottimo Christus; e Zecca, due anni dopo, una Via du Christ, in tableaux. F. Niblo ridusse il Ben-Tior di H. Wallace (1907) in America, dove apparve anche il primo lungometraggio: Mose's life (1910), seguito a un anno di distanza da Jésus prodotto in Francia. Intanto in Italia si filmarono S. Paolo (1910) e La Divina Commedia (1911); U. Del Colle ed E. Pasquali realizzarono i Promessi Sposi (1913); ed E. Guazzoni presentava un Quo vadis? che segnò il trionfo del c. italiano. In America si ebbe ancora: Dalla man-
giatoia alla Croce (1912), girato in Palestina; nel Belgio Gesù di Nazareth (1923) di D. Buchowitzki; in Francia un grande documentario di G.-M. Coissac, La petite sainte de Lisieux (1923) e L'agonie de Jérusalem (1924) di J. Duvivier.
Comparve intanto D. W. Griffith: con lui il c. raggiunse una nuova spontaneità e vivacità ritmica, che non erano se non accennate nell'Assalto al treno (1903) di E. S. Porter; egli riuscl a realizzare una rispondente espressione cinematografica degli aspetti più umani e più veri della realtà, investendo, tra l'altro, la tecnica della dissolvenza di un forte significato poetico e donando al c. il grande mezzo espressivo del primo piano. Di lui si ricordi Intolerance convincente ed umano, composto di 4 episodi, tra cui L a caduta di Babilonia, La lotta dei farisei contro Cristo, La notte di s. Bartolomeo. Nel 1917 E. Guazzoni filmò Fabiola del card. Wiseman con una fedelissima visione di catacombe, secondo la ricostruzione del Kanzler, e la Gerusalemme liberata. Con G. Antamoro si produssero Christus, S. Francesco e S. Antonio di Padova, molto riuscito quest'ultimo per la solidità psicologica dei personaggi, nonostante l'eccessiva retorica ambientale.
In Germania si sviluppava il cosiddetto Kammerspiel, che realizzava una torbida ispirazione con audacia di angolazioni, violenti investimenti di luci, e specificamente con l'inscenatura in ambienti chiusi e accentrati.
A Hollywood (U.S.A.) Cecil de Mille realizzò il Re dei re (1925), dove la figura di Cristo fu in un certo senso efficace, ma fasciata d'una atmosfera troppo violenta e tragica; cosi il Segno della Croce, ben lontano dal rappresentare il sacrificio dei martiri cristiani. In Polonia, invece, il Mistero della Madonna Nera, molto semplice, colmo di religiosa emotività, segnò un buon successo; così in Francia la Vergine della Roccia. Nel 1928 C. T. Dreyer riusci a creare una splendida Passione di Giovanna d'Arco che, seguendo da presso gli atti processuali della Santa, trovò il suo pieno linguaggio in una successione quasi costante e di ritmo molto teso dei primi piani, fortemente tagliati dalla luce. Nel 1917 un'altra Giovanna d'Arco era stata realizzata con G. Farrar; altri due lavori sul medesimo argomento furono attuati in Francia da De Gastyne e in Germania da Ucicky; questo dell'Ucicky, più che inverare una pagina di storia, ebbe il fine «di importare un dramma di personaggi : quello di Giovanna, candido angelo...». La Francia vantò in quel tempo La vie miraculeuse de Thérèse Martin (1929) di J. Duvivier, tutto soffuso di afflato cristiano; e la Germania I.N.R.I. (1929) di R. Wiene. Già da qualche tempo il c. guardava con interesse a S. M. Eisenstein e a V. I. Pudovchin i quali arricchirono la loro arte con una sintassi quanto mai originale riuscendo ad ottenere una scabra drammaticità per mezzo di un montaggio, che venne a costituirsi connotato estetico essenziale.
Attraverso successivi tentativi e sistemi si dotava il c. di una categoria espressiva: il suono, che, avvertito come necessità, aveva precedentemente trovato espressione nell'accompagnamento estemporaneo, di solito il pianoforte, durante la proiezione; dopo un periodo iniziale in cui si saggiarono le sue possibilità dando luogo più che altro a virtuosismi invadenti, esso assunse il carattere di elemento integrante quando si fuse già dall'origine nella concezione del regista: un esempio di perfetto commento sonoro nel quale hanno una profonda ragione poetica anche le pause di
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silenzio è Ombre rosse di J. Ford. Al trapasso dal muto al sonoro si trovò Alleluiah! (1929) di K. Vidor, interpretato da negri, in cui l'aspirazione mistica di un popolo verso la redenzione cristiana si fondeva e si confondeva con la calda sensualità atavica, confluendo in una espressione di danza orgiastica e insieme mistica.
