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vina in Eccli. 24,20, sono paragonate al c. Il vero c. è estratto dalla pianta aromatica Cinnamomum zeylanicum, abbondante nell'isola di Ceylon. Gli antichi, che ignoravano tale pianta, intendevano forse con questo nome la cassia nigra o c. della Cina (connelia ?).

Angelo Penna
CINO da Pistoia. - C. de' Sighibuldi, n. nel 1270 ca., studiò grammatica in patria e legge a Bologna e in Francia; fu giurisperito e giudice a Pistoia, a Firenze, nella marca di Ancona, e professore nell'Università di Siena, di Perugia, di Napoli; lontano spesso dalla patria o per ragioni di studio o per ragioni politiche (fu bandito nel 1303-1306 e favorì dal 1310
l'impresa di Arrigo VII), vi passò tra cariche e onori gli ultimi quattro anni e vi morì alla fine del 13360 ai primi del 1337 .

Rimangono di lui una Lectura in codicem ed un In Digestion vetus, molte Additiones, alcuni Consilia; una Quaestio, e molte liriche, di corrispondenza, di politica (in morte di Arrigo VII), d'amore, e in particolare per Selvaggia Vergiolesi. Nel diritto preferi il metodo dialettico a quello dei glossatori; adattò la legge alle esigenze dei tempi; e si disse fautore del potere civile e dell'idea imperiale. In poesia, pur tra la congeria di motivi e artifici tradizionali, per i vagheggiamenti solitari dell'amata lontana o perduta e per il gusto di un dolore che diventa dolce pur nella sua amarezza, segna il passaggio fra lo "stil novo" e il Petrarca.

Bibl.: Per il testo: Rimatori del dolce stil nuovo, a cura di L. Di Benedetto, Bari 1929. Per la vita e per l'attività giuridica: G. M. Monti, s. v. in Nuova digesta italiana, III, pp. 128-29 e bibl. ivi citata. Per le opere: C. Cordié, Dolce stil nuovo, Milano 1942, pp. 80-89, 303-233 (con bibl.).

Alberto Chiari
CINQUECENTO, ARTE del: v. RINASCIMENTO.

CINQUECHIESE, Diocesi di. - Città (detta in ungherese Pécs e in tedesco Fünfkirchen) sede episcopale e capoluogo della provincia di Baranya in Ungheria. La sua origine risale ad antichissimi tempi; il suo antico nome Sopianac, usato anche dai conquistatori romani, è di origine celtica. Già nei tempi romani vi furono cristiani a C. come attestano le catacombe scoperte nel 1780 . Sotto il regno franco ebbe una fiorente comunità cristiana e la città stessa viene chiamata Quinque Ecclesiae dai documenti carolingi del sec. is.

Al tempo di s. Stefano, Silvestro II vi fondò un vescovato (roo9) che dette un impulso vigoroso allo sviluppo della città; nel medioevo era già un centro fiorente di cultura e di artì. Il re Luigi il Grande d'Angiò ( 1342-82 ) vi eresse la prima università ungherese nel 1367 con il beneplacito del papa Urbano V. Più tardi C. fu occupata dai Turchi per più di cento anni, durante i quali perdette il suo primo splendore; i suoi edifici medievali furono in gran parte distrutti o danneggiati e il protestantesimo vi si propagò sotto la protezione ottomana. Tuttavia, dopo la liberazione dal giogo turco, la città si riprese a poco a poco e nel 1892, quando vi infierì la peste, gli abitanti fecero il voto di rimanere fedeli alla fede cattolica. Oggi C. è uno dei maggiori centri culturali dell'Ungheria. La sua Università, i due collegi tenuti da religiosi e altri istituti di educazione, il suo quotidiano cattolico Dunantul, la rendevano una delle principali città dell'Ungheria.

La diocesi ha una superfice di 9200 kmq., conta 660.000 ab. dei quali 323.000 cattolici con 194 parrocchie, 351 sacerdoti diocesani e 76 regolari; un seminario.

Fra i monumenti storici di C. il più interessante è un ipogeo cristiano nelle immediate vicinanze del Duomo. In diversi scavi (1780, 1913, 1922) furono scoperto 4 camere sepolcrali, ad una profondità di 5 e 6 m . Sono ornate di affreschi e monogrammi di Cristo, la caduta di Adamo e di Eva, il buon Pastore, Daniele, la storia di Giona, Noè. Le camere e gli affreschi dimostrano una certa affinità con le catacombe di Roma; sono della seconda metà del sec. Iv. Sopra le camere si scoprì anche una cappellina cimiteriale pure del Iv sec. (cella trichura) con un piccolo atrio. Sui resti delle mura sono due strati di pitture; quello superiore, per quanto danneggiato, dimostra uno stile bizantineggiante.

La cattedrale di C. è una delle più belle dell'Ungheria. La maggior parte fu costruita al tempo di s. Stefano (inizio sec. xi); nel sec. xiri, durante le incursioni dei Tartari, fu fortificata. Soffrì molto durante l'occupazione turca, quando fu adibita parte a magazzino, parte a

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scuola. Fu restaurata nei secoli successivi, mentre alcune parti furono aggiunte dopo, ma di stile diverso dall'originale. L'esterno con 4 grandi torri, è di stile gotico, mentre alcune coppelle laterali sono di stile barocco e rococò. Gli affreschi e le pitture sono di diversi secoli. Due moschee furono trasformate in chiese cattoliche.

La chiesa cimiteriale e gli ipogei attestano che il cristianesimo era fiorente a C. fin dal sec. IV; così pure durante il regno di Carlomagno. Fino alla devastazione dei Tartari (1246-43) ci furono numerosissimi conventi nella diocesi. Nella battaglia di Mohács (presso la città) cadde anche il vescovo di C. Filippo More; durante l'occupazione turca C. rimase senza vescovo e la cura delle anime fu affidata a religiosi (prima Francescani, poi Gesuiti) e ai licenziati, laici autorizzati a predicare e ad amministrare alcuni Sacramenti, senza residenza fissa: istituto della Chiesa ungherese molto caratteristico dei secc. xvv-xvi. Dopo la liberazione, i vescovi convertirono alla fede cattolica i numerosi protestanti, scismatici, turchi, rimasti nel territorio della diocesi.

BibL.: F. Koller, Historia episcopatus Quinquesccleviensis, Pozsory-Post 1782-1812; Gedenbbuch der h. fr. Stadt Fünfkirchen, Cinquechiese 1852; G. B. De Rossi, Fünfkirchen in Ungheria. Camera sepolcrale sotterranea dipinta, in Bull. di arch. erist., 27 secta. 5 (1874), pp. 150-52, tavv. VII-VIII; C. Szony, A Pécsi aaheresztany sirhamra (camere sepolcrali dell'antichità cristiana di C), Budapest 1907; L. Nagy, I ricordi cristiano-romani trovati recentemente in Ungheria, in Atti del III Congresso internazionale di archeologia cristiana, Città del Vaticano 1932, pp. 299-302; M. Haas, Baranya, emlehirat (scritto commemorativo), Cinquechiese 1945; in italiano: M. Voros, Pécs, Budapest 1942.

