rda 1900; [I-V. Montecassino 1905-12.
Per la biblioteca e l'archivio, cf. L. Nagee, Bibliothèque de l'muissime abbaye de C., in Revue Lyon, 1881, p. 213 sgg.; L. Delisle, Le cabinet des mrs. de la bibliothèque Nationale, II, Parigi 1874, pp. 458-85; A. Bénet-J. Bazin, Archives de C., Mâcon 1884.
Letteratura: R. Bauerreiss, in LThK, II, pp. 993-97; F. Sackur, Die Cluniazzuzer in ibrer birchlichen und allgemeingeschichtlichen Virksamkeit, 2 voll., Halle 1893-94; D. Braunier, Recueil histurique des archevêchés, évêchés, abbages et priearés de France, Parigi 1726, ed. riveduta dai benedettini di Ligugé (Archives de la France monastique, 4), Ligugé 1906, pp. 1-39; Acadénic de Mâcon, Millénaire de C., 2 voll., Mâcon 1910; Fr. L. Bruel, C. Album historique, ivi 1910; U. Berlière, L' ordre monastique des origines au XIIc siècle, Maredsous 1924, pp. 219261; J. Virey, L'abbaye de C., Parigi 1924; L. M. Smith, C. in the XI and XII centuries, Londra 1930; L. H. Chomply, Histoire de l'abbaye de C., 3^{e} ed., Parigi 1930; J. Evans, Monastic life at C., Oxford 1931; G. de Valous, Le monachisme clunisien des origines au X V^{e} siècle, I-II (Archives de la France monastique, 39-40), Ligugé 1935 (cf. la recensione di L. Kern, in Memoriam et Renaissance, 3 [1938], pp. 487-71); Costinosa, I, pp. 816-25; B. Malm, L'Ordre cistercien et son gouvernement, Parigi 1943; Ph. Schmitz, Histoire de l'Ordre de S. Benoît, 4 voll., Marodsous 1947-48 (l'opera completa constera di 6 voll.) e trad. tedesca di L. Räber, a voll., Einsiedeln 1947; K. Hallinger, Garze-Klany. Studien zu den monastischen Lebensformen und Gegensätzen im Hochmittelalter, Bonn 1948; A. Chagny, C. et son empire, 4^{e} ed., Parigi 1949.
Cassio Hallinger
IX. Restaubazione di C. - Questo tentativo di restaurazione è dovuto allo scienziato benedettino dom Maiolo (al secolo Carlo Arturo) Lamey, n. a Strasburgo il 17 marzo 1842, m. ad Aosta il 15 giugno 1903. Ordinato sacerdote a Flavigny, diocesi di Digione, il 24 sett. 1870, professò il 14 ott. 1878 a Delle (Alsazia), noviziato esiliato dell'abbazia benedettina civetica di Mariastelo. Ai primi del 1879 egli radunò i suoi compagni nell'antico priorato benedettino di Grignon (Côte-d'Or, diocesi di Digione); essi dovevano dedicarsi principalmente allo studio delle scienze, specie l'astronomia, e della filosofia della natura. Avendo ottenuto da mons. A. L. Perraud, vescovo di Autun, il 24 luglio 1888, l'istituzione canonica del nuovo C., una parte della comunità di Grignon si stabilì in una casetta posta sull'area della gloriosa abbazia di C. (II sett. 1888). L'altra parte della comunità lasciò poi Grignon, e prese dimora (31 dic. 1893), nell'antico priorato cluniacense

(du E. Bicord. C et les swivens, 7a ed., Senvy s. d., ter. B)
CLUNY - Campanile dell'Acqua benedetta (sec. xII), posto sul lato sud-est del grande transetto, unica parte superstite della basilica iniziata nel ro89 dall'abate Ugo.
dei SS. Maiolo e Odilone a Souvigny (Allier). Ma la settaria azione del governo francese contro gli Ordini religiosi costrinse, nel 1901, d. Lamey e consoci ad abbandonare i due priorati e a cercarsi un rifugio ad Aosta, ove fecero rivivere il priorato benedettino di S. Benigno del sec. xi. La guerra del 1914-18 e lo scarso reclutamento di nuovi soggetti, cui certamente influì anche il genere troppo ristretto e specializzato degli studi scientifici, assottigliò pian piano la promettente comunità neo-cluniacense, tanto che oggi non conta più che un sol monaco. In virtù dello Ius postliminii, d. Lamey rivendicò per la sua comunità, ad onta di vivaci opposizioni, i privilegi cluniacensi tra i quali quello dell'antica liturgia.
A suo tempo l'opera scientifica di d. Lamey e consoci fu assai apprezzata, specie dall'Accademia delle scienze di Francia. I risultati delle loro ricerche scientifiche e storiche si trovano consegnati principalmente nelle seguenti pubblicazioni periodiche: Proslagium [dal fasc. VIII, 1903: Cluniacense]. Bulletin de l'Observatoire de Grignon [dal fasc. VIII, 1903: Des observatoires et laboratoires des Bénédictins de l'Observance de C.] pour l'avancement des sciences et de la philosophie de la nature (9 fascc., 1887-1909); Monclogium Cluniacense. Bulletin d'histoire, de philosophie, et de théologie des Bénédictins de l'Observance de C., pour le développement de l'intelligence de la Foi et de la Sapience divine (I vol. di 68 nn., 18911903); Echos de C., pubblicato per commemorare il IX centenario dell'istituzione della Commentorazione dei defunti da parte di Odilone (I vol. di pp. 170, 1898-1901).
BibL.: A.-M.-P. Ingold, Dom Mayeul Lamey, preeur Majeur de C., Colmar 1907; M. Lamey, Oeuvres choisies, con nota biografica di E. Goutay, Parigi 1911.
A. Pietro Frutaz
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Ido T. Christ, Epilota purulimosa, Parigi, Bld. Ido. Ri. Cluny - Abside della cappella dell'Hôtel di C., antica residenza degli abati di C., rifatta dall'abate Giacomo d'Amboise (1498), Parigi.
X. ARTE DI C. - 1. La basilica e gli edifici sacri. La chiesa dell'abbazia di C. è stata, senza dubbio, per la imponenza della sua mole, per la bellezza e la grandiosità delle sue forme una delle più alte manifestazioni architettoniche del medioevo. Essa si componeva di due corpi di fabbrica chiaramente distinti. Una grande chiesa a cinque navate fondata dall'abate Ugo nel ro89 secondo i progetti del canonico Hézelon, recatosi a C. per entrare nella comunità di quei monaci, e una sorta di vestibolo, a tre navate, detto nartece, cominciato a costruire nel 1220 dall'abate Rolando di Hainault. Un complesso monumentale di cui la pianta che qui si pubblica dà un'idea molto chiara. La chiesa primitiva, quella dell'abate Ugo, era una grande basilica lunga 140 m. e larga 35, aveva cinque navate e due transetti. La volta della navata maggiore era alta ben 35 m . dal suolo, quelle delle due navate ad essa contigue erano alte 18 m . e quelle delle altre due minori 12 m . dal suolo.
