dice imperiale successivo, il codice giustinianeo.
La prima vera edizione critica del C. T. preparata dal Mommsen, condotta a termine dal Meyer nel 1905 e pubblicata sotto il titolo Theodosianilibri XV'f cum constitutionibus Sirmandiani, risulta divisa in due parti.
Resta tuttavia d'importanza vitale, per l'eruditissimo commentario di cui è provvista, la vecchia edizione di Jacopo Gotofredo (ed. Litter, 7 voll., Lipsia 1736-45 in-fol.).
Bib.: P. Krüger, Hist. des oueves du droit romain (trad. Brissaud), Parigi 1804, p. 381 seg.: P. De Franciaci, Storia del diritto romano, III, Milano 1936, pp. 200207 (con bibliografia).
Antonio Rota
CODICE. -
Voce antica che indica un complesso di materia scrittoria, papiro, pergamena, tavoletta cerata, riunita in fascicoli. Seneca (De brevit. vitae, XVIII, 4) lo definiva come un "contextus plurium tabularum». In genere può dirsi che il caudex è un modo di disporre e conservare lo scritto, diverso dal rotolo che è caratteristico nell'uso delle lunghe strisce di papiro; il c. invece, già proprio dei diplomi in bronzo, dei dittici, delle tavolette, si generalizza con l'uso della pergamena; si hanno ancora, tuttavia, una diecina di c. in papiro dei secc. vi-x, mentre i più antichi c. in pergamena a noi pervenuti sono del sec. III-IV. Il termine di c. si applica oggi generalmente ai manoscritti membranacei o cartacei che abbiano forma di libro.
Nella descrizione dei c. si adoperano alcune espressione teoriche, che si conservano anche nella descrizione dei libri a stampa più antichi, poiché questi, per molto tempo, ebbero la tendenza ad imitare nelle forme esterne il c. pergamenaceo.
Il formato, cioè la dimensione, del c. si chiama in-folio, in-quarto, in-ottimo ecc., secondo che il foglio sia piegato, realmente o idealmente, una, due, tre volte o più (oggi si preferisce indicare le dimensioni in millimetri); i fascicoli che compongono il c. si chiamano quaderni (talora anche quinterni), costituiti da fogli cuciti insieme, qualun-
que ne sia il numero; le parti che compongono il quaderno si chiamano fogli; la metà del foglio si chiama carta ed ha due facciate che si indicano a e b o meglio recto e verso; pagina è la metà della carta (una facciata), che può essere scritta su una o più colonne. Segnature si chiamano le indicazioni date con numeri o lettere, per il legature, al principio o alla fine del quaderno, perché si possano rilegare i quaderni nell'ordine voluto; richiamo è la prima parola di una pagina o di un quaderno scritta sotto l'ultimo rigo della pagina o del quaderno precedente. Inoltre: i c. si dicono miscellanei quando contengono opere di autore o di carattere diverso; autografi se sono di pugno dell'autore; adespoti (o anonimi) quando non recano il nome dell'autore; anepigrafi se sono privi di titolo; arefali se hanno perduto i fogli iniziali; mutili quando vi sono fogli mancanti in altra sede. In relazione alla tradizione manoscritta di un determinato testo si chiama archetipo il c. (perduto) a cui risalgono le copie di una stessa famiglia; apografo invece la copia stessa.
Bibs.: T. Birt, Das antike Buchsreim, Berlino 1882; C. Paoli, Programma scolastico di paleografia e diplomatica, II, Firenze 1894, p. 92 sgg.; la miglior trattazione del codice in tutti i suoi aspetti è data da G. Battelli, Lezioni di paleografia, 3ª ed., Città del Vaticano 1949.
Carmelo Trasselli
ArtT. - Alla
bellezza dei caratteri e al decoro con cui sono distribuiti nei fogli degli antichi c. contenenti i sacri testi gli ordinati campicelli di parole, fino dai tempi più antichi della fede cristiana, s'aggiunse il pregio della miniatura (v.).
Bibbie (v.), Evangeliari (v.), Salteri (v.) vennero abbelliti con figurazioni destinate a rendere meglio intellegibile la narrazione dei fatti del Nuovo e del Vecchio Testamento.
In questo campo lo sviluppo e l'evoluzione formale dei c. corrisponde a quello stesso della miniatura. E si può dire che, negli esemplari più antichi (Bibbia di Quedlinburg, Berlino, biblioteca Reale, IV sec.; Evangeliario, Cambridge, biblioteca del Corpus Christi College, cod. 286, fine del vi sec.), le miniature che li adornano rivelano gli stessi caratteri che erano propri della pittura in Italia in quella età.
Dal sec. vi in poi fino al Ix, mentre in Italia lentamente e faticosamente s'evolveva l'arte pittorica e quindi anche la miniatura, i c. più belli vennero prodotti nell'orbita dell'arte bizantina fin quando la contesa iconoclasta non segnò anche in questo campo una battuta d'arresto. In questi c. bizantini tuttavia appare evidente una concezione della composizione della pagina non dissimile
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(Int. Pierpont Morgan (Jherry)
Codice - L'evangelista Luca, miniatura (sec. IX) in un codice con i 4 Vangeli, proveniente forse da Liegi - Nuova York, biblioteca Morgan, ms. 640.
da quella che avevano gli antichi; ovvero la illustrazione, la miniatura, è intesa come un complemento che può essere inserito o meno nell'architettura della pagina senza che necessariamente formi un'unità inscindibile con i caratteri del testo. Contrasta in questo senso sia con i c. nostrani sia con i bizantini il modo di intenderne la organica distribuzione degli elementi grafici e illustrativi della pagina quale appare nei c. composti nelle isole britanniche. In essi è presente un senso nuovo e unitario della decorazione non solo nelle forme calligrafiche ma nella disposizione del testo nelle pagine, e soprattutto nelle grandi iniziali. Esse sono miniate e le lettere sono formate con strani intrecci vermiformi, fogliami, mostri, esseri antropomorfi, ecc. che coloriti a guazzo, a tinte vivaci, si snodano e avvolgono e intrecciano con logica imprevedibile entro gli spazi nettamente delimitati. E un gusto che subito si diffonde e i cui riflessi giungono fino alle officine bizantine e dei monasteri italiani dove calligrafi e miniatori si distribuivano nelle opere di maggior impegno il lavoro che, almeno nei più antichi c. britannici, sembra invece essere stato eseguito da una stessa persona. Anche i c. precarolingi e carolingi e gli altri che hanno caratteri da essi derivati (v. carolingia, arte) perpetuano quel gusto per un senso unitario della decorazione della pagina che tende ad una sempre maggiore chiarezza. Dalle officine carolingie uscirono allora alcuni c. che vanno intesi tra i capolavori del più raffinato gusto medievale.
