iorgio di Sofia (sec. iv) ma più semplicemente da quella detta la basilica rossa di Perustiza (sec. viI), a pianta centrale con cupola, due absidi semicircolari contrapposte e doppio nartece.
Assai caratteristico appare il tipo basilicale del gruppo di Mesembria a tre navate e cinque absidi; l'esemplare più appariscente delle quali è quello della basilica del mare. Nettamente ellenistica nel suo insieme, questa basilica per le sue forme architettoniche, e più specialmente per la particolarità delle sue absidi, ha esercitato un grande influsso sulle costruzioni basilicali posteriori, dopo la stabilizzazione dei Bulgari nella penisola balcanica.
A Tropeos si trova la forma basilicale siriaca, con le sue caratteristiche due torri sulla facciata, che a Bélovo sono trasformate in due vistose cupole. Ambedue sono del sec. vi.
Il tipo ravennate di basilica ad abside circolare all'interno e poligonale all'esterno, con finestre sui diversi lati del poligono, si riscontra a S. Sofia di Sofia (sec. vi), dove però le finestre sono a due ordini sovrapposti l'uno all'altro.
Altre caratteristiche della basilica paleocristiana in B. sono le porte dell'abside, come a Hissar e a Mesembria, ed anche le arcate sporgenti sulla facciata e sui diversi lati, come a Piriné Tepé e un po' devunque.
Bist., C. Gurliit, Alte Bauten in Bulgarien, I, Berlino 1914; V. Ivabova, Stari cdrhvi i monasteri v bălgarshita zemi [Antiche chiesa e monasteri in terra bulgara] (IV-XII veb), in Godišnik na narodnija nucerjea 1922-23 god. [Annuario mus. nss., 1922-23], Sofia 1926; B. Filov, Starobălgarshata cdrhovna architektura [Architettura ecclesiastica veterobulgara], in Spizanie na bălgarshata akademia na nauhite, 43 (1930, xxI); N. Marradinov, L'église à nef unique et l'église cruciforme bulgare jusqu'à la fin du XIV e siècle, Sofia 1939.
Giuseppe Gsgov
V. Arte. - Le recentiscopertehanno mostrato nella regione una fiorente civiltà preistorica in rapporto con l'Asia Minore e con l'Egeo, testimoniata dai tumuli, spesso a camera per influenza ellenica, da idoli di tipo cicladico, da dolmen, da disegni rupestri antropomorfi (Backo Rivo) e da ceramiche. L'iconografia di divinità indigene mostra elementi traci, che permangono fino all'età romana; anche il tipo del cavaliere venne rappresentato secondo i modi dell'arte greca. Con il sec. vi a. C. l'influsso greco si fece maggiormente sempre (tumuli dei dinasti traci di Duvanlij) e continuò anche in età romana con predilezione per il tipo prassitelico, specie sulle coste del Mar Nero. Con la penetrazione romana sorsero nuove città quali Oescus e Nicopolis i cui avanzi mostrano ancora i segni dell'antico splendore, mentre il perturbamento prodotto dal susseguente decadere della potenza romana è chiaramente rivelato dai monumenti dei secc. III
e iv, specie le stele, che s'allontanano sempre più dal gusto classico.
I più antichi monumenti protobulgari (sec. v) sono i campi trincerati di Sumen, Aboba, Preslav e Pliska che i Bulgari appresero a costruire dai Cinesi, alcuni resti di palazzi (Madara) che mostrano l'origine sassanide specie nelle divisioni interne, numerose ceramiche e statuette funerarie di legno e di pietra quali si ritrovano tuttora presso i Ciuvasci, i Jakuti ed i Kirkisi, il Cavaliere di Madara alto ventitré metri scolpito su di una roccia e qual vasellame d'oro finemente lavorato che va sotto il nome di "tesoro di Attila (museo di Vienna). Sotto lo zar Simeone (893-927), Preslav divenne una bellissima città specie per le grandi basiliche e nel «Tempio d'oro», che era decorato all'interno con musaici a piastrelle di terracotta invetriata con una difficile tecnica di imitazione assira e di palese influsso bizantino. Dopo un periodo di decadenza dovuto alle condizioni politiche, l'arte cominciò a rifiorire al tempo del re valacco Kalogan incoronato nel 1204: al posto delle grandi costruzionibasilicali sorsero chiese ad una sola navata con o senza cupola, o cruciformi con cupola di influenza bizantina e specialmente a due piani (Ivan Asen, Boyana, monastero di Bačkovo) di cui l'inferiore serviva da sepolcro; fino a tutto il sec. xiv si coltivò in modo notevole la pittura murale religiosa (affreschi del 1259 di Bojana); anche le miniature, se spesso si compiacquero di un ingenuo realismo di sapore popolare (Vangelo di Pop Dobrejko del sec. xII, bibl. Naz. di Sofia), ricalcarono i modelli bizantini (Salterio di Mosca del sec. xiv; traduzione bulgara di Manasse del 1345, bibl. Vatic.; Vangelo dello zar Ivan Alexander del 1356, British Museum).
Con l'occupazione turca (1393-1877) ed il conseguente isolamento l'architettura tanto civile quanto religiosa decadde, sfruttando fino al più esasperante convenzionalismo le forme dell'arte monastica di Monte Athos e soltanto nella pittura vi fu un influsso del primo Rinascimento italiano (affresco del sec. xvi di Poganovo). Dopo la pace di Adrianopoli (1829) le chiese ripresero il tipo basilicale con o senza cupola (monastero di Rilo, 1834-37) e la pittura religiosa fiorì a Razlog, a Kruševo e specialmente a Samokov, dove operò Hristo Dimitrov, che nel 1770 aveva studiato a Vienna, con i suoi figli.
Dopo di lui Stanislao Dospevski, diplomatosi a Pietroburgo nel 1857, fu attivo ritrattista, paczista e pittore di iconi. Conseguita l'indipendenza (1878) l'arte bulgara risentì l'influsso occidentale e particolarmente della pittura italiana, francese e tedesca, o direttamente o attraverso pittori cechi e polacchi qui emigrati. Alla scuola di pittura fondata a Sofia nel 1896 seguì nel 1921 l'Accademia di Belle Arti che largamente influisce sullo sviluppo culturale dei giovani artisti.
Bist., C. Gurliit, Alte Bauten in Bulgarien, Berlino 1914; B. Filov, L'ancien art bulgare, Parigi 1922; A. Protitch, Bălgarsko zderenemo izkusivo, in Guide du Musée National à Sofia, Sofia 1923, pp. 289-375; id., Guide à travers la Bulgarie - Archéologie - Histoire - Art, ivi 1923; Bulgarski Archeologifeski Institut, Khodvbermeni pametnitei na Bulgarila, ivi 1924; D. Filov, Geschichte der bulgarischen Kunst, Berlino 1933; S. Ferri, Arte romana sul Danubio : considerazioni sullo sviluppo,
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sulle derivazioni e sui caratteri dell'arte provinciale romana, Milano 1933; U. Todorov, Le grandi strade romane in B., Roma 1937; G. Bebich, La B., in Le vie del mondo, I (1936), pp. 1-31; G. J. Kazarov, Die Strohmdter des Thrakischen Reitergates in Bulgarien, Budapest 1938; D. Tzontehew, Monuments antiques de la Bulgarie du Sud, in Revue Archéologique, 4 (1940), pp. 203274; A. P'rova, Mesia preromana e romana, in Le vie del Mondo, 2 (1941), pp. 1-17; A. Protitch, Les origines susanides et byzantines de l'art bulgare, in Mélanges Charles Diehl, II, Parigi 1930, pp. 137-159.