La zona presbiteriale, che insieme al doppio transetto era la più caratteristica di tutta la costruzione culminava in un'abside sorretta da 8 giganteschi pilastri oltre i quali correva un deambulatorio ove s'aprivano 5 cappelle a raggera. Il coro conteneva 250 stalli e nella chiesa v'erano 20 altari.
Elemento caratteristico dell'antica chiesa abbaziale di C. erano i suoi quattro giganteschi campanili. Il maggiore, quadrato, sorgeva all'incrocio della grande navata con il primo transetto. Aveva strutture imponentissime e nella cella ospitava 18 grosse campane. Alle estremità dello stesso transetto sorgevano due altri campanili con 4 campane ciascuno, ottagonali, dctti rispettivamente di S. Caterina e dell'Acqua benedetta. Quest'ultimo è ancora in piedi all'ingresso della cappella Borbone.
Il quarto campanile, detto delle lampade, sorgeva all'incrocio del transetto minore ed era pur esso ottagonale.
Il portale dell'antica chiesa, alto 6 m . e largo 3, era adorno di magnifiche sculture come anche i capitelli delle otto colonne che sorreggevano l'abside.
Questa la chiesa, divenuta insufficente alle esigenze del culto e alle grandi cerimonie che vi si celebravano, venne prolungata agli inizi del sec. xiri con una costruzione a tre navate lunga 35 m . divisa in cinque campate : una sorta di nuova chiesa in aggiunta alla primitiva, a sua volta preceduta da una facciata fiancheggiata da due torrioni quadrati di cui rimangono le strutture a terreno con un grandioso portale alto più di 8 m . e adorna da un rosone di ben 10 m . di diametro.
Dalla pianta si rivela chiaramente come di questa chiesa gigantesca non rimangono che le strutture inferiori delle due torri che fiancheggiano l'ingresso al nartece, il campanile dell'Acqua benedetta, la cappella Borbone del sec. xv e quelle contigue di S. Stefano e di S. Marziale più qualche altro ambiente sorto a ridosso del grande transetto di destra. Ben poco, ed il rimpianto è in certo modo accresciuto contemplando i preziosi resti della primitiva costruzione, soprattutto i minabili capitelli delle otto gigantesche colonne del coro, frammenti di fregi, di colonne e di altari dell'età romanica e una notevole serie di pietre tombali e di rilievi e sculture con gli emblemi degli artigiani di C. Questi resti, da considerare fra i capisaldi della scultura romanica francese, sono oggi raccolti nel museo ospitato nell'antico tratto del palazzo abbaziale costruito da Giovanni di Borbone, mentre nell'altro tratto, dovuto all'abate Giacomo d'Amboise, è il municipio della città.
Le due costruzioni conservano abbastanza bene i caratteri originali che sono rispettivamente della seconda metà del sec. xv e del principio del xvi. All'abate d'Amboise è pure dovuto il completo rifacimento dell'Hôtel de C. (fine sec. xv), residenza parigina degli abati di C., dal 1849 sede del museo di antichità medievali.
Altro antico edificio che sorge accanto ai resti della chiesa abbaziale è il cosiddetto palazzo di papa Gelasio, che nel 1119 mori a C., in un edificio poi trasformato per l'aggiunta di una elegante facciata gotica dell'abate Bertrand de Colombier (1295-1308). Il palazzo che aveva subito trasformazioni al tempo del card. Richelieu fu ricostruito nella facciata in forme gotiche durante il sec. xix.
La chiesa abbaziale di C. fu anche uno dei più importanti centri pittorici del periodo romanico in Francia e le sue decorazioni, di cui rimane poco più che il ricordo, vennero largamente imitate nelle altre chiese dell'Ordine (v. anche benedettina, ARTE) e soprattutto in quelle dell'Alvernia e della Borgogna. Nel monastero di C. durante il sec. xi e quindi nei successivi furono anche scritti e miniati codici che riflettevano lo splendore artistico dell'ambiente in cui erano stati creati. Lo testimonia un prezioso lezionario del sec. xi (Parigi, bibl. Naz., ms. lat. 2246) decorato con miniature bellissime, nonché altri codici miniati sugli esempi di C. nell' abbazia di Digione e negli altri monasteri dell'Ordine soprattutto a Limoges, a Moissac, Figeac, ecc.
Impressionanti per la grandiosità e l'armonia delle strutture sono anche i grandi edifici abbaziali sorti nel sec. xviri per opera dell'abate Giacomo Dathoze, ma restati incompiuti a causa della Rivoluzione. Di
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particolare interesse appaiono la bella facciata dai frontoni incompiuti e le ampie gallerie e i porticati del chiosco, armoniosi nelle proporzioni, che si sviluppano complessivamente per una lunghezza di 700 m . L'edificio curato in ogni minimo particolare ebbe allora nelle scale ringhiere in ferro battuto che possono condiderarsi tra le cose più belle di quel genere di lavoro. Immensi anche i giardini dai tigli secolari tra i quali è famoso quello che secondo la leggenda avrebbe offerto il ristoro delle sue ombre anche al monaco Abelardo.
La cittadina di C. malgrado le distruzioni operatevi dagli uomini e dal tempo conserva, oltre le costruzioni abbaziali che si sono ora rammentate, una serie di interessanti edifici che le conferiscono un carattere particolare. Delle tre antiche chiese parrocchiali quella di S. Maiolo, la cui origine risale al sec. x, è completamente in rovina, ma delle altre due, quella di S. Marcello, costruita intorno al 1159, conserva ancora un bel campanile romanico, e l'altra di Notre-Dame mantiene evidente il suo carattere di edificio iniziato durante l'età romanica e proseguito durante il sec. xili in stile gotico. Sono anche da ricordare la cappella dell' ospizio di S. Biagio (sec. xv) che era riservata agli stranieri, il ponte de la Levée, e numerose case ove sono ancora evidenti i caratteri dell'età romanica.
BibL.: Oltre le opere ricordate al \S viI, cf. E. Ricard, C. et les enciouas, Nancy s. d., pp. 3-13; M. Allemand, s. v. in Enc. Ital., X (1931), pp. 636-37; Ph. Schmitz, op. cit., II, passim. Emilio Lacagnino
2. Architettura di C. - Nel periodo del massimo splendore dei cluniacensi, mentre viene rinnovata la chiesa madre dell'Ordine (di cui nel 1095 Urbano II consacrava l'altar maggiore), nei principali paesi eu-

(da E. Ricard, C. et les enciouas, in ed., Nancy s. d., tav. M) Cluny - Facciata della chiesa di Notre-Dame iniziata dall'abate Ugo (fine sec. xII) e terminata nel secolo seguente.
ropei sorgono abbazie che ne attestano la diffusione (in Francia quella di Moissac; in Italia quella di S. Antimo presso Siena e di Cava dei Tirreni; in Spagna, particolarmente nella Navarra).
