igi Torrigiani, successore del card. Archinto (ott. 1758) nella segreteria di Stato; era uomo risoluto e inflessibile e grande amico dei Gesuiti. Si combatteva allora in Europa la guerra dei sette anni. C., notificando ai principi la sua esaltazione al pontificato, li esortò caldamente alla pace. Nel 1763-64 dall'Italia meridionale e dal Lazio, in occasione di gravissima carestia, si accorreva a Roma; C. accolse e sfamò quotidianamente per lunghi mesi 6 mila forestieri e 8 mila sudditi.
Ciò non gli impedì di intraprendere e continuare grandi opere pubbliche. Se non poté attuare l'idea, pur tanto accarezzata, del prosciugamento delle paludi Pontine, favorì l'arte a Roma (sotto il suo pontificato fu compiuta la Fontana di Trevi). Acquistò in varie occasioni preziosi manoscritti per la Vaticana, alla quale diede un regolamento assai rigoroso (ag. 1761). Favorl le arti e gli artisti, specialmente Raffaele Menga e Giovanni Battista Piranesi. Affidò l'ufficio di commissario delle antichità al Winckelmann. Protesse anche gli studi. Lodò l'Illyricum sacrum di Daniele Farlati, rese possibile la pubblicazione della Inscriptiones Romanae infimi soci ( 3 voll., Roma 1760) del benedettino Pier Luigi Galletti. Ferma e vigile fu la sua posizione di fronte al movimento illuministico : condannò il De l'esprit dell'Helvetius, l'Emile di Rousseau e l'Encelopedia di D'Alembert e Diderot ( 3 sett. 1759). Con un'enciclica additò ai vescovi il pericolo della letteratura anti-cristiana e invitò a combatterla ( 25 nov. 1766). Quando sotto lo pseudonimo di Giustino Febronio, Giovanni Niccolò von Hontheim (1701-90), vescovo coadiutore di Trevi, pubblicò il De statu Ecclesiae et legitima potestate Romani pontificis (1763), sommamente lesivo del primato di giurisdizione del papa, tale opera fu messa all'Indice ( 27 febbr. 1764). C. vide un'àncora di salvezza nella devozione al S. Cuore di Gesù, di cui istituì la festa nel 1765. Canonizzò : Giuseppe Calasanzio, Giuseppe da Copertino, Girolamo Miani, Giovanna Francesca di Chantal e Giovanni Canzio, molti altri proclamò beati, tra i quali il parente e antecessore nella sede di Padova, Gregorio Barbarigo ( 20 sett. 1761).
Resero più difficile il pontificato al malaticcio C. la lotta delle corti borboniche contro i Gesuiti.
Cominciò nel Portogallo, dove il marchese di Pombal, incolpandoli dell'attentato contro il re Giuseppe Ema-

(1st. Alinori)
Clemente XIIJ. papa - Ritratto di C. XIII di R. Menga Milano, pinacoteca Ambrosiana.
nuele ( 3 sett. 1758), parte li chiuse in carcere e parte li deportò a Civitavecchia. C. protestò contro questa disposizione arbitraria. Il Pombal espulse il nunzio papale (4 giugno 1760) e troncò i rapporti con la S. Sede ( 7 luglio 1760). Seguì la Francia, ove il rifiuto della Compagnia di risarcire i danni del fallimento del p. Lavallette, diede occasione al Parlamento, sobillato dal ministro Choiseul e dalla Pompadour, e decretarne l'espulsione ( 1^{°} apr. 1762). Invano C. scongiurò il re di impedire il sopruso, e pubblicò la costituzione Apostolicum poscendi munus in lode della Compagnia ( 7 genn. 1765). Anche la Spagna non volle essere da meno. Un ordine improvviso e segreto espulse i Gesuiti nell'apr. 1767. Poco dopo il ministro Tanucci, che governava il regno di Napoli a nome del giovane Ferdinando IV, dichiarò soppressa la Compagnia nel Mezzodi (31 ott.). Nuove e più aspre proteste del Papa. Quando poi anche il Du Tillot, ministro di Ferdinando di Parma, cacciò i Gesuiti dal ducato, feudo papale, C. reagì vigorosamente con il monitorio del 30 genn. 1768 , che annullava i provvedimenti presi nel ducato contro la S. Sede, e ne scomunicò gli autori. Le corti borboniche, unite nel "patto di famiglia", ne menarono grande scalpore. La Francia occupò Avignone e contado Venassino, Napoli occupò Pontecorvo e Benevento, la Spagna presentò rudi imposizioni. Nel genn. del 1769 gli ambasciatori di Francia, Spagna e Napoli domandarono formalmente la soppressione della Compagnia. C. dichiarò agli intimi che si sarebbe fatto regliar le mani piuttosto che sottoscrivere l'abolizione. Convocò per il 3 febbr. la Congregazione cardinalizia speciale per gli affari dei Gesuiti; ma non poté tenere l'adunanza, poiché un colpo apoplettico pose fine al suo lento martirio (2 febbr. 1769). Fu sepolto in S. Pietro, ove i familiari gli fecero erigere il monumento sepolcrale, capolavoro del Canova.
Bibl.: J. de la Servière, s. v. in DThC, III, 1, coll. 115-224; Pastor, XVI, 1, pp. 465-1053; E., Rota, Le origini del Risorgimento, II, Milano 1938, p. 786 sgg. Ireneo Daniele
CLEMENTE XIV, papa. - Giovanni Vincenzo Antonio, figlio di Lorenzo Ganganelli, n. il 31 ott. 1705
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a Sant'Arcangelo di Romagna in quel di Rimini, dove il padre esercitava la medicina, ma la famiglia era originaria di S. Angelo in Vado (Urbania). Entrò tra i frati Minori Conventuali a Mondaino nel maggio 1723 prendendo il nome di fra' Lorenzo e fece la professione il 18 maggio 1724. Compì i suoi studi nel collegio di S. Bonaventura a Roma e prese il dottorato nel 1731. Dopo aver atteso all'insegnamento nei vari conventi dell'Ordine, divenne rettore del collegio di S. Bonaventura nel maggio 1740; nella Pasqua del 1746 Benedetto XIV lo nominò consul. tore del S. Uffizio. Chiamato nel 1753 e nel 1759 al generalato del suo Ordine, il Ganganelli si sottrasse alla nomina, finché il 24 sett. 1759 Clemente XIII lo creò cardinale di S. Lorenzo in Panisperna, titolo che cambiò più tardi con quello dei SS. Apostoli. Di carattere gioviale e faceto, proclive a transazioni e ad accomodamenti, non ebbe, prima del pontificato, occasione di mostrare animo coraggioso e combattivo, né di affrontare situazioni difficili abbracciando risolutamente un partito.
