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 termine π ρ \tilde{α} γ μ α, se infine la parola фóoıs è presa nel senso di cóoí α, il contesto ci indica abbastanza la sinonimia. Ciò nonostante, questa mancanza d'uniformità nelle ulteriori controversie cristologiche ha avuto gravi inconvenienti ed ha efficacemente contribuito alla nascita ed al prolungamento della lunga logomachia, che fu il monofisismo severiano o verbale, logomachia che non è ancora esitata.

Infatti i monofisiti si facevan forti del suo nome per incaponirsi su formole pericolose, che la Chiesa si è vista obbligata a proscrivere. Il Concilio di Calcedonia ha preferito il linguaggio sulle due nature, mentre i suoi avversari si sono accaniti nel mantenere e sviluppare la

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terminologia monofisita, con il rischio di cadere nell'cutichianismo. Se fossero stati sinceri discepoli di C., si sarebbero mostrati più condiscendenti circa le parole ed avrebbero sacrificato le loro formole per l'unità della Chiesa.

Dopo i misteri della Trinità e dell'Incarnazione, in verità rivelate che C. pone più in luce e sulle quali ritorna più spesso sono l'elevazione dell'uomo allo stato soprannaturale, la dottrina della Grazia e della santificazione, gli effetti santificanti del Battesimo e dell'Eucaristia. Fa sua e sviluppa in modo originale la dottrina della divinizzazione della natura umana per mezzo del contatto fisico del Verbo incarnato, di cui i Padri greci, suoi predecessori, hanno parlato spesso. Ma dà pure gran risalto all'azione dello Spirito Santo nella santificazione per mezzo dell'inabitazione nell'anima santa, del suo contatto diretto, ed in certo qual modo personale con essa perché l'azione santificatrice in un certo modo deifica l'anima, la trasforma, le infonde una certa qualità, che la rende conforme a Cristo ( δ ι \grave{α} τ \tilde{η} ς èv \dot{α} γ ι α σ μ \tilde{ω} π 0 ι \dot{τ} τ η τ o ς, Homil. pasch., 10: PG 77, 617) e la fa passare in un altro stato ( ε i ς è τ ε ρ α v τ ι v \dot{α} μ ε θ i σ τ η σ ι ε ξ ι v, In Iouenem, 16, 6-7: PG 74, 433).

Da queste espressioni traspare ciò che i nostri teologi chiamano la Grazia santificante, il dono creato, effetto del dono increato, che è la persona stessa dello Spirito Santo. Questo effetto creato, questa qualità, questo sigillo, come dice ancora C., è inseparabile dalla presenza personale dello Spirito Santo. Se questa cessa, pure quella qualità deificante sparisce. C. dunque ama considerare la Grazia divina sotto questo aspetto statico, e meritamente può esser chiamato il teologo della Grazia abituale come s. Agostino è il teologo della Grazia attuale (cf. P. Cayré, Précis de patrologie, II, Parigi 1930, p. 39).

Del resto non esagera affatto la teoria della divinizzazione per mezzo del contatto fisico del Verbo con la natura umana; insegna che ogni uomo deve cooperare, mediante la sua azione personale, alla propria deificazione con la fede, con il ricevere i Sacramenti (specialmente il Battesimo e l'Eucarestia) e con le buone opere. Insiste molto sugli effetti santificanti dell'Eucaristia, della cosi detta «eulogia mistica». La carne di Cristo, unita al Verbo, sorgente di vita, vivifica i nostri corpi e le nostre anime mediante un contatto vero e in certo qual modo fisico. Per mezzo della Comunione noi siamo uniti a Gesù Cristo come due pezzi di cera fusi insieme (PG 73, 584).

Dopo la sua morte C. è stato grande oggetto di contraddizione e la causa sta in quella mancanza d'uniformità della sua terminologia cristologica. Intorno al suo nome, cattolici e monofisiti hanno disputato espramente. I monofisiti l'hanno voluto accaparrare e ne hanno fatto il loro grande dottore. I cattolici, opponendo loro numerose testimonianze, tratte dai suoi scritti, hanno potuto dimostrare ch'egli ha spesso impiegato formole canonizzate nel Concilio di Calcedonia, e che era stato sempre di un'impeccabile ortodossia. Il Concilio di Calcedonia ed il secondo di Costantinopoli hanno attestato quest'ortodossia ed hanno biasimato coloro che l'avevano impugnata. Però le sue formole preferite, quelle che esprimono il dogma in un linguaggio monofisita, sono state abbandonate già da molto tempo. Dopo la disputa dei Tre Capitoli e la controversia monotelita, solo le formule di Calcedonia sono rimaste nel comune linguaggio della Chiesa cattolica.

Nella Chiesa bizantina, dopo le controversie cristologiche, l'influenza del nostro dottore non sembra essere stata preponderante. A lui han preferito s. Basilio, s. Gregorio di Nazianzo e s. Giovanni Crisostomo «i tre gerarchi v, celebrati in una comune festa sin dal sec. XI. La controversia sul Piliogue ha avuto indubbiamente la sua parte in questa eclissi; difatti, come abbiamo detto, C. è, fra i Padri greci, il grande avversario della processione dello Spirito Santo a Patre solo. Le sue formole già in anticipo hanno confutato i cavilli ed i sotterfugi degli aderenti al dogma foziano. Un dottore che forniva ai latini armi cosi efficaci non poteva certamente raccogliere le simpatie dei discepoli di Fozio.

