minori difficoltà ebbe per il pregevole lavoro De phialis rubricatis quibus martyrum romanorum sepulcra dignosci dicuntur observationes (Bruxelles 1855), ossia ampolle contenenti un sedimento rossiccio che si dicevano indicare nelle catacombe il sepolcro di un martire (v. ampolle di sangue). Egli, pur ammettendo che le ampolle contenenti vero sangue potessero essere segni di martirio, dimostrò che molte non avevano contenuto sangue ma altro liquido, come resti di sangue eucaristico o di ablazione. Le varie accuse di cui fu vittima non scossero la fiducia dei superiori, che lo chiamarono a Roma al Concilio Vaticano come teologo.
Biol.: Sommervogel, II, coll. 318-28 (silenco completo delle sue opere); Acta SS. Novembris, II, Bruxelles 1894, p. I sgg.: H. Delehaye, L'oeuvre des Bollandistes, 1813-1913, ivi 1920, p. 192 sgg.; G. B. De Rossi, Sulla questione del Vaso di

(da J. Harkin, Trevago in Afghanistan, in Revue des arts asiatiques, 1928)
Bungha - Il R. Dlpanhara e il giovane studente brahmanico Megha Schiste (sec. XI-XII d. C.). - Kâbul, museo.
sangue. Memoria inedita con introduzione storica..., per cura di A. Ferrua, Città del Vaticano 1944, pp. xli sgg., 134 sgg.
Agostino Tesio
BUDDE, KARL. - Teologo protestante, n. il 23 apr. 1850 a Bensberg (Colonia), nel 1873 libero docente, nel 1879 professore straordinario per il Vecchio Testamento a Bonn e nel 1889 a Straaburgo come ordinario. Nel 1900 fu trasferito a Marburgo, ove, pensionato nel 1921, morì il 29 genn. 1935. E uno dei principali rappresentanti della prima scuola wellhauseniana, di cui per primo divulgò le teorie nella sua Biblische Urgeschichte (Giessen 1883).
Tutte le sue opere propugnano la critica documentaria più radicale : Die Bücher der Richter und Samuel (Giessen 1890); Das Buch Hiob (Gottinga 1896, 2^{text {a }} ed., ivi 1913); Buch der Richter (Friburgo in Br. 1897); Das Hohelied erklärt. Die Klagelieder erklärt (Friburgo, Lipsia, Tubinga 1898); Religion des Volkes Israel (Giessen 1900, 2^{text {a }} ed., ivi 1912): Altisraelitische Religion); Ebed-Zubredieder (ivi 1900); Die Bücher Samuel (Tubinga 1902); Geschichte der althebräischen Literatur ( 2^{mathrm{a}} ed., Lipsia 1909); un elenco di tutte le opere del B. si trova in K. B.'s Schrifttum bis zu seinem 80. Geburtstage am 13 apr. 1930, in Beihefte zur Zeitschr. f. d. alttest. Wissensch., 54 (1930).
Biol.: O. Eissfeldt, Ergänzungen zu K. B. Schrifttum, in Zeitschrift für die Alttestamentliche Wissenschaft, 12 (1935), pp. 286-89.
Arduino Kleinhans
BUDDHA. - La realtà storica del B., impugnata da E. Senart, che intese farne un dio solare, cessò di esser messa in dubbio quando le scoperte archeolo-
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giche confermarono i dati della tradizione pālī, relativi alla nascita e alla morte di lui.
Nel 1896 fu riportata in luce la colonna che l'imperatore Aśoka eresse a Lumminī (ora Rummin-dei, nel Tarāi nepalico) verso il 244 a. C., a ricordo che quivi il B. era nato; e nel 1898 fu scoperta a Pipravā l'urna che conteneva una parte delle reliquie di lui. La nascita e la morte sono i due estremi di una lunga vita (ca. 557-477 a. C.), che ci è nota soltanto negli episodi più salienti. Si seguirà il canone pälī, che pur non potendo esser considerato documento storico, rappresenta la tradizione più antica (anteriore al III sec. a. C.) e anche dove cede al meraviglioso, consente di sceverare la realtà dalla favola. Non si terrà invece alcun conto delle tarde biografie leggendarie, che hanno interesse puramente letterario. La miracolosa concezione di Māyā, la madre del B., che vede in sogno il futuro salvatore del mondo, disceso dal cielo Tusiata, entrare nel suo fianco destro sotto forma di bianco elegante, appartiene alle amplificazioni delle sète soprannaturaliste, che consideravano il B. un essere "soprammondano (lokottara) ". E quando il Mahāvastu (ca. IV-v sec. d. C.) completa l'episodio con il particolare della verginità di Māyā, è legittimo il dubbio che codesta aggiunta sia una derivazione dal cristianesimo.
Il B. appartenne a una famiglia nobile e ricca, detta dei Sakya, "i potenti". Quando il B. nacque, suo padre Suddhodana era il capo elettivo e temporaneo di una repubblica aristocratica, situata alle falde del Himālaya nepalico, presso l'odierno Tilaurā Koṭ. Il piccolo Stato comprendeva otto città oltre la capitale, Kapilavatthu, e poteva avere ca. un milione di abitanti. Suddhodana non era quindi un re nel senso moderno della parola, come potrebbe far credere il titolo di rājā, rex, che gli vien conferito nell'introduzione al Jātaka. Dal suo nome, "quello dal bianco riso ", si credette poter desumere che egli fosse anche un grosso proprietario di risaie. Ebbe due mogli, sorelle e figlie di un magnate di Koli, la maggiore delle quali, Māyā, fu la madre del B.
Quando fu vicino il tempo della nascita, Māyā si mise in viaggio per raggiungere la famiglia paterna, ma il parto la sorprese a poca distanza da Kapilavatthu, nel bosco Lummini, dove il B. venne alla luce. Il caso non ha in sé nulla di straordinario, ma le fonti leggendarie lo trasformarono in una nascita miracolosa. L'episodio del B. che esce dal fianco destro della madre, la quale in piedi sotto un albero sāl, afferra un ramo della pianta, è soggetto favorito dell'iconografia buddhistica. Māyā mori una settimana dopo, e il fanciullo fu affidato alle cure della sia e matrigna Mahāpajāpatī. Ebbe nome Siddhattha, ma i testi lo chiamano ordinariamente Gotama (scr. Gautama), "discendente da Gotama ", probabile capostipite della famiglia. Crebbe nel lusso e nella mollezza e sposò, a diciannove anni, una sua cugina, che i testi pāli chiamano Rāhulamātā, "la madre di Rāhula ", l'unico figlio del B. che entrò poi a far parte dell'Ordine monastico. A 29 anni lo assalí il disgusto della vita comoda e oziosa, e abbandonò la famiglia e la casa. A ciò fu indotto dalla meditazione sul dolore dell'esistenza nelle sue precipue manifestazioni di malattia, vecchiezza e morte. Indosso la veste gialla dell'asceta mendicante, e dopo un breve soggiorno presso due brahmani maestri di Yoga, le cui dottrine non lo appagarono, si ritirò nei boschi di Uruvelā, oggi Urel presso Gayā, sottoponendosi a digiuni e esercizi ascetici. Dopo sei anni di inutile martirio, durante i quali non raggiunse la sospirata chiaroveggenza, egli comprese l'inutilità dello sforzo e ritornò alla vita dell'asceta mendicante ed al cibo ottenuto in elemosina.
