volume-03

Back to Volumes
a favore di C., grazie al ritrovamento fatto dal metropolita di Salamina, Antimo, della tomba di s. Barnaba. Dall'insieme dei fatti però sembra che questo ritrovamento, pur presentandosi come ricercato per un determinato scopo, non nasconda inganno e frode. Nel 645 il metropolita Sergio, condannando i mononoliti, attesta apertamente il primato romano in una lettera a papa Teodoro I (Mansi, X, 913-16). C., già soggetta dal 632 alle invasioni arabe, fu man mano da essi conquistata. La riconquista bizantina cominciò a metà del sec. ix e finì con la metà del x. C. finl così sotto i Comneni, il cui governo, dapprima buono, degenerò in tirannide, creando terreno favorevole all'occupazione latina. Infatti nel 1191 Riccardo Cuor di Leone s'impadroni dell'isola che cedette ai Templari; da questi passò a Guido di Lusignano.

Quanto alla sua ortodossia, il fatto che lo scisma greco
non avvenne di colpo, ma gradualmente e principalmente per ragioni di politica e di antagonismo più che per ribellione dottrinale, e l'altro fatto che la Chiesa cipriota rimase sempre indipendente fanno ritenere che essa in sostanza manteneva l'ortodossia cattolica. Questo forse non fu compreso dai latini dominatori, i quali ebbero come loro preoccupazione quella di convertire i ciprioti, latinizzandoli. Di qui quel doloroso periodo di lotta che purtroppo spinse la Chiesa greca di C. sempre più decisamente verso lo scisma d'Oriente. Nella lotta contro i Greci fu tenacissimo il cardinale legato Pelagio, vescovo di Albano.

La gerarchia la-
![img-3.jpeg](img-3.jpeg)
(da P. Fedele, Grande die, metelapodica, III, Torino 522)
Cipro - Esterno e portico della chiesa di S. Sofia (sec. xiv) - Nicosia.
tina, introdotta nell'isola fino dall'inizio del sec. xiri, fu sempre in lotta contro la gerarchia e il clero greci, ed ebbe quasi sempre il sopravvento. Le condizioni dei greci migliorarono alquanto sotto Innocenzo IV, che riconobbe l'elezione del metropolita greco. Germanio II e tentò di calmare l'imprudente zelo del metropolita latino Ugo di Fagiano. Questa opera di pacificazione, condotta soprattutto dalla prudenza del cardinale legato Eudes di Châtearoux, durò molto poco; le vertenze tra greci e latini si riaprirono e Alessandro VI le definì con la sua bolla del 3 luglio 1260 , per cui le diocesi greche avevano gli stessi confini di quelle latine, i vescovi gli stessi onori, e dovevano giurare fedeltà alla Chiesa romana e non già al metropolita latino, come in precedenza era stato imposto; il metropolita però doveva essere unico e di rito latino. Questa bolla non soddisfece né greci né latini, e rimase in gran parte lettera morta, anzi la Chiesa greca, oramai definitivamente scivolata verso lo scisma, rifioriva sotto la regina Elena Paleologa, moglie di Giovanni II (1442). Nel 1498 C. passò a Venezia, e per i greci ricominciarono i tempi tristi, tanto che salutarono con entusiasmo l'occupazione turca del 1571. Ma per poco, poiché i Turchi presero a perseguitare ferocemente latini e greci; passata la burrasca, si ebbe una quiete relativa dal punto di vista religioso, ma da quello sociale ed economico le condizioni dei ciprioti furono dure e a stento alleviate dalle cure dei metropoliti. Nel 1821, scoppiata la rivoluzione greca, i vescovi di C. e i notabili dell'isola furono massacrati a Leucosia dai Turchi. Con l'occupaziune inglese ( 1878 , sotto il metropolita Sofronio, m. nel 1900), il protestantesimo cominciò ad infiltrarsi nella Chiesa cipriota, ostentando per essa il più grande rispetto. Attualmente, di ca. 450.000 ab., 300.000 sono greci scismatici ed il loro metropolita risiede a Nicosia; le altre diocesi greche sono: Larnaka, Pafo e Kerynia. Vi sono 60.000 cattolici maroniti (v. cIPRO DEI MARONITI); 855 latini (cattolici) dipendono dal patriarcato di Gerusalemme. Il resto della popolazione è in maggioranza musulmano. Ogni confessione ha le sue scuole d'istruzione elementare e la pace religiosa dell'isola oggi è completa.

## Page 989

Bibl.: J. Hackett, A history of the orthodox Church of Cyprus, Londra 1901, p. 2; S. Vailhé, Formation de l'Eglise de Chypre (431), in Echos d'Orient, 13 (1910), pp. 3-10; V. Laurent, Les fautes épiscopaux de l'Eglise de Chypre, in Reuna des études byzantines, 6 (1948), pp. 133-66; G. Hill, A bistory of Cyprus, III, Cambridge 1948, pp. 1042-42 (in nota, bibl).
Francesco Saverio Pericoli Ridolfini
IV. Archeologia. - Le varie occupazioni dell'isola da parte dei bizantini e dei musulmani causarono la rovina di gran parte degli edifici cristiani più antichi. Il richiamo alla predicazione di s. Paolo e di Barnaba, cipriota, è ancora vivo in diverse località di C. Presso la chiesa di Hagios Barnabas (Salamis) è una grotta identificata come tomba di s. Barnaba, il cui corpo, nel sec. v, sarebbe stato trasportato a Costantinopoli.

Di chiese anteriori al sec. vi si hanno solo tracce; avanzi di una furono scoperti a Salamis, poi Constantia dal nome dell'imperatore Costanzo (337-61) e distrutta dagli Arabi nel 648 . Contemporanei al vescovo Epifanio (368-404), o poco posteriori (sec. v?) sono i ruderi scoperti d'una basilica a cinque navate con pilastri quadrati ed abside unica ad est ( \mathrm{m} . \mathrm{70} \times 49 ); molte tessere della decorazione musiva rinvenute durante gli scavi, fanno pensare che le pareti, se non pure le vòlte, fossero decorate di musaici (G. Jeffery, in Journal of the Soc. of Antiquaries in London, 8 [1928], pp. 344-49; G. A. Sotiriou, in Kömp. Z̈moubel, I [1937], pp. 173-87). In un'antica cisterna, riadoperata in epoca cristiana come "haghlasma" si notano pitture murali, fra cui un busto di Cristo barbato con nimbo crucigero, forse del sec. vi. Resti di pavimento a musaico del sec. vir sono a Kerynia. (Report of Dep. Ant. of Cyprus, 1935, p. 4); un battistero, annesso alla chiesa del sec. v di S. Philon sulla quale fu poi fondata quella del xiv, è a Carpasià (ibid., pp. 14-16).