In molti dei c. composti nel monastero di Bobbio, centro di intensi scambi culturali con le regioni dell'Europa settentrionale, e in molti di quelli composti nei monasteri benedettini dell'Italia meridionale, di Montecassino in particolar modo, nel modo come sono distribuiti gli spazi nelle pagine, nella importanza assegnata alle gigantesche complesse iniziali e nello stile stesso delle miniature che illustrano i testi appaiono chiari i portali di quel gusto nordico allora, d'altro canto, larghissimamente diffuso anche nei territori della Germania.
Frattanto, superati i contrasti connessi alla lotta degli iconoclasti, in Oriente fra il sec. x e il xir rifioriva l'arte della miniatura, si componevano c. bellissimi raccolti con amorosa intelligente cura nelle biblioteche imperiali o trasferiti, quali oggetti d'alto valore, in Occidente.
La intensa attività che caratterizza per ogni dove l'età romanica si riflesse anche nella produzione dei c.; ne moltiplicò la produzione in quegli scriptoria dei monasteri ove, per venire incontro alle sempre maggiori richieste vennero chiamati a lavorare anche calligrafi e miniatori laici. D'altro canto oltre i sacri testi ora nei c. si trascrivono testi profani quali romanzi cavallereschi o studi di diritto o di medicina, trattati d'ogni materia perfino all'arte del cacciare quali il De arte venandi com eribus composto per Federico II, di cui resta un esemplare eseguito per re Manfredi (1258-66) nella biblioteca Vaticana (cod. Pal. lat. 1271).
Inoltre come in ogni altro campo dell'arte, l'età romanica è caratterizzata anche in quello dei c. dall'accentuarsi e dal progredire dei caratteri propri della età precedente, da un loro progressivo costante arricchimento di possibilità espressive che, nel nostro caso, si risolve in una sempre maggiore unità e concretezza nella composizione della pagina. Qui grandi iniziali ancora riecheggiano elementi della cultura carolingia e precarolingia (Bibbia della biblioteca Comunale di P'evugia, cod. 439), o scene soprapposte in ariosi spazi ricordano temi decorativi antichissimi perpetuatisi nell'uso degli exultet (Vita s. Benedicti, cod. Vat. lat. 1202) o complesse figurazioni mostrano diretti rapporti con la miniatura anglosassone (Chronicon Volturnense, biblioteca Vaticano, cod. Barb. lat. 2754).
Si prepara cosi l'avvento del periodo gotico il cui spirito, a bene intenderlo, dette le sue prime lontane manifestazioni nel campo dell'arte proprio nella composizione di certe pagine miniate dei c. irlandesi ove è già risolta, in forme d'arte, la necessità e il gusto di chiudere e limitare i voli di una accesa fantasia nella logica serrata ed imprevedibile di un groviglio di linee, entro le grandi iniziali che occupando metà e tre quarti della pagina, dividono in mille meandri gli spazi. Tuttavia i suoi capolavori il gusto gotico li creò nel campo dei c. proprio nella organica distribuzione della materia, sia essa scrittura o miniatura nella pagina.

Codice - Pagina del C. ebraico delle Leggende d'animali di R. Jishāq b. S̄élômōh b. Abī Sahulah. Capiato in Germania (1483) - Milano, biblioteca Ambrosiana, D.S.I 41
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1. A RESURREZIONE.
Pagina miniera del Messale-Breviario di Ferdinando il Cattolico, contenente messa e ufficio per il Natale, l'Epifania e la Settimana Santa (ca. 1505) - Biblioteca Vaticana, Chigi C. VII. 205, f. 2717.
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Essa già rende ammirevoli tante opere ancora da assegnare all'età romanica (p. es., biblioteca del British Museum, Add. Ms. 18.720) e quindi si risolve in opere di assoluta bellezza nei secc. xili, xiv e xv, soprattutto nei centri ove la cultura e il gusto gotico ebbero più intensa e schietta fioritura, qui in Italia a Siena, a Bologna, in Lombardia, ultralpe in Francia ove c. quali Les tres riches heures del duca di Berry (Chantilly, museo Condé) per l'armonia della composizione e l'equilibrio dei rapporti tra spazio assegnato alla scrittura e spazio assegnato alla decorazione non trovano confronti.
Il Rinascimento portò in Italia il senso della nuova architettura di gusto classicheggiante anche nella distribuzione delle parti nelle pagine dei c., così che, talvolta, le pagine ricche di miniature di opere quali la Bibbia di Borso d'Este (Modena) e quella del duca d'Urbino (Vaticana) si direbbero studiate nella distribuzione degli spazi bilanciati tra basamenti, pilastri, cornici ed architravi da un architetto più che da un calligrafo o da un miniatore.
Quando quelle forme si diffusero nelle altre regioni d'Europa l'arte della stampa aveva già reso vana la fatica dei calligrafi mentre l'arte della miniatura era ormai avvilita e raffinata pratica d'artigianato. Pino dai tempi più antichi i fogli dei c. furono tenuti uniti da legature (v.). Esse vennero eseguite in pergamena, in cuoio, in legno dipinto o rivestito di stoffa, di pergamena o di carta, ma anche di lamine metalliche sbalzate e adorne di pietre e smalti, assurgendo spesso alla dignità di vere opere d'arte. - Vedi Tavv. CXXIII-CXXIV.
Bibl.: v. bibbia; carolingia, arte; miniatura; cf. P. Toesca. Storia dell'arte it., Torino 1927, pp. 298-306, 441-50. 1044-72. Emilio Lavagnino
## CODICE DEL DIRITTO GANONICO
ORIENTALE. - Come per la codificazione del diritto canonico latino, così anche per la compilazione di un C. del d. c. o., proposte furono avanzate nelle riunioni preparatorie del Concilio Ecumenico Vaticano, e precisamente nel VI Congresso della commissione delle missioni e delle Chiese orientali, sulla base dei voti espressi anche da alcuni prelati orientali. E Pio IX il 1^{°} ag. 1858 già aveva incaricato il benedettino G. B. Pitra, poi cardinale, di raccogliere i testi delle fonti del diritto canonico orientale; e lo stesso incarico aveva anche affidato alla S. Congregazione di Propaganda Fide pro negotiis ritus orientalis, nella lettera apostolica del 6 genn. 1862, con cui la costituiva.
Intanto giungevano da varie parti istanze alla S. Sede perché procedesse alla codificazione del diritto canonico orientale, istanze che divennero particolarmente pressanti dopo la promulgazione del CIC. Nel dic. del 1929 il papa Pio XI costitul una commissione di quattro cardinali (presieduta dal card. Pietro Gasparri) per gli studi preparatori della codificazione orientale (AAS, 21 [1929], p. 669); la commissione era coadiuvata da esperti (giuristi e storici), particolarmente competenti nelle varie materie orientalistiche, la maggior parte dei quali erano orientali (delegati dai rispettivi Ordinari), appartenenti ai vari riti.
