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lo inferiore. La loro larghezza variava secondo i casi, perché, almeno nei tempi primitivi, era regolata da prescrizioni rigorose.

Molto stretti nelle tuniche della gioventù, i c. portati dagli adulti si distinguevano in clavus laius ( π λ α τ \dot{α}- π γ κ ° ς ), privilegio dell'imperatore e dell'ordine senatorio, ed in clavus angustus ( σ τ ε v δ σ η κ ° ς ), riservato all'ordine equestre. Come dimostrano numerosi dipinti, in cui il c. orna indistintamente la tunica di ogni genere di persone, tale distinzione di rango, fin dal i sec. d. C. aveva perduto molto del suo rigore originale, a meno che non si debba mettere simile libertà sul conto degli artisti, prodivi ad usarlo come motivo ornementale.

La doppia denominazione era pure usata per indicare tanto la tunica stessa quanto la persona che la indossava.

Dal iv sec. in poi, specie nelle tuniche copte, i c. si trovano ornati ed interrotti in maniera che rimangono solo in alto ed in basso della tunica.

Biel.: Wilpert, Pitture, p. 88; L. M. Wilson, The clothing of the ancient Romans, Baltimora 1938. Luciano De Bruyne

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CLAVIJERO, Francisco-Javier. - Gesuita messicano, n. a Veracruz nel 1731, ed entrato in noviziato nel 1748, insegnò retorica a Messico e filosofia a Valladolid e Guadalajara. Esiliato nel 1767 con gli altri gesuiti dei domini spagnoli, e deportato in Italia, passò gli ultimi 20 anni a Bologna e poi a Ferrara, dove fondò un'accademia, dedicandosi allo studio delle antichità messicane. Morì a Bologna, il 12 apr. 1787. Nel 1949 ne sono stati identificati i resti, che verranno sepolti nel Pantheon nazionale del Messico (cf. Societas, 4 [1949], pp. 148-49).

La sua opera principale è la Storia antica del Messico (4 voll., Cesena 1780-81), che ebbe 14 edizioni, delle quali 9 in traduzione spagnola, 4 in inglese ed una in tedesco. Il testo spagnolo originale fu pubblicato solo di recente per cura del p. M. Cuevas: Historia antigua de México (4 voll., Città di Messico 1945). Il p. G. B. Colones pubblicò un Compendio della storia messicana dell'abate C. (Bologna 1781); vi hanno speciale interesse, benché di una critica non sempre serena, la parte cinografica e la storia della conquista del Messico. La Storia della California (postuma, 2 voll., Venezia 1799), è principalmente la storia delle missioni gesuitiche di California. Tre opuscoli inediti del C. sono inclusi dal p. M. Cuevas nei suoi Tesoros documentales de México Siglo XVIII (Città di Messico 1944, pp. 311-98).

Bibl.: A. Moneiro, De sitiis aliquot Mexicanorum. III, Bologna 1792, pp. 28-78; Sommervogel, II, coll. 1209-12; Streit, Bibl., III, pp. 301-302 e passim; Ad. F. Bandelier, s. v. in Cath. Euc., IV, pp. 8-9; J. T. Medina, Noticias bisbibliográficas de las Jesuitas expulso de América en 1767, Santiago del Cile 1912, pp. 67-76; J. Uriarte e M. Lacina, Bibl. de escritores de la Conc. de Jesús... de España. II, Madrid 1923, pp. 245-48; D. Meyergoitia, Ambiente filosófico de la Nueva España. Città di Messico 1943, pp. 225-32.

Edmondo Lamalle
CLAVIO, ChristopH. - Celebre matematico gesuita, n. a Bamberga nel 1538, m. a Roma il 6 febbr. 1612. Entrato nella Compagnia a Roma nel 1555, fece gli studi a Coimbra nel Portogallo e tenne poi la cattedra di matematiche al collegio Romano quasi senza interruzione dal 1565 fino alla sua morte. Prese parte attiva alla preparazione della Ratio studiorum della Compagnia ed influì fortemente sullo sviluppo rigoglioso che presero allora le scienze matematiche nell'Ordine. Le sue opere, destinate principalmente all'insegnamento, contarono numerose ristampe: In sphaeram Ioannis de Sacro Basco commentarius (Roma 1570); Gnomomicae libri VIII (ivi 1581); Epitome arithmeticae practicae (ivi 1583); Astrolabium (ivi 1593); Computus ecclesiasticus (ivi 1597); Geometria practica (ivi 1604); Algebra (ivi 1608). La più rinomata, Euclidis elementorum libri X V (ivi 1574, con un libro XVI del C.) ebbe un largo influsso anche fuori d'Europa; fu tradotta, ad es., in cinese dal p. Matteo Ricci, già scolaro del C. Ne fu fatta una bella edizione d'insieme: Opera mathematica ( 5 voll. in-fol., Magonza 1612). C. si meritò il nome di "Euclide del sec. XVI", non per originalità di scoperte o di teorie, ma per il meraviglioso dono di sintesi con il quale chiarificò ed unificò tutto l'acquisto delle scienze matematiche al suo tempo. Fu anche un maestro incomparabile e rimase in corrispondenza scientifica non solo con i suoi antichi slunni, ma con i principali scienziati del suo tempo. Sono ben note le sue relazioni con il Galileo, di cui seguì ed appoggiò con benevolenza le prime scoperte.
C. fu uno dei principali collaboratori della riforma gregoriana del calendario ( 1577-82 ) e sembra che a lui se ne debba la redazione definitiva. Fu poi incaricato da Gregorio XIII e da Clemente VIII di spiegare il nuovo calendario e di diffonderlo contro
gli attacchi dei protestanti : Novi calendarii romani apologia adversus Michaelem Maestlinum (Roma 1588); Romani calendarii a Gregorio XIII P. M. restituti explicatio S. D. N. Clementis VIII P. M. iussu edita (ivi 1595); scrisse altre apologie contro lo Scaliger (ivi 1595 e 1609) e contro Giorgio Germano (ivi 1610). Manca ancora, sul C., la monografia che meriterebbe.

Bibl.: Sommervogel. II, coll. 1212-24; M. Cantor, Vorlesungen über Geschichte der Mathematik, II, Lipsia 1913, pp. 222 557; E. C. Phillips, The Correspondence of Fother Christopher Clavius S. I., preserved in the Archives of the Pont, Gregorian University, in Archicum historicum S. I., 8 (1939), pp. 193-222. Edmondo Lamalle
CLEMEN, Karl. - Protestante, storico delle religioni, n. a Sommerfeld (Lipsia) nel 1865, m. l'8 luglio 1940 a Bonn, dove era professore della sua disciplina.

Opere principali : Religionsgeschichtliche Erhlärung des Neuen Testaments (1909); Der Einfluss der Mysterienreligionen auf das älteste Christentum (1913) entrambe antisincretiste e antievoluzianiste, nei riguardi delle origini del cristianesimo; Fantes historiae religionum ex auctoribus graecis et latinis collecti (Berlino, dal 1920); ne sono usciti fino ad oggi 7 voll. dedicati alle religioni: I persiana, II egiziano, III germanica, IV slave, V celtica, VI primitive preindoeuropee e indoeuropee, VII indiana; di questi il C. ha curato il I, III e VI; Religionsgeschichte Europas (2 voll., 1926, 1932); Die Religionsder Erde (Alonaco 1927), a collaborazione collettiva (trad. franc. 1930); Urgeschichtliche Religion (2 voll., Bonn 1932); Die Religion der Etrusker (ivi 1932); Altgermanische Religionsgeschichte (ivi 1934). Nicola Turchi
CLÉMENGET, Charles. - Benedettino maurino, n. a Painblanc nel 1703, m. il 4 apr. 1778 a Parigi.