La lotta che le corti europee conducevano contro i diritti della Chiesa e l'autorità del Papa da una parte e la necessità di arginare il progressivo dilagare dell'irreligio. sità nelle classi superiori dall'alto, debbono avere indotto nel suo animo la convinzione che per ovviare a mali peggiori fosse necessario giungere coi pubblici poteri all'estremo limite di condiscendenza, e ciò particolarmente nella questione dei Gesuiti sulla quale si ostinavano particolarmente il Portogallo e le corti borboniche di Spagna, Francia, Napoli e Pornia. Da tutti questi paesi i Gesuiti erano ormai stati espulsi in quegli anni. Ma ora si voleva che l'intera Compagnia fosse soppressa dalla suprema autorità pontificia, per le sue colpe, come si diceva, e per essere occasione di continui turbamenti e sospetti nella Chiesa.
Clemente XIII ne aveva presa, invece, risolutamente la difesa, secondato da cardinali, vescovi e principi anche eterodossi che ammiravano nei Gesuiti integrità di vita ed abilità nell'insegnamento, ma provocando in pari tempo clamori e rappresaglie nel campo opposto. Quando egli morì improvvisamente il 3 febbr. 1769, i maneggi per il Conclave da parte delle corti borboniche si impostarono sul proposito di avere un papa favorevole ai loro pretesi diritti regi, turbati, dicevano, durante il precedente pontificato, ed in particolare disposto a sopprimere ufficialmente la Compagnia. A questo appunto si impegnarono d'accordo il card. Domenico Orsini quale rappresentante del re di Napoli, il marchese di Aubeterre, ambasciatore di Luigi XV, secondato poi dal card. Francesco Gioacchino de Pierre de Bernis, Tommaso Azpuru y Jiménez, uditore di Rota e rappresentante di Carlo III di Spagna, ai fianchi del quale stava Giuseppe Niccolò Azara, agente generale e confidente dell'ex ambasciatore Manuel de Roda, grande nemico dei Gesuiti; sul finire del Conclave ricomparve a Roma anche il marchese de Almada ambasciatore del Portogallo. Fra i cardinali alcuni erano favorevoli ai Gesuiti, come quelli che facevano capo al card. Rezzonico, altri sfavorevoli, altri dubbi, perciò nelle liste che se ne fecero furono elencati quali contrari, buoni, indifferenti; ma esse non erano concordi nei nomi, perché differenti erano i giudizi sulle tendenze di ciascuno; certo mancava fra loro un uomo d'energia e di capacità; secondo Giuseppe II, che fu a Roma durante il Conclave, tra loro c'era tanta poca differenza, che il papa avrebbe potuto eleggersi tirando a sorte.
Giuseppe II propendeva per il Ganganelli che era fornito di dottrina non comune la quale non si restringeva soltanto alle scienze sacre; da frate aveva mostrato ammi-
razione verso i Gesuiti, ma poi, probabilmente a causa delle contraddizioni di cui erano oggetto nella stessa Curia, s'era alquanto staccato da loro, pure senza porsi per questo fra i loro aperti avversari; egli avrebbe voluto evitare che per causa loro avessero ad incombere maggiori danni e pericoli alla Chiesa. I cardinali entrarono in conclave il 13 febbr. 1769, ma si dovettero attendere i cardinali francesi e spagnoli prima di giungere ad un'azione definitiva perché gli ambasciatori minacciavano che altrimenti i loro sovrani non avrebbero riconosciuta valida l'elezione; minaccia che ripeterono anche in seguito quando si presentò il pericolo di una elezione non gradita. I maneggi ebbero il duplice scopo di escludere i candidati indesiderabili e di favorire uno che apparisse favorevole alle loro mire ed andarono tant'oltre che parvero coartare la libertà degli elettori, pur senza usare l'esclusiva palese. I giudizi sulla persona del Ganganelli non erano concordi ed anche i tentativi per elevarla alla tiara incontrarono da principio gravi difficoltà. Soltanto dopo che i cardinali spagnoli riuscirono a persuadere il card. de Bernis in suo favore, fu possibile indurre anche i cardinali filo-gesuiti a dargli il loro voto.
Naturalmente lo si era saggiato a proposito della questione dei Gesuiti e si sarebbe voluto che egli mettesse per iscritto un impegno per la loro soppressione; ma i cardinali spagnoli non riuscirono ad ottenere da lui che una dichiarazione nella quale esponeva il suo parere come teologo : che cioè il Papa con tranquilla coscienza avrebbe potuto sopprimere la Compagnia, purché si osservassero le prescrizioni canoniche ed i dettami della prudenza e della giustizia. Il Ganganelli dopo ciò fu eletto all'unanimità il 19 maggio con il nome di C. XIV; il 28 fu consacrato vescovo ed il 4 giugno fu solennemente incoronato. I rappresentanti delle corti si preoccuparono anzi tutto che vi fossero intorno al Pontefice persone di loro fiducia; da parte sua C. XIV nutrì sempre grande diffidenza sulle persone della Corte e sugli stessi cardinali e si propose di trattare gli affari con grande segretezza; si può dire che godesse la confidenza di lui solo il frate conventuale Innocenzo Bontempi. Egli conosceva troppo bene quali fossero gli interessi che si intessevano fitti intorno alla persona sua. Infatti si cominciò subito ad assediarlo per strappargli la soppressione dei Gesuiti, e per venire ai ferri corti il card. de Bernis il 22 luglio gli presentò in proposito un memoriale combinato insieme con l'Azpuru ed il card. Orsini. C. XIV si propose di tirare le cose il più possibile in lungo: disgraziatamente però in una lettera a Carlo III del 30 nov. 1769 si lasciò sfuggire la promessa di volerlo accontentare, ma di essere sino allora stato frastornato dalla molteplicità degli affari ed aggiunse che gli avrebbe comunicato a tempo debito un piano in proposito. Non fu più lasciato in pace, quantunque, per prendere tempo, mostrasse di favorire la ripresa della causa di beatificazione di Giovanni Palafox di Mendoza, vescovo di Angelopoli nel Messico e poi di Osma, assai desiderata da Carlo III, perché il Palafox, morto sino dal 1^{°} ott. 1659 , era stato in lotta con i Gesuiti. Quella causa era stata introdotta nel 1726 sotto Benedetto XIII, il Ganganelli ne era stato ponente durante il cardinalato e per essa si affaccendavano tutti gli avversari dei Gesuiti, sperando che sarebbero rimasti screditati qualora fosse giunta in porto. Poiché sembrava che l'affare della soppressione andasse troppo per le lunghe, in sostituzione dell'Azpuru malato e reputato non abbastanza energico, giunse a Roma il 4 luglio 1772 Giuseppe Moñino, un laico, come ambasciatore di Spagna, con il compito preciso di condurlo a termine.
