lla famiglia del Papa); H. Finke, Aus den Tagen Bonifac VIII., Münster in V. 1902, pp. 279-96 e pp. LXI-LXVI; id., Acta Aragonamio, Berlino e Lipsia 1908, pp. 197-99, 263-302. Monografie e studi: M. Rabanis, Clément V et Philippe le Bel, Lettre à M. Charles Darenberg sur l'entrevue de Philippe le Bel et Bertrand de Gatt à St-Zvan-d'Augély, Parigi 1858; C. Wencle, Clemens V. und Heinrich VII., Halle 1882; id., Aus den Tagen der Zusammenhunff. Papst Clemens V. und König Philipps des Schloess zu Lyon, in Zeitschrift für Kirchengeschicbte, 27 (1906), pp. 189-203; F. Apollonio, Un capitulo di storia veneto nei registri di C. V. Venezia 1887: W. Otte, Der historische Wert der alten Biographien des Papstes Clemens V. (Kirchengeschichtliche Abhandlungen, 1), Breslavia 1902, pp. 3-73; H. Finke, Papsttum und Untergang des Templerordens, I, Münster in V. 1907, pp. 86-110; A. Eitel, Der Kirchenstaat unter Klemens V., Berliou 1907; G. Lizerand, Clément V et Philippe IV le Bel, Parigi 1910; G. Mollat, Les papes d'Avignon, ivi 1912 ( 6^{e} ed. ivi 1930, con ricca bibliografia); Ewald Müller, Das K.ozzif von Vieson 1311-12, Seine Quellen und seine Geschichte, Münster in V. 1934; B. Hóman, Gli Angioini di Napoli in Ungheria, Roma 1938, pp. 107115. Cf. anche Fr. Zambrini, Le opere vulgari a stampa dei secc. XIII e XIV, 4^{e} ed., con appendice, Bologna 1884 col. 305 sg.; E. Casanova, Visita di un papa asignatote ai suoi cardinali, in Archivio della R. Società romana di storia patria, 22 (1899), pp. 371-81.
Livario Oliger
CLEMENTE VI, PAPA. - Pietro Roger, n. nel 1291 a Maumont (Corrèze) da Guglielmo signore di Rosière e da Guglielmette di Mestre. A dieci anni entrò nel monastero benedettino di Chaise-Dieu. Licenziato in teologia ( 25 maggio 1323), divenne abate di Fécamp (23 giugno 1326), vescovo di Arras (3 dic. 1328), arcivescovo di Sena ( 24 nov. 1329) donde fu trasferito a Rouen ( 14 dic. 1330) e fu creato cardinale del titolo dei SS. Nereo e Achilleo (18 dic. 1338). Molto stimato da Filippo VI per la sua profonda cultura, non comune eloquenza e sicura fedeltà, ne divenne guardasigilli e cancelliere. Alla morte di Benedetto XII (25 apr. 1342), i cardinali, sicuri di fare cosa gradita al re di Francia, dopo appena tre giorni di conclave ad unanimità lo elessero ( 7 maggio 1342). A differenza dell'intecessore pacifico, austero, imperioso e parsimonioso, C. fu enorgico, secondiscendente, liberale anzi prodigo, amante del lusso, largo coi parenti come con principi e sudditi; però fu anche caritatevole. Esaurite ben presto le riserve accumulate dagli antecessori, C. inasprì la fiscalità cuziale, suscitando opposizioni specialmente in Germania e in Inghilterra. Per mancanza di mezzi, non poté sostenere quant'era necessario la sua politica italiana. In Roma, ridotta quasi a villaggio, favorì dapprima il tentativo di Cola di Rienzo, ma ne fu presto stanco, tanto che il legato papale poté scomunicarlo ( 15 dic. 1347). Nel 1350 bandì l'anno giubilare, fissandone la celebrazione ad ogni cinquantennio. Cercò di rimediare le tristissime condizioni delle province dello Stato pontificio con una spedizione tollitare al comando di Astorgio di Dufort (1350-51); l'impresa fallì miseramente. Bologna fu comperata da Giovanni Visconti sotto gli occhi del legato papale ( 16 ott. 1350). La lotta che ne segul contro i Visconti finì presto per esaurimento (28 luglio 1352). Miglior successo ebbe la lega conclusa da C. con Venezia, Cipro e gli Ospedalieri contro il Turco, che portò all'occupazione di Smirne e alla vittoria di Imbros (1344-47). Condusse a buon fine la lotta contro Ludovico il Bavaro, che
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fu deposto ( 13 apr. 1346) e sostituito con Carlo IV di Lussemburgo. Assolse Giovanna di Napoli dall'accusa di aver ucciso il primo marito Andrea d'Ungheria e le permise il matrimonio con il cugino Luigi di Taranto. Nella grande peste del 1348 , che fece tanti milioni di vittime in tutta Europa, C. non si mosse dalla città di Avignone che ebbe 60 mila vittime, moltiplicando gli aiuti spirituali e materiali. Difese gli ebrei, che il popolino chiamava colpevoli della peste. M. ad Avignone il 6 dic. 1352.
Boll.: E. Dóprea, C. VI. Lettres cluses, patentes et cuiales se rapportant à la France, Parigi 1901; S. Balusc, Vitae paparum Aveniancusum, I-III, 2^{°} ed., di G. Mollat, ivi 1914-27. passim; Pastor, I, pp. 81-87; G. Mollat, Les papes d'Avignon, 6^{°} ed., Parigi 1930, pp. 80-89, 144-47, 172-77, 183-90, 225-28, 282-83, 293-96.
Irenzo Daniele
CLEMENTE VII, ANTIPAPA: v. ROBERTO di GINEVRA.
CLEMENTE VII, PAPA. - Giulio de' Medici, n. a Firenze il 26 maggio 1478, un mese dopo quella congiura de'Pezzi, della quale era stato vittima il padre suo Giuliano; questi l'aveva avuto da una Fioretta, che più tardi, pontificando Leone X, si volle far passare per sua consorte segreta. Lo zio, il magnifico Lorenzo, fece educare con i figliuoli suoi il fanciullo, che stette particolarmente vicino a Giovanni, poi cardinale, e lo seguì nell'esilio da Firenze (1494). Ritornò qui dopo la restaurazione de' Medici (1512), ma, eccettuato il priorato di Capua nell'Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni, non aveva ancora ufficio di qualche rilievo. Da Giovanni, divenuto papa Leone X, ebbe l'arcivescovato di Firenze ( 9 maggio 1513), al quale seguirono la dignità cardinalizia ( 23 sett. 1513), l'ufficio di vicecancelliere ( 9 marzo 1517) e un gran numero di vescovati e benefici, in Italia e fuori, fra i quali per tempo più lungo gli arcivescovati di Narbona (15131523) e di Eger (1520-23). Poté così raccogliere grandi ricchezze, sebbene fosse di una parsimonia, che trasmodava quasi in avarizia.