Collaborò alla Histoire littér. de la France (voll. X e XI), completò l'opera di dom Maur Dantine (o D'Antine), L'art de vérifier les dates (2 voll., Parigi 1750), e scrisse una Histoire génér. de Port Royal depuis la réforme del'abbaye jusqu'à son entière destruction (10 voll., Amsterdam 1753-57). Fu editore, con l'aiuto di suoi confratelli, delle opere di s. Gregorio Nazianzeno (Parigi 1778; riprodotte in PG 20 e 21). Lasciò numerosi scritti minori. Era filogianzenista.

Bibl.: R. P. Tassin, Hist. littér. de la Congréz. de St-Maur, Bruxelles 1770, p. 636 sgg.; Ch. de Lams, Bibliothe des écrivains de la Congréz. de St-Maur, Friburgo in Br. 1882, p. 196 sgg.; B. Jungmann, s. v. in Kirchenlex., III (1884), coll. 447-49; Hutter, V (1912), coll. 123-28. Benedetto Gioia
CLEMENS, Franz Jakob. - Teologo tedesco, n. a Coblenza il 4 ott. 1815 , m. a Roma il 24 febbr. 1862. Terminati gli studi, viaggiò per la Germania e l'Italia formandosi una buona cultura; dal 1843 al ' 56 fu libero docente nell'Università di Bonn, poi professore ordinario di teologia (sebbene laico) a Münster, dove fu molto ascoltato e apprezzato dagli alunni per il metodo, la profondità, la sicurezza della dottrina.

Ammalatosi, cercò ristoro nelle regioni dell'Europa meridionale, ma troppo presto si spense a Roma. Fu sepolto presso la tomba di S. Ignazio, degno veramente di riposare vicino all'apostolo dell'ortodossia, chi a suo favore aveva combattuto per tutta la vita, soprattutto nei limpidi scritti : Die speculative Theologie A. Günthers (Colonia 1833; serrata confutazione del sistema güntheriano, che provocò la risposta dei seguaci del Günther : Baltzer [v.], Knoodt). Il C. ribatté con brio nell'operetta: De scholasticorum sententia philosophiam esse ancillam theologiae (Münster 1836), ove sono delineati magistralmente i rapporti della filosofia con la teologia. A difesa della sua posizione sostenne poi una vivace polemica con Kuhn (v). Uomo di santa vita, favorl la diffusione delle Conferenze di S. Vincenzo.

Bibl.: Hurter, V, coll. 1122-24; W. Koch, s. v. in LTbK. II, col. 984; G. B. Guzzetti, La perdita della fede nei cattolici, Venegono 1940, pp. 79-86 (ben riassunta la controversia tra C. e Kuhn). Antonio Fiolanti

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CLEMENS, JACOB, detto Non Papa. - Musicista, n. nelle Fiandre verso la fine del sec. xv o al principio del xvi, m. a Dismuiden nel 1555. Fu detto Non Papa per distinguerlo da un contemporaneo, il poeta Jacobus Papa che viveva ad Ypres dove C. J. soggiornò qualche tempo.

Compose molte opere di musica sacra in cui si dimostra valido continuatore della gloriosa tradizione di Josquin Desprès e preannunziatore della grande arte palestriniana : opere di stile limpido, armonioso, puro, che si rivelano potentemente espressive nel contrappunto delle voci e nell'elaborazione tematica delle melodie. Esse sono molte: messe a 4-5-6 voci, stampate in 10 tomi a Lovanio presso Phalese dal 1558 al 1560; Cantionum sacrarum a 4 voci; mottetti in varie raccolte del tempo, fino alle opere ristampate in raccolte moderne (Commer e Maldeghem) e recenti (un mottetto a 5 voci O Maria, edito da H. B. Collins presso Chester nel 1933). Numerosi manoscritti si trovano in varie biblioteche di Europa: Berlino, Basilea, Dresda, Kassel, Londra (British Museum), Leida, Regensburg, Cambrai, Wolfenbüttel, Lubecca, Briga, Vienna, ecc., nonché di Roma (cappella Sistina e S. Cecilia).

Luisa Cervelli
CLEMENT, Fbançola. - N. a Bèze nel 1714, m. il 29 marzo 1793 a Parigi, fu dotto benedettino maurino; dedicò la sua vita agli studi storici e, per incarico del suo Ordine, scrisse i voll. XI e XII della Histoire littéraire de la France. Curò la 2ª e la 3ª ed., molto superiore a quella di Maur Dantine (o D'Antine), dell'Art de vérifier les dates des faits historiques (1783-87), che integrò, aggiungendovi anche il periodo precristiano.

BibL.: R. P. Tassin, Hist. littér. de la Congréq. de St-Maur, Bruxelles 1770, p. 668 sgg.; Ch. de Lama, Bibliothe, des écrivains de la Congréq. de St-Maur, Friburgo in Br. 1882, p. 211 ; Hurter, V (1912), coll. 395-97.

Giovanna Fusco
CLEMENT DE BOISSY, Athanase-Alexandre. - Giureconsulto francese, fratello del vescovo di Versailles Agostino, consigliere della Chambre des Comptes di Parigi, n. a Creteil nel 1716, m. a St-Palaye nel 1793.

Scrisse di argomenti teologici e ascetici. Oltre la curiosa opera apologetica L'Auteur de la nature (3 voll., Parigi 1782), che s'inizia con nozioni fisiologiche per estendersi in ipotesi escatologiche, pubblicò : Abrégé et concorde des liores de la Sagesse (ivi 1767), Abrégé de l'Ascien et du Nouveau Testament ( 2 voll., ivi 1788, con lo pseudonimo "Fontenay"), Manuel de Saintes Ecritures (3 voll., ivi 1788-89). Scrisse anche, col detto pseudonimo, De la grâce de Dion et de la prédestination (ivi 1787) e Le mépris des choses humaines (ivi 1791).

BibL.: Weiss, s. v. in Biografia univ. ant. e mod., XII (1823), p. 158 sg.; C. Toussaint, s. v. in DThC, III, coll. 199-200.

Benedetto Gioia
CLEMENTE, santo. - Innografo bizantino, vissuto nel sec. Ix. Pare certo sia stato monaco dello Stoudion e non a Grottaferrata, come credette G. Sciommari (Vita s. Bartholomaei, Roma 1728, p. 120).

Compose parecchi canoni, cioè inni ritmici d'un tipo inaugurato un secolo prima da s. Andrea di Creta. Ne sono stati pubblicati nove. Gli vengono attribuite anche altre dieci composizioni simili, conservate inedite nella biblioteca abbaziale di Grottaferrata. E probabile che lo studio degli innumerevoli manoscritti liturgici, sepolti nelle biblioteche, allunghi considerevolmente l'elenco dei canoni di C. Mori in esilio per avere difeso l'ortodossia nelle lotte iconoclaste. E festeggiato attualmente dalla Chiesa greca il 30 apr.

Bibl.: S. Petrides, Office inédite de s. C. hymnographe, in Byzantinische Zeitschrift, 12 (1903), pp. 571-81; C. Emmereau, Echos d'Orient, 22 (1923), p. 17 sgg.; S. Salaville, s. v. in DACL, III, coll. 170-73.

