assieme alla potenza politica il livello dell'educazione si era abbassato, si voleva per i chierici un manuale del diritto chiaro, breve e di facile consultazione. Tale libro fu scritto nel 1335 dallo ieromonaco Matteo Blastares, residente, a quanto pare, a Salonicco. L'opera è divisa, secondo il numero delle lettere dell'alfabeto greco, in 24 parti, sottodivise in 303 capi; le materie sono ordinate secondo l'alfabeto.
Oltre che i canoni dei concili e dei SS. Padri, e qualche citazione di Zonara e di Balsamone, contiene anche le disposizioni del diritto profano nelle materie civili che possono più interessare un chierico, aggiunta che gli dava un pregio particolare. Tutto ciò è riportato in forma compendiata e, ordinariamente, senza particolareggiata indicazione della fonte. Quanto favore però il libro incontrasse, mostra il fatto che fu tradotto in molte lingue, neogreca, slavica, serba, russe ecc.
f) Il Nomocanone di Manuele Malaxos. Questo libro ci porta già nel tempo della dominazione turca. Malaxos, notaio del metropolita di Tebe, scrisse il suo libro a Nauplia nel 1561. Alla prima edizione in lingua letteraria, di cui oggi si conservano tre copie, egli fece seguire una versione in lingua neogreca (1562-63), di cui oggi si conoscono più di 300 manoscritti ai quali molti altri si dovranno aggiungere. La prima' edizione sembra aver avuto 580 canoni; il numero dei canoni della seconda varia fra 203 e 694, varietà dovuta senza dubbio ai copisti dell'opera. Non è il valore intrinseco della collezione - accanto ai canoni si trovano anche notizie riguardanti la geografia, meteorologia e filosofia - ma l'accessibilità a tutti che ne spiega la grande diffusione.
g) Il Пп̨̄á λ ıov. Per supplire ai bisogni della Chiesa del loro tempo, i due monaci atoniti Nicodemos e Agapios alla fine del sec. xviII composero un manuale dei canoni, accompagnandoli con un commentario, una "concordia" dei canoni e con note. Il libro fu stampato nel 1800 a Lipsia. Nel patriarcato di Costantinopoli e nella Grecia ebbe autorità ufficiale. Fu ristampato parecchie volte e nel 1844 anche in lingua romena nel monastero di Neamt.
h) Altre c. c. Una Synopsis canonum, opera di non grande merito, ebbe l'onore indebito di esser stampata due volte; il suo autore, un monaco del monte Athos di nome Arsenio, è stato identificato senza ragione con il patriarca omonimo (1254-61, 1261-64). Più completa, benché opera breve e semplice, è la 'Etnтopó; тӹv θ in i ω ν xai operatorname{le} μ ω̃ ν xavóvav del giudice di Salonicco Costantino Harmenopoulos, autore ben noto del Hexobiblos o Пpó χ ε ι ρ o v тӹv vó μ ω ν (1335). Esso tratta in sei libri successivamente dei vescovi, dei sacerdoti, dei diaconi e suddiaconi, dei chierici inferiori, dei monaci e monasteri, dei laici e delle donne.
Sotto la dominazione turca, nel 1645 , fu composta dall'archimandrita Giacomo di Gianina dietro mandato del patriarca Partenio la collezione intitolata 'Il Bax τ η ρ i x тӹv ἀ χ ρ ε ε ε ε ω ν (Il bastone dei vescovi). L'autore seguendo nella disposizione dell'opera il Blastares, lo supera molto per la vastità di essa: essa contiene 1274 capitoli. Fu usata nei Balcani e specialmente presso i Romeni dopo che ne era stata fatta, nel 1754, una versione nella loro lingua. Non fu mai stampato.
Vi sarebbero da nominare ancora altre collezioni, sia stampate, come il Kravovodv del monaco Cristoforo (Costantinopoli 1800), sia rimaste negli archivi; ma esse non hanno esercitato una influenza durevole.
2. C. c. melchite. - La storia giuridica dei tre patriarcati "orientali" di Alessandria, di Antiochia e
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di Gerusalemme è poco esplorata. Non c'è da dubitare che i canoni dei concili ecumenici e locali vi furono conosciuti ed applicati, ma sulla recezione o no di certe collezioni mancano dati sicuri.
Solo più tardi, secondo recenti ricerche, appare una collezione propria dei Melchiti che nei manoscritti dal xir fino al xviri sec. mostra caratteristiche che la distinguono nel loro insieme dalle altre; i canoni del Concilio di Nicea vengono posti dopo quelli di Ancira e Neocesarea, si aggiungono i canoni pseudoniceni arabi, i canoni spirituali, i canoni di Epifanio, i canoni apocrifi di Basilio, la seconda serie dei canoni del II Concilio di Nicea (cioè, difatti, la Collectio LXXXVII capitulorum), il Prócheiros Nómos, ecc. Vi sono rapporti con le collezioni caldee e copte, ma esse non sono abbastanza esplorate per poter dare un giudizio sicuro.
3. Collezioni bulgare e serbe. - Durante i primi tempi dopo la conversione del paese la Chiesa bulgara spiegò una vivissima attività nel campo delle traduzioni dei libri ecclesiastici greci nella lingua slava ecclesiastica, perseguendo l'impulso dato dai discepoli dei ss. Cirillo e Metodio. Molte di queste traduzioni trovarono la via per la Russia, dove facilitarono il compito di fondare una Chiesa di rito slavo. Nulla però è noto di versioni bulgare delle opere più importanti di diritto canonico. Più tardi i Bulgari, secondo le circostanze e i tempi, si servirono delle opere greche o delle traduzioni ed edizioni fatte dai loro vicini.
Anche i Serbi si riferivano da principio agli scritti bizantini. Ma all'inizio del sec. xiri Saba, in seguito fondatore della Chiesa serba autocefala e il suo primo arcivescovo, durante il suo soggiorno nel monastero di Chilandar del monte Athos, curò la compilazione di una nuova c. c. in lingua slava, la cosiddetta Korméaja Kniga, la quaie accolse non il testo integro dei canoni, ma il testo epitomato della Synopsis canonum, assieme, per lo più, al commentario di Aristinos, e inoltre molti documenti della legislazione bizantina posteriore, decreti sinodali dei patriarchi di Costantinopoli, Novelle di Alessio I Comneno, risposte di vescovi o altri periti del diritto canonico ecc. Sono conservati oggi ancora 7 manoscritti di questa opera con varie recensioni.
Non meno importante per la prassi divenne la versione in lingua slava del Syntagma alfabetico di Matteo Blastares, fatta prima della fine del sec. xiv. Nei tempi recenti la Chiesa serba si è servita anche delle edizioni russe e greche dei canoni.
4. Collezioni russe. - Già nei secc. xi e xir le principali c. c. tradotte in lingua slava ecclesiastica circolavano nella Russia, in specie la Synagogé di 50 titoli (nella versione fatta probabilmente dallo stesso s. Metodio). e il Syntagma di XIV titoli. Con il tempo, specialmente quest'ultima, si accrebbe di molti altri documenti, ordini ecclesiastici, trattatelli, risposte dei metropoliti, statuti dei principi, ecc., di origine russa. D'altra parte il metropolita Cirillo II ottenne nel 1270 (1262?) dal despoła bulgaro Giacomo Svjatoslav la Korméaja Kniga serba che fu letta e raccomandata nel Sinodo di Vladimir (1274).