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Le pressioni sul Papa si fecero perciò sempre più forti e risolute; si esigeva duramente da lui che tencese fede al suo impegno; tuttavia egli non cedette così presto, accampando il pericolo di scandalo dei popoli ed il rispetto che si doveva all'imperatrice Maria Teresa ed alle altre potenze che nulla accampavano contro i Gesuiti. Soltanto dopo che anche l'imperatrice ebbe ceduto alle suggestioni della Francia, il Pontefice si decise a dar corso ad uno schema di breve che sino dal 7 febbr. 1773 aveva comunicato al Mofino 'perché lo trasmettesse a Carlo III. Il breve Dominus ac Redemptor però fu firmato da C. XIV, con la data del 21 luglio, soltanto al principio d'agosto; e fu subito pubblicato e si presero i provvedimenti per la sua esecuzione. Del resto già a Roma e a Bologna s'erano prese misure contro i Gesuiti, togliendo loro gli istituti che dirigevano e limitando la loro operosità apostolica. E certo che il Papa cedette solo alla tenace pressione esercitata su di lui e ne rimase amareggiato per il resto della vita; lasciò però le persone dei singoli Gesuiti in balia della commissione cardinalizia incaricata dell' esecuzione del breve.
Un altro atto di condiscendenza ai principi, che destò dolorosa sorpresa nei benpensanti, fu l'omissione nel Giovedì Santo del 1770 della lettura solenne della bolla in Coena Domini che conteneva l'elenco delle censure ecclesiastiche che si incorrevano ipso facto per determinate gravi colpe; ciò però non ne significava la soppressione. Essa era proscritta in quasi tutti gli Stati cattolici perché comprendeva le censure contro i violatori dei diritti della Chiesa.
I negoziati diplomatici di C. XIV furono diretti a riannodare le relazioni con il Portogallo, interrotte nel pontificato precedente, e per le quali dovette concedere il cardinalato a Paulo Carvalho (fratello del marchese ministro di Pombal) che non ne era degno; ed a farsi restituire i domini pontifici di Benevento con Pontecorvo e di Avignone con il contado Venassino occupati da Napoli e dalla Francia come ricatto per ottenere la soppressione dei Gesuiti.
A sensibili premure per l'incremento delle Missioni in Asia, in Africa ed in America, C. XIV aggiunse cure tuttaltro che trascurabili per quanto si riferisce
alle belle arti e alle scienze. Basti ricordare, fra l'altro, la creazione del magnifico museo Clementino al Vaticano, l'acquisto di opere insigni, l'arricchimento della Biblioteca e delle raccolte numismatiche, la protezione accordata ad artisti, scienziati e letterati : molto, poi, spese anche di proprio per migliorie e lavori pubblici nei territori sottoposti al suo governo civile.
Venne a morte il 22 sett. 1774, dopo aver rifiutato di aderire alle insistenti preghiere per la pubblicazione degli undici cardinali che aveva riservato in

Clemente XIV, papa - Monumento a C. XIV di A. Canova. Roma, chiesa del SS. Apostoli.
petto sino dal 16 apr. 1773; non lasciò testamento e quanto personalmente gli spettava fu consegnato al figlio della sorella; nessuno dei suoi aveva voluto beneficare in vita, tenendosi così lontano da ogni ombra di nepotismo. Priva di fondamento è la voce corsa poco dopo ch'egli fosse perito di veleno; mentre, specialmente durante l'ultimo anno di vita, era stato tormentato da malattie. Nel 1802 la salma fu traslata ai SS. Apostoli ove sin dal 1787 era stato sistemato il superbo monumento funebre del Canova.
Opre. - Il p. Agostino Theiner stampò a Parigi nel 1853 Epistolae et Brevia selectiora di C. XIV, fonte documentaria di primo ordine. Molto sospetta è invece la collezione curata da Luigi Antonio Caracciolo: Lettere interessanti del pontefice C. XIV Ganganelli (1776) in 5 voll., l'ultimo dei quali, stampato a Venezia nel 1779, contiene anche la Diatriba theologica dedicata in onore di s. Ignazio nel 1743. Si ha pure in francese: Lettres intéressantes ecc. stampate a Parigi, in 2 voll., nel 1776. Alcune di queste lettere sono forse inventate di sana pianta, altre interpolate. Una edizione di Firenze 1829, in 2 voll., ha per titolo: Lettere ed altre opere di C. XIV Ganganelli e vi sono aggiunte le Notti in morte di C. XIV Ganganelli di Aurelio de Giorgi Bertola, poemetto in zestine diviso in quattro notti. Finalmente: Lettere belle e discorsi di fra' Lorenzo Ganganelli (apr. 1740sett. 1769) a cura di Cosimo Frediani, stampate una prima volta nel 1845 e poi a Firenze nel 1849 in un volume; quindi a Torino nel 1852 , in 2 voll., con una vita laudatoria edita prima a parte a Roma nel 1847 ed a Firenze nel 1848.
BibL.: Non si può qui riportare tutta la bibliografia a proposito di C. XIV; essa rispecchia del resto i giudizi passionali sulla sua persona e particolarmente sulla soppressione dei Gesuiti; senza contare i pettegolezzi più o meno benevoli che correvano
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MONUMENTO A CLEMENTE IX di C. Rainaldi (1671). La statua del Pontefice è di D. Guidi - Roma, basilica di S. Maria Maggiore.
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(1st. Anteresa)
MONUMENTO A CLEMENTE X su disegno di M. de' Rossi. La statua del Pontefice è di E. Ferrata (sec. xvII) - Basilica Vaticana di S. Pietro.
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ANNUNCIO DELL'AVVENUTA ELEZIONE AL PONTIFICATO DATO AL CARD. G. F. ALBANI POI CLEMENTE XI. AMMALATO. Dipinto di C. Marotta (sec. xviri) - Roma, villa Albani.
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A sinistra: LA CATTEDRALE, iniziata nel 1248, proseguita nel sec. xiv, terminata nel sec. xix. A destra: PORTALE MINORE della chiesa di Notre Dame du Port (ex. 1150).
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già lui vivente nella Curia e che entrarono per larga parte negli scritti e nelle relazioni del tempo. Per gli avversari dei Gesuiti egli è uno dei pontefici più illustri e più benemeriti in ogni campo: per i difensori è uno dei pontefici più infelici, per non dire nefastit. Fra questi ultimi è da mettere il Crittinu-Joly, Clément et les Séneites, Parigi 1847 (cf anche di lui Histoire de la Compagnie de Stias, ivi 1891), fra i primi è da annoverare V. Giuberti nel suo Gesuita moderna, e con molta maggiore moderazione A. Theiner, Storia del pontificato di C. XIV, pubblicata quasi contemporaneamente in tedesco, francese ed italiano (1822-23). Il gesuita p. G. Buero rispose al Theiner, con le sue Osservazioni sopra l'eternia ecc. (Roma 1823 e 1824). Molto aspettata giunse la biografia del Papa compress nel vol. XVI, in, del Pastor che ad alcuni parve troppo sfavorevole a C. XIV : ciò provoch una breve polemica nella quale ebbero parte il p. Ciechitto, minore conventuale, ed i gesuiti pp. P. Leturia e G. Kratz. Molto si aspetta dalla pubblicazione di nuovi documenti, ma forse il giudizio complessivo non potrà variare di molto da quanto finora si è detto in proposito da ambo le parti, attenuato si comprende, quanto di eccessivo si è potuto finora scrivere. Pio Paschini
CLEMENTE, Pseudo: v. CLEMENTE I, § III: opere epocrile.
