rdine e dello studio generale.
Il C. pubblicò una grammatica ebraica (Verbum Dei, Canones generales linguae sanctae hebraicae, Roma 1616) e un dizionario ebraico (ivi 1617). La sua opera principale però sono le Concordanze ebraiche (Concordantiae sacrorum Bibliarum hebraicorum, in quibus chaldaicae etiam librorum Eidrae et Danielis sua loco internenter, 4 voll., Roma 1621, apud Stephanum Paulinum). Nel pubblicare quest'opera colossale intendeva in primo luogo dare ai latini una versione delle «Concordanze ebraiche» di Rabbi Isaac Mordechai Nathan (Venezia 1323), opera scritta in ebraico senza vocali, delle cui radici ebraiche il famoso Giovanni Reucluin aveva fatta una versione latina. Di essa C. si servì liberamente. Poi aggiunse parole rabbiniche, aramaiche, sirische ed arabiche, corrispondenti alle ebraiche, per spiegare meglio le radici ebraiche, e si servì anche del Thesaurus linguae sanctae di Sante Pagnini (Lione 1529), del Dictionarium Polyglottae Complutensis e del Lexicon pentaglottum di Schindler (Hannover 1612). Per l'edizione di questa prima concordanza biblica ebraico-latina, pubblicata da un cattolico, fu istituita nel convento di Aracoeli una propria tipografia, e, essendo il C. già morto nel 1620 , il famoso irlandese Luca Wadding (v.) condusse a termine la pubblicazione, cui premise le prefazioni che si trovano sotto diversi nomi. L'opera usci a Roma nel 1621-22; un'altra edizione fu fatta da Guglielmo Romaine, a Londra, nel 1747-49. Benché diversi autori indichino ancora altre edizioni, il sottoscritto poté accertare solamente le due suindicate.
Bibl.: Wadding, Scriptores, p. 167; A. Kleinhans, De prima editione catholica concordantiarum hebraico-latinarum SS. Bibliarum, in Biblica, 2 (1924), pp. 39-48; id., Annales Ord. Min., XXV, Quaracchi 1934, pp. 227, 279, 414, 446. Arduino Kleinhans
CALATAVUD, Pedro de. - Gesuita spagnuolo, scrittore ascetico, n. a Tafalla (Navarra) il 1^{°} ag. 1689, m. a Bologna il 27 febbr. 1773. Dopo un periodo d'insegnamento, dal 1728 si dedicò tutto alla predicazione al clero e al popolo, per cui fu famoso in tutta la penisola iberica. Dovette lasciarla nel 1767 quando la Compagnia di Gesù fu espulsa dalla Spagna.
Tra le molte sue opere notiamo: Incendios de amor sagrado (Murcia 1734), per cui C. è tra i primi fautori del culto del S. Cuore in Spagna; Práctica de la vida dulce y racional del cristiano (Valenza 1734); Juicio de los sacerdotes, doctrina práctica y anatomia de sus conciencias (ivi 1736); Doctrinas prácticas... para desenredar y dirigir las conciencias (2 voll., ivi 1737 e 1739): questa è tra le opere migliori del C. e permette di formarci un'idea della sua spiritualità, che fonde l'esperienza personale con l'ascetica e mistica dei grandi scrittori spagnoli dell'epoca; Sentenatis varias, sacadas de los profetas y de los libros de la Sagrada Escritura (Salamanca 1742); Catecismo práctico (Valladolid 1747); El magisterio de la fe y de la razón (Siviglia 1760 ), ecc.
Bibl.: L. Koch, Jesuiten-Lexikon, Paderborn 1934, p. 286 sg.; C. G. Rodeles, Vida del célebre misionero p.P.C., Madrid 1882; A. Astrain, Historia de la Compañía de Jesús en la Asisten. cia de España, VII, Madrid 1913, passim. Felicissimo Tinivella
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CALATRAVA. - Ordine cavalleresco spagnolo fondato nel 1158 da Raimondo, abate cistercense di Fideiro, incaricato da Sancio III re di Castiglia della difesa di C., assediata dai Mori. Per la disciplina interna venne adottata la regola cistercense. Alessandro III lo approvò nel r165. Da allora si sviluppò assai sia per le molte vittorie riportate sui Mori, sia anche per i grandi possedimenti acquistati o conferitigli, ma col sec. xiv venne in decadimento a causa di scissioni interne. Si ricostituì nel 1482 sotto Ferdinando il Cattolico che ne divenne il gran maestro. Da allora rimase unito alla corona spagnola.
BibL.: M. Guillamas. De las Ordenes militares de C., Santiago, Alcántara y Monteso, Madrid 1852; A. Rodríguez, Algo sobra la fundación de la Orden de C., Barcellona 1917; J-M. Canivez, s.v. in DHG, XI (1939), coll. 351-54. Silverio Mattei
CALBAYOG, diOcesi di. - Città della provincia di Samar nelle isole Filippine, e sede della diocesi suffraganea di Nome di Gesù (Cebù), comprendente le isole Samar, Biliran e Capul, con un territorio di 13.556 mathrm{kmq}. ( 1948 ).
La diocesi conta 210 chiese ed ha una popolazione complessiva di 600.000 ab. dei quali 399.400 cattolici, ripartiti in 38 parrocchie, sotto la direzione di 45 sacerdoti diocesiani e 7 regolari (1948).
Eretta il 10 apr. 1910 per smembramento della diocesi di Cebù, C. divenne prima suffraganea di Manila, e poi di Cebù, quando questa fu elevata a sede metropolitana ( 28 apr. 1934). Nel nov. 1937 da C. fu staccata la provincia di Leyte per formare la diocesi di Palò.
BibL.: AAS, 2 (1910), p. 290; 27 (1935), p. 263 sg.; 30 (1938), pp. 245-48; C. F. Wemyss Brown, Samar and Leyte, in Cath. Enc., XIII, p. 415, XVI, p. 34; Suppl., p. 141: The Official Catholic Directory, Nuova York 1938, parte 2⁴, p. 642 sg. Corrado Morin
CALBULO. - Poeta cristiano africano, forse vescovo, vissuto al principio del sec. vi. L'Antologia latina (n. 378, ed. A. Riese) conserva di lui una poesia per un battistero che egli aveva fatto ornare di marmi. Essa è preceduta da quattro epigrammi che descrivono le varie fasi dell'azione battesimale. Antonio Ferrua
CALCEDONIA. - Oggi Kadiköy, fondata dai Megaresi nel sec. vir, a. C., sta sulla costa della Bitinia di fronte a Bisanzio. Nel 74 a. C. passò ai Romani ma rimase città libera. Fu distrutta dai Goti sotto l'imperatore Gallieno; subì nel 616 un'invasione dei Persiani, ma fece parte sempre dell'impero bizantino. Il cristianesimo in C. dovette essere introdotto fino dai suoi esordi; ciononostante non si può precisare l'anno in cui divenne sede episcopale. Venerata in tutto il mondo fu la sua martire s. Eufemia, nella cui basilica fu tenuto il celebre Concilio ecumenico del 451 (v. sotto). C. tra i suoi vescovi conta Mari, uno dei primi e più tenaci ariani, Eracliano, nel sec. vi, autore di opere contro i manichei e i monofisiti. Con la costituzione dell'impero latino d'Oriente, anche C. ebbe i suoi vescovi latini. L'attuale sede titolare fu anche un metropolita per gli Armeni e un arcivescovo per i Siri, sempre titolari. Nei confini della diocesi di C. si trova Crisipoli (oggi Scutari) dove Licinio fu sconfitto da Costantino (324) e dove visse s. Massimo confessore (580-662) che tanto tenacemente sostenne l'ortodossia contro le minacce del monotelismo difeso dalla vicina Costantinopoli. La popolazione conta ca. 30.000 ab. per la metà greci; il resto, armeni, musulmani, ebrei; i cattolici (latini e armeni) sono ca. 5000 ; piccola è ia colonia protestante.