Così si formarono due famiglie di manoscritti della Korméaja Kniga, l'una con il testo integro dei canoni e aggiunte di origine russa, l'altra con il testo epitomato con fonti bizantine. Quando per ragione delle innumerevoli divergenze e delle gravi corruzioni che avevano pian piano sfigurato il testo, verso la metà del sec. xvir una riforma si imponeva, la tendenza allora dominante nella Russia e nella Chiesa russa che cercava un avvicinamento ai costumi della Chiesa greca, decise per la
stampa della Korméaja serba. Essa fu data alla stampa, con mutamenti solo di secondaria importanza, nel 1630 dal patriarca Giuseppe. Ma appena finita l'opera Giuseppe morl e il suo successore Nikon, uomo religioso e pio, ma autoritario, fatte ritirare le copie già distribuite, sotto il pretesto di voler correggere le inesattezze, pubblicò nel 1653 un'altra edizione, nella quale pochi sono i cambiamenti, riguardanti specialmente i trattati posti al principio e alla fine dell'opera. I 70 capi contenevano quasi esclusivamente documenti di provenienza bizantina. Accanto ai canoni dei concili nel testo della Synopsis, dei 14 titoli, di risposte di vescovi, ecc. si trovano anche la Donatio Constantini - come prova della superiorità della Chiesa sopra lo Stato - dei codici bizantini come l'Ecloga degli imperatori isaurici, il Prócheiros Nómos di Basilio I, novelle, trattati polemici contro i latini, nel capo so un'istruzione sul matrimonio, nella quale ha trovato posto anche un estratto del Rituale Romanum di Paolo V.
La Korméaja Kniga rimase il libro ufficiale di diritto anche nei secoli seguenti (i "vecchi credenti" invece si attaccarono alla Korméaja di Giuseppe, della quale di nascosto fecero delle nuove edizioni). Con il progresso però della coltura ecclesiastica russa ne apparvero le deficenze e perciò il S. Sinodo, nel 1830, procurò l'edizione in lingua slava del testo completo dei canoni, la Kniga pravil. Da quel tempo l'autorità pratica della Korméaja Kniga è molto diminuita.
5. Collezioni romene. - Dopo la formazione dei due principati donublani la Chiesa romena rimase per molto tempo ancora sotto l'influsso sia dei Bizantini, sia dei Serbi. La versione slava del Syntagma alphabeticum del Blastares era particolarmente usata e stimata. Dalla seconda parte del sec. xvi i Romeni, dapprima nella Transilvania (per l'opera del diacono Coresio), poi anche nei principati, incominciarono a pubblicare qualche opera minore di carattere penitenziale. Nel 1652 viene poi edita, con l'approvazione del principe Matteo Basarab a Tirgoviste la Indreptores legei ( = Nomocanone), chiamata pure Pravila cea Mare, codice ecclesiastico piuttosto che civile, che rimase ufficialmente il codice della Chiesa romena fino ai nostri giorni. La prima parte contiene 417 canoni di cui 314 sono desunti dal Nomocanone del Malaxos, 103 dal codice del principe Basilio Lupu della Moldavia (1646). La seconda parte dà la Synopsis canonum con il commentario dell'Aristinos. Il testo di ambedue le parti però ha spesso il carattere di una parafrasi piuttosto che di una versione letterale.
Per qualche tempo godettero di molto favore anche la Bahteria, tradotta nel sec. xviri in romeno, e il Pedalion, pubblicato nel 1844 in versione romena nel monastero di Neamt.
6. Collezioni georgiane. - Nonostante i frequenti rapporti culturali e letterari che la Georgia ha avuto dal tempo della sua conversione con l'Armenia e la Palestina, si sa di una versione dei canoni nella lingua georgiana solo nel tempo del massimo influsso bizantino. E ancora s. Eutimio (m. nel 1028), l'instancabile traduttore del monastero Iviron ( = dei Georgianı) del monte Athos, che oltre il Nomocanone penitenziale di Giovanni il Digiunatore diede ai suoi connazionali in georgiano anche i canoni del Concilio di Trullo. Controversa è la data della versione del "Grande nomocanone georgiano", ossia del Nomocanone di 14 titoli. Il Kekelidze stima che esso sia stato tradotto da Arsenio Iqalthoeli verso la fine del sec. xi, mentre altri, nominatamente il Benešević, vogliono che già nel sec. x ne fosse esistita una versione e che Arsenio abbia fatto solo una versione perfezionata. Più tardi furono fatte anche raccolte dei canoni dei concili nazionali e dei katholikós. Esse
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furono poi accolte nella grande collezione delle leggi georgiane fatta dal re Vakhtang VI alla fine del sec. xVII.
BibL.: Per le collezioni greche, a) J. B. Pitra, Iuris ecclesiastici Graecarum historia et monumenta, 2 voll., Roma 1864-68; P. v. H. Ballerini, De antiquis collectionibus et collectoribus cano num: PL 36, 11-331; F. A. Biener, De collectionibus canonum Ecclesiae Graecae, Berlinis 1827; F. Maassen, Geschichte der Quellen und der Literatur des hanonischen Rechts, I, Graz 1870; C. H. Turner, Ecclesiae occidentalis monumenta iuris antiquissimi, Oxford 1899 sgg.; E. Schwartz, Die Kanntersammlungen der alten Reichsbirche, in Zeitschr. d. Savignystiftung. Kan. Abt., 25 (1936), pp. 1-114; G. Bartly, Antinche (I Concile de), in DDC, coll. 389-98;
b) V. N. Beneševil, Iuannis Scholastici Synagoga L. titsdorum, Monaco 1937; J. Voellus et Chr. Justellus, Bibliotheca iuris canonici veteris, II, Parigi 1661, pp. 499-602; J. B. Pitra, op. cit., II, pp. 373-84; V. N. Beneševil, Synagoga u 30 titulus i drugie juridicsshia sbornihi Ioanna Shbolastika, Pietroburgo 1914; E. Schwartz, Die Kanntersammlung des Joh. Scholaetikus (Sittensp. ber. d. Bayr. Abad. d. Wiss., Phil.-hist. Abt., 6), Monaco 1933.
c) Pitra, op. cit., II, pp. 433-642; G. A. Rhaill e M. Potli, Zovtacina vùv 8xíav vui legùv vuvòvov, I-IV, Atene 1832-34; G. Beveregius, Zuvob̀̀ov, 2 voll., Oxford 1672 ; PG 104; V. N. Beneševil, Kanonilschij Sbornik XIV titulev vo vtoroj cetverii VII veka do 667 a., Pietroburgo 1905; E. Zachariš von Lingenthal, Uber den Verfasser und die Quellen des (PseudoPhotianisches) Nomohanon in XIV Titule (Mémoires de l'ucod. impér. de St-Pitersbourg, 7* serie, 32, xvI).