BibL.: Sulla vita: Tillemont, XIV, ed. Parigi, pp. 267-76, 747-95; A. Largent, Etudes d'histoire ecclésiastique, ivi 1892,
pp. 1-73; F. Nau, St Cyrille et Nestorius, in Revue de l'Orient chrétien, 15 (1910), pp. 365-91: 16 (1911), pp. 1-54; P. Batiffol, Les présents de st Cyrille à la cour de Constantinople, in Bulletin d'ancienne littér. et d'archéol. chrétienne, 1 (1911), pp. 247-64; Chr. Papadopulos, 'O \dot{α} γ ι ς ς Kúpi λ λ 0 ς " λ λ ε ξ α ν δ ρ ε α ς, Alessandria 1933. Opere: Ed. completa dell'Aubert in 6 voll., Parigi 1638, riprodotta in PG 68-77, con i nuovi scritti pubblicati da A. Mai; Ph. Ed. Pusey ha pubblicato ad Oxford (18681877), in 7 voll., i Commentari del 12 profeti minori e di s. Giovanni, lettere e piccoli trattati sulla controversia nestoriana nei suoi principi (ad. superiore a quella dell'Aubert); Ed. Schwartz, Neue Akkventüche zum ephesinischen Kanzel von 431. Monaco 1920 e Acta Canciliorum Oecumenicorum. I, Cancilium Ephesinum, Lipsia 1922-28, dà un'ed. critica di molti scritti e lettere di C. e due lettere inedite. Le traduzioni delle sue opere in copto, in sirisco, in armeno, in arabo, in etiopico sono ancora indagate male. Sugli scritti e sulla dottrina i J. Mahé, Cyrille, patriarche d'Alexandrie, in DThC, III, coll. 2476-2527, dà un'eccellenze sunto degli scritti e di tutta la dottrina teologica di s. C.; A. Rebemann, Die Christologie des hl. Cyrillus von Alexandrien systematisch dargestellt, Hildesheim 1902; E. Weigl, Die Heiblehre des hl. Cyrill von Alexandrien, Mopassa 1909; A. Struckmann, Die Eucharistie-Lehre des hl. Cyrill von Alexandrien, Paderborn 1910; Ad. Rücker, Die Lubothamellen des hl. Cyrill von Alexandrien. Ein Beitrag zur Geschichte der Exogese, Breslavia 1911; M. Jugie, La terminologie christologigue de st Cyrille d'Alexandrie, in Echos d'Orient, 15 (1912), pp. 12-27; id., Nestorius et la controverse nestorienne, Parigi 1912, pp. 174-90; S. Tyszkiewicz, Der hl. Petrus in den Schriften Cyrills von Alexandrien, in Zeitschr. für hathol. Theol., 43 (1919), pp. 343-50; A. Eberle, Die Mavtologie des hl. Cyrillos von Alexandrio, Friburgo in Br. 1921; J. N. Hebensperger, Die Deukwelt des hl. Cyrill von Alexandrien. Eine Analyse ihres philosophischen Ertrags, Monaco 1924; Burdenhever, IV, pp. 23-74, in cui si trova un'ampia bibliografia specialmente sulla opere e le loro edizioni. Per i lavori più recenti; P. Regazzoni, Il «Contra Gallianos» dell'imperatore Giuliano e il «Contra Iulianum» di s. C. alessandrian, in Didasbaleion, 1928, pp. 1-114; J. Lebon, Auteur de la définition de fdi du Concile d'Ephèse, in Ephemerides theologicae Lavanientes, 8 (1931), pp. 393-412 (precisa la portata dei 12 anatematismi nella controversia nestoriana); J. Puig de la Bellacasa, Los doce anatematismos de s. Cirilo fueron aprobados por el Concilio de Ejeco? in Estudios eclesiásticos, 11 (1932) pp. 5-25; A. Deneffe, Der dogmatische Wert der Anathematismen Cyrills, in Scholastik, 8 (1933), pp. 64-88, 203-16; P. Galtier, Les anathebatismes de st Cyrille et le concile de Chalcédoine, in Recherches de science religieuse, 23 (1933), pp. 45-57; J. B. Wolf, Commentationes in s. Cyrilli Alexandrioi de Spiritu Sancto doctrinoon, Roma 1934; A. Vaccari, La grecità di s. C. d'Alessandria, in Studi dedicati alla memoria di Paolo Ubaldi, Milano 1937, pp. 27-39; P. Romualin, La théologie de st Cyrille d'Alexandrie d'après st Thomas, Torqucloo 1937; L. Janssens, Notre filiation divine d'après st Cyrille d'Alexandrie, in Ephemerides theologicus Lavanientes, 15 (1938), pp. 252-78; T. M., Redenziane e filiaciane adottiva in s. Amanoio e s. C. Alessandrian, in La scuola cattolica, 67 (1939), pp. 728-37; A. Dubarle, L'ignorance du Christ chez Cyrille d'Alexandrie, in Ephemerides theologicae Lavanientes, 16 (1936), pp. 111-21; S. Stenger, Cyrill von Alexandrien über den Heiligen Geist, in Benediktinische Monatsschrift, 21 (1939), pp. 159-72; L. Turrado, Dosis en el Evangelio di S. Juan según s. Cirilo de Alessandria, Roma 1930. J. van der Dries, The Formula of st. Cyril of Alexandria "Mia qúoıs τ o \tilde{ρ} A δ γ o u σ ε σ α ρ \times ω μ ε ν η, Londra 1940; Fische-Martin-Frutaz, IV (1940), int. 162-393; B. Albaner, Patrologia, 3a ed. it., Torino 1944, pp. 190-93; Kyrilliana (di vari autori), Etudes variées à l'occasion du XVe centenaire de st Cyrille d'Alexandrie (441-1242), Cairo 1947; U. Mannucci-A. Casamassa, Istituzioni di patrologia, II, Roma 1947, pp. 144-55.

Martino Jugie
CIRILLO III ben laklak. - Patriarca di Alessandria, vissuto nel sec. xiri, sacerdote di nome David che simoniacamente ebbe il patriarcato copto di Alessandria con il nome di C., il 17 giugno 1235. Rimase famoso per la sua essorìa e per la sua sfacciata simonia, che suscitò aperte lotte da parte del suo clero, e fu perciò più volte arrestato e multato dalle autorità giudiziarie musulmane. Nel 1237 ordinò un metropolita per Costantinopoli entrando cosi in lotta con il patriarca di Antiochia, Ignazio, il quale scomunicò il metropolita. Costui, però, con l'aiuto dei Franchi, che occupavano la Terra Santa, riusci a mantenere il suo posto e fu il primo dei metropoliti copti di Gerusalemme. M. nel 1243, oscuramente, disprezzato da tutti.

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BibL.: E. Rensudot. Historia Patriarcharum Alexandrinorum Jacobitarum, Parigi 1713, p. 576; W. Riedel, Kanonische Rechtsquellen des Patr. von Alexandrien, 1900, p. 301; G. Graf, s. v. in LThK, III, col. III. Saverio Pericoli Ridolfini

CIRILLO di Costantinopoli, santo. - Terzo generale dell'Ordine dei Carmelitani e già priore al monte Carmelo, ove m. quasi contenario verso il 1225. Gli è stato attribuito, oltre molte false profezie sparse dagli Spirituali del sec. xir, il famosissimo Oraculum angelicum, utilizzato da Arnaldo di Villanova e dal Clareno e che ispirò non poco l'azione di Cola di Rienzo. Secondo la leggenda, mentre nel 1192 C. celebrava la S. Messa sul Carmelo, per la solennità di s. Ilarione abate, gli apparve un angelo con due tabelle di argento sulle quali era scritto un messaggio in greco, che gli sarebbe stato interpretato dall'abate Gioacchino da Fiore. Tale circostanza fa sospettare l'ambiente in cui nacque la rivelazione, impregnata d'altra parte d'idee spiritualistico-gioachimite. In essa, inoltre, appare preannunziata la lotta tra gli Angioini e gli Aragonesi per Napoli, annunciato il giudizio punitivo e vi si lamenta l'abbandono del clero e la persecuzione degli Spirituali. Lavorò molto per l'unione delle Chiese e l'Ordine carmelitano ne commemora la festa al 6 marzo.

BibL.: Philippus a S.ma Trinitate, Divinum oraculum s. C... solemni legatione angeli mitum, Lione 1663; Acta SS. Martii, VI, Venezia 1733, p. 498; B. Zimmermann, Monumenta hist. Carmelit., Lérina 1907, pp. 295-311 e passim; E. Caspari, s. v. in Enc. Ital., X (1931), p. 440.

Alberto Galetti
CIRILLO di Gerusalemme, santo - Padre e dottore della Chiesa, festeggiato dalla Chiesa il 18 marzo.