Nello stesso tempo la S. Sede curò che il diritto canonico orientale venisse conosciuto da un maggior numero di studiosi, introducendo nelle facoltà di diritto canonico, come materia facoltativa, il Ius ecclesiasticum orientale, affidato agli insegnanti di particolare competenza specifica (cf. S. Congr. de Seminarlis et studiorum Universitatibus, Ordinationes, 12 giugno 1931, art. 27 e app. I; AAS, 23 [1931], p. 282).
Nel 1935 fu costituita una nuova commissione cardinalizia, con l'incarico di preparare i progetti del C.
e infine, tenendo conto dei pareri inviati dagli Ordinari, di redigere il C. stesso (v. commissioni pontifice, n. 3).
I lavori della codificazione sono ormai quasi compiuti; e finora sono stati pubblicati 33 voll. di fonti utilizzate per questi lavori (v. commissioni pontifice, n. 3).
A somiglianza di quanto fu fatto durante i lavori per la codificazione del diritto canonico latino (v. codex IURIS CANONICI), sembra si voglia seguire l'uso di promulgare qualche primizia anche del C. del d. c. o. : infatti con il motu proprio «Crebrac allatae» del 22 febbr. 1949 (AAS, 41 [1949], pp. 89-119) sono state intanto pubblicate tutte le norme sul matrimonio, che sono entrate in vigore il 2 maggio successivo (in esse, come si vede dall'esame del loro testo, è stato in larga misura utilizzato il CIC, soprattutto per quanto riguarda la tecnica legislativa).
Bibl.: H. J. Cicognani, De codificatione canonica orientali. in Apollinaris, 3 (1932), pp. 86-95; A. Coiassa, De codificatione canonica orientali, in Acta Congressus iuridici internationalis, vol. IV, Roma 1937, pp. 491-532; A. Giacmini, Sulla codificazione del diritto canonico orientale, in Il diritto ecclesiastico, 28 (1947), pp. 193-204.
Pio Ciprotti
CODICE DI DIRITTO GANONICO : v. CODEX IURIS CANONICI.
CODICILLO : v. testamento.
CODRONCHI, Antonio. - Vescovo, n. ad Imola 18 ag. 1748, m. a Ravenna il 16 genn. 1826. Pio VI lo mandò nel 1777 a Torino come internunzio e il 14 febbr. 1785 lo nominò vescovo di Ravenna. Nel 1796 salvò la città dall'accidio minacciato dai Francesi. Si conquistò l'animo del Bonaparte, che nel 1801 lo chiamò alla Consulta di Lione, dove il C. poté ottenere che la religione cattolica fosse dichiarata la religione della Repubblica italiana ( 26 genn. 1802).
Napoleone lo coprì d'onori e di cariche; ma ciò non impedì al C. durante il Concilio di Parigi (giugno 1811) di affermare che l'episcopato italiano, pur restando fedele all'Imperatore, per ciò che riguarda la religione doveva tener fede solo a Dio e alla Chiesa. Tale fiero atteggiamento gli alienò l'amicizia di Napoleone, ma non valse, dopo la caduta del despota e il ritorno del C. a Ravenna (1814), ad evitargli qualche ostilità da parte degli zelanti e specialmente del Rivarola.
Bibl.: T. Casini, A. C. alla Consulta di Lione (1801-21), in Rivista storica del Risorgimento, I (1895), pp. 721-39; G. Pasolini, s. v. in Diz. del Risog. naz., II, p. 715; U. Da Como, I Comizi nazionali in Lione per la costituzione della Repubblica italiana, III, II: Notizie biografiche dei depositi, Bologna 1941, p. 39 .
Ireneo Daniele
CODRONCHI, Giovanni Battista. - Medico italiano, n. ad Imola nel 1547, m. nel 1628. Studiò nell'Università di Bologna ed esercitò in patria dove ricoperse cariche assai importanti. Rimasto vedovo nel 1618, entrò nel sacerdozio seguendo l'impulso delle idee mistiche che sempre aveva coltivato. Amico e in relazione con i maggiori medici del suo tempo, coltivò la medicina in tutti i suoi rami eccellendo però nella medicina legale, disciplina nella quale deve essere considerato un pioniere insieme con Ingressi e Fedele, e nella deontologia, morale ed etica medica. Fu anche un pioniere nella laringologia, avendo scritto un De vitiis vocis (Francoforte 1597).
Le sue opere principali sono: in medicina legale, il De morbis veneficis ac veneficiis, ecc. (Venezia 1595) e la Methodus testificandi (1597); in deontologia ed etica medica, il De christiana ac tuta medendi ratione, ecc. (Ferrara 1591), nel quale basa l'operato del medico sulla più rigida osservanza della morale cristiana. Questa stessa opera era stata scritta dallo stesso in italiano, precedentemente, con il titolo Casi di coscienza pertinenti a medici, principalmente e anco a infermi, infermieri, e sani, ecc. e pubblicata a Venezia nel 1589 in Viaggi spirituali dell'uomo, ecc. per d. Tiberio Codronco.
Bibl.: P. Capparoni, Profili di medici e naturalisti italiani ecc., I, Roma 1926, pp. 28-30; G. Mazzini, B. C. e il tuo v De
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vitiis vocis, in Il Valsalva, 5 (1929), pp. 797-99; A. Pazzini, Metamorphosis... dal Codice di Hammurabi al De christiana ne tuta medendi ratione, in Riv. st. delle scienze mediche e naturali, 1931, III-vi, pp. 64-88, 171-53; id., Storia della medicina, I, Milano 1947, p. 700 sgg.
Adalberto Pazzini
CODUCCI, Mauro detto Moro (Moretto). Architetto, n. a Lenna in Val Brembana intorno al 1440, m. nel 1504. Appare attivo a Venezia la prima volta nel 1468 per la costruzione di S. Michele all'isola; nel 1490 stima l'opera dei Lombardo (v.) nella scuola di S. Marco; nel 1498 inizia la scala della scuola di S. Giovanni Evangelista.
Nella chiesa di S. Michele all'isola il C. introduce nella facciata in pietra d'Istria quel coronamento curvilineo che riappare in S. Zaccaria ove il C. continuò l'opera di Antonio Gambello, innalzando sulla base goticizzante la facciata, grandiosa e pittoresca, coronata da tre frontoni arcuati.
Proseguendo l'opera dei Lombardo, il C. completò anche il prospetto della scuola di S. Marco (ora ospedale civile) specialmente nel coronamento asimmetrico terminato da frontoni semicircolari e nell'interno. Nella scuola di S. Giovanni Evangelista, di P. Lombardo, il C. costruì lo scalone a due rampe, ricavato con grande abilità in uno stretto spazio.
Il C. lavorò anche alla costruzione di S. Maria Formosa e di S. Giovanni Crisostomo. In S. Maria della Carità gli si attribuiscono la cappella del Salvatore e il grandioso monumento dei dogi Marco e Agostino Barbarigo. Suo è il campanile di S. Pietro a Castello ( 1488 1490). Gli si ascrive anche un'edicola nella chiesa dei SS. Giovanni e Paolo.