CLEMENTE da S. Elpidio, beato. - E detto dai biografi anche C. da Osimo, ma n. nel villaggio di S. Elpidio, presso questa città. Nel 1274 era priore generale degli Eremiti di S. Agostino, come risulta dai registri degli antichi Capitoli dell'Ordine. Nella Pentecoste del 1284 fu rieletto superiore generale nel Capitolo di Orvieto, e governò il suo istituto con abilità e fermezza. La famiglia agostiniana, nata nel 1256 come Ordine formale e formato, aveva incontrato nel suo sviluppo difficoltà dovute agli elementi eterogeno) che l'avevano costituita. Ma a poco a poco l'Ordine si consolidò, e C. con adeguate costituzioni, che furono definitivamente approvate nel Capitolo generale di Ratisbona, dette ad esso l'unità di cui aveva bisogno. C. si occupò anche delle crociate, e, assecondando i voti di Niccolò IV, incaricò molti suoi religiosi di predicarle. Sotto di lui fu fondata la provincia di Terra Santa. Questo attivo e intelligente generale degli Agostiniani mori in concetto di santità l'S apr. 1291. Clemente XII ne approvò il culto il 16 sett. 1762. Festa l' 8 apr.
Bibl.: Ne parlano quasi tutti gli storici agostiniani. Va, tra essi, citato il contemporaneo Giordano di Sassonia, Liber vitae frateum, ed. critica di R. Arbesmann e W. Hümpfner, Nuova York 1943, pp. 93-94, 466-68; Acta SS. Apellis, I, Venezia 1773, pp. 804-805; J. Lantori, Postrema saecula sex Religiosis Augustinianae, I, Tolentino 1838, pp. 84-86. Ugo Marisni
CLEMENTE di Smolensic. - Monaco russo, eletto nel 1149 metropolita di Kiev durante l'assenza del titolare, il bizantino Michele, nonostante il giuramento prestato di non procedere alle elezioni senza l'approvazione del patriarcato bizantino.
Cambiata la situazione politica, C. fu trasferito nella sede di Vladimir in Volinia. Fu uomo colto anche nella letteratura bizantina, da lui difesa in apposita lettera e studiata soltanto dal punto di vista religioso.
Bibl.: A. M. Ammann, Storia della Chiesa russa e dei paesi limitrofi, Torino 1948, pp. 35-36. Alberto M. Ammann
CLEMENTE da Terzorio. - Storico cappuccino della Provincia di Genova, n. il 7 sett. 1865, m. il 13 dic. 1946.
Missionario a Montevideo (1891-93), segretario generale delle Missioni, definitore generale (1914-32), scrisse, su materiale d'archivio, un sunto storico: Le missioni dei Minori Cappuccini ( 10 voll., Roma 1913-38: Europa [III], Turchia Asiatica [III-VII], Indie Orientali [VIIIIX], Africa [X]), completando e continuando la storia (2 voll., Parigi-Roma 1867-72) del confratello Rocco da Cesinale (v.). L'età cadente gl'impedì di approntare i due volumi riguardanti le missioni dell'America e dell'Oceania. Pubblico anche un utile Manuale historicum missionum Ord. Min. Capuccinorum (Isola del Liri 1926).
Bibl.: Necrologio, in Analecta Ord. Min. Capuccinorum, 63 (1947), pp. 101-102 e Collectanea Franciscana, 16-17 (19461947), pp. 454-55.
Ilarino da Milano
## CLEMENTE ALESSANDRINO. - Scrittore ecclesiastico greco.
Sommario: I. Persona. - II. Opere. - III. Dottrina.
I. Persona. - i. Vita. - Tito Flavio C., soprannominato l'A., n. verso la metà del sec. in. Della sua vita si trovano poche notizie negli antichi scrittori. Nell'indicare il luogo della sua nascita, la tradizione oscilla tra Alessandria e Atene (Epiłanio, Hiser., 32, 6). I critici moderni preferiscono Atene riferendosi alla sua cultura greca; ma recentemente forti dubbi sono stati sollevati contro tale opinione (F. Quatember, Die christliche Lebenshaltung des Klemens e. Al., Vienna 1946, pp. 18-23). Della sua famiglia non è noto che il nome gentilizio, il quale indica una relazione non precisabile (forse famiglia di liberti?) con la celebre famiglia dei Flavi.
Si ha l'impressione che C. sia stato educato nel paganesimo e che si sia poi convertito (Eusebio, Praep. evang., II, 2, 64) dopo un'ansiosa ricerca della verità, durante la quale ebbe occasione di conoscere le diverse correnti filosofiche e religiose della sua epoca. Divenuto cristiano, volle approfondirsi nelle dottrine della Chiesa. Intraprese per questo lunghi viaggi per ascoltare i più celebri maestri cristiani (Strom., I, 12, 1) : in Grecia un ionico, nel' l'Italia meridionale un siro e un egiziano, in Oriente un altro siro, in Palestina un ebreo convertito e in Egitto finalmente l'ultimo, il più caro, ch'egli ricorda con parole di molta stima (ibid., 1, 11). Secondo Eusebio (Hist. eccl., VI, 6), questo maestro fu Panteto, capo della Scuola catechetica di Alessandria. Bisogna dire che di questa scuola catechetica non si sa quasi niente. Comunque, C. intellettualmente si sviluppò ad Alessandria ed ivi insegnò, in circostanze imprecisabili, la dottrina cristiana.
Scoppiata la persecuzione sotto Settimio Severo (nel 202), egli si rifugiò in Cappadocia da un suo discepolo, il vescovo Alessandro. Nel 211 si trova ancora presso di lui praticando con zelo il suo ministero. Difatti quest'anno il santo vescovo, messo in carcere, manda una lettera alla Chiesa di Antiochia per mezzo del "beato presbitero C.", il quale "ha confirmato e dilatato la Chiesa di Dio" in Cappadocia (Eusebio, ibid., 11, 6). Lo stesso Alessandro, divenuto poi vescovo di Gerusalemme, in una lettera scritta ad Origene, parla del «santo C. " suo "signore e benefattore" (Eusebio, ibid., 14, 9) come di un padre già morto, senza dire qualche cosa del luogo o delle circostanze della sua morte.