La concentrazione mentale, appresa dai maestri di Yoga, lo condusse infine alla meta, ed una notte, seduto sotto un albero di fico, conseguì la chiaroveggenza; scoperse le cause del dolore mondiale e la via che conduce alla liberazione dalla rinascita. Da quel momento fu il B., lo Svegliato, l'Illuminato. La di-

(da R. Le May, A concise history of Buddhist art in Siam. Cambridge 1941)
BuddHA - B. accecoglaio proveniente da Pienai. Tipo Khmer (sec. VI d. C.) - Bangkok, museo Nazionale.
vulgazione della sua dottrina incominciò con la predica di Benares, tenuta a cinque anacoreti, suoi primi discepoli e apostoli.
A Uruvelā converti, operando prodigi, mille eremiti brahmani, e da allora la comunità monastica fu in continuo aumento. Tornato a Kapilavatthu, ad istanza di Suddhodana, per visitare la famiglia, trovò fra i suoi parenti il più caro e fedele discepolo, Ānanda, e anche il Giuda della comunità buddhistica, Devadatta, fondatore di una setta più rigidamente ascetica. Nel quinto anno di apostolato del B., morì Suddhodana, e Mahāpajāpatī, rimasta vedova, chiese per sé e per altre gentildonne dei Sakya, fra cui Rāhulamātā, l'ammissione all'Ordine. A gran fatica e per intercessione di Ānanda, il B. s'indusse a fondare la comunità monastica femminile, a cui impose speciali regole.
Scarseggiano nei testi pāli le notizie degli ultimi ventiquattr'anni di vita dell'Illuminato, che devono esser passati in tranquilla uniformità. In compagnia dei monaci più autorevoli, egli passava da un villaggio all'altro divulgando i suoi insegnamenti, e interrompeva le peregrinazioni solo durante la stagione delle piogge, che passava in uno dei vihāra o rifugi, donati alla comunità da generosi benefattori. Ricca di particolari è invece la narrazione che riguarda gli ultimi tre mesi di vita dell'Illuminato, tramandata dal «Discorso sulla grande Estinzione" (Dīghanikāya, 16). Sulla via di Kuśināgara, il B. accettò l'invito dell'orefice o fabbro Gunda, che gli dette da mangiare carne di malale grassa secondo alcuni o, secondo altri, funghi. Il cibo indigesto fu causa della morte del B.
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In vista di Kutinãgara, egli giacque in un boschetto di sāl per non più rialzarsi, assistito da Ānanda. Per ordine dei Malla, signori della città, il cadavere fu cremato con gli onori dovuti a un dominatore mondiale, e sopra una parte delle sue ceneri, i Sakya eressero lo stäpa (tumulo con reliquie) trovato e aperto dal Peppé dopo quasi ventiquattro secoli.
Bols.: v. monsummo. Ferdinando Belloni Filippi
BUDDHISMO. - La parola è largamente comprensiva, e designa non solo la dottrina filosofico-religiosa predicata da Gotama Buddha, ma anche le varie forme ch'essa prese attraverso i secoli. Si parlerà qui soltanto di due di esse: l'antica, o Hinayāna, e la riformata, o Mahāyāna. I due termini, il primo dei quali si trova usato per la prima volta da Fa-hian (ca. 414 d. C.), sono ordinariamente interpretati «il piccolo veicolo e c «il grande veicolo». Concepita la dottrina come un veicolo che trasporta i suoi seguaci verso la santità e la liberazione dalla rinascita, il b. antico è chiamato piccolo, cioè inadeguato allo scopo, perché libera pochi seguaci, quelli soltanto che osservano la rigida disciplina monastica, mentre la religione riformata libera tutti i fedeli, monaci e laici.
I. Hinayāna. - Il Buddha ripudiò la fede nel Dio creatore e signore dell'universo, nella rivelazione e nell'efficacia del rito sacrificale, ma conservò la credenza brahmanica nella rinascita, secondo la quale la vita non finisce con la morte, ma continua (samsārati) in un'altra esistenza perché ognuno riceva il premio o la pena delle sue azioni, buone o cattive. La liberazione dal penoso avvicendarsi delle nascite e delle morti, si ottiene seguendo la via del nirvāna (estinzione), scoperta dal Buddha. La sostanza dell'originaria dottrina è nella predica di Benares, che qui si riferisce in succinto.
Il B. incomincia con il definire ignobili ed inutili tanto la dedizione ai piaceri, quanto la mortificazione della carne, due modi di vivere di cui egli aveva fatto l'esperienza; la via di mezzo fra questi due estremi, è quella che conduce al nirvāna. Enuncia quindi le quattro sacre verità: 1) Vivere è soffrire, e il dolore che si manifesta nelle forme precipue della nascita, della vecchiezza, della malattia e della morte, è inerente agli elementi costitutivi dell'esistenza empirica. 2) Il dolore nasce non solo dall'attaccamento alla vita e ai suoi piaceri, ma anche dal desiderio di sopravvivere alla morte o dalla convinzione che con la morte tutto finisce anche senza seguire la via del nirvāna. 3) Il dolore si distrugge estinguendo la sete di vivere. 4) La via che conduce alla liberazione dal dolore, si percorre osservando otto forme di rettitudine : retta fede, retta decisione, retta parola, retta azione, retta vita, retto sforzo, retto pensiero, retta concentrazione. Il primo requisito è la retta fede, l'ortodossia nelle credenze per evitare di cadere in eresie, specialmente riguardo alle caratteristiche di ogni essere (animale, uomo o Dio), che sono soggezione al dolore, transitorietà e inesistenza dell'anima come sostanza. All'anima sostanziale e permanente, il B. sostitui l'ininterrotta serie di stati di coscienza; non si deve quindi intendere il samuāra come trasmigrazione perché manca la sostanza capace di trasmigrare, ma come rinascita quando l'ultimo stato di coscienza del morente, trascinato dal harman, l'effetto delle azioni, verso un'altra nascita, si perpetua in un nuovo organismo psico-fisico, la vita che si spenge. Alla rettitudine delle idee, dev'essere associata quella del costume. A ciò provvede l'osservanza dei dieci divieti, i primi cinque dei quali obbligano anche i buddhisti laici. 1) Non uccidere (ahimnā). 2) Non prendere ciò che non è stato donato. 3) Non commettere adulterio. 4) Non mentire. 5) Non fare uso di bevande spiritose. Ai monaci, tenuti ad osservare la castità, è vietato anche il matrimonio. L'ascesa verso l'illuminazione, culmina nella concentrazione mentale (samädhi), che attraverso quattro gradi di contemplazione mistica (dhyāna), raggiunge uno stato di pace ineffa-
bile, che è superamento del dolore e della gioia. La pratica del dhyāna, per quanto ardua, è accessibile anche ai laici, ma non basta a raggiungere il nirvāna, che solo il monaco è in grado di conseguire quando, espiati i peccati e estinte le passioni, raggiunge, con la guida delle quattro sacre verità, il nirvāna in vita o "visibile ", equivalente alla santità. Questa precorre e prepara il nirvāna perfetto o parinirvāna, che il santo raggiunge in morte con la distruzione del corpo. L'essenza del parinirvāna è avvolta nel mistero; esso è bensì la liberazione dalla rinascita, ma non è possibile sapere se la cessazione del dolore inerente all'esistenza, implichi uno stato di effettiva beatitudine. La predica contiene l'affermazione che la sete di vivere è causa del dolore, ma non spiega la sua origine né come essa conduca alla rinascita. Troviamo la spiegazione nella formola, detta della «produzione condizionata» (prattiva-samutpäda), ch'è argomento di un intero gruppo di sutta, il ra*, del Sanyuttanihāya.