Incerta è l'opera del C. nell'architettura civile : gli si possono attribuire, tra l'altro, il palazzo VendraminCalergi, il palazzetto Corner e la torre dell'Orologio.
Bibl.: P. Paoletti, s. v. in Thieme-Becker, VII, p. 129; Venturi, VIII, II (1923); G. Lorenzetti, Venezia e il suo ostuario, ivi 1927.
Vincenzo Golzio
COEDUCAZIONE : v. EDUCAZIONE COLLEGIALE; EDUCAZIONE MISTA.

(Int. Alinari)
Coducci, Mauro - Facciata della chiesa di S. Zaccaria (1477), proseguita sulla base costruita da A. Gambello - Venezia.
COEFFETEAU, Nicolas. - Arcivescovo e polemista domenicano, n. a Château-du-Loir nel 1574, m. a Parigi il 21 apr. 1623. Vesti l'abito a le Mans (1588), fu mandato a Parigi nel convento di S. Giacomo (1590) dove si addottorò in teologia, fu professore, priore, reggente degli studi per 9 anni e vicario generale della Congregazione gallicana. Enrico IV lo scelse come predicatore ordinario (1608). Per suggerimento di Luigi XIII fu da Paolo V nominato vescovo titolare di Dardania (1617), divenne coadiutore del vescovo di Metz, dove lavorò attivamente per la riforma delle abbazie e per la difesa della fede contro i calvinisti. Nal 1621 venne designato vescovo di Marsiglia, ma la morte prevenne la bolla d'investitura.
Fecondo scrittore, il C. polemizzò acutamente con Giacomo I d'Inghilterra, Pietro de Mulin, Filippo DuplessisMornay e Marcantonio De Dominis sulle dottrine da essi combattute : Eucariatis, gerarchia ecclesiastica, autorità del Papa. Lasciò molte altre opere, originali e traduzioni: tutte composte con purezza di lingua e di stile (soltanto il Par monarchia Ecclesiae cath. contre il De Dominis è in latino), tanto che viene considerato come uno dei creatori della prosa francese. Si ricorda per la dottrina ascetica il Tableau des passions homnines, de leurs causes et de leurs effets (Parigi 1620), che, in 40 anni, ebbe 16 edizioni.
BibL.: Quétif-Echard, II (1721), pp. 434-35; C. Urbain, N. C., ivi 1894; R. Coulon, s. v. in DThC, III, coll. 267-71, Timmons Centi
COELDE (Kolde), Theodorich (Dederich, Dierich, Dietrich e Dith). - Predicatore, scrittore ascetico e autore di cantici, n. ca. il 1435 a Münster, m. a Lovanio l'11 dic. 1515, detto Dietrich von Münster o von Osnabrück, paese d'origine di sua famiglia. Fu uno dei più famosi ed efficaci predicatori popolari del suo tempo.
Studiò prima a Colonia, indi, dopo un breve soggiorno tra gli Eremitani di S. Agostino, nel 1453 entrò tra i Minori osservanti, diventando uno dei più zelanti riformatori dell'Ordine nella provincia del Reno e nei Paesi Bassi, ove si distinse come apostolo della carità specialmente assistendo gli appestati a Bruxelles nel 1489. Fu direttore di anime, per le quali scrisse pie operette. La sua fama di santità fu sì grande che si trattò di beatificarlo. Si hanno alle stampe vari suoi opuscoli spirituali ma merita di essere ricordato soprattutto un suo volumetto molto raro intitolato Christenspiegel ( 1^{°} ed., 1745), considerato come il primo catechismo in lingua tedesca. Il Moufang lo ha riprodotto in testa alla sua collezione dei catechismi tedeschi del sec. xvi sotto il titolo Ein fruchtbar Spiegel, oder Handbüchelichen der Christenmenschen von Bruder Dederich von Münster.
Bibl.: Wadding, Scriptores, pp. 213-14; R. Ernaing, Zu dem Leben und den Werken Dietrich Köldes, in Historisches Jahrbuch, 12 (1891), pp. 56-68; S. Schoutens, Martyrologium Minoriticum Belgicum, Hoogatrat 1902, pp. 211-13; P. J. Goyens, Collection - Bruxello socvo -, Malines 1909, pp. 114-17; Un héros du vieux Bruxelles, le b. Thierry C., ivi 1929; Ed. d'Alencon, Kolde Theodoric, in DThC, VIII, coll. 2374-75.
Felice da Mareto
COELHO, Antonio. - Liturgista, n. a Braga il 24 maggio 1892, m. a Singeverga il 20 dic. 1938. Monaco benedettino, passò alcuni anni di studio nelle abbazie di Maredsous e di Mont-César.
Tornato in Portogallo, fondò la rivista Opas Dei, cui successe nel 1931, il Metageiro de S. Bento. E autore di un Corso di liturgia romana, tradotta in varie lingue ( 5 voll., Torino 1935 sgg.), opera non priva d'importanza, dove la rubricistica è più sviluppata della parte scientifica.
Silverio Mattei
COELLO, Claudio. - Pittore e architetto spagnuolo, n. a Madrid, battezzato il 2 marzo 1642, m. ivi il 20 apr. 1693. Scolaro in patria di Francesco Rizi fu tuttavia attratto verso le forme del Rubens, del Van Dyck e dei seicentisti italiani. A Madrid
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lasciò quadri nella chiesa di S. Placido e S. Croce, vi dipinse anche affreschi, andati perduti, come i quadri, in un incendio al principio del xviri sec.
Negli affreschi di S. Croce ebbe come collaboratore l'architetto Jiménez Donoso con il quale lavorò anche alla decorazione dell'arco di trionfo elevato in onore della regina Maria Luisa d'Orliana. Altri suoi affreschi sono nella chiesa degli Agostiniani a Saragozza (1683) e un suo grande quadro con Carlo II inginocchiato innanzi all' Ostia e nella sagrestia dell'Escorial. Nel museo del Prado a Madrid si conservano numerosi quadri di lui, fra gli altri: La Madonna ed il Bambino tra le Virtù teologali e santi, La Madonna ed il Bambino adorati da s. Luigi re di Francia, S. Domenico di Guzman, S. Rosa da Lima, Il trionfo di s. Domenico.
Il C. è da considerare uno degli esponenti più significativi della pittura spagnola del xvir sec.
BibL.: J. F. Rafals, s. v. in Enc. Ital., X (1931), p. 696 (con ampia bibl); F. J. Sanchez Canton, Museo del Prado. Catalogo de los cuadros, Madrid 1949, pp. 138-42. Emilio Lavagnino
COENA DOMINI (IN): v. Bulla in coena DOMINI.
COENOBIUM. - Rivista internazionale di liberi studi, sorta nel 1907 a Lugano, ma stampata in Italia, sotto la direzione di G. Renzi.
