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io a Graz presso Carlo arciduca di Stiria e rimase in Stiria e nel Goriziano sino al 1587. Poi fu segretario di Urbano VII, Gregorio XIV e Clemente VIII. Nelle sue funzioni di nunzio fu animato da grande zelo per il rinnovamento religioso, per la difesa degli interessi cattolici, per l'applicazione dei decreti tridentini.

BibL.: Cappelletti, II, pp. 474-76; G. Moroni, Diz. di erudizione storico-ecclesiastica, LXI, Venezia 1863, pp. 213-16; A. Meselli, Storia di Brisighella, II, 1, Fuenza 1869, pp. 32-44 e sgg.: P. Amaducci, Origini e progressi dell'episcopato di Bertinoro in Romagna, Ravenna 1905, p. 184; H. Biaudet, Les Nunciatures apostoliques, Helsinki 1910; G. A. Caligari, Epistolae et acta, 1558-81, ed. L. Borattunski, Cuscovia 1913, pp. xxiv-Lxxi; Pastor VI, XI, passim; B. Katterbach, Referendarii utriusque Signaturae.... (Studi e Testi, 55), Roma 1931, p. 139.

Maria Morseletto
CALINI, Muzio, vescovo. - N. di nobile famiglia bresciana in anno imprecisato, m. a Terni (della qual città fu vescovo) nell'apr. 1570. Venne egregiamente educato secondo gli indirizzi di Marc'Antonio Flaminio e di Paolo Manuzio e ancor giovane fu assunto come segretario da Alvise Corner, arcivescovo di Zara e poi cardinale, il quale lo condusse seco nell'isola di Cipro, di cui era gran priore. Il 19 luglio 1555 il Corner rinunciò in suo favore all'arcivescovato di Zara, ed in questa qualità prese parte al Concilio, di Trento, distinguendosi assai e per partecipazione ai lavori e come oratore. Dopo il Concilio, prima di ritornare a Zara, soggiornò a Roma dove ebbe parte nelle commissioni per la riforma del Messale e del Breviario ed anche nella prima stesura del catechismo romano. Il 12 luglio 1566 ottenne di essere trasferito alla chiesa vescovile di Terni, che tenne per soli tre anni ed onorò con la pietà e l'attività riformatrice.

BibL.: V. Peroni, Biblioteca bresciana, I, Brescia 1816, p. 220; G. Titaboschi, Storia della letteratura italiana, III, Milano 1833, pp. 438-39; della sua attività al Concilio documenti copiosi in S. Merkle, Concilii Trid. dinriorum pars II, Friburgo in Br. 1911, passim (v. indice); e S. Ehsos, in Concilii Trid. actorum pars VI, (vi 1924, passim (v. indice); P. Paschini, Il catechismo romano, Roma 1923, p. 19.

Luigi Berra
CALINO, Cesare. - Gesuita e predicatore, n. a Brescia il 14 febbr. 1670, m. a Bologna il 19 ag. 1749. Dopo vari anni di insegnamento letterario a Faenza, Parma e Venezia, si dedicò efficacemente alla predicazione, specialmente a Bologna, dove rimase venticinque anni e per sette commentò la S. Scrittura.

Delle sue opere ( 9 voll., Venezia 1759) restano degne di memoria per la loro efficacia formativa il Quaresimale; i Trattenimenti sopra i Santi Vangeli e gli Atti degli Apostoli; Il giovanetto Giuseppe proposto ai giovanetti studiosi, ma soprattutto Le lezioni sacre e morali sul primo libro dei Re, dove le varie vicende storiche d'Iarsele e i diversi caratteri dei personaggi gli offrono il modo di correggere abilmente i costumi e fornire massime per un'educazione cristiana seria e socialmente benefica. Le accuse da lui mosse con forza al valore storico di Giuseppe Flavio, suscitarono polemiche, che si trascinarono a lungo.

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Bibl.: F. A. Zaccaria, Storia letteraria d'Italia, I, 2ᵃ ed., Venezia 1750, pp. 339-41; Sommervogel, II, coll. 543-52; Hurter, IV, coll. 1427-28. Celestino Testore

CALISSE, Carlo. - Storico del diritto, n. a Civitavecchia il 29 genn. 1859, m. il 23 apr. 1945. Deputato, senatore e presidente onorario del Consiglio di Stato. Insegnò nelle Università di Siena, Pisa e Roma. Contrastando la tendenza germanista dello Schupfer, sostenne l'importanza precipua del diritto romano e del diritto canonico nella formazione storica del diritto italiano. Additò la trasformazione del diritto longobardo per opera della Chiesa. Fautore dello studio del diritto comune, intese questo come confluenza di tre elementi fondamentali : diritto romano, diritto canonico e diritto feudale. Ma la confluenza degli elementi predetti, a formare il diritto comune, si sarebbe determinata a suo avviso non prima del sec. xiv. Dal diritto comune generale credette poter distinguere il diritto comune pontificio, che riguardo come una forma particolare del diritto comune, determinatasi negli Stati della Chiesa per la prevalente efficacia dell'equità canonica.

