à cinquecentesca. Ebbe anche il merito di introdurre l'arte della stampa in Lucca.
Bibl.: T. Trenta, Il Memorie e documenti per la storia di Lucca, VIII, Lucca 1822, pp. 59, 67; E. Ridolfi, L'arte in Lucca studiata nella sua Cattedrale, ivi 1882, pp. 45 sgg.; 78 sgg., 122-64, 291-360; C. Triarte, M. C., sa vie et son oeuvre, Parigi 1886; M. Cappelletti, Di M. C., Lucca 1893; F. Meli, L'arte di M. C., ivi 1934.
Enzo Carli
Suo figlio Nicolao, n. nel 1482, m. nel 1560 , collaborò col padre, attivo a Pietrasanta e a Lucca, e scolpì il tabernacolo nella chiesa dei Servi. Col figlio Vincenzo scolpì l'acquasantiera e le cantorie marmoree per la chiesa di S. Paolino in Lucca. Costruì alcuni bei palazzi a Lucca come quello della Cassa di risparmio e quello della famiglia Bernardini : altri gli vengono attribuiti, come il palazzo Cenami e il palazzo Orsetti.
Enzo Carli
CIVITANOVA MARCHE. - Le prime memorie cristiane, al pari della sede episcopale dell'antica Ciuentum, non sono ancora ben chiare. A questo scopo, situato probabilmente presso l'odierna C., si attribuisce il martire piceno s. Marone (BHL, 6064) ricordato il 15 apr. nel Martirologio geronimiano, ma la sua Passio non merita fede (A. Dufourcq, Les Geats martyrem, III, Parigi 1907, p. 271). La sede episcopale vi appare nel sec. v come mostra una lettera di papa Gelasio I circa l'elezione del vescovo della plebs cluentensis (Jaffé-Wattenbach, 663); presto però fu assorbita dalla Chiesa fermana. Resta tuttora la chiesa di S. Marone eretta sul suo sepolcro; l'edificio romanico ha subito un radicale restauro nel 1898.
Bibl.: Lanzoni, pp. 393-95 e 1070; N. Massetani, S. Marone, Civitanova Marche 1898.
Serafino Prete
CIVITAVECCHIA. - La Centuncellae dei Romani dove Traiano ca. l'a. 106 d. C. creò un porto artificiale, presidiato alternativamente da distaccamenti della flotta misenate e ravennate come testimoniano le iscrizioni sepolcrali (CIL, XI, 3520 sgg.). Rutilio Namaziano descrive, al principio del
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sec. v, la città e il suo porto (Itinerarium de reditu suo, I, nn. 237-60). In C. venne esiliato papa Cornelio (251-53).
Nel sec. Iv d. C. era sede vescovile; del 314 è Epitteto I, della metà del sec. Iv Epitteto II, poi Pascasino 487, Molense del 495-99, Caroso del 531. Nell'a. 554 la città è contesa tra i Goti e i Bizantini i quali, al tempo di Gregorio Magno(590-604), hanno a capo della città il comes Teofanio (Gregorii I Dialog., IV, 27). Il vescovo di C. Lorenzo è ricordato in una lettera di Pelagio I (556-61); il vescovo Domenico sottoscrive gli atti dei Sinodi romani degli aa. 505 e 601. Gregorio III (731-41) nell'a. 740 recinse la città di mura (Lib. Pont., I, p. 421). La città fu presa e incendiata dai Saraceni nell'a. 813 e i cittadini fuggirono in gran parte nei boschi sui monti vicini. Pasquale I (817-24) arricchì di doni la chiesa di S. Pietro (Lib. Pont., II, p. 59). Nell'a. 82 I il vescovo di C. Pietro è legato di Pasquale I presso l'imperatore Ludovico e partecipa nell'a. 826 al Concilio di Eugenio II. In quello stesso anno succede il vescovo Leone; nell'a. 836 si ha il vescovo Pietro. Al tempo di Leone IV (847-55) gli abitanti di C. erravano ancora nei monti di Tolfa (Lib. Pont., II, p. 131 ).
Il Papa fondò allora una nuova città a ca. 12 km . dall'antica, nella località detta oggi la Farnesiana. Essa fu dedicata solennemente nell' 854 . I suoi resti vennero studiati dal Lauer; il Marucchi pub-

(let. Anderson)
Civitavecchia - Porto di C. Affresco di Ignazio Danti (1580-83). Vaticano, galleria delle Carte geografiche.
blicò un'iscrizione monumentale metrica tetrastica preceduta dal monogramma del papa Leone IV poi nel museo Civico. Leone IV vi costruì anche le chiese di S. Pietro e di S. Leone, alle quali offrì doni (Lib. Pont., II, pp. 132-33). Nel 1871 si riconoscevano ancora sul terreno l'allineamento delle strade di Leopoli, delle sue torri e mura di cinta, le vestigia di edifici (A. Guglielmotti, Storia della marina pontificia, I, Roma 1871, p. 67). Negli aa. 856-61 Domenico è vescovo di C.
Durante la distruzione saracena fu rovinato anche il monastero di S. Maria al Mignone, posseduto dall'abbazia di Farfa (Regest. Farf., n. 49), riedificato poi dall'abate Ratfredo tra gli aa. 930-36.
Dopo la vittoria di papa Giovanni VIII sui Saraceni presso capo Circeo nell' 877 gli abitanti cominciarono a tornare presso la spiaggia e tra le rovine dell'antica città venne ricostruita nell' 889 quella che fu chiamata Civitas Vetus, Vecia, Veggia, Vecchia, C., dove la popolazione si ristabili definitivamente il 15 ag. di quell'anno. Ma fu piuttosto un castrum fortificato presso il porto. Tra il 940-50 ne fu vescovo Valentino; nel 963 vi sbarcò Adalberto figlio del re Berengario. Sorsero poi contese per il possesso di C. tra il monastero di Farfa e quello Romano dei SS. Cosma e Damiano (P. Fedele, Le carte del monastero dei SS. Cosma e Damiano, in Archivio della Società romana di storia patria, 21 [1898], p. 459 sgg.; 22 [1899], p. 25 sg.; 383 sg.); esse vennero decise in favore di Farfa al Laterano nel 1072 sotto Alessandro II. Intanto il vescovo Azzone di C. aveva partecipato ai Sinodi romani degli aa. 1037 e 1050. Un'iscrizione del 1093 ricorda un Riccardo vescovo di Tuscania, Centocelle e Bieda (S. Campanari, Tuscania e i suoi monumenti, II, Roma 1856, p. 25). Sorge poi un'aspra lotta per il possesso di C. tra Guido vescovo di Tuscania e Alberico vescovo di Sutri. Innocenzo II (1130-43) concede C. in beneficio a Petrus Latronis. Nel 1167 C. viene assalita dall'esercito di Federico al comando del cancelliere Rinaldo, arcivescovo di Colonia e Petrus Latronis ne assume la difesa. Celestino III nel 1192 unisce C., Tuscania e Bieda alla sede di Viterbo. Il 9 dic. 1224 il popolo di C. offre ad Onorio III la piena giurisdizione della città. Clemente IV nel 1265 concede il castrum a Giovanni di Vico, prefetto di Roma. Ma Niccolò IV nel 1291 pone C. alle dirette dipendenze della Camera Apostolica. Eugenio IV nel 1434 dimora nella rocca, e detta in favore della città due costituzioni degli aa. 1432-41 concedendo esenzioni dai tributi e promovendo l'agricoltura. Nicolò V (1447-55) fa restaurare la rocca e nel 1451 dichiara C. libero comune con statuti propri (C. Calisse, Statuti della città di C., in Studi e documenti di storia e diritto, 6 [1885], pp. 109-37).