Girogorio Denes
GIOGCHI DEL MONTE, Antonio Maria. - Cardinale, n. a Monte S. Savino nel 1461, fu uditore di Camera e di Rota, vescovo di Città di Castello il 4 ag. 1503, poi arcivescovo di Siponto il 6 febbr. 1506 (fino al 1513). Fu creato cardinale da Giulio II a Ravenna il 10 marzo 1511, grazie soprattutto alla sua capacità di giurista; nel 1512 fu legato in Umbria; ebbe parte importante nel Concilio Lateranense (v. LAteranensi, concili). Clemente VII lo lasciò suo legatus in Urbe il 1^{°} ott. 1529 quando si portò a Bologna. Era vescovo di Porto dal 15 giugno 1524 quando morì in curia il 20 sett. 1533, e fu sepolto nella chiesa di S. Pietro in Montorio, ove il nipote Giulio III gli fece erigere un monumento. Per sua iniziativa Antonio da Sangallo edificò i sontuosi palazzi di Monte S. Savino, di Montepulciano e di Roma. 1

Bibl.: L. Cardella, Memorie storiche de' cardinali, III, Roma 1793, pp. 341-46; G. Moroni, Dio. di erudizione storico ecclesiastica, XLVI, Venezia 1847: pp. 123-54; P. Litta, Famiglie celebri ital., Milano 1819-83: Del Monte di Monte Sansavino, tav. I; F. Guelfi-C. Baldi, Ricerche storiche diografiche di Monte S. Savino, Siena 1892, pp. 93-97; Eubel, III, passim; E. Cerchiari, Cappellani Papae et Apostolicae Sedis, II, Roma 1920, p. 77; Pastor, VI, pp. 34-35, 246 sgg.

Maria Morselotto
CIONI, Giovanni Battista, venerabile. - Primo membro dei Chierici regolare della Madre di Dio, n. a Lucca l'ir nov. 1556, nel palazzo C., terzogenito dei nobili coniugi Francesco e Maddalena Bertolini; m. ivi il 31 marzo 1623.

Sin da fanciullo fu devotissimo della S.ma Eucaristia. Frequentando con il cugino C. Franciotti la chiess di S. Romano dei Domenicani, vi ebbe come confessore p. Benedetto Onesti che, con i confratelli pp. Paolino (venerabile) e Francesco Bernardini, erudiva la gioventù. Li conobbe s. Giovanni Leonardi (v.) e ne divenne primo socio quando questi fondò (1574) la Congregazione, poi Ordine, della Madre di Dio (v.). Sacerdote nel 1583, passò con il Leonardi e compagni dalla casa e chiesa di S. Maria della Rosa a quella di S. Maria Corteorlandini; fu rettore della chiesa e quindi superiore della casa. Umilissimo, due volte rifiutò la carica di rettore generale. Formatosi in Pescia, per opera di s. Giovanni Leonardi e del ven. Antonio Paqui, una piccola Congregazione di preti, C., pur restando a Lucca, ne ebbe la direzione per oltre 15
anni. Coadiuvò nelle cure della diocesi (e vi diresse il seminario di S. Michele) i due presuli di Lucca Guidiccioni. E sepolto in S. Maria Corteorlandini.

Insistasi nel 1701 la sua causa di beatificazione, è ora completato il processo per la dichiarazione delle sue virtù in grado croico.

Bibl.: M. Grassi, De vita et gestis Ioannis Bapt. C., ms. del sec. xvir nell'archivio di S. Maria in Campitelli, Roma; G. Fiorentini, Vita del ven. p. G. B. C., ecc., Lucca 1657; L. Marracci, Vita del ven. G. B. C., ecc., ivi 1696; F. Sarteschi, De scriptoribus Congreg. Cleric. Regul. Matris Dei, Roma 1723, pp. 46-50; C. A. Erra, Memorie de' religini per pietà e daltriina religui della Congreg. della Madre di Dio, ivi 1759, pp. 57-62; A. Aloisi, Vita del ven. p. G. B. C., Lucca 1865; A. Guerra, Vita del ven. p. G. B. C., ecc., Monea 1898.

Francesco Ferraironi
CIORTI: v. LAMAISSIO.
C. I. P. : v. PUBBLICA OPINIONE.

CIPARISSIOTA, Giovanni. - Scrittore bizantino del sec. xiv, conosciuto anche col titolo di «Sapiente». Lasciò due celebri scritti, uno di essi rimasto quasi del tutto inedito, e cioè le Trasgressioni palamitiche (ms. 1246 di Parigi), pubblicate in parte dal Combéfis (Anctarimu novissimum, II, 68-105: PG 152, 633-738). La Expositio elementaris eorum quae a theologie de Deo dicuntur fu edita e tradotta dal Turrianus (PG 152, 741-992), da un codice di Messina. C. polemizza con rara competenza contro gli errori del palamismo (v.) di cui è stato uno dei più validi avversari.

Bibl.: M. Jugie, Theologia dogmatica orientalium christianorum, I, Parigi 1926, pp. 481-82. Emmanuele Candal
CIPOLLA, Carlo. - Storico, n. a Verona il 26 sett. 1854, m. il 17 genn. 1917. Discepolo a Padova del Gloria e del De Leva, successe nel 1882 ad Ercole Ricotti sulla cattedra di storia dell'Università di Torino passando poi nel 1906 a quella dell'Istituto di studi superiori di Firenze, illustrata dal Villari. Egli è il tipico erudito la cui padronanza dell'argomento, raggiunta attraverso la conoscenza delle fonti e della letteratura, non si contempera con la dote del grande storico di visione sicura e di robusta ala. Anche il tono indulge allo sciatto, all'uniforme, al moralistico.

Apre l'attività del C. l'opera, che gli dette fama ancor giovane, sulle Signorie italiane dal 1313 al 1530, nella Storia politica del Vallardi (1881). Aveva studiato già prima le idee e l'azione del Savonarola in rapporto alla costituzione veneta (1874) e iniziato quelle sue indagini sulle fonti per la storia della regione veneta nell'alto medioevo che doveva poi sempre proseguire, come le laboriose rassegne di pubblicazioni di storia medievale italiane e tedesche per lunghi anni continuate a pubblicare nell'Archivio veneta e nei Jahresberichte der Geschichtswissenschaft. Doveva, nel periodo successivo, illustrare documenti piemontesi e veneti, farsi editore coscienzioso e sagace delle antiche cronache veronesi, dei documenti per la storia delle relazioni diplomatiche tra Verona e Mantova nei secc. xim-xiv, delle Storie di Ferreto dei Ferreschi, degli statuti rurali veronesi, dei monumenti della Novalesa e del Codice diplomatico del monastero di S. Colombano a Bobbio, sulla cui grave impresa doveva chiudere gli occhi. Così pure studiò e confrontò Giordano e Cassiodoro, Dante e Giovanni da Parigi e poi le relazioni del Petrarca con la corte avignonese e l'attività svoltavi, e ancora le fazioni bolognesi della fine del Duecento e i signori di Lombardia. Ma il più e il meglio della sua opera e del suo appassionato interesse lo portò ad approfondire la vicenda sociale e politica dei secoli barbarici, in prevalenza dei primi regni dei barbari in Italia, Odoacre e Teodorico, ordinamenti germanici ed italiani, e a ritessere in modo nuovo l'ardua questione della fusione delle due nazionalità e del reciproco influsso: l'ampio libro di ricerche Per la storia d'Italia e dei suoi conquistatori e del 1805; del 1900 le scene indagini sulla Supposta fusione degli Italiani coi Germani; del 1911 le dotte Considerazioni sul concetto di Stato nella monarchia di Odoacre. Né vanno dimenticati la memoria sul trattato De monarchia e l'opuscolo De potestate regia et papali (To-

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rino 1892), e, tra gli studi paleografici, i Codici bobbiesi della biblioteca Nazionale Universitaria di Torino (Milano 1907).

