volume-03

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 ed. S. Salaville, in Echos d'Orient, 35 (1936), pp. 43-50.
BibL.: W. Gass, Die Mystik des N. K. vom Leben in Christo, Greifswald 1849; G. Horn. La vie dans le Christ de N. C.. in Revue d'ascétique et de mystique, 3 (1922), pp. 20-45; S. Brouasaleux, La vie en Jésus-Christ, traduction française avec introduction, Amay-sur-Mcuse 1931, p. 236 (estratto dalla ivista Irénikou); S. Salaville, Le christocentrique de N. C., in Echos d'Orient, 35 (1936), pp. 129-67; id., N. C. Explication de la divine liturgie. Introduction et traduction francoise, ParigiLione 1943.

Martino Jugie
CABASILAS, Nilo. - Teologo greco dissidente del sec. xiv. N. a Salonicco alla fine del sec. xiri, di nobile famiglia e fiorì principalmente sotto gli imperatori Cantacuzeno e Giovanni V Palcologo, i quali gli furono larghi di favori e dignità, soprattutto quando, a cagione della persecuzione dei zeloti contro i nobili (an. 1345), C. si stabilí definitivamente a Costantinopoli. Alla fine della sua vita fu eletto arcivescovo di Salonicco, come successore del celebre innovatore Gregorio Palama, ma due anni dopo ( 1363 ) egli moriva senza aver raggiunto ancora la sua sede. Nel Sinodico Tessalonicense viene celebrato ogni anno come santo, nella domenica dell'Ortodossia, e come tale sembra pure sia riconosciuto da tutta la Chiesa bizantina.

E notevole l'opera scientifica da lui svolta. Perché non solamente fu maestro di retorica (il suo allievo più devoto è senza dubbio Demetrio Cidone), ma anche e soprattutto teologo insigne, versato nello studio positivo dei Padri e nei ragionamenti dialettici della metafisica aristotelica.

In favore del palamismo, nelle cui file si schierò dagli inizi, lasciò il retaggio di non poche delle sue opere, ed ebbe quel celebre incontro con l'accanito avversario Niceforo Gregora (PG 148, 1328-1435), e insieme a Filoteo Kokkinos redasse il decisivo Tomo sinodico del Cancilio Palamitico nel 1351, in cui si apriva la strada alla proclamazione ufficiale della nuova dottrina come l'unica vera della Chiesa "ortodossa".

Ma il fatto più singolare di C. è che egli fu uno dei primi bizantini che conobbero s. Tommaso, gra-
zie alla versione di parecchie opere del Santo dovuta al discepolo Demetrio e al fratello di lui Procoro Cidone. Non solo, ma fu anche il primo a combatterlo accanitamente, dopo aver sentito un tempo tutto il suo fascino. C. compose il suo voluminoso trattato - l'opera sua più pregiata - sullo Spirito Santo specialmente contro l'Aquinate. Le ultime 15 questioni dell'ultima parte, corredate con uno studio analitico e con la versione latina sono state date recentemente alla stampa nel vol. 116 degli Studi e Testi; tutto il resto rimane ancora inedito.
C. scrisse pure altre opere interessanti di carattere storico e canonico contro la Chiesa romana, e per difendere il palamismo, il cui numero e valore dottrinale sono stati fissati nel più recente studio sul C., indicato qui sotto nella bibliografia.

BibL.: K. Krumbacher, pp. 109-10; M. Rackl, Die ungedruchte Verttildgangsschrift des Demetrios Kydones für Thomas von Aquin gegen Neilas Kabasilas, in Dinas Thomas, 1920, pp. 303-17; id., Der hl. Thomas von Aquin und das Trinitarische Grundgesetz in byzantinischer Beleuchtung, in Xenia Thonistica, 3 (1923), pp. 363-89; G. Mcerati, Notizio di Procoro e Demetrio Cidone... (Studi e Testi, 56), Città del Vaticano 1931; E. Candel, Niles C. et theologia s. Thomae de processione Spiritus Sancti. Noxum e Vaticonis codicibus subsidium ad historiam theologiae byzantinae saeculi XIV plenius elucidandam (Studi e Testi, 116), ivI 1945.

Enmanuele Candel
CABASSUT, Jean. - Oratoriano, n. ad Aix-enProvence nel 1605, m. ivi il 25 sett. 1685. Entrò nella Congregazione dell'Oratorio nel 1626. Applicatosi dapprima allo studio delle lingue orientali, le lasciò, in seguito, per darsi al Diritto canonico. Il card. Grimaldi, arcivescovo di Aix, si valse spesso dei suoi consigli e lo ebbe tanto caro che nel 1660 lo volle con sé come conclavista per il Conclave in cui fu eletto Alessandro VII. A Roma in quell'occasione dimorò per diciotto mesi, approfondendo lo studio delle fonti del diritto.

Scrisse : Notitia Conciliorum Sanctae Ecclesiae... Lione 1668, completamente rifatta dallo stesso autore nel 1680 col titolo: Notitia Ecclesiastica historiarum Conciliorum et Canonum..., ordinata esposizione di concili e di canoni dai primi tempi della Chiesa; Theoria et Praxis Iuris Canonici, Lione 1660, opera pregevole per l'indole pratica e per la sana dottrina, che evita gli eccessi del rigorismo e del lassismo; De Osum, dietro invito del card. Grimaldi.

BibL.: Hurter, IV, 308; I. Raffalli, s. v. in DDC, II (1937), col. 1195.

Alberto Scola
CABBALA (ebr. qabbäläh "tradizione"). - Termine, in origine riferito ai libri profetici della Bibbia, che dal sec. xir d. C. designa la dottrina esoterica ebraica. Al sorgere di questa dottrina contribuirono più o meno direttamente la teosofia ma'áteh merhâbhäh ("opera del cocchio divino", Ez. 1) e la cosmogonia tannaitica, ma'áteh bērēsīth ("opera del principio" della creazione), il commento del gaonita Sa'adjâh (v.) al «Libro della creazione" (sépher jésîrâh), le speculazioni sui nomi divini di Giuda Levita ed Abramo ibn Ezra, la dottrina della volontà e del verbo attima dai cabbalisti (mēqubbālîm) a Ibn Gabirol e Giuseppe ibn Saddīu, le speculazioni storico-filosofiche sulla creazione di Abramo bar Hijjā, l'emanatismo neoplatonico (teoria delle scale dell'essere a gradazione tripla : intelletto, anima, natura), la psicologia neoplatonica, la dottrina dell'intelletto attivo, la dottrina profetologica di Maimonide, il basidismo o pietismo affermatosi in Germania e in Francia nei secc. xirxiII. La teoria della šēhhtnāh (immanenza divina) di Sa'adjâh vi si trova legata a delle speculazioni sul protoantropo ('adhām qadhmān) ed i cherubini, provenienti dalla mistica del "cocchio", e ad una teoria particolare del "logos".

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La c. non rappresenta una concezione mistica di Dio; lo stato d'estasi vi ha una importanza secondaria, ne è assente il principio «io in te»; mira bensi ad una conoscenza teorica degli attributi divini, conoscenza a carattere contemplativo, dovuta a delle rivelazioni che il maestro comunica in via riservata ai suoi discepoli eletti.