Al tempo di Pio II (1458-64), nel maggio del 1462, il padovano Giovanni de Castro scopriva a Tolfa una ricca miniera di allume (Pastor, II, pp. 224-25); nel 1463 già vi lavoravano 8000 operai: si calcola che la scoperta assicurò all'erario pontificio un reddito annuo di 100.000 ducati (G. Zippel, L'allume di Tolfa e il suo commercio, in Archivio della Soc. rom. di st. patria, 30 (1907), pp. 5 sg., 389 sgg.).
Pio II fece eseguire altri restauri alla rocca tra il 1461-63; altri anche al porto vennero compiuti sotto Sisto IV (1481). Giulio II nel 1508 pose la prima pietra per la nuova fortezza su disegno di Bramante, poi continuata da G. Leno e da A. da Sangallo e compiuta da Michelangelo. Sisto V (1585-90) fece costruire da G. Fontana l'acquedotto; Clemente VIII (1592-1605) restaurò il porto e l'antimurale, opere ricordate nella medaglia dell'a. 1604; Paolo V (1605-21) fece costruire magazzini; Urbano VIII (1623-44) dopo nuovi lavori nel porto, nelle mura e nell'acquedotto istituì nel 1630 le franchige portuali. Innocenzo XII (1691-1700) ripara l'acquedotto, ripristina la carica di governatore della città con un'amministrazione comunale; Benedetto XIV (1740-58) fa eseguire altri lavori nel porto.
I Francesi occupano la città, ricostituiscono il comune nel 1802, ma nel 1807 viene rioccupata militarmente.
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Nel 1814 viene restaurato il governo pontificio; Leone XII il 20 dic. 1825 ricostituisce la diocesi, riunendola con Porto e S. Rufina; il 28 genn. 1828 viene fondato il seminario. Gregorio XVI (1831-46) ingrandl le mura della città; nel 1849 avviene lo sbarco delle truppe francesi. Nel 1850 è riunita mediante "la via di ferro" a Roma; il 23 luglio 1854 il papa Pio IX distacca la diocesi di C. da Porto e S. Rufina e la unisce a Corneto Tarquinia. Il 16 sett. 1870 viene occupata la città dall'esercito italiano e C. è annessa al regno d'Italia. I martiri Veriano, Marcelliano e Secondiano secondo la leggenda sarebbero di Tuscania (BHL, 7550; Martyr. Mieronymianum, p. 430); un altro testo li fa martiri di C. (Acta SS. Augusti, II, Parigi 1867, pp. 401407). Patrona della città è s. Firmina.
Oltre al gruppo di iscrizioni cristiane riportate nel CIL, XI, 3567-71, della quale una del 516 ed una del 557 , altre si rinvennero nel 1919 nella contrada "Polveriera" appartenenti ad un'area cimiteriale, all'aperto (R. Mengarelli, Iscrizioni etrusche e latine rinvenute nel territorio di C., in Notizie degli scavi, 1919, pp. 216-231; le iscrizioni cristiane sono ai nn. 263, 264, 267, 269, 273). Un'iscrizione giudaica fu rinvenuta nel sepol-

C. (toponimo in seguito assai frequente: v. ChiaRAVALLE), vivaio di santi ed eruditi, di vescovi e cardinali, tra i quali il papa Eugenio III (1145-53); il Grammatico lo chiama «il nobile monastero di Francia" e lo stesso Bernardo "la celeste Gerusalemme». Molto contribui nella dotazione di C., Ugo I conte di Troyes; re, nobili e vescovi si mostrarono munifici, specie il conte Champagne Teobaldo, che, nel 1135, dato l'enorme sviluppo della comunità, fece ingrandire a sue spese quasi tutta la costruzione. Il re del Portogallo Alfonso I in una lettera del 27 apr. 1142 offrì il suo regno per i bisogni di C .
Tra il 10 ott. 1118 e l'ir febbr. del 1154 la sola C. fondò ben 67 monasteri, che alla lor volta si moltiplicarono prodigiosamente. Alla morte di s. Bernardo, 20 ag. 1153 , il cenobio contava più di 700 monaci, dediti alla contemplazione e al lavoro dei campi, allo studio e alle arti (v. CISTERCENSI).
Fino al 1718 si contano 49 abati, sotto i quali le vicende del monastero furono varie (cf. elenco, in Gallia Christiana, IV, Parigi 1728, coll. 796814). L'abbazia fu venduta all'asta nel 1792 e la sua ricca biblioteca dispersa; successivamente trasformata in vetreria è oggi un penitenziario dello Stato. Gli antichi muri di cinta misuravano ca. 2 km . di lunghezza.
Tra gli abati si ricordano: Roberto di Bruges, Goffredo, Ponzio di Polignac, Gerardo I, Enrico poi cardinale vescovo di Albano, Pietro Monocolo, Corrado di Urach, Stefano Lexington.
Bibl.: A. Goeffroy, La C. d'astrefois et le C. d'aujourd'hui, in Revue du monde catholique, 23 (1890), p. 5 sgg.; E. Vacandard, Le premier emplacement de C., in Bulletin de la Société acad. Aube, 22 (1885), pp. 339-39; A. Wilmart, L'ancienne bibliothèque de C., Troyes 1918; A. Prévost, Rieueil des Chartes et Belles de C., Ligugé 1929; Cottineau, I, coll. 799-80. Goffredo Venuta
ARTE. - Il piccolo cenobio originario fondato nel 1115 da s. Bernardo, venne ingrandito nel 1135 .
Gli edifici erano raggruppati in due complessi : le abitazioni dei monaci, accanto alle quali sorgevano la chiesa, la biblioteca ed i locali per lo studio, e le costruzioni destinate alle attività artigiane.
La chiesa aveva pianta a croce latina divisa in tre navate coperte con volta a crociera, e coro absidato poco profondo fiancheggiato da due cappelle per lato. In un secondo tempo il coro venne demolito e sostituito da 9 cappelle radiali a pianta trapezoidale, adibendo invece a coro una parte della navata antistante al presbiterio; la chiesa così ingrandita fu consacrata nel 1174. Le sue caratteristiche improntarono tutta l'architettura cistercense (v.). La pianta del 1667 riportata da Viollet-leDue attesta che l'abbazia conservava sino a quel tempo la disposizione originaria, ma nel secolo seguente sarà notevoli rifacimenti. - Vedi Tav. CXI.