Le prime manifestazioni evidenti di una preoccupazione morale e didattica rispetto al c. cadono in questa epoca con due Congressi cattolici internazionali (L'Ale 1928 e Monaco 1929) che costituirono poi a Parigi il Comité international pour la Cinématographie. E bene però notare che già da molto tempo la Chiesa si interessava al c.
Un festival del film morale fu difatti organizzato a Milano (1910) da parte del card. Ferrari che lo coronò con la proiezione di S. Paolo. Nello stesso anno al I Congresso Internazionale del c. a Bruxelles, G.-M. Coissac chiese energiche misure per garantire la moralità del film. Nel 1912 mons. Couillé, arcivescovo di Lione, mise in guardia contro il film licenzioso e fondò una lega diretta a preservarne i cattolici. Ancora, nel 1927 il can. J. Reymond fondò a Parigi il Comité catholique du cinéma.
Il 29 giugno 1936 il papa Pio XI dedicò l'enciclica Vigilanti cura al c., di cui già aveva accennato nel 1929 in un passo della Divini illius magistri, il che significò un grande avvenimento per la moralizzazione del c. Si costituirono difatti, in Europa, uffici di censura presso le direzioni nazionali della Azione Cattolica, e ad essi, fra l'altro, fu affidato il compito di incoraggiare una produzione moralmente sana. In Austria sorsero la Katholische Jugendzentrale, la Stella Maris Lichtspielgesellschaft e la Neurund Kinematographie; in Olanda: l'ufficio Voor Er en Deugh; in Svizzera: la Vereinigung der Freunde der Kinoreforme. In America si ebbe un vivacissimo movimento tendente alla moralizzazione del c., le cui più tipiche espressioni furono il cosiddetto "codice Heys" (che limitava e escludeva in modo alquanto meccanico la rappresentazione di certe circostanze, scene ed esibizioni), e la League of Decence che ottenne risultati veramente sostanziali.
Nel 1934 J. Duvivier realizzò Marie Chapdeleine e l'anno dopo Galgota con una visione molto personale e forse discutibile del rapporto fra le moltitudini e Gesù. E di quest'anno (con La maschera di cera) l'apparizione ufficiale, per così dire, del film a colori: categoria espressiva che tutt'oggi, a differenza dell'altra, il sonoro, non ha superato la prima fase dei sondaggi e dei virtuosismi; rari ed embrionali sono per ora tentativi di «intonare» i colori : il regista seguita a sentire il film in bianco e nero, mentre il tecnico del colore si limita ad arricchire l'intensità cromatica dei costumi e delle sceneggiature, cosicché il colore riesce puramente giustapposto alla concezione originaria.
Nel 1936 L. Poirier con l'Appel du silence portò sullo schermo la vita dell'apostolo del Sahara: p. C. de Foucauld. Nel 1939 in Francia si ebbero alcuni documentari tra cui: India sacra del missionario p. Lhande e Monastero di R. Alexandre; fu pure ridotta per il c. la vita di s. Vincenzo de' Paoli con il titolo di Monsieur Vincent. In Italia: Abuna Messias; Don Bosco di G. Alessandrini, tratto dagli episodi di giovinezza del Santo, e volto ad illuminare l'indefettibile fede di lui nella Provvidenza per dare asilo ai trovatelli; semplice e bello poi : La porta del cielo.
Nel 1939 apparve Assisi di A. Blasetti che rappresentò uno sforzo di sublimare la natura e le cose
nello spirito francescano; dello stesso si ebbe la Tavola dei poveri. Vanno ricordati poi Jubilaeum dei Salesiani e il documentario missionario: Conquistatori d'anime di R. Chiosso.