La sua attività religiosa non fu in questi anni trascurabile: come arcivescovo di Firenze, convocò un sinodo (1517-18) per mettere in esecuzione i decreti del V Concilio Lateranense; fu anima del processo romano contro Lutero, che terminò con la bolla Exsurge, quantunque né egli, né il Pontefice paressero rendersi pieno conto della gravità della minaccia contro la fede cattolica. Notevole anche l'opera benefica da lui spiegata, fondando (1519) in Roma la Compagnia della Carità per soccorrere i poveri, visitare i prigionieri, seppellire i morti.
Già da allora, come uomo di buona cultura e di fine gusto, appariva amico e protettore degli studi e dell'arte. Ebbe infatti a segretario l'Aleandro e fra i maggiori amici il Bembo; al Machiavelli ottenne incarichi, sia pure modestamente retribuiti; commise a Raffaella la Trasfigurazione e il disegno della "Vigna di monte Mario", detta poi villa Madama; a Sebastiano del Piombo la Resurrezione di Lazzaro; ebbe parte attiva nelle pratiche fra Leone X e Michelangelo per l'erezione della facciata e della sagrestia nuova di S. Lorenzo.
Ma fu molto maggiore, fin dal cardinalato, in Giulio, l'operosità politica. Assai autorevole presso Leone X fin dai primi anni del governo di lui, legato di Bologna, della Romagna e presso l'esercito papale contro i Francesi (1514-15), sebbene desse già prova della sua irresolutezza, crebbe tanto nel favore di Leone da esserne il più ascoltato consigliere, abilissimo nel secondarne o nel dirigerne la politica duplice e mutevole. Ebbe parte non limpida nel mettere in scena la congiura dei cardinali contro Leone X e nel render possibile la grande creazione cardinalizia del 1^{°} luglio 1517 , che fu soprattutto determinata da ragioni finanziarie e politiche. Alla morte di Lorenzo di Piero de' Medici, fu creato dal papa legatus ad temporalia (2 maggio 1519) per tutta la Toscana ed ebbe nelle mani il governo di Firenze, nel quale spiegò doti di reggitore sa-

(Ist. Alinari)
Clemente VII, papa - Ritratto di Sebastiano del Piombo (1526) - Napoli, pinacoteca.
gace. Ebbe parte principalissima nella conclusione dell'alleanza fra Leone X e Carlo V, e fu legato nell'esercito ispano-pontificio di Lombardia ( 30 sett. 1521).
Nel Conclave che seguì alla morte di Leone X, fu capo della fazione imperiale : non potendo ottenere allora la tiara, né farvi giungere una creatura sua, propose, forse per manovra elettorale, il nome di Adriano d'Utrecht. Presso il nuovo papa Adriano VI, troppo diverso dall'indirizzo politico e mondano del papato mediceo, parve dapprima che avesse perduto ogni autorità, e si ritrasse a Firenze. Scoperti, per opera sua, gli intrighi del card. Soderini in favore della Francia, fu richiamato a Roma, divenne nuovamente potentissimo in Curia, contribuì all'alleanza difensiva del Papa e dell'Imperatore contro la Francia, nella quale entrò egli stesso in nome dei Fiorentini. Morto Adriano VI, Giulio procurò attivamente la propria elezione; ebbe ancora l'appoggio degli imperiali, ma con abili promesse riusci a guadagnare gli avversari e, dopo cinquanta giorni di Conclave, fu eletto papa con voto unanime ( 19 nov. 1523) e prese il nome di C. VII. L'elezione di lui, che era lodato per decoro di persona, per onesto costume, per sobrietà, per attività infaticabile, per grande esperienza di cose ecclesiastiche e politiche, fu salutata con gioia.
Ma erano assai difficili le condizioni dei tempi. L'aspra lotta fra Carlo V e Francesco I aveva come principale posta l'Italia. C. aveva cuore d'italiano per la patria, esposta a perdere l'ultimo resto della sua libertà, e sentiva come la difesa dell'Italia da un completo asserntmento ad uno straniero, fosse insieme difesa dell'indipendenza del pontificato; ma a fatica poteva distinguere quale fosse dovere di papa e quale ufficio di principe. Non poteva ri-
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manere stretto con Carlo V, senza pericolo di assoggettare a lui, con lo Stato papale e Firenze, il papato; non gli si poteva schierare contro, senza esporsi a una guerra costosissima e sanguinosa e di esito dubbio, né tenersi neutrale col rischio di essere abbandonato da ambedue i contendenti e fare le spese della loro discordia. D'altra parte, la rivolta contro la Chiesa guadagnava terreno in Germania e minacciava di traboccare oltre i confini di questa: per arrestarla non vi potevano essere che due vie, o procedere risolutamente a una riforma della Chiesa, o ricorrere alla forza. Ma una riforma della Chiesa pareva difficile fra tanto fragore di armi e presentava il pericolo di aprire la via a limitazioni dell'autorità pontificale e ad invadenza di principi, e massime dell'imperatore; il ricorso alla forza non era possibile senza appoggiarsi a questo e accrescerne l'autorità già soverchia. E il Pontefice, mentre si sforzava di liberare se stesso, la Chiesa e l'Italia dalla pressione di Carlo V e si appoggiava alla Francia, interessata a mantenere divisa la Germania, si faceva indirettamente alleato di quei novatori, che nel campo spirituale doveva e voleva combattere. Dall'Oriente incombeva la minaccia degli Osmani; ma non era sperabile che riuscisse ora il tentativo, già vano sotto Pio II, di raccogliere in uno sforzo supremo di difesa la cristianità; e un aiuto a chi era più esposto alla minaccia era aiuto alla temuta casa d'Asburgo. A queste difficoltà, che a stento potevano essere superate da un uomo di ben altra tempra, si aggiungeva la natura impressionabile e incerta del Papa, facile a speranze illusorie ed a timori deprimenti, lentissimo nel decidere, pronto a disvolere, per nuovi pensieri, quello che aveva voluto. E anche si univa il non saper egli dimenticare gli interessi puramente politici dello Stato temporale o della sua casa, né posporli ad altri interessi più larghi e più degni di un papa. Così i tempi, in cui C. pontificò, e le qualità di lui contribuirono a rendere il suo pontificato uno dei più infelici. Dapprima, C. si volle tenere neutrale fra i due grandi rivali nell'illusione di poter ristabilire la pace e promuovere un'azione concorde contro i luterani od i Turchi. Dopo l'entrata di Francesco I in Milano, sperò di ottenere dall'apparente vincitore vantaggi per la Chiesa e per i Medici e si unì con lui e i Veneziani (dic. 1524 -genn. 1525).