Bibl.: E. Viollet-le-Duc, Dictionnaire raisonné de l'architecture françoise, I, Parigi 1824, p. 283 sgg.; G. Dehio e C. Bezold, Die kirchliche Baukunst des Abendlandes, I, Stoccarda 1894, pp. 527 e 530 . Mario Zocca
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CLAMIDE ( κ λ π μ \dot{ζ} ς ). - I Romani chiamavano cosí un mantello più corto del pallio e di cui le due punte estreme del lato lungo venivano raccolte sulla spalla destra e fissate mediante una fibbia. Era abito essenzialmente militare.
Nell'arte cristiana primitiva è data ad Orfeo, talvolta ai Magi, ai soldati al seguito del centurione Cornelio nel miracolo della fonte; una sola volta l'indossa il Salvatore come re di Giudea nella scena del colloquio con la samaritana nel cimitero di Pretestato. Gli evangelisti Matteo (27, 27 sgg.), Marco ( 15,16 sgg.) e Giovanni ( 19,2 ) ricordano che il Signore fu vestito d'un mantello di porpora (clamys coccinea) quando fu schernito dai soldati. La c. lunga prende il nome di poludamentum.
Bibl.: Wilpert, Pitture, pp. 72-73. Enrico Josi
CLAREMBALDO di Abras. - Discepolo di Teodorico di Chartres (v.), di cui si conosce finora un ampio commento al De Trinitate di Boezio, scritto intorno al 1153 (cf. ed. W. Jansen, Breslavia 1926). In esso C. si mantiene fedele al realismo esagerato del maestro ammettendo per tutti gli uomini una unica e medesima umanità ed opponendosi espressamente a certi «famosi doctores» (cioè Gilberto Porretano e la sua scuola) i quali attribuivano ai singoli uomini delle singole umanità. E però notevole nel commento il ricorso ad Aristotele, specialmente per le teorie fisiche; C. accetta come Thierry la composizione di materia e forma, cosí che il panteismo estremo può essere evitato.
Bibl.: Überweg, II, pp. 232-36; M. De Wulf, Storia della filosofia medievale, trad. it. di V. Miano, I. Firenze 1944, pp. 181-84. Cornelia Fabra
CLARENO, Angelo. - Francescano (più correttamente A. da Chiarino, detto anche da Cingoli), capo degli zelanti o spirituali (v.), n. a Chiarino (Recanati; o a Fossombrone), m. a S. Maria d'Aspro (Lucania) il 15 giugno 1337. Entrato nell'Ordine verso il 1270 , fu presto coinvolto nella repressione degli spirituali, e con essi condannato a perpetuo carcere; liberato però (ca. 1289), venne mandato nell'Armenia minore (Cilicia). Ritornato in Italia nel 1294, fuggí con i suoi in Grecia (ca. 1296).

(da Wilpert, Pitture, tss. B)
Clamide - Cristo rivestito della c. e la samaritana (fine del sec. II) - Roma, cimitero di Pretestato.
Rimpatriato nel 1305, si trattenne nei dintorni di Roma, poi fu in Avignone (1311-18), dove nel 1317 fu processato e prosciolto. Condannati e scomunicati gli spirituali, di cui C. era sin dal 1307 il capo, con la bolla Sancta Romana ( 30 dic. 1317), e morto il suo protettore card. Giacomo Colonna (12 ag. 1318), egli ritornò in Italia, e, senza sottomettersi, continuò, rifugiato a Subiaco, a governare i suoi. Sentendosi malsicuro per l'azione dell'Inquisizione, nel 1334 riparò in Lucania, dove spirò.
Venerato dai suoi come un santo, amico del b. Simone da Cascia, C. appare un carattere integro, di alta idealità, ma incapace di subordinare le sue idee ai comandi superiori, e non privo di una certa cultura, come mostrano i suoi scritti. Questi sono: 1) Historia septem tribulationum Ord. Min., ossia la storia delle persecuzioni degli spirituali dal tempo di s. Francesco fin verso il 1318 : fonte attendibile per il tempo in cui visse l'autore. Manca un'edizione completa. Una antica traduzione italiana fu edita da L. Malagoli: Cronaca delle tribulazioni di A. C., Torino 1931. 2) Expositio regulae fratrum Minorum, ed. L. Oliger, Quaracchi 1912. 3) Epistola excusatoria ad popam (Giovanni XXII), edita da Fl. Annibali da Latera: Ad Bullarium franciscanum supplementum, Roma 1780; Animadversiones, pp. 153-164. 4) Epistolario (1311-36), edito in parte da F. Ehrle, in Archiv für Literatur und Kirchengeschichte, I (Berlino 1885), pp. 543-69. 5) Praeparantia Christi Iesu habitationem... in nobis..., edita da N. Mattioli, Il b. Simone Fidati da Cascia (Autologia apostoliana, II), Roma 1898, pp. 467-71. 6) Breviloquium super doctrina salutis ad parvulae Christi, ibid., pp. 471-87. Di più, tradusse dal greco in latino la Regola di s. Basilio, la Scala di Giovanni Climaco, e un Dialogo attribuito a s. Macario, sulle quali traduzioni cf. Expositio Regulae, ed. L. Oliger, pp. xxxiv-Lv.
Bibl.: Oltre i lavori già citati, v. SPINTOMLI. Inoltre Wadding, Script., p. 19; Sharalea, I, p. 42; L. Oliger, Frammenti di un carteggio (1784-1808) per la conferma del culto di A. C., in Archiv. franche. historis., 7 (1914), pp. 556-65; id., De sigillo fr. Angeli Clareni, in Antonianum, 12 (1937), pp. 61-64; id., Fr. A. da Chiarino nel VI centenario della sua morte, in FrateFrancesca, 14 (1937), pp. 189-76; Bernardino da Lagedona, A proposito del nome e della patria di frate A. C., Roma 1938; L. von Auw, Clemente V e A. C., in Religio, 15 (1939), pp. 119-23. Livario Oliger
CLARET, Antonio Maria, beato. - Fondatore della Congregazione dei missionari Figli del Cuore Immacolato di Maria (v.), n. a Sallent (Barcellona) il 24 dic. 1807. Avendo studiato a Vich ed ordinatosi prete a Solsona, venne a Roma nel 1840 per dedicarsi alle missioni sotto gli auspici della S. Congregazione di Propaganda Fide. Tornato in Spagna dopo una breve permanenza nella Compagnia di Gesù, si consacrò con zelo apostolico alla predicazione e alla riforma dei costumi. Nel 1849 con altri cinque sacerdoti fondò nel seminario di Vich la detta Congregazione di missionari, di cui ottenne l'approvazione apostolica nel 1860 e, sei anni dopo, quella delle sue costituzioni.
Nello stesso anno (1849) fu nominato arcivescovo di Cuba, sede che governò fino al 1857 , quando venne chiamato a Madrid come confessore della regina Isabella II. Questa importante e spinosa carica non gl'impedi di esercitare un meraviglioso apostolato con la parola e con la penna, fondando la famosa «Libreria religiosa e aiutando altri fondatori di istituti religiosi e di pie società. Cacciata la regina Isabella dal trono nel 1868, dovette seguirla nell'esilio. L'anno seguente a Roma partecipò attivamente al Concilio Vaticano. Morl poco dopo nel monastero cistercense di Fontfroide (Francia). Fu beatificato da Pio XI nel 1934. E prossima la sua causa di canonizzazione. Il suo corpo si venera nella Casa madre di Vich.
