volume-03

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 suo figlio Cambise(v.).

Nel 558 successe al padre come re di Anšan nella Susiana, e vassallo del re di Media. Dalla Cronaca al Nabonide si sa che all'anno VI di questo monarca ( 550 ) egli è ancora re di Anšan, mentre tre anni più tardi ( 547 ) riceve il titolo di «re di Persia». Difatti nel frattempo egli aveva sottomesse varie tribù dipendenti dalle Media e, scosso il giogo di Astiage (v.), ne aveva conquistato il regno nel 550 ; sicché da quel momento il titolo di «re di Persia» assorbi anche quello di re di Media. Nel 546 conquistò la Lidia e poi tutta l'Asia Minore. Tra il 546 e il 540 sottomise tutte le regioni situate al di là dell'Iran, fino alla Sogdiana, fissando come limite orientale del suo impero il fiume Iaxarte. Assicurato le estremità del vasto impero non gli rimaneva che soggiogare il regno di Babilonia, e anche quest'impresa gli riusci facile, perché seppe sfruttare il malcontento che vi regnava all'interno per l'inattitudine di Nabonide. La capitale Babilonia cadde il 16 tiżrî (sott. ott.) 539 , per opera di Gubaru (Gobrias) governatore del paese di Gutium, al nord di Opis (Cronaca di Nabonide). Dieci anni più tardi, nel 529, C. moriva combattendo contro incerti popoli situati oltre lo Iaxarte, i quali minacciavano i confini nord-orientali dell'impero.

C. fu il fondatore di uno dei più vasti imperi che la storia ricordi, frutto più del suo genio politico che della sua abilità strategica. Al contrario dei conquistatori semiti, la sua condotta verso i vinti fu tutta ispirata a mitezza e generosità. In particolare, come risulta dal «cilindro di C.», egli rispettò, anzi favorì la religione dei vinti : così a Babilonia ricostruì templi, restitul divinità che Nabonide aveva fatte trasportare a Babilonia e perfino si riconobbe messo sul trono di Babilonia dal dio babilonese Marduk; infine, come supremo atto di clemenza, va ricordato che egli permise ai popoli già deportati a Babilonia di far ritorno, se lo volevano, nei propri paesi. Questi dati dei documenti cuneiformi ci aiutano a ben comprendere l'atteggiamento di C. nei riguardi degli Ebrei : difatti nel primo anno del suo regno a Babilonia ( 538 ) egli permise loro di rimpatriare e riedificare a Gerusalemme il tempio a Jahweh (II Par. 36, 22-23; Esd. I, 1-11; 3.7;4,3;5,13-17; 6, 2-5.14); quest'avvenimento era già stato preannunziato da Isaia (44, 28; 45, 1-4; cf. 41, 1-4; 46, 11; Fl. Giuseppe, Antig. Iud., XI, 1, 1-2). Il profeta Daniele, che era già alla corte di Babilonia al momento dell'occupazione, godette anche il favore di C. (Dan. 1, 21; 6, 28; 10, 1; 14, 1 sgg .); nel suo libro egli descrive più volte, simbolicamente, l'impero persiano: 2, 32.39 (petto e braccia d'argento); 7, 5, 17 (orso con un lato più alto e tre costole in bocca); 8, 3.4.20 (montone con due corna di cui uno più lungo colpente in tre direzioni).

BISL.: Cronaca al Nabonide e Cilindro di C. (in H. Grossmann, Altorient. Texte zum A. T., 2^{4} ed., Berlino-Lipsia 1926, pp. 366-70); Erodoto, I, 107-216; Cresia, De rebus persicis, VII sgg.; Senofonte, Compedia; E. Lindi, Cyrus, Monaco 1903; P. Dhorme, Cyrus le Grand, in Rev. bibl., 9 (1912), pp. 22-49; F. H. Weisbach, Cyrus, in Pauly-Wissows, Suppl. IV, coll. 1129-77; The Cambridge Ancient History, IV, Cambridge 1926, pp. 2-15; G. Ricciotti, Storia d'Israele, II, 3^{4} ed., Torino 1938, nn. 2-22.

Gaetano M. Perolla
CIRO e GIOVANNI, santi, martiri. - Scarsissime sono le notizie biografiche che li riguardano. Secondo la Passio leggendaria, C. era medico ad Alessandria; fattosi monaco, fu ucciso nella persecuzione di Diocleziano insieme col soldato G. oriundo di Edessa. I loro corpi stavano nella basilica di S. Marco ad Alessandria quando nella prima metà del sec. v s. Cirillo li trasferì a Menuthis
per opporre un santuario cristiano al tempio di Iside il cui culto era molto radicato nel popolo.

Nel sec. vi il santuario di Menuthis divenne celebre per i pellegrinaggi e le guarigioni che vi operavano C. e G. ai quali fu attribuito il titolo di anàrgiri (v.). Un'interessante raccolta di 70 miracoli fu composta nel sec. vir da Sofronio di Gerusalemme. Le reliquie dei due martiri furono in seguito trasportate a Roma e collocate in una chiesetta della via Portuense la quale per una singolare alterazione popolare da Abbaciro è chiamata oggi S. Passera; altre 4 chiesuole assai antiche furono dedicate ai due martiri nell'Urbe.

BISL.: Acta SS. Ianuarii, III, Parigi 1867, pp. 696-710; P. Sîothern, Der rïmische Abbacyrus in Geschichte, Legende und Kunst, in Römische Quartalschr., 22 (1908), pp. 196-239; L. Duchesne, Le sanctuaire d'Aboubir, in Bulletin de la sacieé archéol. d'Alexandrie, 12 (1910), pp. 3-14; H. Delchaye, Les saints d'Aboubir, in Analecta Bull., 30 (1911), pp. 448-50; id., Les recueils antiques des miracles des saints, ibid., 43 (1923), pp. 19-32; C. Huelsen, Le chiese di Roma nel mediarso, Firenze 1927, pp. 151-62, 246-47; H. Delchaye, Les origines du culte des martyrs, 2^{4} ed., Bruxelles 1933, p. 223.

Agostino Amore
CIRTA: v. COSTANTINA.
CIS (ebr. Qlî). - Nome di alcuni personaggi biblici, tra cui il più noto è il padre di Saul (v.) della tribù di Beniamin abitante in Gabaa. In I Sam. 14, 51, C. è detto figlio di Abiel al pari di Ner, padre di Abner; in I Par. 8, 33; 9, 39, invece, si pone la genealogia Ner-C.-Saul. Con vari critici basta aggiungere in questi testi il nome Abner, leggendo "Ner generò Abner e C. generò Saul». La qualifica di "uomo di vaglia" (I Sam. 9, 1) probabilmente allude ad una rinomanza acquistatasi da C. in qualche scontro con i Filistei, quando costoro spadroneggiavano sui centri israelitici. C. fu sepolto in Sela, città di Beniamin (II Sam. 21, 14, ebr.).
Angelo Penna
CISERI, Antonio. - Pittore, n. a Ronco nel canton Ticino nel 1821, m. a Firenze nel 1891.