Come nel periodo classico, anche i cristiani di C. scavarono tombe nella roccia, od occuparono quelle dei loro predecessori, ma non mancano tracce di cimiteri all'aperto (G. A. Sotiriou, Tả π α λ α 10 χ ρ ı σ τ ı α v ı α \dot{α} xai β u ζ α v τ v α \dot{α} μ v η μ ε i α α \dot{η} ς Kömpou, in Praktika [dell'Acc. di Atene], 6 [1931], pp. 477-90; id., in Kömp. Γ μ α \dot{μ} μ α τ α, e [1936], p. 309 sg.). Da esse provengono monogrammi di Cristo e simboli, dispersi un po' dappertutto. Poche e rare le epigrafi, una del sec. iv a Lapethos, contenente forse uno dei più antichi testi dei Settanta (Ps. 14; 15 del testo ebraico). E incerto, secondo gli editori (P. Perdrizet, Notes sur Chypre, in Bull. corr. hell., 20 [1869], p. 349 sg.; E. Michon, Inscr. chrét. de Chypre, in Bulletin de la Société nationale des antiquaires de France, 1901, p. 186 sg .), se trattasi di iscrizione cristiana, usata come testo magico, o se provenga da una sinagoga o da una tomba di Ebrei.

Nel monastero della Panaghía Kanakaria, presso Lythrangomé è una chiesa bizantina con musaico nell'abside raffigurante la Vergine col Bambino tra due angeli (fine sec. vi). Anteriore al 648 è il musaico nell'abside della Panaghía Angeloktistós di Kiti presso Larnaca con la Madonna col Bambino (HATIA MAPIA) e i due arcangeli Michele e Gabriele. Resti inediti di un terzo musaico con la Madonna sono nella chiesa della Пavayía vñ̃ Kómpou (O. Wulff, Altchristliche und byzantinische Kunst, Berlino 1911, p. 432).

Fra le rare sculture: vari frammenti di bacino marmoreo, da Lapethos (secondo E. Michon, in Bulletin de la Société nationale des Antiquaires de France, 1908, p. 274 sg., 278; cf. DACL, III, II, col. 3210 sg.), col sacrificio di Abramo e David con
la fionda. Gli oggetti di oreficeria scoperti a Lapethos e nel monastero di Akeripoetos (Kernyia) sono dispersi tra il museo di Nicosia, il British Museum e la collezione Pierpont Morgan. E un gruppo notevole per numero e pregio artistico; incensiere (?) esagonale con figure sacre in rilievo, 24 cucchiai di argento, missoria piccoli e grandi, alcuni figurati, sono prodotti della Siria o di Costantinopoli o forse anche locali, ispirati a modelli stranieri.

In una cassetta di reliquie nel monastero di Kikko è inserita sulla fronte una placchetta di avorio con la rappresentazione di s. Pietro: è del sec. vi (R. P. Griffing, An early christian ivory plaque in Cyprus and Notes of the Asiatic Ampullae, in The Art Bulletin, 20 [1939], pp. 266-79).

Bibl.: Storia e topografia: A. Kammaves, Chypre, le pays d'Aphrodite, Parigi 1925; G. Hill, A history of Cyprus, Cambridge 1940; L. e H. A. Mangeian, The island of Cyprus, Nicosia 1947. Chiese e musaici: J. J. Smirnoff, Xquevievoná qvqeáueá èv vñ vipoy Kömpy, in Vizantinshi Vremennik, 4 (Pietroburgo 1897), pp. 193; C. Enfart, L'art gothique et la Renaissance en Chypre, 2 voll., Parigi 1899; C. D. Cobham, Churches and saints of Cyprus, Londra 1910; Th. Schmidt, Пavayia Ayyakavsuvvèc, in Bull. (Laviestiya) de l'Isti, arch. russe de Constantinople, 15 (Boffa 1911), pp. 206239; O. M. Dalton, Byzantine art and archaeology, Oxford 1911, p. 384 sgg.; O. Wulff, Altchristliche und byzantinische Kunst, Berline 1914, p. 432 sg.; O. M. Dalton, East christian art, Oxford 1925, p. 283 sg.; Ch. Diehl, Manum. de l'art byzantin, 2^{\text {a }} ed., Parigi 1927, p. 312 sgg.; G. A. Sotiriou, Tả β u ζ α v v v α μ v η μ ε i α vñ̃̃ Kömpou, I, Atene 1935. Oreficeria: J. L. Myres, Catalogue of the Cyprus Museum, Oxford 1899, nn. 3891-4434; O. M. Dalton, A byzantine silver treasure from the district of Kerynia, now preserved in the Brit. Mus., in Archaeologia, 5 (1900), pp. 139-74; id., A second silver treasure from C., ibid., 60 (1906), pp. 1-24.

Renato Bartoccini
CIPRO dei Maroniti, diocesi di. - Dal 1357 C. dei M. è sede di un vescovato cattolico di rito maronita (Cyprensis Maronitarum), la cui giurisdizione si estende su 60.000 fedeli, suddivisi in 82 parrocchie, assistiti da 104 sacerdoti. Il titolare della diocesi ha la propria residenza a Qurnet Sahwan, nella Repubblica libanese. La diocesi stessa possiede 3 seminari con una cinquantina di allievi, nonché 22 case religiose, delle quali 16 maschili e 6 femminili.

Bibl.: S. Congregazione Orientale, Statistiche e cenui storici sulle gerarchie e sui fedeli di rito orientale, Città del Vaticano 1932, pp. 58-59 e 135; Ann. pontificio 1949. Mariano Baffi

CIRCOLAZIONE. - Per c. si intende quell'insieme di strutture e di funzioni atte a far circolare incessantemente una corrente di liquido dalle superfici di assorbimento degli alimenti (superfici respiratorie, intestino) al luogo della loro utilizzazione nei tessuti e da questo alle superfici di eliminazione delle sostanze di rifiuto (superfici respiratorie, reni) con lo scopo di trasportare rapidamente queste sostanze e di permettere così un intenso ricambio materiale ed energetico nell'organismo.

Tale corrente si effettua totalmente, nei vertebrati, in vasi chiusi con pareti elastiche e viene intrattenuta da una pompa aspirante e premente, il cuore. Il senso della corrente è unico, e, nei vertebrati inferiori (selaci), il sangue esce dal cuore e raggiunge in vasi arteriosi le branchie, dove avviene in scambio gassoso dell'ossigeno e dell'anidride carbonica (v. RESPIRAzIONE), dalle branchie si distribuisce ai vari organi, fra cui il tubo digerente ed il rene, e da questi ritorna, in vasi venosi, al cuore. Nei vertebrati superiori (uccelli, mammiferi), invece, si hanno due circoli separati, il piccolo circolo, o circolo polmonare, ed il grande circolo, o circolo somatico, e due pompe, il cuore destro ed il cuore sinistro. Il sangue esce dal cuore destro e per l'arteria polmonare arriva ai polmoni dove avvengono gli scambi gassosi, e da essi

## Page 990

![img-4.jpeg](img-4.jpeg)

Circolazione del sangue - Schema della c. I vasi contenenti sangue arterioso sono bianchi, quelli contenenti sangue venoso sono punteggiati : A.P., arteria polmonare; V. P. I. vene polmonati; A.e., aorta; I_{\text {. }} intestino; F_{\text {. }} legato; R_{\text {. }}. rene; C.P., capillari polmonari; C.g., capillari della grande circolazione; V.C.S., vena cava superiore; V.C.I., vena cava inferiore; V.P.a., vena porta; Gr., glomerulo renale; V.E., vene sovraepatiche.
ritorna per le vene polmonari al cuore sinistro; da qui il sangue viene sospinto nel grande circolo e raggiunge i vari organi, fra cui l'intestino ed il rene, con l'arteria aorta e le sue diramazioni, e ritorna al cuore destro con le vene cave.