Bibl.: Autobiografia del ven. p. A. M. C., Madrid 1915; G. Blanch, Vita del b. A. M. C., Roma 1934; P. Zabala, El padre C., Barcellona 1936.
Giuseppe M. Posi y Marti
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CLARETIANI : v. MISIONARI FIGLI DEL CUORE IMMACOLATO DI MARIA.
CLARI, Giovanni Carlo Maria. - Musicista, n. a Pisa il 27 nov. 1677, m. ivi il 16 maggio 1754. Studio dapprima con il padre Giovanni Antonio (maestro di cappella della cattedrale di Pistoia) e poi con G. P. Colonna a Bologna. Fu maestro di cappella nella cattedrale a Pistoia (dal 1720) e a Pisa (dal 1736 alla morte).
Compose 11 oratori fra cui Adamo (1723), S. Cecilia (1711), La difesa della Veritd e dell'Innocenza (1715), Ester (1715), S. Francesco (1728), L'innocenza difesa in Susanna, La morte di Saul, S. Nicolò (1716), S. Stefano, e molta musica da chiesa: messe (anche a 8 voci), I Requiem, graduali, salmi, vesqui, 7 inni a 4 voci, Pange lingua, a Te Deum, I Stabat Mater a 4 voci con violini e viole (1744), Lamentationi de Giovedi Santo (soprano), responsori, mottetti, ecc., contenuti, per la quasi totalità, in manoscritti delle biblioteche di Bologna, Milano, Pisa, Pistoia, Berlino, Cambridge, Londra, Regensburg, Vienna. Un' Ave maris stella a 4 voci con strumenti fu ristampata dal Pecchini a Pisa nel 1931.
Luisa Cervelli
CLARIO, Isidoro. - Vescovo, esegeta ed oratore, n. a Chiari (Brescia) nel 1495 e m. a Foligno il 28 maggio 1555 . Il suo nome era Taddeo Cucchi : fu chiamato Clarius dal nome latinizzato del suo paese natio; Isidoro è il nome di professione religiosa. C. divenne monaco benedettino in S. Giovanni di Parma il 24 giugno 1517; fu abate di S. Giacomo di Pontida e quindi di S. Maria di Cesena. Partecipò al Concilio di Trento. Fatto vescovo di Foligno da Paolo III, C. si fece promotore di sagge riforme, riguardanti anche gli studi. Scrisse moltissimo e quasi unicamente intorno alla Bibbia.
L'opera sua più importante fu la Vulgata editio Novi et Veteris Testamenti ecc., Venezia 1541-42, in cui si propose di vagliare e di perfezionare l'edizione ordinaria della Bibbia, confrontandola con i testi originali e con codici antichi. Dal lato critico il lavoro fu giudicato diversamente né mancarono aspre censure per la sua dipendenza da Sebastiano Münster. La Vulgata editio, che fu ristampata dai protestanti nei Critici sacri (v.; Londra 1660), attirò sull'autore una condanna ecclesiastica a causa della prefazione e dei prolegomena, giudicati troppo servili verso la critica ereticale. In una seconda edizione (postuma) con il titolo Bibbia sacrosancta ecc. (Venezia 1557-64), vennero corretti i punti censurabili.
Altre opere di C. : Adhortatio ad concordiam (Milano 1450); In Cantica Conticorum scholia ecc. (Venezia 1544) In Evangelium secundum Lucam orationes 54 (ivi 1565); In sermonem Domini in monte habitum secundum Matthaeum orationes 69 (ivi 1566); Orationum quas extraordinarias appellant libri 2 (ivi 1567); Epistolae (Modena 1705); ecc.
Bibl.: R. Simon, Histoire critique du N. T., Rotterdam 1685, pp. 320-443; B. Heurtebise, s. v. in DB, II, coll. 793-94; F. Lauchert, Die italien. liter. Gegner Luthers, Friburgo in Br. 1912, pp. 443-51.
Angelo Penna
CLARISSE. - Nome del Second'ordine fondato da a. Francesco d'Assisi con s. Chiara d'Assisi nel 1212 e, all'inizio, propagato specialmente dal card. Ugolino (Gregorio IX). Astraendo dalla primitiva Formula vitae (non conservata) data da s. Francesco a s. Chiara e alle sue prime discepole, le Regole seguite nel sec. xili delle C. furono quattro, di cui due ( 3^{2} e 4^{2} ) sono tuttora in vigore.
La 1^{2}, composta ca. il 1219 dal card. Ugolino, è intitolata (per il divieto del IV Concilio Lateranense di fare nuove regole) a s. Benedetto, senza importare la sua osservanza, come espressamente dichiarò Innocenzo IV a s. Agnese di Praga. Questa fictio iuris durò fino al 1247, quando Innocenzo IV, pubblicando la 2^{2} Regola, sostituì al nome di s. Benedetto quello di s. Francesco. La 3^{2} Regola è dovuta a s. Chiara. Preoccupata da certe mitigazioni introdotte dalla 2^{2} Regola, essa insisté sull'altissima
povertà, sul silenzio e il digiuno. Fu approvata da Innocenzo IV il 9 ag. 1253. Urbano IV nel 1263 diede la 4^{2} Regola, in cui si parla la prima volta di Ordine di S. Chiara, e si concedono possessi in comune. Le C. che l'osservano sono dette Urbaniste.
Per il regime pratico alcuni generali dell'Ordine francescano e vari cardinali protettori dei secc. xili-xiv diedero delle norme speciali raccolte dal p. Baghetti in Arch. franc. hist., 13 (1920), pp. 89-135. Oltre la povertà (assoluta per le seguaci della 3^{2} Regola) è caratteristica fin da principio la stretta clausura, estesa nel 1298 da Bonifacio VIII a tutte le suore.
Benché di altra origine, si possono considerare C. anche le Sorores Minores inclusae, istituite dalla b. Isabella di Francia, sorella di s. Ludovico IX, la cui Regola fu approvata da Alessandro IV nel 1259 e, in una seconda redazione, da Urbano IV nel 1263. Essa fu osservata a Longchamps (Parigi), a Roma (S. Silvestro in Capite e S. Lorenzo in Panisperna durante il medioevo) e in quattro monasteri d'Inghilterra fino al 1539. Oggi non è più in uso.
Avendo l'Ordine delle C. nel sec. xiv subito l'influsso deleterio del tempo, s. Coletta si mise a riformare l'Ordine nella prima metà del sec. xv. Base della riforma furono la Regola del 1253 e le costituzioni speciali redette dal generale dell'Ordine francescano Guglielmo da Casale (1434) e approvate da Pio II nel 1458. Le Colettane fioriscono ancora oggi.