Allievo del Bezzuoli a Firenze, ove si era trasferita dal 1833 , ereditò dal maestro la solida preparazione accademica e il fervore delle idee romantiche, ma irrobust il proprio stile con lo studio degli antichi e l'attenta osservazione del vero. Dipinse alcune tre le più celebrate opere di soggetto religioso dello scorso secolo. Notissime : I Maccabei (chiesa fiorentina di S. Felicita, 1863); il Trasporto di Cristo (Madonna del Sasso a Locarno, 1871); l'Esse hamo (Galleria d'arte moderna di Firenze, 1890). Pitture queste architettate con sapienza e vivo senso drammatico. Ammirevoli i suoi disegni, magistrali i ritratti, rapidi ed efficaci i bozzetti.

BISL.: G. Rosadi, La vita e l'opera di A. C., Firenze 1916; L. Ferretti, A. C., pittore cristiano, Fiesole 1923; G. Rovella, A. C. e la sua linea d'arte, in Civ. Catt., 1941, iv, pp. 14-24.

Corrado Mozzana
CISNEROS, Francisco: v. XIMÉNez FRANCISCO de cisneros.

CISNEROS, García de. - Monaco benedettino, spagnolo, n. a Cisneros (León) nella seconda metà del sec xv. Fu cugino del grande card. Cisneros. Abbracciò la vita monastica nel monastero di S. Benedetto, detto "El Real», di Valladolid, casa-madre della Congregazione benedettina riformata vallisoletana, cui appartenevano in massima parte i monasteri benedettini di Spagna. Diverme poi abate di Monserrato in Catalogna.

Scrisse : Ejercitatorio de la vida espiritual (Monserrato 1509); Directorio de las horas canónicas (ivi 1500); Compendio breve del Ejercitatorio espiritual (Barcellona 1535, ristampato a cura di F. Curiel, ivi 1912); ristampate più volte e tutte tradotte in francese, inglese, italiano, ed altre lingue. L'autore è considerato come precursore degli esercizi di a. Ignazio di Loyola (P. Fourrat, La spiritualité chrétienne, III, 6^{4} ed., Parigi 1917, p. 41 sgg ).

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BibL.: A. Codina, Las origenes de los ejercicios espirituales de s. Ignacio de Loyola. Estudio histórico, Barcellona 1926; L. Serrano, Ascíticos benedictinos españoles, Valladolid 1926; E. Allison Peers. Studies of the Spanish mystics, II, Londra 1930, pp. 3-37, 401-407; M. Alamo, s. v. in DSp, II, coll. 910-21. Silverio di Santa Teresa

CISON (ebr. Qitān, "tortuoso "). - Nome biblico del torrente che rotolo nei suoi vortici torbidi i cadaveri dell'esercito di Sisara sconfitto dalle truppe di Debora (Indo. 4, 7. 13; Ps. 83, 9) e quelli dei sacerdoti di Baal uccisi per ordine del profeta Elia nelle vicinanze del torrente (I Reg. 18, 40).

I dati biblici si applicano precisamente all'odierno Nahr el-Muqatta { }^{2}, che ha a nord-est il Tabor, a sud Megiddo e il luogo del sacrificio di Elia e ad ovest Hārōšeth (el-Haritiijieh) all'uscita dalla pianura di Esdrelon. Il fiume, che nasce ad ovest del Tabor e dei monti di Gelboe, in estate è sempre secco, ma durante il periodo delle piogge, ricevendo da nord le acque torrenziali delle colline di Nazareth e di Betlemme di Galilea, e dal sud quelle di Megiddo e del Carmelo, si impaluda e resta impraticabile. Dopo elHaritijieh, nell'angusto passaggio che allaccia la pianura di Esdrelon alla piana marittima, negli ultimi 10 km . del suo percorso ( 40 km ), diventa perenne, alimentato da numerose sorgenti; ma prima
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(de J. Ladda, Uth and teaching al st. Bernard, Ibdition 120, p. I) Cistercensi - Castello di Fontaines-Les-Dijon dove nacque s. Bernardo.
di gettarsi in mare, rallentato dalle dune di sabbia, diventa laguna in mezzo ad alberetti di giunchi, oleandri e roseti. Al Tabor, il 16 apr. 1799, l'esercito arabo-turco, sbaragliato dai Francesi, subì nei gorghi del fiume la stessa sorte di quello di Sisara.

CISSA. - Questa piccola città dell'Istria, situata su un'isola a poca distanza dall'odierna citta di Rovigno, era sede di una manifattura di porpora soggetta al monopolio imperiale. Ci si presenta come sede vescovile alla fine del sec. vi durante lo scisma dei Tre Capitoli; sparisce dopo la fine del sec. viI, non si sa bene quando, in seguito ad un fenomeno tellurico in cui la città stessa fu inghiottita dal mare.

BibL.: F. Babudri, Il vescovado di C. in Istria, in Memorie della Società istriana di archeologia, esc., 31 (1919), p. 35 sgg. Pio Paschini
CISTA MISTICA. - Recipiente di vimini intrecciati a forma di scatola cilindrica, con coperchio.

In origine non era oggetto cultuale, solo in Demostene e Teocrito si trova la parola usata in rapporto al culto. Elemento essenziale degli antichi misteri greci, era destinata a nascondere agli occhi dei profani gli oggetti sacri e misteriosi che venivano rivelati agli iniziandi nella iniziazione. E spesso raffigurata su monumenti e monete, talvolta ne esce un serpente.

Luisa Banti
CISTERCENSI (Sacro Ordine Cistercense). T'ale nome proviene da Cistercium (Cîteaux) dove il 22 marzo 1098 s. Roberto (v.), abate di Molesme (1075-98), fondò la prima abbazia dell'Ordine (benché
ed austera, eliminando gli usi introdotti in molti monasteri; perciò nella prima Charta caritatis si parla della «rectissima via sanctae Regulae» (J. Turk, Charta carit. prior, in Analecta S. O. Cister., I [1945], p. 31). Infatti i primi organizzatori pretesero che nell'ostervanza monastica si avesse presente anzitutto la purezza della Regola, sulla quale aveva specialmente insistito il b. Alberico negli Instituta manachorum Cistercensium de Molimo venientium; e la libertà da ogni ingerenza ecclesiastica e secolare, quale era stata assicurata ai primi C. dal Privilegium Romanum di Pasquale II il 19 ott. 1100. L'Exardium magnum S. O. Cist., della fine del sec. 211, ne dà la enunciazione precisa: "notum fiat posteris nostris, quantam statim in initio fundationis suae ab Apostolica Sede gratiam, favorem et libertatem Cisterciensis ecclesia promeruit n. Era questo un inizio della esenzione che, ancora relativa, crebbe con la conferma della prima Charta caritatis fatta da Callisto II il 23 dic. 1119, fino a divenire assoluta con la bella di Lucio III del 21 nov. 1184. L'unità fra i diversi monasteri dell'Ordine riposa sulla uniformità delle osservanze: «una caritate, una regula similibusque vivamus moribus" (Charta caritatis, I, capp. 53, 55). Di recente J. Turk ha ritrovato la prima Charta caritatis edita e commentata nei citati Analecta (p. i1 sgg.), dove a p. 50 afferma: 1) La prima Charta caritatis fu compilata nel 1118.2) Fu modificata nel 1134-52, ma probabilmente non molto prima del 1^{°} ag. 1152. 3) Motivi di questa modificazione furono le mutate circostanze, quali il progresso e la evoluzione dell'Ordine, la aspirazione degli * abbates primarii * ad una maggiore indipendenza nei rapporti con l'abate di Cîteaux e con gli stessi Capitoli