Fabia Borroni
VI. Letteratura. - L'origine della letteratura bulgara risale alla seconda metà del sec. IX, agli anni in cui i Bulgari per opera del principe Boris si convertirono al cristianesimo (865).
I primi testi rispecchiano la cultura religiosa e nacquero infatti in chiese e monasteri. Per cinque secoli (IXxiv), questa letteratura rimase nella cornice ecclesiastica (versioni della Sacra Scrittura, agiografie, prediche, libri di preghiere). Il bizantinismo concorse alla formazione della civiltà cristiana bulgara. L'antica letteratura bulgara esercitò a sua volta notevole influsso sulla letteratura russa (v. sossica). Tra le cose di rilievo dell'epoca di Simeone (897-927) si sogliono citare lo Sbornik dello stesso zar, florilegio didattico, lo Sestodnev [Sei giorni, Esamerone] di Joan Ekzarch, compilazione filosofico-religiosa, il trattato polemico O pismenech (Sulle lettere) del monaco Chrabăr, difesa dell'alfabeto slavo dagli attacchi del clero bizantino. Da ricordare ancora, fra altri, il presbitero Kozma, il patriarca Eutimio e il suo allievo Grigorij Camblak. Il primo impero bulgaro fu abbattuto da Bisanzio nel 1018, il secondo venne distrutto dai Turchi nel 1393. Con l'invasione turca cominciò un periodo di oppressione, durato cinque secoli (xiv-xix) sino al 1878 : il popolo bulgaro vegetò nella misera esistenza di suddito dei Turchi, avendo perduto persino il proprio nome. I Turchi, peraltro, mancando di una propria cultura, non intervennero nella vita spirituale dei Bulgari. Fu nondimeno viva in questi oscuri secoli la poesia popolare: canti rituali (il cui contenuto è legato alla primitiva religione dei Bulgari), canti amorosi, lamenti sulla schiavitù, componimenti epici sui chajdoti, briganti generosi che conducevano un'aspra lotta contro i Turchi ed i fanarioti. Durante il dominio turco, la lingua croata, specialmente nelle forme ragusee, esercitò un influsso sui cattolici bulgari.
Il risveglio si annunzia alla fine del sec. xviri. La rinascita pigliò l'abbrivo dai monasteri dell'Athos (Chilandar e Zografu) e di Rila. E i primi letterati furono appunto dei monaci, come il Paisij, patriarca della nuova cultura, autore d'una famosa Storia slavo-bulgara del popolo, dei re e dei santi bulgari (1762). La maggior parte dei monaci si limitava ad un lavoro di compilazione. Interessante tuttavia in questo periodo è l'autobiografia del vescovo Sofronij dal titolo Vita e sofferenze del peccatore Sofronij (1804). Ma più che la cultura monacale e bizantina furono gli influssi stranieri e l'azione di patrioti emigrati che agivano dall'estero a risvegliare la letteratura bulgara. Coincidendo con il risorgimento del popolo, essa conservò per tutto il primo periodo un tono patriottico e moraleggiante e un carattere utilitario. Gli scrittori non si preoccupavano d'altro che di ridestare il popolo dal sonno secolare. I Bulgari avevano allora dinanzi a sé due problemi: l'autonomia ecclesiastica dai Greci (raggiunta solo nel 1870 con la creazione di un esarcato bulgaro a Costantinopoli) e l'indipendenza dai Turchi (ottenuta attraverso la rivoluzione del 1866, la guerra russo-turca del 1877-78 ed il relativo trattato di S. Stefano).
Agli scritti piuttosto ingenui e goffi del principio dell'Ottocento, si sostituiscono nella seconda metà del secolo opere con finalità artistiche, sebbene assai spesso ricalcate su modelli stranieri e specialmente russi. Prima della liberazione del paese le maggiori figure, ricche di un avventuroso romanticismo a sfondo tipicamente balcanico,
furono Georgi Rakovski (1821-67), rivoluzionario e pubblicista, Petko Slavejkov (1827-95), padre della poesia bulgara, raccoglitore e cultore di canti popolari, Ljuben Karavelov (1837-79), il quale, educato alla scuola degli scrittori russi radicali (Cernykovskij e Dobroljukov), diede nel racconto Bulgari d'altri tempi un quadro del principio del sec. xix, con i due tipi caricaturali di nonno Liben e Chadži Genčo. L'età rivoluzionaria tra il 1860 e il 1870 si riflette nella creazione di Christo Bòtev ( 1848-76 ), uno dei maggiori poeti bulgari, sebbene non abbia lasciato che una ventina di poesie in tutto, significativi documenti di un'epoca e di un ambiente. Dalla Russia egli passò in Romania per preparare l'insurrezione; e da Bucarest, insieme con Ljuben Karavelov, diffuse tra l'«intelligenza» bulgara le idee radicali apprese dagli scrittori russi. Bòtev cantò eroi e briganti idealizzati, mentre biasimò i pusillanimi : nei suoi versi è esaltato il sentimento della patria. Come certi croi delle proprie poesie, Bòtev morì a 28 anni : nel 1876, alla testa di una barata di duecento volontari si imbarcò segretamente da un porto romeno sul piroscafo austriaco «Radersky» e, mentre la nave risaliva il Donubio, se ne impadronì, dirigendosi in Bulgaria, per prendere contatto con il popolo in rivolta, ma l'impresa non riusci e Bòtev cadde ucciso. Dopo la liberazione, per più di venti anni, la letteratura bulgara fu dominata dal nome di Ivan Vazov (1850-1921). Egli è l'autore di numerosi racconti a fondo prevalentemente realistico (il migliore dei quali è Nonno Toca guarda), del romanzo Sotto il giogo, tradotto in molte lingue europee, delle raccolte liriche Lo stendardo e la gusla, I tormenti della Bulgaria, Campi e foreste, Italia, ecc. di vari poemi epico-lirici, e d'una Egoque dei dimenticati, intesa ad esaltare le maggiori figure del risorgimento nazionale. Al circolo di Vazov appartennero Konstantin Veličkov (1833-1907), il maggiore italianista bulgaro, primo traduttore di Dante, Stojan Michajlovski (1836-1927), che coltivò l'ideale d'una B. civilizzata alla maniera occidentale, Kyril Christov (1873-1945), poeta di tendenze erotiche alla Stecchetti e di lirici paesaggi. La prima reazione contro lo stile patetico di Vazov fu quella di Aleko Konstantinov (1863-97) nel libro Baj Ganju (1894), opera comica in cui, con ironia che spesso trapassa in sarcasmo, volle mettere in