Anche le concezioni magiche nella c. non sono veramente tali. Il magismo affiora solo nella c. pratica (la «càbala») e non in quella speculativa, in quanto mira ad influenzare la volontà divina senza rendersene padrone.

La demonologia non è veramente tale in quanto non vede nei dèmoni degli esseri che si ergono contro Dio, ma delle forze malefiche al servizio di Dio. In genere prevale nella c. il principio-base del profetismo biblico: - io e te s, cui si associa un elemento di egocentrismo nazionale: Israele dipende in tutto da Dio; la salvezza dell'umanità, del cosmo intero dipende a sua volta dalla purezza della comunità d'Israele, un'idea questa - la natura soffre e decade con l'uomo e a causa dell'uomo e con lui risorge e si rinnova - che subendo le più svariate evoluzioni e ascensioni percorre tutta la S. Scrittura, dalle prime pagine del Genesi sino alle lettere di s. Paolo (cf. P. H. M. Biedermann, Die Erlösung der Schöpfung beim Apostel Paulos, Würzburg 1940).

La letteratura cabbalistica è racchiusa in molte opere manoscritte inedite (moltissime a Gerusalemme). Al periodo antico appartengono i Pirṣe bèkhallâth ("Palazzi celesti"), il libro Bâhir ("Lucentezza"), trad. ted. di G. Scholem, Das Buch B., Berlino 1933). La maggior parte delle opere cabbalistiche, compreso il celebre libro Zôhar ("Splendere"), fu diffusa come letteratura anonima o sotto pseudonimo. Cosi lo Zôhar fu attribuito ad un dottore palestinese del sec. ir d. C., Simeon ben Jôhâj. Lo Zôhar è un assieme di scritti - la parte fondamentale in forma di commento teosofico al Pentateuco - divenuti «la Bibbia» del cabbalismo. L' "editore» fu il cabbalista Mosè de León del sec. xir. Lo Zôhar mira, a quanto pare, a controbilanciare l'influenza dell'aristotelismo e dei suoi seguaci ebrei. Alcuni degli scritti inclusi nello Zôhar differiscono in alcune importanti questioni dottrinali dal pensiero di Mosè de León. Manca tuttora una edizione critica dello Zôhar. Il metodo seguito nell'esposizione è quello allegorico. Il simbolo esiste indipendentemente dalla scoperta dell'oggetto simbolizzato. In tal modo la c. riesce a conservare la totalità del materiale tradizionale racchiuso nell'insegnamento rabbinico.

Al centro del pensiero cabbalistico sta la dottrina delle dieci séphîrâth, termine che J. Klatzkin (Thesauens philosophicus linguae hebraicae, III, p. 109) spiega con «potenze (gradi, madhrēghôth) o qualità nel concatenamento dell'emanazione e della creazione». Il nesso organico tra le séphîrôth viene presentato graficamente in forma di albero o del protoanthropos. Attraverso la conoscenza dell'essenza intima delle 10 séphîrôth il pio (saddiq) porta le sue preghiere spiritualizzate e le sue opere pie dinanzi all'Assoluto, lo 'én sôph ("senza fine»). Le séphîrôth vengono poste in relazione con il Decalogo e le dieci parole a mezzo delle quali fu creato il mondo (Abhâth, V, I; Hagîgâh, 12 a). L'ordine canonico in cui si susseguono le séphirôth è : héther ("corona»), hohhmâh ("sapienza »), bîndîh ("intelletto"), gêdhullâh ("grandezza») o hésedh ("grazia"), gêbhârâh ("forza") o dîm ("giudizio"), tiph'êreth ("bellezza») o rahdmîm ("misericordia»), nesah ("durata», "splendore»), hâd (maestà»), saddîq ("giusto») o jêsôdh 'ôlâm ("fondamento del mondo»), mahkhûth (" regno») o 'âfârâh ("corona»). Ognuna delle séphîrôth ha ancora altri nomi simbolici, posti in connessione con i versetti scritturali.

Dal sec. xir in poi sorgono grandi centri di studi cabbalistici nella Provenza. In Spagna lo c. è favorita da Salomone ben Aûret (v. AURET), il quale non è però attivo dal punto di vista letterario. Esponente della c. contemplativa è Abramo Abulafia (sec. xiri). Il suo discepolo Josef Gikatila sta sotto l'influenza dello Zôhar. La dottrina
cabbalistica di Jisbaq ibn Latif (fine del sec. xili) ha un carattere filosofico; quella di Abramo ben Eliezer (dal 1515 a Gerusalemme) è di carattere apocalittico. Al principio del sec. xvi assurge a grande importanza per lo sviluppo della c. la città di Safed (Galilea superiore). Anche il grande codificatore Josef Caro sta sotto l'influenza della c. Celebre Mosè Cordoveio (1522-70), teologo sistematicatore della c. A lui superiore fu solo Isacus Luria detto Ha-'ârî (1534-72). Fra gli avversari della c. figura il noto rabbino di Venezia, Leone Modena. Il cabbalismo influenzh due vaste correnti pseudo-messianiche: il sabbatianesimo ed il frankismo.

Fra i cristiani, Marsilio Ficino (1433-99) cita nel trattato De christiana religione col titolo di "Lucido» il libro Bâhîr. Pico della Mirandola (1463-94) coltivava studi ebraici insieme con Elia Del Medigo e Jôhânân Alemanno (v.). In una lettera diretta a Pico, Elia espone i principi fondamentali del sistema cabbalistico. Nella sua opera Bêhlmath had-dâth ("Esame della religione») Elia sostiene essere contrastante con la fede ebraica l'identificazione di Dio con le séphîrôth; ove si voglia ammettere lo 'én sôph come causa prima al di sopra delle séphîrôth non si puh trattare di contrasto vero con la religione. Flavio Mitridate eseguì per Pico traduzioni latine di opere cabbalistiche. Pico fu il primo a mettere le c. a contatto col pensiero cristiano; ad essa si richiama sovente nelle "Conclusioni..

Giovanni Reuchlin (m. nel 1522) espone sistematicamente la c. ad uso cristiano nel De verbo mirífico (1494) e in De arte cabbalistica (1517) : il nome di Gesù è il vero "verbum mirificum». Altri studiosi cristiani della c. nel sec. xvi furono il card. Egidio da Viterbo, Paolo Riccio, Pietro Galatino. Il mistico protestante Guillaume Postel tradusse in latino lo Zôhar ed il Libro della creazione; si dedicò agli studi cabbalistici la scuola di Jacob Böhme.

Fra i rappresentanti ebrei della c. in Italia menzioniamo: nel sec. x S. Donnolo da Oria (cf. D. Castelli, Il commento di S. D. col libro della Creazione, Firenze 1882), in epoca moderna il moralista Mosè Hajjim Luzzatto (1707-46) e il rabbino Elia Benamozegh (1822-1900).

Bim.: G. Scholem, Kabbala, in Euc. Iud., IX, pp. 630-732; U. Cassuto, Gli ebrei a Firenze nell'età del Rinascimento, Firenze 1918, ind. x. v. Kabbala; E. Zolli, Profetismo e misticismo in Israele, in Studi storico-religiosi, Udine 1935, pp. 246-53; G. Scholem, Major Trends in Jewish Mysticism, Nuova York 1946; G. Vajda, Introduction à la pensée juive du moyen âge, Parigi 1947, pp. 197210 e 258 -40. Eugenio Telli

CABEZÓN, ANTONIO de. - Musicista spagnolo, n. nel I5Io a Castrillo de Matajudíos, e m. il 25 marzo 1566. Da piccolo divenne cieco, e dopo un certo tempo passato con il vescovo di Palencia, a 18 anni era già al servizio di Carlo V e di Filippo II; fu poi a Genova, Milano, Mantova, Trento, ecc., e forse anche in Inghilterra. Nelle sue opere si nota una grande inventiva e meravigliosa fu l'arte con la quale suonava l'organo.