Ireneo Daniele
CLEMENTE, IL. - Sogari Prospero, detto il C., scultore ed orafo, n. a Reggio Emilia il 16 febbr. 1516, ivi m . il 25 maggio 1584 .

Subì l'influsso della statuaria antica e quello di Michelangelo che imitò sia nell' Adamo ed Eva (1557) del portale del duomo di Reggio Emilia e nel Cristo Portacrace della stessa chiesa, sia nei monumenti funebri che eresse numerosi nel Duomo e in S. Prospero di Reggio Emilia, immiserendo l'effetto architettonico con la sovrabbondanza degli ornati. Le sue opere migliori sono forse alcuni busti nel museo di Reggio.

Bibl.: Venturi, X. II, pp. 553-75 (con bibl.). Amalia Mezzetti
CLEMENTE di Ancira, martire. - E ricordato in tutti i martirologi il 23 genn. Secondo la Passio, scritto retorico ed ingenuamente audace, sarebbe nato nel 258 ; nominato vescovo della sua città natale, ancora in giovane età, per ben 28 anni fu perseguitato e condotto di città in città, sottoposto ai più svariati tormenti, ma ne rimase sempre illeso, finché fu decapitato ad Ancira il 23 genn. del 304. In suo onore Proclo recitò un discorso; rovine di una chiesa dedicata a C. esistono ad Ankara.

Bibl.: Acta SS. Ianuarii, III, Parigi 1863, pp. 71-97; P. Franchi de' Cavalieri, Note agiografiche, VI (Studi e Testi,33), Roma 1920, p. 162 sg.; H. Delehaye, Les ligeudes hagiographiques, 3^{\text {e }} ed., Bruxelles 1927, p. 90 sgg.; id., Etude sur le ligeudar romain, Bruxelles 1936, p. 114 sg., Martyr. Ilamannm. p. 32. Agostino Amore
CLEMENTE, Console. - Tito Flavio C., console dell'a. 95, cugino dell'imperatore Domitiano e marito di Flavia Domitilla, uomo di "spregivolissima indolenza" al dire di Svetonio, accusato d'ateismo secondo Dione Cassio, venne condannato a morte nello stesso anno del suo consolato. Si ritiene in genere sia stato ucciso a causa del suo cristianesimo, dato il genere delle accuse.

Bibl.: Svetonio, Domitianus, 15, 1; Dione Cassio, Historia Romana, LXVII, 14; P. Allard, Storia critica delle persecuzioni, I, trad. it. E. Lari, 2^{\text {a }} ed., Firenze [1931], pp. 52-97; Fliche-Martin-Frutaz, I, 2^{\text {a }} ed. (1942), nn. 240-41, 367.

Cesario van Huht
CLEMENTE di Gesù. - Missionario carmelitano, al secolo Giovanni Peano. N. ad Alessandria il 7 apr. 1731, professò il 27 sett. 1749. Missionario al Malabar dal 1757, ebbe grandi meriti, non soltanto per la sua opera apostolica, ma anche come profondo conoscitore delle lingue malabariche, nelle quali scrisse parecchie opere, come: Compendiosa legis explanatio, in lingua malayalam (Roma 1772); Alphabetum Grandonico-malabaricum (ivi 1772); Grammatica e Dizionario malabarico-lusitano (ms., bibl. Vat., fondo Borgia); Grammatica latino-malabarica (ms.). Fu chiamato a Roma per assistere la stampa del catechismo malabarico e di altre opere della S. Congr. di Propaganda Fide. Ritornato (1774) nel Malabar, mori a Mattinceri, quale vicario generale di quel vescovo, il 19 ott. 1782.

BibL.: Paulinus a S. Barth., Bibliotheca indica, f. 15; Streit, Bibl., VI, p. 212; Ambrosius a S. Teresa, Bibliogr. Miss. C.D., Roma 1941, nn. 619, 628-631; id., Nomenclator Miss. C. D., ivi 1944, p. 95.

Ambrogio di Santa Teresa
CLEMENTE di Ocrida, santo. - Detto «lo Slavo» o «il Bulgaro», vescovo, m. nel 916. Accompagnò i ss. Cirillo e Metodio nella missione di Moravia. Dopo la morte di s. Metodio (885) C., Naum, Angelario, Costantino ed altri discepoli, espulsi dalla Moravia, furono accolti in Bulgaria da re Boris (852-89). Ivi crearono due centri letterari, uno diretto da Naum, vicino a Preslav, l'altro a Devol (oggi Albania), diretto da C. Nell'893 lo zar Simeone (893-927) nominò C. vescovo di Velitsa. C. ebbe alla sua scuola ca. 3500 discepoli. Fu sepolto nel monastero da lui fondato sul lago di Ocrida, onde il nome C. di O.

A C., il quale iniziò i suoi scritti in Moravia, vengono attribuiti la Vita di s. Costantino-Cirillo, quella di s. Me-

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(do M. Besser, Si Pierte et les origines de la primatit renaine, Gincera 1828, p. 23)
Clemente I - Epistola ad Corinthion, v, 2 - vi, 3, contenuta nel noto Codex Alexandrinos della Bibbia (sec. v). Il passo si riferisce al martirio di Pietro e Paolo in Roma e ai gennmartiri romani - Londra, British Museum, ms. Codex Alexandrinos, Royal I D VIII, f. 134.
todio, il panegirico di s. Cirillo e l'Ufficio in suo onore. In Bulgaria scrisse numerosi sermoni e probabilmente anche il Trattato sulla sera fede. Tradusse molti scritti dal greco.
C. fu venerato come santo subito dopo la morte (festa 27 luglio). Nella Bulgaria risorta fu scelto a patrono dell'Università di Sofia.

Bibl.: Vita Clementis: PG 126, 1193-1240; N. L. Tunickil, Su. Klimont' episthop slovésakij, logo Bavl'i pravditiell'noja déjatel'nost', Sergiev Posad 1913; A. Cronis, Saggi di letteratura bulgara antica, Roma 1936, p. 14 sgg.; M. Genov, Dialdo i razzodl'na b'igarchata literatura g'eco b'igariko caritas, Sofia 1937, p. 39 sgg.; Pliche-Martin-Frutaz. VI, p. 479. Giuseppe Olèr

CLEMENTE I, PAPA, santo. - Papa dal 92 al 101, secondo Eusebio; autore d'un'epistola ai Corinti.

