'bi, 'Abdi86', Timoteo II, e i casuisti nelle loro Questioni e risposte (cf. W. C. van Utnik, Nestorian Questions on the Administration of the Eucharist, Haarlem 1937). I testi però hanno potuto rinnovarsi e la poesia liturgica si è arricchita fino al sec. xvir (cf. A. Baumstark, Gesch. der syr. Literatur, Bonn 1922). Ma la redazione definitiva e unificatrice dei libri liturgici ancora in uso oggi è dovuta all'opera del « Monastero Superiore» di Mossul (cf. A. Rücker, Das Obere Kloster bei Mossul und seine Bedeutung für die Geschichte der ostsyr. Liturgie, in Or. christ., 3^{text {a }} serie, 7 [1932], pp. 180-87). Dopo il sec. xirı la liturgia segui la profonda decadenza della Chiesa nestoriana; i fedeli che si unirono alla Chiesa cattolica nel sec. xvi e poi alla fine del sec. xviri hanno conservato abbastanza puro il loro rito. Ciò che colpisce di più nel rito caldeo è la struttura antica delle sue cerimonie, per la quale costituisce un rito veramente a parte fra i riti orientali, diverso anche dal rito sirooccidentale col quale ha in comune la lingua siriana e l'eredità poetica di s. Efrem. Tale antichità e separa tivismo sono dovuti alla posizione geografica e politica (la Mesopotamia si trovava fuori del mondo romano e bizantino) e al dogma fondamentale della Chiesa nestoriana che la separò dagli ortodossi e dai monofisiti.
La Messa. - Dopo l'inizio consueto, si comincia la salmodia che con l'inno del santuario, il canto chiamato Lahū Märā e l'incensazione della chiesa costituiscono i riti preparatori; i c. cattolici vi aggiungono la preparazione delle oblate. La parte istruttiva della Messa si apre col Trisagio; ci sono quattro lezioni: la prima è presa dalla Legge, la seconda dai Profeti, la terza è l'Epistola, la quarta il Vangelo; ciascuna lezione ha il suo annuncio diaconale, la sua preghiera introduttoria e il Vangelo ha anche l'incensazione. La Kārā̄sūtā, specie di litania, che continua la grande orazione per i bisogni comuni, attestata già da s. Giustino, è rimasta soltanto in alcuni giorni della Quaresima, ma quotidianamente si recita l'orazione che l'accompagna. Per terminare la Messa dei catecumeni, il sacerdote dice l'orazione dell'inclinazione del capo per fare l'imposizione delle mani e la benedizione ai catecumeni ed ai penitenti che usciranno dopo l'intimazione del diacono: "Chi non ha ricevuto il Battesimo, se ne vada! Chi non ha ricevuto il segno della vita, se ne vada! Chi non lo riceve, se ne vada! Andate, o uditori; e custodite
le porte». Per i fedeli rimasti soli si comincia il sacrificio. Il sacerdote si lava le mani, prende il pane e il vino con acqua, offre le oblate facendo tre volte toccare la patena col calice, mentre il coro eseguisce l'inno dei misteri. Allora il vescovo designa (cosi nell'antichità) uno dei sacerdoti seduti intorno a lui per santificare i doni; questo si dirige verso il santuario, e dopo il canto del Simbole, recita l'orazione del velo, facendo tre inchini e ad ogni inchino avanzando di un passo verso l'altare. Arrivato li bacia l'altare in mezzo, indi all'estremità destra, poi all'estremità sinistra, e proseguendo sempre le sue orazioni ritorna in mezzo dove bacia di nuovo l'altare tre volte, in mezzo, un poco a destra e a sinistra; nella sua preghiera ringrazia Iddio che lo ha reso degno, benché peccatore, di amministrare questi misteri del Corpo e del Sangue di Cristo. Cosi termina questa espressiva cerimonia dell'accesso all'altare. Dopo di essa, per ubbidire al precetto del Signore, il diacono proclama: "Fratelli, datevi la pace"; e mentre ciascuno mette le sue mani in quello del vicino si leggevano, anticamente, i dittici dei vivi e dei morti. Ancora un monito del diacono e una incensazione, e il sacerdote toglie il velo che copre le oblate e intona la grande orazione eucaristica col dialogo della prefazione. Questa orazione viene interrotta tre volte: prima dal popolo che canta il Sanctus, poi, dopo la Consacrazione, dal diacono che invita alla preghiera mentre il sacerdote dice le orazioni di intercessione; la terza volta di nuovo dal diacono che ammonisce il popolo di stare attenti perché il sacerdote dirà l'epiclesi. Già si prepara la Comunione. Dopo aver incensato le mani che compiranno la frazione, il sacerdote (presso i cattolici soltanto) solleva l'Ostia e dopo la frazione, l'intintura e la commistione, solleva il calice. In diverse preghiere il popolo afferma la sua fede nel Cristo, Dio e Uomo, chiede perdono dei suoi peccati, recita il Pater Noster e risponde al Sancta sanctis. Poi si dà la Comunione, presso i cattolici sotto una specie, presso i nestoriani sotto le due. Le preghiere di ringraziamento e la benedizione concludono la Messa. I nestoriani consumano adesso le sacre specie, i cattolici fanno le abluzioni dopo la Comunione.
Vale la pena di notare che nell'anafora degli Apostoli, di struttura e origine probabilmente mesopotamica, mancano le parole consacratorie; si supplisce a questa mancanza gravissima prendendo il testo di una delle due altre anafore che provengono quella di Nestorio forse da Bisanzio, quella di Teodoro dalla Cilicia (cf. A. Raes, Le Récit de l'institution encharistique dans l'anaphore chaldéenne et malabare des Apôtres, in Or. chr. periodica, 10 [1944], pp. 216-26).
Battesimo e Cresima. - Išō̄jahb III ha riformato questo rito e l'ha redatto per i bambini; ma poiché, secondo la sua teoria pelagiana, i bambini sono esenti da ogni peccato, anche originale, ha soppresso nel rito battesimale gli esorcismi e la solenne rinuncia al demonio. Anticamente i riti del catecumenato esistevano presso i nestoriani (cf. W. de Vries, Zur Liturgie der Erwachsenentaufe bei den Nestorianern, in Or. chr. periodica, 9 [1943], pp. 460-73). Il nuovo rito presenta una struttura simile a quella della Messa; cosi, al momento dell'Offertorio, invece del pane e del vino, l'olio è portato sull'altare e coperto da un velo; questo olio è benedetto dopo il Sanctus con una epiclesi; l'acqua è benedetta dopo il Pater Noster, e dopo il Sancta sanctis il corpo del battezzando è unto e immerso tre volte nell'acqua; poi si rientra dal battistero nella chiesa e il sacerdote impone le mani sul battezzato, e segnandolo col pollice l'unge sulla fronte: questo è il doppio rito della Cresima. Seguiva poi nell'antichità il terzo Sacramento dell'iniziazione, la Comunione.
Penitenza. - I nestoriani non sembrano aver conosciuto altro rito penitenziale che quello della riconciliazione di un apostata o di un eretico; l'altro attribuito a overline{mathrm{I}} s̄ ζ̄ jahb III e pubblicato da H. J. Denzinger (Ritue Orientalism, II, Würzburg 1864, p. 467) ha certamente un altro scopo. Per essere un rito della penitenza privata gli manca la Confessione e tutta la parte liturgica fatta di preghiere, salmi, prostrazioni, atti di umiltà che la precedono. Qualche influsso della penitenza privata latina si scorge
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in un rito recente, preso però dai nestoriani ai giacobiti (cf. J. Vostó, La confession chez les Nestoriens, in Angelicum, 7 [1930], pp. 17-26).