Dei suoi lavori, intermezzi, salmodie, tientas, glosse, variazioni, fatti per insegnamento dei numerosissimi allievi, raccolse una parte il figlio, presentata al re Filippo nel 1578. Fu ammirato come il più grande organista del suo tempo. Le sue opere sono state pubblicate recentemente da Filippo Pedrell nei voll. III, IV, VII e VIII della Hispanice Musica Sacra (Barcellona 1895 sgg.).

Gregorio M. Suñol
CABEZUDO, Nuño Diego. - Teologo e polemista domenicano, n. a Villalón (Castiglia), m. a Segovia mentre era priore nel febbr. del 1614. Religioso a 16 anni, si distinse presto per l'acutezza dell'ingegno. Insegnò per 30 anni in molti studi dell'Ordine, specialmente nel collegio di S. Gregorio di Valadolid, dove fu pure reggente. Profondo conoscitore e chiaro espositore della dottrina di s. Tommaso, ne fu un forte difensore contro il molinista gesuita Antonio di Padilla (1594). In seguito a queste polemiche la sua fama fu grandemente accresciuta e in tutta la Spagna la sua parola godette una notevole autorità.

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Scrisse: Commentarii ac disputationes in III partem Summae Theologiae D. Thomae Aquinatis, cum additionibus eiusdem munc primum accurate juxta atque luculenter discuati (2 voll., Valladolid 1601-1609, Venezia 1612 , Colonia 1630). Nella seguente edizione di Colonia ( 1663 ) all'opera fu dato questo titolo: Dicus Thomas explanatus sive... commentaria scholastica in III partem D. Thomae de Sacramentis, e vi si aggiunsero quattro nuovi trattati: 1) De auctoritate summi Pontificis et conciliorum, 2) De indulgentiis, 3) De auxiliis divinae gratiae, 4) De bulla cruciata dicta. Altra sua opera postuma è: Tractatio in III partem Summae theologiae D. Thomae munc primum in lucem edita, sed accurate recognita (Roma 1682), che fu pubblicata a cura del futuro maestro generale A. Cloche.

Bibl.: Quétif-Echard, II, p. 389; N. Antonio. Bibliotheca Hispana nova, I, Madrid 1783, p. 303. Alfonso D'Amato

CABIRI. - Divinità minori greche, secondo alcuni di origine fenicia, secondo altri frigia. La loro natura è discussa: dèi del mare protettori nelle tempeste, dèi della fertilità, o divinità ctoniche : i recenti scavi dei santuari cabirici di Tebe e Samotracia mostrano che i C. avevano qui natura ctonica.

In Grecia ebbero molta importanza i santuari di Samotracia (v. samotracia, misteri di), Tebe e Lemno (quest'ultimo, scavato recentemente, risale, sembra, al sec. viII-viI a. C.); in Asia Minore, quelli di Pergamo e Mileto, che alcuni vogliono più antichi di quelli greci. Il culto e i nomi dei C. variano da un centro all'altro, a Tebe si hanno anche influenze orfiche. I C. furono assimilati dai Greci ai Coribanti (v.) e ai Dioscuri e messi in rapporto con Efesto; dai Romani, a Dardano ed a Enea, ai Penati, a Giove, Minerva e Mercurio, alla triade capitolina.

Bibl.: R. Pettazzoni, Le origini dei Kabiri nelle isole del mar Trocio, in Rend. della R. dec. dei Lincei, 12 (1908), p. 632 sgg.: O. Kern. Kabirien, in Pauly-Wissowa, N. II, col. 1399 sgg.: F. Chapoutier, Les Dioscures au service d'une déesse, Parigi 1935, p. 153 sgg. Per Tebe: P. Wolters-G. Bruns. Das Kabirenteiligtum bei Theben, I, Berlino 1940. Per Lemno: S. Accamo, Iscrizioni del Cabirio di Lenno, in Annarcia della R. scuola archeologica di Atene, nuova serie, 3-4 (1941-42), p. 75 sgg. Per Pergamo: E. Ohlemutz, Die Kulte und Heiligtümer der Götter in Pergamon, Würzburg 1940, p. 192 sgg. Per Samotracia: C. Lehmann Hartleben, Excavations in Samotrahe, in American Journal of Archaeology, 43 (1931), p. 133 sgg.

Luisa Banti
CABOTO, Giovanni. - Navigatore italiano, naturalizzato veneziano nel 1476. Venuto a conoscenza dei risultati del primo viaggio di Colombo, organizzò, al servizio dell'Inghilterra, due spedizioni verso nord, attraverso l'Oceano Atlantico. Con la prima (1497), a bordo della nave Matthew di 50 tonnellate e 18 uomini di equipaggio, arrivò nei paraggi del capo Bretone, della Nuova Scozia, del golfo del S. Lorenzo e di Terranova. Con la seconda ( 1498 ) identificò le coste del Nordamerica a sud del S. Lorenzo sino all'attuale Nuova York. Sebastiano, figlio di Giovanni e più celebre del padre, n. a Venezia nel 1482. Al servizio dell'Inghilterra, toccò nel 1509 le coste della Groenlandia e del Labrador, entrò nello stretto di Hudson e lo percorse sino alla baia dello stesso nome, che volle identificare con il Pacifico, credendo cosi di aver trovato il passaggio di nord-ovest verso l'Asia. Passato nella Spagna, nel 1518 fu nominato Piloto mayor e partecipò cosi alla Giunta di Badajoz (1524), che doveva decidere se le Molucche appartenevano alla Spagna o al Portogallo. Vista vana la ricerca di altri navigatori di un passaggio verso il Pacifico attraverso l'America centrale, accetò l'incarico di condurre una spedizione che seguisse le orme di Magellano e raggiunse le Molucche. La spedizione non giunse allo stretto, ma, cambiando rotta, risalil l'estuario del Rio de la Plata, il Paraná e il Paraguay sino all'attuale Asunción (1526-30). Durante questa spedizione i suoi messi perlustrarono il territorio sulla destra del Pa-
raguay sino alle Ande. Tornato nel 1548 in Inghilterra, il suo nome è collegato con la ricerca del passaggio di nord-est (1553). Nei suoi ultimi anni attese a studi sulla declinazione magnetica, alla costruzione di strumenti nautici e alla delineazione della sua carta famosa (1544), della quale rimane un solo esemplare alla bibl. Naz. di Parigi. Morì verso il 1557. Visse tutta l'epoca gloriosa delle grandi scoperte geografiche; a lui deve l'Inghilterra gli inizi del suo dominio negli Stati Uniti e nel Canadá e la Spagna la colonizzazione del Plata.