Bibl.: V. Lazzarini, G. Biadego e C. Cipolla, in Nuoto arch. veneto, nuova serie, 34 (1917), p. 99 sgg.; F. Pellegrini, in Arch. stor. it., 76 (1918, II), pp. 280-82; P. Egidi, La Storia medioevale, guida bibliografica, Roma 1922, pp. 27-49; B. Croce, Storia della storiografia italiana nel secolo decimonono, 2^{2} ed., Bari 1930, pp. 63-66, 88-90. Pier Fausto Palumbo

CIPPO. - Parallelepipedo di pietra o di marmo o per indicare una sepoltura e quindi con relativa iscrizione o per delimitare un termine o confine.
C. sepolcrali sono noti fin dalla più remota antichità e vennero usati anche dai cristiani per i loro sepolcri allaperto in Roma e in tutte le regioni dell'Impers secondo le forme locali in uso. Tali, ad es., il c. di Abercio (v.) e quello di Tollia Asclepiale (v. bassilla). Esempi di c. terminali cristiani o di proprietà, talvolta a forma cilindrica, sono conservati nel museo cristiano Lateranense, quali, ad es., quelli delle vineae Irenianae con monogramma \mathcal{Q} provenienti dalla villa Panfili, un c. con una iscrizione del sec. v da un lato e dall'altro del sec. viVII indicante una proprietà del monastero dei SS. Andrea e Stefano presso S. Maria Maggiore; una colonnetta terminale relativa ad una proprietà della diaconia di S. Adriano al Foro romano; infine uno che si riferisce ad una filanda con la data del 1029.

Bibl.: Per i c. terminali: O. Marucchi, I monumenti del museo Pio-Lateranense, Milano 1910, p. 44 e tav. 45.

Enrico Josi
CIPRIANO. - Presbitero al quale s. Gerolamo inviò l'epistola 140. Prima erano già stati in corrispondenza epistolare e poi avevano fatto la conoscenza personale stringendo fra loro amicizia. Gerolamo lo elogia come studiosissimo della legge di Dio. Così C. gli richiese una spiegazione semplice e piana di Ps. 89. A tale domanda risponde la lettera suddetta (PL 22, 1166-79; e I. Hilberg: CSEL, LVI, 269-89).

L'esegesi tiene presenti costantemente l'ebraico, i Settanta e le altre versioni. Vi sono chiare affermazioni della necessità della Grazia per compiere qualsiasi opera buona: «Non può far nulla di bene senza Colui il quale ha concesso il libero arbitrio con l'impegno di non negare la sua Grazia per le singole opere, affinché la libertà d'arbitrio non divenisse occasione d'ingiuria del Creatore e di arroganza per colui che fu creato libero, in modo però da dover riconoscere che egli è niente senza Dio» (cap. 5). E di nuovo, verso il termine: «Dove sono coloro che, vantandosi del potere del libero arbitrio, fanno considerre la Grazia di Dio, che credono d'aver conseguita, nell'avere il potere di fare o non fare sia il bene sia il male?». Tali energiche affermazioni richiamano la controversia pelagiana, alla quale s. Gerolamo prese parte attivissima in difesa dell'ortodossia. Secondo il Vallarsi l'epistola fu scritta ca. il 418 , quando ferveva ancora la lotta contro il pelagianesimo, che appunto in quell'anno fu condannato, dopo che dal Concilio di Cartagine, dal papa Zosimo nella Epistola tractoria.

Michele Pellegrino
CIPRIANO, vescovo di Cartagine, santo. Nella storia della Chiesa antica d'Occidente è uno dei personaggi di maggior rilievo, certo il primo, nella estimazione comune, fino al sorgere dei grandi del sec. Iv: Ambrogio, Girolamo, Agostino. La fortuna delle sue opere non ha uguale nei primi secoli, come appare dal numero dei manoscritti, inferiore solo a quelli della Bibbia latina.
I. Vita. - Fonti per la biografia di C. sono: i) la Vita scritta dal diacono Ponzio, suo compagno nell'esilio e testimone sculare del martirio; vita che, pur avendo manifesto intento di esaltazione e di edificazione, è documento storico di piena attendibilità; 2) gli Atti proconsolari, cioè il protocollo degli interrogatori che ebbero luogo davanti ai proconsoli Paterno e Galerio Massimo, seguito dalla condanna a morte, e infine, collocata impropriamente
sotto questo titolo, la relazione del martirio; i tre documenti furono tutti redatti da testimoni oculari immediatamente dopo i fatti; 3) la notizia di Girolamo (De viris illustribus, 67); 4) le opere di C. stesso, in primo luogo le lettere.

Cecilio C., chiamato anche Tascio, nacque in Africa sul principio del sec. III da genitori pagani che gli procurarono un'accurata formazione letteraria; inseguì retorica e si lasciò contaminare dai vizi del paganesimo. Aiutato dal presbitero cartaginese Ceciliano, si converti al cristianesimo, incominciando già da catecumeno una nuova vita, nella pratica della continenza e della carità, tanto da distribuire i suoi beni ai poveri. Poco tempo dopo il Battesimo fu ordinato presbitero e poi, nel 248 o 249 , vescovo di Cartagine, per acclamazione popolare. Scoppiata la persecuzione di Decio, C. ritenne suo dovere nascondersi, per non privare la sua Chiesa d'una guida allora più che mai necessaria; e dal suo ritiro, non lontano da Cartagine, la governò dal principio del 250 alla primavera del 251, mentenendo un intenso commercio epistolare. Ebbe una parte principale nella questione dei lapsi (v.), e dové frenare il lassismo propugnato da quel partito del clero che già si era opposto alla sua elezione (fra cui spiccava il prete Novato), e da un laico facoltoso, Felicissimo, e mantenere integra, anche di fronte ai confessori, l'autorità episcopale. Ebbe in ciò l'appoggio del clero romano (essendo vacante la sede), e preparò così le decisioni del Concilio Cartaginese dell'apr. 251, che distinse fra i sacrificati, ammettendoli alla riconciliazione solo in punto di morte, e i libellatici (v. LaPSI), ai quali poteva esser data la Comunione dopo un periodo di prova. I lassisti, strano a dire, troveranno appoggio nella fazione rigorista del clero romano, capeggiata da Novaziano, che riuscì a farsi eleggere antipapa contro Cornelio, provocando uno scisma che doveva diffondersi e durare a lungo (v. novaziano). Di fatto il movimento dilagò anche in Africa, dove C. lo combatté energicamente, sostenendo l'elezione di Cornelio. Una nuova ondata di persecuzione, sotto Gallo e Triboniano (251-53), non ebbe lunga durata. Gravissima fu la controversia sul Battesimo degli eretici, in cui C., appoggiato dai vescovi dell'Africa e da alcuni dell'Asia Minore, prese decisamente partito contro papa Stefano (254-57), che affermava, con gli altri, non doversi rinnovare il Battesimo amministrato dagli eretici. La morte di Stefano (2 ag. 257), l'intervento di s. Dionigi d'Alexandria presso papa Stefano e la persecuzione di Valeriano misero fine alla controversia, che minacciava di provocare uno scisma. Il 30 ag. 257 C. fu tradotto davanti al proconsole Paterno e, avendo confessato la sua fede, fu esiliato a Curubi.