Negli ultimi anni il movimento americano per la moralizzazione del c., e specificamente quello cattolico, sono passati da un atteggiamento critico e di difesa ad uno più propriamente attivo che ha dato luogo ad una serie di film ispirati a figure religiose cattoliche e alla loro opera: da quello su p. Flanagan (La città dei ragazzi, 1944), a La mia via (1944), purtroppo non esente sempre da un troppo facile pathos; a Le campane di Santa Maria, Le chiavi del Paradiso, Bernadette, e La croce di fuoco di J. Ford; di quest'ultimo film, molto felice, è la breve sequenza finale, semplice e intensa, che riafferma la continuità della fede al di là della persecuzione. Nel ' 49 si è poi avuta in America un'altra Giovanna d'Arco per la regia di V. Fleming e la consulenza di p. Döncoeur; ed in Italia: S. Antonio di Padova, diretto da P. Francisci che bene ha sottolineato il temperamento battagliero del Santo; e Cielo sulla palude, il film di A. Genina che ha ottenuto una bella affermazione alla X Mostra Internazionale del c. a Venezia per avere sentitamente rievocato in un clima di lirica commozione l'umana vicenda della b. Maria Goretti. Vedi Tavv. CIX-X.
BibL.: L. Moussirac, Naissance du cinéma, Parigi 1923; R. Thun, Der Film in der Technik, Berlino 1923; B. Bălăsa, Der Geist des Films, Halle 1930; M. Bardèche et R. Brasillac, Histoire du cinéma, Parigi 1943, nuova ed. Givers 1948 (essuriente, nonostante varie inesattezze); A. Spottiswoode, A grammar of the film, Londra 1937; C. Vincent, Hist. de l'art cinématographique, Bruxelles 1939; F. Pasinetti, Storia del c., Roma 1939 (informazione ampia e precisa); G. Sadoul, Hist. générale du cinéma, Parigi 1943; F. Pasinetti, Mezzo secolo di c., Milano 1948; Autori vari, Il film del dopoguerra: 1943-49, Roma 1949. Importanti le riviste: Cinema, Bianco e nero (e le pubblicazioni monografiche di quest'ultima) e Revue du cinéma. Per altre bibl. cf. G. Charensol, Panorama du cinéma, Parigi 1947; L. Chiarini, Il film nei problemi dell'aria, Roma 1949.
Franco Costabile
CINESI, COLLEGIO dei : v. RIPA, MATTEO.
CINESI, RITI : v. RITI CINESI.
CINGOLI, DIOCESI di : v. osIMO, dIOCESI di.
CINGOLO. - Dall'uso profano di una cintura per tenere fissa intorno ai fianchi la tunica, è sorto l'indumento sacro in forma di cordone, con due fiocchi alle estremità, che serve a stringere il camice. I primi accenni al c. si hanno in una lettera di papa Celestino nel 430 ai vescovi di Narbona e Vienna nelle Gallie. Poi i monaci, memori della parola del Signore : "siano cinti i vostri lombi", ritennero incompatibile per il loro stato la tunica discinta, e concorsero cosi a generalizzare l'uso del c.
Dalla semplice cinta di cuoio o di corda dei monaci, si passò nella liturgia alla fascia di seta riccamente ornata con pietre preziose e borchie d'oro, specialmente durante il medioevo. Poi si tornò alla semplicità primitiva, ed eliminata la fascia si riprese il cordone. La Chiesa non ha determinato né la forma né il colore del cingolo; se ne possono quindi fare di seta, lino, lana, cotone; il loro colore può essere sempre bianco oppure simile a quello dei paramenti. Vario ne è il significato simbolico secondo gli autori, ma quasi tutti convengono nel ritenerlo il simbolo della castità, come indica la preghiera liturgica che il sacerdote deve recitare quanto lo cinge.
BibL.: J. Braun. Die liturgische Gecoudung im Occident und Orient, Friburgo in Br. 1907, pp. 102-12; id., I paramenti sacri, vers. it., Torino 1924, pp. 77-84. Enrico Dante
CINI, Adelaide, venerabile. - N. a La Valletta (Malta) il 25 ott. 1838 , m. ad Hamrun (Malta) il 28 marzo 1885 . Rimase nel mondo votata a Dio per redimere, col lavoro, le ragazze traviate e per salvare le
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pericolanti e le orfane. Girava per i villaggi tra veglie e digiuni, preparando ad Hamrun l'istituto del S. Cuore di Gesù, che mantenne con le sue sostanze, aiutata dai privati, dalla Società di S. Vincenzo de' Paoli e dal governo; e che diresse pur da malata. Sua cura fu anche quella di sovvenire le mamme di figli illegittimi. Dopo la sua morte, avvenuta per male cardiaco, causatole da una bastonatura e dalle continue minacce, l'Opera fu canonicamente approvata nel 1890; la causa di beatificazione fu introdotta con decreto del 23 febbr. 1910.