Questa è la sostanza dell'antica dottrina; la vita pratica della comunità monastica (sañgha) era regolata da un complesso di norme, che il canone pāli ci ha tramandato nel Vinayapitaka, la sezione disciplinare. La parte più antica è il Pātimahka, un «elenco dei peccati» che gli appartenenti all'Ordine devono evitare; è diviso in due parti, una che concerne i monaci ed una che riguarda le monache. I Khandahā o «sezioni» prescrivono le norme della vita monastica quotidiana, ma poiché le regole sono precedute da racconti che spiegano dove e in quale occasione esse furono dettate dal Buddha, i Khandahā sono anche una miniera di notizie, non tutte fantastiche.
II. Mahāyāna. - La nuova forma che il b. prese nell'India nord-occidentale all'inizio dell'era volgare, ebbe in Nāgārjuna (fine del sec. tt) l'apostolo più fervente, ma non il fondatore. Non conosciamo la storia del movimento che dette origine alla nuova dottrina, ma i concili sono sufficente prova dei dissensi, divenuti poi scismi, da cui fu travagliata la comunità dopo la morte del Buddha. I Mahāsānghika o «membri della comunità grande» furono fra i primi scismatici, e quelli tra essi che consideravano i buddha «esseri soprannaturali» (lokottāra), devono essere riguardati come gli antesignani del Mahāyāna. A loro viene attribuito il Mahāvastu che rispecchia un periodo di transizione dal Hinayāna al Mahāyāna perché espone la teoria delle dieci bhūmi o «gradi» di perfezione, attraverso i quali il seguace del Mahāyāna raggiunge la dignità di buddha. Secondo la nuova dottrina, ogni uomo è un bodhisattva, cioè «un essere (destinato) all'illuminazione», un buddha in potenza, che per ispirazione soprannaturale o per amore del prossimo, decide di praticare le virtù perfette (paranitā) e fa voto di diventare buddha. Il primo nemico da vincere è l'egoismo, perciò egli esercita la carità facendo parte ad altri non solo dei propri beni materiali, ma anche del merito derivante dalle sue buone azioni. Dice Sāntideva (sec. viI d. C.) nel Bodhicaryāvatāra, III, io: «La mia vita in tutte le mie rinascite, il merito da me acquistato, presente e futuro, con indifferenza io li sacrifico per la salvezza di tutte le creature». Ma un misero peccatore dove troverà la forza di attuare il sublime sacrificio? Nell'aiuto dei grandi bodhisattva che l'hanno preceduto nel cammino verso l'illuminazione, santi pietosi, i quali avrebbero potuto entrare nel nirvāna, come il Buddha storico, ma vi hanno rinunciato per poter sovvenire, restando nel mondo, ai bisogni spirituali e temporali dell'umanità sofferente. Dai mondi celesti ove risiedono, essi ascoltano ed esaudiscono le preghiere dei devoti. Il più invocato è Avalokiteśvara (v.) «il Signore della compassione» che secondo la buddhologia del Mahā-
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yāna è figlio spirituale del buddha Amitābha, "d'illimitato splendore", da lui procreato per emanazione perché diffonda la Buona legge nel mondo. Dopo Avalokiteśvara, si segnala per importanza Mañjuśrī, celebrato dal Gandavyūha (ca. sec. Iv d. C.) come il solo atto a promuovere la piena illuminazione. Altri bodhisattva sono Vajrapāni, "che ha un fulmine in mano", e Maitreya, "il benevolo", futuro Buddha umano; altri buddha: Vairoiana, "il fulgido" e Amoghasiddhi, "dal sicuro successo". Per dare un capostipite alla numerosa famiglia dei buddha e bodhisattva, creati dalla fantasia popolare, nacque nel Nepāl, dopo il sec. vir, la dottrina dell'Ādibuddha o Buddha primigenio, che avrebbe procreato, con la potenza della sua meditazione, cinque buddha spirituali, fra cui Amitābha, re di Sukhavatī «la (regione) beata». Da questi buddha sarebbero allo stesso modo emanati cinque bodhisattva, fra i quali Avalokiteśvara, e i bodhisattva avrebbero suscitato, per forza di magia, i buddha umani: Gautama, figlio di Avalokiteśvara, ed altri buddha mitici. L'oscura origine di questa dottrina, ha fatto pensare a una possibile derivazione dallo gnosticismo persiano.
Un valido aiuto alla lotta contro l'egoismo veniva offerto al mahāyānista dalla teoria del vuoto (sūnya), che appartiene alla filosofia Mädhyamika, fondata da Nāgārjuna. Il Buddha aveva negato l'esistenza di un lo metafisico, al quale aveva sostituito la personalità metabolica, formata da elementi psico-fisici in perenne trasformazione. Nāgārjuna andò più oltre negando l'esistenza anche degli elementi, che essendo tra loro in relazione di causa e di effetto non esistono in se stessi, sono privi di realtà sostanziale. La convinzione che l'Io non esiste, fonte dell'altruismo, è necessaria al bodhisattva quanto l'esercizio della carità. La riforma attuata dal Mahäyāna si compendia nelle innovazioni che seguono: pratica delle virtù perfette e però vita attiva nella società e nella famiglia; riversibilità del merito, in antitesi con la dottrina del karman personale e ir. riversibile; conoscenza intuitiva della dottrina del vuoto; culto dei grandi bodhisattva, largitori di grazie, e remissione dei peccati, come conseguenza della dottrina della grazia. Questa religione d'amore fu patrocinata e adottata dai re Kuṣāna, gli Sciti conquistatori del Kaśmir e del Panjab, alla corte dei quali vissero Aśvaghoṣa e Nāgārjuna (ca. II sec. d.C.), apostoli della nuova dottrina. Per la seconda volta il buddhismo fu religione di Stato, e l'immagine del Buddha comparve sulle monete di Kaniska. Verso la dottrina antica il Mahāyāna si mostrò conciliante ammettendo ch'essa era autentica, ma provvisoria. Gautama la rivelò nella forma adatta all'ottusità mentale dei suoi contemporanei, in preparazione del Mahāyāna. I seguaci del Hinayāna rimasero tuttavia fermi nel non riconoscere l'autenticità dei sūtra del Mahāyāna, che non costituiscono un vero e proprio canone, ma son nove opere di origine ed epoca diversa, alle quali conferisce apparente unità il costume titolo di * Sūtra di vasta mole" (Vaipulyasūtra). Il più importante è il "Loto della buona Legge" (saddharmapuṇdarīka, ca. 200 d.C.), che celebra il Buddha storico, chiamato l'asceta dei sākya, dio sopra gli altri dèi, il quale entrò apparentemente nel nirvāna, ma vive di vita eterna. Il cap. 24 è dedicato al grande bodhisattva Avalokiteśvara, dispensatore delle grazie temporali più varie.