All'ordine del nuovo proconsole, Galerio Massimo, di costituirsi ad Utica, residenza del magistrato, egli rifiuta e si nasconde, perché vuol morire in mezzo al suo popolo : ritornò a Cartagine quando vi rientrò il proconsole, dal quale, il 13 sett. 258 , fu condannato a morte; il giorno dopo, davanti a una folla di cristiani, venne decapitato.
II. Opere. - Negli scritti di C. si rispecchia la sua attività di pastore : nessuna divagazione puramente letteraria, nessun intento propriamente speculativo; dominano sole le preoccupazioni del vescovo che vuole illuminare, correggere, pacificare, guidare, incoraggiare. Già la tradizione manoscritta li distingue in due categorie: 13 trattati (sermones, libelli), e 81 lettere (litterae, epistolae). Due antichi preziosi documenti ne dànno un elenco: il cap. 7 della menzionata Vita di Ponzio, che allude in forma retorica a 11 trattati, in ordine cronologico, corrisponde

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CIPRIANO
(da M. Besson, S. Pierre et les origines de la primauté romaine, Ginecra 1929, pp. 119, 122)
CIPRIANO DI Cartagine, santo - De catholicae Ecclesiae unitate, cap. 4, nelle due redazioni, dovute allo stesso C. Da sinistra a destra: 1) ms. di Séguier (seguierianus) del sec. vi, red. breve - Parigi, biblioteca Nazionale, ms. Ist. 10592, f. 34; 5) ms. di Troyes del sec. viI-12, red. lunga - Troyes, biblioteca, ms. 581. Ca. la priorita delle due redazioni, i critici non sono concordi; alcuni stimono che la breve proceda, altri invece dànno la precedenza alla più lunga, diretta contro il partito novzzianco di Roma (251).
a quello della tradizione manoscritta, e forse all'epistola 76 e il catalogo scoperto dal Mommsen nella biblioteca di Filippo di Cheltenham, risalente a un archetipo del 359, in cui sono elencati 12 trattati e buon numero di lettere.

I trattati sono i seguenti : 1) Ad Donatum (246), opuscolo di carattere fra autobiografico e polemico, di forte colorito retorico, in cui l'autore, da poco convertito, esalta i benefici che il cristianesimo apporta all'uomo facendolo rinascere a nuova vita, alla quale contrappone la corruzione del mondo pagano. 2) De habitu virginum (249), indirizzato in primo luogo alle vergini consacrate al Signore, ricorda loro il dovere di piacere solo a lui e di mostrare il distacco dagli affetti terreni anche nell'esteriore, rinunziando al lusso, agli ornamenti, ai divertimenti profani. 3) De lapste (251), dedicato ai confessori della fede, di cui loda la fortezza, deplora la caduta di molti nella persecuzione, distinguendo fra quelli che apostatarono di fronte ai tormenti e quelli che si sottrassero alla lotta. Bisogna procedere con cautela nell'ammettere gli apostati alla riconciliazione. Anche i libellatici devono fare penitenza, e anche coloro che caddero solo nel loro intimo. 4) De catholicae Ecclesiae unitate è una lettera pastorale scritta in occasione dello scisma di Novaziano (251). Si deplorano le eresie come attentati all'unità della Chiesa voluta da Cristo, che edificò la sua Chiesa su Pietro, simboleggiata nel Vecchio Testamento, annunciata da s. Paolo. E assolutamente necessario rimanere uniti alla Chiesa; fuori di essa nemmeno il martirio giova a salvezza (sul cap. 4, v. sotto). 5) De dominica oratione (251-52): dopo un'introduzione sulla eccellenza di questa preghiera e sulla preghiera in generale, C. commenta le singole petizioni del Pater noster. Seguono ancora considerazioni su questa preghiera nel suo insieme e sulla necessità di pregare con accoglimento, di aggiungere alla preghiera digiuni ed elemosine, e di pregare assiduamente. 6) Ad Demetrianum (252), si rivolge ad un pagano, per confutare, in
tono di forte invettiva, l'accusa che le calamità da cui è afflitto il mondo siano castighi mandati dagli dèi perché abbandonati dai cristiani. Risponde che ciò proviene invece dal fatto che il mondo è ormai invecchiato, e, ritornando l'accusa, afferma che causa di tali sciagure sono l'incredulità e i vizi dei pagani e specialmente le persecuzioni contro i cristiani. Gli dèi non sono che demoni. Se anche i cristiani sono coinvolti nelle comuni avversità, per essi, che pensano al futuro premio, queste non sono un male. Si convertano dunque i pagani al vero Dio. 7) De mortalitate (252-53), è una pastorale consolatoria al popolo abbattuto dalla peste che imperversa a Cartagine e nell'impero. Il cristiano non deve temere la morte poiché essa è un guadagno. Né deve scandalizzare la comunanza di sventura fra cristiani e pagani: il cristiano dev'essere pronto a sopportare ogni dolore. Di nuovo si richiamano motivi di consolazione di fronte alla morte e alla malattia, e si invitano i sofferenti a guardare con desiderio al Paradiso, patria nostra. 8) De opere et eleemaxynis (252-53) : la beneficenza e l'elemosina sono un mezzo per cancellare i peccati, simile al Battesimo, inculcato dalla Scrittura. Non c'è da temere che l'elemosina impoverisca, né che privi del necessario i figli di chi dona. Chi fa l'elemosina celebra davanti a Dio un mirabile spettacolo, che si contrappone agli operacoli mondani, opera del demonio. Bisogna, pensando alla sentenza del giudizio finale, rammentando l'esempio dei primi cristiani, darsi con ardore alla pratica di queste opere sante. 9) De bono patientiae (256) : in questo opuscolo, scritto durante la controversia battesimale, C. illustra, desumendo i suoi concetti da Tertulliano, la differenza fra la vera pazienza cristiana e quella dei filosofi, mostrando in Dio e in Cristo l'esemplare di questa virtù. Argomenta poi sulla necessità della pazienza dalla condizione dell'uomo e del cristiano, e ne esalta i pregi, esortando a praticarla anche nelle persecuzioni. 10) De solo et livore (256-57),