E tuttora controverso se la vasta attività costruttiva dell'Ordine abbia determinato forme architettoniche particolari; lo nega il Rivolvo, che limita l'opera dei cluniacensi alla rielaborazione di schemi derivati dai lombardi; lo sostengono, sottolineandone l'importanza, il Michel e il Bertaux. Tra le due tendenze il Toesca ammette che tale movimento abbia effettivamente apportato elementi propri nell'architettura. Questi sono da ricercare particolarmente nella disposizione che assumono alcune parti nelle chiese dell'Ordine, in cui si nota a volte l'esistenza del nartece, e in cui è caratteristico lo svilupparsi di un deambulatorio intorno al coro, dal quale sporgono profonde cappelle radiali; e anche nella decorazione, più ricca e di forme inconsuete, specialmente nei capitelli.
Questi nuovi elementi e caratteri influirono anche su edifici religiosi coevi, tra cui le cattedrali di Acerenza e di Aversa, il St-Sernin di Tolosa, il S. Marziale di Limoges, e il santuario di S. Giacomo di Compostella. La corrente architettonica cluniacense ebbe però breve durata innanzi al prevalere delle nuove forme cistercensi, che segneranno il decisivo trapasso al gotico. - Vedi Tav. CXXII.
BibL.: E. Michel, Histoire de l'art, I. II, Parigi 1903, p. 450 e II, 1. ivi 1907, p. 102; E. T. Rivolta, Le origini dell'architettura lombarda, II, Milano 1908, p. 174 seg.; P. Toesca, Storia dell'arte italiana, I, Torino 1907, p. 324; E. Olivero, Architettura religiosa preromanica e romanica nell'archidiocesi di Torino, ivi 1940 (cf. in particolare pp. 112-29, 258-62, 341-51). Mario Zocca
COABITAZIONE. - Fin dai primi secoli la Chiesa vietò la c. degli ecclesiastici con donne, salvo che fossero loro strette parenti o altrimenti non dessero luogo ad alcun sospetto.
Molti dei testi citati alla voce agapète, oltre a vietare le subintroductae, stabiliscono a questo proposito norme più generali, sia quanto al divieto, sia quanto alle eccezioni. La più importante è quella del can. 3 di Nicea che permette agli ecclesiastici di coabitare solo con la madre, la sorella, la zia, o con quelle persone che non diano luogo a sospetti; questo canone fu considerato sempre in vigore e fu riportato anche nel Decreto di Graziano (c. 16, D. XXXII). Il can. 17 del III Concilio di Cartagine (del 397) attenuò, per la sua regione, la disciplina, permettendo anche la c. con la nonna (evidentemente compresa, anche se non menzionata, nel canone di Nicea), le nipoti, le nuore, le mogli degli schiavi, e infine le persone di famiglia che coabitavano con il chierico già prima che questi fosse ordinato (anche questo testo in Graziano c. 27, D. LXXXI).
Più rigoroso fu s. Gregorio Magno, che, richiamandosi a s. Agostino, ammise solo la madre, la sorella, e la moglie (c. 24, D. LXXXI; e cf. anche c. 23 e 29, D. LXXXI). E in genere, mentre il can. 3 del Concilio di Nicea si trova richiamato o riprodotto, più o meno testualmente, in moltissimi testi canonici posteriori, numerosi altri testi, dal sec. vi in poi, dànno norme più rigorose, e non pochi vietano in modo assoluto ai chierici di coabitare con qualsiasi donna (talvolta, nel caso di chierici coniugati, perfino con la propria moglie). Tra questi ultimi il più celebre fu il decreto del Concilio di Nantes (del 658 o dell'893), che si trova riprodotto nella raccolta di decretali di Gregorio IX (c. 1, X, III, 2).
L'inserzione di tale testo nella raccolta di Gregorio IX è un fatto piuttosto strano, dato che meno di un secolo prima (nel 1123) il can. 3 del I Concilio del Laterano richiamava espressamente il canone di Nicea; e nella stessa raccolta si trova (c. 9, X, III, 2) una decretale di Innocenzo III (del 1199) in cui, con formulazione più elastica, si ammette la c. con quelle donne, che, a causa della parentela, non fanno sospettare nulla di male.
Il Concilio di Trento (sess. XXV, de ref., c. 14) genericamente vietò la c. con qualsiasi donna su cui potesse sorgere qualche sospetto.
Ma il 9 giugno 1587 e il 18 giugno 1597 la S. Congregazione dei vescovi e dei regolari in due risposte vietò
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in modo assoluto che nella canonica abitassero donne, anche se strette parenti di qualche canonico.
Norme più particolareggiate stabili Benedetto XIV nel \S 25 della cost. Ad militantis ( 30 marzo 1742), ma sempre in riferimento al canone di Nicea; e sia prima che dopo Benedetto XIV, vari concili particolari e sinodi diocesani (tanto in Occidente quanto in Oriente) determinarono meglio questa materia, e, molti di essi, tra l'altro, stabilirono l'età minima perché una donna estranea fosse considerata esente da sospetto (generalmente quaranta anni, talvolta meno o più, fra trenta e cinquanta), lasciando in genere al vescovo il giudizio nei singoli casi.
Il CIC (cann. 133, 2176-81, 2359) vieta ai chierici di coabitare con donne che possono dar luogo a sospetti o di frequentarle, ammettendo solo la c. con quelle per le quali la parentela esclude tali sospetti (e, come esempio, menziona la madre, la sorella, e la zia), e con quelle per le quali tali sospetti sono esclusi da una specchiata onestà morale unita all'età avanzata; nei casi dubbi spetta all'Ordinario giudicare se vi sia pericolo di scandalo o di incontinenza. Il trasgressore è sottoposto gradatamente a difficile e a pene varie; e, in caso di persistenza, è considerato concubinario e soggetto alle pene stabilite per il concubinato (v.).
Birl.: P. Hinschius, System des katholischen Kirchenrechts, I, Berlino 1869, pp. 131-33; F. R. Sägmüller, Lehrbuch des katholischen Kirchenrechts, I, 4^{4} ed., Friburgo in Br. 1934, pp. 358 361; R. Kurtscheid, Historia iuris canonici, I, Roma 1941, pp. 169-76.
Monasteri misti. - Fin dalle origini del monachesimo furono frequenti in Oriente (soprattutto in Egitto) i monasteri doppi o misti (talvolta però in edifici distinti, ma contigui), soprattutto affinché le monache avessero l'assistenza spirituale e fossero protette da aggressioni, e i monaci fossero aiutati nei servizi domestici. Ma, a causa dei non rari inconvenienti che ne seguivano, Giustiniano nel 529 e nel 546 (C. 1, 3, 43; Nov. 123, 36) li proibì in modo assoluto in ogni parte dell'Impero. Il divieto, evidentemente non sempre osservato, fu ribadito nel can. 20 del II Concilio di Nicea (del 787), che però tollerò i monasteri doppi già esistenti, purché i monaci e le monache non abitassero nello stesso edificio. Parimenti vietato fu l'uso, introdottosi presto, di avere, nei monasteri maschili, delle inservienti che vi abitassero stabilmente; a. Platone, egumeno del monastero di Saccudion, verso la fine del sec. viri, per troncare questo abuso, giunse perfino a vietare l'ingresso di animali di sesso femminile nel monastero (altre norme simili citate o riportate in L. Ferraris, Prompta bibliotheca, s. v. Canis; e in G. Crispino, Trattato della visita pastorale, parte 2^{2}, \S 42, n. 155).