Bibl.: L. Hugue, Le navigazioni di G. e S. C., Roma 1878; H. Harrisse, 7, et S. C.., leur origine et leur voyages, Parigi 1882; C. Errera, La spedizione di S. C. al Rio della Plata, in Arch. stor. ital., 3⁴ serie, 12 (1893, i), pp. 1-62; J. A. Williamson, The voyages of the C. and the english discovery of North America, Londra 1929; R. Almagià, I primi scopritori d'America, in L'opera del genio ital. all'estero, Roma 1937; id., Intorno a G. C., in Atti Accad. naz. dei Lincei, 84 serie, 3 (1948), pp. 164-66.

Giuseppe Rosso
CABRAL, Francisco. - Missionario gesuita, n. l'anno 1533 nell'isola di S. Michele (Azzorre), ma da una famiglia di Covilhã (Portogallo); m. a Goa il 16 apr. 1609. S'imbarcò nel 1550 per le Indie, dove entrò (dic. 1554) nella Compagnia di Gesù. Ordinato sacerdote nel 1558 , insegnò teologia ( 1561 ), fu rettore del collegio di Bezaim (1562-66) e di quello di Cochin (1567). Nell'ag. 1568 veniva mandato a Macao e nel giugno 1570 sbarcava nel Giappone, dove fu dodici anni superiore di tutta la missione, dando un vivo impulso al movimento di conversione, guadagnandosi le simpatie dei principi locali. Venuto in contrasto col visitatore Alessandro Valignano sui metodi da seguire nella missione giapponese, ottenne di essere esonerato dalla sua carica ( 1581 ), rimanendo qualche tempo superiore del distretto di Bungo. Rettore del collegio di Macao, e, come tale, superiore della nuova missione di Cina ( 1583-85 ), tornò poi nell'India dove fu superiore della casa professa di Goa e provinciale delle Indie ( 1593-96 ). Lettere sue ( 1571-98 ) sono pubblicate in varie raccolte del tempo di relazioni sulle missioni dell'Estremo Oriente.

Bibl.: P. M. D'Elia, Fonti Ricciane, I, Roma 1942. pp. 169170; Streit, Bibl., IV, p. 411 e passim. Edmondo Lamalle

CABRAL, João. - Missionario portoghese, n. a Celorico (prov. di Betra) nel 1599, m. a Goa il 4 luglio 1669. Gesuita nel 1615 , s'imbarcò nel 1624 per l'India. Nel 1626, associato al p. Cacella (v. Cacella, estexão), che era incaricato di cercare la via verso il regno di Utsang nel Tibet, esplorò con lui il Bhutan e arrivò alla capitale dell'Utsang, Shigatse ( 1628 ), dove tornò una seconda volta ( 1631-32 ), dopo la morte del Cacella. La sua carriera missionaria si continua poi attraverso molti viaggi : insegnò a Cochin (1633-34), lavorò a Ceylon, fu socio del provinciale di Goa, alcuni mesi rettore a Malacca, rettore del collegio di Macao, e allo stesso tempo vice-provinciale della provincia del Giappone, i cui padri erano stati espulsi dall'arcipelago ( 1645-46 ); visitatore della missione del Thenchine, provinciale a Macao della provincia giapponese ( 1649-53 ). Tornò poi nell'India, dove fu, tra l'altro, cinque anni missionario a Salsette.

Bibl.: Sommervogel, II, col. 494; VIII, col. 1956; C. Wessels, Early Jesuit Travellers in Central Asia, L'Ala 1924, pp. 120-63. Edmondo Lamalle

CABRERA, Alonso de. - Celebre predicatore spagnolo, n. a Cordova nel 1546 da nobile famiglia. Fattosi domenicano a Cordova, sviluppò le sue rare doti d'intelligenza e di cuore. Dopo esser stato missionario in America si dedicò all'insegnamento di teologia-al dire di J.Echard-all'Università di Osuna. Tut-

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tavia il suo nome non figura nell'elenco dei professori di teologia di quell'Università elencati dal p. V. Beltrán de Heredia (La Ciencia Tomista, 26^{text {a }} serie, 49 [1934], pp. 145-73). Fu priore a Siviglia e a Granada.

Si distinse per il suo zelo apostolico e per tutte le qualità tecniche d'un grande oratore; affascinava con la sua dotta e singolare eloquenza, con la purezza di lingua, con la voce potente e piacevole. Con plauso e frutto lo si sentì a Siviglia, Cordova, Granada, Valencia, Toledo, Madrid e altrove. Per quattro anni predicatore di sorte di Filippo II e di Filippo III, rimase umile frate. Passa per il più grande predicatore spagnolo del suo secolo. Il suo sermone per il funerale di Filippo II pronunciato il 31 ott. 1598 a S. Domingo el Real (stampato a Madrid nel 1598 e a Barcellona nel 1606) entrò nel Catálogo de Autoridades de la Lengua. Morto prematuramente, fu sepolto il 20 nov. 1598 nel convento di S. Tomás a Madrid.

Tra i vari sermoni e scritti pubblicati a cura di confratelli si citano: Tratado de los escrúpulos y sus remedios (Valencia 1599; Barcellona 1606; trad. it., Palermo 1612; trad. franc., Parigi 1622); Consideraciones sobre los Evangelios desde el domingo de Septuagésima hasta el domingo de la octava de Resurrección (2 parti, Cordova 1601; Barcellona 1602 e 1606) e Sobre los Evangelios del Adviento y dominicos hasta la Septuagésima con las festividades de Santos que ocurren en este tiempo (due parti, Cordova 1608; Barcellona 1609 e Soragozza 1610).

Bibl.: Quetiè-Echard, II, p. 322; Euc. Eur.-Amer., X, p. 206 .

Angelo Wals
CABROL, Fernand. - Monaco benedettino, cultore e promotore della scienza liturgica, n. a Marsiglia l'ri dic. 1855 , m. a Farnborough il 4 giugno 1937. Entrato nella abbazia di Solesmes, vi fu ordinato sacerdote il 3 giugno 1882 e ne fu priore dal 1890 . Nel 1895 passò al monastero di S. Michele di Farnborough (Inghilterra) di recente fondato, che governò fino al 1902 quale priore, e primo abate dal 1903 alla morte.

Membro di accademie e società scientifiche, scrisse numerosi articoli su vari periodici per illustrare le diverse forme della liturgia, specialmente la romana e la gallicana. La sua fama letteraria si consolidò con la Bibliographie des Bénédictins de la Congrégation de France (Solesmes 1889), cui seguì la Histoire du cardinal Pitru. Molto materiale archeologico e liturgico cooperò a raccogliere nel Dictionnaire d'archéologie chrétienne et de liturgie, in corso dal 1903, che, come i Monumenta Ecclesiae Liturgica in 4 voll., pubblicò in collaborazione con altri scienziati, primo il Leclercq (v.). Fra le altre sue opere vanno citate: Etude sur la Peregrinatio Silvime; Les Eglises de Jérusalem; La discipline et la liturgie ou 1 Vᵉ siècle (1895); Le liere de la prière antique (1900), forse il libro più bello e più adatto per la diffusione dello spirito liturgico; La prière liturgique (1901-1902); Les origines liturgiques (1906); Introduction aux études liturgiques (1906); L'Angleterre chrétienne avant les Normands (1909); La prière pour la France (1916); Mon Missel (1927); La Messe (1927); La prière des premiers chrétiens (1929); Les livres de la Liturgie latine (1930); La Messe en Occident (1932); St Benoît (1933), ed un'opera postuma: The year's liturgy (Londra 1938).