2. Ambiente e cultura. - Oltre la dottrina, ha esercitato un influsso decisivo nello sviluppo intellettuale di C. l'ambiente culturale di Alessandria. In quei tempi Alessandria era la seconda città dell'Impero romano, dove si incontravano uomini di diverse nazionalità, ma anche un centro di cultura ellenistica, una rivale di Atene. Benché la celebre biblioteca del Museion, con i suoi 400.000 volumi, la più grande del mondo di allora, fosse stata distrutta dall'incendio scoppiato alla presa della città da parte di Giulio Cesare (nel 47 a. C.), al tempo di C. era già stata ricostruita e riempita di nuove copie; c'era inoltre la biblioteca del Serapeion, e l'interesse intellettuale era in pieno vigore. L'antica città dei Tolomei non era il luogo di contatto soltanto per i commercianti di tutte le nazioni, ma anche per filosofi, scienziati e letterati di diverse scuole e tendenze. Il Museion stesso, il cui capo veniva nominato dall'imperatore, radunava gli scienziati più consultereveli.
Di una diretta relazione di C. con gli scienziati del Museion, per cui si possa parlare di un influsso su di lui della cultura greco-ellenistica, non esiste alcun documento; ma non si può seriamente mettere in dubbio la
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sua frequenza nelle grandi biblioteche, che viene attestata dal grande numero delle citazioni di filosofi e di letterati nelle sue opere (O. Stählin nel suo indice registra ca. 350 autori profani citati da C.). Oggi è fuori dubbio che egli si è servito di antologie e di compilazioni allora molto in uso ad Alessandria, ma da questo non si pud conchiudere che egli fosse un semplice compilatore che copiasse senza critica le sue citazioni, ad es. dalla Π α v σ- δ α π \tilde{η} leтopía di Pavorino, come pretese J. Gabrielsson (Uber die Quellen des Klemens Al., I, Uppsala 1906; II, ivi 1909, p. 437). Accanto alle citazioni superficiali, e talvolta male intese, di filosofi e di poeti, pagine intere attestano la sua vasta erudizione, frutto di uno studio assiduo. Tra i filosofi greci - per nominare soltanto i più spesso citati - oltre Platone, suo autore preferito, conosce Eraclito, Aristotele, Crisippo, Musonio; tra i letterati: Omero, Erodoto, Esiodo, Euripide. Né bisogna dimenticare il fatto che il suo aditorio, come s'intravede dai suoi scritti, si reclutava in gran parte tra gli intellettuali del suo tempo, i quali, passata l'educazione enciclopedica, richiedevano dal maestro cristiano che stesse al corrente delle questioni scientifiche agitate allora in Alessandria.
Non è meno importante sul pensiero di C. l'influsso della cultura giudeo-ellenistica. L'antica capitale dei Tolomei era da secoli il centro culturale dei giudei ellenizzanti. Ivi è nata la versione greca del Vecchio Testamento (Settanta) e il metodo allegorico nell'interpretazione della S. Scrittura per armonizzare la Storia Sacra con il pensiero greco. Usando lo stesso libro sacro, il maestro cristiano non poté non stare in contatto con i giudei. Difatti C. cita il Vecchio Testamento sempre secondo i Settanta, e mai secondo il testo originale (cf. O. Stählin, op. cit. in bibl.). Egli conosce i libri cosiddetti deuterocanonici, specie la Sapienza e l'Ecclesiasticu. Inoltre conosce molti scrittori giudeo-ellenici, quali gli storici Demetrio, Filone il vecchio, Eupolemo, Giuseppe, il filosofo peripatetico giudeo Aristobulo, il tragico Ezechiele, la Sibilla giudaica ed altri. Ma ancora più importante era l'interpretazione allegorica della S. Scrittura. Il rappresentante più significativo di questa tendenza era Filone, il filosofo. C. fa un largo uso dei suoi scritti (più di 700 volte), adattandosi al suo metodo ed applicandolo anche al Nuovo Testamento. Basti però un esempio per capire l'originalità cristiana di C. : l'entrata del Sommo Sacerdote nel Sancta Sanctornm viene interpretata da Filone e da C. ugualmente come il passaggio del contemplativo dal mondo sensibile al mondo intelligibile, ma tutto questo per C. ha il senso dell'imitazione di Cristo, il gran sacerdote, il quale con la sua passione aprì la via del cielo (cf. G. Békés, De continua oratione Clementis Al. doctrina, in Studia Anselmiana, 14 [1942], pp. 5-28).
Per compiere il quadro della cultura di C. è necessario accennare anche alla sua straordinaria conoscenza del Nuovo Testamento e della primitiva letteratura cristiana. Il Nuovo Testamento viene citato o usato liberamente da lui ca. 2000 volte, il Vecchio Testamento ca. 1500 volte. Secondo A. Harnack, la sua cognizione della Bibbia è straordinaria e personale (Die Chronologie der altchrist. Literatur, Lipsia 1897-1904, p. 16). C. conosce anche i Padri Apostolici, la Didachè, Taoiano, Melitone, Ireneo e le «traditiones» intorno agli Apostoli, come anche gli apocrifi e la letteratura gnostica (cf. J. Ruwet, art. cit. in bibl.).
II. Opere. - Dell'opera di C., è rimasta soltanto una parte, certamente quella principale. Un elenco degli scritti di C. ci è fornito da Eusebio (Hist. eccl., VI, 13; cf. le «testimonianze» nel I vol. dell'ed. dello Stählin).
1) Il Protreptico ( Π ρ ° τ ρ ε σ τ ι κ \dot{ς} π ρ \dot{ς} "E λ λ γ γ α ς ) è un invito ai Greci, e generalmente ai seguaci del culto pagano, a detestare l'idolatria e convertirsi alla vera religione, cioè al cristianesimo.
Quanto alla forma letteraria, il Protreptico appartiene al genere dei π ρ ° τ ρ ε π τ ι ω i, sermoni ammonitori ed esortatori, i quali hanno lo scopo di persuadere gli uditori a qualche cosa di nobile, ad es., ad occuparsi della
filosofia. Un famoso esempio di questo genere si ha nel. l'Ortensio di Cicerone, che spinse decisamente e. Agostino al primo passo della sua conversione (Conf., III, 4). Pare che C. abbia conosciuto il Protreptihos (perduto) di Aristotele (cf. G. Lazzati, L'Aristotele perduto, Milano 1938, p. 9 sg.).
Riguardo al contenuto, l'autore, seguendo gli apologeti giudei e cristiani, adopera gli argomenti conosciuti dalla filosofia popolare storica contro la religione politeistica, contro i miti e il culto superstizioso. In contrasto con la stupidità e l'immoralità del paganesimo dimostra la saggezza divina, la ricchezza spirituale e la purità trascendente della dottrina del Logos incarnato: in questa dottrina vengono realizzati tutti i nobili desideri dell'uomo riguardanti la conoscenza della verità e l'eterna salvezza dell'anima. Rimane dunque all'uomo - questo è il pensiero con cui C. chiude il Protreptico - di scegliere tra il giudizio e la Grazia, tra la perdizione e la vita (Prair., 123, 2).
2) I tre libri del Pedagogo ( Π α ι δ α γ ω γ \dot{ς} ς ) sono una diretta continuazione del Protreptico, indirizzati a quelli che, seguendo l'esortazione, si sono convertiti al cristianesimo. Il Divino Pedagogo, Cristo stesso, propone in essi le norme di una vita veramente cristiana.