Sommario: I. Vita. - II. Opera. - III. Dottrina.
I Vita. - N. a Gerusalemme o nei dintorni verso il 313-15, C. presto fece parte del clero della città Santa. Dovette ricevere il sacerdozio nel 343 dal vescovo s. Massimo, cui successe nel 348. La sua elezione avvenne in circostanze oscure. Secondo s. Girolamo, Chronicon, ad annum 349, Acacio di Cesarea, metropolita della Palestina, ed altri vescovi arianizzanti gli avrebbero offerto l'episcopato a condizione di ripudiare l'ordinazione ricevuta da Massimo. C. avrebbe accettato e procurato di ottenere la destituzione di Eraclio, successore designato dallo stesso Massimo prima di morire. A questa versione troppo malevola si oppone una dichiarazione del Concilio di Costantinopoli del 382 al papa Damaso, che l'elezione di C. all'episcopato fu fatta canonicamente da tutti i vescovi della provincia. E certo ad ogni modo che C., agli inizi del suo episcopato e poi ancora per molto tempo, aderì al partito antiniceno e probabilmente fu ordinato dal suo metropolita, Acacio di Cesarea, uno dei capi degli eusebiani. Nelle sue Catechesi evita appositamente la parola consostanziale, che secondo lui, come molti altri orientali, doveva sapere di sabellianismo; ma, come appare da molti passi delle suddette Catechesi, egli era sostanzialmente ortodosso.

La sua unione con Acacio durò poco. Il motivo della discordia fu una questione di giurisdizione, senza dubbio relativa all'interpretazione pratica del primato d'onore che il Concilio di Nicea nel can. vir aveva riconosciuto alla sede di Gerusalemme (Teodoreto, Hist. eccl., II, 26).

Ma fra i due prelati vi era pure un'opposizione dottrinale; Acacio era in fondo un ariano e C. era di idee ortodosse. Il metropolita riusci a far deporre il suo suffraganeo in un sinodo nel 357-58. Invano C. si appellò alI'Imperatore; dovette fuggire ad Antiochia, poi a Tarso, ove il vescovo Silvano gli fece ottima accoglienza. Intervenne al Concilio di Seleucia nel 359, schierandosi dalla parte di Basilio d'Ancire, di Giorgio di Laodicea e di Eu-
stazio di Sebasta, capi del nuovo gruppo di antiocheni che sono stati chiamati omoiusiani, semi-ariani, o anche macedoniani o pneumatomachi (v. arlanesimo). Questo partito, dopo Seleucia, riusci per un momento a guadagnare il favore dell'Imperatore Costanzo, e C. poté ritornare alla sua sede; ma l'anno seguente, al conciliabolo di Costantinopoli, ove trionfò l'omelamo, Acacio lo fece ancora una volta deporre. Morto Costanzo, sotto Giuliano e Giovanni ritornò a Gerusalemme; ma sin dall'anno 367-68 Valente lo esilio non si sa dove. Quest'esilio durò fino alla morte dell'Imperatore ariano ( 378 ); in questo tempo C. dovette aderire definitivamente e senza restrizioni all'ortodossia nicena, accettando il termine stesso di ε μ ° σ \dot{σ} σ 1 ° 5, e abbandonando per sempre gli omoiusiani, la maggior parte dei quali si erano compromessi rigettando la divinità dello Spirito Santo. Nel Concilio generale dell'Oriente, tenutosi a Costantinopoli nel 381 e riconosciuto più tardi come il secondo ecumenico, C. fu uno dei principali rappresentanti dell'ortodossia cattolica, ma non sappiamo la parte che vi ebbe. L'anno seguente un altro Sinodo di Costantinopoli, al quale forse partecipò, testimoniò di nuovo al papa Damaso la sua fede e la regolarità della sua elezione.

Di ritorno a Gerusalemme si adoperò a riparare i disordini e le rovine accumulate da quegl'intrusi che avevano occupato il suo seggio durante la sua lunga assenza, e poté governare pacificamente la sua Chiesa ancora per otto anni.

Morì nel 386 o nel 387 , lasciando fra gli antichi una memoria assai discussa, per i suoi mutamenti nella comunione ecclesiastica, essendo stato successivamente eusebiano, omoiusiano e niceno. Però, almeno per quanto appare dalle sue Catechesi, si può dire che egli non ha mai cambiato di fede e fu sempre ortodosso, nonostante la tacita e lunga opposizione alla parola "consostanziale». Per queata ortodossia fondamentale Leone XIII, nel 1882, poté annoverarlo fra i dottori della Chiesa.

II. Opere. - C. merita il titolo di dottore per le 24 Ca techesi che ci pervennero sotto il suo nome. All'infuori di ciò, ben poco ci resta di lui, e cioè : una Omelia sul paralitico della piscina praholica, che pronunció ancor giovane mentre non era che sacerdote: PG 33, 1131-56; una Lettera all'imperatore Costanzo, ove narra l'apparizione di una croce luminosa nel cielo di Gerusalemme, fra il Golgota e il monte degli Olivi, che durò per più ore e che tutti ebbero agio di contemplare (ibid., 1165-76) : il fenomeno si verificò il 7 maggio 331. L'autenticità di questa lettera non va esente da ogni sospetto. L'aggettivo ε μ ° σ σ σ 05, applicato alla Trinità nella dossologia finale, è certamente apocrifo. Quattro brevi frammenti di omelie intorno alla natura di Cristo, probabilmente apocrifi. Tre di essi sono pubblicati ibid., 1181-82. Il quarto lo ritroviamo nella Doctrina Patrum de incarnatione Verbi (ed. Fr. Diekamp, Münster in W. 1907, p. 20; cf. J. Lebon, La position de st Cyrille de Jorusalem dans les luttes provoquées par l'arianisme, in Rev. d'hist. eccl., 20 [1924], p. 185, nota 2).

Altri brani apocrifi sono pubblicati in PG 33, 11871210. Citazione da una omelia sconosciuta di C. in F. Diekamp, Analecta patristica (Orient. chr. anal. 117 [Roma 1938], p. 10).

La collezione delle Catechesi comprende: I discorso preliminare che va sotto il nome di "procatechesi"; 18 Catechesi rivolte ai catecumeni preparantisi al Battesimo; 5 Catechesi dette Mitagogiche, rivolte ai neofiti: PG 33, 331-1128. Esse sono di diversa lunghezza. Mentre le Catechesi ai catecumeni, eccetto la prima, sono assai lunghe, le Mitagogiche invece sono cortissime. Secondo alcuni dati interni, le prime furono pronunciate durante la Quaresima del 348 , proprio all'inizio del suo episcopato, nella grande basilica dell'Andetasis innalzata da Costantino. Le Mitagogiche furono pronunciate durante la settimana di Pasqua nella cappella particolare del S. Sepolcro. Va rilevato che secondo una nota del cod. Monacensis graecus 394, del sec. 2, le Catechesi ai catecumeni sarebbero state pronunciate nel 352 .

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Sin dal sec. xvi molti protestanti per ragioni polemiche contestarono l'autenticità delle Catechesi. Oggi però i critici sono unanimi nel riconoscere che la Procatechesi e le 18 Catechesi ai catecumeni sono proprio opera di C. mentre persistono seri dubbi sull'autenticità delle cinque Mistagogiche, che bisognerebbe attribuire a Giovanni di Gerusalemme, successore di C. (386-417).