I suoi studi sulla Storia di Civitavecchia ( 1898 , nuova ed. 1936), sulla Storia del Parlamento siciliano (1887), su i Prefetti di Vico (1887), il suo lucido Corso di Storia del diritto italiano (1891); Le fonti (nuova ed. 1930), il suo Corso di diritto ecclesiastico (1892), le sue ricerche sulla proprietà fondiaria nel territorio romano nell'alto medioevo (1884) e lo studio dedicato agli Usi civici nella provincia di Roma (1906), costituiscono i suoi principali contributi alla conoscenza storica. Fervente cristiano e ammiratore dell'opera di s. Caterina, di cui fu particolarmente devoto, si adoperò con opera di appassionata moderazione a migliorare i rapporti tra la Chiesa e lo Stato italiano. Nella questione fondiaria sostenne, come studioso e come uomo politico, la funzione sociale della proprietà.

Bibl.: A. Solmi, In onore di C. C., in Studi in onore di C. C., I, Milano 1940, p. 3 sgg.; P. S. Leicht, C. C., in Arch. della deputaz. rom. di stor. patria, nuova serie, 69 (1946), pp. 131 148.

Antonio Rota
CALISTINI. - Setta politico-religiosa ussita del sec. xv, cosi chiamata, perché i suoi adepti rivendicavano l'uso del calice eucaristico per tutti i fedeli indistintamente; fautori quindi della Comunione sub utraque specie, detti perciò anche utraquisti. Promotore ne fu Jakoubek di Mies (m. il 9 ag. 1429), uno dei capi della rivolta ussita. Dopo la morte di Hus, che alla vigilia del supplicio, 6 luglio 1413 , aveva appoggiato la fazione di Jakoubek, la rivendicazione del calice divenne come una febbre nazionale.

Propriamente i c., pur sostenendo la necessità della Comunione sub utraque specie contro la diversa usanza indotta dalla Chiesa, non negavano la presenza reale di Gesù Cristo sotto ciascuna specie; anzi Jakoubek stesso si fece difensore della dottrina della presenza reale contro quanti o la negavano assolutamente o ammettevano solo una presenza virtuale; per cui i veri c. eran più vicini ai cattolici (subunisti) che agli estremisti della loro setta (taborti), i quali, con il pretesto della semplicità, infuriavano contro ogni apparato esterno liturgico. Per stornare uno scisma il card. G. Cesarini nel 1432 favorì un incontro tra i c. e gl'inviati del Concilio di Basilea per una discussione sui famosi quattro articoli di Praga, sostenuti dai c., e cioè: Comunione sotto le due specie, repressione dei peccati mortali, libertà di predicazione e amministrazione dei beni ecclesiastici. Nel 1433 si trovò una base apparente di accordo nei Compactata, sottoscritti solo il 5 luglio 1436 a Ihlava (Iglau), non mai però riconosciuti dalla S. Sede; ai Boemi, con l'obbligo dell'insegnamento della presenza reale sotto ciascuna specie, si indulgeva il privilegio del calice. Dopo la elezione ad arcivescovo di Praga di Rokiçana nel 1435, non mai convalidata da Roma, la divisione tra c. e cattolici si approfondi: la questione da religiosa divenne politica, specialmente quando nel 1458 a Sigismondo
successe, come re di Boemia, Giorgio di Podèbrady, vincolato a Roma dal giuramento di adoperarsi per l'eliminazione delle pretese dei c., ma sostenuto nel regno da questi. Nel 1471 morì tanto lo pseudo-vescovo Rokycana quanto lo spergiuro G. di Podiebrady. Privi di capi politici e religiosi, i c. decaddero celermente come setta a sé stante; continuarono a vivacchiar tollerati, ma non legalmente autorizzati. Dopo il «defenestramento di Praga» (1618) motivato da loro, i c. scompsiono assorbiti o nelle file dei cattolici o in quelle dei protestanti, specie dei fratelli boemi.

Bibl.: G. Bareille, s. v. in DThC, II, coll. 1364-67; HefeleLeclerc, VII, pp. 858-71, 895-916; G. Constant, Concession à l'Allemagne de la Communion sous les deux espèces, 2 voll., Parigi 1923; E. Amann, Jacobel, in DThC, VIII, coll. 250-57; Pastor, II, pp. 156-74; W. Koch, s. v. in LThK, II, col. 703; F. David, s. v. in DHG, XI, coll. 401-406. Vito Zollini

CALLEGARI, Giuseppe. - Cardinale, n. il 4 nov. 1841 a Venezia, m. il 14 apr. 1906 a Padova. Ordinato sacerdote nel 1864, fu insegnante di grammatica e di letteratura, nonché di morale nel seminario patriarcale. Tempra di uomo d'azione, s'interessò sin dagli inizi delle associazioni cattoliche e prese parte ai congressi cattolici, a cominciare dal primo che si tenne a Venezia nel 1874. Elevato in ancor giovane età (nel 1880 ) alla dignità episcopale, resse dopprima la sede di Treviso, donde fu trasferito a Padova. Fu presidente, insieme al card. Riboldi, della Società scientifica dei cattolici italiani.

