volume-03

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inesatte od er-
ronce, preferiscono ricorrere alla teoria delle apparenze storiche o dei generi letterari. Anche in questo campo la Commissione biblica fissò delle direttive.

Bibl.: F. Prat, La Bible et l'histoire, Parigi 1904; C. Pesch, De inspiratione S. Scripturae, Friburgo in Br. 1906, pp. 339-47. e Suppl., (vi 1927, pp. 21-27; A. Lemonnyer, Citations implicites, in Dib, II, pp. 21-22; G. M. Perrella, Introduzione generale alla Bibbia, Torino 1948, nn. 91-92. Pietro De Ambroegi

CITEAUX (Cistercium), abbaZIA di. - Detto anche Nuovo-Monastero forse rispetto a Molesme, fu fondato da s. Roberto (v.), abate di Molesme. Questi, desideroso di una vita più conforme al rigore della Regola bene. dettina, il 21 marzo del ro98, si portò con venti monaci nella solitudine di Cîteaux nella Côted'Or non lungi da Digione, luogo umido e boscoso, possesso del visconte Rinaldo, dove costruì una casa di legno e una rocca cappella dedicata alla Vergine. Ma, per la penuria di acqua, i religiosi si ritirarono qualche anno dopo presso il fiume Vouge poco distante, dove costruirono l'Archicenobio, che forse prese il nome dalle gore (lat. cisterna) formate dal Vouge, dal Sans-Fond e dal Coindon, o anche da "Cistels» nome francese (lat. palustres iunici), donde il nome italiano di Cistella.

La forte volontà organizzativa del terzo abate di C., s. Stefano Harding (1109-34), il quale ammise alla vita religiosa il giovane Bernardo di Fontaines e i suoi trenta compagni (1112), fece della nuova abbazia il centro propulsore dell'incipiente Ordine Cistercense (v.), che si diffuse con una sorprendente rapidità in tutta l'Europa, tanto che, sul finire del sec. xit, si soleva dire con un po' d'enfasi «totus mundus Cistercium est».

Ma dopo il periodo aureo di oltre due secoli, cominciò la decadenza dell'Ordine e quindi dello stesso Cenobio, che fu più volte saccheggiato tra lsecc. xiv e xvir. L'ultimo abate Fr. Trouvé fu costretto ad abbandonare la sua carica a causa della soppressione del 13 febbr. 1791, dopo aver fabbricato una grande ala di monastero. Il complesso abbaziale fu venduto per la somma di 862.000 franchi (4 maggio 1791). Nel 1864 vi si stabilì una colonia penitenziaria diretta dai fratelli di S. Giuseppe fino al 1888 , e quindi fu adibito a casa di correzione. Nel 1898 il monastero fu riscattato dai Cistercensi Riformati o Trappisti ed è di diritto dell'Abate generale, che però risiede a Roma. Dell'antico monastero e dell'antica chiesa nulla ora rimane. La chiesa di grandiose proporzioni fu consacrata il 17 ott. 1193. Notevole la sua abside quadrangolare che divenne tipica nell'architettura cistercense. L'archivio e la biblioteca sono dispersi.

Bibl.: A. Manrique, Annales Cistercienses, Lione 1849, p. 468 sgg.; Gallia Christiana, IV, Parigi 1728, p. 989 sgg. (elenco degli abati); S. Lenoyen, Le fondateur de Cîteaux, Saint Robert, Westmalle 1937; Cottineau, I, coll. 787-90. Goffredo Venuta

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CITOGENETICA: v. GENETICA.
CITTÀ DEI RAGAZZI : v. RAGAZZI, CITTÀ DEI. CITTADELLA, Alfonso: v. lombardi, faMIGLIA.

CITTA DELLA PIEVE, diocesi di. - Nell'Umbria, in provincia di Perugia. L'antico Castrum plebis appartenne infatti alla vasta diocesi di Chiusi, da cui si distacco, quando fu creata episcopato indipendente, nel 1601, da Clemente VIII, che le conferì pure il titolo di città. Ove è suffraganea di Perugia.

Assoggettata da D stato della S. Sede, fu più tardi posta sotto l'immediato suo dominio, e annessa alla legazione di Perugia nella ricostruzione del 1816.

Degno di nota il Duomo, edificio ro-manico-gotico dei secc. xI-xII ma con interno barocco. E la patria del Perugino (Pietro Vannucci, 1446-1523) che vi ha lasciato alcuni suoi lavori come l'Epifania, allresco del 1504 in S. Maria de' Bianchi, e alcune tavole nel Duomo.

La diocesi ha una superfice di 350 kmq .; comprende 33 parrocchie, 47 sacerdoti e 45.000 ab . tutti cattolici (1948).

BibL.: A. Buglioni, C. d. P. illustrata, Città della Pieve 1875; F. Canuti, Nella patria del Perugino: note d'arte e di storia su C. d. P., ivi 1926.

Serafino Prete
CITTADELLA VIGODARZERE, Andrea. N. il 15 luglio 1804 a Treviso, m. il 19 marzo 1870 a Firenze, si dedicò agli studi giuridici. Conobbe l'abate Giuseppe Barbieri, noto oratore, che influì sulla sua formazione spirituale e gli infuse un vivo sentimento religioso : a lui il C. si ispirò come poeta, pubblicando nel 1831 dei Sonetti sulle orazioni sacre dell'abate Giuseppe Barbieri.

Fu tra i più appassionati sostenitori della fondazione degli asili d'infanzia, e compose dei Canti (Padova 1856) per i fanciulli ivi ricoverati. Costituitasi nel 1866 l'Associazione nazionale per la fondazione degli asili rurali, il C., insieme con altri concittadini, indirizzò un appello ai padovani, affinché prendessero a cuore le condizioni dell'infanzia nelle campagne. Di sentimenti patriottici, rifuggente però da atteggiamenti settari ed estremisti, fu nel giugno 1848 comandante della Guardia nazionale di Padova. Ristabilita la dominazione austriaca nel Lom-bardo-Veneto, il C. si recò a Vienna per consigliare la concessione di autonomie amministrative alle province italiane. Dopo la nomina dell'arciduca Massimiliano a governatore generale, il C. ne divenne l'ascoltato consigliere, influendo sugli atteggiamenti liberali del fratello di Francesco Giuseppe. Dopo il 1866 fu deputato e senatore al Parlamento italiano.

BibL.: C. Lagomaggiore, s. v. in Dix. del Risorg. nax., II. pp. 704-706.

Silvio Furlani
CITTA DEL VATICANO: v. VATICANO, CITTA DEL.

CITTA DI CASTELLO, diOCESI di. - In Unibria (provincia di Perugia), immediatamente soggetta alla S. Sede. Ha una superfice di 875 kmq .,
conta 156 parrocchie con 112 sacerdoti diocesani e 10 regolari, una popolazione di 64.130 ab . dei quali 64.050 cattolici (1948).