Bibl.: C. F., in Pax, 20 (1937, 11), pp. 101-103; C. F. in Revue d'histoire ecclésiastique, 33 (1937), pp.919-22; O. Rousseau, Hist. du mouvement liturgique, Parigi 1945.

Filippo Oppenheim
CABUL (ebr. Kâbhûl; Flavio Giuseppe χ α β où λ ω ν o χ α β ω λ ω ). - Città della tribù di Aser (Ios. 19, 27) e distretto di Galilea comprendente venti città date, qual compenso, da Salomone a Hiram (I Reg. 9, 13).

Il nome della città perdura sino ai nostri giorni nel vico Kâbûl a 15 km . a sud-est di Acco e pare che abbia un tempo servito a denominare la regione circonvicina. In tal caso all'epoca adomonica la Galilea anziché restringersi alla zona occidentale del lago di el-ẑàileb doveva estendersi più a mezzogiorno sino ai confini di Aser. Il particolare di II Par. 8, 2 (Hiram, al contrario, consegna
a Salomone tale zona) è da spiegarsi non come un capriccio del cronista basato su Lev. 23, 23 (proibizione di cedere territorio ebraico ad altri), ma per il disappunto di Hiram verso tale contrada, considerata "quasi un nulla» (hébal; non è ritrovabile la radice fenicia χ α β α λ ω ν che al dir di Flavio Giuseppe (Antiq. Jud., 8, 5, 3) significhchèbe "sgra-devole") secondo un gioco di parole sul nome Kâbhûl. Salomone colonizzò la terra restituitagli con Ebrei, il che dimostra che prima era scarsamente popolata o abitata da Canzoni, come lascia pure supporre il termine "Galilea dei gentili» in Is. 9, 1 (8, 23).

Faustino Salvoni
CACAULT, François. - Diplomatico francese, n. a Nantes il 10 febbr. 1743, m. a Clisson il 5 ott. 1805. Professore alla scuola militare di Parigi, dovette esulare per avere ucciso in duello l'avversario (1769). Dopo aver trascorso in Italia anni decisivi per la sua formazione spirituale, tornato in Francia (1775) entrò in diplomazia; divenne segretario d'ambasciata a Napoli e poi incaricato d'affari (1785). Giacobino moderato, fu residente di Francia a Firenze (1793), ove svolse opera proficua, contribuendo a staccare il Granduca dalla coalizione. Agente generale in Italia e ministro a Genova e poi a Roma, partecipò ai negoziati per la pace di Tolentino (1797). Sostituito a Roma da Giuseppe Bonaparte, tornò a Firenze, ma, caduto in disgrazia, fu richiamato. Nel 1798 fu eletto deputato del Consiglio dei Cinquecento e successivamente, accostatosi al Bonaparte, del Corpo legislativo. Il Primo Console lo mandò ministro plenipotenziario a Roma (1801), dove fu abile ed equanime negoziatore del Concordato del 1802, tanto da meritarsi le simpatie e la considerazione della Curia. Sostituito nel 1803 dal card. Fesch, lasciò Roma e l'Italia che tanto amava per diventare membro del Senato.

Bibl.: A. Messana. F. C. ministro plenipotenziario della Repubblica francese presso la S. Sede, 1801-1803, Roma 1924. Alberto M. Ghisalberti
CACCIA, Guglielmo: v. moncalvo (il).
CACCIAGUERRA, BONSIGNORE. - Sacerdote, n. a Siena nel 1494, m. a Roma il 30 giugno 1566. Portatosi, giovane, a Palermo, dissipò in lusso e disordinò le ricchezze accumulate con un commercio fortunato; ma richiamato in sé da apparizioni di Gesù in croce, da perdite di beni, dalla rivelazione del suo stato di coscienza fatta in pubblico da un'ossessa, vende ogni cosa, va pellegrino a S. Giacomo di Compostella, e per varie città di Italia, finché si fissa in Roma, dove è ordinato sacerdote (1547). Con l'appoggio di s. Filippo Neri si fa ammettere tra i cappellani di S. Gerolamo della Carità; e diventa apostolo fervido, ma prudente, della comunione frequente e anche quotidiana. Scrisse : Trattato della comunione (Roma 1557, ristampato più volte); Trattato della tribolazione (ivi 1559), molto raccomandato da s. Francesco di Sales; Lettere spirituali (I, ivi 1564; II, postumo, 1575); Pie e devote meditazione (ivi 1583 ).

Bibl.: G. Marangoni, Vita del servo di Dio, il p. B. C., Roma 1712; G. Premoli, Storia dei Barnabiti nel Cinquecento, ivi 1913, pp. 479-90 e passim; L. Ponnelle e L. Bordet, S. Filippo Neri e la società romana del suo tempo (1313-93), vers. it. di T. Casini, Firenze 1931, pp. 122-37 e passim.

Celestino Testore
CACCIATORE, Niccolò. - Sacerdote e cultore di astronomia, n. a Casteltermini in Sicilia il 26 nov. 1780, m. verso la metà del secolo seguente. Abbracciato, dopo i primi rudimenti letterari, la vita ecclesiastica, si dedicò alle scienze esatte ed alle indagini astronomiche, insegnando tale disciplina all'Università di Palermo e dirigendovi la specola. Noto per basilari osservazioni e rilievi sugli equinozi, fu membro di

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parecchie accademie. Nel 1812 curò a nome del governo la divisione della Sicilia in distretti e nel 1819 in circondari amministrativi L'essersi opposto alla devastazione dell'osservatorio durante i tumulti rivoluzionari del 1820 gli valse il saccheggio della casa e della ragguardevole libreria, e l'imprigionamento che gl'impedi di riprendere gli studi prediletti sino al 1823.

Bibl.: D. D. Müller, Biografie autografe ed inedite di illustri italiani di questo secolo, Torino 1829, pp. 84-90; E. Michel, s. v. in Dic. d. Risorg. Noc., II, p. 420. Paolo Dalla Torre

CACCIATORI, Benedetto. - Scultore, n. a Carrara nel 1794, m. ivi il 25 sett. 1871.

Allievo di Lorenzo Bartolini, a Milano lasciò tra l'altro le statue di s. Satiro, s. Ambrogio, s. Romano, s. Massimiliano e s. Maria Maddalena in Duomo, il monumento del conte G. Borromeo nella biblioteca Ambrosiana (1840), una Madonna in S. Celso, il sepolcro per Marcello Saporiti nella chiesa della Sforzesca (1854), oltre ad alcune statue per l'arco di porta Venezia e per l'arco della Pace. Lavorò anche per la cappella del Sudario nel duomo di Torino, e fu insegnante all'Accademia di Brera. Il suo stile, por tendo da alcune espressioni caratteristiche del Bartolini (v.), risente degli esempi neoclassici dell'ambiente milanese nel quale il C. completò la sua formazione.

Bibl.: R. C., s. v. in Thieme-Becker, V, p. 336.
Gilberto Ronci
CACgini, Giovanni Battista. - Scultore ed architetto, n. probabilmente a Firenze il 24 ott. 1556 e m. ivi nel 1612 o' 13.