Anche in Occidente (dove tra i secc. v-viII si diffusero in Inghilterra, Francia, Spagna, Germania, Italia, e soprattutto Irlanda) i monasteri doppi furono presto vietati (Concilio di Agde del 506; Concilio di Siviglia del 619), e cessarono infatti quasi ovunque (ma non in Spagna) nel sec. IX, per riapparire però nel sec. xi. Nei secc. xir-xIII l'autorità ecclesiastica li tollerò, purché peraltro la separazione tra monaci e monache fosse bene assicurata; e Callisto II, nel 1119, approvò persino la costituzione del doppio monastero di Fontevrault, sottoposto ad una abbadessa. L'opposizione contro tali monasteri venne soprattutto da monaci di più insigne virtù (specialmente benedettini); e verso il 1300 i Benedettini non avevano più monasteri doppi, che divennero in seguito sempre più rari anche presso gli altri Ordini. In Oriente peraltro fino al secolo scorso si trovano ancora testi che vietano i monasteri misti.
Birl.: S. Hilpisch, Die Doppelhï̈ster, Münster 1928.
## Pio Ciprotti
COADIUTORE. - C. è il titolare di una coadiutoria, il chierico cioè a cui spetta di aiutare o supplire un beneficiato nell'adempimento delle funzioni inerenti al suo ufficio. La concessione del c., con o
senza futura successione, è riservata alla S. Sede (can. 1433).
Il c. può esser dato soprattutto ai vescovi, ai canonici e ai parroci.
I. Il c. dei vescovi. - Suole concedersi al vescovo quando questi o per impedimenti personali o per l'ampiezza della diocesi è reso impari a disimpegnare degnamente il suo ufficio (cann. 350-55). Può essere dato alla persona, con o senza futura successione, oppure, più raramente, alla sede. E c. in senso stretto quando è dato alla persona con diritto di successione: dato alla persona senza tale diritto prende la denominazione specifica di ausiliare.
Se il vescovo coadiuto è del tutto inabile all'ufficio, il c. dato alla persona acquista tutti i poteri e diritti dell'Ordinario: ma se quegli non è del tutto inabile, ha soltanto quei poteri che gli verranno da lui delegati. Il c. dato alla sede non ha giurisdizione all'infuori di quanto gli possa essere commesso dal vescovo o dalla S. Sede : può esercitare però, entro il territorio della diocesi, tutte le funzioni proprie dell'ordine episcopale, tranne la sacra ordinazione.
Dato alla persona, con diritto di successione, subentra di diritto al coadiuto come Ordinario della diocesi appena verificatasi la vacanza della sede (perciò l'art. ig del Concordato italiano prescrive per la nomina di tali c. le stesse formalità prescritte per la nomina dei vescovi); dato alla sede, senza futura successione, perdura nell'ufficio anche durante la vacanza. L'ausiliare invece cessa dall'ufficio con il cessare del vescovo residenziale dal proprio.
L'uso di assegnare a vescovi residenziali dei c. senza giurisdizione (auxiliares o vicarii in pontificalibus) sembra confondersi in origine con l'istituto del corepiscopo (v.). Soppressi i corepiscopi (scc. viri), i residenziali usarono avvalersi, nei casi di bisogno, dell'opera di vescovi pellegrini o emigrati dalle diocesi occupate dagli infedeli. Inconvenienti ed abusi portarono Clemente V a proibirne l'ordinazione senza l'autorizzazione della S. Sede (c. 5 in Clem. 1, 3). In seguito i vicarii in pontificalibus furono consentiti soltanto per ragioni speciali attinenti la persona del vescovo residenziale oppure per l'ampiezza della diocesi, nel qual casa si usò concederli alla sede anche in modo stabile. Tale prassi è al presente sancita nel CIC.
Di vescovi c. con giurisdizione, costituiti per lo più con diritto di successione, si hanno esempi fino dai primi secoli della Chiesa. Alessandro di Gerusalemme (212), Gregorio di Nazianzo, Basilio di Cesarea e Agostino di Ippona, nelle rispettive sedi, prima che Ordinari furono c. Si trattava tuttavia di eccezioni, poiché si riteneva allora che tale prassi urtasse contro le disposizioni conciliari del tempo vietanti la pluralità dei pastori nelle singole diocesi (c. 5, 6, C. VII, q. i; Conc. Niceno c. 8; c. 14, \mathrm{X}, \mathrm{I}, 3 \mathrm{I} ). In seguito però prevalse una interpretazione più benigna, in vista specialmente degli urgenti bisogni a cui si doveva provvedere (c. 5, \mathrm{X}, 3,6 ). Bonifacio VIII riservò espressamente alla S. Sede la concessione del c. con diritto di successione (c. I in Sexta, 3, 5, n. 11). Il Concilio di Trento, pur abrogando in generale le aspettative per qualsiasi beneficio ecclesiastico e, in particolare, tutte le coadiutorie con diritto di successione, fece espressa eccezione per i c. dei vescovi quando l'urgens necessitas o la evidens utilitas della chiesa cattedrale ne consigliassero la concessione (sess. XXIV, c. 19 de ref.; sess. XXV, c. 7 de ref.). Nel vigente CIC la materia è disciplinata nei cani. 350-55.
II. Il c. dei canonici. - Il c. dato ai canonici di un Capitolo con diritto di futura successione (coadiutores perpetui) fu di largo uso un tempo nel diritto anteriore al Concilio di Trento. Benché soppresso dal Concilio stesso con l'abrogazione delle aspettative e delle coadiutorie con successione, ne sopravvivono vestigia negli statuti di qualche Capitolo d'Italia e particolarmente di Roma. I canonici c. hanno il compito di supplire il coadiuto nelle fun-
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zioni canonicali. Non sono però veri beneficiati e non appartengono al Capitolo (cannnici fieti).
III. - Il. C. del parroci. - Per il c. del parroco (vicarius adinitor) v. vicario.
BibL.: P. Leurenius (Leuren), De epistoporum vicariis eorumdemque coadintaribus, Venezia 1709: Werne-Vidal, II (1928), pp. 651 scc.. 711 sc.; B. Kurtscheid, Historia iuris canonici, I, Roma 1921, p. 109; J. Chelodi-P. Cipriati, Ius canonicum de personis, 3^{°} ed., Vicenza-Tronio 1942, p. 304 sc.