Nel sec. xxi per opera di Maria Longo a Napoli sorse la riforma delle C. cappuccine, che si propagò poi in altri paesi. Esse osservano la Regola ( 3^{2} ) di s. Chiara, le costituzioni di s. Coletta e alcuni usi ricevuti dai Cappuccini. Le C. concessionisist fondate dalla b. Beatrice Silva (m. ca. il 1490), sebbene dette nelle prime bolle papali dell'Ordine di S. Chiara, hanno una regola tutta propria, approvata da Giulio II nel 1511, e formano un Ordine a sé, in stretta relazione con l'Ordine dei frati Minori. Sono numerose specialmente in Spagna. Varie altre diramazioni esistono, come le C. missionarie del S. 200 Sacramento (Bertinoro), le Povere C. dell'Immacolato Concezione (Stati Uniti, Brasile), ecc.
L'Ordine delle C. è un Ordine contemplativo, ma con l'andar del tempo vari monasteri si sono adattati alle necessità dei tempi e dei luoghi specialmente dal sec. xix in poi. Cosl le C. di Faenza hanno una scuola superiore per signorine, come pure dirigono scuole le C. di Ratisbona e di Riedenburg in Baviera, mentre in Irlanda vari monasteri, oltre le scuole, dirigono anche orfanotrofi femminili, laboratori ed altre opere sociali. Queste sono però eccezioni.
Le C. si propagarono celermente. Nel 1228 esistevano già 24 monasteri, enumerati in una lettera del cardinale protettore Rainaldo (Alessandro IV). Erano tutti in Italia, ma presto si trovano anche in altri paesi. In Spagna le prime fondazioni sono a Zamora (1229 ?), Pamplona (1230), Barcellona e Plasencia (1233); in Francia a Reims (1237) e Bordeaux (1246); in Boemia, per opera della b. Agnese di Boemia (v.), a Praga; in Germania a Ulma (1237) trasferite nel 1258 a Söflingen. Alla fine del Settecento esistevano moltissimi monasteri in tutti i paesi cattolici, ma il giusoppinismo, la Rivoluzione Francese, la secolarizzazione in Germania, la soppressione napoleonica in Italia, li ridussero assai. Dalla seconda metà del sec. xix risorsero numerosi e si propagarono anche nell'America del nord. mentre nell'America del sud e nell'America centrale ve n'erano già sotto il dominio spagnolo. Nel 1932 le C. contavano 630 monasteri, di cui 137 in Italia, 281 in Spagna, 48 in Francia, 37 nel Belgio, 4 in Olanda, 11 in Germania, 16 in Inghilterra, 10 in Irlanda, ecc. con quasi 13000 religiose.
Per costituzione originaria e per il diritto vigente (can. 500 § 2) godono i privilegi di esenzione, ma praticamente in gran parte sono sotto la giurisdizione dei vescovi diocesani, mentre alcuni monasteri dipendono dall'Ordine dei frati Minori.
Le C. hanno avuto un gran numero di personaggi illustri per nobilità di casato (oltre 150 principesse), per for-
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Clarisse - Refettorio del convento di S. Damiano (sec. xiII) - Assisi.
tezza di carattere, ad es., Caritas Pirckheimer, che a Norimberga resistette vittoriosamente ai protestanti, e le C. di Ginevra (1534), ma specialmente per santità di vita, come le ss. Agnese, sorella di s. Chiara, Elisabetta del Portogallo, Coletta, Caterina da Bologna, Veronica Giuliani, le bb. Elena Enselmini, Agnese di Praga, Isabella di Francia, Margherita Colonna, Filippa Mareri, Battista Varani, Ludovica di Savoia, Margherita di Lorena a tante altre. - Vedi Tav. CXII.
BibL.: Bullarium Franciscanum, I-VII, Roma 1897-1904, e nuova serie, I-III, ivi 1729-1904; Wadding, Annales, 29 voll.; Seraphicae Legis/ationis textus originales, ivi 1897. Sulle varie regole: Anon.. L'antico vulgariocumento della Regola di s. Chiara. [Verona] 1860; E. Lempp, Die Anfänge des Clarissenordens, in Zeitschrift für Kirchengeschichte, 13 (1892), pp. 181242; L. Lemmon, Die Anfänge des Clarissenordens, in Römische Quartalschrift, 16 (1902), pp. 93-124; R. de Nantes, Les origines de l'Ordre de Ste Clare, in Etudes franciscaines, 28 (1912), pp. 105185; L. Oligcr, De origine regolarum Ordinis S. Claros, in Arch. franc. hist., 5 (1912), pp. 181-209, 413-47; E. Gilliat-Smith, S. Clare of Assisi : Her Life and Legislation, Londra 1914, pp. 115305; L. Zarncke, Der Anteil des Kardinals Ugolino an der Ausbildung der drei Orden des hl. Franz., Lipsia 1930, pp. 26-27. Sulla propagazione: E. Wauer, Entstehung und Ausbreitung des Klarissenordens, ivi 1906; A. F. C. Bourdillon, The Order of Miuorettes in England, Manchester 1926; G. Daval, Les Clarisses, Parigi 1924; Th. Concannon, The Poor Clares in Ireland (1629-1929), Dublino 1929; J. Ancellet-Hustache, Les Clarisses, ivi 1929; [J. Poy y Marti], Conspectus trium Ordinum S. Franciscui, Roma 1929; Anon.. Elenchus monasteriorum Ordinis S. Claros, ivi 1942.
Livario Oligos
CLARKE, Richard Frederick. - Scrittore gesuita inglese, n. a Londra il 24 genn. 1839, m. a York il 10 sett. 1900. Dopo buoni studi a Oxford, era stato ordinato ministro nella Chiesa anglicana; si fece poi ricevere, nel 1869, nella Chiesa cattolica e due anni più tardi nel noviziato della Compagnia di Gesù a Roehampton. Ordinato sacerdote nel 1878, diresse dal 1882 al 1893 la rivista The Month e affermò in questo periodo le sue qualità di scrittore, predicatore (specialmente di esercizi spirituali) e direttore spirituale.
Per la serie dei Manuals of Catholic Philosophy scrisse
allora il volume Logic (Londra 1889, ristampato nel 1933), uno dei migliori. Rettore due anni a Londra (Wimbledon College), passò poi a Oxford (1895) dove divenne superiore della nuova casa per gli studenti ecclesiastici (Campion Hall) : l'antico ecfordman vi esercitò un grande influsso. Oltre molti articoli di riviste, scrisse per la famosa Catholic Truth Society vari libretti assai stimati.
BibL.: J. Rickaby, In memoriam. Father R. F. C., in The Month, 96 (1900), pp. 337-44; A. Bellesheim, C., Concertit, Ordensmann und Schriftsteller, in Der Katholik, 3ª serie, 23 (1901), pp. 11-22.
Edmondo Lamalle
CLARKE, Samuel. - Teologo e filosofo anglicano, n. a Norwich l'1 I ott. 1675, m. a Londra il 17 maggio 1729. I suoi scritti furono editi da Hoadly, The Works of S. Clarke, 4 voll. in-fol. (Londra 1738 sgg.). Ministro anglicano, C. reputò sua missione ricondurre la Chiesa d'Inghilterra all'austerità dei primi tempi del cristianesimo e a questo fine pubblicò varie opere che, con la fama, gli procurarono l'invito a tenere nel 1704-1705 le Boyle Lectures a S. Paolo in Londra.