Rimase morto» dopo la sconfitta del re di Francia a Pavia; e, impaurito del trionfo di Carlo V, dei progressi dei luterani, dell'avanzare dei Turchi, si alleò con gli imperiali; ma non ottenne da Carlo V quanto sperava. La disillusione, il timore per l'onnipotenza di Carlo, i consigli del Giberti, suo datario, lo trassero a partecipare, anzi in molta parte a promuovere, quel tentativo di riscossa dell'Italia contro i «barbari», che si esplicò, prima nell'infelice congiura del Morone, poi nella lega di Cognac, la seconda lega Santa ( 22 maggio 1526). Ma la discordia e la lentezza dei collegati, Francesi e Veneziani, le violenze dei Colonna di parte imperiale, che giunsero fino a saccheggiare il Vaticano e S. Pietro ( 20 sett. 1526), lo scontento del popolo per le gravezze, che il Papa, sprovveduto di danaro, era costretto ad imporre per la guerra, costrinsero C. a un armistizio con gli imperiali, quando già avanzavano le milizie spagnole e italiane del Borbone e i laticicheneochi del Frundsberg. Né tuttavia poté arrestare l'ondata spaventosa, che si abbatté sopra Roma ( 6 maggio 1527). Carlo V era per lo meno connivente; inerte la Francia; gli alleati stessi del Papa occupavano le città dello Stato papale; Firenze, abbattuto il dominio dei Medici, ristabiliva la Repubblica. Salvatosi a stento in Castel S. Angelo, il Papa vi restò "sepolto vivo» più mesi, mentre le soldatesche saccheggiavano orribilmente la città, senza che gli sforzi di lui riuscissero a liberarla. Compostosi infine con gli imperiali a condizioni gravose ( 26 nov. 1527), riparò prima a Orvieto, poi a Viterbo, fra strettezze e pericoli; e non rientrò in Roma che il 6 ott. 1528.
Di nuovo tentò di stare neutrale, pure insistendo perché fossero restituite le città occupate e rimessi i Medici in Firenze. Alla fine, piegando già la fortuna decisamente in favore di Carlo V, conchiuse con lui la pace di Barcellona (29 giugno 1529), nella quale otteneva da Carlo, impensierito per la minaccia dei Turchi su Vienna, condizioni migliori per il papato e la famiglia propria, di quel che si potesse sperare. Seguirono la pace di Cambrai (5
ag. 1529), in cui Francesco I abbandonava a Carlo V il Papa e l'Italia, le trattative di Bologna, condotte personalmente dal Papa e dall'Imperatore, la lega fra loro e la maggior parte degli Stati italiani, compreso il ducato di Milano, che C., con insolita tenacia, era riuscito a conservare a Francesco Sforza ( 23 dic. 1529); Carlo V fu a Bologna coronato imperatore il 24 febbr. 1530. Intanto le milizie imperiali si volgevano contro Firenze. Il Papa sperava ancora forse in una sottomissione pacifica della città, ma la rivoleva a ogni costo per i Medici, anche perché questo era l'unico mezzo per impedire che cadesse in mano dell'imperatore. I Fiorentini non cedettero ( 12 ag. 1530), se non dopo una disperata difesa, che fu causa a C. di enorme dispendio: la città ritornò ai Medici, e ne fu nominalmente signore dal 1531 Alessandro, che dicevano, probabilmente a torto, figliuolo naturale del Papa; questi ne rimase di fatto padrone.
Raggiunto il suo scopo, C. piegò di nuovo verso la Francia, e strinse accordi per il matrimonio di Caterina, figliuola di Lorenzo di Piero de' Medici, con Enrico, secondogenito del re (1531). Poi tornò a disegni di pace; ebbe, a Bologna, con l'imperatore un secondo convegno, dal quale uscirono un patto segreto fra i due e una seconda lega italiana (febbr. 1532). Ma, l'anno dopo, accolse l'invito del re di Francia per un convegno a Marsiglia (ott. 1533), dove benedisse le nozze di Caterina col futuro Enrico II, ed entrò in accordi segreti col re, senza tuttavia lasciare il proposito di conciliazione. E nel suo contegno, perpetuamente, ma forse necessariamente, oscillante durò fino alla morte.
Fra cosi intricata e dolorosa vicenda, non poteva essere cospicua l'opera sua di reggitore temporale, quantunque non mancassero buoni provvedimenti per migliorare le condizioni di Roma e rialzarle dopo il sacco miserando, e per fortificare le città dello Stato papale, una delle quali, Ancona, fu allora assoggettata al dominio diretto della Chiesa (1532).
Anche meno adeguata alle necessità dei tempi fu l'attività di lui nel campo religioso. Egli non fu per vero dimentico dei doveri suoi di pontefice. Nel promuovere il giubileo del 1525 , esentò chi vi partecipasse dall'obbligo dell'elemosina; emanò una bolla contro il duello ( 13 febbr. 1524); prescrisse l'osservanza delle riforme decretate dal Concilio Lateranense (21 nov. 1524); vietò che i figliuoli naturali di ecclesiastici succedessero nei benefici dei genitori ( 30 maggio 1530). Non consentì, se non con molte riserve, all'istituzione in Portogallo di una Inquisizione sul tipo della spagnola e difese contro il re i giudei convertiti; anche per i non convertiti fu elemento. Resistette quanto poté all'invadenza statale in materia religiosa, sebbene le circostanze lo costringessero a frequenti, pericolose concessioni. Approvò la fondazione dei Teatini ( 24 giugno 1524) e, nonostante le fiere opposizioni, li accolse sotto la diretta dipendenza della S. Sede ( 7 marzo 1533). Protesse nei suoi difficili inizi quel ramo così fruttuoso dell'Ordine francescano, che fu detto dei Cappuccini, concedendo a questi la nuova veste, la barba e la vita in povertà ( 13 luglio 1528 ), quantunque non sempre si dimostrasse fermo e coerente di fronte all'opposizione dei Conventuali. Approvò anche ( 18 febbr. 1533) la congregazione dei Figli di S. Paolo, detti poi Barnabiti. Davorì le missioni nelle colonie spagnole e portoghesi e costituì in esse una gerarchia.
Per una più energica opera di riforma furono fatti molti disegni e proposte; ma C. non osò o non poté mettervi mano. E gli sbuoi perduranti nella Curia e le creazioni di cardinali, fatte, come s'è detto, nel maggior numero dei casi per motivi politici o per denaro, diminuivano sempre più il prestigio del papato. Di fronte al pericolo degli Osmani C. spiegò notevole zelo; cercò di ottenere un energico intervento delle potenze cristiane per salvare l'Ungheria dopo la battaglia di Mohács (1526), accordò de-
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CLEMENTE VII E CARLO V INCORONATO (Bologna 1530). Dipinto di Marco Vecellio ( 2ª metà sec. xvI) - Venezia, palazzo Ducale.
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(Id. Alinari)
MONUMENTO A CLEMENTE VIII di S. Milanese, (sec. xviI) - Roma, basilica di S. Maria Maggiore, cappella Borghesiana.