BibL.: M. Le Quien, Oriens Christianus, I, Parigi 1740, coll. 599-612; G. Long, Chalcedon, in W. Smith, A Dictionary of
Greek and Roman geography, I, Londra 1873, p. 396 sg.; J. Parmire, Les premiers éedques de C., in Echos d'Orient, 3 (1809), pp. 85-91; 4 (1900), pp. 294-209. Saverio Pericoli Ridolfini
It. Concilio di C. - I. Preliminari. - Il Concilio di C. (IV Ecumenico, 8 ott. 1^{°} nov. 451) fu convocato per riparare lo scandalo del secondo Concilio di Efeso (sg. 449) che il papa Leone I chiamò il «Latrocinium».
Il conciliabolo presieduto da Dioscoro, patriarca di Alessandria, aveva riabilitato Eutiche, condannato come eretico dal Sinodo di Costantinopoli del 448, e aveva anatematizzato chiunque asseriva due nature ( 800 góncic) in Gesù Cristo, dopo l'unione. Dioscoro aveva voluto imporre a tutta la Chiesa la terminologia monofisita, escludendo ogni altra, con il rischio di aprite la via ai più strani errori circa il mistero dell'Incarnazione: l'eutichianismo (v. Efeso, latrocinio di; Eutiche). Con l'inganno e la violenza era riuscito a strappare il voto di quasi tutto l'episcopato orientale presente al Concilio ed aveva condannato indirettamente non solo gli orientali del patriarcato di Antiochia ma anche lo stesso papa s. Leone, la cui Lettera a Flaviano non aveva voluto nemmeno leggere.
Quando s. Leone seppe ciò che era accaduto, annullò la decisione del conciliabolo e chiese con insistenza all'imperatore Teodosio II la convocazione di un nuovo concilio ecumenico da tenersi in Italia, nel quale si sarebbe esaminato l'appello di Flaviano e degli altri vescovi oriental deposti ingiustamente da Dioscoro.
Nonostante l'intervento del suo collega d'Occidente, Valentiniano III, l'imperatore non volle caperne e fece eseguire le sentenze del conciliabolo. Un fatto imprevisto venne tosto a modificare del tutto la situazione. Il 28 luglio 450, Teodosio II morì cadendo da cavallo; non avendo eredi, la sorella Pulcheria s'impadroni del potere e fece coronare il vecchio senatore Marciano, che sposò rimanendo vergine.
I nuovi sovrani furono favorevoli alla causa dell'ortodossia e della giustizia. Marciano approvò il progetto di un nuovo concilio a condizione che si riunisse in Oriente e non in Italia. Il Papa ricevette in breve ottime notizie d'Oriente. Non solo il nuovo arcivescovo di Costantinopoli, Anatolio, che aveva sostituito Flaviano, morto subito dopo il latrocinio di Efeso, aveva sottoscritto la Lettera (o Tomo) a Flaviano, ma Massimo d'Antiochia s'adoprava con zelo per far firmare lo stesso documento dai suoi suffraganti.
I vescovi deposti da Dioscoro furono richiamati dall'esilio e Eutiche costretto ad abbandonare il suo monastero. Un po' dappertutto, i membri del «latrocinio di Efeso» segnalavano il loro pentimento e la loro sottomissione. Di fronte a questo inaspettato cambiamento Leone non vide la necessità immediata d'un nuovo concilio e preferì rimandarlo a più tardi, quando i vescovi d'Occidente, allora sotto l'invasione degli Unni di Attila, avrebbero potuto parteciparvi. Ma all'imperatore Marciano premeva molto il Concilio e voleva che la questione cristologica fosse risolta senza indugio e definitivamente. Perciò senza consultare il Papa e prima d'aver ricevuto le ultime lettere di lui, datate per lo meno dal giugno, aveva convocato il Concilio già dal 17 maggio 451.
I vescovi dovevano riunirsi a Nicea il 1^{°} sett. 451. Il Papa s'inchinò davanti al fatto compiuto e accettò il Concilio con condizione che sarebbe stato presieduto da uno dei suoi legati, il vescovo Pascasino (che aveva come collegii il vescovo Lucenzo, Giuliano vescovo di Cos e i preti Basilio e Bonifacio) e che la questione dommatica, già risolta con la Lettera a Flaviano, non fosse più discussa. Al giorno stabilito, più di 500 vescovi stavano a Nicea. Ma il Concilio non si aprì subito, perché l'imperatore, che voleva assistere all'apertura, era impegnato nel combattere i barbari. Nel frattempo i Padri s'occuparono di provvedimenti
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preliminari. Fu allora, come sembra, che Dioscoru, la cui presenza nel Concilio non era affatto di buon augurio, tentò un colpo di scena. Volle fare scomunicare il papa s. Leone, ma non riunì intorno a sé che alcuni egiziani (cf. Epist. Concilii ad imperatorem Marcianum, in Mansi, VI, 1097). Questo tentativo non fece che aggravare la sua situazione. Vedendo i vescovi stanchi di aspettare, Marciano credette opportuno trasferire il Concilio a C. in prossimità della capitale.
II. Le sessioni. - Il Concilio di Nicea diventò così quello di C. Fu il più importante Concilio ecumenico del periodo patristico, sia per il numero dei vescovi che vi parteciparono che per le decisioni dottrinali e disciplinari che vi si presero. Gli atti quasi al completo si hanno in diverse collezioni. I vescovi presenti, tutti orientali, eccetto i legati pontifici e due africani fuggitivi, Aurelio d'Adrumeto e Rusticiano, erano almeno 500 , e calcolando i procuratori dei vescovi assenti, possiamo, come fanno comunemente gli storici, elevare il numero a 630 . Non tutti però vi restarono fino alla fine. Difatti gli atti greci che ripartano 452 firme per il decreto domanitico sull'In. carnazione, promulgato alla 6ᵃ sessione ( 25 ott.), ne riportano appena 185 per l'ultima sessione ( 1^{°} nov.) in cui fu approvato il 28^{°} canone.