All'antichità e al lustro della Chiesa tifernate hanno contribuito il rapido diffondersi del cristianesimo nell'Unibria e la posizione favorevole della città romana (Tifernum Tiberimum). Se non merita fede una tradizione di martiri locali, si ha però sicura notizia della sede episcopale già a metà del sec. v. All'epoca di s. Gregorio Magno, il vescovo di Tifernum è Florido, santo che ha lasciato grande fama nella storia di quella Chiesa, specie nelle memorie agiografiche (BHL, 3062). La diocesi estendeva la sua giurisdizione su un vastissimo territorio; subì divisioni nel 1325 a favore della Chiesa di Cortona, nel 1636 quando Urbano VIII costituì la diocesi di S. Angelo in Vado. Città e paese, dall'antica dominazione longobarda (Castrum Felicitatis), passarono temporaneamente sotto il dominio pontificio a cui tornarono definitivamente dopo il ' 500 , cessata la signoria dei Vitelli.

Nella diocesi si trova l'abbazia di S. Giacomo di Castello in città, fondata nel 1142; scomparsa la comunità religiosa, la chiesa passò alla corporazione de' lanaioli (oggi S. Chiara
delle Muratte). Molte abbazie si contavano un tempo e di considerevole antichità : di una di esse, l'abbazia benedettina di S. Giovanni di Marzano furono commendatari i vescovi di C. di C. La storica abbazia è rimasta, dopo le devastazioni del ' 400 , nella chiesa parrocchiale di S. Giovanni in Marzano (presso Monte S. Maria Tiberina).

La Cattedrale anticamente intitolata a S. Lorenzo, nel sec. xI si SS. Florido e Amanzio, fu rinnovata quasi al completo tra il 1466 e il 1529 dai Cagini. Attualmente presenta i segni delle varie epoche costruttive: il campanile del sec. XII, il portale trecentesco di fianco, la facciata del '600. Due edifici romanico-gotici sono le chiese di S. Francesco, pur con i molti cambiamenti, e S. Domenico con artistico portale sul lato sinistro. Nella sala capitolare e più nel tesoro del Duomo si conservano pregevoli opere: un paliotto d'argento sbalzato e dorato del sec. XII e il tesoro di suppellettile liturgica rinvenuto presso la pieve di Canoscio. Ricchissima di soggetti sacri la Pinacoteca comunale al palazzo Vitelli.

BibL.: G. Muzi, Memorie storiche, ecclesiastiche e civili di C. di C., 7 voll., Città di Castello 1842-44: P. Fr. Kehr, Italia Pontificia, IV, Berlino 1909, pp. 99-112; E. Giovagnoli, C. di C., monografia storico-artistica, ivi 1921; id., Il tesoro di Canoscio, ivi 1940; Lanzoni, pp. 482-83, 552; Cottineau, I, p. 790; II, p. 1771; A. De Capitani d'Arzago, L'esatta lettura della iscrizione della patena di Canoscio, in Epigraphica, 3 (1941), pp. 277-83; id., Amara intorno alla iscrizione della patena di Canoscio, ibid., 4 (1942), p. 157.

Serafino Prete
CITTADINO DI BRESCIA (IL). - Quotidiano cattolico bresciano a carattere locale ma di più vasta risonanza per la personalità del suo più noto direttore, Giorgio Montini, e per essere l'espressione di una delle regioni italiane di più spiccata educazione politica.

Sotto la direzione di Giorgio Montini, infatti, il giornale lanciò nel 1880 la formula «preparazione nell'astensione» contrapponendola a quella più intransigente «né

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eletti né elettori» di d. Margutti e dell'Unità Cattolica. La formola ripresa da d. Albertario e da Filippo Meda nell'Osservatore cattolico della seconda maniera contribuì al determinarsi del nuovo indirizzo del movimento politico dei cattolici che li portà prima ai "cattolici deputati", poi al pieno ingresso nella vita politica. Come quasi tutti i quotidiani cattolici I C. di Brescia aderì allora al Partito popolare italiano e con esso fu travolto dalla reazione fasciata nel 1926. Negli ultimi anni era stato diretto da Carlo Bresciani, deputato al Parlamento come il Montini. Era stato fondato nel 1878.

Bibl.: S. Negro e A. Lazarini, Uomini e giornali, Firenze 1947, pp. 79-84. Enrico Lucatello

CITTA DI VITA. - Rivista bimestrale di studi religiosi e di cultura teologica per laici, fondata a Firenze nel 1946. Organo degli studi e istituti teologici per laici sorti dal 1945 in varie città d'Italia (Firenze, Padova, Napoli, Perugia, Messina, Assisi, Viterbo, Albano, Potenza) raccoglie, in uno stile di alta divulgazione, articoli di apologetica, teologia dogmatica e morale, storia della Chiesa e patrologia, arte sacra e letteratura, storia della filosofia e teologia, cronache religiose di attualità, scelta bibliografia. Ne è direttore il p. Rantero Sciamannini dei F.M.C., preside dello Studio di Firenze (Basilica di S. Croce); collaboratori, i docenti dei diversi studi e istituti teologici per laici e altri insigni scrittori (Bargellini, Battelli, Brezzi, Del Boni, Degl'Innocenti, Gietin, Levasti, Manacorda, Papini, Rodolico, Sciacca, Sciamannini, Vaccari, Veuthey, Zolli).

Giovanni Odoardi
CITTANOVA dell'Estuario. - E una delle più piccole città sorte, secondo le tradizioni veneziane, quando gli abitanti di Opitergium dovettero cercare rifugio nelle lagune sotto la pressione longobarda. Ebbe anche il nome di Eraclea. Non si può determinare quando sorgesse a vescovato, ma certamente nel sec. ix e sottostò alla metropoli di Grado. Nel 1440 fu incorporata nella diocesi di Grado.

Bibl.: P. Paschini, I vescovi di Cittanova d'Istria e di C. dell'E. durante il grande scisma, in Atti e Memorie della Società istriana di archeol., ecc., 44 (1932); V. Piva, Il patriarcato di Venezia, ecc., Venezia 1938, p. 120 sgg.; P. Paschini, Le origini della diocesi di Ceneda, in Miscellanea Mercati. V. Città del Vaticano 1946, pp. 145-59.

Pio Paschini
CITTANOVA d'Istria. - Località sul lido istriano che sorse sul luogo d'un'antica Emonia, per cui fin dal medioevo il vescovato prese anche questo nome e si suppose erroneamente che esso fosse succeduto al noto vescovato di Emona nella Pannonia superiore. Il vescovato è ricordato durante lo scisma dei Tre Capitoli, continuò nell'età longobarda-franca, della quale si hanno i resti di un battistero con l'iscrizione del vescovo Maurizio; attraversò nella sua modestissima esistenza le età seguenti, sinché non fu soppresso con bolla di Leone XII del 30 giugno 1828, resa esecutiva nel 1830 . L'ultimo vescovo morì nel 1831. Il territorio fu unito a Trieste. Il vescovato dipendeva dal patriarcato di Aquileia sino al 1751 , poi seguì le sorti degli altri vescovati dell'Istria.