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[fol. Alinori]
Clementi vil, papi - Ritratto di C. VII (dopo il 1527), dipinto non finito di Sebastiano del Piombo - Parma, Pinacoteca.
cime e indulgenze per la difesa di Vienna; diede e, in assai più larga misura, promise danaro. Ottenne da Carlo V che ai Cavalieri di Rodi fosse ceduta Malta, baluardo cristiano nel Mediterraneo (1520); diede navi ad Andrea Doria per le sue imprese nel Mar Ionio. Ma i vasti progetti superavano le possibilità del Pontefice, mancante di forze e di danaro, e rimanevano subordinati all'irraggiungibile accordo fra le potenze cristiane e alle relazioni mutevoli del Papa con Carlo e Ferdinando d'Absburgo.
Da queste relazioni dipese anche in parte il contegno di C. innanzi alle gravi questioni dell'eresia luterana e della convocazione del concilio. E giusto però riconoscere che, se egli si lasciò spesso guidare da motivi politici e diede prova della sua abituale irresolutezza, dimostrò anche notevoli doti di prudenza, per non rendere irreparabile la divisione religiosa, finché vi era qualche, sia pure illusoria, speranza di poterla evitare.
L'invio del card. Campeggio ( 8 genn. 1524), come legato in Germania, pareva preludere all'attuazione di riforme, delle quali il cardinale era sostenitore convinto; dopo le deliberazioni della Dieta di Norimberga (1524), il Papa, mentre si opponeva alla convocazione di un concilio nazionale tedesco, minaccioso all'unità della Chiesa, mostrò di aderire al disegno di Carlo V, di un concilio ecumenico e promise di accogliere almeno in parte i grammaina della nazione tedesca. Ma, proprio quando la Dieta di Spira (1526) si dimostrava tollerante ai novatori e lasciava ad ogni Stato la pericolosa facoltà di determinare il proprio atteggiamento religioso, C. era impegnato nella lotta con Carlo V, sicché rimaneva indisturbato il formarsi in Germania delle Chiese di Stato luterane. Quando i novatori, mal soddisfatti delle decisioni, pure in tanta parte loro favorevoli, della nuova Dieta di Spira (1529), formularono la famosa protesta, C., a Bologna, promise all'imperatore la convocazione del concilio, disposto anche a concessioni assai larghe ai protestanti, nell'intento di evitare che l'imperatore stesso si erigesse a giudice. Illudendosi però, anche per l'apparente moderazione della Confessione di Augusta, sulle disposizioni reali dei novatori, esigeva che questi accettassero il concilio e lo accettasse il re di
Francia, che poteva fare contrappeso alle ingerenze imperiali. La convocazione del concilio fu annunziata come prossima in un'enciclica del 10 dic. 1531, mentre l'Aleandro, nunzio in Germania, doveva tentare con prudenza un accordo con i protestanti. E anche quando, di fronte alla conclusione della Lega smalcaldica e alla crescente minaccia dei Turchi, l'imperatore conchiuse con i protestanti la pace religiosa di Norimberga (1532), che tollerava la confessione augustana fino alla riunione del concilio, C. non sollevò proteste, lasciando l'impressione di avere approvato l'accordo. Nel secondo convegno di Bologna, egli rinnovò l'impegno di indire il concilio, e inviò infatti nel genn. del 1533 brevi ai principí cristiani per ottenerne l'adesione; ma inutilmente Ugo Bangoni, suo nunzio in Germania, tentò di ottenere la sottomissione dei protestanti alle decisioni del concilio futuro; il re di Francia poi si chiarí avverso alla convocazione; e C., che non ne sperava alcun utile risultato, s'indusse a differirla (marzo 1534), sollevando, non solo nella corte imperiale, ma fra i cattolici più ardenti della Germania, fiere e non tutte giustificate proteste.
Di fronte all'apostasia dal cattolicesimo di Alberto di Brandeburgo, gran maestro dei Cavalieri teutonici (1525), e ai provvedimenti che condussero al progressivo distacco della Danimarca e della Svezia da Roma, C. dimostrò la solita tendenza conciliativa, illudendosi che la rottura si potesse evitare o riparare facilmente. Nella Svizzera non seppe né provvedere tempestivamente a riforme, né aiutare validamente i cattolici, e sperò vanamente che gli eretici tornassero all'unità della fede.
Quando Enrico VIII, re d'Inghilterra, per contrarre nuove nozze con Anna Boleyn, mise innanzi scrupoli di coscienza sulla validità della dispensa di Giulio II per il suo matrimonio con Caterina d'Aragona e chiese insieme l'annullamento di questo e la dispensa dall'affinità con Anna per le relazioni precedenti con la sorella di lei, C., chiuso allora in Castel S. Angelo, non volle dare un immediato e aperto rifiuto. In quel momento terribile il re era quasi il solo amico rimastogli; ed era, d'altronde, troppo da temere che quest'antico defensor fidei si volgesse ora a valorizzare gli elementi anticatolici esistenti nell'Inghilterra e trascinasse questa, sull'esempio della Germania e dei paesi del nord, fuori dall'obbedienza romana. C. cercò quindi di temporeggiare, e da Orvieto ( 17 dic. 1527) concesse dispensa per il matrimonio con la Boleyn, nel caso che quello con Caterina fosse dichiarato nullo. Ma rifiutò recisamente di rimettere la decisione nelle mani del card. Wolsey, favorevole all'annullamento; delegò al legato Campeggio e al Wolsey stesso il giudizio sulla questione, senza impegnarsi però a confermarne la sentenza; e mentre, cedendo alle sollecitazioni del Wolsey, concedeva una decretale, che faceva sperare, o forse promettava, l'annullamento, pose come condizione che fosse solo mostrata al re per rafforzare la vacillante posizione del cardinale, ma non ne fosse fatto altro uso, né sulla base di essa fosse fondato il giudizio, e non si volle spingere a concessioni ulteriori e definitive. Certo, a questo suo contegno insolitamente risoluto non fu estraneo il timore di offendere troppo gravemente Carlo V, che aveva fatto sua la causa della zia Caterina; ma è pur vero che egli, anche quando era in contrasto con Carlo, non s'indusse a sacrificare la santità del matrimonio, neppure innanzi al pericolo dello scisma e al vantaggio, che agli interessi, anche religiosi, del pontificato poteva venire da una più stretta unione col re. Poi, quando per la pace di Barcellona fu sicuro dell'appoggio di Carlo V, C. accolse l'appello di Caterina e avocò alla Roca di Roma la causa, che in Inghilterra si sarebbe conchiusa a suo danno ( 16 luglio 1529). Oscillò ancora, lasciò che si traesse in lungo il processo; ma proibì al re di contrarre nuovo matrimonio, finché la causa non fosse giudicata ( 1531 e 1532). Né i pareri delle università francesi, abilmente sollecitate dal Cranmer, né la minaccia di interdizione delle «sonate» e di provvedimenti severi contro chi rimanesse fedele a Roma, valsero a snuuoverlo. Il re sposò in segreto la Boleyn (25 genn. 1533), fece dal Cranmer, intruso come arcivescovo nella sede di Canterbury, dichiarare invalido il suo matrimonio con Caterina e volle che Anna fosse coronata.