Bibl.: AAS, 2 (1910), pp. 162-66. Rosa Alba Squadrilli
CINI, Giovanni, beato. - Del Terz'ordine di S. Francesco, fondatore di un Ordine effimero e di una Compagnia di Disciplinati a Pisa, n. probabilmente a Pisa e m. ivi dopo il 1331, spesso confuso con Giovanni della Pace, pure del Terz'ordine. Implicato in una vendetta di partito (1295) e punito, rinunciò al mondo e visse da eremita ritirandosi poi in una dimora presso la Porta della Pace di Pisa.
Fu uno dei fondatori della Casa della Misericordia, i cui statuti furono approvati dal vescovo e poi dalla Repubblica (1305). Fondò un Ordine della Penitenza, che nel 1370 sembra già assorbito dai Gesuati. Vita più durevole ebbe la Compagnia dei Disciplinati di S. Giovanni Evangelista, soppressa nel 1785. Anno e giorno di morte sono sconosciuti. L'ultimo documento che lo ricordi tra i vivi è del 13 nov. 1331. La tomba è tuttora al camposanto di Pisa. Il suo culto fu confermato da Pio ix il 10 sett. nel 1837. La festa è il 12 nov.
Bibl.: S. Barsotti, Un nuovo fiore serafico: il b. G. C. confessore pisano soldato ed eremito, Quaracchi 1906 (con documenti; tutte le Vite precedenti sono piene di confusione) ; id., Promemoria sul b. Giovanni della Pace, Pisa 1901. Livario Oliger
CINICI. - Setta filosofica greca, fondata da Antistene, una delle quattro nate dall'insegnamento di Socrate. Il nome vale «seguaci del Cane», e "Cane» venne detto per eccellenza e chiamò se stesso Diogene di Sinòpe; ma l'appellativo viene attestato già per Antistene (Diog. Laert., VI, 13), e deve avervi contribuito anche il fatto che questo teneva le sue lezioni nel ginnasio di Cinosarge riservato ai figli di madre non attica. Particolarmente in fiore nei secc. Iv e III a. C., il cinismo riprese vigore nell'età imperiale. Nel iv e nel v sec. d. C. ebbe rappresentanti anche fra i cristiani.
Il primo cinismo. - E rappresentato da Antistene, Diogene e i suoi immediati scolari. Di Antistene non si conosce né l'anno della nascita né quello della morte, ma era già vecchio nel 366 . Da giovane udi Gorgia, più tardi s'uni a Socrate. Scrisse moltissimo: l'elenco di Diogene Laerzio contiene 62 titoli. A noi non restano che dei frammenti, la maggior parte di seconda mano. Socratico nella morale, rimane legato alla sofistica sul terreno della logica. I problemi di logica peraltro hanno un'importanza relativa: la saggezza consiste nell'esercizio della virtù, la quale è sì insegnafale ed ha il suo fondamento nel giudizio, ma non ha bisogno né di molta scienza né di lunghi discorsi, e solo domanda la "forza socratica". Il modello del saggio è Eracle, che già Prodico aveva rappresentato al bivio tra la virtù e il piacere. Di qui la negazione di tutti i beni esteriori, non solo materiali, ma anche sociali, e la sentenza che il saggio non conosce altra legge che quella morale, ed è solo nei limiti di questa che egli partecipa alla vita politica. Particolarmente aspro fu contro la democrazia ateniese: «Con i vostri voti - diceva - fate che un asino diventi cavallo» (Diog. Laert., loc. cit.). Nei confronti del problema religioso, Antistene si pose in netta contraddizione con tutta la tradizione popolare greca. "Secondo la credenza tradizionale vi sono molti dei, ma secondo natura Iddio è uno" (Filodemo, De piet., p. 76 G).