ridicolo i difetti del bulgaro uscito dalla secolare servitù. Procedeva frattanto a ritmo accelerato l'europeizzazione del paese. S'erano in un primo tempo i Bulgari modellati sulla Russia, i poeti si ispiravano a Puskin, Batiuškov, Kol'cov, all'ucraino Ševčenko, e persino le idee occidentali erano penetrate attraverso la Russia. Ora invece l'«intelligenza» bulgaro si rivolge anche alla Francia ed alla Germania. Nel ventennio che va dal 1895 alla prima guerra mondiale rinnovarono l'atmosfera tre poeti riuniti intorno alla rivista Il Pensiero di Krăstev: Penčo Slavéjkov, Javorov, Todorov. Penčo Slavéjkov, figlio di Petko Slavéjkov, si ispirò a Heine e Nietzsche. Egli è autore delle raccolte Sogno di felicità e Nell'isola dei bosti e dell'incompiuto poema Il canto imanguinato. Sotto l'influsso di Slavèjkov si formò Peju K. Jàvorov (1877-1914), creatore del verso moderno nella poesia bulgara e vicino alla tematica dei simbolisti francesi. Petko Ju. Todorov (1879-1916) pubblicò gli Idilli e qualche dramma. Jàvorov e Todorov sono considerati gli iniziatori del simbolismo bulgaro, al quale appartengono anche Todor Trajanov (1888), cantore di Regina mortua e di Ioni e Ballate, Ljudmil Stojanov (1888) con Visioni al crocicchio e Spada e verbo, Nikolaj Rajnov (1889) con le Leggende dei Bogomili, Dimčo Dobeljanov (1887-1916), caduto a Salonicco, autore, tra altro, della Leggenda della Regina traviata, Nikolaj Liliev (1885), autore di fragili e melanconici versi (Uccelli sulla notte e. Maschie di luna). Della poesia scritta tra le due guerre mondiali ricordiamo il poema Settembre di Geo Milev, rivoluzionario vicino all'espressionismo tedesco ed al cubofuturismo russo, perito dopo i torbidi del 1923, e le liriche di Christo Jàsenov, collettivista come Milev, sebbene la sua arte sia molto vicina alle confessioni intimiste. Dmităr Poljanov si ispira nei suoi versi civili al russo Nekrăsov, E. Bagrjana si avvicina formalmente alla poetessa russa Achmatova. Tra i narratori hanno avuto successo K. Petkanov, G. Rajčev, Elin-Pelin, Jordan Jovkov, G. Karaslavov. Il romanzo
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bulgaro moderno oscilla tra il tema storico (l'epoca della dominazione turca) ed un realismo villereccio (quadretti di natura, scene di genere, idilliche descrizioni della vita rustica). Negli ultimi anni la letteratura bulgara ha espresso talvolta aspirazioni di carattere nettamente sociale. Durante la seconda guerra mondiale alcuni scrittori hanno partecipato, nell'ultima fase, alla resistenza contro i tedeschi. La recente produzione poetica rispecchia a volte influssi di Majolovskij e di altri poeti sovietici. Sempre più alla letteratura vengono indicate rigide direttive che dovrebbero coincidere con gli orientamenti ideologici del nuovo regime.
BibL.: B. Angelov, Bălgarsha literatura, 2 voll., Sofia 1923; E. Damiani, Gli albori della lett. e del riscatto naz. in B., Roma 1928; F. B. Pencev, Bălgarsha literatura, Kratăh istoričeshi pregled, ivi 1930; id., Istoriia na novata bălgarsha literatura, ivi 1930-36; A. Cronia, Saggi di lett. bulgara antica, Roma 1936; L. Salvini, Le lett. bulgara dalla liberaz. alla 20 guerra balc., ivi 1936 (con bibl.); G. Matcau, Panterama de la littérature bulgare contemporaine, Parigi 1937; E. Damiani, Il volto della letteratura bulgara, Roma 1940; id., Sommario di storia della letteratura bulgara, ivi 1942.
## VII. Ordinamento scolastico. - Il Consiglio su-
periore dell'istruzione stabili negli anni 1945-48 una serie di riforme scolastiche, facendo della scuola bulgara i centri politici del Fronte patriottico popolare, dai quali è stato bandito l'insegnamento religioso; i nove istituti cattolici che erano frequentati da oltre 5000 studenti furono chiusi come pure numerose scuole straniere, escluse quelle appartenenti a missioni diplomatiche, che però non possono essere frequentate dai figli di cittadini bulgari.
I testi scolastici stampati prima del 9 sett. 1944 non sono ammessi e sono sostituiti con i nuovi manuali curati dalla "Direzione delle edizioni statali del ministero del fronte patriottico popolare». L'ordinamento scolastico della B. monarchica prevedeva i seguenti tipi di scuola: scuole elementari divise in proginnasi triennali e in scuole comunali quadriennali; i ginnasi divisi in scientifici, semiclassici e classici.
Questi tre tipi di ginnasio sono stati successivamente modificati in scientifici e classici. Il regolamento del 14 ag. 1941, abolito dal regime comunista, stabiliva che l'insegnamento scolastico dovesse essere apolitico, libero, e nazionale. L'insegnamento della religione veniva impartito in tutti i tipi di scuola. Esisteva un ginnasio magistrale della durata di sei anni che veniva frequentato dagli studenti che si dedicavano alla carriera dell'insegnamento comunale; invece i maestri elementari dovevano frequentare i magisteri biennali. L'istruzione odierna si divide in prescolastica e scolastica.
La prescolastica si impartisce in 738 giardini d'infanzia, 926 case del fanciullo e in 2300 case estive del fanciullo.
La scolastica si divide in 6433 scuole comunali, in 2806 proginnasi, in 258 ginnasi popolari che corrispondono al vecchio tipo del jinnasio scientifico dove il latino e il greco sono materie facoltative mentre la lingua russa è obbligatoria oltre ad una delle lingue moderne a scelta (italiana, inglese, francese, tedesco). Molto numerose le scuole professionali.
Esistono 3 università : una a Sofia, fondata nel 1888, una a Filippopoli fondata nel 1946, e una a Varna, fondata nel 1946.
Dal 1946 esiste a Sofia una cattedra ordinaria per la filolofia italiana. - Vedi Tav. XIV.
Bim.: L. Salvini, Pianificazione dell'insegnamento in Bulgaria, in Bollettino di Legislazione-scolastica comparata, 6 (1948), p. 231 262.
Miroslav Stumpf
BULGARO. - È il più illustre dei cosiddetti quattro dottori bolognesi che la tradizione vuole discepoli di Irnerio fondatore dello Studio.