Gli storici differiscono pure sul numero e la divisione delle sessioni. Alcuni ne contano 15 , altri 16 . Gli atti greci ce ne danno 17. I fratelli Ballerini, editori delle opere di s. Leone, dopo un'accurata investigazione calcolano a 21 le sessioni distribuite in 14 giorni. Queste divergenze sono di poca importanza dacché le grandi collezioni sono sostanzialmente le stesse. Tutte le sessioni ebbero luogo nella basilica della martire s. Eufemia di C. La prima si celebrò l'8 ott. 451. L'imperatore non vi potè assistere, ma fu rappresentato da un imponente ufficio di 19 commissari, che diressero le discussioni senza evidentemente prender parte al voto. I legati romani avevano il primo posto fra i vescovi eccetto Giuliano di Cos. Sin dall'inizio della seduta vollero espellere Dioscoru, ma i commissari imperiali fecero loro intendere che un giudizio in regola era necessario. Si procedette cosi alla lettura dei molti documenti che formavano l'incartamento del latrocinio di Efeso. La lettura fu interrotta da vari incidenti che rivelavano lo spirito appassionato dell'assemblea. Flaviano fu subito riconosciuto ortodosso; la deposizione di Dioscoru fu rimandata alla 3ᵃ sessione ( 13 ott.) alla quale non assistertero i commissari imperiali; si perdonò ai suoi principali complizi, fra cui figuravano Giovenale di Gerusalemme e Talassio di Cesarea.
Sin dalla 2² sessione (io ott.) s'intavolò la questione dommatica. I legati romani e la maggioranza del Concilio non volevano nuove definizioni di fede, ritenendo sufficienti all'esposizione dommatica i documenti già canonizzati dai precedenti concili e il Tono di Leone. Ma i commissari imperiali insistertero per una nuova formola. Si fini con l'appagare i loro desideri. Una prima formola, redatta da una commissione privata, presieduta da Anatolio di Costantinopoli, fu esaminata alla 5^{text {a }} sessione ( 22 ott.). Essa ebbe l'approvazione della maggioranza, ma i legati romani e gli orientali antiocheni la respinsero perché ambigua. Si dovette perciò redigerne un'altra con la partecipazione dei legati, pena il trasferimento del Concilio in Occidente. Tale infatti era stata la decisione dell'imperatore, cui premeva assolutamente una definizione abbastanza chiara per eliminare ogni sotterfugio. Dalla collaborazione dei rappresentanti delle due terminologie : la romana, la orientale e cirilliana, si arrivò alla formola desiderata, quella che fu approvata da tutti e promulgata solennemente nella 6ᵃ sessione ( 25 ott.) alla quale assistette l'imperatore, che
arringò i Padri in latino. In calce al celebre documento furono apposte più di 600 firme di vescovi presenti o di delegati.
Dopo quest'atto, il compito principale del Concilio, per il quale il Papa aveva inviato i suoi legati, era terminato. Le sessioni che seguirono fino al 10 nov. inclusive, furono riservate a regolare questioni concernenti gli orientali. Una raccolta di 27 canoni fu redatta probabilmente alla 7ᵃ sessione, altri dicono alla 15ᵃ. Il famoso canone 28^{°} sui privilegi della sede di Costantinopoli non apparve che il 31 ott. ( 15² 0 16ᵃ sessione, alla quale non presero parte né i commissari imperiali né i legati romani). Le discussioni su questo canone, condannato dai legati, furono l'oggetto dell'ultima sessione ( 1^{°} nov.).
Prima di accomiatarsi, i vescovi ancora presenti rivolsero al Papa una lettera di ossequio, chiamandolo loro padre, loro capo e loro dottore, e chiedendo in particolare la conferma del 28^{°} canone, respinto dai legati. In una serie di sedute, fra il 25 e il 30 ott., si regolò il caso delle vittime di Dioscoru: Iba di Edessa, Teodoreto di Ciro, Giovanni d'Antiochia ecc. Nella sessione del 26 ott., Giovenale di Gerusalemme, mette compromessa nel «latrocinio di Efeso», fu ben fortunato di ottenere l'autonomia del suo seggio rispetto al patriarcato d'Antiochia e la giurisdizione sulle tre Palestine con le rispettive loro metropoli: Cesarea, Scitopoli e Petra, ciò che dava origine in tal modo ad un nuovo patriarcato.
III. Principali decisioni. - La più importante decisione del Concilio fu certamente la definizione dommatica sul mistero dell'Incarnazione, la cui elaborazione fu tanto faticosa e che i commissari imperiali strapparono finalmente alla maggioranza dei vescovi.
Il passo principale è il seguente: «Il Concilio anatematizza coloro che hanno inventato questa storia che prima dell'unione vi erano due nature ( 800000215 ), nel Signore, ma che dopo l'unione non ce n'è che una sola. Con i Padri, noi tutti unanimi insegniamo un solo e stesso Figlio, Nastro Signore Gesù Cristo, completo anche nella Sua umanità; lo stesso veramente Dio e veramente uomo composto di un'anima ragionevole e di un corpo; consustanziale al Padre nella Sua Divinità, consustanziale a noi nella Sua umanità; in tutto simile a noi salvo il peccato; generato dal Padre prima di tutti i secoli quanto alla sua divinità, e lo stesso, in questi ultimi tempi, nato per la nostra salvezza dalla Vergine Maria, Madre di Dio, secondo l'umanità. Noi riconosciamo un solo e stesso Cristo, Figlio, Signore Unigenito in due nature ( 8 v 800000201 ) unite senza confusione, senza trasformazione, senza divisione, senza separazione, poiché la differenza delle nature non è affatto soppressa dalla loro unione; al contrario, ognuna di esse conserva ciò che le è proprio, unendosi con l'altra per formare una sola persona e una sola ipostasi. Noi non confessiamo infatti un Figlio diviso in due persone, ma un solo e stesso Figlio e Unigenito, che è il Dio Verbo, il Signore Gesù Cristo» (Mansi, VII, 116).
Ciò che più importa in questa formola è la netta distinzione che si fa tra la parola qóms e la parola text { o ̇} vó σ τ α σ ι ς, relative al mistero dell'Incarnazione. Il termine qóms indica la natura concreta e individuale, considerata in se stessa, come essenza, vóol α, indipendentemente dal suo supposito o persona. Il termine óvó σ τ α σ ι ς è preso come sinonimo di mpó σ ω π o v, ma un mpó σ ω π o v concreto, fisico, e significa la persona, il soggetto d'attribuzione, l'Io. Questo io, questa ipostasi, questa persona si identifica con l'io, con l'ipostasi, con la persona di Dio-Verbo, il Figlio unigenito del Padre, da Lui generato prima di tutti i secoli, fattosi perfetto uomo per noi nel tempo. In tal modo si afferma chiaramente, contro l'eresia nestoriana, l'intima unità di Cristo, Uomo-Dio.