Durante lo stadio fetale, nei mammiferi, l'ossigenazione del sangue non avviene nei polmoni ma a livello della placenta. Il circolo placentare con la arteria ombelicale e la vena ombelicale sono diramazioni del grande circolo. Il sangue ossigenato proveniente dalla vena ombelicale arriva al cuore destro e di qui passa, in parte, direttamente nel cuore sinistro attraverso il forame ovale. Il circolo polmonare è notevolmente ridotto oltre che per la presenza del forame ovale anche perché parte del sangue espulso con l'arteria polmonare arriva nell'aorta attraverso il dotto di Botallo, evitando il passaggio attraverso i polmoni.

Gli scambi tra sangue ed ambiente esterno (branchie, polmoni, intestino, rene) e tra sangue e tessuti, avvengono a livello delle estreme diramazioni dell'albero circolatorio, i vasi capillari, circondati da una semplice parete endoteliale, permeabile all'acqua, ai gas e ai cristalloidi.

Il circolo se adattarsi alle esigenze variabili dell'organismo. In caso di intenso lavoro muscolare, siccome occorre una maggiore quantità di ossigeno e di sostanze nutritive
per i muscoli che si contraggono, viene aumentata la portata sanguigna e ciò è ottenuto con un aumento della velocità del sangue nel letto vasale ad opera di una intensificata attività del cuore, e con un aumento del lume del letto vasale muscolare ad opera di una dilatazione dei vasi già beanti e apertura di capillari prima impervi. Contemporaneamente si restringe il letto vasale viscerale e cutaneo di modo che la grande massa del sangue può riversarsi tutto nei muscoli. In caso di aumentato lavoro intestinale (digestione) si ha invece dilatazione del letto vasale viscerale e restringimento di altri distretti vascolari per cui una certa quantita di sangue viene deviata verso l'apparato digerente.

Questi adattamenti sono l'opera di riflessi (v. fisioloola) che hanno come punto di partenza eccitamenti che sorgono nell'interno dell'organismo e come effettori il cuore ed i vasi stessi.

BibL.: v. fisiologia.
Vittorio Capraro
CIRCOLO VIZIOSO. - Errore di ragionamento in cui si cade quando, occorrendo dimostrare insieme due proposizioni, una si prova per mezzo dell'altra ( a per b e b a sua volta per a ); o ancora quando una qualsiasi proposizione si dimostra per mezzo di una seconda il cui valore di certezza e verità dipende dalla prima ( a per b quando b non sta se non per a ).

Cade, ad es., in c. v. chi dimostra il valore dell'evidenza con la veracità divina, e la veracità divina con l'evidenza (Cartesio). Evidentemente, il c. v., per la sua aperta inconsistenza logica, non è ammesso che in momenti successivi e distanziati del pensiero, quando in un processo logico complesso si dimentica che ciò che attualmente si intende o si deve dimostrare fu già anteriormente assunto come base e premessa del processo dimostrativo. Il c. v. corrisponde a una delle forme di petizione di principio ( α i τ ε i σ \vartheta α \mathrm{l} τ \dot{ε} ξ \dot{ξ} \dot{α} ρ χ η ς ) enunziate da Aristotele. Oggi comunemente le due espressioni si usano come sinonimi.

BibL.: Aristotele, Analyt. Pr., II, 16 (intero), I, 23, 40 b 30-33; s. Alberto Magno, Elenchorum, I, tract. 3, cap. 13; Opera omnia, II, Parigi 1890, pp. 380-82.

Ugo Viglino
CIRCONCELLIONI. - Nome dato nell'Africa romana a gruppi di contadini e braccianti disoccupati e riotosi, autori di numerosi atti di violenza d'ogni genere. Di loro si servirono, e tra loro trovarono i più fanatici ed esaltati seguaci, i donatisti.

Il nome è spiegato da s. Agostino (Contra Gaud., I, 28, 32) : genus hominum... victus sui causa cellas circumiens rusticanas ("che per procurarsi da vivere si aggira intorno alle capanne dei contadini"); aggiunge (Enarr. in Ps., CXXXII, 3) che volgarmente erano detti anche circelliones e li contrappone ironicamente, come fanatici vaganti, ai monaci. Ciò ha indotto qualcuno, come Isidoro di Siviglio, a considerarli una specie di monaci erranti e qualche moderno a scorgere in essi degli asceti. Neppure è esatto ravvisare in essi una setta vera e propria.

Secondo s. Ottato, essi erano gli agonistici ( n militanti n ) del donatismo; lo stesso autore (III, 4) ricorda i loro capi Axidus e Fasir, le loro gesta di violenza e lo slancio forsennato, vera mania suicida, con cui cercavano il "martirio". S. Agostino ricorda ch'essi usavano dapprima soltanto bastoni, ma poi ebbero armi d'ogni genere; erano accompagnati da donne, si ubbriscavano, ecc.; gridando Deo laudes commettevano veri e propri atti di brigantaggio contro le abitazioni, le chiese cattoliche, le persone.

Al ricordo di tali gesta, descritte da s. Agostino, si deve probabilmente che un autore del sec. xvi, A. Krantz (Metropolis sine historia ecclesiastica Saxoniae, VIII, Colonia 1520, cap. 18), seguito poi da altri fino al Moroni, dia questo nome a una setta sveva, che secondo gli Annales Stadenses, di Alberto abate di S. Maria di Stade (in MGH, Scriptores, XVI, p. 371), prese a sostenere nel 1248 lo scomunicato e deposto imperatore Federico II, affermando invece eretici il Papa e gli Ordini religiosi, invalide le loro assoluzioni, ecc.

## Page 991

Bibl.: Per i c., v. donatismo; per la s sctta di Halle in Svevia s: D. Völter, Die Sehte von Schwäbisch - Hall und der Ursprung der deutschen Kaiserzage, in Zeitschr. f. Kirchengesch., 4 (1881), p. 360 sgg.; F. Vernet, s. v. in DThC, II, col. 4318 sgg.

Alberto Pincherle
CIRCONCISI. - Eretici del sec. xiri, così denominati dalla pratica del rito giudaico della circoncisione. Sono segnalati con questo termine nell'elenco delle sète ereticali proscritte dalla costituzione di Federico II, Roma 22 nov. 1220 e Ravenna 22 febbr. 1232, in cui non si nominano i passagini; negli editti imperiali contro gli eretici, promulgati in diversi luoghi negli anni 1238-39 ed inseriti in seguito nelle bolle di vari pontefici, sono elencati prima dei passagini; nelle liste di altri documenti pontifici figurano soltanto questi ultimi, le cui dottrine sono confutate in vari manuali per la controversia antiereticale dei secc. xir e xiri.