L'ultima, degenere forma del Mahāyāna, fu il Tantrismo, nato dal misticismo della scuola Yogācara (sec. Iv d. C.); associato con le pratiche di magia dello Yoga sivaitico. La gnosi suprema è ancora quella del vuoto, ma i mezzi di conseguirla non sono soltanto l'ascesi e la meditazione, ma anche formole e riti magici, e artificioso eccitamento dei sensi. Questa forma di buddhismo attecchì nel Tibet (sec. viI d. C.) per una certa affinità che aveva con l'antica religione dei Bon.
III. B. cinese. - Il b. passò in Cina dall'India alI'inizio del sec. I. La notizia, secondo la quale l'impe-
ratore Ming (58-66) avrebbe mandato a cercare libri buddhistici nell'India centrale, indottovi da un sogno, è una pura leggenda. Ma pellegrinaggi in India, a scopo di studio, e raccolta di testi sacri, furono più tardi intrapresi da Fa-hsien (399-414), Hsüan-tsang (629-45) e I-tsing (671-95), di cui restano le relazioni dei viaggi. La nuova religione prosperò sotto la dinastia dei Han orientali (25-221), e nel sec. II era già in pieno sviluppo. Prevalse il Mahāyāna, pur essendo il monachismo modulato sulla disciplina hinayannica del canone pāli. Si osservavano i dieci comandamenti, le regole del Pätimokkha e specialmente le norme di vita prescritte ai discepoli del Buddha dal Brahmajālasutta (Fan-wang-king). La vita religiosa era conventuale, essendo ormai quasi scomparsi i monaci mendicanti. Solo a pochi conventi era concesso dall'imperatore il privilegio di conferire l'ordinazione monastica, che attraverso i gradi di śramanera e di arhat consentiva di raggiungere la dignità di bodhisattva. La predicazione del Sūtra e del Vinaya era una parte importante dell'attività dei monaci i quali erano anche traduttori e copisti. Ai testi sacri era attribuito il potere di allontanar le disgrazie, e però nell'età aurea del b. cinese i sūtra raggiunsero l'ingente numero di 2213 , secondo un catalogo del 518 d. C. Vigeva il culto dei buddha Sākya (Gautama) ed Amitābha e dei bodhisattva Maitreya e Avalokiteśvara o Kwan-yin, i quali godevano speciale venerazione. Un mistico indiano, Bodhidharma (in cinese: Ta-mo), sbarcato a Canton nel 520 ca., introdusse nei monasteri la pratica della contemplazione mistica (tch'an, dal scr. dhyāna) e fondò una delle più importanti scuole del b. cinese, nota sotto il nome di Tch'an.
Durante la dinastia Sung ( 960-1279 ) la rinascita del confucianesimo determinò una fiera persecuzione contro i buddhisti, e 260.000 religiosi, monaci e monache, furon costretti a riprendere la vita secolare. Il b. si rifugiò in società segrete laiche, ispirate a un sincretismo che fece loro adottare principi del taoismo e dello stesso confucianesimo. Ripristinata la tolleranza religiosa da Khubilai, fondatore della dinastia mongolica (1274), si formarono in Cina due comunità monastiche: quella dei Foisti o buddhisti (l'o è la traduzione cinese di Buddha) e quella dei [b] Lama nelle province a confine col Tibet e con la Mongolia. I Foisti non hanno gerarchia; ogni monastero fa parte per se stesso. I [b] Lama appartengono invece a una organizzazione ordinata gerarchicamente.
IV. B. ciatronozz. - Il Giappone conobbe il b. sotto la forma del Mahāyāna, nel 552 d. C. Giunsero in quell'anno alla corte imperiale giapponese, attraverso la Corea, sūtra e immagini del Buddha, insieme con la notizia che tutti i paesi fra l'India e la Corea, avevano accettato la nuova religione. A corte i pareri riguardo all'adozione del b., rimasero per lungo tempo discordi; soltanto nel 593 il principe Umayado, reggente dell'imperatrice Suikō, promulgò la prima costituzione, in cui la fede nelle « tre gemme (il Buddha, la Dottrina, la Comunità) e era proclamata il fondamento della vita virtuosa. Egli fece costruire templi e seminari buddhisti, ospedali e ricoveri, e già nel 624 il b. aveva nel Giappone 46 templi, 816 monaci o bonsi, e 569 monache. La rivalità con lo shintoismo, la religione nazionale, anteriore al b., fu eliminata per opera del bonzo Gyōki (m. 822) con il riconoscimento che la dea ancestrale Amaterasu era una manifestazione del buddha Vairoćana, l'universo personificato, il quale aveva una statua di bronzo, alta più di quindici metri, nel tempio di Nara. Da allora sino
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alla fine del regime Tokugawa (1868), l'importanza del Mahāyāna giapponese andò sempre crescendo. Nel 1925 i templi e monasteri delle varie sette buddhiste erano 71.114, i religiosi 185.000 e i fedeli 47 milioni, secondo i dati del «Congresso buddhistico dell'Asia orientale». Le scissioni nella Comunità, iniziate nel sec. viI da bonzi riformatori, aumentarono nei secoli successivi, fino a raggiungere il numero di cinquantotto. Una delle più importanti è la setta Zen (dal scr. dhyāna, meditazione) che trascurando le questioni dommatiche e rituali, insegna a raggiungere l'illuminazione per mezzo della concentrazione mentale. Questa setta (sec. xili), oggi prevalentemente monastica, ebbe il maggior numero di seguaci nella classe militare.
La restaurazione imperiale del 1868 rimise in onore lo shintoismo come religione di Stato, separandolo dal b., con il quale era stato associato da Gyōki. Il b. subl persecuzioni; i templi furono devastati, le immagini distrutte e i bonzi consigliati a secolarizzarsi. Solo nel 1872 essi furono parificati ai sacerdoti delle skinō e ufficialmente riconosciuti come kyōdōshoku, maestri di morale.
BibL.: Sul Buddha: E. Senart, Estai sur la légende du Buddha, 2^{°} ed., Parigi 1882; R. Pischel, Vita e dottrina del Buddha, trad. ital.; H. Oldenberg, Buddha, sein Leben, seine Lehre, seine Gemeinde, 3^{°} ed., Stoccarda e Berlino 1906.