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Con questa terminologia, la formola : due qúzeıc prima dell'unione; un'unica qúoıs dopo l'unione, diventa insostenibile e inconcepibile. S. Cirillo col dire, dopo lo pseudo Atanasio: una sola qúoıs incarnata del Verbo di Dio, dava alla parola qúoıs il senso di soggetto concreto, cioè d'ipostasi e di persona. Proclo di Costantinopoli nel suo Tema agli Armeni, sostituì, per buona sorte, nella formola citrilliana la parola qúoıs con il termine ūnúoтaoıs. Questo modo di esprimersi viene precisamente consacrato dalla definizione di C. Essa dice che Cristo è, sussiste in due nature ( ἐ boldsymbol{v} őùo qúazavv), e non che è di due nature ( ἐ times őùo qúazavv), come voleva Dioscoro, perché questa formula che arrideva alla maggioranza dei Padri, e che fu respinta dai legati, era equivoca e tendeva a ricondurre all'unica qúoıs dopo l'unione. Impressionati dalle interminabili e tristi dispute che seguirono il Concilio, alcuni storici senza esitare dicono che questa definizione fu uno sbaglio (cf. L. Duchesne, Histoire ancienne de l'Eglise, III, Parigi 1910, p. 457-58). Essi infatti non riflettono che se il Concilio fosse stato meno esplicito e si fosse accontentato di approvare il tomo di Leone, gli eutichiani certamente sarebbero stati confutati in pieno, ma i seguaci fedeli di Nestorio si sarebbero riparati senza difficoltà dietro il documento papale, e gli Egiziani discepoli esclusivisti di Cirillo, ne sarebbero pure rimasti scontenti. Se si fossero attenuti alla formula: ex duobus naturis ( ἐ times őùo qúazav) i cirilliani sarebbero probabilmente rimasti soddisfatti; ma tale formula avrebbe potuto ricoprire tutti i monofisismi, perfino i più grossolani, e senza fallo avrebbe provocato lo scontento fra gli antiocheni, sliapiacendo cosi anche agli occidentali. Si pensi inoltre che nel distinguere nettamente qúoıs da ūnúoтaoıs o π ρ ἀ σ ω π o v nella teologia dell'Incarnazione, il Concilio ha stabilito l'uniformità della terminologia per quel che concerne i due grandi misteri della Trinità e dell'Incarnazione: In Dio una sola natura e tre ipostasi o persone, in Gesù Cristo due nature e una sola ipostasi o persona.
In complesso, la storia del Concilio di C. dà un grande risalto al primato romano di diritto divino. Molti sono i brani, negli atti del Concilio, in cui si asserisce con evidenza questo primato sia dai Padri che dai legati romani e dal papa s. Leone. Ma nel famoso canone 289 , che il Papa rifiutò di approvare, vi è un passo che, preso letteralmente, distrugge dalle fondamenta questo primato. Infatti ivi è detto: "Meritamente i Padri hanno attribuito il primato ( τ ἀ "speq δ ε i ́ α ) alla sede della Roma antica, perché questa città era la capitale dell'impero" (Mansi, VII, 369).
Sul senso e l'importanza di questa grossolana e vera menzogna ufficiosa, inventata per la necessità della causa, v. costantinopoli, patriarcato di. Gli stessi Padri che approvarono questo testo, scrissero al papa Leone un'umile supplica per chiedergli l'approvazione e la conferma del loro decreto mediante la sua autorità, salutando in lui l'interprete "della voce di Pietro, colui che ha ricevuto dal Salvatore la custodia della sua vigna ", cioè di tutta la Chiesa; il "Capo di cui essi sono i membri», il Padre di cui essi sono i figli: PL 54, 951 sg. Anatolio vescovo di Costantinopoli, uno dei primi interessati in questo affare, dichiarò al Papa: "La sede di Costantinopoli ha per padre la vostra sede Apostolica" (Epist. ad Leonem Papam, 4: PL 54, 984 A).
Inoltre tutti i Padri, alla 3ᵃ sessione, approvarono esplicitamente la sentenza della deposizione di Dioscoro, pronunciata dal legato Pascasino, nella quale l'origine divina del primato romano è apertamente indicata: "Leone, per mezzo nostro e di questo santo Concilio, in unione con il beato Pietro Apostolo, che è la pietra angolare della Chiesa Cattolica ed il fundamento della fede ortodossa, gli ha tolto l'episcopato e ogni dignità sacerdotale" (Mansi, VI, 1047). I dissi-
denti orientali che ancora oggi fanno appello al 28^{°} canone per negare l'origine divina del primato di Roma, fanno astrazione da questo contesto storico e si attengono alla lettera del testo. Si capisce perché s. Leone ne rifiutò l'approvazione e scrisse all'imperatore Marciano: "Altra è la natura delle cose umane, altra quella delle cose divine; e nessun edificio sarà stabile senza la pietra che il Signore ha posto" (Epist. 104 ad Sderciarum, 3 : PL 54, 993-95).
Bibl.: Gli atti del Concilio si trovano nelle collezioni Mansi, VI, VII e Hardouin. II. Una edizione critica è stata edita recentemente da E. Schwartz, Acta conciliorum oecumenitorum, II, che comprende 8 fasce., Berlino e Lipsia 1932-38; 1. Acta graeca. 2. Versiones Particulares. 3. Versio Antiqua a Rustico correcta. 4. Leonis Papae I Epistularum collectiones. 5. Codex encyclicus. 6. Indices. Le lettere di s. Leone I, di grande importanza per ciò che si riferisce al Concilio, sono state nuovamente edite da C. Silva-Tarouca, S. Leonis Magni epistulae contra Eutychis hasresim (Textus et documenta, 15, 20), Roma 1934 1935: id., nella medesima collezione, S. Leonis Magni Tomus ad Passianum episcopum constantinopolitanum cum testimoniis. Putrum et epistola ad Leonem I imperatorem, ivi 1932.
La bibliografia sul Concilio di C. è immensa ma piuttosto antiquata. Vedi quella di Hefele-Leclercq, II, pp. 649-51; Fliche-Martin-Frutze, IV, pp. 208-37. Si scendono alcuni lavori recenti: P. Betiffol, Le Siège Apostolique de s. Damase à s. Léon le Grand, Parigi 1920; id., Lénn I, in DThC, IX, coll. 216-301 (con bibl.); E. Caspar, Geschichte des Papsttums, I, Tubinga 1930, pp. 314 sgg.; J. Harquin, Primatus Pontificis romani in Concilio chaleedonensi et Ecclesiae dissidentes, Quareschi 1933. Sulla definizione dommatica del Concilio, vedi le storie dei dommi, specialmente quella di J. Tisseront, Histoire des dogmes, III, Parigi 1912, p. 89 sg.; J. Bois, Chalédonie, Conrile de, in DThC, II, coll. 2190-2208; M. Jugie, Nestorius et le tome de s. Léon. Nestorius et la définition de Chalédoine, note nell'opera: Nestorius et la controverse nestoricune, Parigi 1912, pp. 307-12. Martino Jugie
CALCHI. - I. Lodovico Maria. - Riformatore ed apostolo domenicano, n. a Milano da famiglia senatoriale il 26 dic. 1669, m. a Troia (prov. di Foggia) il 20 ag. 1709. Entrato tra i Prati predicatori a S. Maria delle Grazie nel 1685 , sacerdote a Roma nel 1693 , per la sua attività a pro' dei traviati ebbe la qualifica di "catechista dei birbanti ". Infiammato d'amore divino, s'impresse ventenne sul petto con un ferro rovente il Nome di Gesù. Insegnò dapprima per vari anni: la filosofia ad Alessandria, la teologia a Ferrara e a Cesena. Poi si dedicò tutto alle missioni tra il popolo e alla riforma e santificazione del clero, mediante un ritorno alla vita comune, stabilendo allo scopo a Troia l'istituto dei Conviventi. Ne è stata introdotta la causa di beatificazione nel 1917.