d) M. Krzanofen, Sinopsis cerbovnykh poeuil i istorija ego obseczcinnija, in Kizant. Vremennik, 17 (1912), pp. 223-46; id., Tulhovateli hunonilzshago kodekso Vostočnoj cerbvi, Aristis, Zanara i Vahumon, 2* ed., Jutjev 1911; E. Zachariš von Lingenthal, Die Synopsis canonum (Sittungsber. d. Kais. Abad. d. Wiss.), 1877, pp. 1147-63; Voellus et Justellus, op. cit., II, pp. 673-709.
e) G. Beveregius, Zuvob̀̀ov, II: PG. 144-45; Rhaill e Potli, op. cit., VI; F. N. Iljminskij, Sobranie ili alfavitsaja Sintagmo M. Vlastarja..., Simferopoli 1901.
f) E. Zachariš von Lingenthal, Die Handbücher des geistlichen Reiches aus den Zeiten des sutergehenden byzantinischen Reiches und der tärbischen Herrschaft (Mémoires de l'Acad. imp. des sciences de St-Pitersbourg, 7* serie, 28, v1f; C. A. Spulber, Indreptarea legei, Bucarest 1938; K. I. AvnDouvotruc, 'O Nquonōtov vob Mavovik Makaţob, Atene 1916; id., Nquanavervod peX̌̌̌vo, ivi 1928; T'vìvy Aqn., 'O Nquonōtov vob Makaţob og myyh Sqanin vob̄ pexō vly kkanov 'Ekkytsapob, in Ilqatsaò vly 'kanb. 1884060, 13 (1938), pp. 396-401.
g) Voellus et Justellus, op. cit., II, pp. 749-84; PG, 133, 9-62; Leunckvits, Ius Graeco-Romanum, I, Francoforte 1396, pp. 1-69; St. Gr. Berechet, Istoria vechiului drept roncknec, Jassy 1934, pp. 123, 130 sg.; L. Petit, Le manuel canonique du moine Christophoxe, in Echos d'Orient, 2 (1898), pp. 103-106; Chrysostomus Papadopoulos, 'Ekkytsod Zokkoyol vùv legùv navòvov vèxò vob̄̄ pexō vly kkanov zpôvouc, in Venkovit, 13 (1915), pp. 1-8. - Per le collezioni melchite : W. Riedel, Die Kirchenrechtsquellen des Patriarchats Alexandrien, Lipsia 1900; A. Coussa, Indication des sources du droit canon chez les Melchites, in Studi storici nelle fonti del diritto canonico orientale (Fonti, 8), Città del Vaticano 1932; G. Grul, Geschichte der christlichen arabischen Literatur, I (Studi e Testi, 118), pp. 586-620; J. B. Demblade, La Collection canonique Melkite d'après les manuscrits arabes des XIII-XVIIe siècles, in Orientalia Christiane Periodica, 4 (1938), pp. 85-119; id., La Collection canonique arabe des Melkites, Harissa 1946. - Per le collezioni bulgare e serbe : N. Milaš, O hanonizhku zbornicima praevolucne crhce, Novi Sad 1886; id., Savinsha Krndija, Zadar 1886; Tachedomill Mitrovits, Nomohanon der slevischen morgenländischen Kirche oder die Korottschule Kniga, Vienna 1898; Stojan Novaković, Mielije Vlastara Sintagmat, Belgrado 1907. - Per le collezioni russe: A. S. Pavlov, Personalal'nyj slavijom-russhij nomohanon, Kazan 1869; H. F. Schmid, Die Nomohanonäbersetzung des Methodius, Lipsia 1922; V. N. Beneševil, Drevne-slovijanskaja Kornelaja XIV titulev bez tolkovanij, Pietroburgo 1907; I. I. Sreanerskii, Obozerénie drevnihh russhihh spishov Korodej Kuigi, in Sbornik Ozdelenija russhago jazyba i slov. imp. Akad. Nauk, 65; G. A. Rosenkampf, Obozerénie Korndej Kuigi, 2* ed., Pietroburgo 1839; Armilius Herman, De fontibus iuris ecclesiastici Ruscorum, Città del Vaticano 1936. - Per le collezioni romane : C. Popovich iun., Fontáuele si Codicii dreptului bisericescu ortodox, Cernauşi 1886; St. Gr. Berechet, Istoria vechiului drept roncknec, I, Jassy 1934; C. A. Spulber, Indreptarea legei, Le Code valaque de 1631, parte 1*, Bucarest 1938; Ioannes D. Dan, Pravila Magna eiusque auctoritas in Ecclesia Romena, Roma 1944. - Per le collezioni georgiane : W. Beneševil, Gruzinskii velikij nomohanon, in Khristianshij Vostok, 2 (1914), pp. 349-77; 3 (1917), pp. 112-17; J. Karst, Recherches sur l'histoire du droit ecclésiastique Curibedlien, in Archives du droit oriental, 1, pp. 321-99; id., Code g. lorgien du roi V'akhtang VI, Strasburgo 1934 sgg.
## II. Collezioni del rito alessandrino. - Sic-
come il vasto materiale riguardante il diritto canonico dei vari riti non bizantini in grandissima parte non è né edito né esplorato, non è possibile esporre la storia della versione e della recezione dei canoni più o meno comuni a tutte le Chiese orientali e delle loro collezioni. Ci si limiterà dunque ad indicare, senza entrare nella storia della loro genesi, le grandi collezioni canoniche che, a un dato momento, fanno la loro apparizione in tutti i riti e servono da manuali alla rispettiva gerarchia.
1. Collezioni copte. - Nella Chiesa copta hanno sempre avuto una grande autorità gli ordini ecclesiastici pseudo-apostolici ed i canoni apocrifi, quali furono in gran parte raccolti nell'Octateuchos arabo, nei « 127 canoni degli Apostoli» e in simili scritti. Etsno conosciuti però anche i canoni autentici dei concili, almeno quelli anteriori al Concilio di Calcedonia; si ritrovano assieme alle collezioni pseudo-apostoliche e ai canoni dei patriarchi medievali nelle grandi collezioni dei secc. xir-xiv. Fra esse occorre nominare in primo luogo il Nomocanone del metropolita Michele di Damietta, scritto nel sec. xir. Più importante è divenuto il Nomocanone di aş-Şafi ibn al{ }¹ Assâl, scritto nel 1236. Egli riassume in modo personale ed elegante le sue fonti. Nella prima parte è diviso fra 22 capi quanto le collezioni di diritto canonico sogliono contenere. La seconda parte tratta del diritto civile, cioè comprende i « 4 Libri dei re», compilazione singolare che deve la sua origine senza dubbio ai Melchiti. I due primi libri sono costituiti dal Prócheiros Nómos di Basilio I e dal «Libro Siro-Romano». Il Nallino soprattutto ha indicato il carattere fittizio di tali compilazioni: i cristiani presentavano tali libri come i codici del loro diritto per non sembrar inferiori ai musulmani. A differenza dei precedenti la collezione dei canoni del sacerdote Macario (sec. xiv) non è una collezione sistematica (o Nomocanone nel senso posteriore della parola), ma una collezione «cronologica» che contiene un vasto materiale, preso in parte dai Melchiti, come, ad es., i canoni di Calcedonia. Un catalogo dei canoni con il loro testo epitomato si trova infine nella «Lampada delle tenebre» di Abú 'l- Barakát (sec. xiv), enciclopedia teologica che raccoglie ogni specie di notizie utili ai chierici. Il Nomocanone di aş-Şafî è stato edito recentemente due volte (Cairo 1908 e 1927) per uso dei chierici.