Allievo di Gio. Ant. Dosio, ha lasciato a Firenze le maggiori tracce della sua attività; ricordiamo le statue dei ss. Bartolomeo e Zanobi in S. Maria Maggiore (1584), della Pace e della Mansuetudine ( 1606 ) nella cappella Strozzi a S. Trinita, dell'Estate e dell'Autunno sul ponte di S. Trinita e quelle nel giardino di Boboli. Come architetto proseguì la costruzione del portico esterno della chiesa della S.ma Annunziata a Firenze, e costrui, accanto a essa, la cappella di S. Sebastiano. A lui si deve, pure in Firenze, il macchinoso ciborio dell'altar maggiore di S. Spirito. Lavorò anche a Pisa (rilievi del portale di bronzo nel Duomo), a Orvieto ed a Napoli.

Bibl.: G. Soboths, s. v. in Thieme-Becker, V. pp. 336-39; O. H. Giglioli, La Trinita di G. C., in L'illustratore fiorentino. Calendario storico compilato da G. Carocci, nuova serie, 10 (1913). p. 111 sgg.; A. E. Brinckmann, Barochshulplur, Potsdam 1910, pp. 142-48. Gilberto Ronci

CACELLA, Estevão. - Missionario portoghese, n. ad Avis nel 1585 , m. a Shigatse il 6 marzo 1630. Entrato nel 1604 nella Compagnia di Gesù, parti nel 1614 per l'India, dove lavorò nella missione del Malabar. E principalmente conosciuto per un tentativo di penetrazione nel Tibet. Incaricato di esplorare il regno di Utsang, all'ovest di Liassa, partì da Cochin col p. Cabral (v.) nell'apr. 1626, passò nel Bengala, valicò l'Himalaia per i passi del Bhutan, e nel nov. 1627 ricevette buona accoglienza dal sovrano dell'Utsang, nella sua capitale Shigatse, sul fiume Tsangpo. Andò una seconda volta a Shigatse tre anni più tardi, ma vi morì dopo pochi giorni a soli 45 anni; la missione progettata fu allora abbandonata. Una relazione del p. C. sui paesi da lui visitati è interessante per la geografia e l'etnografia, ed è pubblicata dal Wessels, pp. 314-32.

BibL.: C. Wessels, Early Jesuit Travellers in Central Asia, L'Aja 1924, pp. 120-63; Streit, Bibl., V, p. 112.

Edmondo Lamalle
CÁCERES: v. nUova CÁceres; SAN LUIGI da CÁCERES.

CADALO (Cadaloo). - Antipapa col nome di Onorio II (ro61-72), n. a Verona da famiglia oriunda tedesca. Vescovo di Parma dal 1045 ca., si rivelò, pare, avversario focoso della riforma ecclesiastica, tan-
to che alla morte di Niccolò II (27 luglio 1061), l'imperatrice Agnese, reggente per l'undicenne Enrico IV, su proposta della nobiltà romana e dell'episcopato lombardo, lo fece eleggere papa nel Sinodo di Basilea ( 28 ott. 1061), in opposizione ad Anselmo vescovo di Lucca (Alessandro II) eletto canonicamente un mese prima, con l'appoggio del partito di Ildebrando. La corte imperiale mandò subito a Roma Benzone, vescovo di Alba, a preparare con l'oro e la diplomazia la strada alla venuta di C. il quale seguì nell'apr. del 1062 con schiere armate. Goffredo il Barbuto, marchese di Toscana, persuase i due contendenti a tornare alle rispettive sedi in attesa della decisione imperiale (maggio 1062). Intanto un colpo di stato aveva tolto la reggenza ad Agnese per affidarla ad Annone di Colonia. Questi incaricò Burcardo di Halberstadt di condurre un'inchiesta, che riuscì favorevole ad Alessandro. C. allora ricomparve con armati a Roma (maggio 1063). Vittorioso in principio, fu presto alla mercé di Cencio, già suo fautore, e dovette riscattarsi con l'oro (primavera 1064). Poco dopo, il Sinodo di Mantova, presieduto da Annone stesso, riconobbe definitivamente Alessandro come legittimo papa e scomunicò C., che si ritrasse a Parma. Vi mori oscuro e, pare, senza rinunciare alle sue pretese.

Bibl.: F. Baie, Cadalus, in DHG, X. coll. 53-99, in cui è raccolta tutta la bibliografia anteriore; A. Flisbo-V. Martin, Hist. de l'Eglise, VIII, p. 22 sq.; R. Morphen, Gregorio VII (I Grandi Italiani, 26), Torino 1943, p. 110 sgg. Ireneo Daniele

CADAVERE: v. DEPUNTI.
CADENZA NELLA SALMODIA. - Quando i salmi si cantano per intero in una sola volta, oppure si eseguiscono alternando i due cori, o si prendono soltanto alcuni versetti, se questi conservano la forma di salmodia, si distinguono sempre per una c. melodica; la quale è più o meno ornata secondo il momento nel quale si canta. E più ornata nei canti del solista; meno ornata in quelli della "Schola", e più semplice quando è destinata al popolo. Nella salmodia ornata quale, p. es., quella del Graduale della Messa e anche nel Tractus, le c. non si fanno soltanto alla fine del versetto, ma tutta la linea melodica è suddivisa in c., più o meno importanti, a seconda dello sviluppo tematico; l'ultima, di solito, è ornatissima. In questi canti, facilmente diventati «melodie tipo», le c. restano già quasi fisse, e per l'applicazione o accomodamento del testo si seguono le regole generali secondo che siano o no "toniche». Nella salmodia più semplice dell'Ufficio, ogni versetto aveva forse nell'antichità una sola c., come si osserva ancora nel canto ambrosiano. Nella salmodia dell'Introito, come in alcuni canti evangelici, fu presto introdotta una nuova c. prima della pausa, a metà del versetto, che si praticava per comodità dei cantori. Dopo la c. di asterisco il canto si sospende per un tempo, mentre da un coro all'altro non si richiede tale pausa. L'ultima c. melodica varia non solo per ogni "modo" ma anche nello stesso "modo", affinché alla ripresa dell'Antifona il passo sia più comodo e più armonico. Perciò la formola mnemonica EOGIAE (speculorum amen) dipende da come comincia l'antifona. Le c. melodiche semplici della salmodia si distinguono tra c. ad un accento, e c. a due, secondo che si dia rilievo melodico all'ultimo accento tonico (prima dell'asterisco e alla fine), o anche ai due ultimi accenti tonici.

Bibl.: H. Rieman, Musikalische Syntaxis, Lipsia 1877; P. Mocquereau, Le nombre musical, Tournay 1908; P. Ferretti, Il Cursus metrico e il ritmo delle melodie del canto gregoriano, Roma 1913; T. Machabey, Histoire et évolution des formules musicales, Parigi 1928; P. Ferretti, Estetica gregoriana, Roma 1934. Gregorio M. Sufiol

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CADES (Cades-Barne). - Località situata all'estremo limite meridionale della 'Terra promessa, detta antecedentemente ' Ē n Mišpät (Gen. 14, 7) o "fonte del giudizio". Etimologicamente da Qädhēs " sacro" o Qädhēs-Barnēa' (sconosciuto è il senso del secondo termine: Num. 20, 14; 32, 8 ecc.). Già celebre al tempo del patriarca Abramo (Gen. 14, 7; 16, 14; 20, 1), C. divenne il luogo d'accampamento degli Israeliti, all'uscita dall'Egitto, per lo spazio di 38 anni (Num. 20, 1; Deut. 1, 46; 2, 14); di là partirono i dodici esploratori per visitare la Terra promessa (Num. 13); là il popolo litigò con Mosè e Aronne per la mancanza d'acqua (da cui il nome di Mē Mērthhath Qädhēs, ossia "acqua della contesa di C.", dato alla stessa località (Num. 20, 2-13; 27, 14; Deut. 32, 51); ivi pure morì Maria, sorella di Mosè (Num. 20, 1) e infine anche di là Mosè mandò ambasciatori al re di Edom (Num. 20, 14-21).