Ordinazione sacerdotale. - Ha conservato la sua struttura antica. L'ordinando riceve prima la tonsura e le insegne del diaconato, poi segue una lunga serie di preghiere, lezioni e canti. Dopo di che l'ordinando si inginocchia e copre gli occhi con le mani, mentre il vescovo recita la formula: "La grazia di N. S. Gesù Cristo...", ed impone le mani sul capo dell'ordinando, dicendo le due orazioni sacramentali; rialzatolo, lo veste della tunica e dell'orarion, gli rimette il libro del Vangelo e gli fa il segno della croce sulla fronte. Termina col bacio di pace. Per la prima edizione del pontificale cf. J. Vosté, Actes du XX { }ᵉ Congrès intera. des Orientalistes, Bruxelles 1938, p. 340.
Estrema Unzione. - Il lungo rito celebrato da parecchi sacerdoti, e che è fondamentalmente lo stesso in tutti i riti orientali, non sembra essere mai penetrato fra i nestoriani. Al fine di supplire a questa mancanza i c. cattolici hanno redatto un rito di questo Sacramento di struttura orientale.
L'ufficio divino. - Ha soltanto le tre grandi ore, Vespro, Notturno e Mattutino; alcune volte Compieta si aggiunge al Vespro; i monaci cattolici aggiungono le piccole ore prese dai maroniti. Nel Notturno si recita una terza parte del salterio, cosicché nei sei giorni feriali della settimana l'intero salterio è recitato due volte: anche nelle altre ore i salmi costituiscono la parte fondamentale. La poesia liturgica però è ricca, ma le lezioni della Sacra Scrittura dilettano interamente. E da notare che ancora oggi il popolo assiste e partecipa regolarmente ogni giorno al Vespro e al Mattutino. Per i cattolici fu stampato un Bremiorio che ha diminuito di molto la lunghezza dell'Ufficio di Notte.
Calendario. - L'anno liturgico è diviso in periodi generalmente di sette settimane ciascuno: Annunciazione o Avvento, Epifania, Quaresima, Pasqua, Apostoli, Estate, Elia, la Croce, Mosè, la Dedicazione. Le feste dei santi, chiamate "memorie", sono poche, e sono celebrate sia ad una data fissa dell'anno, sia al venerdì di una tale settimana di un determinato periodo.
I libri liturci furono editi per i cattolici a Roma e a Mossul, per i nestoriani, ad opera della missione anglicana, ad Urmia; all'elenco di A. Baumstark, Liturgie comparée, in Irénikon, 1934, pp. 229-31, si aggiunga un messale edito a Mossul nel 1936 e una edizione anastatica del breviario di Bedjan in 3 voll. a Roma nel 1938.
La traduzione in lingua europea dei testi liturgici si trova nelle opere generali di J. Assemani, Codex liturgicus, 13 voll., Roma 1749-66; di E. Renaudot, Liturgiarum orientalium collectio, Parigi 1716; di Denzinger, op. cit.; di F. E. Brightman, Liturgies Eastern and Western, Oxford 1896. Si aggiunga: C. Mousseau, La Messe caldea degli Apostoli, Roma 1948; D. Dahane, Liturgie de la Sainte Messe selon le rite chaldéen, Parigi 1937; G. P. Badger, The Nestorians and their Rituals, 2 voll., Londra 1852; A. J. Maclean, East Syrian Daily Offices, ivi 1894; id., The Evening, Night and Morning Services, testo completo, con la festa dell'Epifania in Conybeare, Rituale Armenarum, Oxford 1905, pp. 298-388; P. Martin, Saint Pierre et saint Paul dans l'Eglise nestorienne, Parigi 1875, testo completo per la festa dei due Apostoli.
Bibl.: Oltre le opere generali di Janis, Baumstark, Rahmânî e Hanasene, vedere la bibl. di H. Engberding, Die Literatur der letzten 100 Jahre zur ostsyrischen Liturgie, come appendice al suo articolo Die Kirche als Braut in der ostsyrischen Liturgie, in Or. Chr. Periodica, 3 (1937), pp. 44-48; E. Tisserant, Nestorienne (Eglise), in DThC, XI, coll. 314-23, dà molti particolari; H. Jenner, Syrian Rite, East, in Cath. Enc., XIV, pp. 413-417.
Alfonso Rae:
CALDEIRA, Bonifacio. - Frate minore, detto Bonifacio Indiano, n. a Meliapore nel 1586, m. a Como il 1^{°} marzo 1661. Era di stirpe reale e, convertitisi i genitori, ebbe il Battesimo. All'età conveniente s'aggregò tra i chierici della Cattedrale. Fu ordinato sacerdote nel 1610. Poco dopo rinunziò a tutti i diritti e incarichi che gli spettavano come capo della
famiglia e venne a Roma dove spendeva lunghe ore nella chiesa di S. Antonio in piazza Barberini. Prese l'abito religioso nell'annesso convento dei Convencuali riformati. Più volte venne nominato superiore di vari conventi, e, nel 1625, di quello di Roma. Soppressa nel 1626 la Riforma, a cui apparteneva, si aggregò alla Osservante riformata provincia romana. Chiese e ottenne di non venir promosso mai a cariche onovifiche e di essere collocato nei conventi più solitari. Fu destinato al convento di Greccio. La continua meditazione della passione di Cristo fomentò in lui il desiderio di visitare i Luoghi Santi. Imbarcatosi nel 1639 a Venezia e giunto in Siria, fu nominato cappellano dei mercanti veneti di Alessandretta. Dopo due anni di servizio iniziò la visita ai santuari della Palestina. In seguito visitò anche S. Giacomo di Compostella e tutti i celebri santuari della Spagna, della Francia e dell'Italia. Tornato in provincia s'associò alla cosiddetta Riformella con vita più austera. Dal visitatore generale p. Bernardino d'Artò fu trasferito al convento di S. Francesco a Riga. Il vicario generale Daniele da Dongo lo collocò nel convento del suo paese. Morì nel convento della S.ma Croce di Como. Tra confratelli e popolo rimase viva la sua memoria.
Bibl.: B. Spila da Subiaco, Memoria storiche della Provincia Riformata Romana, I, Milano 1800, pp. 320-65.
Pancrazio Maarschalkerweerd
CALDERa (Caldeira), Fernando. - Scrittore mistico spagnolo, dell'Ordine dei Minimi, n. a Madrid ca. il 1560 , ivi m. nel 1633. Dopo terminati i suoi studi, entrò tra i Minimi nel convento madrileno "La Victoria». Si distinse come predicatore in vari luoghi e come direttore di spirito.
Pubblicò: Mystico theologia et exercitium fidei divinae et orationis mentalis (Madrid 1623; nuove edizioni accresciute 1629 e 1632). Quest'opera, notevole per sodezza di dottrina, basata sul Vangelo e sulle opere di s. Teresa e di s. Giovanni della Croce, fu tradotta in italiano (Mistica teologia e essercitio di fede viva et oratione mentale, Roma 1638) e in francese ad opera del p. Court (Parigi 1636). Sono ricordate anche un Sermón en el día de s. Francisco de Paula (Alcalá 1622) e Mistica teologia y discreción de espíritus (Valencia 1652).