Zaccaria da S. Maurn
COAZIONE e COERCIbILITA. - Il concetto generico e volgare di coazione è l'opposto di spontaneità, ed indica ciò che è contrario alla naturale tendenza del soggetto. Nell'uomo è coatta ogni azione che gli venga estorta contro volontà. Nel campo giuridico la coazione ha speciale importanza, perché il diritto ricorre ad essa per ottenere l'esecuzione dei suoi comandi. La coazione giuridica è quindi «un modo di esecuzione della legge, che consiste nell'ottenere l'esecuzione stessa nonostante la contraria disposizione del soggetto ".
A seconda del modo di esercitarla, la coazione può essere meramente giuridica, fisica, psicologica. Meramente giuridica è quella che ottiene l'effetto voluto per sola azione di legge, senza bisogno del concorso di alcuna volontà. Tale e la coazione esercitata da tutte le leggi irritanti ed inabilitanti, in quanto la legge basta allora da sola a togliere ogni valore all'atto posto contro di essa, di modo che resta frustrata la volontà e l'azione contraria di qualsiasi soggetto. Fisica è la coazione quando l'esecuzione del precetto giuridico è ottenuta con l'azione di un terzo, cioè di un soggetto diverso dal primo obbligato, come, ad es., il pagamento di un debito eseguito per opera del creditore stesso contro la volontà irremovibile del debitore, o un'azione delittuosa impedita a viva forza da un pubblico funzionario. Psicologica è la coazione quando l'adempimento del comando giuridico è ottenuto facendo pressione sulla volontà del soggetto obbligato, cercando di vincere la sua riluttanza; il che di solito avviene con la minaccia di pene per il caso di trasgressione. Allora se il soggetto si piega e compie l'azione prescritta si avrà un atto in cui la volontarietà è mista ad una certa involontarietà, effettivamente superata ma affettivamente non distrutta. L'atto è allora espresso con l'antica formola : coactus volui, coactus feci.
Il concetto di coercibilità è ricalcato su quello di coazione, ma ne indica soltanto la possibilità; e questa può essere considerata di fronte ad un dato ordinamento giuridico, o di fronte a tutto il complesso delle leggi etiche, o di fronte alle circostanze di fatto; onde si distingue in coercibilità legale, morale, effettiva.
Il fondamento della coercibilità e della coazione nel campo del diritto è doppio : la necessità sociale e l'esteriorità dell'ordinamento giuridico. Il diritto non regola tutta l'attività umana, ed in modo particolare non regola di proposito le forme di attività destinate a promuovere il perfezionamento soggettivo dell'individuo, ma si limita a dettare le norme indispensabili alla convivenza sociale. La necessità delle norme autorizza a costringere alla loro osservanza anche i ribelli; e cosi resta garantito il bene comune nonostante la mala volontà del soggetto. Per altra parte sarebbe impossibile costringere l'uomo ad atti interni; onde chi vuole estorcere un atto qualsiasi deve accontentarsi dell'esteriorità dell'atto stesso.
Da ciò si deducono due conseguenze: a) non tutte le materie sono ugualmente adatte ad essere regolate in forma giuridico; e lo sono più o meno a seconda che in esse l'esecuzione esterna è possibile e conserva un valore sociale anche se scompagnata dall'interna adesione dell'azione; b) la coercibilità è uno dei più visibili caratteri distintivi dell'ordine giuridico, specialmente nei confronti della morale, perché questa mira direttamente alla perfezione del soggetto, e quindi l'esecuzione dei suoi precetti non ha volore se non in quanto è volontaria.
Tra i filosofi ed i giuristi, specialmente dall'epoca di Kant in poi, è molto discusso il grado di intimità del legame che unisce il diritto alla coazione e alla coercibilità. Alcuni vorrebbero identificare i due termini; altri invece giungono fino a negare qualsiasi rapporto fra di essi. Sono due opposte esagerazioni, che nascono anche da concetti mal definiti. Per chiarire una discussione spesso confusa, van poste le seguenti proposizioni :
a) non è necessaria al diritto la coazione meramente giuridica; cioè, possono esserci leggi veramente giuridiche, sebbene non importino né nullità né incapacità; il che in certe materie sarebbe affatto impossibile: si può stabilire la nullità di un contratto, ma non di un omicidio;
b) non è necessaria al diritto, in via di fatto, né la coazione fisica né la coazione psicologica; anzi è sempre desiderabile che l'esecuzione del comando giuridico avvenga in modo spontaneo, non solo perché il perpetuo uso della forza e della pena sarebbe un segno della mancanza di interna coesione sociale, ma anche perché nessuna società riuscirebbe a mettere in opera un apparato coattivo capace di costringere tutti e sempre all'osservanza delle leggi, nel caso che tutti rifiutassero l'obbedienza spontanea;
c) non è necessaria al diritto la coercibilità effettiva, cioè la reale possibilità di costringere; e se la dicessimo necessaria ne seguirebbe che il debole non avrebbe mai nessun diritto contro il forte armato; il che è inammissibile;
d) è inseparabile dal diritto la coercibilità legale, cioè la possibilità giuridica di costringere, in quanto ogni ordinamento giuridico, pur non facendo dipendere l'esistenza del diritto dalla disponibilità effettiva dei mezzi coercitivi, non può non autorizzare la esecuzione coatta dei suoi precetti;
e) il rapporto tra coercibilità morale e diritto dà origine a problemi di assai difficile soluzione. Le difficoltà nascono non solo dalla impossibilità pratica di adeguazione perfetta dell'ordine giuridico con quello morale, ma anche dalla distinzione che i moralisti fanno tra le norme della pura giustizia e quelle della moralità integrale, onde essi stessi ammettono l'esistenza di certe azioni che, pur violando qualche virtù morale nei rapporti con il prossimo, non offendono la giustizia, e quindi neppure il diritto; il che equivale ad ammettere che tra la correttezza morale e la rigidezza giuridica può verificarsi qualche divergenza anche a proposito del ricorso alla coazione.
BibL.: v. rlIodoris del diritto. Giuseppe Graneris
COBELLUZIO (COBELLUZZI), Scipione. - Cardinale, n. a. Viterbo nel 1565 , m. a Roma il 29 giugno 1627. Dopo aver studiato nel collegio Nardini di Roma ed aver conseguita la laurea in legge, lavorò come legale presso Alessandro Gloriero presidente dell'Annona e poi presso il card. Girolamo Bernerio. Con l'appoggio del card. Arigoni, molto influente in quel tempo, fu nominato segretario delle lettere latine. Il 19 sett. 1616 venne creato, da Paolo V, cardinale del titolo di S. Susanna e, nel 1619, fu nominato bibliotecario della Vaticana. Strenuo difensore della libertà ecclesiastica, fu in gran parte autore della bolla emanata da Gregorio XV intorno all'elezione dei papi. Fu gran dotto e mecenate. Intervenne ai Conclavi di Gregorio XV e di Urbano VIII. Venne sepolto nella chiesa di S. Susanna.