Difatti, nell'antichissima versione siro-palestinese e in quella armena del v sec. non vi è traccia di Catechesi mi-stagogiche: ciò è segno che esse mancavano nel modello tradotto; inoltre si nota che nel lezionario armeno le due serie di catechesi sono separate. D'altronde molti monoscritti antichi greci, fra i quali il cod. Monac. 394 già menzionato, attribuiscono la completa collezione delle Catechesi a C. e a Giovanni: τ ° \tilde{τ} α \dot{τ} τ ° \tilde{\text { K }} K α \dot{α} λ λ ν ν xal { }^{′} \mathrm{I} ω \dot{α} ν vou. Avranno posto ciò che appartiene a Giovanni a seguito dell'opera di C. e pian piano il nome di Giovanni rimase nell'ublio.

Cf. la questione nel recentissimo studio di W. J. Swans: A propos des catéchèses mystagogiques attribuées à 2. Cyrille de Jerusalem (in Rhazion, 53 [1942], p. 1-43), ove sono tutte le indicazioni sulla controversia. L'importanza teologica delle Catechesi mistagogiche non è diminuita per il fatto che sono state attribuite a Giovanni piuttosto che a C. : si tratta infatti di due contemporanei che si succedono sulla stessa sede vescovile.

La collezione delle Catechesi forma un vero corso oratorio quasi completo d'istruzione religiosa, secondo le fonti della Rivelazione, cioè della S. Scrittura e della Tradizione; soprattutto la S. Scrittura, che è principale fonte utilizzata. Poco spunto di speculazione; esempi scelti apposta per rendere accessibili alle più umili intelligenze le verità della fede; confutazioni delle eresie del tempo; stile chiaro e alquanto ridondante; l'esortazione morale succede all'esposizione dottrinale; il tono è familiare e diretto e si tiene sempre in contatto con il pubblico: in C. si riscontrano tutte le qualità di un buon catechista che è anche oratore. Dopo un prologo formato dalla Procatechesi e la prima Catechesi, brevissima, che riassume la Procatechesi, l'oratore tratta della Penitenza nella II, del Battesimo nella III, e, con la IV, inizia un'esposizione metodica del simbolo battesimale della Chiesa di Gerusalemme; all'inizio ne fa un riassunto conciso e sostanzioso, prima di spiegarlo articolo per articolo nella V, intitolata Della fede e del simbolo. Le 4 seguenti hanno per oggetto Dio, considerato nella sua unità (VI), Dio Padre (VII), la Provvidenza (VIII), la creazione (IX). Sei altre (X-XV) sono consacrate al Figlio di Dio, considerato nella sua divinità e nei misteri consecutivi alla sua Incarnazione; due allo Spirito Santo (XVI-XVII), una alla risurrezione dei corpi, alla Chiesa e alla vita eterna (XVIII).

Le 5 Catechesi mistagogiche hanno per oggetto i tre Sacramenti dell'iniziazione cristiana, cioè: il Battesimo (XIX e XX), la Cresima (XXI) e l'Eucaristia come sacramento e come sacrificio (XXII e XXIII), sia sotto l'aspetto dommatico che liturgico.

Le Catechesi non c'interessano solo per la loro dottrina ma anche per particolari sui riti sacramentali, sul testo del simbolo battesimale e su quello della Messa gerosolimitana del sec. Iv, e sulla topografia di Gerusalemme.

Le numerose traduzioni in lingua volgare, eseguite in questi ultimi tempi, stanno a testimoniare che il loro interesse è ben lungi dall'essere cessato.
III. Dottrina. - L'importanza delle Catechesi cirilliane sotto l'aspetto dottrinale sta nel fatto che esse sono l'eco fedele dell'insegnamento comune della Chiesa in epoca particolarmente torbida. La controversia ariana è al colmo. Il dogma fondamentale della Trinità è tacitamente attaccato dagli avversari del Concilio di Nicea. A giudicare dalle sue relazioni sembra che C. fosse uno di loro, ma rileggendo le sue Catechesi ogni sospetto cade. Nessuno ha affermato più chiaramente di lui l'eterna generazione del Verbo, Figlio di Dio, vero Dio nato dal vero Dio, e cosi pure la vera divinità dello Spirito Santo, che i pneumatomachi attaccarono poco tempo dopo. Se si astiene
dall'uso del termine jmatḣ μ ° \dot{σ} σ ι ς, consustanziale, ciò significa che forse in lui c'è uno scrupolo di ortodossia, perché in Oriente questa parola, condannata in Paolo di Samosata (v.), sembrava inclinare all'eresia sabelliana. Affermando chiaramente la distinzione delle tre persone divine, si guarda dal cadere nel triteismo ed insegna l'unità numerica della natura divina. Cf. particolarmente la Catechesi XVI, 4, 24 : PG 33, 921-53; Catechesi VI, 5: ibid., 545; Catechesi XI, 1 : ibid., 709.

La sua dottrina cristologica non è meno notevole e del tutto conforme all'ortodossia tradizionale. Condanna già anticipatamente l'eresia nestoriana insistendo sull'unità personale di Cristo, dando alla Vergine Maria il titolo di theotocos, π α ρ θ \dot{ε} ν ° ς ŋ̉ θ ε σ τ o ́ x o s, Catechesi X, 19: ibid., 685, e praticando correttamente la comunicazione degli idiomi, Catechesi X, 3: ibid., 622; XII, 1, 3: ibid., 622, 729.

Ma ciò che soprattutto ha suscitato interesse presso gli storici del dogma, causando ostinate controversie fra cattolici e protestanti, è stata la sua dottrina sacramentale espressa nelle Catechesi mistagogiche.
C. è infatti il dottrite per eccellenza della presenza reale di Gesù Cristo nell'Eucaristia, della Transustanziazione e del sacrificio della Messa. Non si poteva più chiaramente sostenere il dogma cattolico come in queste sue espressioni : "Ciò che vi è dato, ricevetelo con ogni sicurezza come il corpo ed il sangue di Cristo; poiché è il suo corpo che vi si dà sotto la figura del pane, \dot{ε} ν tómo \dot{ρ} ρ τ o u, ed è il suo sangue che vi si dà sotto la figura del vino, \dot{ε} ν tómo oĩvou, affinché avendo preso il corpo ed il sangue di Cristo voi siate i suoi concorporei e i suoi consanguinei: oúo α μ ω ι xal oúvaıu α \dot{σ} τ o \tilde{ω}. Cosicché il suo corpo ed il suo sangue diffondendosi per le nostre membra, noi diveniamo dei porta-Cristo, χ ρ ι σ τ o ρ \dot{ρ} ρ ° ι, \ldots Ciò che sembra pane, \dot{δ} \varphi α ι ν \dot{η} μ ε v o s ó ρ τ o s, non è pane, contrariamente al gusto, ma il corpo di Cristo, e ciò che sembra vino, \dot{δ} \varphi α ι ν \dot{η} μ ε v o s oĩvos, non è vino, contrariamente al gusto, ma il sangue di Cristo.... Altre volte, a Cana di Galilea, egli cambiò l'acqua in vino, sostanza che ha qualche analogia con il sangue; e voi non credereste al cambiamento che fa del vino nel suo sangue?" Catechesi XXII, 2, 3, 9: ibid., 1097, 1100, 1104.