Bibl.: G. Roberti, Disegno storico dell'Ordine dei Minimi, II, Roma 1908, pp. 646-47; M. Alamo, Caldeira, in DSp, II, col. 19 sg.; id., s.v. in DHG, X, col. 363 . Gennaro Moretti
CALDERINI, Giovanni. - Celebre canonista laico del sec. XIV (m. nel 1365). Insegnò a Bologna ca. la metà del sec. XIV.
Scrisse, oltre a varie monografie, un commento alle Clementine, un Repertorium sive dictionnarium iuris e qualche altra opera di minore importanza.
Bibl.: J. F. Schulte, Geschichte der Quellen und Literatur des kanonischen Rechts, II, Stoccarda 1877, p. 247 sgg.
CALDERINI, Guglielmo. - Architetto, n. a Perugia il 3 marzo 1837, m. a Roma il 12 febbr. 1916.
Professore di architettura prima all'accademia di Belle Arti di Perugia, poi a Pisa, in ultimo a Roma. Nel 1887 vinse il concorso per la costruzione del palazzo di Giustizia di Roma, ritenuto la sua opera maggiore. A Roma costruì pure il quadriportico della basilica di S. Paolo. A Perugia edificò la chiesa di S. Costanzo, a Savona la facciata del Duomo.
Bibl.: G. B. Milani, Le opere architettoniche di G. C., Milano 1917; A. M. Brixio, Ottocento-Novecento, Torino 1939, pp. 506-507; G. Giovannoni, G. C., in Meridiano di Roma, 11 ott. 1942, p. 4.
[Felice de Filippis
CALDERON DE LA BARCA, Pedro. - Drammaturgo, n. a Madrid il 17 genn. 1600 , m. ivi il 25 maggio 1681. Conobbe le fatiche dello studio prima al collegio madrileno dei Gesuiti, poi alle Università
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(la Obres completas, a cura di L. Astrana Morin, Madrid B(t) Calderón de la Barca, Pedro - Rirtatto e firma.
di Alcalá e di Salamanca; la disciplina militare nelle Fiandre, nel Milanese e in Catalogna; l'irrequietezza giovanile, culminata nell'irruzione nel monastero delle Trinitarie per sorprendervi l'uccisore di un suo fratello.
Il successo letterario, conseguito nel concorso poetico per la canonizzazione dei ss. Teresa, Ignazio di Loyola, Francesco Saverio e Isidoro (1522) e con il primo dramma di sicura datazione Amor, honor y poder (1623), ottenne il riconoscimento di Lope de Vega nel suo El Lantel de Apolo (1630) e di Filippo IV, che per la commedia mitologica El mayor encanto, Amor lo nominò cavaliere di Santiago (1635) e, nel 1636, sovrintendente agli spettacoli di corte. A 51 anni decise di abbracciare lo stato ecclesiastico; fu cappellano dei Reyes-Nuevos a Toledo e poi a Madrid cappellano d'onore del re e decano della Congregazione di S. Pietro. Le cure sacerdotali e auliche non interruppero la sua attività di scrittore, sollecitata dall'intera Spagna. Dopo l'avvento al trono di Carlo II (1666), poco incline al mecenatismo, visse in povertà, dedito alla preghiera e all'arte. La sua morte fu un lutto per tutti i paesi di lingua spagnola. Scrisse 73 autos, 108 commedie, intermezzi, liriche, poemi, panegirici.
Profilo Spirituale. - Il cantore del cattolicesimo attuò, nella sua vita assorta, una vigilata concentrazione interiore, in cui l'intelligenza, illuminata da un'ardente fede, tacito le passioni giovanili e si riverberò, equilibrandola, nella struttura delle sue opere letterarie. La vicenda biografica di C. si adegua, infatti, alla sua attività di scrittore, imprimendovi un tono di cristiana sincerità che ha fatto pensare all'Alighieri.
Abbracciò il sacerdozio nella maturità, associando pietà e poesia nell'unica missione di confermare e difendere la fede cattolica dei suoi connazionali. Nella visione della vita superò un fondamentale pessimi-
smo stoico con il conforto delle speranze cristiane; vide nel mondo un itinerario verso la morte, e nella morte l'inizio della vera vita, il risveglio dal sogno alla realtà. Pochi scrittori hanno, al pari di lui, drammatizzato il senso della caducità, il tormento dell'esistenza : e solingo e quasi trasognato egli visse, anche negli ambienti di palazzo. A Toledo trascorreva i giorni nei sacri ministeri, nella meditazione delle verità eterne, nella contemplazione dei monumenti d'arte; richiamato a Madrid, si circondò di devoto e dotto isolamento nella sua casa, tra pie immagini e libri di scienza e di fede. Nel testamento dispose che il suo cadavere fosse vestito del saio francescano, della cintura di s. Agostino e dello scapolare del Carmelo e seppellito alla maniera dei poveri.
Tale superiore distacco non fu raggiunto senza lotte contro una natura appassionata e ribelle. Trasmediamenti morali della gioventù (ebbe un figlio naturale) e concessioni alla vendetta per onore nei drammi di gelosia trovarono un correttivo nella esemplarità della vita matura e nei drammi di perdono cristiano. La sua pietà poggiava su una solida base razionale, derivata dalla teologia tomistica con echi agostiniani e si incentrava nel culto dell'Eucaristia e dell'Immacolata. E al trionfo di questi due fuochi spirituali consacrò, con hidalgica foga, la sua penna in tempi in cui intorno alla Spagna fiammeggiava l'eresia e alla Chiesa bisognavano difensori. Sorsero così gli autos sacramentales, ai quali C. affidò il meglio della sua anima e delle sue energie creative.
Gli «autos sacramentales». - Erano atti unici di argomento religioso, rappresentati di giorno, all'aperto, per la festa del Corpus Domini. Ne composero Valdivielso, Lope de Vega, Tirso de Molina, Mira de Amescua; C. ne fissò il tipo.
Vi espose l'essenza del credo cattolico, con preferenza dei temi più contestati dal protestantesimo: la Transustanziazione, il problema della Grazia e del libero arbitrio, l'Immacolato Concepimento di Maria. E poiché l'Eucaristia è il centro delle Redenzione, gli autos risultarono, oltre che un'apoteosi eucaristica, uno scorcio possente della storia dell'umanità, avvilita dalla colpa originale e riabilitate dal sacrificio del Calvario. C. chiamò a raccolta tutte le sue capacità : la fede intensa, la cultura teologica, l'esperienza teatrale, l'abilità tettonica del suo spirito, la padronanza della tecnica letteraria, la tendenza alla simbologia e alla trasposizione idealistica. Tutto fu convogliato nella regale fiumana : mitologia, leggenda medievale, storia sacra e profana, insegnamento dogmatico, persino le preoccupazioni casistiche dell'epoca, in una sintesi che, pur movendosi non di rado tra astrazioni e allegorie, evita frigidità e convenzionalismi, e tutto avviva di un caldo soffio di umanità e di religiosità, raggiungendo insospettate vette di fede e di poesia.