Sul Hines bus: H. C. Warren, Buddhism in translations, Cambridge Mass. 1909; T. W. Rhys Davids, L'India buddhistica, trad. ital., Firenze 1925; F. Belloni-Filippi, La dottrina di Gotama Buddha, Lencione 1927; L. Siodi, Gotama Buddha, Bologna 1934; T. W. Rhys Davids, Buddhism, its History and Literature, Noora York-Londra 1896; M. Winternitz, Geschichte der haitschen Literatur, II, Lipsia 1920; A. Ballini, Le religioni dell'India, in P. Tacchi Venturi, Storia delle Religioni, I, 3^{°} ed., Torino 1944, pp. 473-510.
Sul Mahāyāna: D. T. Suzuki, Outlines of Mahayana Buddhism, Londra 1907; L. de la Vallée Poussin, Bouddhisme, opinions sur l'histoire de la Dogmatique, Parigi 1909; id., Mahdydud, in Euc. of rel. and Eth., VIII (1915), pp. 330-36; T. W. Rhys Davids, Sects Buddhist, ibid., XI (1920), pp. 307-309; Sāntideva, In cammino verso la luce (trad. ital. G. Tucci), Torino 1925.
Diffusione del b.: J. J. M. de Groot, Le code du Mahayana en Chine, Amsterdam 1893; E. Lamairesse, Le Bouddhisme en Chine et au Thibei, Parigi 1893; H. Hackmann, Der Buddhismus in China, Korea u. Japan, Tubinga 1905; L. Wieger, Bouddhisme Chinois, 2 voll., Hokienfou 1910-13; R. Fujishma, Le Bouddhisme japonais, Parigi 1889; A. Lloyd, The Creed of half Japan, historical shetches of Japanese Buddhism, Londra 1911; M. Anesaki, History of Japanese Religion, ivi 1930; D. T. Suzuki, Essays in Zen Buddhism, 2 voll., ivi 1927-33.
Ferdinando Belloni Filippi
V. B. e cristianesimo. - Riguardo alle relazioni tra b. e cristianesimo, il quale ultimo avrebbe, secondo alcuni, derivato dal primo parte della sua dottrina e delle sue pratiche, e quasi anche la figura e la storia di Gesù Cristo, basterà richiamare i punti seguenti di irriducibile contrasto fra l'uno e l'altro :
1) Quanto al concetto e alla esistenza di un Dio personale : il b. primitivo non ammette né divinità, né culto, né dipendenza dell'uomo, come creatura, da un Essere supremo, come creatore. E anche quando l'ulteriore sviluppo della dottrina buddhista ammise e moltiplicò gli dèi, questi non erano che persone umane, diventate tali. Il cristianesimo, invece, mette a fondamento della vita e delle azioni umane la fede inconcussa in un Dio unico, eterno, personale, creatore del mondo, provvido e paterno verso tutte le sue creature; non vede il mondo come una catena di intrecci sottoposti a una legge fatale, ma come un'opera, sapientemente architettata, che muove verso il fine prefisso dal Creatore; 2) quanto alla persona umana: secondo il b. «l'io» non è una realtà costante, che consiste di un corpo unito ad una anima spirituale, immortale ed indipendente; ma è solo una connessione di elementi che la morte disgiunge e che per l'inclinazione a riunirsi concorrono a formare altri esseri viventi, razionali o irrazionali, secondo la legge del karman, fino a che un giorno tutto si discioglie nel nirvāpa. Nel cri-
stianesimo, invece, l'uomo, elevato dalla grazia all'ordine soprannaturale e diventato figlio di Dio, sa "che i suoi elementi transitori si incardinano in una sostanza spirituale permanente, in relazione, anche su questa terra, col regno celeste; sa pure che le sue azioni hanno un'importanza decisiva per il suo futuro stato, dove un giorno raccoglierà quello che avrà seminato e dove la sua conoscenza contingente, misero ed incerto barlume, sboccherà nella visione beatifica ed eterna - (G. Messina, p. 333); 3) quanto al valore della vita e al suo problema fondamentale, il dolore : per il b. tutto s'incentra nel fatto sperimentale comune, che è il dolore ("tutto è dolore, nascita, malattia, morte, ecc. -); ne spiega l'origine con la sete che spinge gli elementi costituenti "l'io" a passare da una rinascita all'altra senza mai trovare in nessuna la gioia piena; donde la necessità di distruggere questa sete, mediante il totale annientamento di ogni desiderio. Il cristianesimo, al contrario, riconosce, si, l'esistenza del dolore; ma ne indica l'origine non solo nel fatto che il mondo è limitato e transitorio, ma anche e soprattutto nel fatto di una solpa originale che ha causato pure il dolore fisico e privato l'uomo dei beni che gli erano stati elargiti. Però, a togliere il dolore esso non consiglia di schiantare la vita e annientarla fin nelle più intime radici, ma di rinvigorire la volontà, di trasformare le sofferenze in altrettanti colpi d'ala per salire alla perfezione e alla imitazione più stretta dell'esempio del suo Fondatore. Tanto più che in questo l'uomo può contare sull'intervento della grazia e dell'aiuto divino, che accrescono l'efficacia del suo sforzo; 4) che nel b. e nel cristianesimo ci sia la vita monastica, non importa derivazione del secondo dal primo. In tutti i tempi e in tutti i popoli vi furono persone isolate o gruppi, che vollero ubbidire all'ispirazione di perfezione maggiore, staccandosi da tutto e da tutti. Del resto storicamente conosciamo tanto bene le origini del monachismo cristiano, da poter dire che esso non deriva affatto da quello buddhista; 5) alcuni fatti della vita di Gesù offrono analogie con fatti della vita del Buddha. Ma qui occorre prima di tutto dimostrare che si tratti di vere analogie tra i diversi fatti, fondate non soltanto nella pura considerazione del fatto in sé ma anche delle circostanze tutte che li accompagnarono. Allora se ne vedrà la differenza fondamentale (ad es. nella concezione verginale di Gesù e in quella del Buddha, nella loro nascita, nell'episodio delle tentazioni, ecc.). Inoltre si deve notare che, mentre non consta affatto la presenza di tradizioni buddhiste nella Palestina al tempo di Gesù, pare invece che il cristianesimo penetrasse per tempo nell'India anteriore (v. indiA), dove l'influsso cristiano può avere provocato una rielaborazione di antichi racconti buddhistici; 6) resta il punto di maggior rassomiglianza, l'amore, la benevolenza verso gli altri, animali e piante compresi. Chi però osserva come l'amore nel b. non giunge fino ad amare il nemico, ma si contenta di non odiarlo, e come anche il sentimento di bontà amichevole e misericordiosa resta mortificato dall'idea che ogni attacco del cuore allontana dalla liberazione dal dolore, comprende come questo amore nel tempo stesso che si dà, si ritrae; non ha impeto né slancio, si ripiega su di sé; mentre il motivo profondo dell'amore nel cristianesimo, oltre a giungere fino al nemico, riposa nel concerto superiore della figliolanza di tutti rispetto a Dio, nell'esempio dell'amore incommensurabile di Gesù Cristo.