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generali nel monastero di Cîteaux. 4) Autore della prima Charta caritatis fu indubbiamente s. Stefano Harding, abate di Cîteaux. 5) La Charta caritatis data da s. Stefano era una legge, non una convenzione fra lui e gli "abbates primarii"; nè la Charta caritatis posteriore si può ritenere come un patto fra gli abati. Palese invece è l'influsso degli altri abati nel mutare la prima Charta caritatis. 6) Il potere del Capitolo generale e degli «abbates primarii n, stando alla prima Charta caritatis, non era tanto quanta nella seconda: al contrario, l'autorità del monastero di Cîteaux e del suo abate era maggiore nella prima Charta caritatis che non nella seconda. 7) L'aspirazione degli abbates primarii ad una maggior potestà, non rispondeva alla mente di s. Stefano. Lo sviluppo dell'Ordine, infatti, dimostra che essa riusci dannosa. 8) La bolla di Clemente IV (1265), va considerata come qualcosa di mezzo fra la prima e la seconda Charta caritatis. Nel suo contenuto la Charta caritatis costituisce il vincolo dell'unità; nel cap. I, si parla infatti dell'obbligo e del modo di custodire ed osservare la Regola di s. Benedetto in maniera uniforme; nel cap. 2, delle visite, della legge delle figliazioni e della precedenza degli abati; nel 3, del Capitolo generale di tutti gli abati; nel 4, dell'amministrazione del monastero in periodo di sede vacante e della elezione del nuovo abate; nel 5, della rinuncia degli abati e dell'azione disciplinare verso di essi. Con forma di unità cresce il centralismo nell'Ordine, non è assoluto come a Cluny, ma relativo, in quanto ogni abbazia o monastero gode della sua autonomia. L'Ordine dei C. tiene raggruppati i singoli monasteri, ad ognuno dei quali riconosce un abate proprio: tuttavia essi conservano una particolare dipendenza dall'abate dell'abbazia madre e dal Capitolo generale di tutti gli abati. Chi convoca e presiede il Capitolo generale è l'abate di Cîteaux quale padre di tutto l'Ordine. L'osservanza si pratica nella solitudine o nell'eremo. Perché questa solitudine sia rispettata, s. Stefano stabilisce che "nessun capitano o principe del luogo giammai ponga la sua sede in quella chiesa». Per mantenere lo spirito della semplicità e dell'unione con Dio, vuole che si osservi la povertà anche nella suppellettile ecclesiastica. Così neequero le Consuetudini dei C. che furono redatte nel sec. xit. Esse abbracciano cinque parti: i) origine del monastero c.; 2) Charta caritatis; 3) bolla di Callisto II del 23 dic. 1119 che approva la Charta caritatis; 4) statuti del Capitolo generale dei C.; 5) uffici ecclesiastici.

In seguito furono fissati gli statuti dei C. nei Libelli definitionum del 1256, del 1316, del 1350. La «recrissima via sanctae Regulae * armonizzò perfettamente fra di loro l'Opus Dei (il divino Ufficio), la lettura spirituale ed il lavoro manuale, dando così alimento al corpo e all'anima nell'ordine naturale e spirituale, secondo la parte di ciascuno. Già Abelardo aveva ben compreso tutto questo, scrivendo a s. Bernardo (PL. 178, 340): «Institutio Regulae novum opus de veteri facere compellit». Con questo principio, infatti, i primi C. per riguardo alla «rectitudo " l'escondo la Regola, stabilirono e riformarono in primo luogo il modo e l'ordine del servizio divino in tutto secondo le tradizioni della Regola, omettendo completamente le aggiunte ai salmi, le orazioni e le litanie che padri poco discreti avevano fatte di loro arbitrio.

Nella liturgia cluniacense prevaleva la solennità e la pompa, in quella dei C. la semplicità, come manifestazione della vita interiore. In ossequio alla verità i primi C. intrapresero la corruzione della Bibbia e la riforma del canto gregoriano. Dimostrazione di questo spirito è l'architettura cistercense. Ma in grande considerazione era tenuta la lettura spirituale che aveva il primo posto dopo il divino Ufficio e prima del lavoro manuale, eccetto nella stagione estiva. Il tempo era occupato nella lettura non solo della sacra Bibbia, ma anche dei Padri e di altri autori che facevano meglio comprendere la vita monastica. Specialmente nel sec. xir fiorirono fra i C. scrittori illustri di opere ascetiche e mistiche. Degni di nota in questo campo i commenti al Cantico dei Cantici ed i trattati De anima. Dalla lettura scaturì una profonda devozione, da molti monaci ed in molti modi coltivata, verso la Passione di Gesù, il S. Cuore, la S.ma Eucaristia, la Madonna. Fra gli antichi C. vi furono anche illustri storiografi, come Ottone di Frisinga; molti annalizzi e cronisti, quali Elinando di Montefreddo e Alberico delle Tre Fontane, gli autori del Chronicon Villariense e degli Annales Waverinientes. I C. furono anche compilatori e divulgatori di leggende, quali la Collectio miraculorum Ioannis prioris Clarecallensis (1179), il Liber miraculorum Herberti (1178), il Liber miraculorum Gostviani (prima del 1200), Exardium magnum S. Ord. Cist. di Corrado di Eberbach (prima del 1201). L'influsso della parìa eucaristica dei C. si avverte anche nella famosa Queste dou Graal (cf. P. Browe, Die encharistischen Wunder des Mittelalters, Breslavia 1938, pp. 22-23, 102-106). Non pochi C. sono stati dei buoni teologi. Per favorire lo studio furono fondati molti collegi in Francia, Germania, Inghilterra e Spagna. Celebre è il collegio di S. Bernardo, fondato a Parigi verso il 1242 per iniziativa dell'abate Stefano Lexington. Il lavoro manuale, secondo il cap. 48 della Regola di s. Benedetto, fu tenuto in grande considerazione, e con esso fu dato vigoroso impulso anche alla vita sociale. Spinti dal b. Alberto, i primi C. stabilirono negli Statuta di accogliere, dietro licenza del vescovo, laici con la barba, e di trattarli come loro stessi, fatta eccezione della vita monastica, e di prendere anche i braccianti, perché sapevano che senza la loro collaborazione non sarebbe stato possibile osservare sempre i precetti della regola. Così nel medioevo divennero buoni agricoltori ed apportarono alla civiltà un notevole contributo, specialmente nelle regioni del settentrione, in Boemia ed in Ungheria. Come appare dagli statuti dei Capitoli generali, i C. furono degli ottimi organizzatori che promossero il prosciugamento delle paludi in Italia ed in Olanda, l'estirpamento delle grandi selve in Francia, Germania e Boemia, e anche lo sfruttamento delle miniere di ferro e carbone dei monti Pennines (H. C. Darby, An historical geography of England before 1800, Cambridge 1936, pp. 243 e 257).