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Il Papa proclamò nullo il nuovo matrimonio e scomunicò Enrico, se non si separasse da Anna e riprendesse Caterina (II luglio 1533). E ai decreti del Parlamento inglese, che distaccavano da Roma la Chiesa d'Inghilterra, sottoponendola al re (genn. 1534), rispose con la definitiva sentenza, che dichiarava la validità del primo matrimonio ( 24 marzo 1534). E può ben essere che la prudente lentezza di C. desse ad Enrico VIII speranza di una decisione favorevole alla sua passione per la Boleyn e l'incoraggiasse quindi a persistere; ma è anche da dubitare assai se un contegno più risoluto del Papa avrebbe potuto impedire la crisi, o non anzi l'avrebbe accelerata, e se non sia quindi da attribuire a C. la lode di avere fatto quanto era in lui per evitare cosi grave danno alla Chiesa.
Le condizioni dei tempi e l'orrendo saccheggio, che pose fine alla splendida Roma del Rinascimento, impedirono a C. di rispondere alle speranze, che letterati ed artisti avevano riposte in un papa mediceo. Tuttavia egli diede favore a uomini di lettere, come al Sadoleto che fu nei primi anni suo segretaria, al Sannazzaro che gli dedicò il De partu Virginis, al Giovio, al Berni, ad altri molti, che, per altro rispetto, non erano tutti degni del favore di un Papa. Nel Guicciardini, a cui diede nel 1524 la presidenza di Romagna e più tardi altri uffici, premib certo piuttosto l'uomo politico devoto ai Medici che lo storico insigne; al Machiavelli, che gli aveva presentato la sue Storie fiorentine, diede non lauto sussidio; con Erasmo ebbe relazioni amichevoli.
Nel campo dell'arte fece decorare la sala di Costantino da scolari di Raffaello, in parte su disegni del maestro; continuò la fabbrica di S. Pietro affidata al Peruzzi; compi il cortile di S. Damaso e le tre vie da Campomarzio a piazza del Popolo. Innalzò a Roma la Zecca, per la quale lavorava il Cellini, mentre Giovanni Bernardi incideva le sue medaglie bellissime. A Orvieto fece costruire da Antonio da Sangallo il Pozzo di S. Patrizio e a Loreto continuare da Andrea Sansovino e da altri scultori insigni la decorazione della S. Casa. Soprattutto, ebbe il merito di commettere a Michelangelo la "Sagrestia nuova» di S. Lorenzo con i monumenti famosi, l'erezione della biblioteca Laurenziana e, negli ultimi mesi del pontificato, il Giudizio universale della Sistina.
Frequentemente infermo durante il suo pontificato, mori dopo sei mesi di malattia "cristianamente et quietamente" il 25 sett. 1534, e fu sepolto in un pesante monumento, opera di Baccio Bandinelli, nel coro di S. Maria sopra Minerva. - Vedi Tav. CXV.
Bibs.: G. Ehses, Die Politik Klemens' VII. bis zur Schlachs von Pavia, in Histor. Jahrb., 6 (1885), pp. 557-603; 7 (1886), pp. 553-93; R. Grethos, Die politischen Beziehungen Klemens' VII. zu Karl V. in den Jahren 1513-17, Hannover 1887; P. Balan, C. VII e l'Italia dei suoi tempi, Modena 1887; W. Hellwig, Die politischen Beziehungen Klemens' VII. zu Karl V. im Jahre 1526, Lipsia 1889; Pastor, IV, II (con ricchissima bibliografia); G. Pieraccini, La stirpe dei Medici di Cafaggiuolo, I, Firenze 1924; G. Constant, La réforme en Angleterre: le schisme anglican. Henry VIII, Parigi 1930; E. Rodocanachi, Les pontifc cats d'Adrien VI et de Clément VII, ivi 1933; Fliche-Martin, Histoire de l'Eglise, XVII, ivi 1948, pp. 22-27.
Giovanni Battista Picotti
CLEMENTE VIII, ANTIPAPA: V. SANCHEZ MUÑOZ, EGIDIO.
CLEMENTE VIII, PAPA. - Ippolito, figlio di Silvestro Aldobrandini, illustre giureconsulto, e di Lisa Deti, n. a Fano il 24 febbr. 1536, fu assunto al pontificato il 30 genn. 1592; m. il 5 marzo 1605. Studiò leggi a Padova, a Perugia e a Bologna, dove si laureò. La vita onesta ed esemplare sin dalla gioventú gli conciliò il favore di Pio V, protettore della sua famiglia, aprendogli l'accesso alla prelatura romana; coprì con onore gli uffici di avvocato concistoriale e di uditore di Rota; da Sisto V fu promosso datario il 15 maggio 1585 e in quello stesso anno, 18 dic., anche cardinale di S. Pancrazio. Fu penitenziere maggiore nel 1596 e poi legato straordinario in Polonia

Clemente VIII, papa - Busto in bronzo di C. VIII di G. Albenga (1601) - Ferrara, Cattedrale.
(1588-1589), dove con grande tatto riusci a comporre il gravissimo dissidio tra la Polonia e la casa d'Austria e, con particolare riguardo, ad allontanare il pericolo turco. Nei tre conclavi seguiti alla morte di Sisto V, il suo nome figurò tra i papabili, ma gli fu avversa la corte di Spagna, che lo reputava francofilo. Eletto papa, riprese le direttive di governo e lo spirito risoluto di Sisto V, con un temperamento più mite. Contrario al nepotismo in massima, non seppe evitare di chiamare a suoi immediati collaboratori i nipoti Cinzio e Pietro Aldobrandini, che presto furono assunti al cardinalato e nominati segretari di Stato. Ebbe a cuore l'opera di riforma della Chiesa; in questa ebbe spesso il consiglio di a. Filippo Neri; fu pertanto sollecito del ristabilimento della disciplina nel Palazzo e nella Curia papale e della repressione di ogni abuso; con la costituzione del 12 marzo 1596, integrata da decreti degli aa. 1599, 1602, 1603, provvide a restaurare il buon governo e la fedeltà alla regola nelle comunità religiose; richiamò vescovi e clero all'osservanza dei canoni tridentini e in particolare all'obbligo della residenza; creò cardinali i migliori (Baronio, Bellarmino, Tarugi, Toledo, Antoniano); temperò la severità del tribunale dell'Inquisizione; rimosse inconvenienti nella procedura dei processi (il 17 luglio 1600 subì l'estremo supplizio Giordano Bruno eretico); perseguì l'eresia e gli eretici stimolando all'uopo anche i principi cattolici, soprattutto nell'impedire la diffusione di libri o libelli contrari alla fede cattolica; allo stesso intento ordinò una nuova edizione, più aggiornata e più chiara nelle disposizioni, dell'Indice dei libri proibiti. Poiché la Bibbia stampata d'ordine di Sisto V era stata oggetto di gravi critiche fra i dotti, C. VIII ne impedl la circolazione e ne fece approntare un'altra più corretta (Volgata clementina); deliberò una moderna raccolta delle Costituzioni pontifice ed egli stesso collaborò agli studi per queste; furono cosi
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stampate le S. D. N. D. Clementis papae Decretales (Roma 1598); ma l'opera restò allo stato di progetto, perché dubbi, contrarietà, resistenza opposta da varie parti ne dissuasero la pubblicazione. C. fu zelantissimo fautore e promotore delle missioni, già dovunque, nel vecchio e nel nuovo mondo, splendidamente avviate ad opera di Gesuiti, di Francescani e di altri Ordini religiosi. Nell'ardente dibattito intorno alla dottrina della Grazia fra Gesuiti (Molina) e Domenicani (Báñez), allo scopo di mettere termine alle dispute diventate troppo ardenti, dispose che fossero sottoposte all'esame di una commissione speciale, che fu la celebre Congregatio de Auxiliis, ma non riusci ad ottenere la conciliazione degli animi.