Bibl.: C. F. Aiken, Die Dhamma of Gotama the Budda and the Gospel of Jesus the Christ, Boston 1900; J. Dahlmann, Indische Fahrten, II, Friburgo in Br. 1908, pp. 12-29, 134 sgg., 134 sgg.; L. de la Vallée Poussin, Le Bouddhisme et l'Apologhique, in Revue apologhique, 7 (1908), 117-23; id., Inde, in DFC, II, coll. 676-702; J. B. Aufbaüser, Budda und Testa in ihren Paralleltesten, Bonn 1926; G. Messina, Il Buddhismo nella sua dottrina, in La Civ. Catt., 1934, II, p. 253 sgg.; id., Pensiero buddhista e pensiero cristiano, ibid., 1934, in, p. 347 sgg.; F. Tarmans d'Espernon, Les paradoxes du bouddhisme, Le vanio 1948.
Celestino Testore
BUDE, Guillaume. - Erudito francese, n. a Parigi il 26 genn. 1468 e m. ivi il 22 ag. 1540 , considerato il primo umanista di Francia. Dopo aver seguito gli
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studi giuridici a Parigi e ad Orléans, con scarso profitto, i contatti col greco Hermonymos e col Lascaris gli dischiusero una più ampia sfera di interessi culturali, e si dedicò con amore alla classicità, soprattutto greca. Ebbe vari incarichi dalla corte (segretario di Luigi XII, ambasciatore e Roma per l'incoronazione del papa Giulio II e presso il pontefice Leone X, compagno di viaggi di Francesco I, ecc.) e fu in relazione con gli studiosi più illustri del tempo (oltre il Lascaris, T. Moro, Erasmo da Rotterdam, P. Bembo, N. Berauld, G. Sadoleto, il Rabelais, etc...). Nel 1530 ottenne da Francesco I la fondazione del «Collegium trilingue" (ebraico, greco e latino), divenuto poi il Collège de France; fondò pure la Biblioteca di Fontainebleau, che, trasportata in seguito a Parigi, costituì poi il primo nucleo della Biblioteca nazionale. Al suo nome si intitola oggi l'Association G. B., sotto i cui auspici viene pubblicata, tra l'altro, una delle più ricche e pregevoli raccolte di testi greci e latini, nota, dal nome della casa editrice, come «collana Les Belles Lettres».
Pubblicò tra il 1502 e il 1505 la traduzione latina di parecchi trattati di Plutarco, autore che gli umanisti predilessero. Al 1508 risalgono le sue Adnotationes in XXIV libros Pandectarum, uscite a Parigi in un grosso volume in-fol., che, introducendo per la prima volta considerazioni storiche e filologiche nello studio del diritto romano, aprono nuove vie a questo genere di indagini e precarrono in certo modo il Cuiacio. Sei anni dopo il B. inaugurò gli studi di metrologia, con i fondamentali Libri V de Asse et partibus eius (in-fol., Parigi 1514; editi nuovamente, in veste assai migliorata, a Venezia nel 1522; traduzione italiana del Gualandi, Firenze 1562; un riassunto, curato dal B. stesso su richiesta di Francesco I, fu edito a Parigi nel 1522 col titolo Summaire ou Epitome du livre de Asse). Dopo un trattato filosofico-morale, in cui l'autore rivela uno spirito religioso basato sul sentimento, più che sulla speculazione teologica (De contemptu rerum fortuitarum libri tres, Parigi 1521-26), il B. si rivela ancora umanista ed ellenista tra i migliori con il De studio litterarum recte et commode instituendo (ivi 1527), con i Commentarii linguae grecae (in-fol., ivi 1529; 2* ed. migliorata, uscita postuma, ivi 1548 ), ricchissima raccolta di lessicografia, a cui hanno largamente attinto tutti gli autori di lessici greci venuti dopo di lui; con il De philologia (ivi 1530), interessante trattato in forma di dialogo (un capitolo fu tradotto in francese da L. Le Roy, per incarico di Carlo IX, nel 1572, e pubblicato a Parigi nel 1861, col titolo Traité de la sciurrie). La passione del filologo e l'ardore del cristiano gli dettarono le pagine del De transitu Hellenismi ad Christianismum libri tres (Parigi 1534), dove il B. espone il principio che la cultura pagana non esclude né soffoca la fede, cui anzi l'uomo giunge elevandosi da quella. Di lui ci rimane pure una raccolta di Epistolae (ivi 1520-31), che comprende però solo una piccola parte ( 160 lettere) del suo copioso carteggio e uno scritto postumo, De l'institution du prince (in-fol., ivi 1547), che è un raffazzonamento del suo Recueil d'apophisgmes, offerto a Francesco I, manoscritto nella biblioteca dell'Arsenale di Parigi (ms. 5103). L'Opera omnia è stata pubblicata in 4 grossi volumi in-fol. a Basilea nel 1557 .
L'atteggiamento conciliante dimostrato verso la Riforma, la circostanza ch'egli rifiutò nel testamento qualsiasi onoranza funebre, il passaggio della vedova, Roberta Le Lyyur, al credo luterano nove anni dopo la sua scomparsa, hanno fatto pensare ad una adesione del B. al protestantesimo negli ultimi anni della sua vita (E. Haag gli dedica una voce nel dizionario dei protestanti francesi, La France protestante, III, Parigi 1852, p. 74 sgg.). Ma, tranne la riprovazione dei costumi corrotti del clero, non si hanno altri elementi per avvalorare questa ipotesi, confutata del resto nella biografia che ne tracciò un suo discendente (E. de
Budé, Vie de G. B., fondateur du Collège de France, Parigi 1884).
BibL.: R. Samuel, s. v. in La grande Encyclopédie, VIII, Parigi s. d., p. 328 (l'articolo è corredato da una rissa bibliografia, fino alla fine del secolo scorso); E. Egger, L'hellénisme en France, ivi 1896; L. Delaruelle, G. B., ivi 1907; id., Etudes sur l'humanisme français: G. B., ivi 1907; id., Ce que Rabelais doit à Erasme et à B., in Revue d'hist, littér, de la France, 11 (1910), pp. 220-62; J. Plattard, G. B. et les origines de l'humanisme français, Parigi 1923; G. Schutires, Katholische Kirche und Kultur in der Barockzeit, Bonn 1936, pp. 161-68; A. Roersch, s. v. in DHG, X. coll. 1040-41. - Per l'epistolario cf. L. Delaruelle, Répertoire analytique et chronologique de la correspondance de G. B., Parigi 1907.