Bibl.: Fr. Babudri, Ruolo cronologico dei vescovi di C. d'I., in Archovegrafo triestino, 3^{°} serie, 5 (1910), pp. 299-39; 6 (1911), pp. 73-133; P. Paschini, Storia del Friuli, Udine 1934; Lanzoni, II, p. 863 sgg.

Pio Paschini
CIUDAD BOLIVAR, diOcesi di: v. GuAYANA, diocesi di.

CIUDAD DE DIOS, LA. - Rivista di cultura ecclesiastica pubblicata dagli Eremitani agostiniani di Spagna.

Iniziata nel genn. 1881 con il titolo di Revista augustiniana, nel luglio 1887 assunse il nome presente, con il quale uscì fino a tutto il 1926; dal 1927 al 1935 si pubblicò insieme all'altra rivista agostiniana España y América con il titolo comune di Religión y Cultura; dal 1936 si continua, dopo l'interruzione della guerra civile, con il ripreso titolo La C. de D. Dedicata dapprima a illustrare la vita e la storia dell'Ordine agostiniano nei paesi iberoamericani, nella Filippine e in Cina, divenne, al suo tempo migliore (dal 1888 al 1912 ca.), una rivista di carattere alquanto generale; ora tratta in prevalenza di erudizione ecclesiastica, in specie patristica. Dal 1881 al 1899 venne in luce a Valladolid; dal 1890 al 1920 a Madrid; a partire dal 1921 all'Escorial. La periodicità varia; attualmente è quadrimestrale.

Davide Gutierrez
CIUDADELA, diOcesi di: v. minORCA, diOcesi di.
CIUDAD RODRIGO, diOcesi di. - Città della Spagna, in provincia di Salamanca e diocesi suffraganea di Valladolid. Confina a nord ed est con la diocesi di Salamanca, a sud con quella di Coria, a ovest con Guarda e Braganza (Portogallo), estendendosi su un territorio di 4259 kmq . con una popolazione di 140 mila ab. tutti cattolici, con 106 parrocchie e 130 sacerdoti (1948). Patrono a. Isidoro di Siviglia.

L'attuale diocesi fu eretta nel sec. xir per opera del re Ferdinando II di Leone, poco dopo la cacciata dei Saraceni dalla città. Poiché a questa nuova sede fu unita quella di Calabria (Portogallo), i vescovi di C. R. presero pure il titolo di Caliabrenses. L'erezione fatta solo per volere regale fu in un primo tempo ostacolata dai vescovi di Salamanca, finché si giunse ad un accordo tra le due diocesi, ratificato da Alessandro III nel 1175. Il primo vescovo della diocesi fu un benedettino di nome Pietro m. nel 1184; ma sia di lui che dei successori, fino al sec. xiv si sa ben poco. Nel sec. xv fu retta da due celebri prelati, fondatori della casa ospizio degli Spagnoli in Roma: Alfonso de Palenzuela O. F. M. e il suo successore Alfonso de Paradinas. Dopo il vescovo intruso Pietro Alcántara (1835), la diocesi fu retta da un amministratore apostolico, finché nel 1851 , in seguito al concordato della Spagna con la S. Sede, veniva unita a quella di Salamanca con la quale rimase per qualche tempo, finché si ricorse ad un amministratore apostolico con carattere episcopale che la regge tuttora.

Tra i monumenti, notevole è la cattedrale fondata da Ferdinando II re di León ed eretta tra il 1170-1230; è monumento nazionale in stile romanico a tre navate e tre absidi con portali romanici; il timpano della porta principale è riccamente istoriato; notevoli anche le chiese di S. Agostino e quella di Cerralbo. Santuari insigni: di Gesù Nazareno in S. Felice de los Gallegos, con immagine attribuita a Gregorio Hernández (festa il 3 maggio); del Santo Cristo de la Laguna presso Aldehuela; della Vergine de la Peña de Francia (festa l'8 sett.); della S.ma Vergine de los Caballeros in Villavieja de Yaltes.

Bibl.: G. Gonzales Dávila, Teatro eclesiástico de las Iglesias catedrales de España. IV, Salamanca 1818 (v. indice); J. Vera y Tassis, Expresión... gloria.... Valladolid 1706 (v. indice); P. Anzano, El sitio de C. R., Cadice 1810; L. C. Azevedo, Notas de historia medieval, in Revista de historia, 1 (Lisbona 1921), pp. 131-42; Guia de la Iglesia y Acción Católica Española, Madrid 1943; Anuario religioso español, ivi 1947, pp. 366-68. Giuseppe Pou y Martí

CIUDAD TRUJILLO, ARCIDIOCESI di : v. SANTO dOmingo, CIUDAD TRUJILLO, ARCIDIOCESI di.

CIUDAD VICTORIA, diOcesi di: v. tamauliPAS, diOcesi di.

CIUFFAGNI, Bernardo di Piero di Bartolomeo. - Scultore, n. a Firenze nel 1381, m. ivi nel 1457. Aiuto del Ghiberti nella seconda porta del Battistero, fra il 1410 e il 1433 scolpiva per la facciata di S. Maria del Fiore la statua di s. Matteo evangelista e quelle di David e Isaia oggi nell'interno della chiesa. Nel 1417 aveva cominciato anche a scolpire per il campanile la statua di Giosuè poi ultimata da Nanni di Bartolomeo detto il Rosso. Dal 1447 al 1450 è a Rimini per i lavori del tempio malatestiano.

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Il C. appartiene alla generazione dei maestri che seguono il trapasso dalle forme trecentesche tradizionali a quelle animate dai nuovi spiriti propri della età proclamata alle soglie del sec. xv dal Ghiberti e da Donatello. Le sue immagini tuttavia, sebbene non prive, talvolta, come il S. Matteo, di una notevole grandiosità d'impostazione riflettono in qualche altro caso (l'Isaia e il David) le incertezze e la modestia del suo temperamento.

Bim.: S. Schottmüller, s. v. in Thieme-Becker, VII, pp. 17 19 (con bibl. precedente); L. Becherucci, s. v. in Enc. Ital., X (1931), p. 507 (con bibl. precedente); id., La scultura del Quattrocento, Firenze s. d., pp. 12-13. Emilio Lavamino

CIURINGA (Churinga, Tjurunga). - Termine con il quale si indicano alcuni oggetti sacri di legno o di pietra, su cui sono incisi o dipinti dei motivi totemici, usati dagli indigeni australiani (soprattutto dalle tribù del centro del continente, Arunta [= Aranda], Ilpirra, Iliaura, Unmatjera, Loritia, ecc.). Con tale termine gli indigeni indicano anche le qualità possedute dall'oggetto.