Una Summa breviata (ed. Douais, p. 63-64) confuta unitamente Passaginos et Circumciscs come sostenitori dell'obbligatorietà delle leggi del Vecchio Testamento, dell'osservanza del sabato e della circoncisione. Queste concomitanze di condanne e di errori inducono gli storici a identificare i c. coi passagini, considerando i due termini come sinonimi. Sulle loro dottrine v. passagint; tra l'altro, essi rigettano come inutile istituzione ecclesiagica il Battesimo, la Cresima, l'Eucaristia. Ma una Summa antiereticale, recentemente scoperta, della prima metà del sec. xiri, in un capitaletto particolare contro i c. riferisce che essi esigono l'osservanza letterale della circoncisione e dei Sacramenti della Legge antica alla pari dei Sacramenti della nuova Legge. L'accettazione, quindi, di questi ultimi distinguerebbe i c. dei passagini; tenendo presente la mobilità dottrinale delle sètte medievali, è probabile che i c. siano una frazione dei passagini; essa non sarebbe opposta, come questi, all'economia del Nuovo Testamento; ma, come gli antichi cristiani giudzizzanti, esige l'osservanza della legge mosaica, soprattutto della circoncisione, insieme coi Sacramenti e i precetti cristiani. L'autore di questa Summa, che può ben essere il noto inquisitore domenicano s. Pietro Martire (v.), ricorda di aver confutato, col testo Col. 2, 11-12, il circonciso Alberto Bustignano, a Bergamo. Egli considera questa setta come una delle più infeste alla fede cattolica.

Bibl.: v. quella della voce passagint; C. Douais, La Somme des autorités à l'usage des prédicateurs méridionaux au XIIIe siècle, Parigi 1896, pp.64-74; Ilarino da Milano, L'eresia di U. Speroni nella confutazione del maestro Vacario, Città del Vaticano 1942, pp. 437-38; T. Kippell, Une Somme contre les hérétiques de s. Pierre Martyr (1), in Archivum Fratrum Praedicatorum, 17 (1947), pp. 303. 313. 332.

Ilarino da Milano
CIRCONCISIONE (dal lat. circumcido, = taglio intorno s; gr. π ε ρ \imath τ o μ \hat{η}; ebr. mllāh). - Ablazione totale o parziale, o anche semplice incisione, del prepuzio negli uomini, e taglio della clitoride nelle donne (nel senso classico s'intende, di solito, la c. degli uomini). Pratica religiosa largamente diffusa in vari popoli dell'antichità, è tuttora vigente presso la 7^{\text {a }} parte (ca.) dell'umanità (già nel 1880 l'antropologo R. Andrée dava il calcolo approssimativo di oltre 200 milioni di persone: Archiv f. Anthropol., 12 [1880], p. 76 ).
Sosmanto: I. Nel popolo ebreo. - II.Presso altri popoli. III. Festa della c.
I. Nel popolo ebreo. - I. Storia. - La c. (mllāh) nel popolo ebreo fu ed è un rito nazionale-religioso di fondamentale importanza. La sua istituzione si ricollega al patto d'alleanza tra Dio e Abramo con tutta la sua discendenza (Gen. 17, 10-14). A suggello della alleanza fu prescritta da Dio la c., da compiersi 1^{°} 8^{°} giorno su tutti i neonati maschi, compresi gli schiavi nati in casa o acquistati, anche se d'altra razza : chi non fosse circonciso, sarebbe stato ra-
diato dal popolo eletto (17, 14). Il rito fu compiuto la prima volta da Abramo su se stesso all'età di 99 anni, sul figlio Ismaele di 13 anni e su tutti i suoi servi (Gen. 17, 25-31); quando nacque Isacco, fu circonciso l'80 giorno (21, 4). La pratica si generalizzò nel popolo d'Israele, cha per tal modo, nel suo soggiorno in Egitto ebbe il vantaggio di trovarsi allo stesso livello morale degli Egiziani, presso il quale la c. era in grande onore. Sembra tuttavia che durante la dimora in Egitto la pratica sia andata alquanto in disuso o almeno non sia stata sempre osservata. Anche Mosè fu trovato in difetto per non aver circonciso il figlio, ma, avvertito da Dio, lo fece subito circoncidere da sua moglie Sephora, che perciò lo chiamò "sposo di sangue" (Ex. 4, 25). Il precetto della c. venne implicitamente richiamato da Mosè nell'istituzione della Pasqua alla vigilia dell'uscita dall'Egitto, quale condizione necessaria per mangiare l'agnello pasquale (Ex. 12, 44. 48), e poi espressamente nella legislazione sinaitica (Lev.12, 3; cf. Is. 7, 22).

Da Ios. 5, 4.7 si apprende che tutti i maschi che uscirono dall'Egitto e morirono nel deserto erano circoncisi, ma quelli che nacquero nel deserto rimasero incirconcisi. E difficile dare una spiegazione adeguata di questo fatto. Comunque, di questa omissione non è fatto mai rimprovero agli Israeliti : ciò che autorizza a credere che vi sia stata una sospensione della legge per volere di Dio, forse a motivo delle continue infedeltà del popolo e del severo castigo che ne segui, per cui, essendo rotta l'alleanza, la c., che ne era il segno, perdeva il suo significato (cf. Ios. 5, 6). Il precetto tornò in vigore con l'entrata d'Israele nella terra promessa. Dopo il passaggio del Giordano, nella località di Galgala, non lungi da Gerico, Giosuè fece circoncidere, per comando di Dio, con coltelli di pietra (che molti identificarono con le selci a foggia di coltello ritrovati in buon numero negli scavi eseguiti nel 1870 presso detta località: DR, II, col. 775), tutta la nuova generazione che era nata nel deserto. L'avvenimento, che ha un particolare risalto, è presentato come una "seconda c." (5, 4). Non già che i figli d'Israele (come opinava Origene) venissero circoncisi una seconda volta (che è espressamente esclusa; 5, 6), ma nel senso che dopo la temperance sospensione la legge tornava definitivamente in vigore nell'atto stesso che per Israele, con l'entrata nella terra promessa, si iniziava una nuova èra: e come l'istituzione del patto era stata celebrata con una solenne prima c. (Gen. 17, 9-14. 23-27), così la sua realizzazione venne sanzionata con una nuova generale c. In quell'occasione Dio disse a Giosuè: «oggi ho tolto da voi l'obbrobrio dell'Egitto" (Ios. 5, 9) : parole di difficile interpretazione (A. Fernandez, Comm. in Josue, Parigi 1938, pp. 74-76), forse da intendersi nel senso che con il definitivo ripristino della c. gli Israeliti non sarebbero stati più oggetto di vilipendio per il civile popolo d'Egitto (per il quale era cosa disonorevole essere incirconciso) o, più probabilmente, che l'« obbrobrio» ossia la «servitù » d'Egitto venne completamente a cessare quando i figli d'Israele, entrando nella terra promessa e sottoponendosi alla c., furono riammessi nelle grazie di Jahweh.