BibL.: A. Ciacconius, Vitae et res gestae pontificum romanorum et cardinalium, IV, Roma 1677, coll. 446-48; L. Cardella, Memorie storiche de' cardinali, VI, Roma 1793, pp. 193-94; Pastor, XIII, passim Emma Santovito COCAINISMO. - Tendenza irresistibile all'assunzione di cocaina a scopo voluttuario, per iniezione o, più spesso, fiutata in polvere per via nasale; tra le più gravi forme d'intossicazione, è vizio assai frequente nelle grandi città, particolarmente ai margini della prostituzione. Il movente prossimo, sulla base d'una debolezza congenita della volontà e una anormale tendenza all'abuso delle sostanze eccitanti, è rappresentato dal desiderio di evitare i dolori fisici o dalla ricerca dell'oblio dei dispiaceri o dalla
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bramosia di voluttà, sollecitata dalla speranza di effetti afrodisiaci, di strane e nuove sensazioni.
La cocaina, per la sua doppia proprietà, narcotizzante e stupefacente (l'essenziale), sviluppa nel soggetto uno stato di vago benessere, di ebbrezza con allucinazioni sensoriali in cui le immagini del subcosciente, particolarmente a contenuto erotico, si compongono in una specie di piacevole follia transitoria, sostenuta dallo stato di narcosi che anestetizza e fa tacere ogni sgradevole sensazione fisica e morale eventualmente esistente.
La cronicità dell'uso dà luogo a progressivo grave deperimento fisico (fino alla cachessia) e mentale con disturbi della sensibilità, alterazioni della motilità (indebolimento, convulsioni), decadimento dell'intelligenza, del tono affettivo (ipocondria), della volontà.
Biel.: K. Ch. Bose, Cocaine, Intoxication and its demoralizing effects, in Brit. Med. Jour., t (1902), p. 1021; M. I. Romero, C. cronica, Buenos Aires 1917; E. Sergent, Traité de pathologie médicale et de thérapentique appliquée, XXII, Parigi 1923, pp. 379 380; H. W. Maier, La cocalue, ivi 1928; G. Moglie, Manuale di psichiatria, Roma 1946, pp. 324-29. Giuseppe de Ninno
II. Dottrina morale. - L'uso della cocaina, come di qualunque altro narcotico o stupefacente, è in sé lecito, quando vi si ricorra di rado e per un motivo legittimo (p. es., attutire un dolore, eccitare o facilitare il sonno a chi soffre d'insonnia). Ma l'uso diventa gravemente illecito quando si ricorra alla droga o per motivi non retti o con soverchia frequenza e quasi ordinariamente, sia per i gravi danni, sopra accennati, alla vita fisica e psichica, e sia perché espone con facilità al pericolo di un desiderio sfrenato e difficilmente controllabile della droga con le relative deplorevoli conseguenze. v. STUPEFACENTI.
Celestino Testore
COCCEIUS (lat. da Koch), Iohannes. - Teologo esegeta protestante, n. a Brema il 9 ag. 1603, m. a Leida il 4 nov. 1669 . Iniziò gli studi anche dal greco, sotto Metrofane Critopulo, nella città natale. Dal 1625 in Amburgo e quindi in Olanda, C. si approfondi in ebraico, specialmente sotto la guida dell'orientalista Sistino Amama. Dal 1630 insegnò nel Gymnasium illustre di Brema, donde passò nel 1636 alla cattedra di ebraico in Franeker, nel 1650 a Leida.
Le sue opere teologico-bibliche riempiono 8 voll. in-fol. nell'edizione di Amsterdam del 1673-75, 10 voll. in quella del 1701-1702, cui furono aggiunti 2 voll. di Anecdota theologica et philologica nel 1706. Dal punto di vista teologico il lavoro più importante è Summa doctrinae de foedere et Testamento Dei (Francker 1648), ove il C. studia le relazioni di Dio con il mondo, suddividendole nel Foedus operum, Foedus gratiae e Foedus iustitiae; il libro è una vasta sintesi teologica e biblica. In quest'opera, e più ancora in quelle di carattere esegetico, particolarmente in Ad ultima Mosis, hoc est sex postrema capita Deuteronomii, considerationes (Franeker 1650), è svolta la dottrina secondo cui ogni brano della Bibbia avrebbe un significato tipico. Per questo C. fu considerato il caposcuola dei «figuristi». Fra i suoi discepoli emerse come esegeta Campegia Vitringa.
C. fu un carattere indipendente. Perciò dovette sostenere non poche lotte anche con autori protestanti. Talvolta C. è stato ritenuto come un precursore del pietismo nella teologia protestante.
Biel.: Il figlio Giovanni Enrico pubblicò già nel 1675 non poche notizie biografiche con un'apologia di C.; nell'edizione del 1702-1702 esse figurano nel 1 vol.; E. F. C. Miller, s. v. in Realencjkl. De protest. Theologie und Kirche, IV, pp. 186 194; R. Curcels, Introductio in strinque Testamenti libros sacros, I, Parigi 1894, p. 741; B. Walde, s. v. in LThK, II, col. 997 s88.
Angelo Penna
COCCHI, Angelo. - Domenicano, n. a Firenze nel 1597, m. a Fogan il 18 nov. 1633. Nel 1622 fu inviato a Manila, dove si applicò allo studio delle lingue tagala e cinese. Il 12 febbr. 1626 partì per Formosa con altri padri e alla fine del 1630 andò
in Cina. Durante il viaggio i marinai cinesi ammazzarono alcuni passeggeri fra cui anche il p. Tommaso Sierra, che l'accompagnava. Il C. sfuggì miracolosamente alla morte e dopo molte peripezie arrivò finalmente a Fogan. Presentato al viceré del Fukien a F'oodow, non fu accolto come ambasciatore a motivo della mancanza delle credenziali e dei regali, che aveva perduto. Finalmente nel 1631 il viceré lo ricevette come ambasciatore intimandogli di uscire dalla Cina; ma i cristiani cinesi lo nascosero a Fogan e cosi continuò il suo ministero.
Biel.: J. Adoatte, Primero parte de la historia de la provincia del S.mo Rosario de Filipinas, II, Saragozza 1630, cspd. 40, 41; J. Ferrando e J. Fonnaca, Historia de los pp. Dominicos en las islas Filipinas y en sus misiones del Japón, China, TangKin y Formosa, II. Madrid 1870, pp. 327-60.
Enonuele Montoto
COCCHIA, Antonio: v. Rocco da cesinale.