Nella guerra religiosa di Francia, nella quale aveva parte anche la Spagna, C. VIII evitò d'aver parte, non volendo mettersi in contrasto con l'una o l'altra delle due potenze; ma quando Enrico di Borbone abiurò il calvinismo e fu perciò riconosciuto re (v. enrico iv), egli diede la sua sancione a questa soluzione e poté in seguito riconciliare le due corone (Pace di Vervins, 1598) e provvedere alla riforma della Chiesa in Francia; infatti solo allora effettivamente poterono essere introdotti in Francia i canoni tridentini con un pronto rifiorire della vita religiosa. In vista appunto della concordia fra i cattolici e della pace nel regno C. tollerò l'editto di Nantes del 1598, con cui quel re concesse libertà di culto e di coscienza e speciali guarentigie politiche agli ugonotti, ancora assai potenti nel regno stesso. Con l'appoggio di Enrico IV ebbe felice esito la devoluzione di Ferrara alla S. Sede. Già come cardinale, di fronte alle assidue pratiche di Alfonso II d'Este, duca di Ferrara, per assicurare la successione di quel dominio alla casa d'Este, pur mancandogli discendenti maschi legittimi, l'Aldobrandini aveva sostenuto che siffatte sollecitudini non si dovevano accogliere, in obbedienza ad una nota bolla di Pio V, che vietava ogni ulteriore alienazione di feudi della Chiesa; nei primordi del suo pontificato aveva pure confermato la bolla; alla morte del duca, Cesare d'Este suo nipote, designato erede, volle succedergli anche nel dominio di Ferrara, confidando nell'avversione di potenze italiane ad un ingrandimento dello Stato pontificio. Ma in realtà, non avendo il favore sperato della Spagna, di Venezia e dell'Impero, mentre C. VIII poté contare sull'aiuto non solo diplomatico, ma eventualmente anche militare di Enrico IV, l'Estense s'indusse a sottomettersi alla volontà del Papa; così, pacificamente, Ferrara fu devoluta alla S. Sede. C. VIII volle godere di questo suo trionfo politico andando pomposamente a Ferrara e ordinando là, tra l'altro, la costruzione d'una fortezza.
Minori successi ebbe il Papa in altri campi del suo governo politico-ecclesiastico: la potenza spagnola, che era sempre forte in Italia e premeva rudemente sulla stessa Corte papale, si rese più tenace, col pretesto di una supposta preferenza di C. per la Francia; lo sforzo del Papa di organizzare una lega cristiana contro gli Ottomani non ebbe serio risultato, né l'invio di corpi d'esercito di Ungheria da lui stipendiati ebbe fortuna. Se considerevoli furono le sollecitudini di C. per la restaurazione cattolica in Germania e nei Paesi Bassi spagnoli, non furono adeguati in realtà i risultati. Le speranze concepite su Giacomo I re d'Inghilterra per il ristabilimento del cattolicismo in Inghilterra ed i tentativi al riguardo non produssero che delusioni. Poche consolazioni gli vennero circa la fortuna del cattoliciamo in Polonia e in Russia; conforti, ma non duraturi, ebbe dal giu-
bileo, indetto per l'anno santo 1600 , che richiamò a Roma pellegrini in gran numero dalle varie parti dell'Europa cristiana. La sua salma, nel 1646 fu trasportata da S. Pietro a S. Maria Maggiore nel sepolcro fatto costruire da Paolo V. - Vedi Tav. CXVI.
Biss.: Pastor. XI (con ricca bibliografia): R. Augé. La bolla de Clemente VIII per la reforma de la Congregación clausiral tarracanense, in Catalonia monastica, 3 (1929), pp. 259283; N. Mosconi, Per la storia della riforma cattolica. I ricordi di un nuncio (mona. Cesare Speciano, vescovo di Cremona), in Conviction. 3 (1931, 10), pp. 347-65; A. Louant, L'intervention de Clément VIII dans le traité de Vervins, in Bull. de l'Institut historique belge de Rome, 12 (1932), pp. 126-86; E. Del Portillo, Clemente VIII y la primera edición de Ordinaciones praepositorum generalium (Roma 1595), in Arch. hist. S. I., 2 (1933), pp. 319-23; A. van Hove, Prolegomena, 2^{2} ed., Malines-Roma 1926, pp. 385-86.
CLEMENTE IX, PAPA. - Giulio Rospigliosi n. a Pistoia, di nobile famiglia, il 28 genn. 1600; creato cardinale nel 1657 , eletto papa il 20 giugno 1667, m. il 9 dic. 1669. Studiò ed insegnò a Pisa, successivamente fu a Roma tra i famigliari del card. Francesco Barberini che accompagnò in Francia e in Spagna. Era ufficiale di curia in Roma, quando nel marzo del 1644 fu destinato nunzio in Spagna, dove rimase con onore sino al 1653 . Perché amico dei Barberini, non fu mai gradito a papa Innocenzo X; durante il conclave, dopo la morte di lui, fu eletto governatore di Roma e poi dal nuovo papa Alessandro VII nominato segretario di Stato e cardinale (1657) : ad Alessandro VII successe dieci anni dopo, grazie alle sue belle qualità, tra cui la mitezza d'animo, il senso di giustizia e la generosità; da papa non si lasciò indurre a favorire i parenti; rigoroso con sé, fu davvero "clemente" con i sudditi; lo stesso Pasquino salutò con lodi la sua elezione e preconizzò un aureo pontificato; se non che egli era alquanto innanzi con gli anni e malaticcio.