Di forte ingegno e di vasta cultura, ebbe presente la necessità di combattere il materialismo dilagante, dimostrando che può esistere un connubio fecondo tra la ragione e la fede, e che la Chiesa stessa può additare le vie di una rigenerazione della società. Promosse a varie riprese riunioni di studiosi cattolici, in cui furono dibattuti i problemi dell'ora, con precipuo riguardo alle questioni sociali. Il 9 nov. 1903 Pio X lo creò cardinale del titolo di S. Maria in Cosmedin.

Bibl.: Anon., Necrologio, in L'Osservatore Romano, del 15 apr. 1906; G. Toniolo, Il card. G. C. e gli studi in Italia, in Rivista internazionale di scienze sociali, 41 (1906), pp. 3-12.

Silvio Furlani
CALLES, Sigismund. - Gesuita, storico austriaco, n. a Aspach il 12 marzo 1695, m. a Vienna il 3 genn. 1761. Vestì l'abito della Compagnia nel 1711, fu professore di storia nell'Università di Vienna (1738-46), poi scrittore nella stessa città, fino alla morte.

Le sue opere principali sono gli Annales Austriae (fino al 1300, 2 voll., Vienna 1750) e Annales ecclesiastici Germaniae (fino al sec. xir, 6 voll., ivi 1756-69). Pubblicò pure la Series Mimeoniscm episcoporum del confratello Antonio Steyrer (ivi 1752). Valente critico, scoprì varie falsificazioni storiche.

Bibl.: Sommervogel, II, coll. 561-64; B. Dube, Geschichte der Tenuiten in den Ländern deutscher Zunge, IV, II, Monaco 1928, p. 133. Edmondo Lamalle

CALLEWAERT, Camille. - Liturgista, n. a Zwevegem il 1^{°} genn. 1866, m. a Bruges il 6 ag. 1943. Compiuti gli studi nei seminari di Roeselare e di Bruges, il 15 giugno 1889 fu ordinato sacerdote. Laureatosi nell'Università di Lovanio, insegnò sacra liturgia dal 1903 nel seminario di Bruges, e dal 1910 nella stessa Università di Lovanio.

Consegnò i risultati dei suoi studi, sempre diretti, oltre la pura rubriolistica, a considerare la liturgia alla luce della teologia e della storia, in vari periodici, quali le Collationes Brugenzes, la Revue bénédictine, le Ephemerides liturgicos. Le Liturgicos Institutiones sono l'opera sua maggiore della quale hanno veduto la luce tre volumi : De sacra Liturgia universim (1919); De Breviarii Romani liturgia (1931); De Missalis Romani liturgia (1937) di cui è stata pubblicata solo la prima sezione dedicata agli elementi materiali del culto; la seconda parte e i due volumi che dovevano compire l'opera: la Liturgia del Rituale romano e la Liturgia dell'anno ecclesiastico sono rimasti inediti per la morte dell'autore.

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![img-22.jpeg](img-22.jpeg)

A sinistro: CALICE DONATO ALLA BASILICA DI S. PIETRO DAL CANONICO GIUSEPPE DE' MARCHESI FERRARI (1850) - Basilica di S. Pietro, Tesoro. - Al centro: CALICE D'ARGENTO DORATO (fine del sec. xiv) - Venezia, chiesa di S. Marco, Tesoro. - A destro: CALICE DISEGNATO DA KARL HOLEY (sec. xx) - Zwettl, sbbazia cistercense (Austria inferiore).

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![img-23.jpeg](img-23.jpeg)

CRIPTA DEI PAPI, costruita nel sec. 111 e restaurata da Papa Damaso (366-84) - Roma, cimitero di S. Callisto.

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Molti dei suoi scritti liturgici apparsi in riviste varie son contenuti nel volume Sacris erudiri (1939), edito nel 59^{°} del suo sacerdozio.

Bibl.: Necrologio, in Ephemerides liturgicae, 43 (1944), pp. 319-21.

Silverio Mattei
GALLIGARI, Ernesto (miкrós). - Giornalista, n. 2 Bonassola (Spezia) il 7 marzo 1858, m. a Carrodano (Spezia) il 19 ag. 1929. Laureatosi in legge, entrò redattore nel 1882 al Cittadino di Genova, dove collaborava fin dal 1878 , assumendo lo pseudonimo di Mikrós, con il quale firmò poi sempre i suoi scritti.