Il Valbuena ha tentato una classificazione degli autos, distinguendoli in : filosofico-teologici (es., El gran teatro del mundo; El veneno y la triaca); biblici (es., La cena de Baltasar); evangelici (es., La Siembra del Señor); mariani (es., La hidalga del valle); storico-leggendari (es., El santo rey don Fernando); di circostanza (es., La segunda esposa y triunfar muriendo); mitologici (es., El divino Orfeo).
E anche possibile un raggruppamento in cicli. Uno è costituito da: La vida es sueño, La nave del marcader, La viña del Señor, Lo que va del hombre a Dios, La divina Pilates. I cinque drammi delineano la dialettica spirituale dell'umanità, dal paradiso terrestre al Tabernacolo, dalla caduta alla santificazione mediante l'unione in Cristo. Altri cinque autos costituiscono un cielo mariano, che sviluppa l'intero sistema teologico relativo alla Vergine.
In tutti, poi, l'Eucaristia, pur restando il centro ispiratore, è indirettamente allusa e gran parte vi hanno le figure simboliche: l'Amore, l'Umanità, la Terra, il Paga-
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nesimo, la Sinagoga, la Fede, la Grazia, il Libero Arbitrio ecc. Ma l'insieme é come immerso in un flusso di intenso lirismo, che cosi si fonde con l'azione, da costituire uno dei più originali frutti del teatro europeo, un mondo suggestivo che esprime la Spagna e il dramma dell'umanitá. Per i loro pregi artistici e devosionali alcuni autos sono stati rappresentati in Congressi eucaristici, ad es., a Einsiedeln (1924) e a Godesberg (1926).
Le commedie "devotas". - Affini agli autos, da cui differiscono per tecnica e struttura, sono le commedie devotas o de santos. Anch'esse, infatti, hanno intenti palesemente apologetici, profilandosi come un avvio verso la verità religiosa, conseguita con lo studio e la meditazione, in una soprendente drammatizzazione.
El mágico prodigioso narra la vicenda dello studente Cipriano, il quale, per ottenere l'amore di Giustina, cede l'anima al diavolo; ma quando fa per abbracciare l'amata, si vede davanti uno scheletro; perciò si converte al cristianesimo e affronta il martirio. Con il contenuto del Faust di Goethe presenta più diversità che analogie. In El purgatorio de san Patricio, Ludovico Enio, colpito dalla vista del proprio scheletro, pensa di salvarsi visitando il pozzo del Santo e al ritorno descrive i tormenti infernali con tinte che Menéndez y Pelayo accosta alle dantesche. In La devocidue de la Cruz il bandito Eusebio si converte alla vista della Croce e muore confessando le sue colpe.
Altre commedie derivano l'argomento direttamente dalla Bibbia, quali Los cabellos de Absalon e Judas Macabeo. Anche nelle commedie la mitologia è, per C., un pretesto di allegorie religiose; non per nulla uno stesso soggetto si riscontra, a volte, nelle commedie e negli autos. Cosi El mayor encanto, Amor, che tratta degli amori di Ulisse e Gicce, è in relazione con l'auto Los encantos de la culpa. Innegabile il simbolismo di La estatua de Prometeo, in cui la figura del ribelle protagonista si aureola quasi di cristiana redenzione nel perdono finale concesso dagli dei.
Altre opere di C. e caratteri del suo teatro. Ma anche nelle altre opere di C. è possibile isolare, quasi sempre, motivi o interessi religiosi. Le sue commedie storiche (es., El principe constante; El alcalde de Zalamea), di costume (es., La dama duende), di gelosia (es., El médico de su honra) ecc., attuano, con gli autos, i stitaci drammatici dell'autore, che, pur riprendendo le fila dei predecessori, soprattutto di Lope, vi immette riflessione, equilibrio strutturale, fusione del lirico con il drammatico, maggiore caratterizzazione dei personaggi.
Tuttavia la sua arte si muove nella sintassi barocca, di cui conserva la tensione metaforica e decorativa, la ricerca del contrasto e dello smisurato. Nel suo dramma più noto, La vida es sueño, il principe polacco Sigismondo, segregato per la sua vaticinata predestinazione al male, perviene, attraverso fasi psichiche successive, dalla brutalità desmodata a una operosa purificazione. Fra queste fasi si interpono lo schermo del sonno, che adegua il sogno con la realtà e infonde la convinzione dell'illusione delle umane vicende e della concretezza del risveglio in Dio. Menéndez y Pelayo vi ha visto un dibattito teologico sul peccato d'origine e la redenzione; Alfonso Reyes la lotta tra il libero arbitrio e il fatalismo. Si tratta di una cristiana messa a fuoco dei valori terreni, da superare nella visione dell'aldilà. Raramente l'arte ha saputo, come in questo caratteristico lavoro, animare astrazioni e infondervi un così alto senso di umana pensosità.
Biol.: Le commedie di C. furono edite a Madrid da J. de Vera Tassis in 9 voll., 1682-91, gli Autos da A. Valbuena, in Clásicos Castellanos, voll. 69 e 74, ivi 1926-27, le Comedias religiosas dal medesimo, ivi 1939. Cf. inoltre: A. Monteverdi, C. de la B.: Drammi tradotti, Firenze 1920-21; F. Meregalli, Antologia calderoniana, Milano 1947; La vida es suetio : il dramma e l'auto sacramentale, a cura di G. M. Bertini, Torino 1949; C. de la B., Teatro (scelta e traduzione di F. Carleal; maggio introduttivo di M. Casella), Firenze 1949. Studi: L. Rouanet, Drames religieux de C., Parigi 1898; H. W. Breymann,
Die C.-Literatur, Monaco 1905; L. P. Thomas, La gèndee de la philosophie et le symbolisme dans - La Vie est un sonze -, in Mélanges Wilmotte, Parigi 1910, p. 715 sgg.; J. Mariscal de Gante, Los autos sacramentales, Madrid 1911; A. Farinelli, Mistici, teologi, poeti e sognatori della Spagna all'alba del dramma di C., in Rev. filologica esp., i (1914), p. 289 sgg.; id., La viia è un sogno, Torino 1916; E. Catarclo, Ennese sobre la vida y obras de don P. C. de la B., Madrid 1924; F. Olmedo, Las fuentes de - La vida es suetio -, ivi 1928; E. González, Los autos morianos de C., in Religión y cultura, 32 (1936), pp. 319-22; 33 (1936), p. 191 sgg.; G. Schnürer, Katholische Kirche und Kultur in der Barockzeit, Friburgo in Br. 1937, p. 212 sgg.; M. Beudilon, Essai d'explication de l'auto sacramental, in Bull. hispanique, 43 (1940), p. 193 sgg.; A. Valbuena, C., Madrid 1941; M. Menéndez y Pelayo, C. y su teatro y estudios críticos literarios, 37 ed., ivi 1941; A. A. Parker, The allegorical drama of C., Oxford-Londra 1943; N. González Ruiz, Piezas maestras del Teatro teológico español. I: Autos sacramentales, Madrid 1946.
Enzo Nevarra
CALDES, Pedro. - Certosino spagnolo, n. nel 1337 a Llummayor, nell'isola di Maiorca. Visse dapprima fra i Francescani per 15 anni e fu insigne predicatore; all'Università di Salamanca ebbe come maestro Domingo Soto (v.). Passò all'Ordine certosino nella certosa di Maiorca. Eletto priore, morì in tale ufficio il 28 ott. 1595, all'età di 58 anni, dei quali 25 vissuti nella certosa.