L'armonia istituita fra l'Opus Dei, la letteratura spirituale ed il lavoro manuale, ordinata dalle Consuetudines e confermata dal Capitolo generale di ogni anno, ma molto più la personalità di s. Bernardo, inclita gloria dell'Ordine, fecero sì che esso si propagasse meravigliosamente. Alla morte di s. Stefano nel 1134 esistevano già 80 monasteri dei quali 55

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DIFFUSIONE DEL SACRO ORDINE CISTERCENSE E DEI CISTERCENSI RIFORMATI (T 2. Cîteaux; 3. La Ferté; 4. Pontigny; 5. Clairvaux; 6. Morimond con i rispettivi segni delle prilo fondazioni dei Trappisti; 8. Monasteri cistercensi passati ai Trappisti.

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in Francia. In Italia, la prima abbazia fu quella di Tiglieto in Liguria ( 18 ott. I120). Vennero poi le fondazioni in Germania (Kamp), in Inghilterra (Waverley), Svizzera (Bonmont), Spagna (More. ruela). Nel 1152 sorse il primo monastero delle monache eistercensi a Tart in Francia eui tennero dietro, specialmente nel sec. xili, quelli della Francia, Germania, Belgio, Olanda, Spagna e Svizzera (in questa ultima, monasteri di quell'età durano ancora ininterrottamente). Le monache eistercensi vivevano con le medesime Consuetudines dei monaci, anehe rispetto alla clausura, la quale, specialmente per l'influsso delle Clarisse, con l'abbandono del lavoro manuale, e per le disposizioni del Concilio di Trento, fu mutata in clausura papale, benché internamente fosse considerata sempre clausura dell'Ordine. Le monache non formano il Seeond'ordine, ma un solo Ordine con i monaci, con la esenzione dall'autorità del vescovo diocesano, con la approvazione del Sommo Pontefice e con l'accettazione o incorporazione all'Ordine fatta dal Capitolo generale. Erano oltre 1000 monasteri, dove la vita fioriva secondo lo spirito e l'uso dei C., anche se non tutti incorporati all'Ordine. Massima cura essi avevano della vita interiore e mistica, specialmente in Germania, Belgio, Olanda. Le badesse tennero anche dei Capitoli generali a Tart, Tulembras, Las Huelgas presso Burgos, Vallebona (Lerida), ma queste riunioni non erano Capitoli generali in senso stretto, bensì adunanze delle badesse regionali. Molti fra i monaci e le monaehe eistercensi raggiunsero le vette della santità e 1215 religiosi morirono in fama di santità o vissero una vita esemplare.

L'anno avanti la morte di s. Bernardo (1152) esistevano 339 monasteri di monaci ed alla fine del medioevo ca. 750 , in tutti i paesi d'Europa.

Benemeriti della Chiesa furono non solo s. Bernardo, ma anche molti monaci e conversi : tre papi, Eugenio III, già abate delle Tre Fontane, Celestino IV, Benedetto XII, abate di Font Proid in Francia, 44 cardinali, fra i quali Giacomo da Pecorara (1244) e Giovanni Bona (1847), illustre scrittore di ascetica e di liturgia; ca. 580 vescovi (cf. G. Willi, Cist. Päpste, Kardinäle u. Bischafe, in Cist. Chron., 23 [1911], p. 255 sgg.). Molti conversi servirono regolarmente la Curia romana quali bollatori. Abati e monaci si recarono anche fra i maomettani e gli albigesi a predicare il Vangelo.

Molti monasteri furono attratti all'Ordine dei C. dalla buona fama che esso riscuoteva : così il Capitolo generale nel 1147 incorporò la Congregazione di Savigny con 28 monasteri e quella di Olusina con 3 monasteri, nel 1162 il monastero di Dalon con i filiali. Aderirono all'Ordine anche alcuni ordini equestri, come quello di Calatrava in Spagna.

Per i servizi resi alla Chiesa, l'Ordine ebbe molti privilegi. Da Innocenzo III quello dell'esonero dalle decime, modificato poi da Adriano IV, Alessandro III e dal Concilio Lateranense IV. Lucio III concesse il privilegio di esenzione, Innocenzo VIII (bolla Espaesti tunc devotionis), che però da alcuni è messa in dubbio, diede facoltà all'abate generale di conferire il suddiaconato e diaconato, di consacrare calici e patene e di benedire gli abati (cf. T. Abele, Die Erteilung der Subdiakonato- und Diakonatsoeihe durch den Abi von Citenux und die Primaräbte, in Cist. Chron., 37 [1925], p. 169 sgg.).

Il xir e il xiri furono i secoli d'oro dell'Ordine, ma è facile comprendere come in tanto numero di monasteri e di religiosi non siano mancate debolezze ed errori. Nel sec. xir alcuni monasteri acquistarono, contro gli statuti del b. Alberico, diritto di decima, e non potendo più lavorare direttamente i campi per la loro grande estensione, una parte ne cedettero dietro corresponsione di canoni, in modo che la osservanza delle regole e delle consuetudini ne subl grave danno. Con l'abbandono del
lavoro manuale si ruppe l'armonia creata fra il divino Ufficio e la lettura spirituale. In molti monasteri lo studio fu abbandonato e l'Ufficio fu prolungato, con conseguenti altre novità contro gli statuti dell'Ordine. Tuttavia alcuni monasteri per molto tempo rimasero fedeli all'insegnamento dei Padri, come nel sec. xvr quello di S. Urban. Per intervento dei romani pontefici ed a cura dei Capitoli generali, nel corso dei secoli furono fatti molti tentativi per restaurare la disciplina, come ne fan fede la costituzione di Clemente IV, Parous fous del 9 luglio 1265, a commento della Charta caritatis; quella di Benedetto XII, Fulgens sicut stella del 12 luglio 1335, sulla riforma dell'Ordine; le definizioni del Capitolo generale del 1601 per la riforma dell'Ordine e delle persone; la costituzione di Alessandro VII del 19 apr. 1666 per una riforma generale dell'Ordine e per dirimere le controversie sorte fra la stretta e la comune osservanza (il suo testo forma tuttora la base degli statuti della Congregazione Augiense).