Del Cittadino divenne direttore nel 1889 e ne fece una cattedra per la difesa dei principi cristiani, per la conciliazione politico-religiosa e per la conquista dei posti di responsabilita nell'amministrazione pubblica genovese; riusci infatti a cacciare dall'amministrazione civica gli antulericali e per ca. 30 anni il comune di Genova fu in mano ad un'amministrazione di parte cattolica moderata, di cui il C. fu consigliere ed assessore per più anni. Nel 1917 Benedetto XV lo chiamò alla direzione dell' Unità cattolica di Firenze che, dopo la morte di don Cavallanti, era ridotta a un povero foglio, erede di una grande tradizione, ma con mezzi ristretti. Egli ne fece un posto di alta responsabilità dal quale parlare in tono ufficioso a tutti gli italiani e i suoi articoli ebbero larga risonanza. Per qualche tempo tenne anche la direzione dell' Iralia di Milano, limitandosi per altro a inviare articoli.

Bib.: C. Menara, Mikrís (E. C.), Firenze 1931; S. Negro e A. Lazzarini, Uomini e giornali, Ivi 1947. Enrico Lucatello

CALLINICO. - Vescovo meleziano di Pelusium in Egitto (sec. iv), avversario di s. Atanasio, e suffraganeo di Giovanni Arkaf; fu uno dei quattro vescovi meleziani incaricati da Arkaf di protestare presso la corte ad Antiochia contro il tributo imposto da Atanasio agli Egiziani; nel Concilio di Tiro (335) lo accusò inoltre di avere rotto il calice di Ischira e deposto lui stesso, dopo averlo maltrattato. Fu pure presente al Concilio di Sardica.

Bib.: Fonti: Socrate, Hist. ecclesiastica, I, 27; Sacomeno, Hist. ecclesiastica, II, 22. Studi: Tillemont, VII, Venezia 1732. pp. 19, 34, 38, 73.

Mario Scaduto
CALLINICO I, patriarca di Costantinopoli. Tenne questa carica dal 693 al 705 . I suoi severi ammonimenti contro l'imperatore Giustiniano II finirono per inindicarglielo del tutto. Ternendo le ire imperiali, C. prese parte alla congiura che riusci a mutilare ed esiliare Giustiniano, il quale, ritornato al potere, fece accecare C. e lo esiliò a Roma. Qui, secondo gli Orientali, sarebbe stato sepolto vivo in una cella. I Greci celebrano C. come santo il 23 ag.

Bib.: Acta SS. Augusti, IV, Parigi 1867, pp. 645-46; Vita Callinici, in Menologii anonymi byzantini quae supersunt, II, ed. Latifer, Pietroburgo 1912, pp. 339-41. Ignazio Ortiz de Urbina

CALLINTERIE (KsXAuvrĭgıa). - Antiche feste ateniesi in onore di Atena, ricordate in generale con le Plinterie (v.). Niente ci è stato tramandato sui riti celebrati, ma il nome e il collegamento con le Plinterie mostrano che si tratta di riti di purificazione, durante i quali forse era rinnovato l'olio della lampada di Atena Poliade. E incerto quando fossero celebrate: secondo alcuni il 19 targhelione (maggio), secondo altri dopo il 20 di questo mese.

Bib.: L. Deubner, Attische Feste, Berlino 1932, p. 17 sgg. Luba Banti

CALLIROE. - Regione di sorgenti termali ad est del Mar Morto, poco a sud dello Zerqā Mà̀in, dagli arabi detta Hammām ez-Zärā. In un ampio anfiteatro lungo 4 km . e largo 2 , sotto una spessa terrazza di tufo, sono le sorgenti dai 45 ai 57 gradi. Gli indi-
geni si stendono sulla terrazza, dai cui pori emanano vapori solforosi, per curare i loro reumatismi.

Col nome greco di "bella sorgente "era pure conosciuta nell'antichità (Fl. Giuseppe, Antig. Ind., XVII, 6, 5; Bell. Ind., I, 33.5; Plinio, Hist. Nat., V, 16) ed Erode il Grande negli ultimi mesi della sua vita vi domandò invano la guarigione della sua orribile malattia (Fl. Giuseppe, Antig. Ind., loc. cit.). Vi si notano ancora i resti di uno stabilimento balneare d'epoca romana. Il luogo è segnato sulla carta musiva di Madaba coll'indicazione: "Terme di Calliroe".

Alcuni palestinologi hanno creduto riconoscere nel toponimo dato dagli arabi all'insieme delle acque l'elemento Sereth della città Haš-Šabar (Jas. 13, 19; I Par. 4,5.7).

Bibl.: F.-M. Abel, Géographie de la Palestine, I. Parigi 1933, pp. 136, 461.