Scrisse: Vida, revelaciones y miracles de la v. sor Catharina Thomas, manoscritto che servì più tardi al certosino don Valperga per la compilazione della vita della Serva di Dio; De instructione Missae, manoscritto; Instrucció que ensenye la que deu considerar y contemplar lo christid y servent del Senyor quant á la Santa misa (Barcelona 1588).
Biol.: S. Autore, Scriptores Ordinis Cartas. (ms.), IV, p. 443-46; L. Levasseur, Ephemerides Ordinis Cartas., Montreuil 1892.
Gabriele Costa
CALDORA, Giacomo. - Potente barone e capitano abruzzese, n. a Castel del Giudice, sul Sangro, nel 1368, e m. il 15 nov. 1439. Eletto capitano generale della Chiesa e della regina Giovanna (apr. 1424), insieme con Francesco Sforza mosse contro Braccio, a cui inferse sotto Aquila la famosa e sanguinosa sconfitta, in cui questi trovò la morte il 2 giugno 1424 (R. Valentini, Lo stato di Braccio e la guerra aquilana, in Arch. della soc. rom. di storia patria, 52 [1929], pp. 312, 318-31). La sua fama e la sua potenza, dopo che fu in possesso di tutte le terre toltegli da Braccio, raggiunse allora il massimo. Tutti gli stati italiani se lo contendevano, ma egli rimase fedele alla regina e al Papa. In compenso di una spedizione contro Bologna, ribellatasi al cardinale legato ( 1428 ), ottenne in pegno il castello di Bari e Carbonara, ed assunse il titolo di duca (1430).
Alla morte della regina Giovanna (1435), nella lotta che seguì tra i due contendenti al trono, Alfonso d'Aragona e Renato d'Angiò, il C. seguì quest'ultimo col favore di papa Eugenio IV, e da solo resistette sovente agli aragonesi. Morì improvvisamente durante un assedio al paese di Colle Sannita, e fu sepolto a Sulmona con grande onore.
Biol.: Fonti : tutti i cronisti del tempo, tra cui si citano: B. Fazio, Fatti d'Alfonso d'Aragona, trad. ital. di G. Mauro, Venezia 1580; Anon., Diurnali di Monteleone, Napoli 1895; P. Collemucrin, Compendio delle istorie del regno di Napoli (Sorittori d'Italia, 115), Bari 1929; G. A. Campano, De vita et rebus gestis Bracci Peralini, in Rerum ital. scriptores, XIX, iv, nuova ed., Bologna 1929; T. Caracciolo, De varietate fortunas, ibid. XXII, 1, ivi 1934, pp. 73-105. Tra gli storici più recenti: E. Riondi, Storia delle compagnie di ventura, II, Torino 1883; N. F. Faraglia, Storia della regina Giovanna II d'Angiò, Lanciano 1904; id., Storia della lotta tra Alfonso V d'Aragona e Renato d'Angiò, ivi 1908; G. Masciotta, Una gloria ignorata del Molise. G. C. nel suo tempo e nella posterità, Faenza 1926.
Renata Orazi Ausenda
CALEB (ebr. «cane»), - Coetaneo e collaboratore di Giosuè. Della tribù di Giuda, fu, con Giosuè,
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tra i dodici inviati da Mosè, mentre era a Cades, ad esplorare la terra di Canaan. Aveva quarant'anni allorché, in quaranta giorni di esplorazione, si spinse fino a Emath. Di ritorno a Cades, rianimò gli Israeliti sfiduciati, «mentendo le esagerazioni dei suoi compagni, che riferivano d'aver incontrato in Canaan abitanti robustissimi in città imprendibili. Ma non riusci a trasfondere l'ottimismo della sua fede nel popolo avvilito e tumultuante, che fu perciò tutto cceluso dall'ingresso nella Terra promessa; solo C. fu esentato con Giosuè da questo castigo, in premio della sua fede (Num. 13, 2; 14, 38).
A 85 anni occupò le città fortificate di Hebron e Ca riath Sepher (Ios. 15, 13-19, cf. Judc. 1, 10-15), contribuendo alla conquista e alla divisione della terra di Canaan (Num. 34, 19); onde Eccli. 46,9 celebra la «vigoria " della sua "vecchiaia ".
Era "fratello maggiore", e con più precisione suocero, del giudice Othoniel, cui aveva dato la figlia Axa in premio della presa di Cariath Sepher (Judc. 1, 12. 13; 3, 9). Per mezzo del padre Iephone, C. si riallacciava (Num. 32, 12 e Ios. 14, 6. 14) a Cenez, che da Gen. 36, 11 e I Par. 1, 36. 53 è posto tra i figli di EsauEdom. Perciò la famiglia di C. era forse d'origine idumea, benché dovette ben presto essere incorporata alla tribù di Giuda. Il C. di I Pur. 2, 42-55, detto pure Calubi (ibid., 2, 9), si ritiene di solito un antenato di C. a causa della paternità (Hesron) e discendenza diversa e della menzione (ibid., 2, 20) del pronipote Beseleel (v.) artefice del tabernacolo (Ex. 31, 2). Tuttavia F. de Hummelozer ne sostiene l'identità, eliminando come spurio il versetto 2, 20, o supponendo che Beseleel sia stato uno straniero già anziano incorporato poi nella famiglia di C .
Faustino Salroni
CALECA, Manuele. - Grammatico e teologo di Costantinopoli del sec. xiv-xv. Avverso al palamismo, lasciò l'insegnamento letterario cui si era dedicato e si fece cattolico sotto l'influsso, forse, di Demetrio Cidone, di cui divenne discepolo. Ebbe parecchio a soffrire per la sua fede. Strinse amicizia con Manuele Crisolora e Massimo Crisoberga, greci cattolici discepoli del Cidone. Studio il latino e la teologia scolastica. Dopo un viaggio a Venezia e a Milano (14011402) tornò in Grecia e vestì l'abito domenicano a Mitilene, ove morì nel 1410. Lasciò (inediti) scritti grammatici, prediche, un'ampia raccolta di lettere e opere teologiche (edite soltanto in parte). I suoi libri e le sue carte, fra cui anche libri e carte di Demetrio Cidone, riscattati da Teodoro ed ereditati da Andrea, ambedue fratelli di Massimo Crisoberga, entrarono a far parte della biblioteca Vaticana insieme a quelli di quest'ultimo.
Bibl.: Quétif-Echard, I, pp. 717-20; PG 152, 12-661; 154,864958 (sotto il nome di Demetrio Cidone, ma è opera del C.); M.Jugie, Theologia dogmatica christianorum orientalium, 4 voll., Parigi 19261931 (v. indici); G. Mercati, Notizie di Procoro e Demetrio Cidone, M. C.... (Studi e Testi, 56), Città del Vaticano 1931; B. Loenertz, La Société des Frères Pérégrinants, I, Roma 1937 (v. indice); J. Gouillard, Les influences latines dans l'oeuvre théologique de M. C., in Echos d'Orient, 37 (1938), pp. 36-52; R. J. Loenertz, M. C., se vie et ses oeuvres d'après ses lettres et ses apologies inédites, in Archivum B. Praedicatorum, 17 (1947), pp. 195-207. Raimondo Loenertz
CALEDONIA: v. nuova caledonia.