2. Collezioni etiopiche. - Come gli altri libri così le fonti del diritto ecclesiastico sono pervenuti alla Chiesa etiopica per mezzo dei copti. Ciononostante sembra che il Senodos o «libro dei senodi», in uso presso gli etiopi sia piuttosto di origine melchita. Contiene, accanto a parecchie serie di canoni apostolici, la Constituire ecclesiastico esgyptiaca e altre fonti pseudoapostoliche, i canoni genuini e i cosiddetti canoni arabi di Nicea e quelli dei sei primi concili locali. Il libro fu tradotto dall'arabo, prima del regno di Zar'á Jā'qob (1434-68), a quanto pare, poiché questi lo inviò a Gerusalemme.
Autorità di vero codice invece ha il Petba Nagast ("Legislazione dei re e che non è altro che la versione, spesso parafrasata e non di rado scorretta, del nomocanone di aş-Şafî ibn al -'Assâl. Sulla data della versione: xv, xvi o xvii sec., disputano gli autori.
III. Collezioni di rito antiocheno. - 1. Collezioni sire. - Presso i siri la collezione primitiva dei canoni fu presto ricevuta; abbiamo una versione siriaca dell'anno 301 edita da F. Schulthess, Die syrischen Kanonen der Synoden von Nicaus bis Chalcedon (Abhandl. Kön. Ges. der Wiss. Göttingen, Phil.- Hist. Kl., nuova serie 10, II [Berlino 1908]). Essa comprende i Concilî fino a quello di Calcedonia, eccetto quello di Efeso. Un altro manoscritto (dopo il 641) contiene una versione diversa e comprende anche il Concilio di Efeso; quello di Calcedonia è stato aggiunto più tardi. Il materiale canonico si accrebbe con i canoni dovuti a celebri personaggi, come Rabbûlâ, Severo, Giacomo di Efeso, Giovanni vescovo di Tela e con decisioni dei patriarchi. Tutte
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queste fonti, come anche le collezioni pseudo-apostoliche, ad es., l'Octatenchos siriaco, servirono poi a Bar Ebreo, il più grande scrittore della Chiesa sira (monofisita), a compilare il suo «Libro delle direzioni», diviso in 40 capi, di cui gli 8 primi trattano del diritto ecclesiastico, gli altri del diritto civile, penale e processuale. Questo Nomocanone costituisce sino ai nostri giorni il codice dei siri giacobiti.
La stesso vale per i malankaresi giacobiti, ossia quella parte dei cristiani di s. Tomaso nell'India meridionale, i quali nel sec. xvir si misero sotto la giurisdizione del patriarca giacobita di Antiochia.
2. Le collezioni maronite. - Anche i Maroniti ricevettero nel medioevo la loro collezione canonica. Un metropolita David, nel quale molti volevano vedere l'autore, sembra esser stato piuttosto il traduttore di questo «Libro della direzione» (1058-59). Le fonti sono quelle che si trovano in simili collezioni, i canoni dei concili ecumenici e locali fino a quello di Calcedonia (di Efeso solo un canone), i 23 canoni ascritti ai Concilio di Costantinopoli, i 130 « canoni degli imperatori Costantino, Teodosio e Leone», ossia il «Libro Siro-Romano» ecc. I maroniti si servirono pure molto del Nomocanone di as-Safi.
IV. Collezioni del Rito armeno: v. armenia.
V. Collezioni del rito caldeo. - La Chiesa dell'impero persiano sembra aver ricevuto i canoni di Nicea (e forse anche quelli dei concili locali e di Costantinopoli) da Mārātā, vescovo di Majperqat, quando nella qualità di ambasciatore bizantino venne per la seconda volta in Persia e riformò la Chiesa caldea (409-10). Da parte loro i sinodi nazionali emisero decreti e canoni. Si formò così il materiale, raccolto, sembra, dal patriarca Timoteo I (780-823), nel libro del Synodihon.
Le collezioni posteriori, dovute all'opera di privati, si valsero molto del Synodihon aggiungendovi i decreti dei sinodi recenti e dei Katholikós e delle decisioni e risposte di altri ecclesiastici di grande autorità. Una versione in lingua araba del Synodihon con molte omissioni fu fatta da Elia, metropolita di Damasco (dopo 1'893; - Elias al-Gowharti). Le stesse fonti, ma secondo criteri differenti sono state adoperate nella collezione di 'Abdallāh ibn at-T'ajib, dotto filosofo, medico, sacerdote del sec. xi (m. nel 1043). Ma tutti i suoi predecessori vinse il metropolita 'Abdiāo' (Ebedjesu) di Niafsi (m. nel 1318). Nella sua «Epitome dei canoni sinodali» (chiamata pure Nomocanone) e nell' « Ordine dei giudizi ecclesiastici» dà una esposizione sistematica dei canoni, introdotta e accompagnata da osservazioni personali. Nel sinodo del 1318 la sua opera fu approvata ufficialmente dalla Chiesa nestoriana. Anche oggi ne è ancora la collezione più autorevole.
Presso i malabaresi cattolici, ossia i cristiani di s. Tomaso uniti con la Chiesa cattolica dal sec. xvi, le collezioni indicate sono sconosciute e forse mai sono state in uso.