Donato Baldi
CALLISTO I, patriarca di Costantinopoli. Dapprima monaco al monte Athos, seguace convinto della dottrina di Gregorio Palamax, successe a Isidoro I sul seggio ecumenico nel 1350 , l'occupò sino al 1354-55, anno in cui dovette dare le dimissioni, perché si rifiutò d'incoronare Matteo Cantacuzeno, associato all'impero da suo padre Giovanni. Poiché Matteo nel 1333 lasciò il trono, C. riprese le sue funzioni, che tenne fino alla morte (1363). Sotto il suo patriarcato, si tenne al palazzo di Blacherne il Concilio palamita del 1351, che canonizzò la dottrina di Gregorio Palamax. Gli storici antipalamiti, come Niceforo Grégoras, dipingono C. come un cervello ristretto e brutale, di cui bisognò moderare lo zelo contro gli avversari. Egli si distinse come agiografo e predicatore.

Si ha di lui: 1) una Vita di Gregorio Sinaita (m. nel 1310), pubblicata da J. Pomjaloskij, a Pietroburgo, nel 1894; 2) la Vita di Teodoro di Tirnovo, conservata solo in slavo: cf. Byzantinische Zeitschrift, 15 (1906), p. 386; 3) un Panegirico di Giovanni il Digiunatore, il restauratore del monastero costantinopolitano di Petra, nell' xi sec., edito da H. Gelzer, Kallistou Enkomion auf Joannes Nesterites, in Zeitschrift für Wissenschaftliche Theologie; 29 (1886), pp. 6_{4}-89; 4) un Sermonario inedito comprendente 32 discorsi ed omelie, conservato nel cod. 8 del monastero atbonita di Chilandar, del xv sec.; 5) un Panegirico della Croce, pubblicato da I. Gretser nella sua raccolta: De Cruce Christi, Ingolstadt 1600: in Opera omnia, II, Ratisbona 1734, pp. 187-97; 6) una Omelia sulla Dormizione della Vergine, pubblicata nella rivista 'ExsXgquavrıkkç Qá20c, 8 (1911), pp. 114-49; l'autore non si esprime chiaramente sull'Assunzione propriamente detta; 7) un Servaone sulla decollazione di s. Giovanni Battista, contenuto nel cod. teol. grec. 279 della biblioteca naz. di Vienna.

Bibl.: Krumbacher, p. 175; particolari biografici nei due storici dell'epoca, di campo opposto, Niceforo Grégoras e Giovanni Cantacuzno; A. Ehrhard, Kallistos I, in LThK, V, coll. 727-58.

Martino Jugie
CALLISTO I, PAPA, santo. - Il Lib. Pont. e il Catalogo liberiano lo dicono romano della regione transtiberina ("de regione Urbe Ravennantium") e asseriscono che pontificò dal consolato di Antonino e Avvento (218) fino ad Antonino (III) ed Alessandro (222). Dal Lib. Pont. (I, p. 141) apprendiamo anche che stabili il digiuno sabbatico tre volte l'anno (il digiuno del frumento, del vino e dell'olio: cf. Zisch. 8, 19). E questo un precedente del digiuno delle Quattro Tempora. Inoltre è detto che, martire, fu sepolto nel suo cimitero sulla via Aurelia più tardi detto di Calepodio. Ma un'altra fonte (i Philosophumena, attribuiti, non sappiamo se definitivamente, ad Ippolito, che sarebbe stato l'accerimo avversario di C.) ci dice molto di più sul Papa.

Egli sarebbe stato di condizione servile ed avrebbe dato parecchi grattacapi al suo padrone con le sue intern-

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(da O. Maracchi, La catacombe romane, Roma 1912)
Callisto, papa, santo - Piante generale del cimitero di C. - Roma.
peranze e le inconsulte speculazioni. Un incidente con gli Ebrei avrebbe provocato la sua caduta nelle mani della giustizia romana, che lo avrebbe spedito alla pena delle miniere in Sardegna. Riuscito a farsi liberare con il gruppo dei confessori, che colà pativano e che furono richiamati per l'intervento di Marcia, concubina di Commodo, sarebbe stato dal severo papa Vittore confinato ad Anzio. Sotto il pontificato del successore, il mite Zefirino, C. rientrò in Roma e, con la carica di diacono, fu preposto al cimitero ufficiale della chiesa, situato sull'Appia, che poi ebbe nome da lui.

E la prima volta che apprendiamo l'esistenza di questo cimitero dipendente in via diretta dall'amministrazione della comunità romana.

Divenuto papa dopo la scomparsa di Zefirino (217), l'avventuroso C. non si sarebbe comportato rettamente giusta le asserzioni del tendenzioso ed irato biografo. Costui gli rimprovera la remissione delle colpe, il riaccoglimento di quelli che erano stati troppo deboli di contro alle intimidazioni delle autorità pagane, una pretesa complicità con gli eretici, ed altro ancora. Ma C. aveva ottimi argomenti per difendersi. Egli paragonava la Chiesa al
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(fol. Pont. comm. di Archeologia sorria)
Callisto, papa, santo - Defunti in beatitudine, affresco nel cubicolo detto dei cinque Santi (296-304) - Roma.