Nel 1704 trattò dell'esistenza e degli attributi di Dio (A discourse concerning the Being and Attributes of God [Works, II]); nel 1705 svolse il suo tema preferito: le obbligazioni della legge naturale e la certezza della religione rivelata (The obligations of natural religion, and the truth and certainty of the Christian Revelation [ibid.]). Nel 1712 pubblicò Scripture doctrine of the Trinity (Works, IV). Questo scritto, che suscitò grande scalpore in Inghilterra e procurò un processo al C., sostiene una tale subordinazione della Seconda e Terza persona della S.ma Trinità nei riguardi del Padre che a questo soltanto converrebbe il nome di Dio. Notevole risonanza ebbe pure la corrispondenza di C. con Leibniz (ibid., p. 575 sgg.), in cui difende tra l'altro il concetto newtoniano del concorso e della provvidenza divina contro l'armonia prestabilita del filosofo tedesco.
BibL.: R. Zimmermann, C.'s Leben und Lehre, Vienna 1870; J. E. Le Rossignol, The ethical philosophy of S. C., Lipsia 1892; G. V. Leroy, Die philus. Probleme in d. Briefwechsel zwi-
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schen Leibniz und C., Giessen 1893; G. Capone Braga, Il problema del fondamento dell'etica, Firenze 1945, p. 129 sgg.
Felicissimo Tinivella
CLASIO, LUIGI: v. FIACCHI, LUIGI.
CLASSI. - L'identità delle posizioni sociali, delle professioni e delle attività svolte nella collettività, in confronto con la diversità delle attitudini, dell'educazione e delle condizioni economiche, spingono i cittadini a formare dei gruppi distinti, creando tra quelli del medesimo gruppo più stretti legami, sia per la tendenza innata in ogni uomo ad associarsi con quelli a lui più simili, sia per la necessità di provvedere più efficacemente nell'unione delle forze alle esigenze individuali. Il fenomeno presenta tuttavia caratteristiche e nomi diversi, secondo che il motivo per cui i cittadini sono spinti a riunirsi risponde ad esigenze d'ordine prevalentemente civile, militare, religioso, ovvero economico.
Nell'antichità e nel medioevo, ed anche oggi presso alcuni popoli meno evoluti, le società appare divisa in "ceti", "stati" o "caste", che hanno origine da motivi di nascita (patriziato, nobiltà, caste guerriere) o di religione (sato sacerdotale, clero), mentre le considerazioni economiche conservano un'importanza del tutto secondaria. Al contrario, specialmente nei periodi moderno e contemporaneo, grazie al progresso economico, la difesa degl'interessi individuali prende senz'altro il sopravvento sugli altri motivi, dando luogo alle corporazioni d'arti e mestieri e, dopo la rivoluzione industriale, alle c., nel senso specifico con cui la parola è oggi adoperata: le c., a differenza delle corporazioni, riuniscono strettamente insieme non solo i cittadini che occupano nella società posizioni economicamente privilegiate (borghesia capitalistica), ma anche quelli che si trovano in posizioni inferiori (proletariato), facendo sorgere ugualmente negli uni e negli altri una "coscienza di c.", ossia una profonda consapevolezza dei propri interessi di categoria e della necessità di difenderli con un'azione fortemente solidale. Inoltre le c. tendono ad agire non più nel solo campo economico, come le corporazioni, ma anche nel campo politico, per impossessarsi del pubblico potere, allo scopo di imporsi in maniera decisiva sulla c. avversaria.
I. Dottrina socialista. - Il concetto di c., come espressione di una solidarietà di puri interessi materiali omogenei, in contrasto con gl'interessi di altri gruppi concorrenti, è proprio delle moderne dottrine socialiste, prese in un significato generico, che ripongono nel fattore economico l'elemento determinante dei rapporti sociali e della loro evoluzione nel corso dei secoli. Tale concetto fu diversamente elaborato dalle varie correnti del socialismo, tra le quali va particolarmente ricordata la teoria marxista, che lo intese in un senso assolutamente materialistico (materialismo storico), portandolo alle sue estreme conseguenze politiche ed economiche. Per essa i rapporti sociali sono totalmente ed esclusivamente dominati dal fattore economico e si evolvono a causa di un insanabile e brutale conflitto tra le categorie dei proprietari dei mezzi di produzione e dei semplici lavoratori. Il conflitto attraverserebbe fasi diverse, assumendo diverse manifestazioni nelle varie epoche della storia, a seconda della struttura della vita economica, e passando dall'una all'altra in forza di un determinismo evoluzionistico immanente nella vita sociale, per trasformarsi nella presente società capitalistica in "lotta di c. n. Questa lotta però è destinata a finire in una società nuova, che, secondo Marx, dovrà fatalmente succedere alla, società capitalistica. Nella società dell'avvenire, soppressa la proprietà privata dei mezzi di produzione e attribuita allo Stato, saranno eliminate anche le c. e con esse i conflitti e le disuguaglianze sociali tra i cittadini, divenuti tutti lavoratori. Frattanto, strettamente uniti tra loro sul piano nazionale ed internazionale, i lavoratori di tutto il mondo dovranno far uso dell'azione violenta e rivoluzionaria, diretta ad espropriare la c. detentrice della ricchezza e ad assicurare la vittoria della loro c., conquistando temporaneamente il potere politico (dittatura del proleta-
riato), allo scopo di accelerare il processo dinamico dell'umanità verso una società senza c.