Nel l. I vengono trattate questioni generiche intorno alla natura e al metodo del Divino Pedagogo. Presso gli antichi il pedagogo si distingueva dal maestro di scuola: il suo compito non consisteva nell'impartire l'insegnamento intellettuale, ma nel formare il carattere del fanciullo per mezzo dell'educazione morale. Proprio questo è il compito del Divino Pedagogo verso i neo-convertiti : esso guarisce le loro anime dalle passioni, preparandole all'insegnamento del Maestro (Paed., I, 1, 4). Tutti quelli che sono stati liberati dal peccato e rinati nel Battesimo a una nuova vita, sono fanciulli da educare dal Divino Pedagogo: questo però non significa che siano in un grado inferiore della vita cristiana, a cui si potrebbe opporre la vita gnostica, come voleva la gnosi eterodossa (ibid., 25, 1). Il Divino Pedagogo è pieno di bontà, ma adopera anche la giustizia quando è necessaria : le due cose non si escludono (ibid., 62, 1-4). Anche il castigo è un mezzo di educazione nelle sue mani (ibid., 75, 1).
L'insegnamento pratico viene spiegato nel ll. II e III, i quali sono veri trattati di morale cristiana. C. espone nei particolari come deve comportarsi il vero cristiano si bagni, nei conviti, nelle conversazioni, riguardo alle suppellettili, al vestito, agli ornamenti, alla vita coniugale, ecc. In fondo a questi ammonimenti si sente il problema di un cristiano, in mezzo a una ricca metropoli pagana, dove tutte le dissolutezze stavano di casa. C. non predica un'ideale ascetico: non una rinunzia totale, ma l'onestà dei costumi e una saggia moderazione nei godimenti di questa vita.
La sua dottrina si basa sui precetti morali del Vecchio Testamento, interpretato spesso allegoricamente, sui Sapienziali, e specialmente sull'Ecclesiante. Del Nuovo Testamento si utilizzano le dottrine delle parti parenetiche delle lettere di s. Paolo e di diversi brani del Vangelo. Ma l'atteggiamento caratteristico di C. si manifesta soprattutto nel largo uso dell'etica greca. Diverse prescrizioni sono stabilite da lui con riferimento specialmente alla Repubblica e alle Leggi di Platone e agli scritti morali di Plutarco : però la concezione fondamentale dei problemi principali della moralità è dovuta all'etica della Stoa (cf. J. Stelzenberger, op. cit. in bibl). La sua dipendenza da Musonio Rufo è evidente : ci sono interi periodi del Pedagogo paralleli agli estratti della sua dottrina conservata da Stobeo (cf. O. Hense, C. Musonii Rufi reliquiae, Lipsia 1905). Non si dimentichi però, che quelle dottrine stoiche sono sempre amalgamate, modificate e perfezionate con le dottrine cristiane.
A conclusione del Pedagogo si trova, nei manoscritti, un bell'inno a Cristo Salvatore, il quale è il Logos di Dio e il Buon Pastore degli uomini. Dato che le sue idee corrispondono perfettamente a quelle del Pedagogo, oggi non si dubita più della sua autenticità.
3) Gli Stromati (Tüv \varkappa α τ \dot{α} τ \dot{η} ν \dot{α} λ η \vartheta η η η λ ω σ σ ρ i α ν
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γ ν ω σ τ ι κ \tilde{ω} ν ú τ ι ε ι ν μ α \dot{α} τ ω ν σ τ ρ ε μ α τ ε imatĥ ς ), sono in otto libri. Il titolo significa: tuppeti, tessuti, ma forse al tempo di C. aveva il significato di σ τ ρ ε μ α τ σ δ δ ε σ μ ° ς, recipiente di coperte. Quindi in senso metaforico, il titolo direbbe una raccolta di diverse cose senza ordine sistematico, miscellanea (cf. J. A. Hort-J. B. Mayor, Clement of Al. Miscellanies Book VII, Londra 1902, Introduzione). C. non fu l'unico a dare questo titolo al suo scritto; anche nella letteratura profana si incontrano autori che scrissero libri sotto questo titolo (ad es. Plutarco e L. Casellin Vindice). C. stesso, per esprimere il carattere del suo scritto, paragona il suo titolo con altri simili, come, ad es., con quelli di Prato, Peplox, Elocone, Alveare ecc. (Strom., VI, 2, I).
Nonostante questo carattere frammentario, negli Stromata c'é un certo piano, o più esattamente una concatenazione delle idee (cf. E. de Faye, op. cit. in bibl., p. 90). Anzitutto si possono distinguere due temi principali : l'uno, la relazione del cristianesimo alla cultura profana, specialmente alla filosofia greca; l'altro, la spiegazione della vera gnosi e dei suoi principi fondamentali, in una continua discussione con la gnosi eterodossa. Il primo tema viene trattato esplicitamente nel 1. I degli Stromata, ma appare occasionalmente anche in altri libri. C., in opposizione all'atteggiamento dei cristiani del suo tempo, manifesta un apprezzamento positivo della cultura profana, benché mantenga ancora la tesi degli apologeti giudaici sul famoso "furto" dei filosofi.
Il secondo tema s'infiltra dal 1. II in poi in tutta l'opera. Nel II si tratta della fede e delle virtù cristiane che conducono alla perfezione, cioè alla rassomiglianza divina: nel III si trovano polemiche contro la gnosi eterodossa e contro altre opinioni eretiche. Nel IV è presentato l'ideale del perfetto cristiano - lo gnostico di C. - come un martire vivente. Nei ll. V e VI si tratta della conoscenza religiosa e della vera gnosi; nel VII infine si ha un bel quadro dello gnostico: l'ideale dell'uomo religioso.
Conseguentemente al carattere del genere letterario questi temi non si svolgono sistematicamente. Citazioni della S. Scrittura o della letteratura profana permettono a C. di far digressioni più o meno lunghe e spesso anche senza diretto nesso con il tema principale.
Il 1. VIII, quale rimane oggi, non si può considerare come la continuazione del settimo e la conclusione dell'opera. E piuttosto una raccolta di appunti in maggior parte già adoperati nei libri precedenti. Lo stesso dicasi dei due pezzi allegati agli Stromata: Excerpta ex Theodoto ed Eclogae propheticae.
I tre scritti suddetti di C. furono considerati come tre parti di una trilogia fino al de Faye, il quale, con la critica di questa tesi, accese una discussione, che dura tuttora. Dato che «il punto di partenza per ogni ricerca letteraria intorno alle opere di C. è il piano della trilogia conservata nel Pedagogo, I, I e (J. Munck, op. cit. in bibl., p. 25), sarà opportuno accennare alla questione. C. distingue una triplice attività del Logos: esortare alla conversione, educare il convertito alla salvezza, ammaestrare l'educato alla gnosi. Alla fine del cap. 3 riassume ancora questi tre compiti con le tre espressioni: π ρ ° τ ρ ε \dot{ε} π ω ν, π α ι δ α γ ω γ \tilde{ω} ν, ε α δ ι δ δ σ α ω ν (Paed., I, 3).