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terreno in cui cresce il loglio mescolato al frumento (Mt. 13, 29-30), o all'arca di Noè in cui si rifugiarono animali puri ed impuri (Gen. 6, 19 sgg .). Chi non concede il perdono al peccatore sinceramente pentito, tradisce la parola del Signore che venne al mondo non per condannare, ma per redimere e perdonare (cf. Philosophumena, 11). Si è pensato che anche le allusioni tertullianee ad un "episcopus episcoporum» e ad un "summus pontifex», allusioni mordaci, avessero per bersaglio C. (v. il De Pudicitia, 21). Anzi, si è persino creduto che l'idea della prevalente autorità della Chiesa di Roma in materia disciplinare abbia avuto origine dalle polemiche del tempo callistiano. Ma queste idee debbono respingersi. La frase : " omnem ecclesiam Petri propinquam" (De Pud., 21, 0), allude genericamente ad una Chiesa che conserva la tradizione della fede insegnata da Pietro. E nulla ci dimostra che il vescovo della Chiesa cui pensava Tertulliano fosse il vescovo di Roma. Sembra anzi che si trattasse del vescovo locale africano, cioè di Agrippino. Le relativamente tarde leggende agiografiche urbane parlano delle origini del "titulus Callisti" del Trastevere narrando di C. che avrebbe raccolto i Cristiani nella sua povera casa del Trastevere, ove si sarebbe trovato anche il vecchio prete Calepodio. L'autore della Passio fece seppellire Calepodio, cioè l'eponimo del cimitero suburbano, da C., e fece seppellire C. da un martire di Ostia, Aste-
tio, il cui "dies natalis" cadeva pochi giorni dopo quello di C. Ad ogni modo, è assai probabile che nel Trastevere esistesse un ricordo di papa C., analogo alla "Memoria Hippolytis" presso il vico Patricio. Accanto a questo ricordo monumentale, papa Giulio I, nel iv sec., eresse una basilica, che fu detta "titulus Iulii et Callisti». La Depositis martyrum (anteriore certamente al 354) segna : "pridio idus Octob. (depositio) Callisti in via Aurelia miliario III». Egli dunque fu considerato martire già molto per tempo. E il fatto che sia stato sepolto in un cimitero del Trastevere, anziché nel sepolterato dell'Appia da lui curato, fa sospettare che il suo sacrificio sia stato maturato nel Trastevere e che non si sia avuta nemmeno la possibilità di deporre il suo corpo nel cimitero cistiberino.

Per il cosiddetto editto di C., v. Pentrenziale diSCIPLINA.

Bim.: G. Bareille, s. v. in DThC, II, coll. 1333 sgg.; G. B. de Rossi, Esame archeologico e critico della storia di s. C. narrata di su il libro nono dei Philosophumena, in Bullet. arch. crist., 4² serie, 4 (1886), pp. 1-53; 63-72; 77-100; A. d'Alès, L'édit de Calliste. Etude sur les origines de la pénitence chrétienne, Parigi 1914; id., Zéphirin, Calliste ou Agrippinus?, in Recherches de science religieuse, in (1920), p. 234 sgg.; A. Donini, L'editto di Agrippino, in Ricerche religione, 2 (1925), pp. 36-78; F. Lanzoni, I titoli presbiteriali di Roma antica nella storia e nella leggenda, in Riscita di archeologia cristiana, 2 (1926), pp. 303, 243-45; E. Caspar, Primatus Petri, Weimar 1927; C. Cecchelli, Tre deportati in Sardegna: C., Ponziano ed Ippolito, estratto da Sardegna romana, Roma 1939; id., S. Mario in Trastevere (Le chiese di Roma illustrate, nn. 31-32), ivi s. d.

Carlo Cecchelli
Il cimitero di C. - E il cimitero amministrato dal primo diacono della Chiesa romana C. fin dal tempo di Zefirino, cioè dallo scorcio del sec. II. G. B. De Rossi fino dal 1852 ne rivendicò l'ubicazione, dopo il caos topografico dei secoli precedenti nei quali si era chiamato cimitero di C. non solo quello sotto S. Sebastiano, ma ogni cimitero sotterraneo sia sull'Appia che sull'Ardeatina. La sua identificazione
fu suggellata da quella serie di scoperte monumentali consacrate dal De Rossi stesso nei tre tomi della sua Roma sotterranea (1864-77) per illustrarlo; Pio IX volle che venisse acquistata dalla S. Sede tutta l'area soprastante. Come tutti gli altri grandi cimiteri cristiani di Roma, il cimitero di C. è costituito da aree cimiteriali sopra terra con relativi ipogei scavati in origine separatamente, con propri descensi, e solo posteriormente collegati insieme.