Sussolano: I. Vita. - II. L'epistola. - III. Opere apocrife. IV. Titolo di S. C.
I. Vifa. - Secondo Ireneo (Adv. Haer., III, 3, 3, in Eusebio, Hist. eccl., V, 6, 1-3), fu il terzo successore di s. Pietro dopo Lino e Anacleto; altre testimonianze, meno attendibili (Tertulliano, De praeter. haeret., 32; Girolamo, De vir. ill., 15; Adv. Jovinianum, I, 12; Comm. in Isai., 52, 14), lo fanno immediato successore di s. Pietro; altre, più tardive (Eusebio, Hist. eccl., III, 4, 8-9; Constit. Apost., VII, 46; Catalogo liberiano; Otrato Milev., De schismate Donatiri., II, 3; Agostino, Epist., 53, 2), pongono quest'ordine: Pietro, Lino, C. Il periodo del suo pontificato è indicato da Eusebio sia nella Hist. eccl., III, 15.34, come nel Chron. ad. a. Abr. 21 ro. Dalla lettera sembra educato nel giudaismo
ellenistico. Fu in relazione personale con Pietro e Paolo (Ireneo, loc. cit.) e secondo gli antichi si dovrebbe identificare con il C. di Phil. 4, 3. Invece l'identificazione, proposta da taluno, con il console Tito Flavio C., cugino di Domiziano martirizzato nel 95 , riposa solo sull'attestazione degli apocrifi Clementini che ne fanno un membro della casa imperiale dei Flavi, ed è in contrasto con notizie sicure. Una tradizione, documentata solo dal sec. iv, lo fa martire. Festa 23 nov.
II. L'epistola. - Il cod. biblico Alessandrino (sec. v) e il cod. greco 54 della biblioteca patriarcale di Gerusalemme (sec. iv) ci hanno trasmesso una lettera della Chiesa di Roma alla Chiesa di Corinto, pervenutaci pure in antiche versioni : siriaca e latina. Essa è anonima, ma l'attribuiscono a C.: Erma (Pastor. Vis. II, 4, 2); Egesippo (in Eusebio, Hist. eccl., IV, 22, 1); Dionigi di Corinto (ibid., IV, 23, 11); Clemente Alessandrino (Stromata, I, 7, p. 339 ed. G. Potter; IV, 17, p. 609; 18, p. 613; VI, 8, p. 773); Origene (De principits, II, 3, 6; In Ezech., 8, 3; 51, 1; In Iohann., VI, 54 [36]); Eusebio (Hist. eccl., III, 16, 38). L'allusione a una persecuzione cessata ( 1,1 ), che dev'essere quella di Domiziano, pone l'epistola sotto il regno di Nerva ( 18 sett. 96-25 genn. 98). Ne fu occasione una sedizione suscitata da pochi faziosi contro i capi della Chiesa di Corinto (1, 1; 2; 21, 5; 47; ecc.). Nella prima parte ( 1-36 ), di carattere generale (cf. 62), C., descritto il miserando stato di quella Chiesa un giorno fiorente ( 1-3 ), ne indice la causa nell'invidia ( 5-6 ), e i rimedi nelle virtù della penitenza, dell'obbedienza, dell'ospitalità, della pietà, dell'umiltà (7-19); richiama i benefici di Dio a cui obbediscono le creature, le esortazioni della Scrittura, la risurrezione, l'anniscienza divina, la ricompensa promessa da Dio (20-36). Nella seconda parte ( 37-61 ), più aderente all'occasione della lettera, illustra l'ordinamento gerarchico della Chiesa stabilito da Gesù Cristo, che richiede l'ordine e la disciplina nella liturgia e nel governo (37-44); rimprovera i sediziosi, esortandoli alla penitenza, elogia e raccomanda la carità ( 45-58 ), prega per la Chiesa e per i pubblici poteri (59-61). Infine, riassunte le sue esortazioni, fa menzione dei legati inviati da lui a Corinto, che spera possano ritornare presto con buone notizie (62-65).

L'epistola di C., come appare dagli autori sopra citati e da altre fonti, ebbe grandissima fortuna; fu letta pubblicamente in molte Chiese e accolta in alcuni codici biblici subito dopo il Nuovo Testamento. Storicamente sono importanti le attestazioni che ci dà della persecuzione di Nerone, in cui subirono il martirio Pietro e Paolo, delle sette prigionie e del viaggio in Spagna di quest'ultimo (cap. 5); della sedizione di Corinto; della preghiera liturgica, di cui quella riportata può considerarsi un modello; dei rapporti con il potere imperiale, per cui ivi si prega. Notevole è pure il contenuto dogmatico. Quanto alla dottrina trinitaria e cristologica, riproduce i dati del Nuovo Testamento; l'ecclesiologia è particolarmente sviluppata: la Chiesa è il corpo di Cristo (46,7), in cui le varie membra hanno distinte funzioni (cap. 37); onde la gerarchia, di istituzione divina (cap. 42), composta di vescovi, chiamati anche presbiteri, e di diaconi (42; 44, 1-2). Il primato romano risulta luminosamente, sia che l'intervento di Roma sia stato sollecitato dai Corinzi, sia che, com'è più probabile, C. ne abbia preso l'iniziativa. Egli è consapevole di adempiere un dovere ( 1,1 ), parla con autorità, esige l'obbedienza e minaccia i disobbedienti ( 59,1-2 ; 63,2-4 ; 65,1 ); il risultato (Eusebio, Hist. eccl., IV, 23, 11) mostra che tale autorità fu pienamente riconosciuta.

Bibl.: Per la vita e martirio v. la Passio in F. X. Funk-F. Diekamp, Patres Apostolici, II, Tubinga 1913, pp. 30-80, e il racconto della traslazione in Acta SS. Martii, II, Parigi 1865, p. 20 sg. In generale J. B. Lightfoot, The Apostolic Fathers. I, Londra 1890, pp. 148-200; H. Delehaye, Etude sur le légendier romain, Bruxelles 1936, pp. 96-115; Martyr. Hieronymianum, p. 615. Edizioni: la lettera figura nelle edizioni dei Padri Apostolici;

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Clemente I - La Messa di s. C. Affresco nella chiesa inferiore di S. Clemente, di poco anteriore alla distruzione della chiesa per opera di Roberto Guiscardo (ro84) - Roma.
a parte: R. Knopf (Texte und Untersuchungen, 20, 1), Lipsia 1899; C. Th. Schaefer (Florilegium patristicum, 44), Bonn 1941; trad. it. di P. Gazzola, in I Padri della Chiesa, 2 (1913, int), pp. 13-45; di G. Bosio, I Padri Apostolici, I (Corone Patrum Sales., serie greca, 7), Torino 1940. Studi (v. anche edd. e vers.): Bardenhewer, I, pp. 126-30; J. Chapman, s. v. in Catò, Enc., IV, pp. 12-17; I. Giordani, E. C. Rom. e la sua lettera ai Corinti, in Didaskaleion, nuova serie, 3 (1925), pp. 1-103 (anche versione); A. Casamassa, I Padri Apostolici, in Lateranum, nuova serie, 4 (1938, III-1r), pp. 35-62; B. Altaner, Patrologia, 4 e ed., Torino 1944, nn. 80-84; S. Sanders, L'hellénisme de s. Cl. de Rome et le paulinisme, Lovanio 1943. Sull'intervento della Chiesa romana v. J. Zeiller, A propos de l'intervention de l'Eglise de Rome à Corinthe, in Rev. d'hist. eccl., 31 (1935), p. 762 sgg.; M. Giraudo, L'eclesiologia di s. C. Romano, Bologna 1943. Michele Pellegrino
III. Opere apocrife. - I. II Epistola ai Corinti. - Nella tradizione manoscritta segue alla prima epistola di C. una seconda lettera, che tuttavia, come risulta dal testo stesso, non è una epistola, ma un discorso, letto dopo aver assistito alla lettura di un testo sacro (cap. 19, 1; cf. anche 15, 2; 17, 3). Che questo discorso fosse destinato per il servizio religioso domenicale non risulta dal testo. L'autore stesso consiglia, come Ignazio (Ephes., 13, 1) e Poli carpo (4, 2), frequenti adunate religiose ( 17,3 ). Può essere che il suo appello, la sua ε ε v ε v ξ_{1} ς (v. per l'uso della parola in questo senso Clemente Aless., VII, 7, 49, 4; Eusebio, Hist. eccl., II, 15, 2) fosse destinata per un circolo più ristretto (forse di asceti dei due sessi) o per un servizio religioso nelle giornate delle stazioni, dove i presbiteri (dunque non il vescovo) prendevano la parola ( 17,3,5 ).