Roccaise intorno a sé i modernisti più in voga, scrittori di nessuna o di falsa religione e, pretendendo la più assoluta e completa libertà di contraddizione, proclamò di amare e comprendere indiscriminatamente le ipotesi, le tendenze, le soluzioni più opposte : fede e menzogna, concezione finalista del mondo e di un universo privo di qualsiasi meta morale. Fu condannato dall'Indice il 26 luglio 1907; ma continuò le sue pubblicazioni fino al 1919.
BibL.: E. Ross, Il C. laico di mistici nuovi, in Civ. Catt., 1907, II, pp. 76-84.
COPANETTO. - Con tale termine e altri che esprimono analoghi concetti, quali cassettina, teca o, alla latina, "capsella" (v. CAPSA), si indicano cassette e cofani di varia forma ma di modeste dimensioni destinati alla custodia di oggetti preziosi.
La teca eburnea del Museo Cristiano di Brescia (v. avornzi), che per il carattere dei rilievi può essere assegnata al sec. IV, e considerarsi proveniente dai territori dell'oriente ellenistico, è nell'età paleocristiana l'esemplare più insigne di simili lavori, mentre altre gradazioni del gusto e dello stile classicheggiante riflettono la capsella argentea forse del tempo di s. Ambrogio che è a Milano nella chiesa dei SS. Nazario e Celso e il cofano di una Protecta sposa di un Secondo pur esso d'argento, e ugualmente da assegnare al sec. IV, rinvenuto a Roma durante scavi condotti all'Esquilino, ma oggi a Londra nel
- British Museum, nonché un c. del museo Civico di Pola con rilievi eburnei raffiguranti scene della Passione. C. argentei rinvenuti nel tesoro del «Sancta Sanctorum» al Laterano ed altri a Brivio e Cartagine conservati rispettivamente a Parigi al Louvre e a Roma nel museo Sacro Vaticano, debbono invece essere assegnati al sec. vi, verosimilmente opere di orefici orientali. Sono invece lavoro di maestri occidentali una capsella ed un reliquiario argentei del duomo di Grado. Estremamente rari e frammentari i resti di c. di stile classicheggiante da assegnare ad una età compresa fra il vir e le fine dell' viri sec. quando tuttavia l'oreficeria di gusto barbarico creava un capolavoro veramente insigne nel reliquiario della cattedrale di Monza: un c. d'oro lavorato a complessi ornati a rilievo e tutto incrostato di gemme e pietre colorate.
Carattere del tutto particolare, tanto da potersi considerare quale costituente un capitolo a sé nella stessa evoluzione della plastica eburnea bizantina, assume un gruppo di c. eseguiti fra il sec. IX e il XII, rivestiti di rilievi in avorio e spesso indicati come "cassettine civili». Sono in genere di forma rettangolare, hanno il coperchio piano e le facce rivestite di rilievi con rappresentazioni quasi sempre profane eseguite in uno stile che direttamente si collega a quello dell'antica arte ellenistica di cui spesso ri-
prende i motivi. Se ne conservano nella cattedrale di Capodistria, nel tesoro della cattedrale di Ivrea, nel museo Nazionale del Bargello a Firenze, ecc. A Roma presso la basilica di S. Paolo è una di queste cassettine che mostra tuttavia anche evidenti influssi nordici; essa fa certo eseguita nella seconda metà del sec. xi. E ad artisti meridionali italiani vanno anche assegnati alcuni c. eburnei che riflettono in vario grado le forme proprie delle cassettine di cui sopra si diceva ma interpretate con accenti stilistici non molto diversi da quelli propri agli autori del paliorto del duomo di Salerno, capolavoro di maestranze meridionale del sec. xir. Ve ne sono a Palermo nel tesoro della cappella Palatina ove sono anche alcuni c. della stessa età ma che imitano stile e tecnica musulmani con figure e rabeschi sottilmente incisi e ripassati con colore bruno e dorature. Ve ne sono pure a Firenze nel museo del Bargello e in collezioni italiane e straniere. Alla stesso gruppo può accostarsi il c. del duomo di Civita di Bagnorea (Bagnoregio) i cui fregi intagliati possono tuttavia ricordare quelli di alcuni legni musulmani, e la cassettina rivestita di piastre argentee nel museo della cattedrale di Anagni.
C. rivestiti di smalti o adorni di medaglioni o placchette in smalto opera di artisti francesi, di Limoges soprattutto e renani, e di artisti bizantini si diffusero in Italia durante i secc. xir e xiII, ne sono ricchi i tesori di chiese, collezioni pubbliche e private, contribuendo alla rinnovata conoscenza e alla diffusione di quella antichissima tecnica che allora trovò imitatori anche tra noi. Durante il fiorire del gusto gotico anche i c., come ogni altro oggetto di oreficeria, riflessero le forme sbaciate ed eleganti del nuovo stile. Si ebbero allora c. lignei intagliati e dipinti o rivestiti di metalli preziosi sbalzati o di placchette d'avorio o d'osso. E intagli in osso lavorarono soprattutto gli artigiani della famiglia degli Embriachi (v.) autori di un infinito numero di c.
Nel Rinascimento durante il ' 400 e il primo ' 500 i c., riprendendo le forme dei cassoni, più che per la ricchezza della materia divennero preziosi per la squisitezza dell'arte. Se ne ebbero oltre che rivestiti di avorio e metalli, di dipinti, di intagliati, di decorati con rilievi, eseguiti in una pastiglia a base di farina di riso, che spiccano sui fondi dorati secondo una tecnica sottile e delicata che ebbe larga fortuna soprattutto nel Veneto. Ma fu alla metà del ' 500 che la oreficeria italiana creò uno dei suoi capolavori maggiori nel mirabile c. da libri noto come cassettina Farnese oggi nel museo Nazionale di Napoli. Gli elementi strutturali del c. di ispirazione michelangiolesca sono lavorati in argento dorato e resi leggeri dalle opaline trasparenze di sei cristalli di rocca incisi. L'opera commissionata dal card. Alessandro Farnese a Manno orafò fiorentino nel 1548 fu compiuta dopo varie interruzioni verso la fine del 1561 ; i sei cristalli di rocca furono incisi da Giovanni Bernardi di Castelbolognese.
Durante l'età barocca e la moderna nei c. di varie dimensioni e vario uso si è riflesso il gusto dei tempi.
Bibl.: P. Toesca, Storia dell'arte it., Torino 1927, pp. 324 336, 437, 1093-1129; E. Lavagnino, L'arte del medinero, iv 1936, pp. 434-38, 740-69; N. Tarchiani, s. v. in Enc. Ital., X (1931), p. 698. Emilio Lavagnino COGRETTI, Francesco. - Pittore, n. a Bergamo il 20 luglio 1802, m. a Roma il 21 apr. 1875. Dopo gli insegnamenti del Diotti, seguì a Roma il Cernuccini e da allora fece parte dell'operoso gruppo degli affreschisti romani dell'Ottocento.