Ricordato per la prima volta nel 1154, egli prende parte nel 1158 alla Dieta di Roncaglia su invito del Barbarossa per definire le regalie imperiali e i diritti
comunali; muore forse nei 1166 ed è sepolto nella chiesa di S. Procolo in Bologna.
Notissimo ai glossatori che seguirono, ad Azzone e ad Accursio tra gli altri, B. rappresenta nella storia dello Studio bolognese l'indirizzo scientifico che ebbe appunto nei bulgariani i suoi seguaci, opposto all'altro iniziato dal suo contemporaneo e collega di insegnamento Martino Gosia e seguito dal goticoi: B. sembra mantenersi più fedele e più aderente nella sua attività di interprete alla lettera della legge, Martino al contrario manifesta la tendenza ad interpretare i testi con maggiore libertà usando largamente di criteri di equità, magari a volte anche capricciosa; egli è cosi rappresentante della scuola conservatrice in antitesi a quella innovatrice di Martino.
La vasta cultura giuridica, l'acume critico e l'elegante dizione gli meritarono l'epiteto di os aureum; ebbe discepoli illustri come Rogerio, Alberico e Giovanni Bosiano; ci son pervenute di lui varie glosse, un apparato al titolo De diversis regulis iuris e un trattato procedurale De iudiciis.
BibL: Edizioni : De diversis regulis iuris antiqui, ed. A. Lecomte, Parigi 1267; Bulgari ad Digestorum titulum «de diversis regulis iuris antiqui» commentarius, ed. F. G. C. Beckham, Bonn 1826; De iudiciis, in A. Wunderlich, Anecdota quae processum civilem spectant, Gottinga 1841; Di Questiones che si dicon disputate alla scuola di B., in A. Gaudenzi, Bibl. iurid. medii aevi, II, Bologna 1892, a cura di F. Patetta. - Studi: F. C. de Savigny, Storia del diritto romano nel medioevo, trad. ital. E. Ballati, II, Torino 1827, pp. 30-73; G. F. Harnel, Zum Bulgarus-Commentar des Pandektentitels: De regulis iuris, in Ber. u. Verbaudl. d. Sö̈he, Ges. d. Wiss., Lipsia 1875; F. Torelli, Glosse preaccursione alla Istituzioni. Nota seconda: glosse di B., in Riv. di storia del dir. ital., 15 (1942), pp. 3-71.
Giuseppe Ermini
BULIC, Francesco - Archeologo, n. a Vranjić (Vragnizza), presso Spalato, il 4 ott. 1846, m. a Zagabria il 28 luglio 1934.
Compiuti gli studi ecclesiastici nel seminario di Zara (1869), frequentò l'Università di Vienna ove si laureò in filosofia classica (1873), e vi tornò poi nel 1877 per completare i suoi studi epigrafici. Del resto visse sempre in patria ove partecipò attivamente all'amministrazione civile, ma soprattutto fu dedito all'insegnamento e agli studi archeologici, direttore del liceo di Spalato (1883-96), direttore del museo archeologico (1883-1920), conservatore provinciale dei monumenti (1913-26).
Seguendo l'esempio del De Rossi si dedicò di preferenza allo studio dell'antichità cristiana della Dalmazia, che riusci ad esumare dalle tenebre specialmente nel centro importantissimo di Salona. I risultati dei suoi scavi ed esplorazioni sono consegnati nel vol. VII e sgg. del Bullettino di archeologia e storia Dalmata (Spalato 1878 sgg.), periodico che dal 1920 (vol. 43) uscì con titolo croato e sotto titolo e riassunti in francese, avendo per condirettore M. Abramić. Ma il B., sebbene per la sua origine croata fosse ardente slavofilo e avversario delle aspirazioni italiane (che combatté anche come inviato jugoslavo alla Conferenza di Parigi), non fu settario nel campo della cultura e tutelò con zelo il patrimonio storico-archeologico latino e italiano della Dalmazia. Anche dopo il 1920 continuò a scrivere, quasi solo, in italiano sulla sua rivista.
I suoi meriti sono soprattutto nell'archeologia militante. Ma per mancanza di larga e profonda cultura archeologica e architettonica non riusci a quella sintesi delle antichità sclontrone che negli ultimi anni della sua vita altri utilizzando i suoi scavi cominciarono a dare. Le sue pubblicazioni sono essenzialmente ecclesiastiche e frammentarie. Meritano di essere segnalate accanto al Bullettino, le Inscriptiones quae in C. R. museo archeologico Spalati asservantur (Spalato 1886, seguito da alcuni auctaria sino al 1894), e Stridone luogo natale di s. Girolamo, in Miscel-
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Bulic, Francesco - Ritratto con firma autografa.
lanea Geronimiana (Roma 1920, pp. 253-330). Gran parte opera del B. fu l'organizzazione e buona riuscita del I Congresso di archeologia cristiana del 1894. I suoi meriti furono largamente riconosciuti e molto apprezzate le sue pubblicazioni e il suo carattere. Era socio corrispondente della Pontificia accademia romana di archeologia e dell'Institut de France, socio ordinario dell'Istituto archeologico germanico e dell'Istituto archeologico austriaco.
Nel 1921 gli fu offerta una ricchissima Strena Buliciana. Commentationes gratulatoriae Francisco Bulic ob XV vitae lustra feliciter peracta oblatae a discipulis et amicis a. d. IV non. oct. MCMXXI (Zagabria 1924).
Bibl.: O. Randi, L'archeologo mons. F. B., in L'Europa Orientale, 6 (1926), pp. 580-87; G. P. Kirsch, Mons. F. B., in Riv. di arch. christ., 12 (1935), p. 177. Antonio Ferrus
BULINO. - E lo strumento col quale si intaglia direttamente la lastra di rame o di acciaio, destinata a matrice di stampe, senza il sussidio di acidi usati invece per l'acquaforte (v.) e per l'acquatinta (v.).
E costituito da un'asticciuola di acciaio purissimo, con taglio rettangolare, romboidale od ovale, che va frequentemente arrotata sulla pietra a olio e montata su manico corto a forma di fungo. I tratti, più o meno distanti e più o meno larghi e profondi, possono essere tirati in unica direzione o incrociati e vi si possono frammischiare dei punti, eseguiti con il b. stesso o con la punta secca, che è un b. a punta conica.
Specialmente adatto alla riproduzione minuziosa di modelli (fu molto usato per copie di opere d'arte o per vedute : cf., p. es., le stampe di Marcantonio Raimondi), fu tuttavia usato con intenti e risultati del tutto creativi
da artisti quali, p. es., Antonio Pollaiuolo, Andrea Mantegna, Alberto Dürer.
Bibl.: P. A. Gariazzo, La stampa iucisa, Torino 1907. Corrado Mezzana
BULL, George. - Scrittore anglicano, n. a Wells il 25 marzo 1634, m. il 17 febbr. 1710. Nel 1680 Oxford lo dichiarò «dottore» e, nel 1705, fu promosso vescovo di St.-David.