Quei critici razionalisti (Hollenberg, H.-J. Holtzmann, A. Dillmann, ecc.) che attribuirono Gen. 17 si "Codice sacerdotale» P (composto, secondo la tesi di J. Wellhausen, intorno al 500 a. C.), sostengono che Israele non praticò la c. prima dell'ingresso definitivo nella Palestina, dopo averla appresa dagli Egiziani. Ma tale ipotesi urta contro Ios. 5, 4-7, in cui a torto si vuol vedere un'interpolazione del redattore, e contro altri testi biblici (non ultimi Is. 7, 22 e Act. 7, 8) e tutta la tradizione giudaica, che fanno concordemente risalire la c. ad epoca anteriore a Mosè, cioè ad Abramo. Secondo H. Gunkel (Genesis, 1910, p. 269), seguito da altri, il documento J deriverebbe la c. dalla madianita Sephora (Ex. 4, 34), il documento E da Giosuè (Ios. 5, 2

## Page 992

sgg.), e P da Abramo (Gen. 17). Ma tale supposizione si fonda unicamente sulla teoria wellhauseniana delle fonti del Pentateuco. La narrazione biblica inoltre esclude che Israele abbia preso la c. dall'Egitto, come pensavano Erodoto, Celso e Giuliano nell'antichità e oggi vari razionalisti (J. Spencer, W. Nowak, E. Meyer, J. C. Matthes, R. Reitzenstein, ecc.).

Il rito fu direttamente istituito e imposto da Dio quale segno del patto (Gen. 17). Abramo, che nel suo soggiorno in Egitto (Gen. 12, 10 sgg.), dovette senza dubbio conoscere quella costumanza, non la praticó finché non ricevette ordine formale da Dio, all'età di 99 anni. Né fa difficoltà che Dio abbia scelto un rito antico, già in uso presso altri popoli, perché gli attribui un significato affatto nuovo ed il valore essenziale di segno sacro. La c. delle donne, che non è stata mai largamente diffusa nell'antichità ed appare come un'estensione di quella degli uomini, non è conosciuta in Israele. Dal tempo di Giosuè la c. fu universalmente osservata e divenne il sigillo sacro del popolo di Dio: la sua mancanza era motivo di disonore e di ignominia (cf. Indic. 14, 3; 15, 18; I Sam. 14, 6; 17, 26.36; Ez. 28, 10; 31, 18; 32, 19 sgg.). Era anche un segno di distinzione dagli altri popoli vicini, in gran parte incirconcisi, specialmente dai Filistei, gli «incirconcisi» ( { }^{′} èrêllm) per antonomasia. E vero che alcuni testi (Ier. 9, 26; Ez. 3, 18; 32, 19-42) sembrano supporre che la c. fosse praticata dai soli Giudei e da nessun popolo pagano: ma devesi intendere la c. « iuris divini», quale cioè vigeva in Israele per prescrizione divina e con il suo significato ben determinato. La distinzione consisteva, più che nel rito materiale, nel suo significato. Quennunque un significato religioso debba ammettersi anche presso altri popoli, specialmente in Egitto, il significato della c. in Israele (segno dell'alleanza con Dio, aggregazione al popolo eletto, purificazione) non trova riscontro in altri popoli. Per essa il neonato entrava a far parte della comunità sacra e partecipava alle benedizioni divine fatte ad Abramo e alla sua discendenza. E vero che per essere un perfetto giudeo bastava il semplice fatto della discendenza carnale da Abramo (elemento etnico, insostituibile), ma la c. era il primo atto della vita religiosa e morale della comunità e radicalmente includeva l'accettazione di tutta la T'bràh. Il simbolismo del rito (consacrazione, rinascita spirituale) risaltava altresi dalla circostanza che il bambino veniva circonciso l'80 giorno dalla nascita (a differenza degli altri popoli che usavano circoncidere per lo più all'età di 3 0407 anni o anche all'epoca della pubertà). Con la c. invalse l'uso di imporre il nome al neonato (cf. Lc. 1, 59; 2, 21), come già ad Abramo Dio aveva imposto un nuovo nome nell'istituzione del rito (Gen. 17, 5).

Durante l'esilio di Babilonia il sabato e la c. furono i due massimi simboli del giudaismo; cosi anche nell'epoca ellenistico-romana, quando la c. divenne argomento di dileggio da parte dei pagani. Se l'influsso ellenista fece dei disertori (alcuni giudei vergognosi di apparire circoncisi agli occhi dei pagani nei pubblici ginnasi, tentavano di occultare i segni della c.: I Mach. 1, 15), tuttavia la maggior parte dei giudei rimase fedele alle patrie prescrizioni ed oppose eroica resistenza alle leggi persecutorie di Antioco Epifane, che aveva vietato di circoncidere (I Mach. 1, 51); molte donne misero a rischio la vita per circoncidere i figli (I Mach. 1, 65 sg.). Sotto la dinastia asmonea la c. venne imposta, quale segno di giudaizzazione, anche ai sudditi non israeliti nei confini della Palestina, cioè Idumei e Iturei; ma ci si guardò dall'estenderla anche alle città filistee. Sull'obbligo della c. per i proseliti (v.) sorsero delle divergenze fin dal tempo dei tannaiti: R. Giosuè con la corrente liberista era d'opinione che un qualunque rito di purificazione (come il bagno rituale) bastava per formare un proselito e non occorreva la c.; invece R. 'Ell'ezer, con la corrente più rigida, sosteneva in tutti i casi la necessità della c.

L'imperatore Adriano proibl con severe sanzioni (Lex Cornelia, de sicariis: Dig. XLVIII, 8, 4, 2) la c. insieme con la castrazione; sotto Antonino Pio (ca. 138 d. C.)
la legge fu abrogata per i giudei ma rimase per gli Arabi e i Nabatei del deserto, come pure per i Samaritani e gli Egiziani: solo i sacerdoti egiziani che dimostravano la loro origine sacerdotale potevano circoncidersi.

Nei primi secoli del cristianesimo i rabbini (ad es., R. Jišmá'é'l, R. 'Aqibâ') difesero strenuamente la c. e contro i pagani e contro i cristiani, accentuandone sempre più la necessità ed il significato, fino ad asserire che la c. include tutti i 613 precetti ed eguaglia in valore tutti gli altri comandamenti messi insieme, e chi non è circonciso non è capace di apprendere la T'bràh.

Per i giudei di razza la c. è anche oggi, nei differenti paesi, la prima e fondamentale pratica, osservata fedelmente anche dai miscredenti, come segno distintivo della razza. Invece, oggi è esclusa la c. per i proseliti; oltre la decisione ufficiale dei rabbini riformati d'America alla conferenza di Nuova York, 1892, cf. A. Pallière, Le sanctuaire inconnu, Parigi 1926.
2. Rito. - Nei tempi biblici era per lo più il padre (o la madre) che circoncideva il neonato. In seguito l'ufficio, che è abbastanza delicato, fu affidato ad uno speciale operatore (möhēl "circoncisore": ufficio onorifico che si presta gratuitamente). La c. si compie l'80 giorno, anche se cade di sabato, secondo l'antichissima tradizione (cf. Io. 7, 22). Il rito è accompagnato da una duplice benedizione, pronunziata l'una dal möhēl, l'altra dal padre del neonato; seguono gli auguri di felicità e l'imposizione del nome, e infine una più lunga benedizione che celebra l'alleanza divina con Abramo e il suo segno sacro, la c. Si suole tenere un convito, al quale si invitano almeno una diecina di uomini. Tra i principali invitati, che siedono presso il padre, oltre il möhēl vi è il sandlqôs, specie di padrino, che tiene sulle ginocchia il bimbo durante il rito (è l'ufficio più onorifico). La sedia sulla quale siede il sandlqôs nell'atto della c. suole chiamarsi la sedia del profeta Elia, che si crede assista invisibilmente ad ogni c. ed è popolarmente chiamato "l'Angelo dell'alleanza" (cf. Mal. 3, 1; 4, 5).