Ebbe comuni con essi la sapienza nel comporre ed una eloquenza vigorosa, anche se di intonazione spesso accademica e teatrale; nel colorito portò alcune doti ereditate dalla terra d'origine. Affrescò a Roma la villa e il palazzo Torlonia (poi demolito). Altre sue composizioni decoravano lo scompreso teatro Apollo. Per i teatri di Rimini e di Spoleto dipinse i sipari. Numerose le sue composizioni religiose in chiese del bergamasco, nella cattedrale di Savona e a Roma (Condanna di s. Stefano, a S. Paolo). Fu presidente dell'accademia di S. Luca.
Bibl.: F. Noack, s. v. in Thieme-Becker, VII, p. 173; U. Gietti, La pittura italiana dell'Ottocento, Milano 1919, pp. 20 29.
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COGITATIVA. - Nella psicologia tomista la c. è quello fra i sensi interni che collabora più direttamente con l'intelligenza; ed il cui oggetto è indicato nei contenuti di «vita vissuta» o intentiones insensatae. Mentre nell'animale tali contenuti si fanno presenti immediatamente "per istinto", nell'uemo che è dotato d'intelligenza il loro acquisto è graduale e dipende dall'esercizio della c. la quale è guidata a ciò dall'intelligenza.
La dottrina della c. si elaborò molto lentamente nella tradizione aristotelica. Furono gli Arabi, e fra essi specialmente Averroè, i quali, dagli scarsi e vaghi accenni di Aristotele, di Galeno e dei commentatori greci, poterono dare una teoria sufficentemente organizzata. In Averroè poi la c. è chiamata ad assolvere una parte decisiva, quella di forma degli individui singolari e di intermediaria per operare la congiunzione fra l'unico intelletto separato e gl'individui particolari durante l'atto dell'intendere (Averrois Cordub., Comm. sup. I. III De anima, tr. 6, ed. veneta 1662, f. 154 retro).
S. Tommaso, pur rigettando il monopsichismo, ritenne e approfondì la teoria averroista, persuaso che occorreva porre, fra i contenuti puramente sensoriali e quelli puramente intellettivi, una classe di contenuti che partecipasse della natura di entrambi e rendesse possibile cosi la loro connessione e penetrazione.
S. Tommaso attribuisce perciò alla c. le seguenti funzioni : 1) afferrare «in concreto» il significato delle cose; 2) preparare i «fantasmi» per l'astrazione intellettuale; 3) delineare in maniera concreta le classificazioni fondamentali delle cose (categorie); 4) rendere possibile l'applicazione del sillogismo prudenziale; 5) conoscere la prima volta le sostanze singolari e la loro esistenza... I compiti affidati alla c. sono quindi fra i più delicati di ogni formazione spirituale.
Ibill. Per le fonti: H. A. Wolfson: The internal senses in latin, arabic and hebrew philosophical texts, in Harvard Theological Review, 28 (1932), pp. 84-133. Per la dottrina di s. Tommaso ed i suoi rapporti con l'averroista: C. Fabro, Knowledge and perception in Aristotelic Thomistic Psychology, in The New Scholasticism, 12 (1938), pp. 537-62; id., Percezione e pensiero, Milano 1941, pp. 167-96, 236 sgg. Cornelio Fabro
COGNAZIONE. - Nel diritto romano tale nome indicava, in contrapposto all'agnazione (v.), il vincolo esistente tra persone discendenti dallo stesso stipite, soprattutto se procreate da nozze legittime.
Il nome prese però presto un significato più generico, in modo da comprendere, oltre alla parentela naturale, anche l'affinità (v.), e altri vincoli non naturali ma soltanto legali, simili a quelli. Si ebbero così, nel diritto canonico, la c. legale e la c. spirituale.
I. C. legale. - La parola c. deriva dal vocabolo cognatio, che indica la parentela per nascita o consanguineità (v.): essa è la base della famiglia cognatizia, al contrario di quanto si verifica per la famiglia agnatizia.
La c. legale produce rapporti di parentela simili a quelli della famiglia cognatizia, ma la sua caratteristica consiste nel fatto che tale parentela non ha la sua fonte nella procreazione, bensì in un negozio giuridico, e cioè nell'adozione (v.), in virtù del quale si fa assumere la posizione di figlio a chi non è tale per ragione di procreazione. Per questo la c. legale suole chiamarsi parentela senza consanguinita.
La c. legale, che come si è detto, sorge dall'adozione, è istituto di diritto civile, ma la legge della Chiesa le attribuisce, in determinati casi, anche effetti canonici; in particolare la c. legale costituisce impedimento al matrimonio.
Non è chiara l'origine storica di questo impedimento nel diritto canonico. Si può anche supporre che esso sia stato, fin dagli inizi ricevuto dalla Chiesa come stava
nel diritto romano; ma la prima menzione di esso si ha in una lettera di Niccolò I dell'a. 866 (c. 1, C. XXX, q. 3), poi in un rescritto di Pasquale II (c. 3, C. XXX, q. 3), ed è quindi riconosciuto come esistente da Graziano, dai principali decretisti e dai canonisti successivi, la maggior parte dei quali, dopo qualche tempo di incertezze, si orientò nel senso che sussistesse (e con efficacia dirimente) l'impedimento, quando l'adozione da cui deriva la c. fosse fatta come quella regolata dal diritto romano. L'impedimento canonico fu riconosciuto esistente: a) tra l'adottante e l'adottato, e i discendenti che al momento dell'adozione fossero sotto la patria potestà dell'adottato; b) tra l'adottato e i figli legittimi dell'adottante, finché questi fossero soggetti alla patria potestà; c) tra l'adottante e il coniuge dell'adottato, e tra l'adottato e il coniuge dell'adottante.
Il CIC ha completamente innovato in questa materia, disponendo che la c. legale, sorta dall'adozione, produca impedimento matrimoniale (v. impedIMENTO), o dirimente o semplicemente impediente, a seconda che la legge civile vigente nei singoli paesi renda il matrimonio invalido o soltanto illecito a causa della sussistenza della c. legale (cann. ro8o, ro59); mentre non produce alcun impedimento canonico, se la legislazione civile non la considera come impedimento.
La ragione, per la quale questo impedimento fu introdotto dalla Chiesa, è esposta da s. Tommaso (In IV Sent., d. 42, I, 2): «Lex divina illas personas praecipue e matrimonio exclusi; quas necesse est subalutare, ne, ut Rabbi Mayses dicit, si ad eas liceret cornalis copula, facilis pateret concupiscentiae locus, ad quam reprimendam matrimonium est ordinatum; et quia filius adoptatus versatur in domo patria adoptanta, sicut filius naturalis, ideo legibus humanis prohibitum est inter tales matrimonium contrahi, et talis prohibitio est per Ecclesiam approbata, et inde habetur quod legalis cognatio matrimonium impediat». A questa fondamentale ragione, i canonisti sogliono aggiunger l'altra della pubblica decenza e del rispetto della parentela: per quanto l'adozione sia istituto di diritto civile, tuttavia, a causa della sua sussistenza nell'ordinamento civile, le persone sono assunte nel posto dei parenti : dei figli o delle figlie, dei fratelli o delle sorelle. E sono queste relazioni che rendono meno onesto il matrimonio (Rosset, Gasparri).