Il discorso si rivolge al «nuovo popolo» diventato ormai più numeroso del vecchio (2,3), ma la formolazione delle ammonizioni ha sapore giudeo-cristiano. Il suo ideale religioso è la "giustizia" (v. Mt. 7, 21 in 4, 2 [formolazione non canonica?]; 11, 7; 12, 1; 18, 2; 19, 3), ma forse nel senso di un superamento ascetico della "giustizia" comune. L'autore invita i cristiani a uscire da questo mondo, da questa carne ( 5,1 ; 5,5 ), perché la grande promessa di Cristo è il riposo nel futuro regno della Vita eterna ( 5,6 ).

I due mondi, quello presente e l'altro futuro, sono due nemici (6,3). Questo mondo inclina all'adulterio, corruzione, amore del denaro e inganno. Bisogna rinunziare a tutto questo (6,4), bisogna conservare il Battesimo, il suggello puro ( 6,9 ; 7,6 ) e fare penitenza quando siamo sulla terra ( 8,1 ; 2). Dobbiamo conservare la carne casta, se vogliamo conscrvare il suggello senza macchia ( 8,4 e 6), dobbiamo custodire la carne come un tempio per la sua resurrezione ( 9,1 e 3 ). Bisogna rinunciare ad ogni equivoco e compiere atti di giustizia per potere entrare nel Regno di Dio (11, 5; 7) aspettando di ora in ora il suo arrivo ( 12,1 ). Facendo così saremo membri della prima chiesa che fu costruita prima del sole e della luna (14, 1) e se Dio creò secondo Gen. 1, 24 l'uomo maschio e femmina, dobbiamo pensare a Cristo e alla chiesa primitiva (14, 2), che erano spirituali. Quando lo Spirito prese dimora nella carne di Cristo apparve anche la Chiesa (14, 3). Noi dobbiamo nella nostra carne riprodurre la relazione fra la carne di Cristo e lo Spirito, così saremo membri della Chiesa primitiva ( 14,3,4 ). La conseguenza è il "consiglio" della astinenza ( ε ' γ \times ρ \dot{α} τ ε ε α ). Inoltre si raccomanda: elemosina, digiuno e preghiera (16, 4). Dopo aver per poco tempo sofferto nel mondo presente, mieteremo il frutto immortale della resurrezione. Con "i padri» risorgeremo e ci godremo un mondo felice (19, 4).

La spiritualità dell'opera è molto arcaica. Nei suoi tratti generali ha affinità con il Pastore di Erma, la letteratura pseudo-clementina e gli Atti di Paolo (sull'ultimo punto cf. C. Schmidt, Acta Pauli, Lipsia 1905, pp. 190-92). E una spiritualità ascetica (apotaxis) basata sul contrasto escatologico dei due mondi. Pare che una vita verginale sia raccomandata ai cristiani, sia perché già dal Battesimo è dedotta una tale domanda, sia per la nascita verginale di Cristo. La speculazione giudeo-cristiana su Adamo forse non era sconosciuta all'autore quando accenna al problema cristologico. L'autore conosce scritti apocrifi, quasi certamente il cosiddetto vangelo secondo gli Egiziani (cap. 12), che tuttavia non interpreta nel senso degli encratiti, e probabilmente un altro vangelo apocrifo ( 5,2 ; 3,4 e forse 4, 2), inoltre conosce un libro profetico apocrifo (11, 2-4) che è conosciuto anche dalla I Epistola di C.

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(23, 3-4) : forse Eldad e Modad. Il paese d'origine del nostro scritto è forse la Siria, il tempo di composizione probabilmente la prima metà del sec. II.

BibL.: Anche per la II Epistola of. le edizioni e traduzioni di P. Gazzola, in op. cit., p. 46 sgg .; di I. Giordani, in op. cit., pp. 95-105; di G. Bosio, in op. cit., pp. 209-49 (cf. la bibl. precedente). Per i commentari of. J. B. Liebebane e R. Knopf, Die Apostolischen Väter, I: Ergänzungs-Band zum Handbuch zum Neuen Testament, Tubinga 1920.
2. Lettere alle Vergini. - Un codice siriaco del Nuovo Testamento contiene dopo l'epistola di Giuda due epistole di "C. apostolo di Pietro». Epifanio (Panar., 30, 15, 2, ed. K. Holl [CB, XXV], Lipsia 1915, p. 352 sgg.) conosce "lettere encicliche" di C. che furono lette nelle chiese e le oppone alle Heploðos di Pietro attribuiti a C., cioè alla letteratura pseudo-clementina.

Il fatto che queste epistole furono lette nel servizio religioso in Oriente spiega la loro presenza in un codice neotestamentario, ma la notizia di Epifanio prova anche l'esistenza di più di una lettera e la lettura pubblica è comprendibile per l'autorità quasi apostolica di C. Le stesse lettere son conosciute anche da Girolamo (Adv. Ioain., 1, 12), che ritiene siano state indirizzate agli "cunuchi che si sono evirati da sé per il Regno dei cieli" (Mt. 19, 12). Questa destinazione che non risulta dalla traduzione siriaca ritorna invece nella traduzione copta del testo. Il testo copto pubblicato in frammenti da Th. Lefort (in Le Muséon, 40 [1927], p. 234 sgg. e ibid., 1929, p. 263 sg.) attribuisce tuttavia le epistole non a C. ma a s. Atanasio. Frammenti greci (in parte abbreviati) del testo sono stati trovati nelle Pandette di S. Scrittura del monaco palestinese Antioco (ca. 620). La lettura pubblica delle epistole nelle chiese è in favore dell'attribuzione allo Pseudo-C.; mentre l'attribuzione ad Atanasio si spiega col fatto che anche egli aveva scritto epistole alle vergini. L'ascesi di queste lettere è ancora primitiva. Le vergini sacre abitano in casa dei loro genitori ma hanno fatto un voto (professione, 6402,67^{′} α [testo copto]) di castità. Il costume della coabitazione di uomini e di donne consacrati al Signore (virgines subintroductae) viene combattuto. Interessante la sopravvivenza dei cartami in questi gruppi e la mancanza della stabilitas loci. Rimane ancora più verosimile l'antica ipotesi, che le epistole siano opere di un Siro o di un Palestinese del sec. III.

BibL.: Edizione dei frammenti greci e di una traduzione moderna latina del testo siriaco nei citati Patres Apostolici, ed. F. X. Funk-F. Dickamp, II, Tubinga 1913, p. 1 sgg.; Ad. Harnack, Die Ps. C. Briefe de Virginitate und die Entstehung des Möachtums, in Sitzungsberichte der Berliner Akademie, 10 (1891), pp. 361-85; M. Rothenhäusler, in Benedikrinische Monastschrift, 24 (1948), pp. 148-51.
3. Liturgia di C. - Nel 1. VIII delle Costituzioni Apostoliche la liturgia nominata è detta di s. Clemente, perché il loro compilatore ha attribuito, a torto, la sua opera a C.