Bibl.: D. Troisi, Un apostolo domenicano: p. L. C., Roma 1921: Acta Cap. Gen. O.P., 1916, p. 45: AAS, 9 (1917), pp. 432 433. [Inscavente Casati
2. Sigismondo. - Missionario barnabita, fratello del precedente, n. a Milano il 21 maggio del 1685, m. in Ava il 6 marzo 1728. Dopo aver insegnato filosofia e teologia nelle scuole Arcimboldi (Milano), delle quali fu anche rettore, fece parte del gruppo di Barnabiti che accompagnarono mons. Mezzabarba (v.) nella sua legazione di Cina (1719-21): in seguito fu destinato alla missione di Ava e Pegu (Birmania), di cui fu primo vicario apostolico e fondatore. Morì vittima della sua virtù e del suo zelo. Era assai stimato dal re. Sono andati perduti una sua grammatica ed un suo dizionario della lingua birmana.
Bibl.: L. Gallo, Storia del Cristianesimo nell'impero birmano, I, Milano 1862, pp. 97-111, 171-88 (dove il p. Gobio, editore dell'opera, ha inserito, tradotta in italiano, parte della biografia del Grazioli nelle sue Praestantium virorum vitae, Bologna 1731, e inoltre due lettere del p. C.): J. Gobio, Legazione dei padri O. Ferrari, Filippo Cesati, Alevi, de Alessandri, Salvarie Racini, e S. C., barnabiti nella Cina e nella Casissima. Memorie raccolte dalle lettere dei missionari dal p. S ..., Milano 1862, p. 23 sgg.; O. Premoli, Storia dei Barnabiti, III, Roma
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1223. pp. 31, 73, 96; L. Levati, Mendiqio del Barnabiti, III, Genova 1933, pp. 50-56; G. Boffito, Biblioteca degli scrittori barnabiti, I, Firenze 1933, p. 393.
Virginio M. Colciago
CALCIDE. - Centro di un regno già esistente nel sec. XIV a. C. nell'alta Siria, come risulta dalle lettere di Tell Amarna. Al tempo, poi, di Saul e David è un regno arameo a ovest di Damasco, nella regione della Celesiria, con il nome di Şābhāh (I Sam. 14, 47; II Sam. 8, 3 sgg.), contro il cui re David guerreggia e vinse.
Questo Şābhāh viene identificato con C. dei Greci, spiegando il nome come appellativo, dal giacimento di rame in questa regione. Sembra rispondere all'odierna località di 'Anğer, situata a 15 km . a ovest di Zebedani, nella Celesiria. Negli anni 85-40 a. C. C. era capitale di uno Stato sotto un certo Tolomeo, figlio di Mennaios. Il suo figlio e successore, Lisania I, chiamato «re degli Iturei» da Dione Cassio, estendeva il suo regno dal Mediterraneo fino a Damasco; fu ucciso dal triumviro Antonio, dietro istigazione di Cleopatra, nel 36, per annettere la Celesiria all'Egitto. Ma i Romani davano il regno a Zenodoro, e nel 20 a Erode il Grande. L'imperatore Claudio diede il regno di C. a Erode, fratello di Agrippa I, nell'a. 4 I d. C., e dopo la morte di lui, nel 49, ad Agrippa II, ma solo per quattro anni; poi lo riprese Claudio.
Bibl.: F.-M. Abel, Géographie de la Palestine, I, Parigi 1933, p. 248; II, ivi 1238, pp. 131, 143 sg., 150, 159; U. Holemeister, Historia aetatis Novi Testamenti, Roma 1938, pp. 122, 124, 134. Arduino Kleinhans
CALCO. - E la riproduzione di oggetti lavorati a rilievo ottenuta a mezzo di impronte ricavate sull'originale con cera, terra, gesso o altra materia adatta. Il materiale più in uso per eseguire c. è oggi il gesso (qualità speciale per formatori).
L'uso di eseguire c. è antichissimo; sembra lo conoscessero gli antichi Egizi. Vi accennano nei loro scritti Luciano, Plutarco e Giovenale. Nel Rinascimento si ricorreva anche alla cartapesta o alla scagliola per eseguire c. di oggetti specie in rilievo. Frequenti anche quelli a colori o dorati raffiguranti immagini sacre. Il rinnovato interesse per l'antichità diffuse l'uso di eseguire c. di antiche sculture; raccolte di c. sono presso musei e gallerie e nelle scuole di archeologia e storia dell'arte; la più antica di queste raccolte è quella iniziata a Milano dal card. Federico Borromeo presso l'Ambrosiana per gli artisti e gli studiosi.
Per riprodurre graffiti, specialmente iscrizioni, si eseguono c. con carta assorbente o da filtro o, ancor meglio, con l'apposita cosiddetta "carta da c. ".
Bibl.: S. Ricci, Le gipsoteche d'arte in Italia, Messina 1900.
CALCO, GIACOMO. - Carmelitano, oriundo di Lodi e professore all'Università di Pavia. Recatosi a Parigi, vi sostenne le parti di Enrico VIII re d'Inghilterra, fu internato nel convento di Rouen, poi, per intervento del re di Francia, liberato, passò in Inghilterra, dove fu da quel re colmato di onori. Ma dal Capitolo generale del suo Ordine, nel 1532, degradato e condannato alla prigione, morì a Londra di peste, il 19 ag. 1533.
Scrisse: De genealogia Christi; De purgatorii loco; De Primatu Romani Pontificis; De divortio Henrici VIII Anglorum regis, ed altre.
Bibl.: Acta Capitulor. Gen. O. Carm., I. Roma 1912, p. 355-98; C. de Villiers, Biblioth. Carm., I, 2^{°} ed., ivi 1927, col. 679-80; P. Etienne, s. v. in DThC, II, coll. 1331-32. Ambrogio di Santa Teresa
CALCOGRAFIA. - Parola formata con i termini greci χ α λ α δ ς (rame) e γ ρ α ἀ ρ α (scrivo), che indica propriamente la tecnica dell'incisione a incavo sul rame. Dalla metà del sec. xvr fino a tutto l'Ottocento si ricorse largamente ad essa per la decorazione del libro, soprattutto nei frontespizi, finché il sopravvento dell'acquaforte e la semplificazione degli ornamenti tipografici ne determinarono lentamente la scomparsa.
Il nome è passato anche a denotare sia le officine in cui si sottopone il rame si processi chimici necessari per ottenere la c., sia alle raccolte di rami originali. Tra queste ultime sali a grande fama la "c. camerale romana", fondata nel 1740 da papa Clemente XII in seguito all'acquisto dei rami della famiglia De Bunt, che comprendevano anche quelli di A. Lafrery; passata allo Stato italiano dopo il 1870, prese il nome di «c. reale». Conta oggi ca. 20.000 incisioni.
Nella tecnica tipografica odierna si designa da taluni col termine di «c. rotativa» (ted. Tiefdruck) quel processo che prende comunemente il nome di «rotocalco» ed è largamente usato per illustrazioni fuori testo e per alcuni tipi di giornali illustrati. Si ottiene trasportando il disegno, mediante l'uso di una speciale carta sensibile, su un cilindro di rame, su cui viene riportata l'incisione; dopo di che il cilindro stampa l'immagine sulla carta come quello di una comune macchina rotativa. Per la c. nell'arte v. INCISIONE.