Il simbolismo della c. fece presto pensare alla sua significazione metaforica, ossia alla c. spirituale, della mente e del cuore (purificazione dello spirito, sottosissione a Dio), condizione necessaria, assai più della c. carnale, per avere il gradimento di Dio e godere dei benefici della promessa. Già in Deut. 30, 6 si sottolinea la necessità di questa c. spirituale (cf. Ier. 4, 4: «c. del cuore»), e in Lev. 26, 41 i cattivi e ribelli vengono detti «incirconcisi di mente" (cf. Ier. 6, 10; 9, 26; Act. 7, 51 : «incirconcisi di cuore e di orecchi»). S. Paolo osserva che la c. fu data ad Abramo quale segno e suggello della giustizia conseguita per la fede (Rom. 4, 11). Quindi la c. della carne suppone e impone quella dello spirito, di cui è simbolo e richiamo. Anche Gesù si sottopose alla legge della c. (Lc. 2, 21). Ma con l'istituzione del Battesimo cristiano cessò l'obbligo della c. Contro i giudaizzanti che volevano sottoporre alla c. tutti i convertiti dalla gentilità, presero posizione gli Apostoli nel convegno di Gerusalemme (Act. 15, I sgg.) e soprattutto s. Paolo, che a più riprese dimostrò l'inutilità del rito dopo la morte redentrice di Cristo (cf. Col. 5, 2 sgg.; 6, 12 sgg.; Col. 2, 11 sgg.; ecc.).
II. Presso altri popoli. - La c. nell'antichità è attestata anzitutto presso gli Egiziani in epoca anteriore ad Abramo, almeno sotto la IV dinastia (ca. 2400 a. C.). Oltre la nota testimonianza di Erodoto (II, 36, 37, 108) e di altri scrittori (Diodoro Siculo, I, 28; Filone, De circ., 1; Flavio Giuseppe, Ant. Iud., VIII, 10, 7; Contra Ap., I, 22; Ps. Barnaba, 9: PG 2, 752; Clemente Alessandrino, Stromata, I, 15: PG 8, 768, ecc.), si ha la prova delle mummie e dei monumenti. In un buon numero di mum-

## Page 993

mie sono tuttora evidenti i segni della c.; cosi pure nella statua di Būlāq, V dinastia, e nella tomba di Saqqarah, VI dinastia; in un bassorilievo di Karnak proveniente dal tempio di Yfons, XX dinastia, si rappresenta la c. di un fanciullo dai 6 ai 12 anni. Secondo Erodoto (II, 36), era praticata, almeno nell'età antica, da tutte le classi della popolazione. Ma è difficile stabilire se e quando sia stata obbligatoria : le mummie di molti egiziani la lasciano riconoscere, molte altre ne sono prive (J. C. Matthes, in Zeitschr. f. Alttest. Wiss., 29 [1909], p. 70 sgg.). Probabilmente la c. era una pratica, più o meno largamente osservata secondo le diverse epoche e regioni. Era in particolare onore presso la classe sacerdotale, che vi annetteva un significato sacro e religioso, tanto che, con il tempo, "incirconciso" (anm) divenne sinonimo di «impuro». Più tardi andà in disuso e nell'epoca ellenistico - romana, quando si moltiplicarono gli attacchi da parte degli scrittori greco-romani, era praticata quasi esclusivamente dai sacerdoti che la conservarono tenacemente e ne fecero una condizione necessaria per l'esercizio delle funzioni sacerdotali (cf. Flavio Giuseppe, Contra Ap., II, 13; Origene, In Rom., II, 45; Ambrogio, Ep., II, 72, 5) : secondo un papiro di Tebrunis (II, n. 293) il sacerdote incirconciso non può compiere sacre funzioni. La c. non per. venne agli Egiziani dagli Ebrei o dagli altri discendenti di Abramo, come suppone l'autore delle Rec. Clem. (PG 1, 1227), perché è più antica. E uno di quei riti tipici la cui origine si perde nell'oscurità dei tempi.

Praticavano la c. anche i Colchi ed Etiopi, come c'informa Erodoto (II, 104). Lo stesso storico è d'opinione che dall'Egitto il rito sia passato anche ai Fenici e ai «Siri che stanno in Palestina» (cioè gli Ebrei, e forse altri popoli vicini, come gli Ammoniti e i Moabiti). Ma si contesta che i Fenici abbiano praticato la c. Sembra che gli Ammoniti e i Moabiti praticassero, almeno per qualche tempo, la c. Così pure gli Idumei e i Madianiti. Si sa però che al tempo degli Asmonei, la c. agli Idumei dovette essere imposta dai Giudei. Tra gli altri Semiti occidentali praticavano la c. gli Arabi, che la conservarono fino ai nostri giorni. Non ve ne sono tracce, invece, nei Semiti orientali (Assiri-Babilonesi) e presso i popoli Indo-europei, Mongoli, Ugro-Finnici.

Le ricerche etnologiche hanno accertato l'esistenza della c. in numerose tribù di primitivi, che la praticano tuttora: in Australia, Polinesia, America centrale (Messico, Nicaragua, Yucatan) e meridionale (Amazzoni), e specialmente in Africa, ove la c. è così diffusa che è più facile dare una lista di quelli che non circoncidono che di quelli che circoncidono. Si compie per lo più con un coltello di pietra prova della sua alta antichità. La c. è rimasta in uso anche tra i cristiani copti di Egitto e i monofisiti di Etiopia (per influsso giudaico o islamico), i quali peraltro non le attribuiscono un significato religioso ma razionalistico-sociale.

La maggior diffusione della c. si deve alla religione islamica. Si ritiene comunemente che la c. sia stata in uso già nell'antica Arabia. L'islām ne mantenne la pratica, e, quantunque il Corano non ne faccia parola, i docu-
menti del hadit ("tradizione") ne parlano ripetutamente. Nell'estimazione tradizionale del popolo l'astensione dalla carne suina e la c. sono considerate in molte parti come le pratiche fondamentali dell'islàm (Encyhl. d. Islami, II, 1028); e ciò si ricollega alla tradizione secondo la quale Maometto sarebbe venuto al mondo già circonciso (nell'Africa settentrionale un bambino che nasce con il prepuzio più come è considerato come una benedizione dal cielo). Solo nel rito fafi'ita o ortodosso la c. è obbligatoria (per ambo i sessi), ma in pratica è generalmente osservata nei diversi paesi (Arabia, Persia, Asia Minore, Balcani, Africa settentrionale, Etiopia, India, Malesia, ecc.); più comune è la c. dei maschi (detta propriamente hisda), frequente
![img-5.jpeg](img-5.jpeg)
dina V. Leroquais, Les sacramentaives et aroule mas. des bils. par de France, Parigi 1853, tuc. 159)
(sec. xxi) - Parigi, biblioteca Nazionale, ms. lat. 886, f. 29.
anche quella delle donne (hafd). Il rito si svolge ovunque con notevole solennità. In alcune parti il fanciullo, prima dell'operazione, vic. ne sottoposto a un bagno sacro, tra preghiere e cani.