Altra questione è se l'epistola di C., nei suoi passi liturgici, sia sopravvissuta in testi liturgici posteriori. Così, p. ex., in Constit. Ap.,VIII, 22, 3 (p. 326, 12 sgg. ed. F. Funk) ritornano - quasi alla lettera - fraz dalla I Epist. di C.: 60, I e 59, I; e anche nel frammento liturgico di un papiro del sec. III (cf. U. Wilcken, Mitteilungen aus der Witezburger Papstvassanmung [in Abhandlungen der Preussischen Akademie der Wissenschaften, 6], Berlino 1934, n. 3, p. 33 sg.) si riscontrano coincidenze con il testo di C. Probabilmente le coincidenze si spiegano ammettendo che sia C. che i testi liturgici dipendano da testi liturgici giudaici. Dalla cosiddetta liturgia di C. nel 1. VIII delle Costituzioni Apostoliche, sono da distinguere liturgie siriache che vanno sotto il nome di C.

BibL.: P. Drews, Untersuchungen über die sagen. clementinische Liturgie im 6. Buch der Apostolischen Konstitutionen. I. Die clementinische Liturgie in Rom (Studien zur Geschichte des Gottesdienstes, 2 e 3), Tubinga 1906; W. Bousset, Eine iddische Gebetssammlung im 7. Buch der apostol. Konstitutionen (Nachrichten der Kgl. Gesellschaft der Wissenschaften zu Göttingen. Philologisch-historische Klasse, 3), Berlino 1916, p. 435 sgg.; A. Beumstark, Liturgie comparée, Chevenigne 1939, pp. 53-80. Per la liturgia siriaca dello Pseudo-C.: A. Raes, Introductio in ana-
phorarum Syriacarum editionem (Anaphorae Syriacae, I, I) Roma 1939, pp. xI-0xxix. Erik Peterson
4. Clementine. - Si dà questo nome [Kızuávtiz] ad un gruppo di scritti attribuiti un tempo a s. C. Romano, che costituiscono uno dei problemi più complessi dell'antica letteratura cristiana.
a) Stato attuale. - Restano: 20 Homiliae, io libri di Recognitiones, una Epitoma siriaca compilata sulle due opere precedenti, due Epitomi greche, o estratti delle omelie e da altri scritti, due Epitomi arabe, ancora estratte dalle Omelie e dalle Ricognizioni. Alle Omelie in greco precedono due lettere, una attribuita a a. Pietro, una "Contestazione" ( δ ι α μ α ρ τ ω ρ i α) di Giacomo e dei suoi presbiteri, e una lettera ove C. dichiara a Giacomo il contenuto dell'opera, che è nello stesso tempo la sua autobiografia e il riassunto delle prediche tenute da Pietro durante i viaggi in cui C. l'accompagnava. Pertanto, nelle Omelie, l'elemento narrativo, comanzesco, s'intreccia con quello didascalico e gli serve di pretesto; il contrasto e le dispute con Simon Mago ne costituiscono in certo modo il centro. La dottrina è un insieme di elementi giudaici, cristiani e gnostici, non fuo in un corpus omogeneo: predominano le concezioni della setta degli elkesaiti (v.) : Cristo non è il Salvatore, ma uno dei profeti.

Anche le Recognitiones, pervenuteci solo nella traduzione latina di Rufino, si presentano come un'autobiografia di C. indirizzata a Giacomo, con alcune variazioni nel racconto e con una dottrina che, scostandosi dal giudaismo, si uniforme all'ortodossia cattolica; ciò è dovuto certamente al traduttore. Il titolo ( \dot{α} ν ε γ ν ω ρ i σ μ ° i ) viene dai « riconoscimenti», dopo molte peripezie, di C. e dei suoi congiunti, che hanno luogo nelle Omelie.
b) I rapporti e le fonti dei due scritti sono stati spiegati diversamente. Esclusa l'attribuzione a C., inconciliabile con l'elemento dottrinale, dapprima si sono fatte dipendere le Omelie dalle Ricognizioni (Hilgenfeld), poi s'invertì il rapporto (Uhlhorn); altri pensò ad un influsso mutuo, distinguendo nelle due opere parti di età diversa (Uhlhorn, Lehmann, de Lagarde). Si ammette oggi generalmente l'esistenza d'una o più fonti comuni, che si cerca di identificare con gli Atti e le Predicazioni di Pietro (Waite, Harnack), o con le IIzoloðos di Clemente menzionate da Origene (Schwartz). Incerta è pure la data, che alcuni fissano ai primi tempi dell'ebionismo, altri pongono non prima del 221 o 260 , altri nel periodo postniceno, datando gli scritti a noi pervenuti dalla seconda metà del sec. IV.

Bibl.: Edizioni: Omelie: a cura di A. R. M. Dressel, Gottings 1833 : PG 2, 27-462; P. de Lagarde, C., Lipsia 1865 ; Ricognizioni: a cura di E. G. Gersdorf, Lipsia 1832 : PG 1. 1203-1424. Lo Sventrung (Uppsala) ne prepara l'edizione critica. Epitomi greche: PG 2, 469-804; A. R. M. Dressel, Lipsia 1839. Epitomi arabe: M. D. Gibson, in Studia Sinaitica, V, Londra 1896; W. Frankenberg, Die syrischen Clementinen mit griechischem Paralleltext (Texte und Untersuchungen, 48, III), Lipsia 1937. Studi: H. Waite, Die Pseudo-Klementinen (ibid., 25, 11), ivi 1904; W. Heintze, Der Klienenzroman und seine griechischen Quellen (ibid., 40, III), ivi 1914; Bardenhewer, II (1914), pp. 615-26; C. Schmidt, Studien zu den Pseudo-Klementinen (ibid., 46, 1), ivi 1929; A. Siouville, Introduction aux homélies clementines, Parigi 1930; O. Cullmann, Le problème litt. et. hist. du Roman pseudoclémentin, ivi 1930; E. Schwartz, Unzeitgemässe Brobactd. zu den Clementinen, in Zeitschrift für neutestamentliche Wissenschaft, 3 (1932), pp. 131-199; J. Thomas, Les ébionites baptistes, in Revue d'hist. eccl., 30 (1934), pp. 272-69. Michele Pellegrino
IV. Titolo di S. C. - Sta nell'avvallamento tra le ultime lacinie dell'Esquilino e del Celio (Celiolo ed Oppio) in zona prossima all'anfiteatro Flavio. Gli scavi hanno accertato che la basilica fu dapprima adattata in un grande edificio a grossi blocchi tufacei con cordone di travertino, spettante incirca all'epoca augurtea e sopraelevato più tardi (fine sec. II - inizi III) con una cortina laterizia. Accanto vi era una casa dell'età flavia che nel III sec. ebbe dei rimaneggia-

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menti fra cui l'inserzione di un importante centro di culto mitriaco.

Il passaggio a basilica cristiana dell'edificio pubblico non poté avvenire prima della pace della Chiesa. Ma fin dal i sec. poté radunarsi un gruppo cristiano nella casa anzidetta. E non è improbabile che si tratti proprio della comunità diretta da papa C. e che la casa fosse proprietà di Tito Flavio Clemente, giacchè la tradizione del lungo ricorda i due personaggi. Nel sec. Iv s. Girolamo (De viris ill., 15) dichiara: "nominis eius [Clementis papae] memoriam usque hodie Romae extructa ecclesia custodit". Un collare di schiavo del Iv sec. ha un'epigrafe che parla del dominicum Clementis. La parola dominicum può far presumere una notevole dignità del sito, forse addirittura per il ricordo di un'originaria sede della Domus ecclesiae.