La prima e la seconda attività sono state spiegate senza dubbio nel Protreptico e nel Pedagogo. La questione della trilogia tocca invece la terza parte, il cui titolo sarebbe stato secondo i critici : il Maestro ( β ι δ δ σ α α λ ° ς ). Sorge cioè la questione se si possano considerare gli Stromata quale realizzazione del progettato Maestro, ovvero, per qualche ragione sconosciuta. C. non abbia piuttosto tralasciato la realizzazione del suo piano.
Il de Faye ha mosso le prime critiche contro la concezione tradizionale. Egli considera gli Stromata quale un "hors d'oeuvre": né il titolo, né il contenuto corrispondono a quelli del libro progettato. Gli Stromata devono la loro origine alla preoccupazione di C., il quale, prima di scrivere il Maestro, volle chiarire il compito della filosofia nelle questioni di fede, dato che, per gli abusi della gnosi eterodossa, tra i fedeli era sorta una generale diffidenza contro ogni saggezza profana. La sua ipotesi
è stata criticata anzitutto da C. Heussi (Die Strom. des Klemens Al. und ihr Verhältnis zum Protrep. und Paed., in Zeitschr. für Wiss. Theologie, 45 [1902], pp. 465-512). Questi è dell'opinione che i primi 4 libri degli Stromata sarebbero stati composti prima del Protreptico e del Pedagogo. Finito il 1. IV, C. si sarebbe deciso a comporre il Protreptico e il Pedagogo, poi avrebbe continuato gli Stromata, trattando la materia del Maestro. La tradizione avrebbe dunque ragione: con un po' di modificazione avremmo negli Stromata, la terza parte della trilogia. J. Munck, riprendendo il problema, non ammette la precedenza dei primi libri degli Stromata, e mantiene l'ordine cronologico tradizionale. Consente con il de Faye, non vedendo negli Stromata la terza parte della trilogia; crede invece che C. abbia rinunziato, per ragioni sconosciute, all'esecuzione del suo piano primitivo. A lui si unisce il Lazzati non accettando nessuna relazione degli Stromata col Protreptico e col Pedagogo.
Una nuova posizione del problema risulta dal lavoro di F. Quatember (op. cit.). Egli nega semplicemente che C. abbia avuto intenzione di scrivere una trilogia. Il suo principio è, che dal cap. I del Pedagogo non si può trarre la conclusione che gli autori generalmente tirano sull'intenzione di C. Ivi si parla sempre dell'economia della salvezza, che viene realizzata dal divio Logos per tre gradi successivi: per la conversione dell'anima del mondo, per la sua purificazione e preparazione alla gnosi, per l'ammaestramento nella gnosi, fino alla perfezione. I tre gradi indicano il progetto del Logos stesso, non quello di C. Certo, avendo due libri trattati i due primi gradi, si è indotti alla conclusione che il terzo libro avrebbe dovuto trattare il terzo grado, o almeno che questo sarebbe stato il progetto originale di C. Ma una tale conclusione viene solo da un sillogismo degli autori moderni. C. stesso dimostra piuttosto la preoccupazione di nascondere i misteri santi della fede (cf. Strom., I, 14, 3; 18, 1; 20, 4; 21, 2).
L'opinione del Quatember potrà contribuire molto alla chiarificazione del problema. Forse l'opinione tradizionale ha qualche ragione: C. descrisse l'economia della salvezza, nascondendo il terzo grado, l'ammaestramento nella gnosi, negli Stromata.
4) Il piccolo scritto: Quis dives salvetur?, unico interamente conservato oltre i tre ricordati, è una cosiddetta omelia su Mt. 10, 17-31. Nella prima parte si rivolge contro un'interpretazione troppo letterale della povertà evangelica, come se la ricchezza per se stessa escludesse il possesso della salvezza. Il Signore ci invita piuttosto alla purificazione del cuore dall'amore disordinato della ricchezza: alla povertà spirituale. Nella seconda parte asserisce che le pratiche della carità cristiana con il sincero pentimento dei peccati potranno condurre anche il ricco nel cielo. Infine, come esempio della vera penitenza, narra la nota storia del giovane prediletto da s. Giovanni, che divenne brigante, ma, finalmente, venne convertito dall'Apostolo.
5) Opere perdute. - Tra gli scritti perduti di C. il più importante era una raccolta di appunti sulla S. Scrittura in otto libri, intitolati Ipssiposi ( γ δ τ τ ι σ ω \dot{α} σ ι ς, abbozzi). I frammenti conservati da Eusebio e nei Commentari di Ecomenio, e la versione latina di una parte considerevole di essi (le lettere apostoliche: la I P t., la I e I I I e., e quella di s. Giude) si trovano stampati nel vol. III dell'edizione dello Stählin. Oltre i libri della S. Scrittura, l'opera comprendeva anche la lettera di Barnaba e l'Apocalisse di Pietro. Posio dice di aver trovati in questi appunti diversi errori, come l'eternità della materia, la concezione del Figlio come una creatura, una concezione docetica dell'Incarnazione, la metempsicosi, e l'esistenza di diversi mondi prima di Adamo. Ma il valore di questa attestazione è assai contestabile.
Altri scritti perduti sono: Π ε ρ \mathrm{l} тò π \dot{α} σ χ α, intorno alla questione di Pasqua; \quad \mathrm{K} α ω \tilde{ω} ν ε \dot{ε} α λ ε σ ι α σ τ ι α \dot{ς}, tratta del canone ecclesiastico (cf. Unnik, in Nederl. Archief vor Kerkgeschiedenis, 1941, p. 49 sg.); Π ε ρ \mathrm{l} тpovolo5, sulla provvidenza (non ricordato da Eusebio); Π ρ ° τ ρ ε π τ ι α \dot{ς} ς ε i ς ε ε σ α μ o v imatĥ ν è un'esortazione alla pa-
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zienza indirizzata ai neofiti; e numerose lettere. Di questi scritti sono rimasti frammenti, raccolti nel vol. III dello Stählin; di una predica sul digiuno e di un altro scritto sul profeta Amos non è rimasto nulla.