Il rituale e il metodo variano secondo i diversi popoli. Ancor più varia l'età, che oscilla tra il 7^{°} giorno dalla nascita fino al 15^{°} anno: gli Arabi sudoccidentali circoncidono i bambini il 7^{°}, 14^{°}, 21^{°}, 28^{°} giorno; alla Mecca (ove il rito chiamasi tahdrah) dai 3 ai 7 anni (pure le bambine, ma non c'è regola speciale); i Mazequas nell'Africa orientale tra jil 1^{°} e il 2^{°} mese; nell'Egitto tra i 5 e i 6 anni, negli altri paesi dell'Africa settentrionale l'età varia dal 7^{°} giorno ai 13 anni; dai 10 ai 14-15 anni a Giava (le fanciulle dai 2 agli 8 anni); in Persia nel 3^{°} 04^{°} anno; i cristiani copti tra il 6^{°} e l'80 anno. Quasi tutti gli altri, compresi i primitivi, circoncidono nell'epoca della pubertà che è, in genere, l'età preferita, come già nell'antico Egitto. Questa circostanza sembra conferire alla c. un valore d'iniziazione giovanile nel passaggio dalla società infantile a quella degli adulti e guerrieri, come pure d'iniziazione al matrimonio: questo sarebbe, secondo molti, il significato originario e fondamentale del rito, al quale si aggiunse presto anche il significato religioso, che non è sempre facile precisare; esso appare evidente, ad es., nella c. dei sacerdoti nell'antico Egitto e tra i musulmani.

Sono state tentate varie altre spiegazioni: motivo d'igiene, specialmente nei paesi caldi; nota di distinzione della razza; motivo sacrificale; purificazione della potenza generativa, ecc. Degno di rilievo è il motivo igienico, già addotto da Erodoto per gli Egiziani, e per gli Ebrei da Filone (il quale però nella c. vede essenzialmente il segno di santità e di elezione d'Iaracle : cf. Filone, De spec. leg., I, 1-12; De migr. Abr., 12; Quaest. in Gen., III, 47), più tardi da Mosè Mianonide, spesso ripetuto nei tempi moderni fino a E. Baras, che suggerisce varie considerazioni sui vantaggi igienici del taglio. Ma questi vantaggi non sono chiaramente dimostrati e il motivo igienico conserva per molti un valore puramente storico (Tercish Enc., IV, 93).

Bial.: J. Knabenbauer, Circumcisio, in Lexicon Bibl., I. Parigi 1902, pp. 939-43; J. C. Matthes, De Bemidendi, in Teylers Theol. Tyxckrift, 6 (1907), pp. 163-91; A. Vaccari, De vi circumcisionis in Veteri Fondere, in Verbum Domini, 2 (1922), pp. 14-18; A. J. Wensink, Khiton, in Encyhliopidie des Islams, II, Leiden-Lipsia 1907, pp. 1028-32; F. X. Kortleimer, Aegop-

## Page 994

tiorum auctoritas quantum ad Israelitarum instituta (Commentat. Bibl. 8), Innsbruck 1933, pp. 61-66; G. Ricciotti, Storia d'Israele, I, Torino 1934, pp. 147-50; E. Baras, La Circunscition, son histoire et son importance au point de vue hygiénique. Parigi 1896; The Jewish Encycl., IV (1903), pp. 52-102; Encyclopediu Indaicu, IV (1929), pp. 346-61. Per l'antico Egitto sono tuttora importanti: R. Reitzenstein, Beschneidung und Priesterordnung (Zwei religionsgeschichtl. Fragen), Sermburgo 1901; P. Wendland, Die hellenistischen Zeugnisse über die ägyptische Beschneidung, in Archiv. f. Pap. Forschung, 5 (1902) pp. 22 sgg.; A. Wiedemann, Beschneidung im alten Ägypten, in Orient. Literaturzeitung, 6 (1903), p. 99 sgg.

Gactano Stano
III. Festa della c. - Presso i primi cristiani le calende di genn. erano una festa solamente civile.

In molti luoghi la si celebrava con gioia sfrenata, quasi simile a quella dei pagani, tanto che i Padri della Chiesa più volte si videro costretti a richiamare il popolo a maggior serietà. A Ravenna, ad es., s. Pier Crisologo (Serm., 155) proibì di partecipare ed assistere a danze scomposte ed a mascherate. Simili disordini avvenivano anche nelle Gallie e nella Spagna nel sec. 1I (cf. Concilio di Tours [567], cann. 17 e 22, e di Toledo [633], can. 11). Per sopprimere gli abusi i vescovi di Tours e di Auxerre avevano istituito delle processioni di penitenza col canto delle litanie ed altre funzioni sacre espistorie in quel giorno. Un altro ricordo di simili abusi offrono vari libri liturgici che, a cominciare dal sacramentario cosiddetto Leoniano, hanno per la data del 1^{°} genn. una messa ad prohibendum ab idolis, per fronteggiare i divertimenti paganeggianti delle calende di genn. o Capodanno (v.). Avendo però il cristianesimo concordato il suo calendario religioso con i fatti salienti della vita di Cristo, e non con quello civile, il Capodanno coincide semplicemente con l'ottava di Natale.

Le Kalendae di genn. come festa ecclesiastica erano infatti sconosciute a Roma nel 600 . Ben presto tuttavia, come la Pasqua e la Epifania, anche il Natale di Nostro Signore ebbe la sua ottava, e conseguentemente l'ottavo giorno era semplicemente chiamato Octava Domini, o in octava Domini; il che dimostra che quel giorno non era considerato come una festa propria. Nel calendario dell'evangeliario di s. Genoveffa, copiato ca. il 714-31, è chiamato Natale s. Mariae (ed. F. G. Fronteau, Parigi 1652) quasi ad insinuare un profondo e delicato pensiero, di voler cioè dedicare alla Madre di Gesù, nel giorno ottavo della nascita del Figliolo, un ricordo speciale, dato che il giorno del Natale è tutto per il Pargoletto Divino. A tal fine fu composto un formolario di ufficio che è di ammirazione e fede alla Vergine Madre, ed anche nelle orazioni della Messa si fa una particolare commemorazione della maternità verginale di Maria. Inoltre a lei fu dedicata la Statio nella basilica di S. Maria ad Martyres (Pantheon); ma dopo che Gregorio IV ebbe eretto un presepio a S. Maria in Trastevere, ad imitazione della Liberiana, vi si trasferì anche la Statio. L'Omiliario composto ca. il 786-97 da Paolo Diacono, nomina il 1^{°} genn. come giorno in octavas Domini i. e. Calendae Ianuariae (ed. Wiegand, p. 27).