La sua fama è ancora viva e legata a' suoi scritti di storia paleocristiana. Accenniamo ai principali: l'Harmonia Apostolica (Londra 1669) in cui fa rifulgere l'accordo tra gli apostoli Giacomo e Pietro in soggetto di fede e di opere; la Defensio Fidei Nicenae (Oxford 1685-88), che è il suo capolavoro - ripubblicato anche in Italia con aggiunte e note dalla Zola, insegnante a Pavia ( 1784 ) - con il quale prova come le definizioni nicene rispecchiassero dottrine professate anche anteriormente; Judicium Ecclesiae Catholicae trium priorum speculorum (1694); Primitiva et Apostolica traditio dogmatis de Jesu Christi divinitate (1705), oltre a tre volumi di sue prediche.
Bibl.: R. Nelson, Life of Bishop G. B., Oxford 1713; R. Buddensieg, s. v. in Realenc. für protest. Theolog. u. Kirche, III, 3² ed. 1897, p. 535 . Piero Chiminelli
BULLA. - Capsula lenticolare, interiormente vuota, formata di due piacchette sovrapposte e provvista di un appiccagnolo per essere portata al collo. Talora assume anche la forma di un cuore o di una mezzaluna. Fu di uso generale fra gli Etruschi, i quali le attribuivano virtù profilattiche. Da essi la presero i Romani, presso i quali era portata dai bambini e ragazzi ingenui, maschi e femmine, siccome quelli che erano maggiormente esposti agl'influssi del malocchio e dei sortilegi. Era di metallo, spesso prezioso, per i figli dei patrizi senatori e cavalieri, di cuoio per gli altri. Conteneva per lo più dentro di sé oggetti dotati di speciali virtù profilattiche. Era deposta e offerta ai lari al diciassettesimo anno, quando i ragazzi assumevano la toga virile, e ca. la stessa età dalle fanciulle, quando andavano a marito. Le facce della b. erano ordinariamente lisce, ma talora quelle di metallo furono ornate di rilievi a sbalzo, per lo più busti di bambini o divinità.
Anche fra i cristiani dei primi secoli continuò l'uso delle bullae, più per consuetudine che per superstizione. Essi ne ornarono talora la faccia anteriore con rappresentazioni cristiane, specialmente col monogramma cristologico. E sembra che spesso dentro vi ponessero reliquie di santi martiri, in modo da farne dei veri reliquieri, o anche dei foglietti di pergamena con invocazioni e scongiuri contro i poteri delle tenebre.
Antonio Ferrus
BULLA AUREA. - Detta anche "carolina» dal nome del suo autore, è la costituzione pubblicata dall'imperatore Carlo IV nel 1356 e sancita nelle due Diete di Norimberga dello stesso anno, per determinare nei suoi dettagli la regola da seguire nell'elezione dell'imperatore. Tale elezione dipende unicamente dalla maggioranza dei voti degli elettori, il cui numero è definitivamente limitato a sette, e sono gli arcivescovi di Magonza, di Treviri e di Colonia, il re di Boemia, il duca di Sassonia, il conte del Palatinato e il margravio di Brandeburgo. Dell'intervento papale nella designazione e conferma dell'imperatore non si fa parola, anzi viene implicitamente escluso, in conseguenza delle dottrine diffuse durante la lotta tra la Chiesa e l'imperatore Ludovico il Bavaro; si preannunziò in tal modo l'avvicinarsi di una nuova epoca nella storia ecclesiastica. Si ricordino a tal proposito le dottrine di Marsilio da Padova e di Giovanni di Janduno nel Defensor pacis, dove fra l'altro si afferma
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che il Papa, come mandatario del popolo, può soltanto incoronare l'imperatore; gli scritti del nominalista Guglielmo Occam, che proclamava la potestà imperiale provenire non dal Papa, ma da Dio; le proteste della Dieta di Francoforte del 1344 e della seguente assemblea di Rense, contro le richieste di papa Clemente VI quanto all'accettazione dello scomunicato imperatore Ludovico. La celebre B. si chiama "d'oro", perché costituisce la "magna carta", il codice costante e fondamentale dell'impero dal sec. xiv fino all'anno 1806, in cui fu abolita, in omaggio a Napoleone, l'autorità del Sacro romano impero.
Bibl.: O. Hahn, Ursprung u. Bedeutung d. Goldenen Bulle, Breslavia 1903; R. Scanner, Die Goldene Bulle Karls IV. a voll., Weimar 1908; E. Besta, s. v. in Enc. Ital., VII, p. 823. Giuseppe M. Pou y Marti
Con l'ufficio di principi elettori andò unita l'elargizione di particolari privilegi, come quelli della regalia delle miniere e del sale del loro territorio, e anche il conferimento degli attributi di maestà. I loro principati furono dichiarati indivisibili e vi si stabili (per i laici) la primogenitura, in modo da assicurare le condizioni idonee alla posizione dell'elettore e alla possibilità che esso continuasse nella sua funzione principale, che era quella di dare il voto nella designazione del successore al trono.
Il procedimento stabilito per le operazioni di voto era che l'arcivescovo di Magonza, come primo elettore, chiedesse per ordine il voto agli altri elettori e desse per ultimo il suo.
La bolla fu in vigore fino alla cessazione dell'impero (1806); ma, quanto alla composizione del collegio degli elettori, venne meno alla pace di Westfalia (1848). Il testo della bolla era in latino. Essa risultava di 31 capi-

(fol. Direzione Generale Musei e Gallerie Pontifex) Bulla - Statua di puer ballatus (fine del sec. I d. C.). Roma, museo Profano del Laterano.
toli, di cui i primi 23 rimontavano al 10 genn. 1356 e vennero pubblicati nella dieta di Norimberga; i restanti capitoli furono pubblicati con grande solennità alla presenza di duemila cavalieri, del delfino di Francia, e del legato pontificio, il giorno di Natale dello stesso anno nella dieta di Norimberga. La bolla, oltre che per l'elezione del re, ebbe importanza anche per l'evoluzione del diritto finanziario, quanto alle regalie che aveva disciplinato, e per il diritto penale, a motivo delle molte norme riguardanti il mantenimento della pace e la repressione degli atti che potevano turbarla.
Tra i commenti interpretativi, che i giureconsulti fecero di questa bolla, è rimasto famoso quello di Bartolo di Sassoferrato.
Antonio Rota
BULLA CRUGIATAE: v. CROCIATA, BOLLA della.
BULLA IN COENA DOMINI. - Questa bolla, che enumera una serie di scomuniche riservate al Papa, ebbe il nome dall'esser letta ogni anno nel Giovedi Santo (feria V in Coena Domini) nella loggia della basilica Vaticana alla presenza del Papa, dei cardinali e della corte pontificia. Gli inizi di essa sono incerti; non mancano autori che la fanno risalire a Clemente V. Alcuni capitoli si trovano nella costituzione Apostolatus officium emanata da Urbano V nel 1363, nella Quod antidota di Martino V del 1418; nella Olim di Niccolò V del 1451, e in altri documenti pontifici.