Bibl.: Sulla c. come mezzo di illustrazione del libro si vedano G. Duplessis, Histoire de la gravure en Italie, en Espagne, dans les Pays-Bas, en Angleterre et en France. Parigi 1879; P. Kristeller, Kupferstich und Holzschatt in vier Fahrhunderten, 4⁴ ed., Berlino 1922; W. L. Schreiber, Handbuch der Holz- und Metallschnitte der XV. Jahrb., 8 voll., Lipsia 1926-30; M. Pittaluga, L'incisione italiana del Cinquecento, Milano 1930; M. Sander, Le llure à figures italies depuis 1467 jusqu'à 1530 , 6 voll., ivi 1943; C. E. Rava, Arte dell'illustrazione nel libro italiano del Rinascimento, ivi 1946. Cf. inoltre la bibliografia alla voce INCISIONE. Per la c. camerale romana, oltre le opere generali citate, cf. il Catalogo delle stampe intagliate in rame e bulino ed in acquaforte esistenti nella c. della recannola Camera apostolica, Roma 1823, ripubblicato con l'elenco delle nuove accessioni (Volpato, Canova, ecc.) nel 1832 e nuovamente nel 1842. Per il rotocalco cf. P. Contre, Le arti grafiche fatomecaniche, 4² ed., Milano 1909; R. Namias, I moderni processi fotomeccanici, ecc., 2^{°} ed., ivi 1913; id., I processi di illustrazione grafica, ivi 1925; G. Pumagalli, Bibliografia, 4^{°} ed., ivi 1935, pp. 228-29.
Alessandro Pratesi
CALCOLO: v. MATEMATICA.
CALCONDILA. - 1. Demetrio. Umanista greco, grammatico e filologo, n. a Costantinopoli, di famiglia ateniese, nel 1423 e m. a Milano nel 1511. Da Atene, ove passò la giovinezza, si recò a Roma nel 1447. Teodoro Gaza gli fu protettore e maestro di latino e lo presentò al card. Bessarione. Il C. insegnò greco a Perugia dal 1450 e partecipò alle polemiche tra platonici e aristotelici. Fu chiamato da Venezia ad insegnare il greco a Padova nel 1463. Vi ebbe discepoli Giano Lascaris, Varino Favorino Camerte, Antonio Campano e Giovanni Lorenzi, poi bibliotecario di Innocenzo VIII, che del C. ci conservò otto lettere. Nel 1466 il C. attendeva a trascrivere e ad emendare l'Antologia Plamidea. Finita nel 1472 la condotta padovana, tornò a Roma e dopo angustie e difficoltà, raccomandato dal Pilelfo, nel 1475 ottenne a Firenze la cattedra già occupata dall'Argiropulo. L'opera più significativa del C. in questo periodo fu l'edizione principe di Omero (1488); il C. cooperò pure alla revisione della versione platonica del Ficino. Tra i discepoli ebbe il Poliziano, i figli di Lorenzo de' Medici, Pietro e Giovanni, il futuro Papa, Bernardo Nerli e il Reuchlin, che di lui ci conservò due lettere. Chiamato da Lodovico Sforza, nel 1491 si trasferì a Milano, ove tra gli altri ebbe scolari il Castiglione e il Trissino.
Nel 1494 pubblicò gli Erotémata, grammatica* greca dialogata, nel 1493 curò l'edizione principe d'Isocrate e nel 1499 quella di Suida; postuma uscì la versione latina di opuscoli di Galeno. Degli umanisti ebbe le virtù e i difetti, nell'emendamento dei testi, "penetrante, lo definisce il Sandys, non scevro da arbitrio».
Bibl.: A. Badini-Confalonieri e F. Gabotto, Notizie bibliografiche di D. C., in Giornale Ligustico, 19 (1882), pp. 241-98 e 321-36; E. Legrand, Bibliographie hellénique des XV e et XVI e siècles, Parigi 1885, pp. xcm-ci e 304-11; H. Noiret, Huit lettres
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(b)L. Alinarti
Calcondila, Demetrio - Rirratto nell' affresco di Zaccaria al Tempio del Ghirlandaio (1490) - Firenze, chiesa di S. M. Novella.
de D. C., in Mélanges d'archéol. et d'hist., 7 (1887), pp. 472-500; E. Motta, D. C. editore, in Archivio storico lombardo, 20 (1893), pp. 143-66; G. Cammelli, Manuele Cristolera, Firenze 1941; id., Giovanni Argirogulo, ivi 1941; P. Paschini, Un ellenista veneziano del Quattrocento: Giov. Loreaci, in Archivio seneio, 73 (1943), p. 141 sgg.
Raffaello Prati
II. Laonico. Storico, congiunto del precedente, n. in Atene ca. il 1430 da Giorgio C. e m. dopo il 1480 . In seguito alla conquista turca del Peloponneso (1461) C. si rifugio a Creta divenendo sacerdote e protopapa di Chania, come pure insegnando e rielaborando la sua storia intitolata Dimostrazioni storiche in dieci libri.
In essa, che abbraccia il periodo tra l'anno 1298 ed il 1464, L. C., imitando con affettazione lo stile di Erodoto e di Tucidide, descrive le ragioni del trionfo dei Turchi nemici della Grecia, ed estende anche il racconto fuori dei confini della patria, segnatamente all'Italia.
L'opera, non scerra di errori cronologici o di fatto, riesce spesso oscura, pesante e monotona.
Bibl.: E. Darkò, Laonici Chalcondylae historiarum demonstrationes. Budapest 1922-27; Krumbacher, pp. 219, 228 sg., 302 sgg., 306; W. Miller, The last Athenian Historian: Laonihos Chalbondyles, in Journal of Hellenic studies, 42 (1922), pp. 36-49; E. Darkò, Zum Leben des L. C., in Byzantinische Zeitschrift, 24 (1913), pp. 29-39; id., Neue Beiträge zur Biographie des L. C., ibid., 27 (1927), pp. 276-85.
Alberto Galleti
CALCUTTA, ARCIDIOCESI di. - L'arcidiocezi di C. è costituita dalla parte occidentale dell'antico vicariato apostolico del Bengala (1834), suddiviso in due (orientale ed occidentale) nel 1850 : essa fu eretta in arcidiocesi nel 1887 con la istituzione della gerarchia in India.
Si estende, parzialmente, alle province del Bengala (Pakistan), Bihar e Orissa (India) per un'area di 143.736 kmq . ed
ha una popolazione di ca. 29 milioni, nella massima parte indü. E affidata ai Gesuiti belgi, che vi andarono nel 1899, succedendo ai loro confratelli inglesi, sebbene non immediatamente. Con loro lavorano parecchi gesuiti jugoslavi (tra i bengalesi del sud di C.) e maltesi (tra i Santali del nord di C.), più alcuni padri salesiani (con scuola industriale) e alcuni pochi domenicani, maltesi, che hanno in cura il distretto missionario di Orissa. Molte le Congregazioni femminili, tra cui anche le Suore di Carità italiane della b. Capitanio.