Però circa un punto della dottrina eucaristica sembra ch'egli cada in un difetto. Difatti sembra che consideri l'invocazione, detta epiclesi dello Spirito Santo, come la vera forma del Sacramento e tralascia, nella spiegazione delle preghiere della Messa, il racconto dell'istituzione (Catechesi XXXIII, 7: ibid., 1116). Ma senza dubbio non è altro che una apparenza; difatti egli afferma semplicemente che dopo l'epiclesi, il sacrificio è perfettamente compiuto, consumato. Forse, come molti altri Padri, sotto il nome di epiclesi egli avrà inteso tutto il canone o anafora. Nella Catechesi XIX, 3 : ibid., 1072, attribuisce la transustanziazione alla invocazione o epiclesi della Trinità. Dunque, secondo lui, l'epiclesi dello Spirito Santo è identica a quella della Trinità, mentre, in realtà, quest'ultima non è che l'intera anafora. Aggiungiamo che un secolo dopo C., Esichio di Gerusalemme attribuiva espressamente la Consacrazione alle parole del Signore: "Questo è il mio corpo. Questo è il mio sangue" (v. M. Jugie, De forma Eucharistica. De epiclesibus eucharisticis, Roma 1944, pp. III-104, 101-102).

Non meno notevole è l'insegnamento del nostro dottore sul sacramento della Cresima, che distingue bene dal Battesimo propriamente detto e di cui af-

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fermò l'indelebilità del carattere (Procatechesi, 17 : ibid., 365 ).

Bini. : Edizioni e traduzioni delle opere : la prima edizione completa delle Catechesi fu fatta da J. Prévot, Catecheses graece et latine, Parigi 1808: la seconda, di Th. Milles, comprende anche gli altri scritti, superiore alla precedente, Sancti Cyrilli Hierosolymitani opesa quae supersunt omnia, Londra 1703; la terza da dom A. A. Touttrie et P. Maron, Parigi 1720, riprodotta in PG 23; la quarta, di W. K. Reischl et J. Rupp, 2 voll., Monaco 1848-60, correggendo certi passi dell'edizione di A. A. Toutrée, e la migliore di tutte. Va segnalata l'edizione poco accessibile di Fosin Alessandrina e di Dionigi Klicofa, 2 voll., Gerusalemme 1867-68. Manca ancora un'edizione veramente critica. Fra le numerose traduzioni delle Catechesi va menzionata l'antica versione armena che risale forse al v sec., ed è priva delle Catechesi mi. stagogiche: edita dai Mechitaristi, Vienna 1832; le traduzioni francesi di L. Gancy, Parigi 1564; di J. Grancolsa, ivi 1712; di A. Faivre, 2 voll., Lione 1824; la traduzione inglese uscita a Oxford 1838, in A Library of the Pathers, II, con prefazione di Newman, rivista e annotata da E. H. Gifford, ivi 1894; traduzione del r. M. Wueley, Londra 1930; le traduzioni tedesche di J. M. Feder, Bamberga 1786: di J. Nitschl, in Bibliothek der Kirchenväter, Kempten 1871; la traduzione italiana di L. Lazzareschi, Bolzano 1898 e di G. Carriere, Vicenza 1942; quella spagnola di A. Ubernia, Madrid 1930.

Vita e opere: dom A. A. Toutrée, Dissertationes Cyrillianae de vita, de scriptis, de doctrina, riprodotte in PG 23, 31-294;Tillemont, VIII, Parigi 1702, pp. 428 sgg., 779 sgg.; dom P. Maron, Dissertatica sur les scions, dans laquelle on diffond la nouvelle édition de st Cyrille de Jérusalem contre les auteurs des Mémoires de Trebaux, ivi 1722; J. Th. Pitt, De Cyrilli Hierosol. orationibus quae vestunt catecheticis, Heidelberg 1843; G. Delacroix, St Cyrille de Yérusalem, sa vie et ses oeuvres, Parigi 1862; J. Marquardt, Sancti Cyrilli Hierosolymitani de costantinibus et placitis arimiarum sententia, Braunsberg 1881; id., S. Cyrillus Hierosol. Inqstitmi, Chritonatis, Eucharistiae mysteriarum interpres, Lipsia 1882; F. Risi, Di una nuova edizione delle opere di s. C. Gerasolimitana, ossia di un errore gravissimo falsamente attribuito a s. C. e ad altri Padri e Dottori nella edizione mauriana, Roma 1884; J. Mader, Der heilige Cyrillus, Bischof von Yernaslem, in seinem Leben und seinen Schriften nach den Quellen dargestellt, Einsiedeln 1891; T. P. Thomolis, Kanskáaç à 'teynoskuqúvç̧ ò Kavu̇̌yýc, Gerusalemme 1920; P. Häuser, Des heiligen Cyrillus, Bischofs von Yernaslem, Katechesen, Monaco e Kempten 1922; S. Saheville, Une question de critique littéraire. Les catéchises mystagogiques de st Cyrille de Yérusalem, in Echos d'Orient, 17 (1925), pp. 331-37; W. J. Swann, A propos des sarkihéres mystagogiques attribueds à st Cyrille de Yérusalem, in Muslim, 40 (1942), pp. 1-43.

Dottrina: X. Le Bachelet, Cyrille de Yérusalem, in DThC, III, ir, coll. 2337-77, esposto sistematico della dottrina teologica di C.; J. W. Feuerlein, Dissertatio qua in sententiam Cyrilli Hierosolymitani de praesentia corporis et sanguinis Christi in sacra causa inquisitur, Gottinga 1762; J. J. van Vollenhoven, Specimen theologicum de Cyrilli Hierosolymitani catechenibus, Amsterdam 1837; Th. Schermann, Die Gottheit des heiligen Geistes in C., in Strassburger theologische Studien, 4-5 (1901), pp.1747; V. Schmitt, Die Verheissung der Eucharistie (Io. 6) bei den Antiochenern Cyrillus von Yernaslem und Ynannes Chrysostomus, Würzburg 1903; B. Niederberger, Die Lappfahre des heil. Cyrillus von Yernaslem, Paderborn 1923; J. Lebon, La position de st Cyrille de Yérusalem dans les luttes prenoquées par l'arianisme, in Revue d'histoire ecclésiastique, 20 (1924), pp. 181-210, 357-86, studio fondamentale sull'ortodossia trinitaria di s. C. secondo le prime 18 catechesi: Jos. Frugbier, Het woord mysterion..., in de catechesen van Cyrillus v. Yernaslem, dissert., Nimega 1947. Martino Jusie

CIRILLO LOKARIS, patriarca di Costantinopoli. N. a Candia nell'isola di Creta, il 13 nov. 1572, ucciso a Costantinopoli il 27 giugno 1638.
I. Vita. - C. ebbe una vita molto agitata. Studio a Venezia e a Padova; fattosi monaco, cambiò il suo nome di Costantino in quello di C. Finiti gli studi andò a Costantinopoli, dietro invito del suo protettore, Melazio Pigas, patriarca di Alessandria. Era già prere nel 1594. Promosso sincello patriarcale di Alessandria nel 1595, è mandato in Polonia l'anno dopo; diviene rettore dell'Accademia di Vilna nel 1596 e, d'accordo con il principe Costantino di Ostrog, combatte con tutto il suo potere l'unione dei Ruteni di Polonia con Roma, decisa al Sinodo di Brest-Litowsk (1595). Approva, a questo scopo, l'accordo politico concluso dal principe Ostrogski con i protestanti, nel

1599, e si vede accusato di calvinismo. Nel 1602 lascia la Polonia, fa un giro nella sua patria e rientra in Egitto, dove Melazio Pigas muore poco dopo (1602). Egli è subito designato a succedergli, sebbene abbia appena trenta anni: l'età richiesta dai canoni.