BibL.: Per le collezioni di rito alessandrino: 1) W. Riedel, Die Kirchenrechtsquellen des Patriarchats Alexandrien, Lipsia 1900; C. A. Nallino, Libri giuridici bizantini in versioni arabe cristiane dei sec. XII-XIII, Roma 1925 (Raccolta di scritti editi e inediti a cura di Maria Nallino, IV, ivi 1942); G. Graf, Geschichte der christlichen arabischen Literatur (Studi e Testi, 132-33), I, Città del Vaticano 1944, pp. 256-621; II, ivi 1947, pp. 294-468. 2) J. Bachmann, Corpus iuris Abissinarum, parte 1*, Berlino 1890; I. Guidi, Il «Fetha Nagast» o «Legislazione dei re*, Roma 1897-99; Id., Der äthiopische Senodos, in Zöitschr. d. Deutschen Morgenländischen Gesellschaft, 55 (1901), pp. 495202; L. de Castro, Compendio delle leggi dei re, Fetha Nagast, Livorno 1919; S. Grebaut, Etiopi, in Codificazione can. orient. (Fonti, 1* serie, 8), pp. 73-85. Per le collezioni di rito antiocheno: 1) G. Graf, op. cit., I, pp. 256-621; II, pp. 220-93; G. Ricciotti, Siri, in Codificazione can. orient., cit., pp. 117-38; Fr. Schulthees, Die syrischen Kanones der Synoden von Nicaea bis Chalcedon, Berlino 1908; Nomocanon a Gregorio Abulpharagio Bar-Hebraeo scriace compositus..., in A. Maius, Scriptorum veterum nova Collectio, X, II, Roma 1838; P. Bedjan, Barhebrawi Nomocanon, Parigi 1898 (edizione siriaca); G. Ricciotti, Nomocanone di Bar-Hebreo (Codificazione can. orient., 1* serie,
3). Città del Vaticano 1931. 2) G. Graf, op. cit., II, p. 91 seg.; F. Dib, Maroniti (Codificazione can. orient., 1* serie, 8), pp. 87116. Per le collezioni di rito caldeo: G. Graf, op. cit., I, pp. 433443. 536-621; II, 103-219; J. Vosté, Caldei (Codificazione can. orient., Ponti, St. Roma 1932, pp. 648-64; C. Kendevskii, ibid., pp. 665-706; J. B. Chabot, Synodicon Orientale, Parigi 1902; Ebediesu Metropolitas Sabae et Armeniae Collectio canonon synodicarum, in Mai, Scriptorum veterum nova Collectio, X, Roma 1838, parte 1*; Ordo iudiciarum ecclesiasticoeum, collectus, dispositus, ordinatus et consensitus a Mar Abdiāo..., ed. Iacobus-M. Vosté, Roma 1940; id., Discipline chaldéenne, I: Droit ancien, (Codificazione can. or., 1* serie, 4), Roma 1931; J. Douvillier, Chaldéen, Droit, in DDC, III, coll. 293-388. Emilio Hermon
COLLI, Bonifacio de'. - Confondatore dei Teatini, m. santamente a Venezia il 28 ag. 1558. Della nobile famiglia dei C. d'Alessandria, laureatosi in giurisprudenza e trasferitosi ancor giovane a Roma, fu, da laico, scudiero e famigliare di Leone X dal quale ebbe l'incombenza di portare il berretto cardinalizio a Tommaso Wolsey arcivescovo di York. Fu membro attivo dell'Oratorio del Divino Amore di Roma e guardiano nel 1524 dell'ospedale degli Incurabili. Fattosi sacerdote, si unì con s. Gaetano Thiene e fu, con G. Pietro Carafa e Paolo Consiglieri, suo compagno nella fondazione dell'Ordine dei Chierici Regolari ( 14 sett. 1524).
Nel 1528 lo si trova a Verona dove G. M. Giberti (v.) aveva chiamato i Teatini a collaborare con sé nel suo vasto piano di riforme. Nel 1530 fu mandato a Napoli dove il 25 giugno presiedeva all'apertura del monastero della Sapienza fondato da suor Maria Carafa (v.). Nel 1533 fu per la prima volta, eletto preposito di S. Nicolò di Venezia, allora prima casa dell'Ordine.
Il C. è autore di una importante lettera al Giberti che, coi brevi di Clemente VII e Paolo III, costituisce il primo nucleo delle Costituzioni teatine.
BibL.: F. A. Caracciolo, De vita Pauli IV.... Collectanea historica, Item Caiziani Thienasi, Bonifacii e Colle, Pauli Consiliarii..., Colonia 1612, p. 261 seg.; J. Silva, Historiarum Clericarum Regularium..., I, Roma-Palermo 1690; P. Paschini, S. Gaetano Thiene, Gian Pietro Carafa e le origini dei Chierici Regolari Teatini, Roma 1926; F. Andrea, La Regola dei Chierici Regolari nella lettera di B. de' C. a Gian Matteo Giberti, in Regnum Dei. Analecta Ord. Cleric. Reg., 6 (1946), pp. 38-53.
Francesco Andreu
COLLI. - Francesco di Paola, barone, generale pontificio, n. ad Alessandria nel 1726, m. a Roma il 20 luglio 1802. Esperto conoscitore di artiglieria, entrò al servizio della S. Sede come tenente colonnello nel maggio del 1793, coadiuvando il bolognese generale Enea Caprara nella esecuzione di ampie riforme dell'esercito.
Figlio del barone Francesco fu Angelo, cultore anch'egli di studi balistici, n. nella seconda metà del sec. xviri in Piemonte, e m. a Roma in seguito agli stenti della ritirata di Russia nel 1812.
Occupata Roma dal Berthier, prestò i suoi servigi alla Repubblica romana come addetto al ministero della Guerra. Al ritorno di Pio VII venne nominato comandante del forte S. Angelo col grado di tenente colonnello (luglio 1802). A seguito della nuova occupazione francese fu del generale Miollis, insieme con altri fedeli ufficiali pontifici, arrestato e detenuto in Castel S. Angelo ( 1^{°} marzo 1808). Alla fine, entrato nelle file francesi col grado di colonnello, partì per la Russia e nella disastrosa ritirata fu il solo ufficiale superiore dell'arma che riuscì a salvare il materiale a lui affidato.
BibL.: A. De Mosto, Milizia dello Stato romano (1600-1797), in Memorie storiche militari, 10 (1914), pp. 546-65; P. Pagliucchi, I castellani del Castel S. Angelo, II, Roma 1928, pp. 161, 169, 177-81; P. Dalla Torre, Materiali per una storia dell'esercito pontificio, in Rasi, storica del Risorg., 28 (1941), pp. 19, 31 e 32 dell'estr.: id., L'opera informatrice ed amministrativa di Gregorio XVI, in Gregorio XVI. Miscellanea commemorativa, II, Roma 1948, pp. 60-61.
Paolo Dalla Torre
COLLIER, ARTHUR. - Filosofo inglese e presbitero della Chiesa anglicana, n. nel 1680, m. nel 1732.
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A sinistra: CAMPANILE E ABSIDE DI S. MARTINO GRANDE (secc. x11-x111) e veduta laterale del Duomo. A destra: INTERNO DEL DLOMO, iniziato nel 1248 , compiuto nel 1880 .
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(par coetasia del dost. B. Degeohort
MADONNA COL FIOR DI FAGIOLO del Maestro di Colonia (ca. 1410) - Colonia, Galleria.
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Contemporaneo di Berkeley, con il quale concorda nella conclusione, benché diversamente stabilita, della non esistenza del mondo esterno. Filosoficamente dipende principalmente da Malebranche.
Opera principale: Clovis Universalis, or a New Inquiry after Truth, being a Demonstration of the Non-Existence or Impossibility of an External World (1713; edita più volte).
Biol.: A. W. Ward-A. R. Waller, The Cambridge History of Enolish Literature, IX, Cambridge 1912, pp. 287-88, 202; Ueberweg, III, pp. 399, 692.
Giovanni Muller
COLLI MARCHINI, Michelangelo AlessandRo. - Barone, generale, n. ad Alessandria o Vigevano nel 1756, m. in Piemonte nel 1809. Fu inviato da Pio VI a difendere i suoi domini da una ulteriore avanzata giacobina.
Seguita la firma della pace di Tolentino ( 19 febbr.) entrò nel 1798 nell'esercito francese; il 15 ag. 1799 fu gravemente ferito e cadde prigioniero degli Austriaci. Caduto in disgrazia, fu allontanato dal servizio attivo; nel 1805 diede le dimissioni e si ritirò a vita privata.