Dei c. si parla in molti miti. Ad es., gli Arunta credevano che i corpi degli antenati totemici vissuti nella mitica epoca chiamata alcheringa dopo la morte andassero sotterra, ma il loro spirito, e meglio, una parte della loro potenza vitale restasse unita ad un ricettacolo naturale che poteva essere un albero, una fonte o un c. Secondo un'altra credenza, gli spiriti degli antenati totemici penetrano nelle donne, le rendono incinte per rinascere cosi in forma umana. Alla morte, poi, lo spirito torna a rifugiarsi nel suo ricettacolo naturale, il c., in attesa di reincarnarsi in un'altra donna. Quando nasce un bambino, il padre, accompagnato da qualche anziano, si reca perciò nel posto ove la madre crede di esser stata resa incinta da uno spirito e fa mostra di cercare e di trovare il c. che viene, subito dopo, custodito in una grotta o in una fessura rocciosa, deposito sacro di tutti i c. del clan. Da tale luogo gli oggetti sacri vengono rimossi solo in occasione delle iniziazioni o di particolari cerimonie.

E severamente vietato mostrare i c. alle donne e a coloro che sono iniziati, sotto pena di morte o di altra gravissima punizione, come l'accecamento per mezzo di bastoncini ardenti.

I disegni dei c. consistono in cerchietti, puntini, linee curve o spezzate, circoletti concentrici, ecc.: ognuno di questi segni rappresenta, secondo i casi, alberi, uomini, esseri mitici, animali, ecc. Per la loro interpretazione è necessario ricorrere agli uomini del totem cui i c. appartengono, poiché i segni e la loro disposizione possono assumere di volta in volta differente significato. Tutte le volte che i c. sono esaminati dagli anziani devono essere sfregati con cura. Naturalmente lo sfregamento al quale sono stati sottoposti dalle mani di generazioni e generazioni li ha molto consumati.

Bim.,: B. Spencer - F. J. Gillen, The native tribes of Central Australia, Londra 1899, pp. 150-63, 257-58; B. Spencer-F. J. Gillen, The northern tribes of Central Australia, ivi 1904; C. Strehlow, M. von Leonhardt, Die Aranda und Loritia Stämme in Zentral-Australien. Francoforte 1907-20: I, p. 3; III, 1, p. 2; IV, 1, p. 39; R. Biasutti, Razza e popoli della Terra, III, Torino 1941, p. 63; R. Pettazzoni, Miti e leggende, I, ivi 1948, p. 434. Tullio Tentori
CIVIDALE DEL FRIULI. - Resti romani e particolarmente iscrizioni (che non sembrano trasportate d'altrove) parlano di una comunità sotto il nome di Forum Iulii; da esso poi prese il nome la regione del Friuli. Il sito, posto sul Natisone, divenne sede del ducato longobardo di frontiera appena Alboino, passata la valle superiore dell'Isonzo, entrò in Italia (569).

Epiche leggende raccolte da Paolo Discono nella sua Historia Langobardorum trattano delle vicende di C. e del ducato nelle lotte contro gli Avari e gli Slavi, che volevano anch'essi penetrare in Italia. Al principio del
sec. viII, C., per forza di cose, divenne per alcun tempo sede stabile del patriarca d'Aquileia.

Quando questi, dopo la dominazione carolingia e quella dei re d'Italia, concentrò in sé anche il dominio feudale con autorità di duca e di conte, C. divenne una delle comunità più importanti con propri statuti, mercato, giurisdizione; però con la conquista veneziana (1420) Udine ebbe le prevalenza su C. come capitale del Friuli.

Pio Peschini
Monumenti. - Omettendo le memorie dell'età classica, bisogna giungere, in mancanza di vestigia anteriori, a quelle del periodo longobardo. Esse ci parlano di necropoli longobarde (anche recentemente si sono rinvenute tombe di quel periodo) con armi ed anche con preziose suppellettili (croci laminari auree: importantissima quella con applicazioni di gemme rinvenuta nel monumentale sarcofago di un duca che non è improbabile sia il Giuulfo dei primi tempi del ducato; la falsità di un graffito con tal nome non è veramente provata).

Per ciò che riguarda l'archeologia ecclesiastica ci resta della prima metà del sec. viI qualcosa di veramente inesigee: l'altare di Rachis figlio del duca Pommone (vi è l'epigrafe) già collocato nella chiesa di S. Giovanni presso il battistero del Duomo (di cui si ritrovarono le basi) e il tegurio che stava sopra il fonte, e che fu fatto scolpire dall'intraprendente patriarca Callisto (ivi pure un'epigrafe). Il primo ha sulla fronte l'Ascensione e sui fianchi l'Adorazione dei Magi e la Visitazione; di dietro immagini di croci ed una fenestella che stava sul vano delle reliquie. Il secondo ha negli archivoltí figurazioni animalistiche a carattere simbolico e volute floreali. Sono opere di scultura rozza ma efficace ed includono residui dell'ornato tipicamente barbarico. C. possiede una ricca serie di sculture barbariche: plutei, timpani di cibòri, architravi, capitelli.

Il più bell'esemplare è forse il pluteo che ha l'epigrafe del patriarca Siguald (seconda metà del sec. viII; cruce fra i candelabri, simboli degli Evangelisti). Del periodo successivo, dominato dai Franchi, esiste un sacello d'importanza grandissima per la storia dell'arte: il "tempietto longobardo " (oratorio del monastero femminile fondato dai Longobardi) che consta di una sola coperta da vòlte a crocera ed un coro tripartito da colonne. Sulla parete d'ingresso (tracce anche di una parete laterale) si dispiega un ornato singolare : il lunettone sulla porta ha un fregio di stucce con voluta vitinea ed irraggiamento esterno a balestre. Nell'ordine superiore si vedono sei sante in stucce, di cui quattro coronate. Resti di affresco con figure di martiri completano la decorazione plastica. Le opinioni circa la data di queste decorazioni variano assai, taluni ponendola in epoca remota dell'alto medioevo, altri fino al basso medioevo. Recentemente si è parlato di un'arte ottoniana. Probabilmente si deve considerare come il prodotto d'arte carolingia, che tuttavia risente di un certo influsso bizantino (data la vicinanza dei territori signoreggiati da Bisanzio). Epoca più probabile è quindi il sec. Ix.

La chiesa collegiata fu ricostruita a partire dal 1457 (architetto Bartolomeo dalle Cisterne) ed ancora vi contribuì nella prima metà del sec. xvi Pietro Lombardo. Tra i numerosi cimeli che l'adornano eccelle la pala argentea con la Muesta della Madonna donata dal patriarca Pellegrino III (1195-1204) : si tratta di un vero capolavoro dell'arte romanica. La chiesa dei SS. Pietro e Biagio, ricostruita verso la fine del sec. xv, raccoglie le memorie di tre precedenti orotiri (in parte conservati); una cappella offre interessanti affreschi del ' 300 (Vita di s. Biagio); la facciata fu tutta dipinta ( 1506-1508 ) da «Suon de Tuschanya» e "Paulo impentor». Alla fine del ' 200 spetta la bella chiesa di S. Francesco che con l'alto campanile domina il pittoresco squarcio di rupi al fondo del quale scorre il Natisone.