CALEGARI, famiGlia. - Santo, incisore e scultore, n. a Brescia nel 1662, m. nel 1717. Operò a Roma sotto gli influssi del Bernini e dell'Algardi. Abile e pronto artista in legno e nello stucco, lasciò in chiese e palazzi di Brescia numerose opere.
Due figli ne seguirono le orme : Alessandro, abbelli con le sue sculture giardini e case patrizie bresciane; Antonio (n. nel 1698, m. nel 1777), orno chiese e palazzi a Milano, Bologna, Cremona, Bergamo, Brescia, Chiari. La sua opera raggiunge spesso caratteri indivi-
duali malgrado i segni di un manierismo facile e vistoso dovuto a una superficiale ricerca di effetto. Ebbe tre figli : Luca, Giuseppe, Santo anch'essi scultori.
Bibl.: St. Fenaroli, s. v. in Diz. degli arcliri bresciani, Brescia 1877, pp. 88-90; G. Nicodemi, I C. scultori bresciani del Settecento, ivi 1924.
Felice de Filippis
CALENDARIO. - Questo nome indicò da principio presso i Romani il registro nel quale i banchieri notavano gli interessi dei prestiti maturali al primo (halendae) di ogni mese: l'elenco dei giorni festivi e dei lavorativi era detto Fasti. La parola halendae, da una radice hal- comune anche al greco, con significato di chiamare (nakziv, "kalare"), nel latino rimasta solo nel linguaggio sacrale, si riferisce alla convocazione del popolo in Campidoglio fatta da uno dei pontefici minori quando spuntava in cielo la prima falce lunare, per notificargli i giorni in cui sarebbero cadute le none (primo quarto) e le idi (plenilunio).
La parola passo poi a significare l'intero mese (Ovidio, Fasti, III, 99; Marziale, I, 99, 6) e quindi a calcolare la misurazione annuale del tempo. Il c. sta pertanto in stretta relazione con l'osservazione dei fenomeni astronomici. Tutte le religioni hanno un c. che divide l'anno in tanti segmenti mensili determinati dalle fasi della luna e hanno adottato vari sistemi per far concordare questa serie di 12 lunazioni, più breve (giorni 354,8⁰, 48^{′}, 58^{′ ′} ), con l'anno solare, più lungo (giorni 365,5⁰, 48^{′}, 46^{′ ′} ).
Sommario: I. I primitivi. - II. Religioni non cristiane : 1. Asia orientale: Cina, Giappone; 2. America precolombiana: Messico, Perù; 3. Egitto; 4. Sepiti: Babilonide, Ebrei, Arabi; 5. Indoeuropei: India, Iran e Persia, Grecia, Roma. - III. Cristianesimo: 1. Chiesa occidentale: origine dell'anno, riforma gregoriana; 2. Chiese orientali. - IV. C. della Repubblica francese. - V. C. massonico. - VI. Ulteriori proposte di riforma.
## I. I Primitivi.
La determinazione oggettiva del tempo, necessaria presso i gruppi umani che hanno raggiunto un certo grado di stabilità civile e sociale; non occorre presso i primitivi, per i quali la periodicità dei fenomeni lunari, solari e stellari non interessa per lo svolgimento della vita interna e sociale del clan, ma solo per quanto si riferisce al ritorno delle stagioni opportune per la caccia, per la pesca, per la raccolta dei frutti della terra, per le opere di una primordiale agricoltura. Più che di una misurazione precisa essi tengono calcolo dei fenomeni meteorici (estate, inverno; siccità, pioggia), specialmente in relazione con l'apparire di certe costellazioni, ad es., le Pleiadi.
L'inizio delle accennate operazioni è consacrato da speciali riti (feste) diretti ad assicurare con l'efficacia dell'azione e della formola il ritmo stagionale. Salvo questa preoccupazione sacro-magica, che con il tempo finirà per far fissare stabilmente il c. religioso, il primitivo non ha conoscenza oggettiva del tempo che per lui scorre ininterrotto e, soprattutto, non determinato da leggi fisse e indipendenti dalla propria azione; ché anzi questa è ritenuta necessaria affinché la vicenda periodica dei fenomeni della natura si ripeta a beneficio del gruppo. Le feste elencate nel c. servono a far sentire alla comunità il suo carattere unitario, sia per il ricordo dei miti e delle leggende che narrano l'origine e la ragione d'essere del gruppo, sia per lo svolgimento di riti (danze, piocessioni, banchetti, sacrifici) mediante i quali il gruppo traduce in atto la sua unità sociale ed effettivamente la vive.
Le feste interrompono la serie delle occupazioni ordinarie; sono spesso preparate da riti di purificazione (digiuni, astinenze, tregue di Dio) e sacralmente consacrate da cambiamenti di vesti, da gare, da fiere e mercati.
Il c. annuale viene considerato come un ciclo unico all'entrata del quale si compiono riti propiziatori, mentre
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all'uscita si fanno riti di purificazione diretti ad eliminare tutto il male accumulato nell'anno (v. capodanno). Ma si concepiscono divisioni più ampie dell'anno stesso, triennali, quadriennali, ottennali, diciannovennali, centennali, sovente in relazione con i fenomeni astronomici : nelle quali tutto il periodo di tempo trascorso tra il principio e la fine viene immaginato come unità e comporta riti di purificazione e consacrazione.
II. Religioni non cristiane.
1. Asia orientale: a) Cina.- Il c. cinese è lunare, di 12 mesi, che non hanno un proprio nome ma si distinguono dal numero d'ordine e sono di 30 e 29 giorni alternatamente; in tutto 354 giorni. Per mettere l'anno lunare d'accordo con il solarevengonointercalati nello spazio di ig anni sette mesi complementari. Il capodanno cade nel novilunio di quella lunazione nella quale il sole entra nella costellazione dei Pesci (febbr.).
Il gesuita missionario p. Matteo Ricci ridusse il c. cinese al ritmo lunisolare dell'Occidente che rimase in uso finché nel 1930 la Repubblica cinese, successa alla dinastia mancese nel 1911, accettò ufficialmente il c. gregoriano.
b) Giappone -
Anche il Giappone adottò nel 1684 il c. cinese riformato dai Gesuiti.