L'apostolato, diviso tra la città ed il distretto, prese a svilupparsi sotto l'episcopato di mons. Goetkals (18781902) che con le sue opere d'istruzione, specialmente con il collegio universitario di s. Francesco Saverio e con la spinta innanzi all'opera di conversione, soprattutto per l'intraprendenza del p. Lievens (v.) conquistò alla missione il favore dell'opinione pubblica. Da questi sviluppi ebbe origine la diocesi di Ranchi (v.) che ne fu stoccata nel 1927. A Kurseong la missione ha lo studentato teologico per i giovani gesuiti. Essa sviluppa una efficace attività illuminatrice tra le classi colte con le sue tre riviste: Light of the East (dal 1922), New Review (1935), mensili, e The Herald, settimanale.
Il personale rappresentato nel 1948 è di 154 padri esteri e di 18 indigeni, 56 fratelli, 264 suore. Vi sono 39 parrocchie, 7 stazioni primarie e 282 stazioni secondarie. Scuole elementari 230 con 8627 alunni, medie 19 con 1237 alunni, superiori 34 con 3781 alunni, professionali 7 con 387 alunni, normali 3 con 31 alunni. I cattolici sono 77.060 .
Bibl.: GM. p. 143 : L. Hardy, Calcutta Mission, in In Xassior's Footsteps 1340-1940, Anand (Bombay) 1940, pp. 46-52; Catholic Directory of India Burma and Crylon, Madras 1948, pp. 245-56; MC, pp. 62-63; archivio di Prop. Vide, Prospectus status missionis, posix. n. prot. 49.39/48. Giovanni B. Tragolla
CALDARA, Polidoro: v. polidoro da caravagGio.
CALDEA. - Ebr.: Knidlm, 'ēres Knidlm; Settanta: Xa λ 8 α i 01, Xa λ 8 α i 0; Volgata : Chaldei e terra Chaldaeorum; nei testi cuneiformi : Kasdu e più tardi Koldu.
Geograficamente, la C. indica la parte della Mesopotamia (v.) compresa tra la Babilonia (v.) a nord ed il Golfo Persico a sud: spesso le iscrizioni riducono tale estensione, poiché le coste del golfo Persico sono conosciute con il nome speciale di Bit-Jakin. Più tardi, ca. il 12 sec. a. C., il nome di C. comprende tutta la regione babilonese.
Anche nella Bibbia vi è la stessa incertezza nel fissarne i confini. Gen. 11, 28, 31 sembra intendere questa regione nel senso ristretto. Infatti ancora esistevano parecchi staterelli con popolazione non semitica. Gli altri libri della Bibbia suppongono in generale che questo nome si identifichi con quello di Babilonia.
Gli autori greci confondono generalmente i nomi di C., di Babilonia ed anche d'Assiria. La storia politica e religiosa e le "relazioni calde» bibliche sono quelle di Babilonia e Assiria (v.). Da mettere in rilievo che Ur di C. è il paese d'origine di Abramo (v.).
Il nome etnico Caldei serve ad indicare: i) Una razza semitico-aramaica, penetrata ca. il 2000 a. C. nel sud-babilonese e progredita verso nord, che si trovò a contatto, in guerra ed in pace, con il popolo assiro, che, con l'aiuto dei Medi (v.) debellò nel 612 a. C. 2) Nel libro di Dan. (2, 2; 4, 10; 3, 8, 48; 4, 4; 5-7) la parola assume un significato speciale : di scienziati, astronomi ed astrologi. Lo stesso avviene presso gli scrittori greci e romani. In Dan. la voce serve però ad indicare il popolo di razza aramaica (cf. 1, 4; 5,30 ; 9,1 ). 3) La stessa parola serve a denominare i cristiani caldei (v. CALDEI).
Il "periodo caldeo" è periodo che si rinnova ogni diciotto anni dall'eclissi lunare, scoperto dagli astronomi babilonesi-caldei. "Lingua caldea" era
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denominata sino a quest'ultimo cinquantennio la lingua aramaica (v.). Il nome derivò da Dan. 2, 4 in cui il discorso dei Caldei è dato in aramaico. Per un altro senso v. urarteL.
Giustino Boson
GALDEI. - Così si chiamano, dalla regione dell'antica Caldea dove dimorano, i cattolici siri convertitisi dal nestorianesimo.
La prima unione fu fatta verso la metà del sec. xvı. L'occasione ne fu la discordia per l'elezione del patriarca. Infatti presso i nestoriani la dignità patriarcale era diventata ereditaria dal 1450 . Ora alla morte del patriarca Simone VII Bar Māmā ( 1551 ) gli avversari del suo nipote Simone VIII Denhāa elessero il superiore del convento di Rabban Hormizd presso Alcoche, Giovanni Sulāqā. Questi cercò protezione presso il Custode della Terra Santa che lo inviò a Roma, dove nel 1552 entrò nella Chiesa cattolica e fu riconosciuto come patriarca dalla S. Sede. Tornato in patria, scelse come sua residenza Diarbekir. Morì nel 1555 , martire dell'unione.
Uno dei suoi successori trasferì ca. 30 anni più tardi la sua residenza in Persia presso Salmas. Le relazioni con Roma diventarono sempre più fredde, finché Simone XIII Denhā ( 1662 -1700) abbandonò completamente l'unione e si stabilì a Kotchannes sulle montagne del Kurdistan. Ma non tutti i cattolici apostatarono. A Diarbekir rimase un forte nucleo di cattolici validamente aiutati dai Cappuccini. Il vescovo di quella città, Giuseppe, si fece cattolico nel 1672 e ricevette nel 1681 da Roma il titolo di patriarca. Riuscì a farsi riconoscere dal governo turco come indipendente dal patriarca nestoriano. I cattolici del patriarcato di Diarbekir acquistarono molti aderenti anche nella regione di Mossul. La frazione dei nestoriani che vi era rimasta nel sec. xvI trovò la via del ritorno verso la fine del sec. xviri e l'inizio del xix. Dalla fusione di questi cattolici con quelli di Diarbekir si formò non senza gravi difficoltà l'odierno patriarcato caldeo cattolico.
I successori nestoriani del patriarca Simone VII Bar Māmā risiedevano nel convento di Rabban Hormizd presso Alcoche nella regione di Mossul. Essi si chiamarono tutti Elia. Più volte si fecero dei tentativi di unione rimasti sterili fino alla fine del sec. xvir. Finalmente Elia XI firmò nel 1771 la professione di fede cattolica. Egli poi designò come suo successore suo nipote Giovanni Hormez (1760) e lo consacrò vescovo a soli 16 anni. Dopo la morte di Elia XI (1778), egli diventò cattolico e dopo la morte di un suo competitore fu eletto patriarca. La S. Sede non riconobbe la sua elezione, tuttavia nel 1783 lo confermò arcivescovo di Mossul e amministratore del patriarcato di Babilonia. I missionari latini speravano di poter convertire con il suo aiuto turci i nestoriani dipendenti da lui. Sorse però una lotta aspra e svariata che si protrasse per decenni tra i cattolici di antica data di Diarbekir e il neoconvertito Giovanni Hormez, il quale nel 1834 fu riconosciuto da Roma come unico patriarca di tutti i c. cattolici. Con lui comincia la serie dei patriarchi caldei cattolici di Babilonia che dura tuttora.