La basilica ebbe le cure di molti papi dell'alto medioevo a cominciare da Siricio (384-99). Nel 417 vi si tenne un Concilio presieduto da papa Zosimo. Grandi lavori furono compiuti sotto Ormisda (51432) e Giovanni II (533-35): il monogramma di quest'ultimo è nei plutei del recinto presbiteriale, poi riadattati nella basilica superiore. Adriano II (867-72) vi collocò le reliquie di s. C. portate dal SS. Cirillo e Metodio. Nell'869 anche s. Cirillo, morto a Roma, fu dal Papa tumulato in S. C.

Dopo le rovine operate dal sacco del Guiscardo (1084) la basilica, che aveva avuto una importante decorazione pittorica nell'alto medioevo (fra cui un quadro votivo dei tempi di Leone IV, ov'è il ritratto del Papa) fu ancora decorata con storie allusive a s. C., a s. Alessio, ecc.; ma poco dopo dovette essere ricostruita a più alto livello (età di Pasquale II, 1099-1118). Fu ridedicata nel 1128.

I musaici della tribuna, bellissimi (vi domina il Crocefisso in mezzo a un largo frondeggiare di volute floreali) sono di questo tempo. La nuova basilica, più ristretta dell'antica, ebbe un nuovo atrio; fu arricchita di una schola cantorum e di un ciborio di arte cosmatesca. Altre opere d'arte vi si aggiunsero posteriormente, fra le quali insigne è la cappella quattrocentesca di S. Caterina con i dipinti di Masolino da Panicale. - Vedi Tavv. CXIII-CXIV.

Bibl.: C. Cecchelli, S. C. (Le chiese di Roma illustrate), Roma s. d. (ivi la bibl. anteriore); E. Junyent, Il titolo di S. C., ivi 1932; M. Armellini, Le chiese di Roma dal sec. IV al XIX, ed. C. Cecchelli, ivi 1942, pp. 164 sgg., 1278.
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(fol. B. Ilonl)
Clemente II, papa - Tomba con figurazioni di Virtù (1237). Bamberga, dooma.
primo posto alla destra del Papa, in assenza dell'Imperatore, spettasse all'arcivescovo di Ravenna. Dopo aver accompagnato l'Imperatore nell'Italia meridionale e in Germania, egli moriva a Pesaro il 9 ott. 1047. La sua salma venne portata a Bamberga e qui sepolta nel coro della Cattedrale. Il monumento sepolcrale è del 1237.

Bibl.: Hefcle-Lecleres, II, pp. 990-92; A. Fliche, La réforme grégorienne, I, Lovanio-Parigi 1924, p. 108 sgg.; G. Gay, I papi del sec. XI e la cristianità, trad. it., Firenze 1929, pp. 120121; G. B. Borino, Iesultus ultra montes cum domino papa Gregorio abii, in Studi gregoriani, I, Roma 1947, p. 14 sgg. Pietro Goggi

CLEMENTE III, ANTIPAPA: v. GUIBERTO di RAVENNA.

CLEMENTE III, PAPA. - Il romano Paolo Scolari, cardinale dal 1179 e vescovo di Palestrina dal 1181, fu eletto papa a Pisa il 19 dic. 1187 e prese il nome di C. III. Sua prima preoccupazione, far la pace con la Repubblica romana in lotta con i papi fin dai tempi di Arnaldo da Brescia. Poté stabilirsi nella città (febbr. del 1188) e conchiudere con il Comune un accordo che assicurava i diritti della S. Sede (31 maggio 1188). L'anno antecedente Saladino aveva strappato Gerusalemme ai cristiani ( 3 ott. 1187). C. s'adoperò ad organizzare una Crociata, la terza, con tanta energia, che presero la Croce anche i tre più potenti sovrani d'Europa, Filippo Augusto, Riccardo Cuor di Leone e Federico Barbarossa. C. non poté vederne l'esito, del resto non molto confortante. Nel frattempo era morto Guglielmo II di Napoli (1189). Unica erede legittima era Costanza, sposa di Enrico, figlio ed erede del Barbarossa. C. per impedire l'unione in una sola mano dei due regni di Napoli e di Germania, favorì l'elezione di Tancredi di Lecce, figlio naturale di Ruggero II. Non se ne rassegnò Enrico, diventato imperatore dopo la miseranda fine del padre in Oriente, ma tosto scese in Italia per esservi incoronato ed occupare Napoli. La morte tolse a C. la briga di risolvere quest'altro affare.

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Resta di lui una vasta corrispondenza, documento della sua intensa attività nei brevi anni di pontificato: concesse e confermò ai monasteri privilegi e protezione, risolve questioni matrimoniali, regolò complicati affari disciplinari, affrancò la Chiesa scozzese dalla primazia inglese per sottometterla direttamente alla S. Sede, costituì la provincia ecclesiastica di Brema-Amburgo; canonizzò Ottone di Bonibergo e Stefano di Thiers, pose fine alla discordia con l'imperatore a proposito dell'elezione del vescovo di Treviri. M. il 20 marzo 1191 e fu sepolto al Laterano.

Biol.: J. M. Watterich, Pontificum Romanorum vitae, Liq. sia 1862, pp. 603-707; Jaffé-Wattenbach, II, pp. 232-76; J. Geyer, Papst Klemens III., 1187-91 (Zenter historische Arbeiten, 7), Bonn 1914; K. Wernik, Die römischen Päpste zwischen Alexander III. und Innocentius III., in Papsttum und Kaisertum, in onore di P. F. Kehr, Monaco 1926, pp. 413-44. Ireneo Daniele

CLEMENTE IV, PAPA. - Guido Fulcodi, n. a St-Gilles presso Nîmes in Provenza al principio del sec. xirr, fu al servizio del re di Francia proprio nel momento in cui questi estendeva la sua autorità nel mezzogiorno. Dopo la morte della moglie, dalla quale aveva avuto due figlie, si fece sacerdote e salì rapidamente i vari gradi della gerarchia ecclesiastica: vescovo di Puy nel 1257, arcivescovo di Narbona nel 1259, cardinale-vescovo di Sabina il 17 dic. 1261, adempiendo importanti incarichi di curia. Al ritorno da una legazione in Inghilterra seppe che il Conclave, radunato dopo la morte di Urbano IV da quattro mesi in Perugia, lo aveva eletto pontefice ( 5 febbr. 1265); accettò la nomina e si chiamò C. IV. Entrò tosto segretamente in Italia ed il 20 febbr. era a Perugia. Riprese presto le trattative con Carlo d'Angiò che crano state iniziate dal suo predecessore per abbattere la potenza di Manfredi re di Sicilia, che, fattosi capo del partito ghibellino, mirava a dominare la politica italiana, seguendo le orme del padre Federico II. Carlo scese in Italia e fu investito del regno nel Laterano il 29 maggio da C. con il quale strinse un solenne patto. C. fece predicare la crociata contro Manfredi, e la vittoria di Benevento del 27 febbr. 1266 segnò la fine dello Svevo che vi rimase ucciso.

I dissidi tra il Papa e Carlo d'Angiò furono frequenti per le esagerate richieste finanziarie del secondo, per la durezza del suo governo e per la sua crudeltà verso l'ultimo erede degli Svevi, il giovane Corradino (v.), figlio di Corrado IV, imperatore. Dell'attività più propriamente religiosa del Pontefice si possono ricordare le disposizioni prese contro Filippo di Savoia, che era stato nominato arcivescovo di Lione mentre non aveva gli Ordini sacri, e il decreto con il quale erano riservati al papa i benefici di coloro che morivano dove risiedeva la Curia.
C. morì il 29 nov. 1268 a Viterbo, e ne seguì una vacanza di quasi tre anni.