Rimane patriarca di Alessandria fino al 1620 . Ci fu tuttavia la breve interruzione di un mese (genn.febbr. 1612), durante il quale egli occupò il seggio ecumenico di Costantinopoli, al tempo della deposizione di Neofito II. Fu il suo primo patriarcato costantinopolitano, seguito poi da sei altri, tra gli anni 1620 e 1638.

Questa serie di deposizioni e di reintegrazioni si spiega con l'abitudine turca di aggiudicare il trono patriarcale al prelato che offriva più denaro e con una specie di battaglia diplomatica segreta a scopo religioso, o cui si abbandonavano gli ambasciatori delle corti cattoliche e delle corti protestanti presso la Sublime Porta. C'erano da un lato gli ambasciatori francesi, austriaci e veneziani; dall'altro gli ambasciatori inglesi e olandesi. Durante il suo patriarcato alessandrino, e anche prima, C., disertando segretamente l' "ortodossia " greca, aveva assimilato le dottrine calvinistiche che si proponeva di far penetrare nella Chiesa greca, e, fin dal 1629, appariva a Ginevra, sotto il suo nome, a cura dell'ambasciatore olandese presso la Sublime Porta Cornelio van Haga, una breve confessione di fede in latino, dove erano riuniti i principali dogmi di Calvino. Egli aveva d'allora in poi un conto corrente con gli ambasciatori inglesi e olandesi, che finanziavano la sua candidatura, ad ogni nuova deposizione. Al candidato dei calvinisti gli ambasciatori cattolici opponevano il loro che fu, infine, il ben poco raccomandabile Cirillo di Berthea. Questi aveva emesso segretamente una professione di fede cattolica. Fece strangolare il suo rivale dai Turchi il 27 giugno 1638 e subì egli stesso una sorte simile, l'anno seguente.

Il tentativo di C. di convertire la Chiesa greca al calvinismo fallì interamente. Il risultato più chiaro di queste lotte fu di rinforzare l'influenza della teologia cattolica fra i Greci dissidenti e di fornire ai nostri teologi nuove armi per combattere le eresie dei protestanti, che parecchi concili orientali condannarono dopo la scomparsa di C.
II. Opere e dottrine. - Il principale scritto di C. è senza dubbio, la sua Confessione di fede, in 18 articoli, composta da lui stesso in latino e stampata anzitutto nel 1629, tradotta poi da lui in greco ( 1631 ) e pubblicata a Ginevra, con il primitivo testo latino, nel 1633.

L'originale greco, scritto di sua mano, è conservato a Ginevra. La maggior parte dei Greci hanno voluto sempre negare che questo documento fosse opera di C. Ma egli stesso dichiara la sua dottrina calvinista specialmente nella lettera scritta nel 1634 al suo amico, Antonio Léger, cappellano dell'ambasciata olandese a Costantinopoli.

Nelle altre opere edite e inedite di C., specialmente nelle quattro raccolte di omelie, che Dooiteo, patriarca di Gerusalemme, utilizzò al Concilio di Gerusalemme del 1672 per tentare di dimostrare che C. non era l'autore della Confessione pubblicata sotto il suo nome, e nella apologia indirizzata agli "ortodossi" nella parrocchia della Vergine a Leontopoli, egli si esprime come un "ortodosso" greco, piuttosto favorevole alle dottrine cattoliche: egli afferma chiaramente l'Immacolata Concezione. Ci sono dunque due C.: il C. calvinista e il C. "ortodosso" secondo che egli si rivolge ai suoi amici calvinisti o ai suoi compatrioti, anzi ai latini.

Si segnalano tra gli altri suoi scritti: un opuscolo Contro gli Ebrei, pubblicato a Costantinopoli nel 1627; Dialogo contro i Gesuiti di Galato, edito da PapadopulosKéremous (Pietroburgo 1891, pp. 220-30); Trattati sulla Penitenza, l'Incarnazione, le virtù e i vizi, ancora inediti, le quattro Raccolte di omelie, segnalate più sopra, tutte inedite, tranne i passi citati dal Sinodo di Gerusalemme del 1672. C. diede la sua approvazione alla prima traduzione del Nuovo Testamento in greco volgare, eseguita da Massimo di Gallipoli ( 1^{\text {a }} ed. a Ginevra nel 1638 con il

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testo originale). Egli inviò a Carlo I, re d'Inghilterra, il famoso Codex Alexandrinos della Bibbia, che è del sec. v.

BibL.: La bibliografia concernente C. L. è immensa. Si troverà l'essenziale nella Bibliographie hellénique du XVIIr siècle di E. Legrand, I. Parigi 1894, p. 270 sg., c. soprattutto, IV, ivi, pp. 181-221, raccolta documentaria copiosa con numerosi brani fin allora inediti: G. H. Hottinger, Analecta histo-rico-birologica, Zurigo 1622; T. Smith, Collectanea de C. Lucario, Londra 1707. Il testo Confessione di fede è inserito in tutte le raccolte dei libri simbolici della Chiesa orientale, specialmente in quello di E. J. Kimmel, Monnments fidel Ecclesiae orientalis, I, Iena 1820, pp. 24-44. Tra i lavori e monografie bisogna segnalare: A. Pichler, Geschichte des Protestantismus in der orient. Kirche im 17. Jahrhundert, oder der Patriarch Cyrillus L. und seine Zeit, Monaco 1862; P. Trivier, Un patriarche de Constantinople au XVIIr siècle; Cyrille Lucar, se vie et son influence, Parigi 1877; V. Semmos, Gli ultimi anni del patriarca C. L., in Echos d'Orient, 6 (1905), pp. 97-101; G. Hoffman, Patriarch Kirillus L. und die römische Kirche (Orient, Christ., 22), Roma 1929.

Martino Jugie
CIRILLO di Scitopoli. - Uno dei migliori agiografi greci, conosciuto soprattutto per la cura che pone nel documentare e nel precisare la cronologia con tutti i mezzi a sua disposizione. N. a Scitopoli, anticamente Bethsan, oggi Bejsân, in Samaria, verso il 524. I suoi pii genitori davano spesso ospitalità ai monaci di passaggio. Nel 530 il più illustre di questi ospiti, s. Saba, dichiarò suo discepolo il piccolo C., di cui fu determinata da allora la vocazione. Nel 543 C. ricevette la tonsura monastica, si recò a Gerusalemme, dove assistette alla dedicazione di S. Maria Nuova, poi visitò Giovanni l'Esicasta al Grande Monastero. Malgrado il consiglio che gli fu dato da quest'uomo di esperienza, il giovane C. non entrò nel cenobio di S. Eutimio, ma, vittima di quel desiderio ardente di solitudine che anima tutto il monachismo orientale, si diede alla vita di anacoreta nel monastero di Calamone (delle canne) sulle rive del Giordano. Ma una malattia lo colpì come un castigo per la sua presunzione. Riacquistò la salute mettendosi in cammino per S. Eutimio nel luglio del 544. Era il periodo delle contese origeniste in Palestina. Quando i monaci ererodossi furono cacciati dal Nuovo Monastero, C. fu nel numero dei religiosi ortodossi designati per andare a ripopolarlo ( 21 luglio 555 ). Due anni dopo egli passò nel monastero di S. Saba. L'opinione corrente che egli sia morto fin dal 558 non si basa che su un argomento e silentio di scarsissima consistenza.