Questa disgustosa contesa era stata alimentata non soltanto dal sospetto sulla sincerità di Giovanni Hormez ma anche da rivalità personali e dall'inimicizia contro la famiglia Abuna alla quale apparteneva Giovanni. Roma si decise a mettere fine alla discordia sopprimendo uno dei patriarcati, e precisamente quello di Diarbekir. A questo scopo nominò nel 1791 Giovanni Hormez amministratore di quel patriarcato dopo le dimissioni del patriarca Giuseppe IV (1780). Ma presto, a causa della forte opposizione
dei cattolici di Diarbekir contro Giovanni, fu eletto Giuseppe IV come amministratore del patriarcato (1792). Morto nel 1796, ebbe come successore nella carica di amministratore Agostino Hindi, nominato nel 1802. Gli avversari di Giovanni Hormez l'avevano accusato di varie solpe non tutte infondate, sia presso la S. Sede sia presso il governo turco, riuscendo a farlo mettere per qualche tempo in prigione. Sotto l'impressione di queste accuse la S. Congregazione di Propaganda Fide nominò nel 1811 Agostino Hindi delegato apostolico per tutti i c. e sospese un anno dopo Giovanni Hormez. Questa sospensione fu confermata nel 1818, mentre quello stesso anno Agostino Hindi ricevette il pallio, il che egli interpretò come nomina al patriarcato prendendo il nome di Giuseppe V. Morì nel 1827. Con lui finisce la serie dei patriarchi di Diarbekir.
Giovanni Hormez non disperò della sua causa. Egli trovò un valido sostegno nel vescovo latino di Bagdad, mons. Alessandro Coupperie. Tra gli avversari di Giovanni bisogna nominare anzitutto i monaci della Congregazione di S. Hormisdas, fondata nel 1808 da Gabriele Danbo. Giovanni Hormez, dietro le insistenze di mons. Coupperie, fu assolto dalla sospensione nel 1826. Fu deciso che avrebbe ritenuto il titolo di patriarca, ma dopo la rinunzia alla carica di arcivescovo di Mossul e di amministratore del patriarcato. Senonché egli non si piegò a tali condizioni. Finalmente il successore di mons. Coupperie (m. nel 1831), Lorenzo Trioche, ottenne nel 1834 la nomina di Giovanni Hormez al patriarcato di Babilonia. Giovanni morì nel 1838 .
Il patriarca caldeo di Babilonia risiede a Mossul. La sua giurisdizione si estende su tutti i c. del prossimo Oriente. La grande maggioranza di questi abita nell'Iraq, dove si contano 6 diocesi con 100.620 fedeli, 111 sacerdoti e 83 chiese complessivamente. Nell'Iran esistono 3 diocesi con 11.482 fedeli, 19 sacerdoti e due chiese. Nella Turchia asiatica le 4 diocesi già ivi esistenti sono oggi distrutte. Rimangono 6465 fedeli, 4 sacerdoti e due chiese. In Siria da qualche tempo esiste la diocesi di Gezirah con 3107 fedeli, 11 sacerdoti e due chiese. Fuori di queste diocesi vi sono ancora delle missioni nell'Iran, nella Siria, nel Libano, nell'Egitto e nella Palestina con un totale di 9177 fedeli, 14 sacerdoti e 8 chiese. Sparsi poi nel mondo, specialmente in America, vivono 9889 fedeli e 4 sacerdoti. Il numero totale dei c. è di 140.720 fedeli e 163 sacerdoti; quello delle chiese 98 (cf. statistica del 1937, in Orient. christ. periodica, 4 [1938], pp. 272-74). Il monachismo è quasi esclusivamente rappresentato dalla suddetta Congregazione di S. Hormisdas.
I c. mancano di una letteratura degna di nota. Recentemente si è però segnalato il lazzarista Paolo Bedjan (v.).
BISL.: S. Giamil, Genuinae relationes inter Sedem Apostolicam et Assyriorum orientalium seu Chaldaeorum Ecclesiam, Roma 1902; E. Tisserant, Nestoriones (Eglice), in DTSG, XI, coll. 127288; G. Beltrami, La Chiesa caldea nel secolo dell'unione (Orient. christiano, 29), Roma 1933; St. Bello, La Congregation de s. Hormisdas et l'Eglise chaldéenne dans la première moitié du XIXc siècle (Orient. christ. analecta, 122), ivi 1939.
Guglielmo De Vries
Il Rito caldeo. - Chiamato anche nestoriano, persiano, siro-orientale, ebbe le sue origini nella Mesopotamia conglobata nell'impero dei Persi e si diffuse verso il sud nel Malabar e verso oriente nell'Asia centrale e la Cina (per i frammenti liturgici ritrovati e). A. Baumstark, Die christl. literarischen TurfanFunde, in Or. christ., nuova serie, 3 [1913], pp. 328332; id., Neue soghdisch-nestorianische Bruchstücke, ibid., 4 [1915], pp. 123-28; N. Pigoulewsky, Fragments syriacues et syro-turcs de Hora-Hoto et du Tourfan, in Revue Or. Chrétien, 30 [1935-36], pp. 3-46). Oggi il rito esiste presso i nestoriani del Curdistan, presso
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i c. cattolici dell'Iraq e della Persia, e presso i malabaresi. Per le particolarità di questo ultimo rito, v. malabarese, Rito.
Dell'antico rito caldeo, prima del sec. v, proveniente probabilmente, e in parte soltanto, dalla città aramaica Edessa, non è possibile farsi una idea per mancanza quasi assoluta di notizie e di documenti. Questo rito fu in parte abbandonato o riformato nel Sinodo di Seleucia (410) secondo l'esempio dei Padri "occidentali", cioè dell'Osroene e della Siria settentrionale, e qui è il motivo per il quale le fonti più importanti del nuovo rito comprendono anche le Catechesi di Teodoro di Mopsuestia. Ad esse si aggiungono le Omelie di Narsete Nisibene, che compose anche inni per le feste liturgiche, e le decisioni di diversi sinodi della Chiesa nestoriana. Il più grande ordinatore del rito fu il katolicdo left[86^{°}right. jahb III (647-57): egli regolò la parte preanaforica della Messa, prescrisse l'uso di tre sole anafore (degli Apostoli, di Nestorio, di Teodoro di Mopsuestia) con l'esclusione delle altre, levò gli esorcismi del rito battesimale, abbreviò le cerimonie delle ordinazioni, compose il libro del coro chiamato Hudrā. Dopo di lui, le cerimonie hanno subito pochi cambiamenti, cosi sembra almeno a chi esamina i commentari liturgici di Abraham bar Lifeh, l'anonimo del sec. Ix, I86' bar Nūn, Timoteo I, Jōbannān bar Zō'bi, 'Abdi86', Timoteo II, e i casuisti nelle loro Questioni e risposte (cf. W. C. van Utnik, Nestorian Questions on the Administration of the Eucharist, Haarlem 1937). I testi però hanno potuto rinnovarsi e la poesia liturgica si è arricchita fino al sec. xvir (cf. A. Baumstark, Gesch. der syr. Literatur, Bonn 1922). Ma la redazione definitiva e unificatrice dei libri liturgici ancora in uso oggi è dovuta all'opera del « Monastero Superiore»