Numerosi testi ci descrivono con sufficiente precisione il sito di C.: essa trovavasi sulla via che dal Horeb (Sinai) conduce al monte degli Amorrei (Deut. 1, 19), ossia alla terra di Canaan (Num. 13, 30), al sud del Négebh (Num. 13, 17), nel deserto di Pharan, l'attuale Badjed et-Tih, o "deserto della solitudine" (Num. 13, 4), e anche nel deserto di Sin (Num. 13, 22; 20, 1; 27, 14; 33, 36; Deut. 32, 51) - i limiti tra i due deserti non erano nettamente determinati, se pure non si vuol considerare il deserto di Sin come la parte settentrionale del deserto di Pharan -, presso il confine di Edom (Num. 20, 16; 34, 3); secondo Num. 34, 3-5, C. era situata al vertice dell'angolo formato dalla linea orientale Mar Morto-Acrabbim-Sin-Cades, e dalla occidentale Cades-Addar-'Asmonš-Torrente d'Egitto ( = Wādi el-'Arīs). Tutti questi dati coordinati fra loro convengono nel collocare l'antica C. al posto dell'odierna 'Ajn Qedejs ( = "fontana di C. "). Tale è l'opinione comunemente oggi accettata.

Bibl.: A. Legendre, s. v. in DB, II, coll. 13-23; A. Barrois, s. v. in DBs, I, coll. 993-97; M. R. Savignac, La région de 'Ala-Qedeis, in Rev. Bibl., 31 (1922), pp. 25-81.

Gaetano M. Perrella
CADICE e CEUTA, diocesi di. - Cadice è un'antichissima città marittima sull'Atlantico, fondata verso il 140 a. C. dai Fenici che la chiamarono Gadir; i Romani la conquistarono nel 203 a. C. e la dissero Gades; divenne con G. Cesare la Julia Gaditana, con Augusto l'Angusta Gaditana e centro nel periodo romano del conventus Gaditanus. Si crede che vi corrisponda l'antica chiesa di Asido, fondata a Medina Sidonia dopo la conquista visigota. Il suo primo vescovo Rufino appare nel secondo Concilio di Siviglia (s. 619). Il vescovo Pimenio partecipò ai tre Concil di Toledo (IV, VI e VII degli anni 633, 638 e 646). La diocesi venne trasferita a Cadice nel 1265, dopo essere stata per qualche tempo a Algeciras. Distrutta la città di Cadice nel 1379 da Maometto II, la sede vescovile fu riportata a Medina Sidonia; tornata ancora a Cadice vi rimase fino al 1596, quando dovette di nuovo emigrare per pochi mesi a Medina Sidonia a causa dell'incursione a Cadice degli Inglesi, i quali distrussero la Cattedrale e fecero prigioniero la maggior parte del Capitolo. Presentemente si intola "C. e C.", essendo stata unita a quella diocesi l'altra del Marocco, fondata nel 1841 e soppressa nel 1851 .

L'estensione della diocesi unita è di 3819 mathrm{kmq}. con 460.004 ab., dei quali 446.991 cattolici. Ha 61 parrocchie servite da 131 sacerdoti diocesani e 73 regolari. E suffragence di Siviglia. Patrona della diocesi è la Vergine S.ma del Rosario per voto emesso nel 1630 , rinnovato il 9 nov. 1755 e confermato da Pio IX il 27 giugno 1867; i martiri Servando e Germano (BHL, 7608) furono proclamati patroni il 21 ott. 1619, s. Giuseppe il 10 apr.
![img-17.jpeg](img-17.jpeg)
(da Chander Halhten Post, J. history of Spanish painting, IX, Cambridge B G, p. II Cadice - Incoronazione di spine - Affresco di Juan Correa de Virai (sec. xvi) - Cattedrale.

1707, s. Francesco Saverio il 25 febbr. 1706 e s. Rocco il 15 nov. 1738.

La Cattedrale, ricostruita dopo la distruzione primitiva, fu terminata nel 1613 e di nuovo rifatta dal 1722 al 1855. Sembra che s. Ferdinando, dopo la conquista di Cadice, decidesse di erigerla in diocesi, ciò che fu eseguito da suo figlio Alfonso X, il quale fece nominare primo vescovo il francescano Giovanni Martinez. Quattro cardinali governarono questa diocesi, cioè Torquemada (v.), Carafa, Accolti e Zapputa.

Bibl.: N. M. de Cambiaso y Verdes, Memorias para la biografia y para la bibliografia de la isla de Cadiz, 2 voll., Madrid 1829-30; J. Castro, Historia de Cadiz y su provincia hasta 1514, Cadice 1858; J. F. Guillen, Tain. Indice sistematico de acuerdos de las actas capitulares... de Cadiz, ivi 1941; Anuario religioso español, 1947, Madrid 1947, pp. 333-36. Giuseppe M. Pou y Martí

CADOC, santo. - Di Llancarvan, santo del Galle̋s, del sec. vi, eremita, abate, poeta (appassionato di Virgilio), e signore feudale a un tempo.

La più antica Vita che di lui ci è pervenuta fu scritta da un chierico, Lifris, alla fine dell'xi sec., ma rispecchia evidentemente le antiche tradizioni del grande monastero da lui fondato. Ivi si dice che la madre era di origine irlandese, ch'egli fu discepolo di un eremita irlandese di nome Meuthi, che andò poi a frequentare le scuole monastiche d'Irlanda "per acquistare tutto il sapere dell'Occidente». Tornato in patria con vari seguaci, fra cui Finniano di Clonard che rimase con lui qualche tempo, fondò il grande monastero di Llancarvan (o Nantcarvan) nel Galles meridionale, già assai fiorente nella prima metà del vi sec. C. è una figura rappresentativa di quel periodo di intensi scambi religiosi e culturali (importanti in particolare per la cultura latina) fra Britannia e Irlanda cristiane.

Bibl.: J. F. Kenney, The sources for the early history of Ireland, I : Ecclesiastical, Nuova York 1929, pp. 179-80; L. Gougaud, Cristianity in Celtic Lands, Londra 1932, passim.

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CADONICI, Giovanni. - Teologo italiano, n. a Venezia nel 1705, m. il 27 febbr. 1786, canonico di Cremona. Tenacemente avverso alla corte papale, favori il giuseppinismo. Per sostenere le sue tesi non si fece scrupolo di violentare il pensiero dei Padri. Si fece notare come antimolinista. Ma la sua maggiore notorietà è dovuta alla strana sentenza da lui sostenuta contro il sentimento comune e la tradizione della Chiesa, che cioè, già prima della Redenzione, i santi nel limbo godessero della visione beatifica.