BibL.: C. ha lasciato sette biografie consacrate a s. Eutimio, s. Giovanni l'Esicasta (questo soprannome è stato erroneamente trasmesso dal Silenziorio), s. Ciriaco, s. Teodosio, s. Teognio, s. Abramio. E. Schwartz ne ha pubblicato un'edizione critica: K v rill suo Ebydeopolis (Texte und Untersuchungen, 49, II), Lipsia 1939. Di questa pubblicazione E. Stein ha fatto una recensione molto scuta, ed in complesso elogiativa, negli Analecta Bull., 62 (1944), pp. 169-86. Il grande torto dello Schwartz è stato di non accettare la cronologia fissata da mons. F. Dickamp (Die origenistischen Streitigkeiten im sechsten Jubrhundert, Münster 1899, pp. 11-15). Il Diekamp aveva provato che le indizioni che si trovano nella narrazione di C. a partire dall'apr. 231 sono in ritardo di una unità. Questa dimostrazione aveva riscosso l'approvazione generale. E. Stein rigetta gli argomenti addotti contro di essa e da (loc. cit., p. 179 sg.) una tabella delle date reali stabilite dal Diekamp e di quelle errate proposte dello Schwartz.

Per le precedenti edizioni delle opere di C., consultare S. Vallhé, s. v. in DTNC, III, II, col. 2381. Ireneo Hausherr

CIRILLO (Costantino) e METODIO, santi. Fratelli greci, detti «apostoli degli Slavi»; vissero nel sec. IX.
I. A Bisanzio. - C. e M. nacquero a Salonicco dal nobile magistrato Leone. Dopo la morte prematura del padre, la protezione dei figli fu assunta dal cancelliere imperiale Teoctisto. M., un pratico giurista, fu incaricato dell'amministrazione di una provincia abitata dagli Slavi, probabilmente la Macedonia.

Il più giovane, Costantino (chiamatosi C. nel farsi monaco), fu chiamato da Teoctisto a Costantinopoli per essere istruito insieme con il minorenne imperatore Michele III, tra i cui maestri si distinguevano Leone detto matematico e Fozio, il futuro patriarca. Finiti gli studi, C. rifiutò la carriera aulica e ricevette gli Ordini sacri, accettando poi l'ufficio di bibliotecario patriarcale. Ma dopo poco tempo si ritirò nascostamente in un monastero. Ritrovato, non volle più ritornare all'ufficio di bibliotecario, tuttavia accettò la cattedra di filosofia, nella quale si distinse tanto da ricevere il soprannome di «Filosofo». In quel tempo si recò alla corte del califfo di Bagdad in qualità di ambasciatore imperiale.

Intanto l' 855 portò importanti cambiamenti politici. Bardas, zio dell'imperatore Michele e nemico accanto al Teoctisto, riuscì e guadagnarsi completamente la fiducia del giovane imperatore e fece uccidere Teoctisto. L'imperatrice madre Teodora dovette ritirarsi dal governo e più tardi fu rinchiusa in un monastero. Sotto il governo di Michele III la direzione degli affari di Stato passò effettivamente nelle mani di Bardas. La tragica fine di Teoctisto e di Teodora, protettori di C. e M., ebbe gravi conseguenze anche per Ioro. M. rinunciò alla sua carica e si fece monaco in un monastero di Olimpo di Bitinia. Pare C. si ritirò dalla vita pubblica ed in breve raggiunse il suo fratello a Olimpo, dove ambedue attesero alla preghiera e allo studio. I cambiamenti politici ebbero anche le loro conseguenze nel campo ecclesiastico. Nell' 858 fu deposto il patriarca Ignazio ed eletto Fozio, amico e consigliere di Bardas.
C. e M. si tenevano fuori di questo penoso conflitto. Verso l'860 l'imperatore incaricò C. di una missione po-litico-religiosa presso i Chazari, residenti allora sulle coste del mar Nero tra il Don e il Caucaso. C. dovette piegarsi all'ordine dell'imperatore e parti accompagnato da M. Durante la sosta a Cherson in Crimea s'interessò della tomba di S. Clemente, papa e martire. Identificato il luogo tradizionale della tomba, C. scoprì le reliquie di s. Clemente e le prese con sé. La missione di C. conseguì il prefisso scopo: numerosi Chazari ricevettero il Battesimo ed il Chan strinse amicizia con l'imperatore. Ritornati a Costantinopoli, C. si stabili presso la chiesa dei SS. Apostoli e M. si ritirò nel monastero di Polichronio, di cui divenne abate.

II. Missione in Moravia. - Intanto giunse a Costantinopoli una ambasciata del principe Rostislao (846-60), sovrano della grande Moravia, per chiedere un vescovo e missionari, che parlassero la lingua del suo popolo. La Moravia era già in parte cristianizzata per opera dei missionari occidentali, i quali, oltre a propagare la fede cristiana, favorivano l'espansione dell'Impero germanico. Rostislao voleva liberare il suo Stato dall'influsso politico dei vescovi tedeschi e procurare alla Moravia una organizzazione gerarchica propria. L'imperatore scelse per questa missione C. e M., perché essi, oriundi di Tessalonica (Salonicco), parlavano bene la lingua paleoslava. Né i moravi, né gli altri popoli slavi avevano allora una letteratura propria. Perciò prima di partire C. compose un nuovo alfabeto, ed incominciò a tradurre in paleoslavo i libri sacri. Nell'863 C. accompagnato da M. e da alcuni discepoli, partì per la Moravia munito di una lettera commendatizia dell'imperatore.

In Moravia C. e M. si dedicarono principalmente alla predicazione ed alla formazione del giovane clero. Con l'aiuto di M., C. tradusse in lingua paleoslava anche testi liturgici bizantini ed alcuni latini. La predicazione e la celebrazione delle funzioni sacre, nella lingua capita dal popolo, ebbe grande successo, ma insieme eccitò l'ostilità del clero tedesco, il quale accusò a Roma C. e M. di eresia. Dopo ca. tre anni e mezzo di attività missionaria in Moravia C. e M.,

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con alcuni scelti discepoli, si recarono a Roma. Furono solennemente ricevuti dal papa Adriano II (867-72) perché portavano seco le reliquie di s. Clemente. Il Papa, informato della loro attività in Moravia, riconobbe l'ortodossia di C. e M. ed approvò l'uso della lingua paleoslava nella liturgia. M. fu ordinato sacerdote, C. probabilmente vescovo. Intanto C. si ammalò gravemente. Durante la malattia prese l'abito monastico. C. morì il 14 febbr. 869 e fu sepolto nella basilica di S. Clemente.