La prima redazione che ne abbiamo è quella Connoeverunt, di Giulio II, del 1511. Quella definitiva, in 20 capitoli, nella Pastoralis di Paolo V, dell'8 apr. 1610.
Aspramente combattuta da vari sovrani, specialmente in Germania ed in Francia, le opposizioni alla bolla diventarono ancora maggiori quando nel 1768 Clemente XIII scomunicò Ferdinando duca di Parma, violatore dei diritti della S. Sede e delle immunità ecclesiastiche. La bolla fu abolita da Clemente XIV (1769-74). I principali delitti in essa previsti, sono: l'eresia e la protezione data agli eretici, l'appello dal Papa al futuro concilio, la pirateria, la falsificazione delle lettere emanate dalla S. Sede, la promulgazione di leggi contrarie alla libertà della Chiesa, l'occupazione delle terre della S. Sede, ecc.
Bibl.: F. Claeys Boúdaert, s.v. in DDC, II, coll. 1132-36 con bibli.
Alberto Scola
## BULLARIUM PONTIFICIUM SACRAE CONGREGATIONIS DE PROPAGANDA FIDE.-
Consta di cinque volumi, stampati nei seguenti anni : 1839 il primo, 1840 il secondo e terzo, 1841 il quarto e il quinto. Ai cinque volumi furono aggiunti altri due di appendice e nel 1838 un terzo contenente l'indice analitico. Nella biblioteca di Propaganda si conserva anche un terzo volumetto di appendice.
Nella prefazione del primo volume il rev. Paolo Cullen, direttore della tipografia di Propaganda, chiama nuova l'edizione del 1839 rispetto a quella del 1745 di un sol volume. Infatti il Bullario fu preceduto da varie collezioni fittizie, dette cosi perché raccolgono documenti autentici stampati in tempi differenti. Esse erano destinate per l'uso interno della Congregazione. La prima è del 1638 e la seconda del 1642 , i cui documenti sono quasi tutti stampati nel Bullario. Nel 1745 si ebbe un'altra collezione, che oltre il titolo di Constitutiones Apostolicae et Brevia ad usum S.C. de Prop. Fide (Roma 1745) porta anche il titolo di Bullarium S. C. de Prop. Fide, a cui si riferisce il Cullen.
Bibl.: I. Dindinger, Die Summlungen römischer Missionserlasse, in Missionz- und Religionswissenschaft, a (1929), pp. 132134.
Saverio Paventi
BULLATORES. - Nella cancelleria pontificia apponevano il sigillo di piombo ai documenti (bulla);
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la prima menzione dei b. si trova in una lettera di Innocenzo III del 1198 e poi compaiono nel nuovo ordinamento della cancelleria del 1213. Erano di solito due, almeno dal tempo di Eugenio IV, e furono detti fratres barbati perché scelti in origine fra i fratelli laici di Ordini che portavano la barba, per lo più dall'abbazia di Fossanova, dell'Ordine cistercense (costituzione di Innocenzo VIII del 15 maggio 1486 : "Notorium quippe est, in Romana Curia b. licterarum apostolicarum monachos monasterii Fossenove Cisterciensis ordinis, Verulane diocesis, et licterarum ignaros a longissimo tempore citra semper fuisse et adhuc existere»). Che dovessero essere illetterati, a garanzia del segreto, non era sancito da alcuna norma scritta ( 1524 : "ab aliquibus assertur officium predictum per viros tegere scientes obtineri non posse»). Del 1512 è la notizia di una dote concessa alle figlie di un bullator defunto; dal che si deduce che non sempre fossero religiosi.
Bisc.: M. Tangl, Die päpstlichen Kanzleiordnungen, Innsbruck 1894, passim; P. M. Baumgarten, Aus Kanzlei und Kammer : B., Taxatares, Domorum Cursores (saec. XIII-XV), Friburgo in Br. 1907, passim; W. v. Hofmann, Forschungen zur Gesch. der borialen Behörden, 2 voll., Roma 1914, passim; B. Rusch, Die Behörden und Hofbeamten der päpstlichen Kuriè des 15. Jahrh., Königsberg 1936, pp. 77-18. Sull'uso della bolla in sede vacante e prima della consacrazione, cf. P. M. Baumgarten, Das päpstl. Siegelamt beim Tode und nach Neunzahl des Papstes, Roma 1907.
BULLET, Jean-Baptiste. - Apologista ed erudito francese, n. a Besançon nel 1699, m. ivi il 6 sett. 1775. Fu professore di teologia e decano nell'Università di Besançon. Scrisse varie opere di apologetica con buon metodo e con ricca erudizione.
Meritano d'esser ricordate: Histoire de l'établissement du christianisme, tirée des seuls auteurs juifs et païens, où l'on trouve une preuve solide de la vérité de cette religion (Besançon 1764), opera che è stata tradotta in varie lingue e che ha avuto diverse edizioni; L'existence de Dieu démontrée par les merveilles de la nature (Parigi 1768); Réponse critique d plusieurs difficultés proposées par les nouveaux incrédules, sur divers endroits des Livres saints (3 voll., ivi 1773), opera che, con l'aggiunta di un quarto volume, curato dal Moïse, è stata più volte ristampata. Il B. si occupò anche di studi storici, scrivendo varie dissertazioni e memorie su soggetti diversi.
Bisc.: Hurter, V. coll. 32-53; J. Carreyre, s. v. in DHG, X. coll. 1209-10.
Francesco Carpino
BULLETIN CRITIQUE. - Il primo numero apparve a Parigi il 15 maggio 1880, facendo séguito all'Echo. Suo programma fu quello di pubblicare dal punto di vista cattolico, invece di quello razionalista della Rescue critique, una serie di recensioni scientifiche delle più notevoli pubblicazioni di letteratura, storia e teologia, con numerosi riferimenti per lo studioso lontano dai centri letterari, offrendo anche varietà inedite. Ebbe un comitato di redazione tra i quali figurano A. Baudrillard, E. Beurlier, L. Duchesne, uno dei principali collaboratori, A. Ingold, L. Lescoeur, F. Plessis, P. Scheil, H. Thedenat. Cessò le pubblicazioni nel 1908. Enrico Josi
BULLETIN D'ANCIENNE LITTERATURE ET D'ARCHEOLOGIE CHRETIENNE. - Fondato a Parigi nel 1911 da P. Batiffol (v.) e P. de Labriolle (v.) per collegare gli studi dell'antichità cristiana con quelli della letteratura primitiva cristiana e i relativi problemi storici. Ebbe vita breve perché interrotto nel 1914 allo scoppio della guerra, ma portò preziosi contributi sia dei due fondatori che d'una eletta schiera di redattori, quali J. P. Kirsch, H. Leclercq, C. Morin, H. Quentin, I. Tixeront, A. Wilmart, J. Zeiller.