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occasionato esso pure dalla controversia sul Battesimo degli eretici, dimostra, con esempi e detti biblici, la malizia dell'invidia e le sue tristi conseguenze, inculcando il dovere della carità. 11) Ad Fortunatum de exhortatione martyrii (257) : infierendo la persecuzione di Valeriano, C. manda a Fortunato, che ne aveva espresso il desiderio, una raccolta di passi biblici ordinati a dimostrazione di alcune tesi e commentati, avvertendo che non vuole comporre un trattato, ma porgere il materiale per preparare al combattimento i soldati di Cristo. Gli argomenti fondamentali sono la vanità degli idoli, le minacce divine contro i loro adoratori, la fede in Cristo, lo scopo delle persecuzioni; conclude esaltando la bellezza del martirio. 12) Ad Quirinum (Testimoniorum libri III), è pure una raccolta di passi scritturali, diretti, nei primi due libri, contro i giudei (ca. 248). Nel I si propongono 24 tesi, raggruppando intorno a ciascuna dei testi biblici che dimostrano i torti e gli errori dei giudei; nel II le 30 tesi con il loro contorno di testi, espongono la divinità di Cristo e la sua missione; il I. III, aggiunto posteriormente, presenta in 120 tesi, dimostrate da passi biblici, i doveri morali del cristiano. 13) Quod idola dii non sint (ca. 246), d'autenticità contestata, per il silenzio dei cataloghi di Ponzio e del Mommsen, per la scarsa tradizione manoscritta e per la mancanza di originalità, essendo tutto un plagio da Minucio Felice e dall'Apolageticum di Tertulliano. Prima confuta il politeismo, poi dimostra l'unità di Dio, infine tratta di Cristo.

L'Epistolario comprende 8 I lettere, fra cui 16 di corrispondenti, in generale disposte in ordine cronologico. Con lo Schanz, vi si possono distinguere, oltre 4 lettere non databili su varie questioni ecclesiastiche, i seguenti gruppi: i) Lettere del periodo del ritiro, in cui giustifica la sua fuga e tratta specialmente della questione dei lapsi e poi dello scisma di Felicissimo. Un gruppo di 13 lettere fu inviato alla Chiesa di Cartagine, 12 al clero di Roma o a singoli membri di essa, 11 , anteriori allo scisma, a diversi destinatari; 3 riguardano il menzionato scisma di Felicissimo. 2) 20 lettere scambiate con i vescovi di Roma Cornelio e Lucio, ancora sulla questione dei lapsi, poi sullo scisma di Novaziano e sulla persecuzione di Decio. 3) 9 lettere del tempo di papa Stefano, con il Papa e con altri, quasi tutte sul Battesimo degli eretici. 4) 5 lettere dall'ultimo esilio. Almeno 11 lettere sono perdute. L'epistolario di C. ha una straordinaria importanza per le notizie storiche che ci fornisce su vicende di primo piano nella vita della Chiesa, per la ricchezza del contenuto dogmatico e disciplinare, per il risalto con cui ne emerge la personalità dello scrittore. Lo stile è sempre accurato e adatto all'argomento. Fra quelle dei corrispondenti ve ne sono 5 in latino volgare, con frequenti errori di morfologia e di sintassi.

I manoscritti ci hanno tramandato col nome di C. una serie di opuscoli d'incerto autore, dei quali alcuni furono composti nell'età e nell'ambiente di C., altri sono molto posteriori. Ciascuno è menzionato a suo luogo, sotto il rispettivo titolo.
III. Pensigro. - C., assai più pastore che teologo, non presenta particolari sviluppi speculativi dei vari dogmi, che riferisce semplicemente secondo la tradizione; solo da necessità pratica fu portato ad approfondire due punti di dottrina: i Sacramenti (in particolare il Battesimo) e la Chiesa. Poiché erano frequenti le conversioni dalle numerose eresie, s'imponeva il problema se si dovesse ritener valido il Battesimo ricevuto nell'eresia o no, e se pertanto i convertiti si dovessero ribattezzare. C., seguendo la tradizione prevalente nelle Chiese africane, sostiene che tale Battesimo è invalido. Oltre che appellarsi alla tradizione, porta due argomenti : primo, il ministro del Sacramento non può conferire la Grazia che egli stesso non possiede : «Ma come può mondare e santificare l'acqua colui che è a sua volta immondo e non ha in sé lo

Spirito Santo, mentre il Signore dice in Numeri: E tutto ciò che un immondo toccherà, sarà immondo (Num. 19, 22) ?. Come può chi battezza dare ad altri la remissione dei peccati, lui che non può, fuori della Chiesa, liberarsi dai suoi peccati? " (Ep., 70, 1). Il secondo argomento è l'unità del Battesimo derivante dall'unità della Chiesa: «Non pronunziamo la nostra sentenza come nuova, ma condividiamo quella che già prima fu stabilita dai nostri antecessori e osservata in piena intesa da noi e da voi : pensiamo, cioè, e riteniamo per certo che nessuno possa essere battezzato fuori della Chiesa, uno essendo il Battetesimo stabilito nella santa Chiesa" (ibid.). "Per il che, avendo solo la Chiesa l'acqua vitale e la potestà di battezzare e di lavare l'uomo, chi dice che alcuno possa essere battezzato o santificato presso Novaziano, prima dimostri e insegni che Novaziano è nella Chiesa o a capo della Chiesa" (Ep., 69, 3; PL 4, Ep. 76).

La dottrina dell'unità della Chiesa, che sta veramente al centro del magistero e dell'attività pratica di C., è esposta ampiamente nell'opuscolo De catholicae Ecclesiae unitate e ritorna spesso nelle lettere. Nell'opuscolo, C. afferma essere più da temere l'insidia all'unità della Chiesa che la persecuzione (capp. 1-3). E illusione credere di conservare la fede e non conservare l'unità della Chiesa (cap. 4). La Chiesa rimanendo una si estende fino ad abbracciare una moltitudine di uomini, come un unico lume dà molti raggi, un unico albero molti rami, un'unica fonte molti ruscelli (cap. 5); essa è l'incorrotta sposa di Cristo e madre nostra. "Non può aver Dio per padre chi non ha la Chiesa per madre»; "chi non serba questa unità non serba la legge di Dio, non serba la fede del Padre e del Figlio, non serba la vita e la salute" (cap. 6). Simbolo di quest'unità è la tunica inconsutile di Cristo (cap. 7). Nemmeno il martirio giova a chi non è nella Chiesa (cap. 14). "V'è un solo Dio e un solo Cristo, una sola è la sua Chiesa, una la sua fede, uno il popolo, tenuto insieme nella salda unità del corpo dal cemento della concordia. Non può scindersi l'unità né un corpo uno essere separato lacerandone la compagine, essere fatto a pezzi dilaniandone le viscere" (cap. 23).