Molte altre insigni opere d'arte religiosa (miniature, vasi sacri, tessuti, ecc.) sono raccolte nella massima parte entro il tesoro della Collegiata e nel Museo.

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Brai.: G. Fogolari, C. del Friuli, Bergamo 1906; A. Santangelo, C. (Catalogo delle cose d'arte e d'antichità d'Italia), Roma 1936 (con bibl.); C. Cecchelli, I monumenti del Friuli dal sec. IV all'XI, I: C., Milano-Roma 1943 (con ampia bibl.). Carlo Cecchelli

CIVILTA. - L'idea di c. si riferisce ad un oggetto così complesso, alla cui composizione concorrono tanti elementi disparati e di natura diversa, che non può recar meraviglia l'esistenza di definizioni spesso contrastanti. Nella loro formulazione, infatti, hanno un peso preponderante i presupposti ideologici, dai quali, consciamente o inconsciamente, si muove all'analisi del dato, e che determinano la scelta di questo o di quell'elemento a preferenza di altri. Per riuscire, dunque, a cogliere l'essenza della c. e assegnare contemporaneamente un ordine gerarchico tra i valori di cui risulta composta, occorre insistere di preferenza sull'analisi obbiettiva, innestandovi quel tanto di speculazione razionale che giova a facilitare l'ascesa dell'ordine puramente empirico a quello dei valori più universali.

Se si considera la genesi etimologica (da civis o da civitas), il termine espressamente indica una relazione ineliminabile di qualsiasi forma di progresso con l'uomo sociale o con la società, dai quali si svolge e nei quali risiede. In questo senso c. equivale alla condizione di vita materiale e spirituale raggiunta dall'uomo entro la convivenza collettiva in un determinato periodo storico, e si oppone genericamente a barbarie. Non è facile tuttavia stabilire un'esatta linea di separazione tra genti civili e barbare, per determinare dove cessi la barbarie e cominci la c., essendo indubbio che anche presso le società considerate come barbare si trovano alcuni elementi, specialmente morali, i quali appartengono all'anima della vera c. Su questo rilievo si fonda l'uso delle scienze etnologiche, che attribuiscono il nome di c., senza distinzione di concetto a di ampiezza, allo stato sociale dei popoli, distinguendo le varie fasi della loro organizzazione politica ed economica in c. primarie, secondarie e miste, secondo la prevalenza o meno di alcuni caratteri stimati originari di una determinata cultura. Tuttavia, se l'aderenza al senso etimologico può giovare ad una classificazione dei popoli primitivi, secondo un criterio empirico dedotto dallo sviluppo delle loro istituzioni sociali, non può essa bastare alla formazione del concetto adeguato, per raggiungere il quale occorre riferirsi alla sua causa prossima. Tale causa, come la stessa etimologia suggerisce, è l'uomo sociale. L'idea di c. infatti, ha una relazione essenziale con la creatura razionale, in quanto ordinata a svolgere la propria vita entro un organismo collettivo, necessario al suo pieno svolgimento. Il fine al quale mira il progresso dell'incivilimento, è l'uomo: soggetto su cui si riversa il benessere della c., è la vita collettiva, donde poi rifluisce sulla sua fonte prima e originaria, la persona umana. Tale è la dipendenza del concetto di c. dalla persona in quanto parte di un aggregato umano, che non si può concepire progresso senza relazioni stabili, né c. avulsa dall'uomo. L'uomo sociale ne è insieme il produttore e il portatore. Stando a questa relazione, la c. potrebbe definirsi col Sombart «la creazione dell'uomo, che si contrappone alla divina creazione della natura { }^{\text {, }}, oppure col Guizot "lo sviluppo dell'attività sociale ed individuale nel progresso della società e dell'umanità ", o ancora con un autore più recente, il Maritain: «l'insieme organicamente determinato, che ha una forma e fisonomia propria, di valori sociali per sé comunicabili ». Espressioni assai vaghe, alle quali intanto è possibile attribuire un contenuto, in quanto in modo generico significano che la c. si riferisce all'uomo sociale, che si evolve e si compie con le conquiste della scienza, le applicazioni della tecnica, le creazioni dell'arte, la formazione delle tradizioni, la costruzione delle istituzioni, dei codici e delle leggi.

Per riuscire ad ottenere un concetto di c. alquanto più determinato e insieme graduale, secondo una precisa gerarchia dei valori di cui essa si compone, occorre riferirsi a qualche cosa di più obbiettivo e analizza-
bile scientificamente. Tenendo fermo che la c. indica relazione alla convivenza collettiva, questo elemento può scoprirsi nel bene comune, e allora, col Taparelli, si dirà che la c. non è altro che perfezione sociale, ossia perfezione del bene comune. La perfezione di ogni ente consiste nel tendere al fine suo proprio, nel conseguirlo e attuarlo in sé, così che sarà esso tanto più perfetto quanto più integralmente avrà attuato il fine, al quale naturalmente tende. Ora il fine naturale dell'aggregato sociale consiste nel bene comune, e quindi ne segue che la vita sociale potrà dirsi perfetta soltanto quando essa corrisponde a tutte o quasi tutte le esigenze del bene comune. Il bene comune poi, in quanto rappresenta il fine da conseguire, richiede l'unione delle volontà e degli sforzi dei singoli; in quanto è bene già acquisito, postula la massima estensione e dilatazione. Sarà, dunque, civile una società, secondo il concetto obbiettivo accettato, quando l'unità sociale è salda, l'attività efficace, il progresso naturale e tranquillo. E questa in sostanza la conclusione alla quale arriva il Romagnosi, che definisce la c. come la migliore e più culta convivenza acquisita da uno Stato.

Per conoscere gli elementi che si assommano nella composizione di una culta convivenza, basta analizzare i bisogni e le esigenze fondamentali della natura umana, alla cui soddisfazione è ordinata la società. L'uomo si muove naturalmente verso il bene, nel quale la facoltà operativa trova il suo appagamento e la sua quiete. Essa quindi assumerà diversi aspetti, secondo le varie tendenze e facoltà umane. Nell'ordine spirituale l'intelligenza tende al bene sotto l'aspetto del vero, la volontà invece riguarda il bene, essenzialmente umano, ossia il bene morale. Nell'ordine sensibile l'oggetto comune delle varie facoltà è il bene dilettevole, al quale esse tendono senza ulteriore scopo che il loro appagamento. Gli elementi pertanto che entrano a comporre la c., intesa come perfezione del bene comune, sono il vero, il bene morale e il bene dilettevole. Una società allora potrà dirsi civile quando nel suo seno si saranno attuati la più ampia dilatazione della verità, nelle sue molteplici forme, religiosa, speculativa, scientifica e pratica, il più incontrastato dominio del bene morale nella vita privata e pubblica, con l'osservanza delle leggi di natura e delle norme positive ispirate alla giustizia, la più larga diffusione del benessere materiale, che faciliti insieme la ricerca del vero e il trionfo della moralità. A questi tre ordini di bene, intellettuale, morale e materiale si possono e si devono ridurre tutti gli altri mezzi, che aumentano lo splendore e il benessere della vita associata, tutte le svariate forme di vita civile, in cui si attua la tendenza alla società, secondo l'indole, le esigenze e le attitudini di ogni popolo.