Fuori Roma e in particolare nelle Gallie prevalse invece il ricordo della Circumcisio, come si rileva dal Lezionario di Vittore di Capua (546), dal can. 17 del II Concilio di Tours (567), dagli Statuta di Sonnezio di Reims (614-31: PL 80, 446), dal Missale Gothicum (ed. Muratori, II, p. 552), dal Calendario premesso all'evangeliario copiato dal monaco Gotescalco ( 78 \mathrm{x}-82 : ed. F. Pieper, Berlino 1858) ecc. Tale ricordo è poi passato nell'intitolazione dell'odierna ricorrenza liturgica del 1^{°} genn., ad onta dei testi che ricordano prevalentemente la divina maternità di Maria SS.ma.

Stat.: K. A.H. Kellner, L'anno ecclesiastico, vers. it., Roma 1914, p. 149 sg; J. A. Albers, Das Jahr und seine Feste, 3^{4} ed., Stoccarda 1917, pp. 34-52; L. Duchesne, Les origines du culte chrétien, Parigi 1923, p. 289; F. Cabrol, a. v. in DACL, III, coll. 1717 1728 .

CIRCONVENZIONE DI INCAPAGI. - Così si chiama il delitto di chi, a scopo di lucro, abusando dei bisogni, delle passioni o dell'inesperienza d'un minorenne, o dello stato di infermità o di deficienza psichica di una persona, la induca a compiere un atto che importi un qualsiasi effetto giuridico per lei o per altri dannoso.

Nel diritto romano e nel diritto intermedio tale fatto non era considerato come un delitto distinto, ma veniva compreso, secondo i cosi, nel delitto di usura o di esel lionato o di frode; la c. era però, come lo è anche attualmente, presa specificamente in considerazione fuori del campo del diritto penale (cf., tra l'altro, la lex Pinetoria o Laetoria de circumscriptione minorum, emanata ca. il 200 a. C.).

I codici penali italiani anteriori al 1889 prevedevano questo delitto solo se il circonvenuto fosse un minore; il codice penale del 1889 (art. 415) estese la tutela penale anche agl'interdetti e agli insibilitati. Il codice penale vigente dà del resto lo più compiuta definizione sopra riportata, e lo punisce con la reclusione da 2 a 6 anni e con la multa da lire 2000 a 20.000 (attualmente da lire 16.000 a 160.000 ).

## CIRCOSCRIZIONI ECCLESIASTICHE.

Fin quasi dagli inizi della Chiesa, per la necessità di ripartizione del lavoro, si trova delimitata la competenza di vescovi, presbiteri, e diaconi, affidandosi ad essi un determinato territorio o una determinata comunità di fedeli. E poi, a mano a mano che l'organizzazione della Chiesa divenne più complessa, le c. territoriali o personali si generalizzarono sempre più, fino ad essere istituite, come è attualmente, in tutto il mondo abitato.

Le c. territoriali fondamentali sono quelle a capo delle quali è un prelato con giurisdizione vescovile o quasi-vescovile. Esse sono principalmente le diocesi (v.), in luogo delle quali, nei territori di missione, più spesso si hanno vicariati apostolici o prefetture apostoliche; ed inoltre quei territori (generalmente di minore estensione) che non fanno parte di nessuna diocesi, come le abbazie nullius (v. ABATE), e le prelature nullius, o di nessun vicariato o prefettura apostolica, quali le missioni (o distretti) sui loris.
C. territoriali superiori a quelle ora enumerate sono le province ecclesiastiche (v.), con a capo il metropolita; e, nella Chiesa orientale, i patriarcati. In Italia si hanno anche le regioni concilieri, raggruppamenti di più province.
C. territoriali inferiori sono invece le parrocchie (spesso raggruppate in distretti o decenni o vicariati foranei : v. VICARIO), le quali sono ripartizioni della diocesi, e talvolta anche dell'abbazia o prelatura nullius; e le quasi-parrocchie, che sono invece suddivisioni (non sempre esistenti) dei vicariati e delle prefetture apostoliche.

La competenza a costituire o mutare le c. e. spetta all'autorità ecclesiastica : e in particolare, nella Chiesa latina spetta al Sommo Pontefice (che secondo i casi si serve della S. Congr. Concistoriale o di Propaganda Fide o per la Chiesa orientale o per gli Affari ecclesiastici straordinari: v. congregazioni pontificie) costituire, sopprimere, dividere, o unire le diocesi, e le circoscrizioni ad esse parallele o superiori, o mutarne i confini (CIC, can. 215 § 1); spetta invece normalmente all'Ordinario del luogo costituire nuove parrocchie, trasferirle, dividerle, unirle, mutarne i confini (cann. 1414 §§ 2-3, 1423, 1424, 1426, 1427), mentre è riservata al Sommo Pontefice la loro soppressione (can. 1422).

Talvolta la S. Sede concede all'autorità civile, soprattutto in concordati, un potere più o meno ampio di intervento in ciò che riguarda le modifiche delle c. e.: tra l'altro, si hanno esempi di concessione del diritto di proporre mutamenti (Concordato austriaco del 1933, art. 15 § 7); o più spesso, del diritto a che non si incroducano mutamenti (o taluni mutamenti) senza il con-

## Page 995

senso dello Stato (o almeno senza aver previamente interpellato l'autorità civile). In alcuni casi poi la S. Sede si è obbligata a far sì che le c. e. coincidano con quelle civili, e, pur senza esservi obbligata, ha attuato, almeno in parte, tale coincidenza (tra i numerosi testi che si potrebbero citare su questo punto, si ricorda soltanto l'art. 16 del Concordato Lateranense), soprattutto allo scopo di facilitare le comunicazioni tra i fedeli e i loro pastori.

Anche negli Ordini e nelle Congregazioni religiose, che pure hanno un'organizzazione in prevalenza personale anziché territoriale, non mancano le c. territoriali, data la ripartizione, che non manca mai nelle associazioni di una certa consistenza, in province (v.).

Bibl.: P. Ciprotti, De territoriali Ecclesiae divisione quatenut attinet ad citalem potestatem, in Apollinaris, II (1938), pp. 189200; Werra-Vidal, II, pp. 457-61.

Pio Ciprotti
CIRCOSTANZE : v. delitto; moralità, fonti della; peccato.

CIRGUMAMBULAZIONE. - Rito che consiste nel girare attorno ai limiti di un terreno, a un edificio o a un oggetto. Questo giro si compie per due motivi : o per chiudere la cosa aggirata in un cerchio sacramagico che impedisca ai mali influssi di penetrare e fughi quelli che vi possono essere annidati (c. apotropaica); o per procurare a coloro che girano attorno all'oggetto carico di «sacralità» i benefici che ne derivano (c. augurale).

E rito di uso universale che si può compiere o a ritmo di danza, o di corsa, o