II. Dottrina cattolica. - La dottrina cattolica riconosce come naturali e necessarie le ineguaglianze sociali, giacché "non tutti posseggono lo stesso ingegno, la stessa solerzia; non la sanità, non le forze in pari grado; e da queste inevitabili differenze nasce necessariamente la differenza delle condizioni sociali" (Leone XIII, nell'enc. Rerum novarum, n. 9). Il sorgere e il costituirsi delle c. non è quindi un momento del divenire sociale, come vorrebbe la tesi socialista e in particolare il marxismo, che pretende livellere le posizioni sociali dei cittadini, ma in realtà non può che sostituire altre ineguaglianze ed altre c. a quelle soppresse nella società capitalistica. Le c. sono al contrario effetto delle differenze individuali, che in parte le esigenze storiche, in parte e più le attitudini naturali stabiliscono tra gli uomini, anche a vantaggio della società, la cui vita esige appunto diverse capacità e servizi. L'opposizione tra la concezione cattolica e la concezione socialista non riguarda soltanto l'origine delle c., ma anche il loro fine e la posizione che l'individuo occupa nella c. Il fine per cui i cittadini si organizzano in c. è di promuovere mediante l'unione delle forze il proprio sviluppo personale e di tutelare dinanzi allo Stato e alle altre c. ogni legittimo diritto della persona. Non si tratta quindi di affermare i soli interessi economici contro altri interessi, ma di procurare efficacemente tutto ciò che conduce al perfezionamento dell'uomo e che non potrebbe essere conseguito convenientemente dal cittadino isolato. Né può l'individuo essere subordinato alla c., quasi a qualcosa avente in se stessa la propria ragione di essere, ma la c. deve essere subordinata all'individuo, che nell'ordine sociale possiede esclusivamente un valore assoluto. L'opposizione tra le due concezioni si estende anche ai mutui rapporti tra le c. e tra queste e la collettività e lo Stato che giuridicamente la rappresenta. Le c. sono legate tra loro con vincoli di complementarietà e di vicendevole dipendenza. Parlando segnatamente dei proprietari dei mezzi di produzione e dei lavoratori, Leone XIII osservava che "l'uno ha bisogno dell'altro; né il capitale senza il lavoro, né il lavoro può stare senza il capitale" (ibid.). Per conseguenza non la subordinazione, né tanto meno la discordia e la lotta devono regnare tra le c., ma la coordinazione, l'armonia e la collaborazione, come tra le membra dello stesso corpo sociale, nel rispetto degli altrui diritti e nel compimento dei propri doveri. La Chiesa perciò, nel condannare la supremazia economia e politica della c. capitalistica a danno della c. lavoratrice, respinge la rivoluzione sociale come mezzo nelle mani di quest'ultima per rivendicare i propri diritti, instaurando una supremazia del lavoro a danno dei possessori dei beni produttivi. Entrambe infatti sono oppressive e contrarie ai principi della giustizia sociale. Qualora poi tutto il capitale fosse attribuito allo Stato, si avrebbe l'annullamento completo della dignità della persona umana, sotto il peso di una dittatura senza confronti con qualsiasi altra supremazia di privati cittadini o di categorie.
Al posto di una rivoluzione distruggitrice di valori materiali e morali, la Chiesa propugna una "evoluzione progressiva e prudente, coraggiosa e consentanea alla natura, illuminata e guidata dalle sante norme cristiane di giustizia e di equità" (Fio XII, nel discorso agli operai sulla Pace nel mondo e collaborazione delle c.), che apra alle categorie del lavoro il cammino per acquistare one-
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stamente la loro parte di responsabilità nella direzione economica e politica della vita nazionale. Compito dello Stato, secondo la dottrina cattolica, è di conservare nella collettività una situazione di pace sociale fondata sulla giustizia. A tale scopo lo Stato avrà cura di sostenere i diritti di tutte le c., proteggendo particolarmente quello inferiori ed economicamente più deboli, affinché la diversità delle posizioni sociali e delle professioni non porti ad altre ingiustificate ineguaglianze, soprattutto economiche, tra i cittadini. La diversità delle posizioni sociali non implica infatti una pari diversità nei diritti civili (democrazia), per cui in una società bene ordinata a tutti i cittadini indistintamente deve essere permesso di godere dei vantaggi della vita associata e devono essere offerte a quelli delle c. inferiori reali possibilità di migliorare le proprie condizioni economiche e sociali. Le c. infine, qualunque esse siano, sono tenute a provvedere stabilmente al bene comune della collettività, sia procurando la loro mutua collaborazione, sia superando i propri particolari interessi, che eventualmente si rivelassero contrastanti con gl'interessi più alti dell'organismo sociale, al quale esse appartengono e in cui agiscono in funzione di organi parziali. A tal fine si richiede pertanto che la stessa costituzione interna, i rapporti scambievoli e l'azione delle c. siano disciplinati da opportuni provvedimenti legislativi. Le c. si organizzano "su basi legittime, allorché esse tendono all'unione con le altre c. I loro fini particolari di fatto non stanno al posto supremo della gerarchia naturale dei fini sociali. Con queste riserve l'organizzazione cristiana delle varie c. sociali può tendere ai fini legittimi di aiuto scambievole, di collaborazione, d'assistenza, d'apostolato" (Codice sociale di Malines, Roma 1943, n. 169).
Pertanto, pur senza essere "classista ", la dottrina sociale della Chiesa ha una concezione "pluralistica" della vita sociale, nel senso che ammette la legittimità e l'opportunità di gruppi eterogenei aventi una loro autonomia e una propria attività nel complesso sociale; tale concezione tuttavia è nello stesso tempo "organica", in quanto riunisce ed associa i diversi gruppi nella comune subordinazione al bene della società, dalla vitalità e dal benessere della quale trarranno vantaggi tanto maggiori quanto più solidale ed armonica sarà l'azione che essi espliciteranno nel contribuirvi.
BibL.: Ch. Antoine, Cours d'économie sociale, 3^{2} ed., Parigi 1921; G. Toniolo, Trattato di economia sociale. Introduzione, 3ª ed., Firenze 1944; G. Particone, Storia del socialismo, Roma 1945; Autori vari, Per la comunità cristiana, ivi 1945; Le encicliche sociali dei Papi, a cura di I. Giordani, 3^{2} ed., ivi 1948; G. Gundlach, Klanz, in Staatslexikon, III, coll. 383-92; id., Klanzokampf, ibid., coll. 394-99.
Alberto De Marco
CLASSICI PAGANI, questione dei. - E il problema dell'opportunità e della liceità dell'uso dei c. p. nel cristianesimo.
Sommario: I. Nei primi tempi della Chiesa. - II. Nel Rinascimento. - III. Nel sec. xvir. - IV. Nel sec. xix.
I. Nei primi tempi della Chiesa. - Fin dai primi tempi i cristiani si posero la domanda, fino a qual punto si potesse conciliare la loro vita culturale e morale, cosi opposta al paganesimo, in mezzo a cui vivevano, con la lettura, lo studio e l'imitazione dei classici latini e greci. Le risposte furono varie e la questione s'arroventò parecchio prendendo la tinta di una battaglia aspra e forte.
Non si può negare che, sia in Oriente che in Occidente, moltissimi cristiani (si mòx̌xoi ypartcexóv, dice s. Gregorio di Nazianzo, In laudem finalii magni: PG 36, 508) si dichiaravano paghi della loro sola fede e del loro libro, la Bibbia; e pensavano che si doveva fare a meno, indiscriminatamente, di tutta l'eredità letteraria dei classici di Grecia e di Roma. Anche in molti monasteri, i religiosi, intenti soprattutto al problema della salvezza dell'anima, deprecavano le opere degli scrittori pagani come fatali al loro compito (cf. Cassiano, Collat., XIV, 12-13: PL 49, 974; e il detto arguto di s. Girolamo, Contra Vigilantium: PL 23, 367: «Monachus... non doctoris habes sed plangentis officium»). La propaganda di questo
stato d'animo era forte ed appoggiata anche da molti scrittori ecclesiastici (ad es., Tertulliano, De spectac., 18: PL 1, 650; De anima, 3: PL 2, 651; Teofilo di Antiochia, Ad Autolycum, I, 2: PG 6, 1025), presso alcuni dei quali la denigrazione della cultura classica si fece sistematica (ad es., Taziano, Oratio adversus Graecos, 1-3: PG, 6, 803-11; Ermia, Irrisio philosophorum qui extra sunt: PG 6, 1169-80). Contro questa intransigenza fanatica dovettero difendersi Clemente di Alessandria (Strom., I, 1, 11-14 e VI, 11: PG 8, 693-92 e 9, 304317), s. Girolamo (Epist., 70: PL 22, 664-68), s. Gregorio di Nazianzo (PG, loc. cit.) Sinesio di Cirene (Epist., 153: PG 66, 1553) e Socrate (Hist. eccl., III, 16: PG 67,420 ).