COCCINO (Cochin), diocesi di. - Città della India orientale sulla costa del Malabar e sede di diocesi suffraganea della sede patriarcale di Goa. Il suo territorio comprende due strisce di terra lunghe rispettivamente 80 e 46 km . Nel 1948 su una popolazione globale di ca. 400.000 ab. i cattolici erano 171.480 sotto la direzione di 91 sacerdoti, in maggioranza indigeni, e 14 religiosi, con 50 parrocchie; inoltre un seminario minore, 88 scuole con ca. 10.000 fanciulli, 7 scuole professionali e 4 collegi. Grazie al Portogallo che introdusse l'opera missionaria cattolica nelle Indie, C. è diventata la culla del cattolicesimo in quel paese. Infatti nel 1500 , cinque su otto missionari francescani che sotto la direzione del p. Enrico di Coimbra sbarcarono a Calicut con Alvarez Cabral, stabilirono la loro sede a C. e ne fecero un centro di congiunzione. Di li partivano per lavorare alla conversione dei popoli vicini, specialmente nestoriani. Sin dal 1502 questi cedevano lo scettro dei loro antichi re al re di Portogallo, invocando la sua protezione contro i maomettani. Il loro vescovo promise obbedienza al Papa per mezzo dei Francescani e di due sacerdoti nestoriani inviati a Roma. Nel 1540 i Francescani fondarono il primo collegio a Cranganor, con lo scopo di ricondurre i nestoriani alla fede cattolica. La maggioranza dei nestoriani prima del ' 600 si era convertita al cattolicesimo. I Gesuiti entrati nelle Indie sotto la condotta del grande s. Francesco Saverio nel 1542, si stabilirono ugualmente a C. nel 1550, vi costruirono un collegio ( 1560 ) e quindi anche un noviziato ( 1562 ) fondandovi più tardi la loro provincia del Malabar (1601). A loro volta vennero pure i Domenicani (1553), gli Agostiniani e i Cappuccini.
Così la città divenne la roccaforte del cattolicesimo, donde i missionari partivano, sotto la direzione portoghese, alla evangelizzazione del sud dell'India e del Ceylan. Pio IV elevando Goa al rango di metropoli, il 4 febbr. 1558, erigeva pure la diocesi di C. accordandone il patronato al re di Portogallo. Allora la diocesi abbracciava un vasto territorio più tardi frazionato in più di 11 vescovati. Nel 1663 gli Olandesi s'impadronirono di C. e dopo avere scacciato il clero, distruggevano i principali edifici religiosi, trasformando la chiesa di S. Francesco d'Assisi in tempio protestante e la cattedrale di S. Cruz in magazzino. Quando gli Inglesi misero in fuga gli Olandesi nel 1795 conservarono al culto protestante il primo monumento, distrussero il secondo nel 1806. Nondimeno il 1^{°} sett. 1886 Leone XIII in virtù di un concordato con Luigi, re di Portogallo (23 giugno 1886), ristabiliva la gerarchia ecclesia-
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stica nelle Indie Portoghesi e assegnava i limiti attuali di C.
Biel.: B. Arens, Etat actuel des missions catholiques, Lovanio 1932 (vedi indice); Bullarium patronatus Portugalliac regum, 5 voll., Lisbona 1868-79; Leonis XIII P. M. Acta, VI, pp. 184-79; J. Monteiro d'Aguier, s. v. in Cath. Enc., IV, pp. 76-78; A. Mercati, Rorratio dei concordati su materie ecclesiastiche tra la S. Sede e autorità civili, Roma 1919, pp. 1029-40; M. O' Sa, History of the catholic Church in India, Bombay 1924 (vedi indice); The catholic directory of India, Burma and Ceylon, Madras 1949 (vedi indice).
COCHABAMBA, diOCESI di. - Nella Repubblica di Bolivia, eretta da Pio IX il 23 giugno 1847.
Ha una popolazione di 642.000 ab. dei quali 635.000 cattolici, divisi in 53 parrocchie, con 67 sacerdoti diocesani e 32 regolari (1948). E suffraganea di La Paz. Il primo sinodo diocesano fu celebrato il giorno 8 dic. 1872. La città vescovile, oltre la bella Cattedrale, possiede parecchie chiese degne di nota: S. Francesco, S. Giuseppe, S. Giovanni di Dio, S. Domenico, S. Antonio, la chiesa dei Gesuiti, ecc.; inoltre nella stessa città si trovano il convento di S. Francesco e i monasteri di S. Chiara, delle Cappuccine e di S. Teresa. Anticamente esistevano altri sei conventi dei quali il più antico S. Agostino, è l'odierno teatro Acha, il convento e la chiesa della Mercede è trasformato in pubblico mercato e gli altri sono stati adibiti a scuole o ad ospedali. I santuari più celebri della diocesi sono quelli di Toco, Misque e Arasti. La Cattedrale possiede una buona collezione di quadri artistici; l'antico convento delle Carmelitane 5 tele di Goya, e il convento francescano una buona biblioteca.
Giovanni Meza
COCHELET, ANASTASE. - Teologo carmelitano, n. nel 1551 in Mézières (Champagne), m. a Reims nel 1624. Fu religioso nel convento di Reims, dottore in teologia nell'Università di Parigi, successivamente priore dei conventi di Reims e di Parigi, e infine provinciale. L'omo dotto e strenuo difensore della fede cattolica contro il protestantesimo, rinomato predicatore, membro della lega francese per mantenere in Francia l'unità del culto, resistette ai re Enrico III e IV, amici degli ugonotti, e dovette perciò rifugiarsi nel Belgio, dove restò dal 1594 al 1617.
Opere: Palaestrita honoris D. Virginis Hallensis pro Justo Lipsio, adversus dissertationem mentiti idoli Hallensis... (Anversa 1607, 1627); Calvini infermus adversus eundem Polyandrum (ivi 1606, 1610); Coemeterium Calvini, adversus eundem Polyandrum (ivi 1612); Répétitions du St Sacrifice de la Messe en forme d'homilies (ivi 1602); Commentaire catholique en forme de discours (ivi 1616).
Boll.: F. Fénix, La faculté de Théol. à Paris et ses docteurs. Epoque moderne. V, Parigi 1907, pp. 264-67; C. de Villiers, Bibl. Carm., 2^{e} ed., Roma 1927, coll. 64-67; Hurter, III, col. 718; Marie-Joseph, s. v. in DThC, II, coll. 1479-80.
Ambrosio di Santa Teresa
COCHEM, Martino da: v. martino da cochem.
COCHIN, diOCESI di: v. COCCINO, diòCESI di.
COCHIN, Pierre-Suzanne-Augustin. - Scrittore cattolico francese, n. a Parigi il 2 dic. 1823, m. a Versaglia il 13 marzo 1872.
Studioso di problemi economici e sociali, condusse esaurienti indagini sul fenomeno del pauperismo in Inghilterra e sulle condizioni degli operai in Francia. Nella sua attività politica, fu sindaco nel 1853 del X distretto di Parigi. Amico e biografo di Montalembert, fu legato da assidui e profondi rapporti con il Lacordaire. Fu membro, del 1864, dell'Académie des sciences morales et politiques. La sua personalità di studioso assume particolare rilievo nella cura di contemperare il liberalismo economico coi principi dell'etica cristiana. Scrisse anche contro la Vita di Gesù del Banan nel 1863. Dal C.
furono redatte le due lettere, che il Montalembert inviò al Cavour munite della sua firma, nella prima delle quali è formolata la tesi della «libera Chiesa in libero Stato». Circa il problema del Risorgimento italiano, il C. tentò di conciliare le sue simpatie per l'Italia e i diritti della S. Sede.