Dopo la restaurazione dello shintō a religione nazionale (1869), fu accettata il 1^{°} genn. 1873 la riforma gregoriana, rimanendo tuttavia, come èra storica tradizionale, quella del 660 a. C., che si riferisce al regno dell'imperatore Jimmu Tennō, capostipite della dinastia imperiale. I nomi giapponesi attuali dei mesi dell'anno, dopo l'adozione del c. gregoriano, sono:
| genn., Shogwatsu | (= mese d'inizio) |
| :--: | :--: |
| febbr., Ni-gwatu | left(=2^{°}right. mese) |
| marzo, San-gwatsu | left(=3^{°}right. mese) |
| apr., Shi-gwatsu | left(=4^{°}right. mese) |
| maggio, Go-gwatsu | left(=5^{°}right. mese) |
| giugno, Raku-gwatsu | left(=6^{°}right. mese) |
| luglio, Shichi-gatatsu | left(=7^{°}right. mese) |
| ag., Hachi-gwatsu | left(=8^{°}right. mese) |
| sett., Ku-gwatsu | left(=9^{°}right. mese) |
| ott., Ju-gwatsu | left(=10^{°}right. mese) |
| nov., Ju-ichi-gwatsu | left(=11^{°}right. mese) |
| dic., Ju-ni-gwatsu | left(=12^{°}right. mese) |
Nell'antico c. lunisolare, in uso in Giappone anteriormente alla data dell'adozione del c. gregoriano, ogni mese (o meglio, lunazione) aveva diversi nomi, ma i più usati, con i relativi significati generalmente ammessi sono:
{ }^{10} lunazione, Mutsuhi ( = mese delle relazioni sociali)
2^{°} lunazione, Kisaragi ( = mese in cui si raddoppiano i vestiti)
3^{°} lunazione, Yayoi ( = mese man mano crescente)
4^{°} lunazione, Utsuhi ( = mese della dentzia scabra, fiore molto noto in Giappone)
5^{°} lunazione, Satsuhi ( = mese del trapianto delle pianticelle di riso nelle risaie)
6^{°} lunazione, Minazuki ( = mese umido, perché corrispondeva al periodo delle piogge estive)
7^{°} lunazione, Fumizuki ( = mese della letteratura)
8^{°} lunazione, Hazuki ( = mese delle foglie, cioè in cui cadono le foglie)
9^{°} lunazione, Nagazuki ( = mese delle lunghe notti)
10^{°} lunazione, Kaminazuki ( = mese senza dèi, perché si riteneva che in questomesetutti i hamisi radunassero nel tempio di Izumo abbandonando il resto del Giappone)
11^{°} lunazione, Shimatsuki ( = mese della brina)
12^{°} lunazione, Shivazu ( = contratto forse da toshi hatsu; l'anno finisce). Gli studiosi giapponesi non sono d'accordo sulla derivazione dei nomi suddetti e quindi sul loro significato, ma quello dato sopra, è il più generalmente accettato.
2. America
precolombiana:
a) Messico.-L'anno messicano era diviso in 18 mesi di 20 giorni, in tutto 360 , cui si aggiungevano in fine 5 giorni supplementari detti «nemontemi », più un sesto nemontemo ogni 4
anni. Ogni mese era dedicato a una speciale divinità.
Mesi del c. messicano
## Mesi
## Atlacohualco
(2-21 febbr.)
Tlacaxipehualitzi
(22 febbr.-13 marzo)
Tezzztoutli
(14 marzo-2 apr.)
Hueytezoztli
(3-22 apr.)
Tzxcatl
(23 apr.-12 maggio)
Etzalqualitoll
(13 maggio-1 giugno)
Tecuilhuitziutli
(2-21 giugno)
Hueytecuhilhuill
(22 giugno-1 I luglio)
Tlaxochimaco
(12-31 luglio)
Xocotlhuetzi
(1-20 ag.)
Ochipauiztli
(21 ag.-9 sett.)
## Divinità
Tlaloc
Xipe
Tlaloc
Centeotl
Tezcatliposa
Tlaloc
Huiztocihuatl
Xilonen
Yacatecuhtli e
Huitzilopochtli
Xiutecuhtli
Toci
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Teutleco
(10-29 sett.)
Tepeilhuitl
( 30 sett.-19 ott.)
Quecholli
(20 ott. 8 nov.)
Pangueizalizali
(9-28 nov.)
Atepazili
(29 nov.-18 dic.)
Tititl
(19 dic.-7 genn.)
Itzcalli
(8-27 genn.)
28 genn.-1 febbr.: cinque giorni supplementari (nemontemi).
b) Perù. - L'anno peruviano era lunare di 12 mesi e veniva ragguagliato al solare mediante l'intercalazione di 11 giorni nel corso dell'anno comune e di 12 nel bisestile.
L'anno cominciava con l'equinozio di primavera ( 21 sett., nell'emisfero australe) poi trasportato al solstizio di inverno ( 22 dic.). Il mese era diviso in decadi dopo ciascuna delle quali un giorno veniva dedicato al riposo.
Mesi del c. peruviano
Camay chiglia (22 dic.)
Atun pukuy (22 genn.)
Pacia pukuy ( 22 febbr.)
Pancar buara ( 22 marzo)
Ayriluay ( 22 apr.)
Huaca gliusche ( 22 maggio)
Canay (22 giugno)
Tarpui chiglia ( 22 luglio)
Coya raymi ( 22 ag.)
Uma raymi ( 22 sett.)
Aya marca raymi ( 22 ott.)
Kapac raymi ( 22 nov.)
3. Egitto. - L'anno egizio antico era di 12 mesi di 30 giorni (=360) cui si aggiungevano in fine 5 giorni intercalati detti epagòmeni, ossia "aggiunti", dedicati rispettivamente a Osiride, Oro, Set, Iside e Nefti (Plutarco, De Iside, 12). L'anno era detto «vago» perché, non tenendo conto delle 6 ore spettanti al computo solare, ogni quattro anni si verificava lo spostamento di un giorno, ogni quaranta di dieci giorni, e cosí via finché, dentro un periodo di 1460 anni, il capodanno, dopo essere caduto in tutti i 365 giorni, veniva a ricadere nel preciso punto di prima. Il periodo di 1460 anni era detto "grande anno" ed aveva significato sacro di rinnovamento: perciò non fu mai abolito dal sacerdozio egizio, anche quando, per togliere all'anno il suo carattere vago, fu aggiunto ogni quattro anni un sesto epagòmeno. Tolomeo III Evèrgete nel 239-38 a. C.
Tutti gli dèi
Dèi dei morti
Mixcoatl
Huitzilopochtli
Tlaloc
Ilumatecutli
Xiuhtlecuhtli
Aveva già tentato questa riforma, ma essa fu attuata solo dai Romani nel 30 a. C.
Il capodanno era determinato dall'avvenimento più importante dell'economia agricola egiziana, cioè dall'inizio dell'inondazione del Nilo, verso il solstizio d'estate, in coincidenza con il levare elisco di Sirio (Sothis) la stella più fulgida della costellazione del Cane (19 luglio). Dopo l'introduzione del sesto epagòmeno il capodanno fu fissato al 29 ag.
Mesi del c. egiziano
| Thouth | 29 ag. | Pauni | 26 maggio |
| :--: | :--: | :--: | :--: |
| Paophi | 28 sett. | Epiphi | 25 giugno |
| Athar | 28 ott. | Mesori | 25 luglio |
| Cahiac | 27 nov. | 1 epagòmeno | 24 ag. |
| Tybi | 27 dic. | 2 epag. | 25 ag. |
| Mechir | 26 genn. | 3 epag. | 26 ag. |
| Phamenoth | 25 febbr. | 4 epag. | 27 ag. |
| Pharmuthi | 27 marzo | 5 epag. | 28 ag. |
| Pachon | 26 apr. | | |
4. Semiti : a) Babilonide. - L'anno assiro-babilonese era lunare. I 12 mesi avevano la lunghezza di 29 o 30 giorni con alternanza non regolare. L'anno

(dn R. Lepelus, Denkmäler, III, nav. 557) Calendario - C. estrale egiziano di Ramesses VI (XX dinastia, xi sec. a. C.), esistente a Tebe. E indicata la posizione di determinati astri nelle 12 ore notturne al 1^{°} mathrm{e} al 15 dei primi sei mesi dell'anno.