L'impedimento della c. legale è certamente ed esclusivamente di diritto canonico, ma tuttavia è fondato sulla disposizione della legge civile. Ed è per questo che «si quaestio incidat sive in tribunali ecclesiastico sive etiam in synodo an in hoc vel illo casu adsit impedimentum cognationis legalis, necessario recurrendum erit ad leges civiles, atque ad earundem normam controversia decidenda» (Benedictus XIV, De Syn., lib. IX, cap. 10, n. 5).
Nonostante però la chiarezza di questa norma, controversie non sono mancate.
Nessun dubbio che, per stabilire i limiti dell'impedimento nel diritto canonico, occorra ricercare i limiti dell'impedimento stesso nella legge civile, perché, come risulta chiaramente dai cann. ro59 e ro8o del CIC, la legge civile è stata canonizzata (v. CANONIZZAZIONE DELLE LEGGI CIVILI). Ma tale canonizzazione non può produrre il riconoscimento di situazioni o posizioni contrarie al diritto divino, perché questo non può essere contraddetto dal legislatore canonico umano.
La difficoltà in concreto si è presentata per decidere se il diritto dalla Chiesa debba riconoscere, agli effetti dell'impedimento canonico, la c. (coniugio o affinità) derivante dal matrimonio puramente civile, al quale, se si tratta di persone tenute ad osservare la forma di celebrazione stabilita dalla Chiesa, la legge canonica non può attribuire alcun valore ed effetto giuridico.
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Va precisato poi che la canonizzazione della legge civile è limitata all'impedimento derivante dalla c. legale sorta dall'adozione (cann. 1059 e 1080); sembra quindi che il nuovo istituto dell'affiliazione (v.), che ha carattere, contenuto e scopo profondamente diversi da quelli dell'adozione, non costituisca impedimento canonico dirimente, nonostante che lo sia per la legge civile italiana (art. 87 Codice civile).
E infine da rilevare che la canonizzazione riguarda espressamente lo speciale impedimento stabilito dalla legge civile. Se, di conseguenza, l'adozione, fonte dello speciale impedimento, è introdotta dal solo costume del popolo, e non dalla legge, non può esistere l'impedimento canonico della c. legale (S.C. S. Officii in Congreg. generali coram S.mo D. N. die 16 apr. 1861 ).
Si disputa se, agli effetti dei cann. 1059 e 1080, si debba aver riguardo alla legge civile del territorio nel quale si celebra il matrimonio o alla legge nazionale delle persone; se si debba cioè aver riguardo alla legge territoriale o alla legge personale.
Per quanto riguarda l'impedimento impediente del can. 1059, generalmente si ritiene che si debba aver riguardo alla legge vigente nel territorio nel quale si celebra il matrimonio, perché tale soluzione sarebbe chiaramente indicata dalle parole usate dal canone; per l'impedimento dirimente (can. 1080), alcuni ritengono che tale impedimento debba considerarsi di natura personale, che si riferisca cioè alla legge nazionale delle persone, altri viceversa sono d'opinione che le parole usate dal can. 1080 non sono tali da distruggere la presunzione della territorialità della legge.
L'impedimento canonico che sorge dalla c. legale è soltanto di diritto ecclesiastico. Può essere pertanto dispensato dalla Chiesa (la dispensa data dall'autoritá civile non ha alcuna efficacia per i matrimoni in cui uno almeno dei contraenti sia cristiano), e non riguarda gl'infedeli, per i quali perciò l'impedimento rimane soltanto di natura civile. Se però l'infedele viene battezzato, l'impedimento già esistente per il diritto civile, qualora l'adozione civile ancora sussista nel momento del Battesimo, assume anche carattere canonico.
Diritto orientale. - Presso gli orientali pure vige questo impedimento. L'estensione di esso era notevolmente varia dall'uno all'altro rito; ma ora, con il motu proprio del 22 febbr. 1949 (cann. 49 e 71) è stato accolto nel diritto canonico l'impedimento dirimente e impediente se e nei limiti in cui esso vige nella legislazione civile.
BibL.: A. Esmein-R. Génestal, Le mariage en droit canonique, 2^{°} ed., I, Parigi 1929, pp. 93, 394-44; II, ivi 1933, pp. 292, 392; A. C. Jemolo, Matrimonio tra adettante e adottato, in Ric. di dir. priv., I (1931), pp. 28-42; P. Gaspari, Tractatus canonicus de matrimonio, I, Roma 1932, pp. 461-65; E. F. Regatillo, Parentesco legal. in Sal terrae, 22 (1933), pp. 354-56; C. Bernardini, De impedimento cognationis legalis, in Apollinaris, 8 (1932), pp. 440 sgg.; P. Ciprotti, De impedimento cognationis legalis ex uffiliatione, ibid., 14 (1938), p. 564 sgg.; Wernz-Vidal, IV (1946), pp. 218-28; F. M. Cappello, Tractatus canonico-moralis de Sacramentis, V, 5^{°} ed., Torino-Roma 1947, pp. 328-38, 333-37.
II. C. SPirituAle. - La c. spirituale è una parentela che sorge dal sacramento del Battesimo e da quello della Confermazione o Cresima. Come la c. legale quella spirituale è una parentela senza consanguinita, ma, mentre la c. legale ha la sua fonte in un negozio di diritto civile (adozione), la c. spirituale sorge da un Sacramento e assume carattere e contenuto del tutto spirituali.
Nel diritto antico, la c. spirituale, nella sua triplice specie (paternitas, campaternitas e confraternitas) costituiva sempre impedimento dirimente al matrimo-
nio, ma il CIC ha limitato il rapporto di c. spirituale al battezzante, battezzato e padrino, quando la c. ha causa nel Battesimo (cann. 768), e al confermato e padrino, quando la c. ha la sua fonte nella Cresima (c. 797), ed ha ristretto l'impedimento matrimoniale (dirimente) soltanto al caso di c. spirituale derivante dal Battesimo, tra il ministro o il padrino e il battezzato (can. 1079).
Il primo testo scritto in cui si parla di tale impedimento è una costituzione di Giustiniano del 530 (C. 3, 24, 26); seguono poi in Oriente il can. 33 del Concilio Trullano (del 692), in Occidente il can. 4 del Concilio Romano del 721, quindi altri che ampliarono l'impedimento e lo estesero anche alla c. spirituale derivante dalla Cresima.