A ravvivare lo spirito dei Padri, aleuni monasteri esperirono altri mezzi, fra i quali la formazione delle Congregazioni. Aleune di esse restarono intimamente unite alla casa madre di Cîteaux, altre invece se ne separarono. Prima è la Congregazione generale del riformatore Martino di Vargas del 1425 (Congregazione del monte Sion o della regolare osservanza di Spagna), la Congregazione di S. Bernardo in Italia, cioè la lombardo-toseana del 1497, la lusitana del 1567 e la fogliense fondata da Giovanni de la Barrière nel 1589. Queste, la Congregazione aragonese, la romana del 1613 e la caldaire-lucana del 1633 , introdussero usi estranei all'Ordine, mentre la Congregazione della Germania superiore del 1595 restò fedele ai principi e all'abate di Cîteaux. Cosil l'Ordine, un giorno tanto unito e glorioso, ne risultò diviso, ma lo spirito dei padri visse in molti monasteri con ottimi frutti. Nel see. xviri il sistema di vita dei C. era ancora identico a quello dei C. riformati, fatta eccezione del silenzio perpetuo, dell'astinenza completa e del lavoro manuale. Circostanze diverse favorirono queste dissolvimento dell'Ordine, quali in Francia la guerra dei Cento anni (1339-1453), le pestilenze e le famose "commende" ehe, speeie nei monasteri di Francia e d'Italia, dove era possibile dare da vivere solo a un esiguo numero di religiosi, portarono detrimento alla osservanza regolare ed agli usi dell'Ordine. Molti abati non intervenivano al Capitolo generale, che in tal modo non poté più esser tenuto regolarmente; si aggiungano le persecuzioni degli hussiti in Boemia, Slesia ed Austria. Per la forza e per la violenza dei laici, ma anche per la fragilità dei monaci, la riforma protestante estinse la vita dei C. in tutti i monasteri di Inghilterra, Scozia, Scandinavia, Olanda, Ungheria ed in non pochi della Germania e della Svizzera. In Austria molte abbazie furono chiuso da Giuseppe II; in Francia e nel Belgio la soppressione fu universale ad opera della Rivoluzione. Nel 1803, per la fine dell'impero germanico, molti monasteri furono soppressi, fatta eccezione di alcuni di monache; nel 1810 tutte le abbazie di Prussia, Polonia e Slesia, nel 1830-35 tutte quelle di Portogallo e Spagna, nel 1841-48 tutti i monasteri della Svizzera furono ugualmente soppressi. Alcuni monasteri si salvarono emigrando, come i C. della stretta osservanza (Trap. pistil. Anche il convento di S. Bernardo a Scaldin e quello di Stella Maris a Wettingen poterono salvarsi.

Attualmente l'Ordine consta di 8 Congregazioni : 1) Sacro Cuore di Gesù (Austria); 2) Augiense (Mehrerau, già elveto-germanica); 3) Italica; 4) Belga; 5) Gallica; 6) Ungarica; 7) Purissimo Cuore di Maria in Boemia; 8) Casamari. Qualche monastero non

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appartiene a nessuna Congregazione. In 63 monasteri vivono oggi 1500 religiosi.

BibL.: Statuta Capitularum Ord. C. ab anno 1116 ad annum 1786, ed. J.-M. Canivez, Lovanio 1933 sgg.; L. Janauschek, Originum Cisterciensium tomus I, Vienna 1877 (oggiunte di O. Grillenberger, Vienna 1904); P. Guignaz, Les monuments primitifs de la règle cistercienne, Digione 1878; E. Hoffmann, Das Konverseninstituit des Cisterzienserordens, Friburgo in Br. 1905; J. Laurensy, Capitulaires de l'abbaye de Molesme, 2 voll., Parigi 1907-11; T. Humpfer, Der bisher vermisste Teil des Exord. Magu. S. O. Cist., in Cist. Chron.,ze (1908), p. 101 sgg.; A. Malet, La liturgie cistercienne, Westmalle 1921; U. Berlière, L'ascèse bénédictine des origines à la fin du XII e siècle, Parigi 1927; G. Müller, Vom Cisterzienser Orden, Bregenz 1927; U. Berlière, L'Ordine monastico dalle origini al sec. XII, trad. it., Bari 1928; T. Humpfner, Exordium Cistercii cum summa Chartae caritatis et fundatio quattuor filiorum Cistercii, Vac 1932; G. Marchese, La badia di Sambucina: saggio storico del monimento cistercense nel mezzogiorno d'Italia, Lecce 1932; E. Orrved, Cistercierordenen og dens Klostre i nordou, 2 voll., Copenaghen 1933; J.-O. Ducourneau, Les origines cisterciennes, Li gugé 1933; K. Jewelzz, Die Studien des Cisterzienserordens im normamisch-sisäischen Königreich, in Studien u. Mittell. O. S. B., 32 (1934), pp. 236-51; F. H. Grossely, The english abbey its life and work in the Middle age, Londra 1935; H. Talbot, The cistercian abbeys of Scotland, ivi 1939; D. D. Knowles, The monastic Order in England (343-1216), ivi 1940; id., The religious bouses of medieval England, ivi 1940; J. Marfiler, Quelques précisions sur les som. mencements de Cîteaux, in Annales burgemez, 16 (1944), p. 28 sgg.; K. Spahr, Das Leben des Robert v. Molesme. Eine Quelle zur Vorgeschichte v. Cîteaux, Friburgo 1944; W. Mass, Les moines défricheurs, étude sur les transformations du paysage au moyen âge un confiu de la Champagne et de la Lorraine, Meul. lins 1944; D. Alberieux, Compendium of the History of the Cistercian Order, s. I. 1944; J.-Berthold Mahn, L'Ordre cistercien et son gouvernement des origines au milieu du XIIIe siècle (17981763), Parigi 1945; J. Turk, Charta caritatis priur, in Annaleria S. O. C., I (1945), pp. 11-65; J. T. O. Sullivan, Cistercian settlements in Wales and Monmouthshire, 1140-1540, Nueva York 1947; Guy de Briquelac, L'Ordre de Cîteaux et le chast grégorien, in Coll. G. C. Ref., 9 (1947), p. 302 sgg.; J.-M. Canivez, Le rite cistercien, in Ephemerides lit., 63 (1949), pp. 276-311.

Colombano Spahr
Congregazione Cistercense di Casamari: v. CASAMARI.

Congregazione Cistercense d'Italia. - Alessandro VI, nel 1497, stabilil l'unione dei monasteri cistercensi dell'alta Italia in una Congregazione, denominata S. Bernardo; ma essa divenne effettiva solo con un nuovo intervento di Giulio II (1501). Fu chiamata anche Congregazione lombarda. Urbano VIII nel 1631 ne approvò gli statuti e l'abate presidente della Congregazione ebbe il primo posto nel Capitolo generale di Cîteaux, dopo i quattro abati primari. Alla Congregazione appartenne, fra l'altro, il celebre monastero delle Tre Fontane a Roma, e, dal 1560 in poi, quello di S. Croce in Gerusalemme. La sede dell'abate presidente era a Chiaravalle Marche.