Enrico Josi
BULLETIN DE LITTERATURE ECCLESIASTIQUE. - Edito dall'Istituto cattolico di Tolosa, dal 1899 in sostituzione del Bulletin dello stesso Istituto (fondato nel 1880) con notevoli studi relativi alle scienze ecclesiastiche, principalmente nel campo teologico, filosofico e storico.
Principali redattori : P. Batiffol, J.-M. Lagrange, E. Portalié, L. Saltet, F. Cavallera.
Enrico Josi
BULLETIN THOMISTE. - E organo della «Société Thomiste " fondato dal p. domenicano Mandonnet nel 1924; esso dà un'analisi di ogni pubblicazione che riguardi le opere di S. Tommaso di Aquino, la sua vita, la sua dottrina, il suo culto; e un resoconto ragionato delle critiche relative e del movimento tomista nel mondo scientifico. La redazione della rivista ha sede a Le Saulchoir.
Enrico Josi
BULLETTING DI ARCHEOLOGIA CRISTIA-
NA. - Fondato da Giovanni Battista De Rossi nel 1863 e da lui totalmente compilato sino alla morte (1894), con la quale cessò. Fu diviso in cinque serie, ciascuna, eccetto l'ultima, munita dall'autore stesso di utilissimi indici, perfetti nel loro genere. La prima uscì mensilmente con un foglio di otto pagine in 4²; le altre furono trimestrali in 8^{°}. Il B. sin dall'inizio ebbe in Roma stessa una seconda edizione francese a cura del De Rossi; e quindi dal 1867 o Belley per cura e con note del Martigny, dal 1880 a Parigi per cura del Duchesne. Lo scopo fu di dare prontamente un cenno più esteso delle antichità cristiane e del primo medioevo che giornalmente si scoprivano in Italia e all'estero, e specialmente di fornire un supplemento ai volumi delle Iscrizioni cristiane romane, e come un'anticipazione delle cose più importanti da pubblicarsi nella Roma sotterranea dello stesso De Rossi.
In realtà, poiché le due imprese delle Iscrizioni e della Roma sotterranea si arrestarono ai loro inizi, il B. diventò così l'organo ordinario e principale per conoscere i frutti degli studi e degli scavi del De Rossi nella Roma cristiana. Difatti esso restò sempre essenzialmente romano, ma si allargò progressivamente nella materia, abbracciando ogni ramo di essa. La tendenza fondamentale del De Rossi di vedere l'archeologia cristiana come storia e apologia della Chiesa si afferma qui pienamente; vi hanno pure libero sviluppo le sue preferenze per i temi epigrafici, storici e filologici, con il sussidio della più ampia e scelta erudizione.
Il B. fu la più efficace ed eloquente opera di volgarizzazione della nuova scienza e acquistò al De Rossi e all'archeologia cristiana le più vaste simpatie. La sua lettura ancora oggi ci dà la misura della vastità e della profondità delle cognizioni archeologiche del De Rossi e una nozione esatta del suo metodo scientifico nei vari rami dell'archeologia.
Un Nuovo Bullettino di archeologia cristiana fu fondato nel 1895 dai discepoli del De Rossi, Marucchi, Armellini e Stevenson e dal suo fratello Michele Stefano, con lo scopo di continuare il B. del defunto maestro. Però furono introdotte importanti novità, rendendole ufficiale per le relazioni di scavo della Pontificia Commissione di archeologia sacra, allargando la collaborazione a tutti i dotti anche stranieri e cercando deliberatamente di farne una rassegna di archeologia non solo romana ma di tutta l'Italia, anzi del mondo, e insieme un tempestivo informatore delle principali pubblicazioni. Queste due lodevoli intenzioni non riuscirono mai oltre a parziali tentativi, per la formazione strettamente romana dei direttori. Tra
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questi morirono ben presto Michele Stefano De Rossi (1898), l'Armellini (1896) e lo Stevenson (1898), per cui il Marucchi restò "Direttore speciale" e quasi arbitro della pubblicazione. Oltre i suddetti, i più frequenti e stimati collaboratori furono il Wilpert, il Crostarosa, il Kanzler, Pio Franchi de' Cavalieri, il Bonavenia e lo Schneider-Graziosi; più raramente vi scrissero il Gatti, il Grisar, l'Hüben, il Savio, il Grossi Gondi e altri molti. La pubblicazione in parte si svió in sterili polemiche; per un altro verso, pur conservando fedelmente gli indirizzi del De Rossi, non poté di gran lunga emulare la dottrina solida e vasta del vecchio B. Dopo aver vissuto stentatamente, durante la grande guerra, cessò con l'annata XXVII, nel 1921, le sue pubblicazioni. Non ne esistono indici.
Antonio Ferrua
BULLINGER, Heinbich. - Riformatore svizzero, n. a Bremgarten nel cantone di Argovia (Svizzera) il 18 luglio 1504 e m. a Zurigo il 17 sett. 1575. Dopo i primi studi elementari nel proprio paese, fu mandato dal padre nel 1516 a Emmerich dove studiò grammatica latina e senti la vocazione a farsi certosino. Nel 1519 passò a Colonia, ove studiò i classici latini, filosofia ecc. e gli vennero tra le mani alcune opere di Lutero (De captivitate Babilonine, De Libertate christiana, De bonis operibus). Vedendo che Lutero mostrava di appoggiarsi sui SS. Padri, egli si dedicò allo studio delle loro opere; e come vide che essi si appoggiavano sulla S. Scrittura, studiò questa con ardore; allo stesso tempo s'interessò dei Loci communes di Melantone e quest'ultimo con le opere di Lutero fini di staccarlo dalla Chiesa cattolica. Tornato in patria nel 1523 fu invitato a insegnare nel convento cistercense di Kappel dove era abate Wolfango Joner, e con le sue dottrine fece sì che quei religiosi abbandonassero voti, convento e la stessa Chiesa cattolica. Nel 1528 si trasferì a Zurigo, abbracciò le dottrine zwingliane, strinse amicizia con Zwingli che accompagnò alle dispute di Berna. Chiamato dal suo paese natale vi si recò come ministro e disputò con gli anabattisti. Quivi sposò Anna Adlischweiler ex-monaca la quale gli diede 6 figli e 5 figlie. Scacciato da Bremgarten si rifugiò a Zurigo dove nel 1532 fu successore, con la carica di «antistes», del suo maestro Zwingli, morto l'anno precedente, nella battaglia di Kappel.