Bib.: P. Bosi, Diz. storico biografico topografico militare d'Itolin, Torino 1882, pp. 188-89; A. Da Mosto, Milizie dello Stato romano (1600-1797), in Memorie stor. militari, 10 (1914), pp. 252-59; P. Pagliucchi, I castellani di Castel S. Angelo, II, Roma 1928, pp. 171-73; P. Dalla Torre, Materiali per una storia dell'serrito pontificio, in Rast. stor. del Risorg., 28 (1941), pp. 53-55.
Paolo Dalla Torre
COLLINS, Anthony. - Deista inglese, n. a Heston il 21 giugno 1676, m. a Londra il 31 dic. 1729. Amico e discepolo di Locke, difese il «libero pensiero». Pur ammettendo una certa fede in Dio in quanto conosciuto dalla ragione, C. è nemico critico del Credo cristiano.
Applicò il metodo razionalista anche all'esegesi biblica, e specialmente alla valutazione delle profezie, concludendo che queste vanno considerate come mere allegorie. Opera principale: A Discourse of Free-Thinking occasioned by the Rise and the Growth of a Sect called FreeThinkers (Londra 1713). Fu messo all'Indice con decreto 1^{°} ott. 1715.
Biol.: A. W. Ward-A. R. Waller, The Cambridge History of English Literature, IX, Cambridge 1912, pp. 292-93, 505-506; Uberweg, III, pp. 379, 689.
Giovanni Muller
COLLIO, Francesco. - 'Teologo italiano, n. a Brusimpiano pieve di Arcisate nella seconda metà del sec. xvi, m. a Milano nel 1640. Fattosi Oblato dei SS. Ambrogio e Carlo nel 1609, fu uno dei primi dottori dell'Ambrosiana. Nel 1631 fu fatto canonico e penitenziere del Duomo. Come teologo fu lodato dal Lugo.
Pubblicò le tesi sostenute davanti al card. Federico Borromeo e 16 vescovi il 7 maggio 1609 (Conclusiones in sacro theologia, Milano 1609) e due vaste monografie : De Sanguine Christi (ivi 1617) e De animabus paganorum (2 voll., ivi 1622). In quest'ultima, premesso che i pagani possono operare il bene ed esposti i diversi modi con i quali Dio li illumina, discute, basandosi sui Padri, intorno alla salvezza dei più celebri tra essi.
Biol.: P. Bosca, De origine et statu bibliotecae Ambrosianae, Milano 1722, pp. 44-45; F. Argelati, Bibliotheca scriptorum mediolanensium, I. II, Milano 1745, pp. 441-42; B. Heurtebize, Collins, in DThC, III, col. 369; [A. P. Frutoz], Positio super introductione Causae del servo di Dio Giorgio Martinelli (Sectio Historica S. R. Congreg.), Città del Vaticano 1950, pp. 99-100.
COLLIRIDIANI. - Sotto questo nome s. Epifanio condannava certe donne che avevano introdotto dalla Tracia in Arabia l'uso di particolari riti in onore della Vergine Maria, il cui elemento principale consisteva nel sacrificio di un pane, che le oblatrici dividevano poi tra loro. Epifanio censura la loro condotta per il doppio motivo che le donne non devono prendere su di sé il compito di offrire un sacrificio, e perché la Vergine dev'essere onorata, ma il sacrificio solo a Dio è dovuto (cf. s. Epifanio, Hacres., 78, 79). Mario Scaduto
COLLODI, Carlo. - Pseudonimo di Carlo Lorenzini, n. a Firenze il 24 nov. 1826, m. ivi il 26

(da M. Parenti, Barita bibliografiche dell'Ottocento, Bergamo 1913, p. 211) Collodi, Carlo - Illustrazione di E. Mazzanti per Le avventure di Pinocchio, Firenze 1883.
ott. 1890. Derivò lo pseudonimo di Collodi dal paese natale della madre. Per 3 anni fu nel seminario di Colle Val d'Elsa, e continuò gli studi a Firenze presso gli Scolopi. Nel 1848 combatté a Montanara; fu poi censore teatrale nella prefettura di Firenze e scrisse tre mediocri commedie.
Datosi al giornalismo, fondò Il Lampione e La scaramuccia. Nel 1859 si arruolò volontario nel reggimento di cavalleria "Novara". Dopo aver pubblicato varie opere per adulti: I misteri di Firenze (romanzo), Macchiette (racconti), Occhi e naso (racconti), Note gaie (articoli), ecc., si dedicò alla letteratura infantile. Nel 1881 cominciò a pubblicare, a puncte sul Giornale dei bambini, Le avventure di Pinocchio che ebbero uno straordinario successo e sono state tradotte in quasi tutte le lingue. Così larga fortuna, altre ai pregi artistici, si deve a quella sentenziosa e bonaria moralità espressa in formole tra scettiche e giudiziose. La lezione morale della favola di Pinocchio non decade in un precettismo sterile, perché il C. giunge, quasi inconsapevolmente, a inserire la sua fantasia nel moto e nel senso della verità. Per la gioventù il C. scrisse inoltre: Giannettino, Minazzolo, Storie allegre e altri racconti, sempre con intenti educativi e qualche nota di umorismo. Ridusse anche i Racconti delle fate di Charles Perrault.
Biol.: Opere: Tutto Collodi, Firenze 1947. Studi: G. Rigutini, prefazione alle Note gaie di C. C., Firenze 1892: G. Biasi, Piscattisti, ivi 1923, pp. 87-114; P. Pancrazi, Venti uomini, un ustiro e un borsettino, ivi 1923, pp. 197-205; G. Sperito, Opere e cercelli. Soliloqui, Nota 1928 (v. indice); U. Biscottini, Pinocchio uomo qualunque, Milano 1941: A. Sarinio (pseudonimo di A. De Chirico), Narrato, uomini, in vostra storia, Milano 1942, pp. 177-96; P. Bergellini, La verità di Pinocchio, Brescia 1942; A. Baldini, Fine Ottocento, Firenze 1947, pp. 118-24; S. Desideri, C., Roma-Genova 1948.
Silvio Pasquazi
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COLLOIDI. - Lo stato colloidale della materia è di particolare interesse sia per essere la condizione di molti prodotti industriali di grandissimo valore pratico (gomme, filati, prodotti plastici di varia natura) sia, soprattutto, perché è la condizione di molte sostanze organiche e della materia vivente (v. PROTOPlessis).
Fu merito di Francesco Selmi (1864) di mettere in evidenza per primo alcune proprietà di certe soluzioni che egli distinse quali pseudo soluzioni dalle soluzioni vere. Solo 15 anni dopo, il Grahm dette il nome di c. alle prime e di cristalloidi alle seconde, definendo con questi termini lo stato colloso, viscoso (in genere) delle prime e la proprietà di cristallizzare delle seconde. Questa distinzione oggi non è più generale poiché si conoscono molti c. che cristallizzano ed altri che non sono viscosi.