Intanto il Capitolo generale dell'Ordine del 1613 dispose l'unione dei monasteri cistercensi nell'Italia centrale e del Regno di Napoli, che non si erano uniti alla Congregazione lombarda e Gregorio XV nel 1623 ne rese effettiva la decisione; nacque cosi la Congregazione romana.

Finalmente, Urbano VIII nel 1632, secondo una decisione del Capitolo generale dell'Ordine del 1605, rese efficiente l'unione dei monasteri cistercensi della Calabria e della Lucania, istituendo la Congregazione della Madonna di Calabria, o di Fiori, o Florense.

Intanto ebbe principio in Francia, per opera di Giovanni de la Barrière, una particolare riforma cistercense, con sede all'abbazia di N.-D. de Feuillant, approvata da Stato V nel 1586 e da Clemente VIII nel 1592 ed eretta in Congregazione. Il fondatore ottenne a Roma una sede nelle vicinanze delle Terme dioclezianee ( 1598 ), ove fu poi costruita la chiesa di S. Bernardo alle Terme. Urbano VIII, nel 1630, divise questa nuova Congregazione in due rami indipendenti, i Cistercensi di Notre-Dame-de-Feuillant in Francia e i Riformati di S. Bernardo in Italia ( 43 monasteri) chiamati dal popolo «Bernardoni», che ebbero
a Roma, oltre la chiesa di s. Bernardo, la procura generale a S. Vito e la chiesa di S. Pudenziana.

La Rivoluzione Francese e i gravi sconvolgimenti politici susseguenti causarono la rovina quasi completa della Congregazione lombarda e provocarono la chiusura dimolti altri monasteri. Ragion per cui, Pio VII, nel 1802, unil le case italiane superstiti alla Congregazione romana, oggi chiamata Congregazione cistercense d'Italia, intitolata a S. Bernardo. La sede dell'abate presidente è a S. Croce in Gerusalemme.

BibL.: H. Chrysostomus, Fasciculus sanctorum Ordinis Cisterc., Colonia 1651; Acta Cap. Gen. Congr. Italian, Roma 1820; Constitutiones monarchorum Cistercienitum Iudiae, ivi 1831; M. Caffi, Dell'abbazia di Chiaravalle in Lombardia, Milano 1842; G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, XIII, pp. 215, 217, 219; L. Janauschek, Originum Cisterciensium tomus I, Vienna 1877; P. Lugano, Italia benedettina, Roma 1929, pp. 487-512; M. Hombucher, Die Orden und Kongregationen der katholischen Kirche, I, 3^{e} ed., Paderborn 1933, p. 341 sgg.

Giuseppe Lave
Architettura cistercense - Il senso di austerità che è a base della riforma cistercense si riflette profondamente sull'aspetto delle chiese erette dall'Ordine. Le regole contengono anzi numerose norme a questo riguardo : ogni decorazione scultorea, ogni rappresentazione simbolica dovere essere bandita, limitato lo sviluppo verticale, improntata alla massima economia tutta la costruzione, le stesse campane ridotte di numero e di mole. La coincidenza dei primi sviluppi del gotico in Francia fu un fattore decisivo per l'architettura delle nuove chiese che da esso tcessero disposizioni costruttive, come l'arco acuto adottato sin da quella di Cîteaux. Più particolarmente i monacisiattennero allo stile borgognone come più semplice e disadorno, riallacedendosi per la disposizione generale agli antichi modelli benedettini, a cominciare da S. Gallo.

Le prime chiese cistercensi presentano quindi una grande semplicità nell'organismo a croce latina o più spesso egizio con tre navate coperte da vòlte a crociera sostenute da pilastri polistili nei quali le semicolonne dal lato della navata centrale proseguono sino ai peducci d'imposto delle vòlte stesse. All'incontro tra la navata e il transetto si innalza il tiburto con funzione di campanile per consentire agli stessi monaci officianti di suonare le campane, essendo il coro antistante all'altare maggiore. L'abside ha generalmente pianta quadrata.

A sinistra della chiesa e in diretta comunicazione con essa sorge il grande chiostro che costituisce il disimpegno tra tutti gli ambienti del convento: sala capitolare, refettorio, locali di studio, ecc.

A questo schema si attengono Chiaravalle Milanese, Fossanova, S. Paolo alle Tre Fontane, ecc.

Data la grande diffusione della riforma di Cîteaux, i C. influiscono su tutta l'architettura religiosa europea del sec. xir, anche come divulgatori delle forme non solo nei paesi confinanti con la loro terra originaria, ma con quelli d'oltre Manica e persino in Scandinavia.

All'inizio del sec. xiri si vanno individuando varie correnti architettoniche in seno allo stesso Ordine per la sovrapposizione alle forme tradizionali di altre localì che talora si traducono in ulteriori semplificazioni costruttive, come nel Lazio meridionale.

Invece nella Borgogna i monaci seguono gli sviluppi dell'evoluzione stilistica del gusto gotico non solo nelle forme costruttive che sono anzi da essi perfezionate con abilità tecnice, ma anche nei motivi decorativi, in parte da essi accettati. Una nuova ondata di goticismo si diffonde cosi nell'Italia settentrionale e centrale, come ei attestano le chiese abbaziali di S. Galgano e di S. Martino al Cimino, ove si trova associato ad un maggiore slancio un senso più raffinato della decorazione, e quella di S. Andrea a Vercelli nella quale appare anche l'arco campante.

BibL.: G. Canestrelli, L'abbazia di S. Galgano, Firenze 1896, passim; A. Micheli, Histoire de l'art, I, 1i, Parigi 1905 e II, 1, ivi 1906, passim; P. Ticeaca, Storia dell'arte italiana, I, Torino 1927, p. 679 sgg.; M. Aubert, L'architetture cistercienne en France, 2^{\text {e }} ed., 2 voll., Parigi 1946. Mario Zocca

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Cistercensi Biformati - L'abate Armand-Jean Le Bouthillier de Rancé. Dipinto di Hyacinthe Rigaud - Abbazia di Notre-Dame de la Trappe.
CISTERCENSI RIFORMATI (Trappisti). Riforma dell'Ordine cistercense che ebbe inizio nel 1599 nell'abbazia di Charmoy in Francia sotto l'abate Arnolfini. Ben presto fu introdotta anche nell'abbazia di Clairvaux sotto l'abate Dionigi Largentier. Il movimento si estese rapidamente ad altri monasteri, e fu visto con simpatia dall'abate di Cîteaux; ma il Capitolo generale del 1618 fu più riservato, preoccupato di conservare l'unità dell'Ordine. La "stretta osservanza" intanto era sorta, anche se non come congregazione distinta, ed ebbe un'influenza salutare per la restaurazione della disciplina nell'Ordine intero. Dopo la morte del Largentier essa cominciò ad imporsi alla "comune osservanza ", incoraggiata dai cardd. De La Rochefoucauld e Richelieu. Per regolare alcune discordie che ne erano sorte, Alessandro VII convocò a Roma i rappresentanti delle due "osservanze", e ne risultò la promulgazione della bolla In suprema del 19 apr. 1666, con la quale fu accuratamente delineata la disciplina nelle due "osservanze", approvata la "stretta osservanza" e raccomandata la sua espansione; furono inoltre approvate le relazioni fra le due diramazioni. La "stretta osservanza" contava allora più di 50 monasteri di uomini ed alcuni di monache.