Il suo pensiero è consegnato nelle sue opere : Vindiciae augustinianae ab imputatione regni millenarii (Cremona 1747); Dialoghi tre in difesa delle vindicie agostiniane (Rovereto 1753); S. Augustini de piorum statu in sinu Abrahue ante Christi mortem sententia (Venezia 1763); De dicto Augustini: \& Ecclesiam Christi servituram sub regibus huius saeculi» (Pavia 1784).

Bibl.: F. Hoefer, s. v. in Nouv. Biogr. univ., VIII, col. 74; Hurter, III, col. 292, nota; B. Heurtebize, s. v. in DThC, II, col. 1300 .

Vito Zollini
CADORNA, Raffaele. - Generale italiano, n. a Milano il 9 febbr. 1815, m. a Torino il 6 febbr. 1897.

Di famiglia profondamente cattolica, di temperamento difficile, di mentalità autoritaria e soldatesca, alieno da ogni accomodante comprensione negli affari civili, non fu sempre felice nel condurre a termine alcuni incarichi, nei quali alle funzioni proprie del suo grado s'affiancavano compiti più largamente amministrativi, sociali, politici ed anche diplomatici, in momenti particolarmente complessi e delicati. In particolare ciò si vide nella dura repressione dei lagrimevoli ed inconsulti moti palermitani dell'autunno 1866, che lo mise, per basse manovre anticlericali, in gravi difficoltà col clero, a torto indiscriminatamente accusato di sostenere i rivoltosi, ed aspramente colpito nei più specchiati ed egregi suoi uomini.

Né a minori e meno giustificate critiche d'ogni parte offriva il fianco l'operato del C. nel corso della breve campagna e del breve suo governo di Roma nel 1870. Impari a superare le molteplici e gravi difficoltà d'ordine non solo militare, ma soprattutto religiose, politiche e diplomatiche legate a quegli eventi, fu egli allora e poi oggetto d'aspre polemiche, culminate ancora un ventennio dopo con la pubblicazione, studiatamente ritardata, del suo volume su La liberazione di Roma (Torino 1889), libro non felice, sia per le inesattezze di dati di fatto che contiene, sia per la scarsa comprensione di quegli avvenimenti, sia per l'acre spirito trasfusovi, sia per il poco senso cavallereseo nei riguardi dell'esercito avversario, mentre questo, come il C. medesimo aveva dovuto a suo tempo riconoscere e come studi critici dimostrano, s'era con pari idealità e valore strenuamente battuto nel Lazio e lungo le mura Aureliane.

BibL.: P. Balan, Continuazione alla Storia universale della Chiesa Cattolica dell'ab. Rohrbaches, II, Torino 1879; A. M. Bonetti, Venticinque anni di Roma capitale d'Italia, II, Roma 1885; id., La liberazione di Roma del generale R. C., Siena 1889; G. C. Carletti, L'esercito pontificio dal 1860 al 1870 , Viterbo 1904; A. Vigevano, La fine dell'esercito pantificio, Roma 1920; L. Cadorna, Il generale R. C. nel Risorgimento italiano, Milano 1922. Paolo Dalla Torre

CAEDMON, santo. - Benedettino e primo poeta inglese cristiano, m. tra il 670 ed il 680 . Quanto al nome, si è parlato di origine celtica o di pseudonimo ebraico o caldeo.

Umile bovaro del monastero di Streaneshalch (Whitby), come narra Beda (Hist. ecel., IV, 24), C. non aveva mai composto versi, e una notte, mentre nel monastero si svolgeva una gara di canto, si era appartato, conscio della sua ignoranza. Durante la notte ebbe una visione, nella quale si sentì spinto a poetare. Improvvisò,
così, un mirabile inno sulla creazione, tra lo stupore dell'abbadessa Hilda, che ravvisò in lui un ispirato da Dio e l'accolse tra i suoi monaci. Da questi apprendeva gli episodi biblici, cui egli poi dava forma poetica. Secondo William of Malmesbury (1123) fu probabilmente sepolto a Whitby. La sua festa ricorre l'i i febbr.

Sicuramente di C. sono i 9 versi di un Inno a Dio, riportati da Beda in latino. I cosiddetti C. poenis contengono invece parafrasi di parti della Genesi, l'Esodo, Daniele e il Cristo e Satana ( 3 poesie sulla caduta degli angeli, la diocesa al limbo e la tentazione). La Genesi e Cristo e Satana si distinguono per il loro accento drammatico; specialmente il carattere di Satana è vigorosamente disegnato.

Bibl.: Ed. critica di R. Wülker, in Bibl. der angelsächs. Poesie, II, 2ᵃ ed., Lipsia 1895; C. W. Kennedy, The C. poenis, Londra 1916 (vers. inglese); G. Gallanca, The C. manuscript, Oxford 1027 (riprodus. con introduz.), Studi : cf. The Com. bridge Bibliogr. of Engl. Literat., I, Cambridge 1940, p. 73 sgg.

Wolf Giusti
CAELENAE. - E fuori dubbio che nel paese dei Marsi sia esistita una chiesa cristiana abbastanza antica. Nel sec. vi si fa espressa memoria di un vescovo Giovanni marsicanus. E per ora tuttavia impossibile stabilire la sua origine, poiché la tradizione leggendaria di s. Rufino primo vescovo dei Marsi nel sec. III (BHL, 7360-63) non è degna di fede.

E lecito supporre che la prima sede vescovile fosse Marvavium (oggi s. Benedetto) il capoluogo della Marsica e in un secondo tempo probabilmente C. (Celano). Dal sec. x notizie certe permettono di seguire la sua storia, illustrata poco più tardi dal vescovo s. Bernardo, cardinale del titolo di S. Crinagono. Distrutta l'antica città, rimase la chiesa cattedrale di S. Sabina cui i pontefici romani, come metropoliti, confermarono ripetutamente i possessi
![img-18.jpeg](img-18.jpeg)

[^0]
[^0]:    Cadorna, Raffaele - Dispaccio telegrafico di R. C. a Garibaldi ( 22 ott. 1829) - Roma, archivio dell' Istituto per

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e i diritti nel territorio soggetto, fino a quando Gregorio XIII trasferì nel 1580 a Pescina la sede episcopale. Attualmente la residenza è ad Avezzano (v. MARSI, diGcesi dei).

Delle numerose chiese collegiate ed abbaziali, che i documenti abbondanti fanno supporre un di fiorenti, come a Celano e a Trasacco, soggette al vescovo dei Marsi, ben poco resta. Memorabile l'abbazia di S. Cosma a Tagliacozzo di cui rimane il tempio.

A Pescina l'archivio vescovile e quello capitolare contengono poche carte a causa della dispersione avutasi anteriormente al trasferimento del 1580.

Brbl.: A. Di Pecro, Cotsdogo dei vescovi della diocesi dei Marsi, Avczerno 1872: P. Piccirilli, La Mar. idea monumentali, auto d'arte, Roma 1909; F. Kebe, Indio Pontificio, IV, Berlino 1909; Lanzoni, I, pp. 363-65.

Serafina Pette
"CAELESTIS
AGNI NUP. TIAS". - Inno dei Vespri di s. Giuliana de Falconicri (v). E in forma di preghiera e ricvoca alcuni episodi della vita della Santa. Alla eleganza della forma non sempre corrisponde l'ispirazione poetica, poiché è una fre