Il B. dal 1532 fino alla sua morte nel 1575, senza quasi mai abbandonare Zurigo, svolse una attività incredibile. Sollevò gli animi dei zurighesi ancora abbattuti per la morte cruenta del loro capo Zwingli; lavorò con esito per l'unione dei calvinisti e dei zuingliani, dopo aver perduto ogni speranza di far lo stesso con i luterani; proresse e animò gli eretici italiani che si rifugiavano a Chiavenna nei Grigioni, accolse a Zurigo i perseguitati e profughi dall'Inghilterra (al tempo della regina Maria Tudor), dalla Francia (dopo la notte di s. Bartolomeo), d'Italia (i timorosi dell'Inquisizione), tutti attratti dalla benevola accoglienza dell'« antistes»; tenne relazione epistolare (sono ca. 12.000 le lettere che di lui si conoscono) con i principali caporioni eretici del suo tempo, Calvino, Bucero, Melantone, Laski, Cranmer, Hooper ecc.; pubblicò commentari sui 4 Vangeli, sugli Atti degli Apostoli, su alcune lettere di s. Paolo, sull'Apocalisse, sul profeta Geremia, e cinque «Decadi» di sermoni, delle quali la terza e la quarta sono dedicate al re d'Inghilterra Edoardo VI; fu il consigliere di molti eretici, intervenne come paciere nei dissidi fra Ginevra e Berna, si sforzò di impedire che gli Svizzeri di Zurigo, ed in generale che gli Svizzeri
si arruolassero come soldati mercenari negli eserciti stranieri. Tutto questo lo fece stimare fra i protestanti come uomo assennato, squanime e moderato. Questa moderazione però veniva meno quando si trattava di cattolici, antitrinitari e luterani, soprattutto nella questione della Cena luterana. Egli è anche biasimato perché approvò la condanna di Serveto al rogo e si rallegrò della morte di Castellion. B. è principalmente celebre per il Consensus tigurinus o di Zurigo, e per essere l'autore della Seconda confessione elvetica detta talvolta posterior (Confessio helvetica posterior) benché l'ultima Confessione elvetica non fosse compilata che un secolo dopo nel 1675.
Quanto al Consensus tigurinus (1549): Calvino e Zwingli erano d'accordo nel rigettare la Consustanziazione luterana e la Transustanziazione cattolica; ma Zwingli e come lui anche B. riduceva la celebrazione della Cena ad un semplice ricordo di quella di Nostro Signore; Calvino poi vi aggiungeva qualche cosa di più, cioè una specie di virtù o di forza (dynamis) che era trasmessa al comunicante per mezzo dello Spirito Santo. Nei 26 articoli del Consensus tigurinus, si arrivò ad un accordo, codendo ambadue le parti in qualche dottrina, cosa che non piacque ad alcuni rigidi calvinisti e zwingliani. Nelle parole parevano convenire e di fatti questo Consensus fu iscritto da tutte le Chiese protestanti della Svizzera e trovò favore anche tra i calvinisti francesi, d'Inghilterra e di alcune parti della Germania; ma ognuno le interpretava nel senso che gli conveneva, come si notò nel colloquio di Poiser. Ma si può dire che d'allora in poi e soprattutto dopo la Seconda confessione elvetica furono chiamati con il solo nome di «riformati» tanto i calvinisti come i zuingliani.
La seconda confessione elvetica fu composta nel 1562 dal solo B. ad uso suo proprio e privato. Durante la peste del 1564, nella quale perdette la moglie, tre figlie, ed egli stesso stette in grave pericolo, la ritoccò e l'aggiunse al suo testamento. L'elettore del Palatinato Federico III, accusato dai principi luterani per la sua adesione alle dottrine calviniste, chiese nel 1565 a B. una esposizione completa della Chiesa riformata per rispondere alle accuse mosse contro di lui. B. gli mandò la sua Confessione la quale pisicque tanto all'elettore che la mandò a pubblicare prima che si riunisse la Dieta imperiale di Augusta nel 1566. Conosciuta in Svizzera, tutti i protestanti svizzeri la vollero adottare. B. consentì, vi fece alcune correzioni e la Confessione fu pubblicata a Zurigo il 15 marzo 1566. Dalla Svizzera e dal Palatinato si propagò alla Francia (Sinodo de la Rochelle 1671), all'Ungheria (Sinodo di Debreczin 1567), alla Polonia, alla Scozia ed all'Olanda. Teologicamente considerata è la più importante delle confessioni riformate, benché per utilità pratica la superino il Catechismo di Heidelberg ed il breve Catechismo di Westminster e, per chiarezza logica e precisione, quella di Westminster. Consta di 30 lunghi articoli. Nel II si condanna la Tradizione, nel IV e nel V le immagini ed il loro culto, nel VI si parla con qualche ambiguità del libero arbitrio e si condannano i pelagiani, nel X pure ambiguamente è trattata la predestinazione, nel XIV sono bollate le indulgenze e nel XV si dice che l'uomo è giustificato per la sola fede; nel XVI articolo si ammettono le buone opere solo dopo la giustificazione, ma non meritorie, il XVII non riconosce il Papa come capo della Chiesa, il XVIII riconosce l'ordinazione, dei ministri, ma fatta da «anziani», il XIX ammette due soli Sacramenti: Battesimo e Cena, e rigetta la Credima, e l'Estrema unzione; degli altri Sacramenti dice che sono pratiche utili ma non sacramenti; nel XXI è negata la Transustanziazione e la dottrina di Lutero senza nominarlo; è condannata la Messa; nel XXVI si respinge la dottrina del Purgatorio. In generale si può dire che le dottrine cattoliche sono respinte chiaramente e che questa confessione è profondamente anticattolica, procede con cautela nelle dottrine protestanti non comuni, i luterani non sono nominati, si condannano chiaramente eretici di quel tempo, ad es. anabattisti, e gli antichi, ma talvolta si usano nomi antichi per indicare i dissenzienti
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dalle dottrine della Confessione, ad es. Ariani per sociniani, pelagiani per cattolici ecc.
Bibl.: M. Adanus, Dignorum laude virorum...immortalitas, Francoforte s. M. 1706, p. 227; H. A. Niemeyer, Collectio Confessionum in Ecclesia Reformatis publicatorum, Lipsia 1820, pp. 462-236; Ph. Schaff, The Creeds of Christendom, Nuova York 1877, pp. 390-471; R. N. Carey Hunt, Calvin, Londra 1933, p. 261 sg.; A. Bouvier, Henry B., le successcur de Zuingli, Neuchâtel, Parigi 1940.
Camillo Crivelli
BUNDERIUS, JAN. - Nome latinizzato di Van den Bundere, teologo domenicano, n. a Gand nel 1481 e m. ivi l'8 giugno 1557. Studiò teologia a Lovanio, nell'Ordine ricoprì per diversi anni cariche molto onorifiche : priore tre volte a Gand, vicario provinciale, e inquisitore nella diocesi di Tournai. Insegnò teologia quasi fino alla morte.
Le sue numerose opere dirette contro l'eresia iuterana rivestono un carattere polemico, che lo rendono oggi meno interessante. Le principali sono: Compendium dissidii quorundem haereticorum atque theologorum (Parigi 1540); Detectio nugarum Lutheri (Lovanio 1551); Scutum Fidei ortodoxae (Gand 1556).
Bibl.: B. de Jonche, Belgium dominicanum, Bruxelles 1719, p. 72; Quóil-Schard, II, p. 160; P. Mandonnet, s. v. in DThC, II, coll. 1263-64. Angelo Penna
BUNSEN, Christian Karl Josias. - Diplomatico