Nella c. devono distinguersi elementi costanti ed elementi variabili, dai quali ultimi dipende la particolare fisonomia che essa assume col mutar dei tempi e delle circostanze. Gli elementi costanti sono rappresentati dai beni sopra nominati, i quali, essendo le componenti essenziali, devono necessariamente trovarsi in qualsiasi forma particolare di vita civile. I variabili dipendono o dal grado di perfezione raggiunto nel loro possesso dai vari popoli, o da sovrastrutture accidentali, che derivano dall'ambiente, dall'indole e attitudine psicologica di coloro che ne sono gli operatori, o dai contatti culturali con altri popoli. Ogni popolo reagisce diversamente agli stimoli esterni e diversamente si atteggia nell'espressione del vero, del bene e del bello. Donde la grande varietà negli atteggiamenti del pensiero, nell'arte, nelle leggi e nei costumi, nelle tradizioni e nelle istituzioni.

Resta anche cosi implicitamente determinata la gerarchia tra i valori che compongono la c. Al sommo grado stanno i valori spirituali, che ne costituiscono l'anima, al grado

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(1vi. Exc. Catt.)
Civiltà Cattolica (La) - Frontespizio del fasc. II del I vol. (3* sabato di apr. 1850 ) - Napoli.
inferiore tutti gli altri, ai quali è riservata la funzione di mezzo per il graduale elevamento intellettuale e morale dell'uomo. Il progresso tecnico e della scienza applicata, il benessere materiale, come aspetti meno nobili della c., in tanto hanno valore in quanto ad essi si accompagna un eguale e maggiore progresso nel campo dei valori morali e spirituali. Se questo non si avvera, si avrà una cultura e non una c., la quale anzi entra in crisi e si dissolve. Il dominio dell'irrazionale segna il tramonto della c. Il mito, di qualsiasi natura esso sia, nazionale, razziale o classista, la distrugge, come il materialismo la soffoca insieme con qualsiasi concezione che disconosce il valore e la nobiltà dell'uomo, giacché la c. è il frutto più squisito dell'attività spirituale, operante in collaborazione con gli altri esseri intelligenti nella convivenza sociale.

Bibl.: G. D. Romagnosi, Scritti sull'incivilimento, Milano 1884; H. Joly, Histoire de la civilisation, Parigi 1914; J. Maritain, Religion et culture, ivi 1930; P. de Munnynck, Le catholicisme et la civilisation, ivi 1930; id., Civilisation, le mot, l'idée, ivi 1930; J. Huizinga, La crisi della c., tr. it., Torino 1937; A. Brucculeri, L'involuzione della c., Roma 1939; J. Maritain, Le crépuscule de la civilisation, Parigi 1939; L. Taparelli d'Azeglio, Saggio teoretico di dritto naturale, 2 voll., 8^{4} ed., Roma 1949.

Antonio Messineo
CIVILTÀ CATTOLICA (LA) - Rivista bimestrale di cultura, edita dai Gesuiti italiani. Ad una pubblicazione periodica destinata a imprimere un indirizzo di sana ortodossia alla civiltà moderna, i Gesuiti pensavano già prima del 1848; ma la dispersione della Compagnia di Gesù in Italia e gli eventi politici mandarono a vuoto il progetto. Il p. Carlo Curci, napoletano (1810-91), battagliero competitore del Gioberti, rientrando in Italia sulla fine del 1849, portò seco un piano concreto e bene considerato in tutti i suoi particolari. Per mezzo del card. Antonelli,
a Portici, lo presentò a Pio IX, che lo accolse con fervore, ne volle la pronta attuazione, provvide inoltre ai primi mezzi necessari al finanziamento. Il Curci raccolse intorno a sé uno scelto gruppo di collaboratori, fra cui il p. Luigi Taparelli d'Azeglio, già celebre autore del Saggio teoretico, il letterato Antonio Bresciani, Matteo Liberatore, filosofo, Giovan Battista Pianciani, scienziato, e altri.

Il primo fascicolo della C. c. uscì a Napoli il 6 apr. 1850, con un articolo programmatico del Curci, altri del Taparelli e del Liberatore, e con la prima puntata del romanzo L'Ebreo di Verona del Bresciani, il quale intrecciando alla trama romantica i grandi fatti della vigilia, suscitò un interesse immenso e fu il fattore principale del successo pronto e generale della nuova rivista. Il successo fu tale che del primo volume se ne dovettero fare fino a otto ristampe; gli associati alla fine del primo trimestre erano già 6307 , e salirono ben presto fino a 11.800. La forma esteriore e la distribuzione delle materie (in articoli, rivista della stampa, e cronaca contemporanea; la bibliografia fu introdotta nel 1836 ; il romanzo a intermittenza) è rimasta più o meno immutata. Fino al 1933 gli autori serbavano l'anonimo: da quell'anno gli articoli sono firmati.

Il Curci rimase, nominalmente almeno, alla direzione fino al 1864 ; egli però fino dal 1861 piegava verso nuovi orientamenti politici, e andò via via estraniandosi alla rivista da lui fondata. Uscito poi dalla Compagnia nel 1877, prese anche ad aggredirla con scritti virulenti. La C. c. si annunziava come organo destinato a ricondurre la civiltà, dal sec. xv in poi inquinata da infiltrazioni eterodosse, alle sue originarie e legittime sorgenti cristiane e cattoliche : di qui la ragione del titolo. Politicamente si professava rispettosa di ogni forma di governo legittimo, anche rappresentativo. Di fatto però non tardò a sottoporre i governi costituzionali e le forme democratiche moderne a una critica implacabile, come infette d'eterodossia. Così mentre si attirava, da un canto, le ire di Ferdinando II di Napoli, che vietò l'ingresso della C. c. nel regno, dall'altro riusci oltremodo invisa ai governi liberali del tempo, specialmente al Piemonte. Il Farini diede vita alla rivista torinese Il Cimento (18521856) come antidoto dell'influenza della C. c.: Bertrando Sparventa vi confutava le sue dottrine con articoli che G. Gentile ha raccolti in volume (La politica dei Gesuiti, Roma 1908); e Francesco de Sanctis vi pubblicò una celebre stroncatura del romanzo del Bresciani.

La C. c. nell'ott. 1850 si trasferì a Roma e, dopo altre sedi, stabilivasi nel palazzo dei Convertendi a Scossacavalli (ora S. C. della Chiesa orientale in via della Conciliazione). Per l'occupazione di Roma nel 1870, dové emigrare, ma, dopo breve pausa, riapparve a Firenze; ritornò di nuovo a Roma nel 1877 in via Ripetta, dove tutt'ora risiede. Possiede un biblioteca riccamente fornita, un prezioso archivio, tipografia propria e inoltre una sua azienda editoriale. Oggi l'opera è sorretta da una società di amici sparsi in tutta la penisola, collegati fra loro da uno speciale organo intitolato Gli Amici della C. c. Al presente la rivista conta ca. 20.000 associati, il massimo raggiunto fin qui.