Una proprietà che distingue i c. dai cristalloidi è quella che i primi non possono essere filtrati per setti porosi, cioè non dializzano. Questo rivela la condizione corpuscolare dello stato colloidale per cui le particelle non passano attraverso i pori della membrana. E chiaro però che tale possibilità dipende dalla grandezza dei pori. Mediante filtri cosi pori di grandezza diversa e nota si possono misurare cosi le dimensioni delle particelle. L' ultrafiltrazione abbrevia il tempo necessario per una simile operazione.
Le particelle colloidali sono state considerate come aggregati di più molecole, di forma pressocché sferica, e pertanto lo stato colloidale non è che un grado di suddivisione della materia tra quella di molecole libere e quella di una disgregazione grossolana che rappresenta una condizione dello stato solido. Secondo Ostwald la materia presenta proprietà colloidali quando è sud. divisa in particelle dell'ordine di grandezza di 0,1-0,001 μ. ( μ=1 millesimo di millimetro) di diametro; frammenti maggiori rientrano tra le dispersionigrossolane dello stato so-

lido e minori sono dell'ordine di molecole, ioni o atomi liberi dello stato liquido e gassoso.
Le particelle colloidali sono sospese, disperse, in un mezzo dispersivo che può essere gassoso o liquido. Le nebbie e i fumi sono c. gassosi, ma di gran lunga più importanti sono quelli con mezzo dispersivo liquido. Il liquido può essere dei più vari e può o essere puro o rappresentare una soluzione; da un punto di vista biologico interessano particolarmente i c. in cui il mezzo dispersivo è l'acqua o meglio una soluzione acquosa di sali.
Un c. rappresenta dunque un sistema difasico, nella sua costituzione più semplice, essendo una fase rappresentata dal mezzo dispersivo, continuo, e l'altro dalla sostanza dispersa, discontinua; le particelle disperse costituite da aggregati molecolari sono dette micelle. Le micelle possono essere di varia natura: metalliche, minerali, organiche;

numero dilegami nei geli: a) colloide ste rico; b) colloide lineare.

Collorid - 1. Esame di c, all'ultramicroscopio; 2-5. schemi relativi allo stato colloidale; 6. formazione e struttura lineare di molecole proteiche.
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c hanno di norma una carica elettrica: un c. colorato sottoposto ad un campo elettrico rivela una migrazione del colore ad un polo o all'altro a seconda che le micelle (colorato) sono cariche positivamente o negativamente. Con questo mezzo (elettroforesi) si possono distinguere i c. elettropositivi da quelli elettronegativi.
La condizione colloidale sin qui descritta è quella detta di sol. In un sol le particelle sono soggette ad un incessante movimento nei più disparati sensi, una specie di tremolio, detto movimento browniano. Questo movimento è dovuto agli urti che le particelle ricevono dalle molecole del mezzo dispersivo in moto cinctico. Aumentando la temperatura, tale moto aumenta e anche il moto browniano delle micelle diviene più vivace. L'osservazione delle particelle colloidali è possibile per certi c. mediante l'ultramicroscopio (Siedentopf e Zsigmondy) basato su una illuminazione diagonale dell'oggetto osservato al microscopio in modo che esso sia illuminato ma che i raggi non penetrino nel tubo del microscopio (fig. 1); è costituito da un sistema ottico che si applica al posto del condensatore del microscopio (paraboloide, cardioide, ecc.).
Le particelle di un sol tendono a sedimentare, e tale tendenza aumenta quando le particelle perdono la loro carica elettrica; quando cioè il c. è allo stato isoeletrico. Dalla velocità di sedimentazione si può calcolare la dimensione delle particelle. Il tempo di sedimentazione può essere abbreviato se si sottopone il c. ad una gravitazione superiore a quella terrestre, come, ad es., con l'ultracentrifuga di Swedberg che genera una gravitazione 750.000 volte quella terrestre.
Quando la particelle si sono sedimentate al fondo ovvero sono precipitate, il c. viene a trovarsi nella condizione di gel.
Vi sono dei c. in cui le particelle hanno affinità per l'acqua, possono cioè attrarre e trattenere alla superfice gusci di dipoli d'acqua attratti dall'estremo con carica contraria a quella della particella (fig. 2); tali c. sono detti idrofili e l'assunzione d'acqua da parte delle particelle è detta solvatazione. Anche i c. idrofili, per perdita di acqua, passano allo stato di gel caratterizzato dall'unione delle particelle in una fase continua, mentre il liquido rimane imbrigliato e disperso tra le micelle addensate (fig. 3). Mentre nei c. idrofobi o liofobi il gel non ripassa a sol se non per una nuova azione meccanica di disgregazione, il c. idrofilo ripassa nella condizione di sol per assunzione di acqua. Si parla di reversibilità dei c. o di tixotropia. Nella gelificazione vi può essere una contrazione della massa ed espulsione di liquido (coacervazione) e la formazione di un coacervato.
Molte proprietà dei c. liofili, quali l'elevata viscosità del sol, la grande assunzione di acqua dei gel, il loro rigonfiamento e le facile tixotropia, sono state spiegate con la constatazione della condizione lineare o filamentosa delle particelle disperse.
In molti c. tali particelle colloidali sono costituite da una sola gigantesca molecola (macromolecola) ottenuta con processi di polimerizzazione di una molecola semplice.
Delle sostanze che costituiscono la materia vivente, i glucidi, i lipidi e i potidi sono costituiti da c. macromolecolari. Queste sostanze sono quindi al tempo stesso e vere soluzioni, in quanto sono disperse nelle singole molecole, e c. in quanto le molecole, per le loro dimensioni, si comportano come micelle.
Pertanto, con l'introduzione del concetto dei c. filiformi non si è più potuto mantenere la classificazione di Ostwald basata sui diametri delle particelle: lo Staudinger ha introdotto un nuovo criterio di delimitazione delle grandezze delle particelle materiali allo stato colloidale basato non più sul diametro delle particelle ma sul numero dei loro atomi. Cosi, secondo questo autore, le particelle sono allo stato colloidale se gli atomi che le compongono sono in numero compreso fra 10⁶ e 10⁸.
La ragione del grande rigonfiamento dei c. filamentosi è illustrato dalla fig. 4. Mentre in un gel di sferocolloide una miscela, una volta solvatata, si stacca dalla massa e passa allo stato di sol, in un gel filamentoso che ci si può raffigurare come un filtro compresso, occorre che penetri molto liquido tra i filamenti per permettere loro un libero movimento. Cosi si spiega come sia più facile il passaggio a sol di un gel filamentoso rigonfiato che di un gel sferico: i punti di coesione tra le particelle sono molto più numerosi nel gel di sferocolloide che nel gel di c. lineare (fig. 5).
Dal grado di polimerizzazione si hanno c. con fibre più o meno lunghe. Si consideri, ad es., la polimerizzazione di aminoacidi a costituire un di- e quindi un polipeptide (fig. 6): più le fibre sono lunghe, cioè più è elevata la polimerizzazione, più le proprietà caratteristiche dei c. lineari si manifestano. Si distinguono gli emicolloidi con filamenti formati da 50-500 termini, poco viscosi, poco rigonfiabili, i mesocolloidi ( 500 - 5000 termini), più viscosi e con gel, più rigonfiabili; gli eucolloidi (oltre 5000 termini), assai viscosi, filabili, e con gel molto rigonfiabili.