In senso ancor più radicale vennero sviluppate le dottrine di Antistene da Diogene di Sinòpe sul Ponto,
rimasto come il tipo più perfetto del c. La sua vita venne ben presto avvolta dalla leggenda. Secondo la tradizione, era figlio di un banchiere. Fuggito o cacciato dalla sua città, venne in Atene, dove, fattosi seguace di Antistene, ne mise in pratica i precetti riducendo al minimo i suoi bisogni e vivendo la vita del mendicante. Passato a Carinto, vi mori nel 324. A lui risale il tipo del c. che va intorno con un saio, il bastone e la bisaccia a predicare la morale, mordendo con aspra satira i difetti degli uomini. Diogene Laerzio (VI, 80) riporta come di lui i titoli di 14 dialoghi e di 7 tragedie, ma aggiunge che Sosicrate e Satiro ne impugnavano l'autenticità. Un altro elenco in tutto diverso veniva dato da Sozione. La questione è insolubile, ma almeno un'opera si può essere certi sia sua, la Repubblica, ricordata da Cleante e da Crisippo. Diogene acuisce ancora di più l'apposizione tra natura e consuetudine, denunciata dai sofisti e continuata da Antistene : tutto ciò che è secondo natura è buono, ciò che la consuetudine vi ha aggiunto, è cattivo. Tutti i valori tradizionali vanno perciò mutati di segno: ciò egli esprimeva dicendo di «mutare stampo alle monete" ( π α ρ α χ α ρ α \dot{τ} τ ε ι ν тò vó μ ω μ α : Diog. Laert., VI, 20). Egli rovesciava in tal modo la teoria del progresso umano di Anassagora, Democrico ed Epicuro. Ad argomento delle sue dimostrazioni prendeva i popoli barbari e gli animali, questi ultimi chiamava suoi fratelli (Diog. Laert., VI, 79), se stesso paragonava al cane, facendosi un titolo d'onore di quello che in origine era stato un nomignolo di spregio. Conseguentemente combattava il senso della vergogna, ciò che divenne una delle caratteristiche principali ( \dot{α} v α i δ ε ε α ) del cinismo. I due punti sui quali egli spinse all'estremo la dottrina di Antistene, sono: l'ascesi, intesa non solo in senso positivo come ricerca e sopportazione del dolore, e l'esigenza della massima libertà. Se Antistene aveva conservato la necessità dello Stato, pur distinguendo da esso la moralità del saggio, Diogene lo nega: il saggio non conosce altre leggi oltre quelle della natura. Fu il primo a proclamarsi cittadino del mondo (Diog. Laert., VI, 63); e con lo Stato tolse anche la famiglia sostenendo la comunanza delle donne.
Diogene ebbe come immediati discepoli: Filisco, Onesicrito, autore di una storia romanzata di Alessandro; Marrocle, creatore del genere delle "crie" ( χ ρ ε i δ α ), brevi narrazioni di detti e di fatti notabili; Cratete di Tebe, originariamente ricco, che diede tutto il suo alla città e vestì il saio del mendicante e fu maestro di Zenone la stazion; e Monimo, che diffuse il genere del «serioscherzoso " ( π π ω α δ ν γ ε λ ° ι ° ν ).
Il cinismo letterario del in sec. - Con i rappresentanti del in sec., la durezza del cinismo si stempera per conformarsi a tutte le condizioni di vita, ed esse assume forme prevalentemente letterarie. Il primo in cui ci si incontra, Bione di Boristene sul Ponto Eusino, inizia già la deviazione dando principio alla corrente edonistica. Egli non fu un uomo molto coerente: dapprima udi Cratete accademico, poi passò al cinismo, quindi seguì Teodoro il cirenaico, per finire con Teofrasto. Resta nella storia della letteratura per la creazione di un nuovo genere letterario, la diatriba (propriamente conversazione), ultima trasformazione del dialogo socratico, specie di predica in tono popolare fatta a un ascoltatore fittizio, di cui si prevengono o si ribattono le possibili obbiezioni. Il genere ebbe lunga vita: servì da modello alle satire di Orazio, si ritrova in Seneca, in Epitteto, e da ultimo nelle omelie cristiane. Del contenuto e della forma delle sue diatribe, perdute, può farsi un'idea nei frammenti di Telete di Megara (ca. 240 a. C.) conservativi da Stobeo. Più importante per i riflessi che si trovano nella letteratura romana è Menippo di Gadara in Celesiria, il quale creò un tipo popolare di satira mista di verso e di prosa. Fu imitato da Varrone nelle sue Saturne Menippear e da Seneca nell'Apocalocymbasis. Del verso si servì Cèrcida di Megalopoli (seconda metà del sec. in a. C.), uomo di stato, capitano e legislatore della sua città. Le sue composizioni, nei metri della lirica classica, portavano il titolo di Meliambiz un papiro
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di Ossirinco ce ne ha ridati ampi frammenti. Convertito all'ateismo da Teodoro egli attacca il concetto della provvidenza divina. Le uniche divinità sono per lui Paian (appellativa di Apollo medico) e Metadza e cioè la Liberalità, due metafore per indicare ciò che l'uomo deve ai suoi simili.