Vincolo dell'unità della Chiesa è anzitutto l'episcopato: «Questa unità dobbiamo serbare con fermezza e rivendicare massimamente noi vescovi che siamo al governo della Chiesa, così da dimostrare che anche l'episcopato è uno e indiviso. Uno è l'episcopato, del quale ciascuno teniamo in solido una parte" (cap. 5). La Chiesa è costituita sui vescovi e ogni atto della Chiesa è regolato per mezzo di essi che le sono preposti (Ep., 33, 1; PL 4, Ep. 27). A sua volta, l'episcopato ha il centro di unità nella cattedra di Pietro. Decisivo per il primato del papa è il cap. 4 del De cath. Eccl. unit., che nella sua prima redazione (red. lunga), fatta durante lo scisma di Novaziano (come ha dimostrato, dopo il Chapman, il Bévenot sullo studio dei manoscritti), suona così: «E il medesimo dopo la sua Risurrezione gli dice: Pasci le mie pecore (Io. 21, 15-17). Su di lui edifica la Chiesa e gli affida le pecore da pascolare. E quantunque a tutti gli apostoli conceda ugual potere, istituì tuttavia una sola cattedra e determinò con la sua autorità l'origine e la natura dell'unità. Certamente, quel ch'era Pietro erano pure gli altri, ma il primato è dato a Pietro e ci si presenta una sola Chiesa e una sola cattedra. Tutti sono pastori; ma ci si mostra un gregge solo che dev'essere pascolato da tutti gli apostoli con unanime consenso. Chi non serba questa unità [della Chiesa, l'espressione Pauli unitatem è dovuta a uno sproposito di amanuense] crede di serbare la fede? Chi abbandona la Cattedra di Pietro sul quale è fondata la Chiesa presume di essere nella Chiesa?" Questa chiara professione del primato di Pietro e dei suoi successori fu poi attenuata

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nella seconda redazione dell'opuscolo, fatta da C. stesso durante la controversia battesimale; ma è abbastanza chiara anche da altri passi : «Dio è uno solo e Cristo è uno solo e una è la Chiesa e una la Cattedra fondata su Pietro dalla voce del Signore» (Ep., 43, 5; PL 4, Ep. 40). "Osano [gli eretici] passare il mare e portare alla Cattedra di Pietro e alla Chiesa principale (Ecclesiam principalem), donde ebbe origine l'unità dell'episcopato (unitas sacerdotalis), lettere di scismatici e di profani. Non riflettono che quelli sono i Romani, la cui fede fu lodata apertamente dall'Apostolo, e ai quali la perfidia non può aver accesso" (Ep., 59, 14; PL 4, Ep. 55). Restano, tuttavia, nella dottrina di C. dei punti oscuri, per la difficoltà di conciliare tali passi con altri nei quali affiora una concezione episcopaliana, secondo cui ogni vescovo è indipendente e responsabile solo davanti a Dio; resta soprattutto la difficoltà di accordare quelle esplicite ammissioni del primato con la condotta tenuta da C. di fronte a papa Stefano nella controversia battesimale, in cui egli si oppone recisamente al vescovo di Roma e invoca l'intervento collettivo dell'episcopato a correggerne le deliberazioni. Certo, C. non seppe dedurre da quella verità le naturali conseguenze teoriche e pratiche.

Bibl.: Edizioni: St. Baluze e Pr. Maran, Parigi 1726, riprodotta in PI. 4. Ed. critica di G. Hartel, in CSEL. III. Edizioni parziali : delle lettere, C. Bayard, Parigi 1923 (con vers. francese); degli opuscoli (non tutti), S. Colombo, Torino 1933 (Corona Patrum Salesiana, serie latina, II, con trad. it.).

Studi: Sui manoscritti, oltre Hartel, cf. H. v. Soden, Die Cyprianische Briefsammlung (Texte und Untersuchungen, nuova serie, 10, III). Lipsia 1904. Per il De unitate: D. Van Den Eynde, La double édition du "De unitate" de s. Cyprien, in Revue d'hist. ecclés., 29 (1933), pp. 5-24; M. Bévenot, St. Cyprian's De Unitate Chap. e in the light of the manuscripts (Analecta Gregoriana, 11), Roma 1938 (ivi altra bibliografia, specie i lavori di D. Chapman). In generale: P. Monceaux, Histoire littéraire de l'Afrique chrétienne, II, Parigi 1902; Bardenhewer, II (1914), pp. 442-517; Moricea, I, pp. 367-556; Schanz-Krüger, III; A. d'Alès, La théologie de s. Cyprien, Parigi 1922, pp. 353-92; H. Koch, Cyprianische Untersuchungen, Bonn 1926; S. Colombo, S. C. di Cartagine, l'uomo e lo scrittore, in Didachaleion, nuova serie, 6 (1928), pp. 1-80; P. Go det, Cyprien, in DThC, III, coll. 2439-70; H. Koch, Cathedra Petri, Giessen 1930; R. Pouchmann, Ecclesia principalis, ein kritischer Beitrag zur Frage des Primats bei Cyprian, Breslavia 1933; P. de Labriolle - G. Bardy, Histoire de la littérature latine chrétienne, 3^{e} ed., Parigi 1947, pp. 196-247. Sulla lingua: L. Bayard, Le latin de s. Cyprien, Parigi 1901; P. A. H. J. Morce, Zur Syntax der Kassa und Tempora in den Tractaten des hl. Cyprien, Nimega 1930; I. Schrünen-Chr. Mohrmann, Studien zur Syntax der Briefe des hl. Cyprian, 2 voll., ivi 1936-37; M. J. Ball, Nature and the Vocabulary of Nature in the works of s. Cyprien (Cathol. Univ. Patristic Studies, 75), Washington 1946.

Michele Pellegrino
CIPRIANO da Eggolsheim. - Minore cappuccino della provincia di Baviera, al secolo Francesco Saverio Fröhlich, n. il ao marzo 1853 , entrò sacerdote nell'Or dine il 19 sett. 1877, m. a Monaco il 6 febbr. 1931.

Nel 1889 presso il convento di Ehrenbreitstein iniziò un'opera per l'assistenza alle ragazze ed ai ragazzi abbandonati o bisognosi, che si sviluppò sotto il nome di Seraphisches Liebeswerk. Sotto la direzione dei superiori dell'Ordine, con l'assistenza delle suore terziarie di S. Francesco e l'affiancamento di membri del Terz'ordine francescano, le sue case si moltiplicarono in Germania, Svizzera, Tirolo, Austria, Ungheria, Trentino e in America. Essa ha prestato assistenza a più di 120.000 ragazzi sia nei suoi 46 istituti sia collocandoli presso famiglie private. C. diresse periodici e pubblicò opuscoli per la restaurazione cristiana della famiglia, la tutela del fanciullo, la diffusione della spiritualità mariana e francescana. Predicò incessantemente, organizzò pellegrinaggi al celebre santuario di Abötting, organizzò case di ritiro e d'esercizi spirituali. A difesa della gioventù femminile istituì il Marianischer Mädchenschutzverein, da cui nel 1895 a Monaco derivò la Katholische Bahnhofsmission per
la protezione della giovane nei tragitti ferroviari. Con l'opuscolo Die «Innere Mission» der deutschen Protestanten, Passavia 1894, stimolò l'opinione pubblica dei cattolici alla costituzione, nell'anno 1897, della nota organizzazione per le opere sociali Deutscher Caritasverband.