La condizione lineare delle particelle colloidali ha permesso di spiegare molte condizioni di anisotropia all'esame con la luce polarizzata, anisotropia che sta ad indicare un orientamento delle particelle, orientamento che negli sferocolloidi è difficile a concepire. Infatti semplici fenomeni di movimento, di scorrimento, orientano le particelle, in base agli attriti interni che si manifestano, con l'asse maggiore parallelo alla direzione di flusso. Cosi oltre alla condizione isotropa, che nei c. lineari indica un pieno disordine delle particelle, si aggiunge una condizione di anisotropia dovuta ad un orientamento delle particelle. Essa può esservi nei sol in movimento e si può stabilire nei gel. Condizioni di stiramento o contrazione possono aumentare l'orientamento. Le condizioni di orientamento sono: quella nematica, in cui le particelle sono tutte orientate parallelamente tra loro ma disposte a varie altezze, come, ad es., può essere preso a modello un filo di lana considerando quali particelle i peli che lo compongono; quella smectica in cui all'orientamento parallelo si aggiunge una stratificazione regolare, come avviene in molte membrane colloidali; quella cubotattica in cui le particelle assumono posizioni definite secondo un reticolo tridimensionale assumendo così il vero valore di un reticolo cristallino. Si tratta in questo caso di gel pseudocristallini; un esempio ci è dato dalla cellulosa. L'esame con i raggi X di questa sostanza ci rivela infatti un tipico reticolo di Lane che indica l'orientamento cristallino delle particelle.
Una classificazione dei c. può essere fatta nel modo seguente :
A) C. inorganici (per dispersione, liofobi, gel irreversibili): a) sferocolloidi (metallici, micelle cristalline); b) lineari (silice colloidale).
B) C. organici. - I. Liofobi (per dispersione, sferocolloidi, gel irreversibili): a) micellari (ad es., olio in acqua); b) molecolari (ad es., latici); II. Liofili: A) per dissoluzione o micellari (reversibili): a) sferocolloidi (sol poco viscosi); b) lineari (sol viscosi, gel rigonfiabili), omopolari, eteropolari (ad es., saponi). B) per soluzione o macromolecolari: a) sferocolloidi (sol poco viscosi, gel poco rig.), omopolari (ad es., acet. glicogeno), eteropolari (ad es., ovalbumina, emoglobina); b) lineari (sol molto viscosi, gel molto rigonfiabili). 1) emicolloidi (macromolecole di 50-500 termini: (ad es., emicellulose); 2) mesocolloidi (catene di 500-5000 termini: ad es., lichenina); 3) eucolloidi (catene con oltre 5000 termini: ad es., cellulose).
Bibl.: W. Astbury, Fundamentals of fibre structure, Oxford 1933; H. Stuart, Molekülstruktur, Berlino 1934; W. Seifritz, Protoplasm, Nuova York 1936; W. J. Schmidt, Die Doppelbrechung von Karioplasma, Zytoplasma und Metaplasma, Berlino 1937; L. Pauling, The nature of chemical bond, Londra 1940; K. H. Meyer, Die hochpolyneren Verbindungen, Lipsia 1940; H. Mark, Allgemeine Grundlagen der Hochpolymerenchemie, ivi 1940; H. Staudinger, Chimica colloidale, Milano 1943.
Alberto Stefanelli
COLLOREDO, Eremiti di: v. bernardo da ROGLIANO.
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COLLOREDO, Leandro di. - Cardinale, n. di nobile casato a Colloredo di Montalbano in Friuli nel 1639. Uscito presto di famiglia per attendere alla sua formazione spirituale e culturale sotto la guida di un parente governatore a Pesaro ed Urbino, non fece più ritorno in patria e, passato a Roma, entrò a 18 anni fra gli Oratoriani della Chiesa Nuova, si perfezionò negli studi, e, presi gli Ordini sacri (1663), vi attese al sacro ministero ed anche vi fu bibliotecario della Vallicelliana.
Le sue virtù l'additarono ad Innocenzo XI, che lo adoperò in varie commissioni e congregazioni e l'avrebbe voluto inviare arcivescovo ad Avignone. Poté evitare quell'onore nel 1685 ; fu creato cardinale il 2 sett. 1686, e diede esempio di austerità e di indipendenza specie nei rapporti con la Francia; nel 1687 fu nominato penitenziere maggiore ed assistete Innocenzo XI sul letto di morte. L'1 i genn. 1693 fu incaricato della visita canonica presso il clero romano. Nei tre Conclavi consecutivi (di Alessandro VIII, Innocenzo XII, Clemente XI) si schierò col gruppo degli zelanti. Fu in corrispondenza col Mabillon. M. in Roma l'ir genn. 1709.
Bibl.: P. M. Puccetti, Vita di L. C., Roma 1738; G. Braida, Il card. L. C., Udine 1907; Pastor, XIV, II, p. 307, passim. Luigi Berra
COLLUGIANISTI: v. lUCiano d'ANTIOCHIA, santo, martire.
COLLUTO. - Prete scismatico alessandrino, il quale durante l'episcopato di Alessandro (312-28) si arrogò il potere di ordinare sacerdoti e diaconi consacrando contro ogni legge ecclesiastica quanti si rivolgevano a lui. Ne venne uno scisma. Pare tuttavia che anch'egli, d'accordo in ciò con Alessandro, abbia avversato Ario e le sue dottrine. Quando, attorno il 324, Osio, per incarico di Costantino, venne ad Alessandria e raccolse un concilio dei vescovi dell'Egitto, C., che nel frattempo aveva usurpato l'episcopato, venne deposto e dichiarato semplice prete, mentre Ischira che affermava di essere stato ordinato sacerdote da lui fu restituito allo stato laicale. La fine di C. non è nota.
Bibl.: Hefele-Leclercq, I, I, p. 369; Fliche-Martin-Frutsz, III, pp. 72 e 82.
Ireneo Daniele
COLMAR, Joseph Ludwig. - Vescovo di Magonza, n. a Strasburgo il 22 giugno 1760, m. a Magonza il 15 dic. 1818. Sacerdote il 20 dic. 1783, fu nominato curato della chiesa di S. Stefano in Strasburgo, e durante la Rivoluzione e il Terrore continuò nel suo ministero, meritando da Napoleone la nomina a vescovo di Magonza.
Al disordine trovato in diocesi rimedio con otto mesi di lavoro costante, riuscendo a aprire un seminario per i chierici e un ginnasio vescovile; indi con frequenti visite e ministeri rinnovò la vita religiosa del clero e del popolo; si adoperò per il ritorno delle comunità religiose, ma riusci solo a far risorgere l'istituto delle Dame Inglesi. Fondò inoltre l'istituto delle Suore della Divina Provvidenza. L'epidemia del 1813-14 lo trovò fra i più zelanti e caritatevoli nell'assistenza dei malati.
Lasciò un manuale di istruzione catechistica, Katechismus des Mainzer Bistums (Magonza 1840); una raccolta di prediche di solida e profonda dottrina (Predigten, 7 voll. [Magonza 1836; Ratisbona 1879-84