La storia della C. c. si trova strettamente legata alla vita religiosa, morale e politica di quest'ultimo secolo : a nessuno dei grandi avvenimenti che si sono succeduti, essa è rimasta estranea. Come chi volesse ragguagliarsi sui grandi fatti religiosi (domma della Immacolata Concezione, infallibilità del Papa, Sillabo, Concilio vaticano, americanismo, modernismo, condanna dell'Action française, Conciliazione, ecc.) vi troverebbe preziose fonti di informazione, così lo storico sia del Risorgimento, sia della vita nazionale italiana non potrà dispensarsi dal consultare gli articoli politici e le cronache ricche e informatissime della C. c., che ne sono una specie di documentazione e di commentario critico continuato. La restaurazione delle dottrine di s. Tommaso d'Aquino e

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(1ot. Union gindrale cindmatograpbique)
In alto: UNA DELLE ULTIME INQUADRATURE DI "THE FUGITIVE" (La Croce di fuoco), regia di John Ford - Prod. R. K. O. Radio films. In basso: UNA INQUADRATURA DAL FILM "MONSIEUR VINCENT", regia di Maurice Cloche.

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quella della musica sacra molto devono all'azione diuturna e tenace di membri della C. c.: del Taparelli e del Liberatore la prima, di A. De Santi la seconda.

La S. Sede ha onorata la rivista di ripetute pubbliche attestazioni di fiducia e di stima. Pio IX nel 1866 ne costituì la redazione in speciale collegio; Leone XIII nel 1890 diede a questo un carattere più determinato e gli assegnò come uno dei compiti propri la difesa e la propagazione delle dottrine dell'Angelico. La sua fedele adesione alle direttive della S. Sede e il carattere ispirato di talune sue pubblicazioni conferiscono alla C. c. un'alta autorità non solo in Italia ma nell'intero mondo cattolico.

Alla sua redazione hanno sempre partecipato uomini eminenti nei vari rami del sapere, quali, per le scienze giuridiche e morali il Taparelli d'Azeglio (1793-1862) e Salvatore Brandi (1852-1915), per la filosofia teoretica Matteo Liberatore (1810-92), Giovanni Cornoldi (18221892) e Giovanni Busnelli (1866-1944), nelle scienze storiche Raffaele Garrucci (1812-81), Giuseppe Brunengo (1821-91), Hartmann Griser (1845-1932), Ilario Rinieri (1833-1941), nell'arte cristiana Carlo Bricarelli (1857-1931); nella storia dei popoli antichi, Antonio De Cara (1835-1905); inoltre i dantisti Francesco Berardinelli (1816-93), Cornoldi e Busnelli; gli apologeti, polemisti, poligrafi Gaetano Zocchi (1846-1912), Angelo De Santi (1847-1922), Enrico Rosa (1870-1938), Mario Barbera (1877-1947); nell'arte narrativa Antonio Bresciani (1798-1862), Raffaele Ballerini (1830-1907) Giovanni Giuseppe Franco (1824-1908), De Santi, Barbera; nelle scienze economiche sociali Matteo Liberatore, Antonio Pavissich (1851-1913).

Esistono indici analitici e sintetici a stampa per serie o periodi di anni fino al 1940; inoltre un indice
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(Ist. Exc. Catt.)
Civiltà cattolica (La) - Chirografo con cui Pio IX ringrazia e benedice gli scrittori della C. c. (ex ott. 1852) - Roma, archivio della C. c.
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Civita Castellana, Orte e Gallese, diocesi di Portale maggiore della Cattedrale. Opera cosmatesca dei maestri Lorenzo e Jacopo (inizio sec. xim).
generale degli anni 1850-1903; in preparazione l'indice generale dei primi 100 anni ( 1850-1949 ), in cui sono indicati con sigle i nomi degli autori. Per i singoli redattori v. cenni necrologici nella C. c. e in Sommervogel (sotto i singoli nomi). Una monografia compita ed esauriente manca ancora.

Bibl.: Anon., Memorie della C. c., Roma 1854; V. Gasdia, La C. c. ai tempi presenti, Bologna 1883; R. Ballerini, Per l'anno cinquantesimo della C. c., in Cte. Catt., 1899, II, pp. 7-28; P. Pirri, La C. c. nei suoi inizi e alle prime prove (apr. 1830), ibid., 1924, II, pp. 19-33; id., La C. c. e l'atodutismo politico. Ricordi, ibid., pp. 219 sg., 397 sg., 305 sg.; G. Massacorda, s. v. in Diz. Risorg. naz. I: I fatti, pp. 237-39; A. C. Jemolo, Chiesa e Stato negli ultimi cento anni, Torino 1948, pp. 188-91; La Direzione, Il nostro centenario, in Cte. Catt., 1949, II, pp. 5-40, in commemorazione dell'anno secolare.

Pietro Pirri

CIVITA CASTELLANA, ORTE e GALLESE, diocesi di. - Nel Lazio in provincia di Viterbo, immediatamente soggette alla S. Sede. Le tre diocesi riunite vantano ciascuna una ragguardevole antichità. A C.C., sorta presso l'antica Falerii, il cristianesimo, come in tutta la Tuscia suburbicaria, penetrò molto per tempo, stando alle tradizioni agiografiche della regione intorno ai martiri Gratiliano e Felicissima (BHL, 3630) ed alla presenza di un antico cimitero cristiano scoperto nel 1880. Nella Passio di s. Mustiola (BHL, 4455, 4456) si ricorda un s. Felice martirizzato il 22 giugno in Fialisco (C. C.); lo stesso martire si ritrova al 23 nov. nel Martir. Hieronymianum (p. 617) subito dopo Mustiola. La sede episcopale con i nomi certi dei primi vescovi appare già alla fine del sec. v, mentre per il periodo immediatamente seguente non si è informati per la deficenza dei documenti.

Erano situate dentro il territorio diocesano di C. C., le abbazie, un tempo celebri, di : S. Silvestro del monte Soratte antica ed insigne per i ricordi storici) nel sec. vi la dirigeva il s. Nunnoso, così popolare nei racconti di s. Gregorio Magno, e nell'viri vi si ritirò

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a vita monastica il principe franco Carlomanno; S. Maria di Falleri di cui è restata fortunatamente, sebbene non completamente conservata, la chiesa del sec. xir, con le cinque absidi: tipico esemplare romanico dell'Ordine cistercense. Dei monumenti, il più cospicuo è senza dubbio la cattedrale di S. Maria che conserva la grandiosa cripta sorretta da 45 colonne. Fu ricostruita dopo il sec. xI; il portale è di Jacopo di Lorenzo, che nel I210, in collaborazione col figlio Cosma, costrui lo splendido portico che precede la facciata e che nell'arco mediano assume asperti di nuova magnificenza. Questo portico rappresenta senza dubbio uno dei punti più alti della traiettoria che congiunge l'arte architettonica dell'antichità classica col Rinascimento. Nel suo tema centrale prelude veramente al portico della cappella de' Pazzi, a S. Croce in Firenze, di F. Brunelleschi.