Biol.: A. Potthast, Regesta Pontificum Romanorum, II, Berlino 1874, pp. 1532-1650; E. Jordan, Les régistres de Clément IV, Parigi 1893; P. Balan, Storia d'Italia, IV, Modena 1895, p. 57 sgg. Per la vita prepontificale v. J. Heidemann, Papst Clemens IV. Das Vorleben des Papstes und sein Legationregister, (Kirchengeschichtliche Studien, 6), Münster 1903. Per la storia della sua politica italiana: E. Jordan, Les origines de la domination angénoine en Italie, Parigi 1909, passim (v. indice). R. Morghen, Il tramonto della potenza sveva, Milano 1937, pp. 98, 228. Sull'accentramento curialistico: J. Recquain, La cour de Rome et l'esprit de la Réforme avant Luther, II, Parigi 1895, pp. 171-210.

CLEMENTE V, PAPA. - Bertrando de Got, n. in Guascogna, fu vescovo di Comminges (1295-97), poi arcivescovo di Bordeaux (1297-1305). La sua elezione, dopo il lungo Conclave di Perugia, è strettamente collegata alla questione bonifaciana, che profondamente divideva il S. Collegio, la cui maggioranza voleva rivendicare la memoria di Bonifacio VIII oltraggiato ad Anagni, mentre una minoranza, che poi trionfò, non voleva urtare l'ispiratore di quell'attentato, Filippo IV il Bello, re di Francia, e patrocinava
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(for. Almeri)
Clemente V, papa - Particolare della Alleggria della religione cattolica. Affresco di Andrea da Firenze (sec. xiv) - Firenze, chlostro di S. Maria Novella, cappellone degli Spagnoli.

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la causa dei due card. Colonna. Così fu eletto il 5 giugno 1305 l'arcivescovo di Bordeaux, il quale si era mostrato ossequiente verso Bonifacio VIII, pur mantenendo buone relazioni con Filippo il Bello. Il racconto, per lungo tempo accettato, di G. Villani (VIII, 80; cf. L. A. Muratori, Rerum Ital. script., XIII, pp. 417 419) di un previo convegno segreto nel profondo di un bosco presso St-Jean-d'Angély e di un patto in) concluso tra l'arcivescovo e il re di Francia, è del tutto fantastico, positivamente escluso dai rispettivi itinerari dei due al tempo del Conclave.

Sebbene il neoeletto Pontefice da principio manifestasse l'intenzione di recarsi in Italia non appena conclusa la pace definitiva tra Francia e Inghilterra, rimase di fatto in Francia inaugurando così il periodo avignonese con tutte le sue funeste conseguenze per la Chiesa. Fu incoronato a Lione il 14 nov. 1305, in presenza del re Filippo, il quale cominciò subito ad esercitare una influenza indebita sul Papa debole e indeciso di carattere ed anche spesso malaticcio. Nella prima creazione di cardinali, il 15 dic. 1305, C. promosse nove francesi e un inglese e reintegrò i due Colonna. La preponderanza francese nel S. Collegio fu accresciuta ancora con promozioni del 1310-12. All'insistente richiesta di Filippo il Bello, il quale si interessava pure per la canonizzazione di s. Celestino V avvenuta poi nel 1313, va attribuito il processo contro la memoria di Bonifacio VIII, di cui il Papa giunse a mala pena in fine a sventare la condanna, nonché il processo con conseguente soppressione dei Templari, invisi al monarca, che bramava impossessarsi dei loro vistosi beni. Anche nella politica è facile scorgere l'influenza francese. Il Papa nominò legati e rettori francesi per l'Italia, favorì gli Angiò di Napoli, i quali stavano coi Guelfi e seppero impedire l'incoronazione di Arrigo VII in S. Pietro; tale funzione infatti ebbe luogo contro il solito in S. Giovanni in Laterano (1312). In Ungheria per mezzo del cardinal legato Gentile da Montefiore ebbe fine la questione della successione al trono di s. Stefano col generale riconoscimento dell'Angioino Careberto, figlio di Carlo II di Napoli e di Maria d'Ungheria (1308), e con l'imposizione della corona di s. Stefano (1310). Nel 1311-12 il Papa celebrò il Concilio di Vienna, che emanò molti salutari decreti per la purezza della fede e per la disciplina ecclesiastica, decreti incorporati poi nelle cosiddette Clementine (v. corpus IURIS CANONICI), pubblicate pochi giorni prima della morte e perciò ripubblicate dal successore Giovanni XXII (1317). C. cercò pure di chiudere il dissidio ormai cronico tra gli Spirituali e la comunità dell'Ordine francescano, con la decretale Exivi, frutto di lunghe discussioni delle due parti dinanzi ad una commissione cardinalizia (1309-12). Notevole anche il fervore con cui C. promoveva le missioni tra i Tartari in Cina, nominando il francescano Giovanni da Montecorvino primo arcivescovo di Pechino, e dandogli sei vescovi suffraganei (1307). Sotto l'influsso di Raimondo Lullo, C. prescrisse, nell'interesse delle missioni, l'insegnamento delle lingue orientali nei principali centri universitari come Parigi, Oxford, Bologna e Salamanca. Fondò ancora le Università di Perugia e di Orléans. Morì a Roquemaure (Gard) il 20 apr. 1314. Le disposizioni testamentarie, che favorivano molto l'estesa parentela, provocarono per volere di Giovanni XXII un processo.

BibL.: Fonti e documenti : St. Baluzius, Vitae paparum Avenionemium, 2^{4} ed., per cura di G. Mollat, 4 voll., Parigi 1914-28. Il vol. di quest'edizione, ivi 1916, pp. 1-106, contiene sei Vita estratte da autori del tempo: Giov. di S. Vittore, Tolomeo da Lucca, Bern.

Guidonis (duc), Paulino da Venezia, Amalrico Augerii. Le note al testo del Baluzius e del Mollat sono nel vol. II, ivi 1928, pp. 31175, documenti e testi illustrativi nel vol. III, ivi 1921, pp. 42-241, 491-561; Regesta Clementis papae V cura et studio manichorum O. S. B., 9 voll., Roma 1865-92: Ch. V. Langlois, Documents relatifs à Bertrand de Gat (Clément V), in Revue historique, 40 (1889), pp. 48-54; id., Notices et documents relatifs à l'histoire de France au temps de Philippe le Bel, documents italiens, ibid., 60 (1896), pp. 307-28; F. Ehrle, Der Nachlass Clemens V. und der in Bevrelf derselben von Tubawo XXII. (1316-17) geführte Proces, in Archiv für Literatur- und Kirchengeschichte der Mittelalters, 2 (1889), pp. 1-138 (con un albero genealogico della famiglia del Papa); H. Finke, Aus den Tagen Bonifac VIII., Münster in V. 1902, pp. 279-96 e pp. LXI-LXVI; id., Acta Aragonamio, Berlino e Lipsia 1908, pp. 197-99, 263-302. Monografie e studi: M. Rabanis, Clément V et Philippe le Bel, Lettre à M. Charles Darenberg sur l'entrevue de Philippe le Bel et Bertrand de Gatt à St-Zvan-d'Augély, Par