Uno dei suoi rappresentanti a Roma era stato l'abate del monastero della Trappa (diocesi di Séez), Armando Giovanni Le Bouthillier de Rancé (1626-1700), il quale, constatata la grande moderazione della bolla In suprema, introdusse nel suo monastero una riforma più severa, rimettendo in vigore molte osservanze dell'antico Cîteaux. La nuova riforma, se ebbe critici, ebbe ancor più ammiratori, e molte anime trovarono nella Trappa la vita ardentemente bramata, piena di abnegazione e di sacrifici. Innocenzo XI ne lodò per primo i regolamenti.

La Trappa fu cosi un centro irradiatore di severa vita monastica fino alla Rivoluzione Francese, quando d. Agostino de Lestrange, già maestro dei novizi, riuscì a
fuggire in Svizzera con 24 religiosi e a stabilirsi nella certosa della Val-Sainte, che Pio VI eresse in abbazia e dove il Lestrange introdusse regolamenti molto più severi di quelli del Rancé. Per l'occupazione della Svizzera da parte delle truppe francesi, fu costretto ad abbandonare la ValSainte, e dopo molte difficoltà, alla caduta di Napoleone rientrò in Francia, dove rioccupò antichi monasteri dell'Ordine più o meno rovinati, fra i quali la Trappa. Nel 1808 il monastero di Darfeld in Vestfalia, formato da monaci della Val-Sainte, che seguiva i regolamenti del Rancé più che quelli del Lestrange, era stato eretto in abbazia indipendente. Esso fece nuove fondazioni in Francia, e così si ebbero fin dal 1814 due rami derivati dalla Trappa. Le relazioni fra essi, come quelle fra i monasteri d'uno stesso ramo, non erano ben regolate. Dopo la morte del Lestrange nel 1827, Roma si occupò della cosa col risultato d'una unione giuridica di questi due rami in Francia nel 1834 . Era la prima volta che i monasteri della stretta osservanza erano riuniti in congregazione distinta, pur facendo parte dell'Ordine cistercense. I regolamenti di Lestrange furono definitivamente abbandonati, ma l'unione durò fino al 1847 , quando venne di nuovo la separazione. Nel 1836 era sorta nel Belgio la Congregazione della stretta osservanza di Westmalle, emanazione dalla Val Santa-Darfeld. Si avevano così tre rami distinti della stretta osservanza: quello della Trappa, quello di SeptFons e quello di Westmalle. Ben presto però incominciò a sentirsi la necessità d'una fusione, ed in una riunione tenutasi a Roma il 1^{°} ott. 1891 tutti i superiori delle tre famiglie decisero di unirsi in Ordine indipendente, con abate generale proprio. Leone XIII approvò questa decisione e nacque così l'Ordine dei Cistercensi di N.S. della Trappa, che fu ben presto mutato in quello di: Ordine dei C. R., e della stretta osservanza.

Questa unione fu felicissima e si propose di ritornare il più possibile al primitivo spirito cistercense, come si manifestò chiaramente nelle Costituzioni del 1894, approvate dalla S. Sede. Esse furono leggermente mutate dopo il Codice ed approvate da Pio XI il 26 genn. 1925 .
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(fot. Giardani)
Cistercensi Biformati - C. R. al lavoro della mietitura. Roma, abbazia delle Frattocchie.

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Il supremo governo dell'Ordine appartiene al Capitolo generale che si riunisce, come in antico, ogni anno alla data tradizionale del 12 sett. nella casa madre dell'Ordine, Cîteaux, che si è potuto riacquistare. Nel corso dell'anno l'abate generale col definitorio, residenti in Roma, sostituiscono il Capitolo generale. Dal 1898 l'abate generale, pur restando a Roma, è titolare di Cîteaux, dove ha un abate ausiliare. Secondo l'antico sistema della Charta caritatis l'Ordine non è diviso in province, ma in case madri e case filiali : queste fondate da quelle. Le case sono autonome; ma la casa-madre ha il diritto della visita regolare annuale della casa filiale, ed altri diritti «sede vacante», con la conseguenza di una stretta unità di osservanza. Gli studi, poco apprezzati dal Rancé, seguono fedelmente le direttive della S. Sede. Il ritorno all'antico Cîteaux segna un pieno rifiorimento nel canto, nella liturgia, nell'architettura, nella spiritualità. La vita del Trappista è eminentemente contemplativa e l'ufficio divino costituisce l'occupazione principale dei monaci, i quali vi si dedicano per cinque o sei ore al giorno, compresa la Messa conventuale; il resto è dedicato alla lettura spirituale ed al lavoro manuale. L'Ordine conta più di 60 monasteri sparsi in quasi tutto il mondo, con 3000 religiosi. In Italia vi sono le abbazie delle Tre Fontane e delle Frattocchie (Roma). Si contano anche una trentina di monasteri di monache con oltre 1300 soggetti.

BibL.: Fonti: Usi della Trappa e dell'Ordine dei C. S. O., diverse edd. dal 1678 al 1926; Decisioni dei Capitoli generali della Congregazione della Trappa, 1839-91, manoscritto nella Curia generalizia; Atti dei Capitoli generali dei C. S. O. (ed. priv.), Westmalle 1892-1948; H. Séjalon, Nomasticon Cisterciense. Solennes 1892; J.-M. Canivez, Statuta Capitulorum generalium Ordinis Cisterciensis, 1116-1786, 8 voll., Lovanio 1933-39. Studi: L. Janauschek, Originum Cistercientium tomus I, Vienna 1877; Anon., Breve storia dell'Ordine cistercense, Roma 1898; A. Le Bail, Cîteaux - La Trappe -, Parigi 1924; G. Müller, Vom Cisterzienser Orden, Bregenz 1927; J. Choutard, Les Cisterciens Trappistes, Sept-Fonds 1931; Anon., Compendium of the Cistercian Order, Kentucky 1944.
, Vincenzo Hermans
CITAZIONE. - La c., nel processo canonico, è, a differenza di quel che di regola accade negli ordinamenti processuali civili (dove spesso è una parte che cita l'altra), un ordine del giudice, in quanto è mediante la c. che il giudice chiama in giudizio (vocatio in ius) le parti affinché facciano valere nella lite, regolarmente istituita, le loro ragioni, con riferimento a quanto esposto nel libello, che, viceversa, è l'atto propriamente introduttivo del giudizio.

Si noti peraltro che la c. non è necessaria quando le parti compariscono personalmente in tribunale per trattare la lite.