Nel sopraterre ebbe il suo mausoleo il papa mathrm{Ze}- firino (217); vi fu deposto anche il protomartire dell'Eucaristia Tarsicio; ivi il 6 ag. 258 avvenne l'eccidio di Sisto II e di quattro suoi diaconi. Nel sotterraneo si distinguono varie regioni.

- Regione dei Papi e di s. Cecilia. - Questa regione è composta di due nuclei, in origine separati tra loro, ciascuno con proprio descenso; il primo costituito da una galleria a nicchie per sarcofagi, poi prolungata per sepolture a loculi e approfondita; il secondo con propria scala che immerleva ad un cubicolo e ad una galleria poi approfondita e sulla quale venne scavata una serie di cubicoli dal De Rossi detti dei Sacramenti per le rappresentazioni simboliche in essi contenute datate tra la fine del it e l'inizio del in sec. Di
fianco alla scala in una galleria approfondita si trova il cubicolo dove vennero deposti i papi: Ponziano, Antero, Fabiano, Lucio, Stefano, Sisto II, Dionisio, Felice, Eutichiano e alcuni vescovi, come Urbano, Numidiano, Manno, Policarpo, Giuliano, Laodiceo, Ottato. Si sonotitrovate le iscrizioni sepolcrali in greco dei papi martiri Ponziano e Fabiano, dei papi Antero, Lucio ed Eutichiano, dei vescovi Numidiano e Ottato di Biskra (Numidia).

L'intonaco all'ingresso della cappella è coperto di graffiti di pellegrini con frequenti invocazioni a s. Sisto; l'interno fu abbellito con colonne, con un carme di Damaso, un'iscrizione commemorativa di Sisto III ed ebbe un altare di cui restano le tracce. Adiacente è il sepolcro di s. Cecilia decorato con pitture dell'inizio del sec. I2.

Un altro nucleo pure della fine del it sec. è quello più prossimo all'Appia, con area all'aperto e con una sotterranea, dal De Rossi detta cripta di Lucina, per la Lucina ricordata nella biografia del papa Cornelio nel Lib. Pont.; essa avrebbe sepolto quel papa in una sua area. Ma l'area è anteriore al papa Cornelio (253) sepolto in una zona approfondita che rappresenta l'ultimo periodo di seppellimento. L'iscrizione del papa è l'unica in latino e il De Rossi ne rinvenne un frammento in un casolare fin dal 1849. Il sepolcro è abbellito con un carme di Damaso e con pitture del sec. vi rappresentanti i papi Cornelio e Sisto II e i vescovi Ottato e Cipriano che fin dal sec. Iv veniva commemorato in C. Nella parte più antica di questa regione si trova un doppio cubicolo con affreschi della fine del sec. II rappresentanti il Battesimo di Cristo nel Giordano, Daniele fra i leoni, il ciclo di Giona, Buoni Pastori, Oranti, genii, i simboli delle stagioni.

Una terza regione è quella detta di Eusebio; essa pure con propria scala. Contiene la cripta dei martiri Calocero e Partenio, nella quale non resta che un graffito con i loro nomi; il sepolcro del papa Caio con la iscrizione sepolcrale in greco indicante la sua deposizione al 22 apr. (283); il sepolcro del papa Eusebio (311) con frammenti del carme composto da Damaso in suo onore

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e una copia del sec. vi; il cubicolo doppio del diacono Severo, scavato con il permesso del papa Marcellino (296-304). La regione contiene altri notevoli cubicoli, come quello con la rappresentazione di una famiglia di 5 persone in beatitudine, veri ritratti della fine del sec. in; il cubicolo detto delle pecorelle con la scena del Buon Pastore, circondato dal suo gregge, la moltiplicazione dei pani, Mosè che si scioglie i sandali, il miracolo della fonte. Più oltre un arcosolio con l'Epifania, la risurrezione di Lazzaro e un giardino. Un'altra regione del cimitero fu detta dal De Rossi del papa Milziade, ma del papa deposto in C. non si è trovata alcuna memoria.

Infine più a nord la regione detta Liberiana per una iscrizione di una defunta deposta sub Liberio papa (352366). Anch'essa aveva la propria scala. Ivi il De Rossi rinvenne un frammento del carme sepolcrale del diacono Redento, mentre le sillogi ne hanno conservato l'intero testo.

Una serie di arcosoli dipinti è della seconda metà del sec. Iv; uno di essi contiene il busto di Cristo nimbato e due volte l'orante; un secondo Adamo ed Eva, un terzo una venditrice d'erbe.

Una regione fu detta dal De Rossi del Labirinto o dell'Arenario d'Ippolito
e ivi egli cercò le memorie di quel gruppo di martiri ricordato dall'itinerario inserito nei Gesta regum Anglorum e dal De Rossi identificato con i confessores quam Graecia misit di Damaso, che il Marucchi volle invece cercare a torto fuori dell'ambito callistiano. - Vedi Tav. XXVI.