Bibl.: Analecta Ord. Min. Capuccinorum, 47 (1931), pp. 199202; 56 (1940), pp. 87-70; Cyprian (Fröhlich) von Eggolsheim, Fünfundzwanzig Jahre im Dienste des göttlichen Kinderfreundes. Eine Geschichte des Seraphischen Liebeswerkes und eine Zeitgeschichte, Abötting 1914.

Ilarino da Milano
CIPRIANO di Tolone, santo. - Vescovo di Tolone, n. a Marsiglia nel 476 e m. nel 546. Discepolo prediletto di s. Cesario di Arles ne scrisse in collaborazione con due altri vescovi, la vita. Prese parte a molti concili nei quali si oppose vigorosamente al semipelagianismo dei marsigliesi.

Bibl.: Acta SS. Octobris, II, Anversa 1768, pp. 164-78; G. Maier, s. v. in Cath. Enc., IV, p. 982. Antonio Ferrus

CIPRIANO, Zabelac. - Metropolita dissidente venerato come santo dalla Chiesa russa il 17 sett., n. a Tirnovo (Bulgaria), m. nel 1406. Fattosi monaco al monte Athos, fu patriarca, dal Filoteo consacrato metropolita di Kiev e della Lituania, con diritto di successione alla sede di Mosca, che ottenne, non senza ostacoli, nel 1390. Combatté gli strigolnichi, eretici di Novgorod, negatori della resurrezione dei morti, e, di fronte alla decadenza liturgica e al crescente sentimento naziondístico, fece prevalere l'indirizzo bicantino. C. ha lasciato scritti dogmatici, giuridici ed agiografici e una versione in paleoslavo della liturgia di Filoteo.

Bibl.: A. M. Ammann, Storia della Chiesa russa, Torino 1947 (v. indice).

Alberto Galleti
CIPRIANO DELLA NATIVITA. - Carmelitano scalzo, al secolo André de Compans, n. a Parigi il 26 nov. 1605 , m. ivi il 16 sett. 1680. Entrò nell'Ordine già sacerdote.

Tradusse dallo spagnolo le opere di s. Teresa (Parigi 1644) e di s. Giovanni della Croce (ivi 1641, 2ª ed. 1665). Scrisse inoltre: Le monde saint où est tracé le moyen de vivre saintement dans toutes sortes d'états (Parigi 1650); De l'exercice de l'ornison pour toutes sortes d'états (ivi 1650); Description des ermitages et de la vie érémitique des carmes déchaux (ivi 1631, 2ª ed. 1668); La destruction du duel (ivi 1631); La clef des trésors célestes, au exercice de la présence de Dieu (ivi e Bruxelles 1662); Pratique chrétienne et préparation à bien mourir ( 5ª ed., Parigi 1651); Recueil des vertus et des écrits de la baronne de Neuvillotte (ivi 1660); Conseils spirituels (ivi 1661); Sourcié de la croix (ivi 1661); Réflexions sur l'éternité (ivi 1672); Le bouclier de la piété chrétienne (Anversa 1706); e molte altre.

Bibl.: C. de Villiers, Bibl. Carm., I, Orléans 1750, pp. 323337; E. d'Alençon, s. v. in DThC, III, tt. col. 2473.

Ambrogio di Santa Teresa
CIPRIANO GALLO. - Sotto questo nome il Peiper pubblicò nel 1891 un Episteuco, parafrasi in esametri dei primi sette libri del Vecchio Testamento: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio, Giosuè, Giudici. L'opera ci era nota prima solo in alcune parti, attribuite dagli editori a s. Cipriano di Cartagine e a Giovenco. Il nome dell'autore appare accertato dai migliori manoscritti. La data, tenendo conto che Cipriano imita Claudiano ed è imitato da Claudio Mario Vittore, oscilla fra il 400 e il 450 . Il luogo di provenienza dei codici e le particolarità linguistiche fanno pensare alla Gallia.

I titoli dei cataloghi e i frammenti mostrano che il poema parafrasava anche vari altri storici del Vecchio Testamento. Il Brewer sostenne che l'autore dell'Episteuco, un italiano dal settentrione anziché gallo, è identico con il presbitero Cipriano a cui s. Gerolamo inviò, verso il 415-18, l'epistola 140, ed è pure autore dei carmi A d Senatorem, De Sodoma, De Iona, e particolarmente della

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Caena Cypriani. Tali identificazioni non sono considerate sicure.

Il poeta versifica solo le parti narrative della Bibbia, seguendo una versione latina pregeronimiana e attenendosi pedestremente al testo. L'ispirazione si fa sentire raramente. I cantici sono parafrasati in metro lirico (endecasillabo falecio). Imita volentieri poeti e prosatori pagani e cristiani, in primo luogo Virgilio. Fa largo uso dell'allitterazione e si concede molte licenze prosodiche.

Bibl.: Edizioni: R. Peiper, in CSEL, XXII. Studi: II. Brewer, Uber den Heptateachdichter Cyprian u. die Caena Cypriani, in Zeitschr. f. Kath. Theol., 28 (1904), pp. 92 113; R. Colombo, La poesia cristiana latina, Roma 1910, pp. 142-47; W. Hass, Stodion zum Heptateachdichter, Berlino 1912; Bardenhewer, II (1914), p. 505 (Ceno); III, pp. 432-36 (Eptateuca); Schanz-Krüger, IV (1914), pp. 212-14 (Eptateuca); Moricca, II, II, pp. 839-43. Michele Pellegrino
CIPRIANO e GIUSTINA, santi. - Martiri, ricordati nella liturgia romana al 26 sett. e in quella greca al 2 ott. Sembra che questo C. si debba identificare con l'omonimo vescovo di Cartagine. La leggenda ci presenta C. quale mago che voleva l'apostasia della vergine G.; al contrario però egli stesso si converti, fece penitenza e divenne vescovo di Antiochia. Con G. venne decapitato a Nicomedia in Bitinia. Così la vita di C., raccontata in tre scritti privi di valore storico: la conversione di C. e G.; la confessione e la penitenza di C.; il martirio di ambedue sotto Diocleziano. Nel sec. v fu composta con questi scritti una vita, origine lontana della saga di Faust.

Bibl.: Acta SS. Septembris, VII, Parigi 1868, pp. 180243; PG 85, 827-64; H. Delehaye, Cyprien d'Antioche et Cyprien de Carthage, in Annibata Balland., 39 (1921), pp. 314-32; Martyr. Romanum, p. 417.

Cesario van Hulst
CIPRO. - E, per superfice ( 9283 kmq .), la terza isola del Mediterraneo.

Scopriano: I. Geografia. - II. Storia. - III. Storia ecclesiastica. - IV. Archeologia.

I. Geografia. - Fisicamente lembo della vicina ( 75 km . di distanza). Anatolia, è costituita da una pianura ondulata (Messaria) chiusa fra due rughe montuose; una a N., che si continua nella penisola di Karpaso (M. Akromandra, 1029 m .), ed una a S., più elevata (Troodos, 1953 m .) e più ampio. Ha clima mite, ma con estati lunghe e calde, e scarse precipitazioni. Non mancano possibilità agricole (cereali, vite, olive) e industriali (per depositi di ferro, amianio, rame, ecc.), ma l'economia è in fase stazionaria da secoli. Dei 450.000 ab. dell'isola poco meno di 3 / 4 sono greci; il resto turchi maomettani.