Ai suoi di ferveva ancora la controversia giansenista; senza staccarsi dalle sentenze emanate dai suoi predecessori in materia, mirò col suo intervento a conciliare gli animi (s pace clementina s); ma le passioni infocate fecero fallire la sua iniziativa. Governò con equilibrio lo Stato della Chiesa, evitando di far troppo sentire ai sudditi il peso dei pubblici oneri. Prima d'esser papa, si era dilettato di poesia e di arte melodrammatica con qualche fortuna e rinomanza; come papa protease gli studi e le arti; onorò tra gli artisti del suo tempo il Borromini e il Bernini che lavorava attorno alle statue da collocarsi sul Ponte S. Angelo; concesse la sua benevolenza alla coltissima regina Cristina di Svezia, nuovamente ospite di Roma. Importanti provvedimenti in favore delle missioni sono da ricordare, tra cui la bolla del 17 giugno 1669, che faceva esplicito divieto ai missionari ed agli ecclesiastici tutti di occuparsi di affari commerciali, sia per profitto personale, sia per utile della propria religiosa comunità, a meno che questa non fosse in stretta necessità; e il breve del 17 sett. 1669, col quale sottoponeva i missionari tutti alla vigilanza e alla giurisdizione dei vicari apostolici.
Nell'ordine politico il più grosso problema era la sorte di Candia; dal 1645 i Veneziani e le soldatesche di alcune potenze cristiane si battevano per impedire che quell'isola cadesse in mano ai Turchi; sull'esempio dei suoi predecessori, C. mandò cospicui soccorsi di uomini, di denaro, di galee e stimolò assiduamente Francia e Spagna a partecipare all'impresa; allo scopo si adoperò a sanare le loro discordie. Luigi XIV intervenne di fatto con una sua flotta e con un esercito, ma non decisamente, per non turbare del tutto le amichevoli relazioni con l'Impero ottomano; la Spagna soprassedette diffidando dell'avversario francese; Candia cadde e la notizia giunse a Roma, quando C. era deceduto. C. ebbe il merito di riconciliare alla
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S. Sede Luigi XIV, che aveva avuto rapporti diplomatici assai bruschi con papa Alessandro VII. La sua salma, rimasta breve tempo in S. Pietro, fu trasportata dal suo successore in S. Maria Maggiore. - Vedi Tav. CXVII.
Bial.: Ch. Terlinden, Les préparatifs de l'expédition au secours de Caudic, in Revue d'hist. ecclés., 4 (1903), p. 679 sgg.; id., Les derniers tentatives... au secours de Caudic, ibid., 5 (1904), p. 47 sgg.; A. Salza, Drammi inediti di G. Rospigliosi, poi Clemente IX, in
Riv. music. ital., 14 (1907), pp. 473 - 908 (con bibliografia precedente); Br. Bruno, Note romane relative a papa C. IX, in Bull. stor. pictuisse, 23 (1621) p. 18 sg.; U. Rolandi, La prima commedia musicale rappresentata a Roma nel 1639, in Nuova Antologia, 1627, v. p. 323 ; Pastor, XIV, i, pp. 341 627. Giovanni Soranzo
## CLEMENTE
X, papa. - Emilio Altieri, n. a Roma dall'antica famiglia degli Altieri il 12 luglio 1590; dottore in ambo i diritti, fu nel 1623 uditore alla nunziatura di Polonia, poi il 26 nov. 1627 fu nominato vescovo di Camerino per rinuncia del fratello Giov. Battista e tenne questa sede fino al 1666. Fu nunzio a Napoli, ma fu creato cardinale da Clemente IX solo il 24 nov. 1669. Alla morte di questi, dopo cinque mesi di conclave, a 80 anni, fu eletto papa (29 apr. 1670), e per non avere stretti parenti affidò il disbrigo degli affari al card. Paluzzi

(Int. Alinari)
degli Albertoni che assunse il cognome degli Altieri.
Grande preoccupazione di C. furono le discordie intestine della Polonia, delle quali profittava Maometto IV per impadronirsi delle fortezze del regno; egli favoril le mosse di Giovanni Sobieski, la sua vittoria a Chocim sul Dniester (II nov. 1673) e la sua elezione a re il 20 maggio 1674.
Anche nella guerra che contemporaneamente (16731675) si svolgeva tra la Francia e la Spagna, C. si adoperò come mediatore di pace, e già aveva nominato plenipotenziario Fabio Guinigi, arcivescovo di Ravenna ( 5 ott. 1675), quando il 26 luglio 1676 venne a morte. Pochi anni dopo gli fu eretto in S. Pietro un monumento su disegno di Mattia De Rossi.
Il pontificato di C. fu fecondo di opere volte ad assicurare il benessere dei sudditi e l'abbellimento della sede del papato. Dette un valido impulso all'agricoltura, promosse il progresso delle industrie, sussidiò ospizi e ospedali, destinò fondi per elemosine.
Anche le arti furono favorite. Carlo Rainaldi, nominato
architetto di corte in sostituzione del vecchio Bernini, effettuò la sistemazione della gradinata e della tribuna di S. Maria Maggiore, e vi cresse il monumento a Clemente IX. Il Bernini completò con quattro statue la decorazione del Ponte S. Angelo ed eseguil il ciborio in bronzo per la cappella del Sacramento in S. Pietro. Fu ricomposto nella stessa basilica il musaico della «navicella» di Giotto, e nella piazza si eresse la fontana corrispondente a quella postavi dal Maderno; nella chiesa della Minerva fu abbellita le cappella della famiglia Altieri. - Vedi Tav. CXVIII.
C. canonizzò Lui. gi Bertrán, Gaetano Thiene, Francesco Borgia, Filippo Benizi e Rosa da Lima (1671).
Bial.: G. Sardi, Il cardinale G. B. Spada e il Conclave del 1670, Lucca 1680; Pastor, XIV, pp. 628-84; Eubel, IV, p. 131.
Elsa Gerlini
## CLEMENTE
XI, papa. - Giovanni FrancescoAlbani, n. ad Urbino il 23 luglio 1649 , fu educato a Roma e non fu estraneo al circolo della regina Cristina di Svezia. Nominato segretario dei brevi nel 1687, fu da Alessandro VIII creato cardinale di S. Maria in Aquiro il 10 apr. 1690.
Fu elettopontefice il 23 nov. 1700. Ebbe un pontificato travagliato, perché, scoppiata la guerra di successione di Spagna, ciascuna delle due potenze opposte, Francia ed Impero con i loro alleati, pretendeva di avere
il Papa dalla propria parte. L'imperatore Giuseppe e Filippo V di Spagna richiamarono i loro ambasciatori da Roma interrompendo le relazioni con il Papa, anzi l'imperatore fece molestare gli Stati della Chiesa dalle sue milizie.