Biel.: L. Lefèbure, A. C. Son action sociale et religieuse, in Revue des Deux Mondes, 1903, pp. 274-310; G. Picot, Notice historique sur la vie et les travaux de M. A. C., in Séances et travaux de l'Académie des sciences morales et politiques, nuova serie, 63 (1906, 1), pp. 40-84; F. Laudet, A. C., in Revue hebdomadaire, 2^{2} agosto (1912, 11), pp. 771-97; H. Cochin, Un grand ami français des Etats-Unis d'Amérique: A. C., in Le Correspondant, nuova serie, 232 (1917), pp. 650-59; C. Maréchal, Une doctrine de défense sociale. A. C., ibid., nuova serie, 244 (1920), pp. 404-19; J. De Cugnets, A. C. et les expérances chrétiennes, ibid., nuova serie, 237 (1923), pp. 593-607; A. C. Ses lettres et sa vie. Avec introduction et notes par H. Cochin, 2 voll., Parigi 1926.
Figli di lui furono: Henry, n. a Parigi il 31 genn. 1854, m. ivi il 9 dic. 1926. Fu deputato al Parlamento e membro dell'Accademia delle Iscrizioni.
La sua attività di scrittore è rilevante, oltreché per l'assiduo accostamento ai classici della letteratura italiana, per la vigile cura con cui seguì problemi e questioni concernenti le istituzioni cattoliche. Scrisse: Expulsion des Congrégations religieuses, récits et témoignages recueillis par M. M. Duparch et H. C. (Parigi 1881); Discours sur l'Institut des Prères des Ecoles Chrétiennes (Lilla 1890); Buc. cace. Etudes italiennes (Parigi 1890); S. François d'Assise d'après son dernier historien (ivi 1895); Chronologie du "Concordiere" de Pétrangue (ivi 1897); Le bienhoureux fral Angelico (ivi 1906); Dante, Vita Nuova, trad. (ivi 1908); Jubilés d'Italie (ivi 1911).
Biel.: H. Bédarida, Italianisti stranieri: H. C., in Leonardo, 3 (1927), pp. 311-13; P. Hazard, Le souvenir d'H. C., in Revue des deux mondes, 38 (1927), pp. 202-205.
Denys, n. a Parigi il 1^{°} sett. 1851 , ivi m. il 24 marzo 1922. Più volte deputato al Parlamento, lottò contro l'anticlericalismo del ministero Combes; attivo diplomatico, intervenne nelle trattative tra lo Stato francese e la S. Sede. Fu membro dell'Académie dal 1911. Studioso di problemi filosofici, aderisce a un razionalismo ortodosso, in funzione polemica antibergsoniana.
Scrisse: Les écoles chrétiennes devant l'intolérance laique (Parigi 1879); Ménoire adressée à M. Poubelle, préfet de la Seine, au sujet de la latzisation de l'hôpital C. (ivi 1885); L'évolution et la vie (ivi 1886); Le monde extérieur (ivi 1895); L'esprit muiveau (ivi 1900); Contre les barbares (ivi 1905); Ententes et ruptures (ivi 1905); Descartes (ivi 1913)
Biel.: L. Dufougeray, Le monde extérieur (de M. D. C.), in Le Correspondant, nuova serie, 144 (1895), pp. 163-69; V. Bousaille, D. C., in Le Correspondant, nuova serie, 232 (1922), pp. 15-22.
Romano Romani
COCINGINA: v. indOCINA FRANCESE.
COGLE, Celestino. - Arcivescovo, n. a S. Giovanni Rotondo (Foggia) il 23 nov. 1783 e m. a Napoli il 2 marzo 1857, fu quinto superiore generale dei Missionari redentoristi, fra i quali entrò il 21 sett. 1799. Fu il primo a dare alla dottrina teologica di s. Alfonso una sistemazione in un'Epitome, restata inedita, come altri suoi scritti, tra cui il Diario del suo generalato (1824-31). Il collegio napoletano dei teologi, contro le consuetudini, l'elesse decano perpetuo, l'accademia Ercolaneese di archeologia e quella Giomna di scienze naturali lo vollero socio onorario. Simili onori gli tributò anche l'accademia archeologica di Atene.
Gregorio XVI nel 1831 lo nominò arcivescovo titolare di Petrasso. Il C. è più noto come confessore di Ferdinando II, re delle due Sicilie. Mentre L. Settembrini nelle Ricordanze lo presenta come avversario dell'unità italiana, saturo di furba improntitudine e nuovo Torquemada, altri in senso opposto lo ritiene un \& car-
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Cocle. Celestino - Ritratto. Litografia disegnata da J. Jovine, dal busto conservato nella chiesa dei Redentoristi di S. Antonio in Tarsia - Napoli.
bonaro " traditore dei Borboni. In verità C. seppe usare la sua influenza presso la corte, promovendo gl'interessi della religione e tutelando la moralità pubblica con dispetto dei liberi pensatori, che nel 1848 riuscirono a confinarlo a Malta, donde tornato l'anno seguente, visse da modesto religioso, munifico con tutti. L'8 ott. 1849 accompagnò a Pagani l'esule pontefice Pio IX con alcuni membri della famiglia reale, facendovi ammirare la ricca lipsanoteca, in cui con l'opera di d. Placido Baccher aveva ricomposte le ossa di s. Alfonso. E sepolto nella chiesa redentorista di S. Antonio a Tarsia, ove il nipote gli eresse un marmoreo ricordo.
Bibl.: F. Saverio Pecorelli, Ultimi uffici resi alla vener. memoria di mass. C. C., Napoli 1857; A. Amante, Maria Cristina di Sassoiu, Torino 1933, pp. 134-44; M. De Meulemeester, Les évêques de la Congrég. du T. S. Rédempteur, in La voix du Rédempteur, 47 (1938), pp. 239-40; id., Bibl. générale des écrivains rédemptorieter, I, Lovanio 1932, pp. 69-70; III, ivi 1939, D. 273 .
Oreste Gregorio
COCLEO (Dobeneck), Giovanni. - Eminente polemista cattolico, n. nel 1479, m. a Breslavia l'1 i genn. 1552. Fu detto C. dal paese Wendelstein (Cochlea) dove nacque. Combatté i riformatori contemporanei.
Finiti i suoi primi studi a Norimberga, entrò nel 1504 all'Università di Colonia, ove nel 1507 ottenne il grado di «magister artium». Nel 1515 accompagnò i nipoti di Pirckheimer a Bologna e si addottorò nel 1517 a Ferrara; fece quindi un viaggio a Roma. Ritornato in patria, in principio non fu alieno dall'attività di Lutero, credendola utile a togliere alcuni abusi introdottisi nella Chiesa, ma ben presto intui fin dove poteva condurre quella ribellione, alla distruzione cioè dell'unità religiosa e di tutta la le