L'isola fu occupata dalla Gran Bretagna nel 1878, e staccata dalla dipendenza turca nel 1914. Dal I maggio 1925 è colonia della Corona inglese, con un Governatore di nomina regia. E divisa in 6 distretti; la sede del governo è a Nicosia ( 55.000 ab.). Centri abitati notevoli sono anche Limassol ( 23.000 ab.), Larnaca ( 15.000 ) e Famagosta (2000), sebbene in grave decadenza.

Bibl.: E. Oberhummer, Die Insel Cypern, Monaco 1903; W. Bevan, Notes on Agriculture in Cyprus and its Products,

Londra 1919; H. W. Flinn, Cyprus. A Brief Survey of its History and Development, Cipro 1924; R. Storrs, B.J.O' Brien, The Handbook of Cyprus, Londra 1930; K. Grunwald, Lo sviluppo economico dell'isola di C. dal 1919 al 1930, in Oriente moderno, 11 (1931), pp. 306-17.

Giuseppe Caraci
II. Storia. - Nei tempi antichi, la fertilità e la ricchezza del suolo sono attestate da scrittori classici (Strabone, XVI, 6, 5; Ammiano Marc., XIV, 8, 14). Oscura è l'origine del nome greco Kúrpos, da cui è derivato quello del rame (cuprum) estratto dalle abbondanti miniere dell'isola fin dai tempi più remoti. L'utilizzazione di questo metallo dovette portare al paese prosperità e importanza. Alcuni cilindri babilonesi ne testimoniano le relazioni commerciali fin dalla metà del in millennio con la Mesopotamia.

Col nome di Abdija compare nelle iscrizioni di Tuthmosis III (1470) e nelle tavolette di el-'Amârnah (lettera del re cipriota ad Amenophis IV nel 1385). Più tardi vi penetrarono colonie greche fondando Salamina e Pafo. Nell'età del ferro (1700-600) vi immigrò ancora gente greca e fenicia. I Greci dettero all'isola il nome di Kúros, che appare già in Omero, mentre i Fenici la chiamarono Khtlm (=Citium), nome adottato dalla Bibbia (Gen. 10, 4; Num. 24, 24 [e Dan. 11, 30]; Is. 23, 1. 12; Ier. 2, 10; Ez. 27, 6).

Negli annali assiri di Sargon, di cui l'isola era vassalla, come consta da una stele onoraria elevata da Cizio con immagine e iscrizione, è detta Iatnan. Dopo la caduta dell'impero assiro (626) ritornò per breve tempo sotto l'influenza egiziana e nel 526 fu incorporata all'impero persiano, costituendo, insieme alla Fenicia, Siria e Palestina, la V satrapia. Nel 497 aderì all'insurrezione antipersiana; ma il vero assertore dell'ellenismo contro l'elemento fenicio fu Evagora nelle lotte sostenute dal 394 al 374. La ellenizzazione completa del paese avvenne dopo la vittoria di Alessandro Magno. Disputata dai successori, C. finì col restare unita ai Tolomei d'Egitto. Nel 108-88 i giudei cominciarono a stabilirsi nell'isola (I Mach. 15, 23; cf. II Mach. 4, 29; 10, 13; 12, 2) e si accrebbero quando nel 58 a. C. l'isola fu annessa dai Romani alla Cilicia. Augusto la costituì provincia imperiale, governata da un propretore (Strabone, XIV, 6, 6; XVII, 3, 25); ma, divenuta nel 22 a. C. provincia senatoria, fu retta da un proconsole anche di grado pretorio (Dione Cassio, 54, 4).

Dopo che Erode ebbe in affitto da Augusto le miniere di rame (Fl. Giuseppe, Antiq. Iud., XVI, 129), i giudei si stabilirono in tutte le città dell'isola. Per sfuggire alla persecuzione che infieri in Gerusa-

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lemme dopo il martirio di s. Stefano, molti cristiani si dispersero in C. (Act. 11, 19-20). Barnaba, giudeo ellenista, compagno di Paolo, era nativo di C., da famiglia della tribù di Levi (Act. 4, 36). Nel primo viaggio missionario Paolo, con Barnaba e Marco, evangelizzano l'isola, percorrendola in tutta la sua lunghezza da Salamina a Pafo, ove risiedeva il proconsole Sergio Paolo - allora C. era provincia senatoria alla cui presenza si svolse la disputa di s. Paolo con il falso profeta Bar Iesu (Act. 13, 4-12). Dopo il Concilio apostolico, al principio del secondo viaggio missionario, Barnaba si staccò da Paolo e ritornò nell'isola (Act. 15, 39). S. Paolo passò nel mare di C. nell'andata da Cesarea a Roma (Act. 27, 4).

BibL.: E. Beurlier, Chypre, in DB, II, col. 1162-71; E. Power, Chypre, in DBs, II (1934), coll. 1-23; E. Oberhummer, Kypros, in Pauly-Wissowa, xir, coll. 39-117; C. Schaeffer, Missions en Chypre 1937-35, Parigi 1956; H. V. Morton, In the steps of St. Paul, Londra 1956, pp. 106-42; R. Gunnis, Historic Cyprus, ivi 1936; S. Casson, Ancient Cyprus, ivi 1938 (vers. fr.: Chypre dans l'antiquité, Parigi 1939); C. Watzinger, Phönihien und Palästina; Kypros, in W. Otto, Handbuch der Archäologie, Monaco 1939, pp. 797-848; E. Sjöqvist, Problems of the Late Cypriots Bronze Age, Stoccolma 1940.

Dopo queste prime notizie la storia cessa e si ha di fronte la leggenda, la quale, benché possa avere un substrato di verità, non dà nessuna certezza: essa fa capo soprattutto a Barnaba, e anche a Giovanni Marco e ad Eraclide, primo vescovo cipriota ordinato da Paolo o da Barnaba. Le prime notizie storiche si hanno di nuovo con la persecuzione di Diocleziano (cristiani palestinesi esiliati in C. [Eusebio, De martyr. Palaest.: PG 20, 1513]) e con il Concilio di Nicea (325), al quale sottoscrissero tre vescovi ciprioti (H. Gelzer, Patrum Nicamorum nomina, Lipsia 1898). Al principio del sec. v i metropoliti d'Antiochia cominciano ad avanzare le loro pretese per l'elezione del metropolita cipriota (certo in ricordo del fatto che Antiochia era stata capitale della diocesi imperiale d'Oriente) e lo stesso papa Innocenzo I (415) propendeva a favore di Antiochia, ma il Concilio di Efeso tacitamente riconobbe l'indipendenza (autocefalia) della Chiesa di C. e per allora tutto tacque. Risorta la questione al tempo dell'imperatore Zenone, fu risolta a favore di C., grazie al ritrovamento fatto dal metropolita di Salamina, Antimo, della tomba di s. Barnaba. Dall'insieme dei fatti però sembra che questo ritrovamento, pur presentandosi come ricercato per un determinato scopo, non nasconda inganno e frode. Nel 645 il metropolita Sergio, condannando i mononoliti, attesta apertamente il primato romano