La diffidenza contro la cultura classica era in parte fondata: tutto intorno, il circo, il teatro, le feste, le istituzioni, ogni attività pubblica e privata, collettiva e individuale, richiamava l'idolatria e trasudava sensualità. E questo naturalmente si rifletteva nella letteratura con le sue narrazioni immorali, accarezzanti ogni compiacenza, anche la più turpe; con la sua filosofia atea e dissolvitrice; e attraverso l'incanto dello stile e delle immagini filtrava nelle anime il suo veleno micidiale. Basta ricordare Agostino in lacrime leggendo in Virgilio gl'infelici amori di Enea e Didone (Confess., I, 13); e che cerca di trattenere l'amico Licenzio dal descrivere le vicende di Piramo e Tisbe (De ordine, I, 3-8: PL 32, 977979) o s. Paolino di Nola, che tenta di stimolare alla conversione il poeta Giovio, sempre incerto e titubante perché irretito dall'amore alla poesia classica (Epist., 16, 6: PL 61, 227-34) o s. Girolamo che descrive alla vergine Eustochio il suo rimorso perché, pur immerso nel digiuno e nella penitenza, si sentiva attratto dalla lettura di Cicerone e Plauto, e il tremendo giudizio subito in sogno, in cui si sentì rinfacciare: "Tu sei ciceroniano e non cristiano" (Epist., 22, 32: PL 22, 416-17). Gli accenni si potrebbero facilmente moltiplicare; ma essi, mentre dicono la penosa tragedia di tanti cristiani, in quei primi secoli, manifestano pure che i più dotti e istruiti non si sentivano di rinunciare a quanto avevano studiato da fanclulli e al fascino di una cultura così grandiosa ed efficace, com'era quella latina e greca, pagane. Quindi, se da principio questi "spiriti magni", nel difendersi dalla intransigenza esagerata dei più, parlavano titubanti e cercavano ragioni non letterarie, ma di utilità pratica e di seryizio per una migliore intelligenza della S. Scrittura, al IV sec. parlarono più liberamente, insistettero su quanto di utile, non solo, ma anche di bello e di letterario si poteva raccogliere dagli scrittori antichi. Tanto più che di fronte alla derisione, all'ironia e al sarcasmo dei pagani, che ai cristiani rimproveravano l'illetterarietà e la "barbarie" dello stile biblico nelle versioni greca e latina, capivano come a voler far fronte ad essi, bisognava combattere ad armi pari e perciò presentare loro non solo la verità, ma anche la bellezza superiore della dottrina cristiana, esponendola secondo l'arte dell'eloquenza, il rigore della filosofia, la perfezione di una forma letteraria.
La ragione dovette parere chiara, perché lo stesso Tertulliano, così intransigente, esce a dire: "Litteras necessarias confitebor et commerciis rerum et nostris erga Deum studiis" (De cor., 8: PL 2, 87). Cosi Clemente di Alessandria difende lo studio dei classici e dei loro metodi (cf. P. Camelot, Les idées de Clément d'Al. sur l'utilisation des sciences et de la littérature profane, in Recherches de science religieuse, 21 [1931], pp. 38-66; cf. pure ibid., pp. 541-
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569); s. Basilio scrive il celebre opuscolo falsamente collocato tra i sermoni (PG 31, 563-90) sul modo di trarre profitto dagli autori profani (v. basilio, santo, 8 IV); s. Ambrogio scrive il De officiis ministrorum, ricalcando fedelmente il De officiis di Cicerone; s. Girolamo a Rufino, che lo rimproverava di spergiuro e di sacrilegio per non mantenere il proposito fatto nel famoso sogno, di non occuparsi più dei classici, risponde che le necessità dell'apologia richiedevano diversamente (Apol. contra Rufinum, I, 30: PL 23, 441); s. Agostino nel De ordine (II, 8 sgg. : PL 32, 1006 sgg.) e nel De doctrina christiana (II e III : PL 34, 35-90) giunge alle stesse conclusioni (cf. H. I. Marrou, St Augustin et la fin de la culture antique, Parigi 1939).
Il problema, sull'autorità soprattutto di Ambrogio, Girolamo e Agostino, era dunque risolto e la cultura antica fu salva; anzi, sarà appunto proprio la Chiesa, per mezzo specialmente dei monaci trascrittori di codici, a salvare i testi degli antichi scrittori, durante l'epoca della invasione dei barbari; a diffonderli per tutta l'Europa, a mantenerne e a raccomandarne l'uso nelle scuole; basta citare i nomi di Cassiodoro, di Alcuino, di Rabano Mauro, di Gerberto, di Gersone (cf. Daniel, pp. 56-178; de Labriolle, op. cit., pp. 37-41).
II. Nel Rinascimento. - La questione dell'uso dei c. p. risorge molto viva a Firenze, nei secc. xiv e xv, dove lo studio degli antichi autori fioriva in pieno vigore. Ciò prese a turbare alcuni, che vi presentivano un pericolo per la fede, la morale, l'integrità della dottrina, una deviazione della sana filosofia cristiana, un qualcosa, insomma, che poteva essere fatale alla retta concezione del mondo, della storia, della persona umana. E il pericolo pareva tanto più grave, in quanto gli umanisti devoti e credenti non erano scarsi.
Donde la battaglia, cominciata da fra' Giovanni di S. Sfûnioto, camaldolese, affiancata da altri antiumanisti minori, e specialmente da una parte dei religiosi dei diversi conventi. Ma la mano più agguerrita fu quella del domenicano b. Giovanni Dominici, poi cardinale. Già nella Regola del governo di cura familiare era insorto con una certa passionalità contro la tendenza che più insegnava a conoscere Giove e Saturno, Venere e Cibele, che non Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, che avvelenava con sacrificio alle false divinità gli animi delicati e tuttora senza vigoria, che allevava nel senso della miscredenza la natura spostata della verità. Ma più forte fu la sua voce nell'opera Lucula noctis (edita integralmente a Parigi solo nel 1908 dal domenicano R. Coulon), dedicata a Coluccio Salutati per convincerlo a non lasciarsi allettare dall'antichità classica. A ragioni che, mettendo in guardia da pericoli, sono buone, si affiancano argomenti esagerati, infondati, talora contraddittori; come, ad es., la frase: "utilius est christianis terram arare quam gentilium intendere libris». Per questo gli avversari ebbero buon gioco e la causa dell'umanesimo acquistò di valore e di zelo. Perché le aberrazioni, che si notavano, non erano caginate dal rinnovato studio dell'antichità in sé, ma dall'abuso