Alessandro Pratesi
BUDÉJOVICE (Budweis), DIOCESI di. - Città della Cecoslovacchia, la più importante della Boemia meridionale, fondata nella seconda metà del sec. xir per volere del re di Boemia Přemysl Ottocaro II. Durante le lotte religiose originate dalla predicazione e dall'azione di Giovanni Hus, B. rimase interamente cattolica, e tra le sue mura trovarono sicuro asilo moltissimi sacerdoti e religiosi cattolici perseguitati. Allorquando il re Giorgio di Podiebrady prese con le armi la difesa del movimento che tendeva a staccare la Boemia dalla Chiesa di Roma, B. strinse alleanza con la nobiltà boema, contro il re luasita. Il 27 nov. 1785 è stata eretta in diocesi, suffraganea dell'arcivescovato di Praga.
Comprende entro la sua giurisdizione, su 830.000 ab., 730.000 fedeli, ripartiti in 430 parrocchie, con 430 sacerdoti diocesani e 38 regolari (1948). Tra i suoi monumenti sono degni di menzione la Cattedrale cattolica, con una caratteristica torre in pietra nera; la chiesa di S. Marco, costruita nel sec. xiri, l'abbazia cistercense di Vylši Brod (Hohenfurt) fondata nel 1259, ed il convento dei Domenicani.
BibL.: J. Branis, Soupis pamétek historických a uméleckých Praga 1900; K. Kopi, Urkundenbuch der Stadt Budweis in Böhmen, Praga 1901; J. Ostrowski, s. v. in DHG, X, coll. 1041-43. Mariano Baffi
BUDGE, sir ERnest Alfred Wallis. - Orientalista inglese, n. a Bodmin (Cornwall) il 27 luglio 1857; m. il 23 nov. 1934. Dal 1893 al 1924 fu conservatore del reparto delle antichità egiziane ed assire nel British Museum. Diresse importanti scavi a Assuan, Gebel Barkal, Ninive e in Mesopotamia.
Pubblicò molte opere di egittologia, tra cui History of Egypt ( 8 voll., Londra 1902); Book of the Dead (3 voll., ivi 1898 ; ivi 1903); The Gods of the Egyptians ( 2 voll., ivi 1904); Egyptian Heaven and Hell, Osiris and the Hell (ivi 1905); Osiris, and the egyptian Resurrection (2 voll., ivi 1911); The Mummy (Edimburgo 1925); From fetish to God in ancient Egypt (Oxford 1934).
Importanti sono le sue edizioni di testi (copti, siriaci, etiopici) dell'Oriente cristiano : Salomon of Boera, The book of the Bee (Oxford 1886); Thomas of Marga, The book of governors, the Historia monastica (2 voll., Londra 1893); Philoxenus of Mabbligh, Discourses (2 voll., ivi 1894); Theodosius of Ales., Severus of Antioch and Eustatius of Trahe. S. Michael theArchangel (ivi 1894); Barhebraeus, Thelaughable Stories (ivi 1897); Contendings of the Apostles (2 voll., ivi 18991911); The earliest knowan Coptic Psalter (ivi 1898); The History of the Blessed Virgin Mary and the History of the Likeness of Christ (2 voll., ivi 1899); The Miracles of the Blessed Virgin Mary etc. (ivi 1900); The Book of Paradise, being the histories and sayings of the monks and ascetics in the egyptian Desert (2 voll., ivi 1904); Coptic Biblical Texts in the dialect of Upper Egypt (ivi 1912); The Coptic Apocrypha (ivi 1913); Coptic Martyridom (ivi 1914); Coptic Miscellaneous Texts (ivi 1915); Coptic Homilies (ivi 1916); Mashafa Senkesar, The Book of the Saints of the Ethiopian Church (4 voll., ivi 1928); A History of Ethiopia, Nubia and Abyssinia (2 voll., ivi 1928); Monks of Kublai Khan, Emperor of China (ivi 1928); The Alexander Book in Etiopia (ivi 1933); George of Ladda (ivi 1930); Chronography of Gregory Abul' Parag (2 voll., ivi 1932); Barhebraeus, Chronicle of Dynasties (2
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voll., ivi 1932); One hundred and ten miracles of Our Lady Mary (Oxford 1933); Stories of the holy Fathers of the De-
terts (ivi 1934). Erik Peterson
BUDKIEWICZ, Konstantin. - Sacerdote, n. nel 1867 in Livonia, m. il 30 marzo 1923 a Pietroburgo. Studiò al seminario metropolitano di Mohilev ed all'Accademia Ecclesiastica di Pietroburgo. Insegnò poi a Vitebsk e fu parroco, decano e vicario generale presso la chiesa di S. Caterina a Pietroburgo. Accusato dai bolscevichi, insieme con l'arcivescovo Cieplak(v.) ed ad altri quattordici sacerdoti, di non aver fatto registrare e di non aver consegnato il tesoro della chiesa, fu condannato a morte e fucilato il Venerdì Santo del 1923.
Biol.: J. Schweigl, s. v. in LThK, II, col. 620
Silvio Furlani
BUDNAEUS (Budny), Simone. - Eretico polacco, n. nella prima metà del sec. xvi nel ducato di Mazovia (secondo Krasinki nel granducato di Lituania), m. dopo il 1584 . Da principio aderì alle dottrine calviniste e godette di una cappellania presso il principe Nicola Radziwill a Klock. Avendo professato la dottrina antitrinitaria più esagerata, che cioè Gesù Cristo era nato come tutti gli altri uomini, che non era Dio né assunto alla Divinità, come insegnavano i sociniani, e che quindi non gli era dovuto alcun culto, fu condannato nel sinodo calvinista di Luclavice ( 1582 ) e più tardi, nel 1584 , fu scomunicato pubblicamente. Alcuni credettero che si fosse fatto giudeo, ma non pare certo, perché si narra di lui che chiedesse la riammissione tra i riformati. Il Bock però crede che egli abbia fatto questo perché non trovò altra maniera di godere di nuovo della prebenda che gli era stata tolta dalla scomunica. Il B. tradusse in polacco la Bibbia (Zaslav 1572), scrisse in lingua lituana un opuscolo sulla giustificazione dal peccatore (Nieswicz 1562) e una breve dissertazione sull'argomento: che Cristo non è Dio (1574).
Biol.: R. Wallace, Antitrinitarian Biography, II, Londra 1850, pp. 240-44; Anon., The Denominational Reason Why, ivi 1890 . Camillo Crivelli
BUEA, vicabato apostolicO di. - Già prefettura (dal 1923) e dal 1939 vicariato apostolico, questa missione comprende tutto e solo il Camerun sotto mandato britannico. Vi lavorano i padri della Società di S. Giuseppe di Mill Hill. Nel 1936 le prime clarisse inglesi aprirono un chiostro nella missione.
Attualmente vi sono 55 padri e 16 suore (terziarie francescane di Bressanone) e suore missionarie di S. Giuseppe. La superfice della missione è di 81.600 kmq . con una popolazione di 415.000 ab., nella grande maggioranza pagani. L'ultimo resoconto del 1947, registra 44.392 cattolici e 7076 catecumeni (i protestanti sono 30-35.000. Nelle 103 scuole elementari si educano 7097 ragazzi e 1103 ragazze, nell'unica scuola media vi sono 130 alunni. Le stazioni primarie sono 18 e le secondarie 295 . Vi sono due ospedali con 50 letti, due orfanotrof con 44 bambini e vari dispensari.