Tra le varie specie di c. vanno ricordate, da un lato, quelle scritte, verbali o reali (queste ultime aventi le caratteristiche di una manus iniectio) e, dall'altro, quelle private o personali ed edittali o pubbliche, che rispettivamente si hanno secondo che la c. sia effettuata con chiamata diretta della persona (a mezzo del cursore e del servizio postale o dei fa-
migliari della persona stessa) o mediante l'affissione alle porte del tribunale e la inserzione nella stampa (AAS per i tribunali della S. Sede e bollettini diocesani per i tribunali inferiori).

La c. è un atto giurisdizionale nel senso più stretto della parola (CIC, can. 1715 § 1), dato che essa è un ordine del giudice, il quale provvede con un suo decreto munito naturalmente della sua firma, oltreché del sigillo del tribunale.

La nullità della c., per difetto degli elementi essenziali di cui appresso, ove non sia sanabile con la comparizione personale della parte(cf. ibid., cann. 1715, 1717, 1722) così come la nullità, per irritualità, della sua notificazione, produce la nullità di tutto il procedimento della sentenza e rappresenta un motivo di querela nullitatis (cf. ibid., cann. 1723, 1894 § 1; v. QUERELA).

Materialmente la c. è redatta su un'apposita scheda, che si chiama scheda citatoria e che deve contenere gli elementi essenziali della vocatio in ius (nome del giudice, ordine di comparizione, nome, cognome e domicilio delle parti, luogo e tempo della comparizione) e dalla editio actionis (petitum e causa petenti), che sono le due funzioni processuali della c.

Questa è portata formalmente a conoscenza delle parti con il mezzo della notificazione, cui attende, con il suo ministero pubblico, il cursore (v.). Il modo della notificazione è vario e va dalla consegna alla persona interessata, alla consegna a un suo famigliare o domestico ed all'uso del servizio postale e dell'editto (cf. ibid., can. 1717 sgg.).

La relazione di notifica, che è datata e firmata dal cursore (ibid., can. 1722 § 1), deve indicare il modo e il tempo in cui la notificazione è compiuta ed è un atto pubblico facente, come tale, fede fino a querela di falso (ibid., can. 1593).

Una volta notificata, la c. provoca, dal punto di vista processuale, la piena litispendenza (v. lite fENdENTE) ed in particolare: rende il rapporto giuridico sostanziale litigioso, rende la causa propria del giudice presso il quale è proposta l'azione, rende ferma e consolidata la giurisdizione del giudice delegato e produce il divieto dei cosiddetti attentata (v. attentato).

Oltre a questi effetti processuali, la c. consegue, poi, l'effetto tipicamente sostanziale della interruzione della prescrizione sia estintiva che acquisitiva (cf. ibid., cann. 1508 e 1725 n. 4).

BibL.: E. Eichmann, Das Privcessrecht des Codex iuris canonici, Vienna 1921; Ch. Augustine, A commentary on the new Code of canon law, VII, St-Louis-Londra 1923; T. Muniz, Procedimientos eclesiásticos, III, Siviglia 1926; F. Roberti, De processibus, I, Roma 1928; P. De Meester, Iuris canonici et iuris ca-nonico-civilis compendium, III, Bruges 1928, p. 11; Wernz-

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Vidal, VI (1928), nn. 378-93; M. Legs, Commentarius in indicia ecclesiastica, II, Roma 1939; M. Conte a Coronata, Institutiones iuris canonici, III, Torino-Roma 1941; F. Della Rocca, Istituzioni di diritto processuale canonico, Torino 1946.

Fernando Della Rocca
CITAZIONI IMPLICITE, TEORIA delle. - Consistono nel riferire pensieri o parole altrui senza nominare la fonte. In questo senso vi sono molte c. i. nella Bibbia, come risulta dal confronto tra i passi paralleli dei Vangeli, o quelli dei Re e Paraliponieni. Si è posto il quesito se nella Bibbia vi siano anche delle c. i. non approvate dall'agiografo e che, quindi, possono contenere degli errori. La teoria delle c. i. le intende appianto in questo senso.

I principi già applicati per qualche caso da Eusebio, da s. Girolamo e da parecchi esegeti antichi e recenti, vennero presentati in forma sistematica dal gesuita F. Prat, in La Bible et histoire (v. bibl.). Tra l'altro scrive: "Tutti i libri storici del Vecchio Testamento sembrano redatti con l'uso di documenti anteriori, ma le citazioni esplicite sono sempre più rare quanto più si
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Citeaux - Abbazia, riacquistata nel 1898 dal pp. Trappisti.
risale nel corso delle epoche». Segni principali per riconoscere le c. i., secondo il Prat, sarebbero specialmente le differenze di stile e di punti di vista. Voleva però che si esaminassero i singoli casi. Nel complesso lasciava l'impressione che nella Bibbia vi fossero molte c. i. non approvate.

Alcuni autori (Billot, Schiffini, Delattre) impugnarono vivacemente la teoria. Altri, come A. Durand, l'accettarono in pieno.

La Pontificia commissione biblica, il 13 febbr. 1905, mise a punto la questione delle c. i. con la seguente decisione. Domanda: «E lecito all'esegeta cattolico, allo scopo di risolvere le difficoltà che ricorrono in certi testi della S. Scrittura, asserire che in questi si tratta di una citazione tacita o implicita di un documento scritto da un autore non ispirato, tutti gli asserti del quale l'autore ispirato non intende approvare o fare suoi, cosi che questi non si possano ritenere immuni da crrore ?». Risposta: «No, eccetto il caso in cui, salvo il senso e il giudizio della Chiesa, si provi con solidi argomenti : 1) che l'agiografo citi realmente detti documenti altrui e 2) che non li approvi né li faccia suoi, cosi che si possa a buon diritto ritenere che non parli a nome proprio».

Questa risposta fissa chiaramente i principi. L'applicazione ai casi concreti rimane sempre delicata. Non si può evidentemente accettare la teoria per risolvere tutte le difficoltà esegetiche. In pratica le c. i. si potranno ammettere quando la natura stessa del testo lo esige, p. es., quando si sia di fronte a genealogie che per natura loro si trascrivono da documenti sui quali ricade ogni responsabilità quanto all'esattezza, oppure quando si trova effettivamente la fonte profana che puó aver servito all'autore ispirato.

Non è legittimo criterio per riconoscere la c. i. la presenza di contraddizioni nella stessa opera, poiché - ben nota A. Lemonnyer - «non è tanto semplice scoprire in un dato testo la presenza d'una contraddizione formale»; si tratterebbe poi d'una puerile quanto comoda scappatoia per sfuggire alle difficoltà. Diversi esegeti, per conciliare l'inerranza biblica con la presenza di relazioni inesatte od er-
ronce, preferiscono ricorrere alla teoria delle apparenze storiche o dei generi letterari. Anche in questo campo la Commissione biblica fissò delle direttive.

Bibl.: F. Prat, La Bible et l'histoire, Parigi 1904; C. Pesch, De inspiratione S. Scripturae, Friburgo in Br. 1906, pp. 339-47.