La grandiosa rocca di C. C. fu costruita da Alessandro VI in gran parte nel biennio 1500-1501 (G. Zucchini, Un documento, per la rocca di C., in Palladio, [1938], p. 27). E a pianta pentagonale a cui Giulio II fece aggiungere dal Sangallo il maschio ottagono e i quattro ponti levano.

I documenti più antichi di C. C. sono andati bruciati, per cui ne sono spogli gli archivi della curia, della cattedrale e della città.

Alla diocesi di C. C. fu unita da Eugenio IV nel 1437 quella di O. (v.) e da Pio VII l'altra di G. nel 1805. Dal 1925 il vescovo di C. C. è delegato per le parrocchie di Ponzano Romano e S. Oreste, già appartenenti all'abbazia nullius dei SS. Vincenzo ed Anastasio alle Tre Fontane.

Le tre diocesi riunite comprendono 33 parrocchie in 700 kmq . con 130 sacerdoti per 60.000 ab. (1948).

Bibl.: F. Marone, Dell'antichità dei vescovi di C. C. sopra quelli di G., 1799; L. Duchesne, Le sedi episcopali nell'antico ducato di Roma, in Archiv. della Soc. vom. di st. patrio, 15 (1892), pp. 491-92; Lanzoni, pp. 516-17; 545-47; P. Fr. Kehr, Italia pontificia, II, Berlino 1907, pp. 184-91.

Serafino Prete
Per O. e G., v.: Gallese, diocesi di; ORTE, diocesi di.
Archeologia. - Nel portico della Cattedrale sono riuniti molti frammenti architettonici ed epigrafici. Fra questi si ricordano: un angelo alato e un pluteo con intrecci e rosette, forse della schola cantorum primitiva (secc. VIII-IX); un rilievo piatto con scene di caccia, forse in origine fronte d'un sarcofago (sec. viII); un'iscrizione che ricorda la donazione del vescovo Leone nell'881 di alcuni fondi alla chiesa di S. Maria e di due casette ai mansionari della medesima (CIL, XI, 466); la mostra d'un portale cosmatesco proveniente dalla chiesa di S. Francesco; lastre tombali, una delle quali appartenente a Niccolò de Summa napoletano (m. nel 1403) il quale fondò nella Cattedrale gli otto canonizati, tanto che da allora essa si chiamò anche "chiesa degli otto"; frammenti di un pulpito marmoreo con la rappresentazione della fortezza e della giustizia, opera d'un imitatore di Agostino di Duccio (A. Muñoz, Alcune sculture delle cattedrale di C., in Boll. d'arte, 5 [1911], pp. 121-34). Per i sarcofagi cristiani v. Wilpert, Sarcofagi, I, tav. 143, 3; II, pp. 293, 300, 309; III, tav. 244, 2, 3, 4, p. 25 sgg.

Enrico Josi
CIVITALI. - Famiglia di artisti. Matteo, scultore e architetto, n. a Lucca il 5 giugno 1436; m. ivi il 12 ott. 1501. Compì il suo tirocinio a Firenze, quasi certamente presso Bernardo e Antonio Rossellino, con il quale ultimo mantenne a lungo rapporti di amicizia : infatti nel 1468 il C. stimava a Pistoia il monumento a Filippo Lazzeri commesso a Bernardo ed eseguito da Antonio Rossellino, mentre a sua volta Antonio Rossellino stimava il monumento al giurista e diplomatico Pietro da Noceto (m. nel 1467) eseguito nel 1472 dal C. per il duomo di Lucca e che costituisce la prima importante opera dello scultore lucchese.

Tra il 1473 e il 1478 eseguì il tabernacolo del Sacramento, ora scomposto, di cui restano a Lucca due Angeli adoranti, mentre il ciborio è a Londra (nel museo Victoria and Albert), e il famoso altorilievo con la Fede, che pro-
babilmente ne faceva parte, si conserva a Firenze (nel museo del Bargello). Del 1479 è il monumento a Dom. Bertini, abbreviatore apostolico, il quale commise al C. il tempietto del Volto Santo e la statua di S. Sebastiano, pure nel duomo di Lucca, eseguiti tra il 1472 e il 1484. Dello stesso sono sono l'altare di S. Regolo (duomo di Lucca) e il monumentale sepolcro dei SS. Pellegrino e Bianco, in parte rimaneggiato, nel santuario di S. Pellegrino sulla montagna tosco-emiliana. L'Opera della primazione di Pisa gli commise nel 1487 ventidue altari marmorei per il Duomo, di cui rimangono solo alcuni pilastrini a candelabri: il lavoro probabilmente non fu eseguito, poiché già nel 1489 il C. attendeva al tabernacolo per la chiesa di S. Frediano di Lucca, convertito in fonte battesimale nel 1598, e nel 1490 eseguiva il sepolcro di S. Romano nella smonima chiesa lucchese, parimenti scomposto e rimaneggiato. In questo torno di tempo cadono alcuni lavori e progetti di opere architettoniche, come il ponte sul Serchio a Moriano (1490), ora distrutto, e le piante per fortificazioni della città di Lucca (1491). Per il duomo di Lucca cseguisce ancora un pulpito marmoreo ( 1494 ) e due pile per l'acqua santa ( 1498 ), quindi si reca a Genova dove per la cappella di S. Giovanni nel Duomo scolpisce le sei statue di Adamo, Eva, Abacuc, Isaia, Zaccaria ed Elisabetta ( 1499 ca.) e un gruppo di S. Giorgio e il drago, commissogli dai Protettori del Banco di S. Giorgio e abbattuto durante la rivoluzione del 1797. Il Cristo in Pietà della chiesa di Lammari (Lucca) è l'ultima opera del C. Artista fecondissimo e un po' monotono, fu tuttavia uno dei più originali interpreti dell'arte di Bernardo Rossellino: la sua plastica si distingue per un fare nitido, tagliente, preciso anche se non privo di una certa rigidità. Un sincero e delicato sentimento religioso ha reso celebri alcune sue figurazioni. Ebbe assai raffinati la sensibilità architettonica e il gusto per la decorazione, ed alle statue genovesi diede assai precocemente una grandiosità cinquecentesca. Ebbe anche il merito di introdurre l'arte della stampa in Lucca.

Bibl.: T. Trenta, Il Memorie e documenti per la storia di Lucca, VIII, Lucca 1822, pp. 59, 67; E. Ridolfi, L'arte in Lucca studiata nella sua Cattedrale, ivi 1882, pp. 45 sgg.; 78 sgg., 122-64, 291-360; C. Triarte