Dopo le trattative con i principi di Moravia e Pannonia il Papa nomino M. arcivescovo di Sirmio e lo inviò in Moravia come legato pontificio. Mentre ritornava M. fu arrestato e incarcerato, dopo una parvenza di processo, svoltosi in un sinodo cui parteciparono tra altri Arialvino di Salisburgo, Annone di Frisinga e Ermenrico di Passavia. Solo dopo tre anni, grazie all'energico intervento del nuovo papa Giovanni VIII (872-82), M. fu liberato e tornò in Moravia. Ma fu di nuovo accusato a Roma di eresia, specialmente ad opera del sacerdote tedesco Viching, il quale riuscì a guadagnarsi le simpatie del principe Svatopluk ( 870-94 ), successore di Rostislao. M. si recò di nuovo a Roma, dove pienamente si giustificò, mentre la liturgia slava veniva di nuovo approvata. La Moravia ricevette la propria organizzazione gerarchica con a capo M.; ma anche Viching, grazie alla protezione di Svatopluk, ottenne la sede suffraganea di Mitra. M. dedicò il resto della sua vita a consolidare l'organizzazione ecclesiastica servendosi di una nutrita attività letteraria. Ma il suo perfido suffraganeo Viching riusci ad alienare completamente Svatopluk da M. e con vari intrighi amareggiò molto gli ultimi anni del suo arcivescovo. M. m. il 6 apr. 885 , dopo aver designato proprio successore il suo discepolo, nobile moravo, Gorazd.
III. Attività letteraria. - S. C. è giustamente considerato come il padre della letteratura slava, inventore dell'alfabeto slavo e primo scrittore di lingua paleoslava. Tradusse in questa lingua la liturgia bizantina, cioè Eucalogio (Rituale), Vangeli, Epistole, ed anche alcuni testi liturgici latini; dopo la sua morte M. condusse a termine la versione della S. Scrittura, eccetto i libri dei Maccabei, tradusse il Nemacamone e una antologia delle opere dei SS. Padri. C. scrisse invece in greco una breve storia dell'invezione delle reliquie di s. Clemente, un panegirico e un inno in suo onore e un libro polemico contro ebrei e musulmani, tradotto poi da M. in paleoslavo. L'attività letteraria dei ss. C. e M. fu continuata dai loro discepoli, specialmente nei Balcani, donde poi penetrò anche in Russia.
IV. Il culto. - Subito dopo la morte C. e M. furono venerati come santi dai popoli slavi sia in rito occidentale che orientale. Oltre i giorni rispettivi del loro trapasso - C. 14 febbr., M. 6 apr. - si celebra anche la loro festa comune. Nel rito latino, fissata al 5 luglio al momento
della sua estensione alla Chiesa universale (Leone XIII, 25 ott. 1880), fu poi trasportata al 7 dello stesso mese (II dic. 1897 ); nel rito orientale viene celebrata l'it maggio sia dai cattolici che dai dissidenti. L'opera dei ss. M. e C. lasciò una chiara impronta sull'iniziale cultura cristiana dei popoli slavi e perciò sono da essi venerati come "apostoli degli Slavi». Però C. e M. non furono annoverati tra i santi della Chiesa dissidente costantinopolitana, probabilmente a causa della loro costante fedeltà a Roma.

Bibl.: P. Duthilleul, Les sources de l'histoire des 11. C. et M., in Echos d'Orient, 38 (1935), pp. 272-306; Fr. Pastrnek, Déliny slovanshjch upoItoId Cyrilla a Methoda, Praga 1902, in appendice fonti: Fr. Grivec, Die heiligen Slavenapostel Cyrillas und Methodius, Olomouc-Maina 1928; C. Mohlberg, Il Messale glagolitico di Klee, Roma 1928 (con ampia introduzione storica); P. Lavrov, Materialy po istorii vavnihnoeeniya drevnejlej slavijanshoj piz'manosti, Leningrado 1930 (fonti paleoslave); Fr. Dvornik, Les Légendes de Constantin et de Méthode vues de Byzance, Praga 1933; G. A. Ilinskii, Opet sistematicheskoj bibliografii, Sofia 1934 (bibl. comple19); Fr. Grivec, Vitae Constantini et Methodii, in Acta Academiae Velehradesiis 17 (1941, 1-111), pp. 1-127 (versione latina delle vite paleoslaviche con note); Pliche-MartinFrutaz, VI, pp. 467-8o.

Giuseppe Olèr
Cirillona. - Poeta siro, vissuto verso la fine del sec. Iv. Soltanto la scoperta dei suoi inni (ed. G. Bickell, in Zeitschrift der Deutschen Morgenländischen Gesellschaft, 27 [1873], pp. 566-98) ha messo in luce C., il quale fu certamente chierico, probabilmente prete e visse o nella Siria o più probabilmente nella Mesopotamia.

Si conoscono 6 inni suoi, di grande bellezza letteraria e di non scarsa importanza per il dogma, specie per la mariologia.

Bibl.: Traduzione tedesca degli inni in Bibliothek der Kirchenväter. Ausgewäblte Schriften zurischer Dichter. KemptenMonaco 1910, pp. 1-42; I. Ortiz de Urbina, La mariologia nei Padri siriaci, in Orientalia Christ. Period., 2 (1939), pp. 110-12. Ignazio Ortiz de Urbina

CIRINO: v. Quirino.
Cirio, Katholikos: v. kurion katholicós.
CIRO, patriarca greco monofisita di Alessandria. - Visse al principio del sec. vir, m. in Alessandria il 24 marzo 642. Nel 631 fu eletto dall'imperatore Eraclio patriarca di Alessandria con potere anche temporale. Egli fu sempre fedelissimo alle dottrine monotelitiche.

Dovette negli ultimi suoi anni difendere Alessandria contro gli Arabi; ma non essendo piaciuto a Costantinopoli il suo comportamento fu due volte deposto ( 640 e 641 ). Ritornato in sede mori dopo aver assistito alla presa della città. Di lui restano tre lettere a Sergio di Costantinopoli e i Kezáaka, scritto dogmatico (Mansi, X, 1003-1006; XI, 559-64).

Bibl.: Krümbacher, pp. 60 ag., 950 sg.; Bardenhewer, V, pp. 27-28; A. Butler, The arab conquest of Egypt, Londra 1902, passim; S. Vailhé, Safronio il sofista e Safronio il patriarca, in Revue de l'Orient chrét., 7 (1902), pp. 36-41.

Francesco Saverio Pericoli Ridolfini

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CIRO il Grande (iscrizioni cuneiformi Kurnî; ebr. Köreî). - Primo re della Persia, dalle sue conquiste elevata a potenza dominante l'Asia anteriore; apparteneva al ramo più antico della dinastia degli Achemenidi (v.), che si estinse con suo figlio Cambise(v.).

Nel 558 successe al padre come re di Anšan nella Susiana, e vassallo del re di Media. Dalla Cronaca al Nabonide si sa che all'anno VI di questo monarca ( 550 ) egli è ancora re di Anšan, mentre tre anni più tardi ( 547 ) riceve il titolo di «re di Persia». Difatti nel frattempo egli aveva sottomesse varie tribù dipendenti dalle Media e, scosso il giogo di Astiage (v.), ne aveva conquistato il regno nel 550 ; sicché da quel momento il titolo di «re di Persia» assorbi anche quello di re d