Il cinismo nell'età imperiale. - Durante l'età imperiale il cinismo, in ripresa, si rifà al modello diogenico. Torna in onore il saio del mendicante, e le vie dell'Impero sono percorse da predicatori vaganti. Uno di questi, l'unico di cui ci siano state conservate le opere, che, per il loro valore retrospettivo, costituiscono la massima fonte per la ricostruzione del pensiero cinico, è Dione da Prusa in Bitinia (n. ca. 40 d. C.), detto per la sua eloquenza Crisostomo o Bocca d'oro. Di lui ci sono pervenute So orazioni, che si sogliono dividere in sofistiche, politiche e morali. In quelle politiche e in quelle morali i motivi cinici sono contemporati e fusi con quelli stoici. Interamente dalla parte degli stoici egli è per quanto riguarda il problema religioso, e con essi afferma non solo l'esistenza di Dio, ma il suo provvidente governo del mondo e la parentela degli uomini con lui. Particolarmente importanti per la storia del cinismo sono l'orazione XIII, in cui è riprodotto un modello antistenico, e le orazioni relative a Diogene. In netta polemica contro la mantica e il fatalismo storico e contro la forme della religione tradizionale sono invece Enomao di Gadara e il suo contemporaneo Demonatte di Cipro, vissuti nel sec. in. Del primo possediamo una serie di estratti in Eusebio, del secondo una vita idealizzata in Luciano.
Cinismo cristiano e neopitagorico. - Dell'esistenza di c. cristiani ci dànno testimonianza Giuliano l'Apostoto (Or., VI e VII), che li combatte, s. Agostino (De civ. Dei, XIX, 19) e s. Gregorio di Nazianzo, che ne fece amaro esperimento nella persona di Massimo d'Alessandria. Secondo una notizia di s. Girolamo (De vir. illustr., 127) non altri che questo Massimo è l'Erone d'Alessandria di cui l'orazione XXV di s. Gregorio tesse l'elogio, ma il nome fu mutato da mano d'altri per non mettere il Santo in contraddizione con quanto egli aveva narrato del suo falso amico nel Contra Maximum e nel De vita con. C. neoplatonico è invece Sallustio (sec. v) in cui riappaiono tutti i tratti più caratteristici del primo cinismo.
Bibl.: Per le fonti e la bibl. di dettaglio, cf. Uberweg, I, pp. 129-70, 62 * 64^{*}. Per i frammenti v. F. W. A. Mullach, Fragmenta philosophorum Groecorum, II, Parigi 1860, pp. 239-395; una raccolta dei principali frammenti fino a Enomao in traduzione tedesca si trova in W. Nestle, Die Zohranther, Jena 1923, pp. 9-137; in italiano v. R. Mondolfo, Il pensiero antico, Roma 1929, pp. 126-63, e P. Lomanna, Antologia filosofica, I. Firenze 1942. Trattazioni d'insieme: J. Bernays, Lucian u. die Kyniker, Berlino 1879; J. R. Aemus, Gregor von Nax, in sein Verhältnis zum Kymisamt, in Theol. Stud. u. Krit., 67 (1894), pp. 314-39; A. Caspari, De Cynicis qui fuerunt aetate imperatorum Romanorum, Chemnitz (Subl. J. Gelficken, Kynika u. Verwandtei, Heidelberg 1909; R. Helm, in Pauly-Wissowa, XII, coll. 3-24.
Carlo Diano
CINNAMOMO (ebr. qinnämön, greco π i v ν α \dot{α} μ ω- μ ° v ). - Elemento aromatico dell'olio di unzione (Ex. 30, 23). Spesso è unito nell'enumerazione con altri profumi, quali la cassia, la mirra, l'aloe. Per la squisitezza rara di tale profumo, la sposa di Cant. 4, 14, e la Sapienza divina in Eccli. 24,20, sono paragonate al c. Il vero c. è estratto dalla pianta aromatica Cinnamomum zeylanicum, abbondante nell'isola di Ceylon. Gli antichi, che ignoravano tale pianta, intendevano forse con questo nome la cassia nigra o c. della Cina (connelia ?).
Angelo Penna
CINO da Pistoia. - C. de' Sighibuldi, n. nel 1270 ca., studiò grammatica in patria e legge a Bol