Quanto ai manoscritti e alla tradizione del testo tutto si trova nel vol. I di O. Stählin. Ivi sono registrate anche le varie edizioni delle opere di C. Si rammentano qui soltanto le recentissime edizioni bilingui (greca-italiana) del Protreptico (a cura di Q. Cataudella [Corona Patrum Sales., serie greca, 2], Torino 1937) e del Pedagogo (a cura di A. Boatti [ibid., 3], ivi 1940); l'edizione bilingue (greca-inglese) del Protreptico, Quis dives salvetur?, e il frammento dell'Esortazione alla pazienza in un volume, a cura di G. W. Butterworth (The Loeb Classical Library), Londra 1919; l'edizione bilingue (greca-inglese) degli Excerpta ex Theodoto di R. P. Casey, Londra 1934. Tra le recenti traduzioni sono da menzionare la versione francese del Protreptico di C. Mondesert (Sources chrétiennes, 2), Parigi 1942; un florilegio tradotto e commentato in francese da G. Bardy, Clément d'Al. Les chrétiens, ivi 1926; e la versione tedesca dei principali scritti clementini di O. Stählin (Bibliothek der Kirchenväter, 2a serie, Monaco 1934-38).
III. Dottrina. - 1. Atteggiamento generale: La relazione con la filosofia e la gnosi. - Prima di indicare i punti principali della dottrina di C., bisogna considerare la sua relazione con la filosofia e con la gnosi, la quale diede senza dubbio un'impronta al suo pensiero.
A giudizio di F. Overbeck (Uber die Aufänge der patrist. Literatur, in Hist. Zeitschrift, 48 [1882], p. 467) l'opera di C. in relazione alla filosofia si può chiamare "la più audace impresa letteraria nella storia della Chiesa". Giacché l'atteggiamento di C. a tal riguardo fu contrario a quello della maggior parte dei cristiani del suo tempo. Lo sviluppo verso un apprezzamento positivo della filosofia è stato fortemente impedito, per un certo tempo, dallo gnosticismo eterodosso, il quale, con la sua tendenza discretistica, tentò di introdurre elementi estranei, presi dalla speculazione filosofica e dai miti pagani, nella dottrina della Rivelazione. La lotta contro questo pericolo, che minacciava la Chiesa nella sua intima esistenza, fu accenitissima, e, alla fine del sec. it, quando la Chiesa ne usci vittoriosa, ebbe per risultato una diffidenza generale nelle anime dei fedeli contro ogni specie di saggezza umana. "Hanno paura della filosofia - nota C. - come i bambini degli spiriti" (Strom., VI, 80, 5; 89, 1; 93, 1).
La sua opinione invece è che senza educazione intellettuale non si potrà aspettare alcuno sviluppo della fede, come non si potrà vendemmiare l'uva senza la cura della vite (ibid., I, 43, 1). Lo studio è dunque molto utile. Per giustificare questa opinione C., prima di tutto, dà un nuovo apprezzamento positivo della filosofia greca. E vero: si trova ancora in lui la teoria degli apologeti giudei sul furto dei filosofi, cioè che i filosofi greci avrebbero preso dalla "filosofia barbara" (S. Scrittura) frammenti di verità (ibid., I, 81, 1; 87, 2; 100, 4; 135, 2; II, 1, 1; V, 140), ma prevale piuttosto l'altra idea, cioè che la filosofia è un dono di Dio: come la Legge ai giudei, cosi Dio donò la filosofia ai Greci. Venne concesso loro quasi come un Testamento (ibid., VI, 67, 1), che li preparava intellettualmente e moralmente alla «via della dottrina regalissima» di Cristo (ibid., I, 80, 6).
Ma C. non si ferma a questo punto. Egli pensa che il compito della filosofia non è cessato con la venuta di Cristo. Il suo significato di preparazione rimane invariabile: lo studio della filosofia prepara il cristiano alla penetrazione intellettuale e all'attuazione morale della sua fede, cioè alla vera gnosi (ibid., I, 28, 1; 30, 1; 99, 1; VII, 20, 2). Questo atteggiamento positivo verso la filosofia, e generalmente verso la cultura profana, sembrò certamente audace al tempo di C., ma, con la sua illuminata ed equilibrata saggezza, finalmente prevalse nella Chiesa.
Più audace sembra ancora l'impresa di C. di presentare la comprensione e l'attuazione della dottrina cri-
stiana sotto il titolo della gnosi. Bisogna ricordare che Alessandria fu uno dei centri dello gnosticismo eterodosso : ivi insegnarono Basilide e Valentino, facendo numerosi proseliti tra i fedeli. La parola stessa della gnosi bastava per suscitare gravi sospetti intorno all'ortodossia di uno scrittore cristiano.
L'atteggiamento di C. non deve sorprendere: da una parte, stando sul terreno storico della tradizione apostolica della Chiesa, doveva rigettare le speculazioni fantastiche e lo spiritualismo diluito degli gnostici, dall'altra doveva dare una risposta positiva alle esigenze spirituali dalle quali nacque lo gnosticismo. Quanto al primo compito, C. non ammette nessuna distinzione (contro Marcione) tra Dio Creatore (inferiore) e Dio Padre di Gesù : tra Dio giusto, che punisce, e Dio buono, che con la sua provvidenza giova (Paed., I, 8) agli uomini : insegna la creazione fatta da Dio Padre, nonostante la presenza del male nel mondo (diversi capitoli del 1. III degli Stromata [cf. Strom., IV, 46, 3]); rigetta la distinzione essenziale tra spirituali e semplici fedeli sulla responsabilità personale (Strom., II, 10-11); esclude lo strano accoppiamento, connesso con quella distinzione, di un'ascesi irreale con una dissolutezza morale (cf. tutto il 1. III degli Stromata). Quanto al secondo compito, C. si oppone a quei cristiani, che, con la gnosi eterodossa, rifiutavano ogni tendenza alla conoscenza più profonda della verità divina, ogni sviluppo e perfezionamento della fede. Egli vuole infatti guidare i suoi discrevoli per mezzo di una educazione intellettuale e ascetica dalla semplice fede alla vera gnosi, e finalmente alla visione di Dio.
2. Dio. - a) Conoscenza naturale. In tutti gli uomini è stato istillato un certo effluvio divino (Protr., 68, 2), il quale non è altro che l'anima razionale, alitata sulla faccia dell'uomo al giorno della creazione (Strom., V, 94, 3). Per essa tutti sono capaci di riconoscere l'esistenza di un Dio solo, eterno (Protr., 68, 2), onnipotente (Strom., V, 87, 2). Questo vale anzitutto per i filosofi, i quali, attraverso un certo riflesso e trasparenza del creato sono riusciti difatti a conoscere il Creatore (Strom., I, 94, 1-7; V, 87, 2). La ragione di questa conoscenza, da una parte è che nella costituzione sapiente e nell'ordine armonico dell'universo si manifesta la divina razionalità : il λ \hat{ε} γ ω ς; dall'altra, che l'uomo è stato creato dal Logos a sua somiglianza λ 0 γ ι α \hat{ς} (Protr., 98, 4; Strom., V, 6, 2-3). La rivelazione insegna la possibilità della conoscenza dell'esistenza di Dio dal mondo creato (Rom. 1, 20) ma nella spiegazione di questa dottrina, C. sta sotto l'influsso della Stoa: difatti gli stoici presentavano l'universo come penetrato da una divina razionalità conoscibile da tutti gli esseri ragionevoli. La differenza esse