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lunare veniva ragguagliato al solare introducendo un mese intercalare detto dirigü, dēru (chiamato secondo Adāru perché veniva aggiunto dopo il mese di Adāru) per cinque volte (anni 3^{°}, 6^{°}, 11^{°}, 14^{°}, 17^{°} ) in un ciclo di 19 anni, che riportava allo stesso punto le posizioni del sole e della luna.
Dato lo sviluppo che l'astrologia ha avuto in Mesopotamia la corrispondenza tra la posizione degli astri e lo svolgimento della vita è particolarmente osservata: i cicli celesti sono immagine degli avvenimenti terreni e compito della scienza è di saperli interpretare. I nomi dei mesi sono tutti astrali e ogni mese è dedicato a una speciale divinità. In ogni mese erano sacri il giorno 1,7,15,21,28 in corrispondenza delle fasi lunari.
Il capodanno coincideva con il plenilunio di primavera ed era caratterizzato dalla solenne cerimonia espiatrice e propiziatrice dell'ahitu.
## Mesi del c. babilonese
| | Nome | Divinità |
| :--: | :--: | :--: |
| 1 | Nisāu | (marzo) |
| 2 | Ajāru | (apr.) |
| 3 | Simānu | (maggio) |
| 4 | Du'ūzu | (giugno) |
| 5 | Abu | (luglio) |
| 6 | Ulūlu | (ag.) |
| 7 | Tïrītu | (sett.) |
| 8 | Arvāyammu | (ott.) |
| 9 | Kizīmu | (nov.) |
| 10 | Tebētu | (dic.) |
| 11 | Śabätu | (genn.) |
| 12 | Adāru | (febbr.) |
b) Ebrei. - Dai brevi indizi della Bibbia è difficile restituire il c. ebraico nella sua interezza. Il giorno (jäm) si computava da una sera all'altra (sera-mattina: Gen. 1,4; Dan. 8, 14 ; vuzò ἠ μ ε ρ ° v, II Cor. 11,25) e comprende sera, mattina e mezandi (Ps. 54 [55], 18). Dopo l'esilio il giorno fu diviso in quattro ore triple (Mc. 15,25) e anche in 12 ore comuni (Mt. 20, 3-6); la notte comprendeva tre vigilie (Ex. 14,24; Judz. 7,19), poi quattro all'epoca romana (Mc. 13, 35). La divisione in settimane ( s a ̄ b h u^{′} a ̄ t h) era indipendente dal corso lunare e si calcolava in modo continuo e non, come presso i Babilonesi, quale suddivisione dei mesi in quattro parti. Il settimo giorno era il sabato (v.); più tardi anche il sesto ha un nome: π ρ o σ u̇ β imatĥ α τ o v (Judt. 8, 6; Mc. 15, 42) o π α ρ α σ ε ε cup imatĥ (Mt. 27, 62).
Il mese (hādheš = luna nuova) anticamente era designato dall'aspetto delle singole stagioni: 'Abhībh, poi Nisāu, Zīve, 'Ethänlm, Bül, sono i soli pervenutici degli antichi nomi fenici usati dagli Ebrei. Più comune però era la designazione in numeri ordinali, metodo che rimase anche dopo l'introduzione dei nomi babilonesi.
L'inizio del mese (v. neomencia) dipendeva dalla visibilità della luna nuova; a tale empirismo si appellano alcuni esegeti per spiegare le incertezze dei computi. I mesi erano normalmente lunari di 29 o di 30 giorni. Per combinare l'anno lunare con quello solare nel tempo postesilico troviamo l'uso babilonese d'intercalare un mese, il secondo 'Adhār (Wē'adhār), sembra ogni tre anni, basandosi probabilmente sulla necessità di far coincidere la Pasqua con la luna piena dopo l'equinozio di primavera.
Nel determinare l'anno, gli Ebrei non ebbero regole fuse, come p. es. gli Egiziani; ma solo in epoca tardiva adattarono computi precisi. La tradizione fa risalire tali norme a Hillel II (sec. Iv d. C.); in realtà, però, la perfetta codificazione si ebbe verso il sec. x d. C. L'anno religioso, "ciclo liturgico", sembra si iniziasse con la primavera (Nisān); ma l'anno comune (agricolo) cominciava in autunno (Tïtrī: Ex. 23, 16); e tale sistema è rimasto in uso (rol hal-dāudh =1 Tïtrī).

Calendario - C. ebraico. Tevula contenente la divisione settimanale del Pentateuco. Dal ms. 20 (sec. xiIt) della biblioteca Nazionale di Parigi.
La Bibbia non parla propriamente di stagioni, ma solo d'estate e d'inverno (Gen. 8, 22), mentre il c. di Gezer (v.) distribuisce i 12 mesi in 8 periodi agricoli. Il c. ebraico odierno è lunisolare. Il giorno comprende 24 ore, che si iniziano a contare dalla sera, ossia dalle ore 18 .
| | Mesi del c. ebraico | |
| :--: | :--: | :--: |
| | Mese | Feste |
| 1 | Nisān | (marzo) |
| 2 | 'Ijjār | (apr.) |
| 3 | Sīwān | (maggio) |
| 4 | Tammüz | (giugno) |
| 5 | ' Ā b h | (luglio) |
| 6 | 'Elūl | (ag.) |
| 7 | Tïtrī | (sett.) |
Feste
Pasqua
Sabhu' äth ("settimane") o Pentecoste
Capo d'anno ; Kippūr ("espiazione»);
Sukhāth ("capanne" o "tabernacoli")
| 8 | Marhešwān | (ott.) |
| :--: | :--: | :--: |
| 9 | Kisīēve | (nov.) |
| 10 | Tébhēth | (dic.) |
| 11 | S̄ēbhāt | (genn.) |
| 12 | 'Adhār | (febbr.). |
Angelo Penna
c) Arabi. - Il c. islamico è lunare, di 354 giorni, con mesi di 29 e 30 giorni, non messi d'accordo con l'anno solare, sicché ogni anno si trova in arretrato di 11 giorni rispetto al precedente e quindi le feste, nel giro di 33 anni, finiscono per cadere ad ogni stagione.
Poiché 12 lunazioni astronomiche assommano a 354 giorni più 12^{mathrm{h}} e 44^{′}, si verifica ogni anno, nell'anno lunare musulmano, uno scarto in meno di 8^{mathrm{h}} mathrm{e} 48^{′}, che ripetuto per 30 volte dà la somma di 11 giorni interi. Questi vengono aggiunti all'ultimo mese degli anni 2,5,7,10,13,16,18,21,24,26,29 del ciclo trentennale che sono perciò detti abbondanti, di fronte agli altri 19 che sono detti comuni.
I mesi dell'anno islamico sono divisi in settimane contraddistinte, come nel c. religioso ebraico e cristiano, da un numero progressivo a cominciare dalla domenica, e non dal nome delle divinità astrali. Il sesto giorno (venerdi) ha luogo l'adunanza religiosa nella moschea principale della località.
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| Mesi del c. arabo-musulmano | |
| :--: | :--: |
| 1 Muharram | = sacro |
| 2 Safar | = vuoto |
| 3 Rabi' I | = prima primavera |
| 4 Ra