Biol.: GM, p. 241; MC, pp. 36-37; Archivio di Prop. Fide, Prospectus status missionis, posiz. n. prot. 4326/47. Giovanni B. Tragella
BUENOS AIRES, ARCIDIOCESI di. - Capitale dell'Argentina, B. A. fu fondata nel 1536 da Pietro de Mendoza e riedificata nel 1580 da Giovanni di Garay dopo la sua completa distruzione causata dagli Indiani. Il suo sviluppo religioso fu lento, cosi che soltanto nel 1620 (e non nel 1582, come hanno creduto alcuni scrittori) ebbe la dignità vescovile in virtù di una bolla del papa Paolo V, che dismembrava il suo territorio dalla sede paraguayana La Asunción, conservandole il titolo della S.ma Trinità, che aveva la stessa città. Non fu dunque B. A. il primo vescovato della
moderna Argentina, perché esisteva già dal 1570 la diocesi di Tucumán, il cui vescovo risiedeva prima a Santiago del Estero e dal 1699 a Cordova. Le due sedi dipendevano dalla metropolitana La Plata o Las Charcas, chiamata poi Sucre, nell'attuale Bolivia.
Il primo vescovo di B. A. fu il carmelitano Pietro Carranza, che governò la diocesi fino al 1655 , al quale succedettero eminenti prelati, non però interrottamente, giacché parecchie lacune vediamo nella serie dei vescovi di quella sede, principalmente durante la Rivoluzione Francese e la crisi separatista delle province di La Plata nella prima metà del secolo scorso. Nel diploma pontificio di erezione del 6 apr. 1620 si legge "La città della S.ma Trinità del Puerto de Buenos Aires nelle Indie Occidentali è situata nella provincia del Rio de La Plata e ha la chiesa cattedrale sotto l'invocazione di s. Martino; tuttavia non possiede la dignità, canonicati, prebende e altri benefici necessari per una cattedrale, ma saranno questi istituiti dall'attuale vescovo previa dotazione del re cattolico". Crescendo l'importanza della città di B. A. per lo sviluppo commerciale del porto ed essendo dal 1776 al 1810 capitale del vicereame de La Plata, la diocesi assurse per importanza al primo posto fra tutte quelle bagnate dai fiumi Uruguay, Paraná e Saludo. Emancipate le province di La Plata dalla Spagna, con la quale ebbero dura guerra dal 1810, sostenuta principalmente dal governo di B. A., si pensò di elevare quella sede a metropoli, ma si dovette aspettare fino al 1865 , a causa dell'opposizione della Spagna al riconoscimento della nuova situazione di quelle diocesi, e poi delle discordie civili e militari che impedivano l'assestamento interno della nazione. Per questi motivi le sedi vescovili della nazione rimasero per molti anni prive di vescovi. Da quell'anno ( 1865 ) fino al nostro tempo B. A. fu l'unico arcivescovato argentino ed ebbe come sedi suffraganee l'antica sede di Cordova del Tucumán e la nuova di Salta, eretta nel 1806, alle quali si aggiunsero quelle di S. Giovanni del Cuyo nel 1834 e di Paraná nel 1854, e alla fine del secolo, cioè nel 1897 , le altre tre di La Plata, Santiago del Estero e la nuova del Tucumán, dismembrata da Salta. Crescendo poi enormemente la popolazione argentina a causa dell'immigrazione europea, Pio X nel 1910 diede a B. A. due altre suffraganee, Catamarca e Corrientes. Tuttavia il territorio metropolitano di B.A. rimaneva ancora enormemente esteso, abbracciando oltre il distretto della capitale federale, l'Isola di Martin García, e le province di Rio Negro, Chubut, Santa Cruz e Tierra del Fuego. Finalmente nel 1934, con l'erezione di altre dieci diocesi e la elevazione di sei già esistenti a metropoli, la metropoli di B. A. perdette tutte le suffraganee antiche ricevendone soltanto tre delle nuove, cioè Mercedes e Azul S. Nicolás. Nel suo territorio ancora vasto vi è una splendida vita religiosa, come dimostrò il grande Congresso Eucaristico Internaz. del 1934 e come si vede nelle numerose istituzioni di cultura e carità. Conta al presente ( 1948 ) 115 parrocchie, con 340 sacerdoti diocesani e 548 regolari. Gli abitanti sono 3.050 .000 , dei quali 3.000 .000 cattolici. Vedi Tuv. XIII.
Biol.: F. J. Hernáez, Colección de bulas, breves y otros documentos relativos a la iglesia de América y Filipinas. Brucalles 1879; Guia eclesiástica del Arcobispado de B. A., Buenos Aires 1907; A. Piaggio, Influencia del clero en la independencia argentina. Barcellona 1912. Giuseppe M. Pou y Martí
BUET, Charles. - Giornalicta e letterato francese, n. a Chambéry l'11 ott. 1846 e m. a Parigi il 23 nov. 1897. Fervente e battagliero cattolico, scrisse e lotrò sempre per le sue convinzioni religiose e per la difesa della Chiesa.
E autore fecondo di romanzi d'ambiente e storici, alcuni dei quali ispirati alle guerre di religione, di novelle, di opere storiche, di cui non poche sono vivace difesa e apologia della Chiesa (La Papesse Jeanne, La Dime, L'amiral de Coligny et les guerres de religion auXVIe siècle exc.). A questa intensa produzione vanno aggiunti il pregevole dramma Le Prêtre (1881), di cui si fece una edizione speciale per collegi e circoli cattolici, opuscoli politici di orientamento monarchico, studi letterari e molti articoli in-
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neggianti al cattolicesimo, talvolta pubblicati con pseudonimi nell'Echo de l'Ardèche che combattivamente dirigeva.
BUFFALMACCO, Buonamico: v. buonamico di Cristofano.
BUFFALO, diocesi di. - Nello Stato di Nuova York, di cui è diocesi suffraganea. Separata il 23 apr. 1847 da questa diocesi, dalla quale ebbe circa un terzo del territorio, B. divenne suffraganea di Nuova York nel 1850. Fu amembrata una prima volta nel 1868 per formare la diocesi di Rochester, e di nuovo nel 1896 per cedere alla medesima altre quattro contee; presentemente ha per territorio le contee di Erie, Niagara, Genesee, Orleans, Chautauqua, Wyoming, Cattaraugus e Allegany con una superfice di ca. 19.037 kmq . Il cattolicesimo fu introdotto presso gli Indiani della regione nel sec. xvir per opera dei Gesuiti e dei Francescani del Canadà, ma la colonizzazione per mezzo dei bianchi cattolici non cominciò che al principio del sec. xix allorché gli immigrati alsaziani costruirono la prima chiesa cattolica a B. nel 183 I .
Statistiche: 635.204 cattolici su ca. 1.298 .035 ab., 241 parrocchie, con 3