Il Concilio di Trento (sess. XXIV, c. 2 de ref. matr.) mitigò la legislazione, confusa e molto estesa, limitando l'impedimento, tanto nel Battesimo che nella Cresima, alla c. tra ministro o padrino da una parte e battezzato o cresimato o suoi genitori dall'altra.
Condizione necessaria per il sorgere della c. spirituale e del relativo impedimento, è che il sacramento del Battesimo sia validamente impartito. Cosi : da un Battesimo privato sorge la c. spirituale (can. 762 \ 2 ) e conseguentemente il relativo impedimento, perché si tratta di Battesimo perfettamente valido benché non rivestito della forma solenne. Al contrario, dalla cerimonia solenne successiva al Battesimo somministrato prima per il caso di necessità, o comunque amministrato prima in forma privata, non sorge la c. spirituale (can. 762 \ 2 ), perché, quando interviene la cerimonia, il Battesimo è già stato validamente somministrato e tutte le conseguenze si sono già prodotte (cf., per il caso di Battesimo somministrato prima dalla nutrice, S. C. C. 13 apr. 1669, 20 ott. 1687, ecc.).
Nel dubbio poi sulla validità del Battesimo, non si ritengono esistenti la c. spirituale e il relativo impedimento. Anzi, per la medesima ragione, anche nel caso che, nel dubbio sulla validità del primo Battesimo, questo si ripeta sotto condizione, non sussiste la c. spirituale né nei riguardi del padrino del primo Battesimo né in quelli del padrino del secondo Battesimo, salvo quando in ambedue i Battesimi il padrino sia stato la medesima persona (can. 763 \ 2 ).
Altra condizione, per il sorgere della c. spirituale e del relativo impedimento, è l'idoneità della persona ad essere padrino (v. battezzato). Va però rilevato che non si richiede l'intenzione specifica di contrarre la c. spirituale : anzi sorgerebbe validamente la c. spirituale tra battezzato e padrino, anche nell'ipotesi che quest'ultimo, pur volendo esercitare l'ufficio di padrino, abbia escluso con intenzione positiva l'assunzione del rapporto di c. spirituale, perché dalla sua potestà e volontà dipende soltanto l'assunzione dell'ufficio, mentre lo stabilire le conseguenze che vi sono connesse è nella sola potestà della Chiesa.
Diritto orientale. - Presso gli orientali cattolici pure è da secoli in vigore l'impedimento dirimente di c. spirituale, generalmente secondo le norme del Concilio Tridentino; più ampia era l'estensione dell'impedimento presso i Greci (eccetto gli Italo-greci), che conoscevano anche un impedimento di c. spirituale derivante dal Matrimonio (considerandosi i testimoni come una specie di padrini).
Ora il motu proprio del 22 febbr. 1949 (can. 70) ha unificato l'impedimento, stabilendo che esso sussiste tra il solo padrino da una parte e il battezzato e i genitori di questi dall'altra parte.
Gli orientali scattolici in genere considerano soltanto impediente questo impedimento.
BibL.: V. Coucke, De impedimento cognationis spiritualis, in Collat. Brugen., 26 (1928), pp. 383-88; A. Esmein-R. Génestal,
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Le mariage en droit canonique, 2^{text {a }} ed., I, Parigi 1929, pp. 93, 401-14, 452; II, ivi 1935, pp. 292-94, 323, 391; P. Gasparri, Tractatus canonicus de matrimonio, I, Città del Vaticano 1932, pp. 454-61; Wernz-Vidal, V (1946), pp. 497-513; F. M. Cappello, Tractatus canonico-moralis de Sacramentis, V, 2^{mathrm{a}} ed., Torino-Roma 1947, pp. 523-35. Paolo Gvidi
COHAUSS, OTTO. - Gesuita tedesco, scrittore apologetico ed ascetico, n. a Nordwalde (Vestfalia) 188 sett. 1872, m. a Danzica il 3 giugno 1938. Aveva praticato il commercio prima d'entrare nella Compagnia di Gesù nel 1894. Dopo gli studi, si diede prima alle missioni popolari; ritiratosene per l'insufficenza della salute, rimase applicato alla predicazione, dando principalmente gli esercizi spirituali e conferenze religiose, a Colonia, Berlino, Breslavia, ecc.
Scrisse molti articoli di riviste e libretti popolari (ad es., le serie: Idole des XX. Jahrhunderts, Colonia 1911; 2^{text {a }} ed. ivi 1920; 4^{text {a }} ed. ivi 1921). Delle sue opere più importanti si citano soltanto: Das moderne Denken (ivi 1910); Im Gefolge fesu (Warendorf 1915, spesse volte ristampato e tradotto; sono meditazioni per le maestre cattoliche); Paulus, Ein Buch für Priester (ivi 1918; 5^{text {a }} ed. ivi 1920); Jesus Christus, der König der Welt (Steyl 1926; 3^{text {a }} ed. ivi 1929); Die Frömmigkeit fesu Christi (Baden 1929; 2^{text {a }} ed. ivi 1930); Maria in ihrer Uridse und Wirklichkeit. Die zweite Ena (Limburg a. I., 1938). Interessante l'applicazione che fece degli studi esegetici alla vita spirituale nella serie di meditazioni sulla S. Scrittura : Betrachtungen über die Hl. Schrift: I, Bilder aus der Urkirche (Lipsia 1921); II, Blätter aus dem Lebensbuche Sauls (ivi 1921); III, Der erlöste Mensch. Eine Erklärung des Römerbriefes (ivi 1923). Scrisse pure un commentario popolare dell'Apocalisse: Seherblicke auf Patmos (Aquisgrana 1927) e degli Atti degli Apostoli: Apostelgeschichte (Herders Bibelkommentar, XII, II, Friburgo in Br. 1936; 2^{text {a }} ed. ivi 1937).
Bibl.: L. Koch, Jesuiten-Leaikon, Münster 1932, coll. 345-46; W. Kosch, Das katholische Deutschland, I, Augusta 1933, pp. 341-42; F. Hilling, P. O. C., in Sanctificalio matro, 9 (1938), pp. 336-39.
Edmondo Lamalle
COHEN, Hermann. - Filosofo tedesco, n. a Goswig il 4 luglio 1842, m. a Berlino il 4 apr. 1918. Insegnò dal 1879 al 1912 nell'Università di Marburgo e poi fino alla morte nella «Hochschule für die Wissenschaft des Judentums» in Berlino.
Opera principale: System der Philosophie in tre parti : 1² : Logik der reinen Erkenntnis (Berlino 1902); 2² : Ethik des reinen Willens (ivi 1904); 3² : Ästhetik des reinen Gefühls (ivi 1912). Scrisse inoltre: Religion und Sittlichheit (ivi 1907); Der Begriff der Religion im System der Philosophie (Giessen 1915), ecc.
C. è il fondatore della scuola marburghese (P. Natorp, E. Cassirer) che, opponendosi