I trattati di Utrecht, Rastadt e Baden (1712-14) fissavano nelle linee generali l'assetto della Europa senza tener conto dei diritti del Papa; anzi il nuovo imperatore Carlo VI non mancò di avanzare nuove pretese. Migliori sorti invece segnavano per la cristianità le vittorie conseguite in Ungheria dal principe Eugenio e dai veneziani sotto Cerfli e nel Peloponneso, alle quali non mancò il contributo del Pontefice. Attraverso tutto il pontificato di C. un appassionato dibattito sulle questioni giansenistiche. Si cominciò nel 1701 con il famoso caso di coscienza: se poteva cioè essere assolto colui che professasse essere sufficente l'ossequioso silenzio sulle condanne del giansenismo, senza che gli si dovesse richiedere anche l'assenso interna. Il Papa condannò tale asserzione con la bolla Vineam Domini del 16 luglio 1705. Emano l'8 sett. 1713 la bolla Unigenitus con la quale
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furono condannate 101 proposizioni delle Reflections morales del Quesnel; ne sorsero in Francia appassionate polemiche, sino a formare un partito detto degli «Appellanti» (1717) che furono tosto scomunicati con la nuova bolla Postorolis del 1718. Forte impulso ricevettero sotto il pontificato di C. le missioni, particolarmente quelle del Mediterraneo orientale, della Persia, dell'India e della Cina. Le questioni a proposito dei riti cinesi e malabarici (v.), che il papa C. intese troncare con la sua bolla del 9 marzo 1715, provocarono lunghe polemiche e dissensi e furono causa di persecuzioni per tutto il resto di quel secolo. Non mancarono sotto il pontificato di C. efficaci provvedimenti di governo ed un illuminato mecenatismo. Una Congregazione speciale, chiamata del Sollicvo, fu istituita per condurre a termine provvedimenti annonari a favore dei miserabili; granai per il pubblico, ospedali, collegi, ospizi sorsero anche nelle province.
C. mori il 19 marzo 1721, e fu sepolto in S. Pietro. - Vedi Tav. CXIX.
BibL.: Pastor, XV, pp. xsv-xxxix e 1-410 (e bibl. ivi cit.): L. Niro. La finanza pontifica sotto C. XI, Milano 1928; A. Aldobrandini, La guerra di successione di Spagna negli Stati dell' Alla Italia dal 1702 al 1705 e la politica di C. XI, Roma 1931. Paolo Dalla Torre
CLEMENTE XII, papa. - Lorenzo Corsini, n. in Firenze il 7 apr. 1652 ; m. a Roma il 6 febbr. 1740. Studiò a Roma al collegio Romano, si addottorò in ambo i diritti a Pisa. Arcivescovo titolare di Nicomedia nel 1691, tesoriere generale e governatore di Castel S. Angelo sotto Innocenzo XII (1696), poi commissario di Clemente XI in Ferrara, cardinale di S. Susanna il 17 maggio 1706. Fu eletto a 79 anni successore a Benedetto XIII, il 12 luglio 1730.
Rialzò lo scaduto decoro della corte; attese a reprimere inveterati abusi, sottrasse all'immunità dei luoghi sacri i molti omicidi, provvide alle dissestate finanze, sostenne l'agricoltura. Pastore zelante e premuroso estese le missioni nel Tibet e fra i Tartari ed i Maroniti del Libono. La guerra di successione polacca (1733) offrì occasione al neutrale Pontefice di stabilire il principio di riconoscere come sovrano colui che fosse giunto al pa-

Clemente XI, papa - Ritratto di C. XI di C. Maratta. Roma, villa Albani.

(fot. Alinori)
Clemente XII, papa - Monumento a C. XII nella cappella Corsini di G. B. Alzini e P. Monaldi - Roma, basilica di S. Giovanni in Laterano.
cifico possesso della corona; perciò malgrado le relazioni strette già con il candidato francese Stanislao Leszczyński, riconobbe senz'altro il competitore di costui Federico Augusto III, appena egli con l'appoggio austro-russo ebbe la superiorità. E nello stesso modo si comportò di fronte ad Austriaci e Spagnoli, che continuavano a contendersi con alterne vicende e con ripetute violazioni della neutralità pontificia il dominio del regno di Napoli.
Longanimità e fermezza insieme usò nel superare successivi attacchi e complicate controversie per il libero esercizio della giurisdizione ecclesiastica in Spagna (1734-38); a Napoli, ove imperava la politica anticuriale di Bernardo Tanucci; in Francia (1737), ove oltre tutto il Parlamento di Parigi osava persino vietare la lettura della bolla di canonizzazione di s. Vincenzo de' Paoli; in Portogallo e poi anche in Piemonte, ove continuavano gli attriti dell'età precedente. A lui è dovuta la prima condanna della massoneria con le due bolle del 28 apr. 1738 e del 14 genn. 1739. Non tralasciava intanto di incoraggiare gli studi; nonostante le ristrettezze finanziarie, sotto l'aspetto artistico il suo pontificato fu uno dei più gloriosi e produttivi. Gli si deve la facciata principale della basilica Lateranense, la sontuosa cappella Corsini nella medesima, ove C. è sepolto, e la facciata di S. Giovanni dei Fiorentini, tutte opere dell'architetto A. Galilei.
BibL.: Pastor, XV, pp. 839-795 (e bibl. ivi cit.) e alle pp. xxvxxxix.
Paolo Dalla Torre
CLEMENTE XIII, papa. - Carlo Rezzonico, n. a Venezia il 7 marzo 1693 da famiglia oriunda di Como e da poco inserita nel Libro d'oro (1687). Studiò nel collegio dei Gesuiti di Bologna. Si laureò
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in teologia e diritto canonico nell'Università di Padova. Due anni dopo (1714) entrò nell'Accademia dei nobili di Roma. Ordinato sacerdote, fu mandato da Clemente XI governatore a Rieti e quindi a Fano. Richiamato a Roma nel 1725, divenne uditore di S. Rota per Venezia (Decisiones S. Rotae Romanae coram R. P. D. Carolo Rezzonico, 3 voll., Roma 1759). Clemente XII lo creò cardinale diacono di S. Nicolò in Carcere il 20 dic. 1737, e Benedetto XIV lo chiamò a succedere al card. Ottoboni nella sede vescovile di Padova ( 21 marzo 1743), che il Rezzonico onorò con opere insigni, quali il Sinodo (1746) e la ricostruzione del Seminario (Il Seminario di Padova, Padova 1911, pp. 227-31), e più con lo zelo apostolico, l'inesauribile carità e la santità della vita. Infatti i Padovani lo dicevano «il santo». I cardinali raccolti in conclave dodici giorni dopo la morte di Benedetto XIV (3 maggio 1758), cadute le candidature dell'Archinto, del Cavalchini e del Passionei, su proposta dell'austriaco card. De Roth, furono d'accordo sul Rezzonico, che assunse il nome di C. XIII. Era di natura mite e generosa, di spirito sveglio e perseverante, e di instancabile attività nel lavoro, come lo giudicò il Cordara suo contemporaneo. Però mancava di larghezza di Idee e chiaroveggenza sui suoi tempi. Non ammetteva transazioni e patteggiamenti di sorta, e la sua politica quindi non poteva riuscire che in perfetta antitesi con quella del suo antecessore. Di questa politica fu arbitro il card. Luigi Torrigiani, successore del card. Archinto (ott. 1758) nella segreteria di Stato; era uomo risoluto e inflessibile e grande amico dei Gesuiti. Si combatteva allora in Europa la guerra dei sette anni. C., notificando ai principi la sua esaltazione al pontificato, li esortò caldamente alla pace. Nel 1763-64 dall'I