Bias.: G. B. De Rossi, La Roma sotterraneo cristiana, I. Roma 1864; II, ivi 1867; III, ivi 1877 per la descrizione e per le iscrizioni; compendi di essa: P. Allard. Rome souterraine, Parigi 1874; J. Spencer Northcote e W. R. Brownlow, Roma sotterranea, I, Londra 1879, pp. 264-462; F. X. Kraus, Roma sotterranea, Friburgo in Br. 1879, pp. 131-215; M. Armellini, Le catacombe romane, Roma 1880, pp. 221-362; G. B. De Rossi, Paralipomeni del cimitero di C., in Bull. d'arch. crist., 50 serie, 6 (1881), pp. 154-62; J. Wilpert, Neue Studien zur Katakombe des heiligen Kallistus, in Röm. Quartalschrift (1901), pp. 30-71; id., La cripta dei papi e la cappella di S. Cecilia, Roma 1940; S. Scaglia, Les catacombes de St-Caliste, ivi 1909; P. Styger, L'origine delle cripte di Lucina, in Rendiconti della Pont. accad. rom. di archeol., 3 (1924-25), pp. 269-87; id., L'origine del cimitero di s. C. sulla via Appia, ibid., 4 (1925-26), pp. 91-133; id., Die Römischen Katakomben, Berlino 1933, pp. 131-65; O. Marucchi, Le catacombe romane, Roma 1933, pp. 179-237; E. Josi, Il cimitero di C., ivi 1933; P. Styger, Die Römischen Martyrergiäte, Berlino 1935, pp. 77-126; A. Ferrua, Iusta comeserium Callisti, in Rendiconti della Pont. accad. rom. di archeol., 20 (1943-44), pp. 109-15. Per le pitture: J. Wilpert, Die Malezeien der Sakramentshapellen in der Katakombe des hei. Callistus, Friburgo in Br. 1897; id., Pitture, pp. 504-507. Per i sarcofagi: id., Sarcifagi, v. indice.

CALLISTO II, PAPA. - Per lunghi anni (dal 1088) arcivescovo di Vienna nel Delfinato, Guido, figlio di Guglielmo conte di Borgogna, svolse in legazioni e concili un'attività fervida durante la lotta delle investiture, in particolare nel periodo tra Urbano II e Pasquale II, quando egli ardì spezzare d'un tratto,
con la condanna dell'imperatore, la triste situazione derivata dalla prigionia e dalla violenza esercitata da Enrico V contro quel pontefice, carpendogli la conferma delle investiture. All'indomani della morte di Gelasio II, esule in Francia, il prestigio delle opere e l'altezza dei natali, che lo facevano parente delle case regnanti di Francia, di Germania, d'Inghilterra e dei conti di Savoia, la necessità di risollevare il papato prostrato dalla violenza imperiale e dallo sciame (contro Pasquale II da Enrico era stato eletto Maurizio Burdino [Gregorio VIII], a continuar la tradizione di mathrm{Ca}- dalo e di Guiberto), lo indicarono, benché estraneo al S. Collegio, ai suffragi dei cardinali raccolti il 2 febbr. 1119 in Cluny. Ma, prima di accettare la tiara, l'cletto volle aspettare la conferma dei cardinali e del clero romano, ottenuta dall'autorità del vicario, Pietro di Porto, e d'un ricco laico, Pietro Pierleoni, successo al padre nella direzione del movimento riformatore nella città, cui l'aveva preposto il grande Ildebrando. Quindi si pose all'ardua opera di dirimere l'annosa controversia con l'impero, partendo dalla netta riaffermazione, nel Concilio di Reims, delle posizioni d'intransigenza e imponendosi, con la sua autorità ed energia, al rispetto dello stesso Enrico e del clero tedesco; si giovò inoltre dell'elemento conciliatorista, rappresentato dal vescovo Ivo di Chartres e dall'abate di Cluny, che conduceva ad una transazione, piuttosto che ad una soluzione, del problema, basata sulla distinzione della natura dei due poteri.

A Würzburg, nell'ott. del 1121, si gettavano le basi per l'accordo, che sarebbe seguito il 23 sett. 1122 a Worms, l'atto più solenne, con il Concilio del Laterano celebrato l'anno successivo, del pontificato e del termine mediano delle due fasi della lotta grandiosa tra impero e papato. Frattanto, l'antipapa Burdino era stato tolto di mezzo, e dal suo rifugio di Sutri, dopo aver dato per le vie di Roma triste spettacolo della vicenda delle umane sorti, veniva tratto da una prigione all'altra del territorio laziale; a Roma la pace era stata ricondotta, con l'abbattimento dei fortifisi e l'umiliazione dei Frangipane e dei Corsi, e lo attestava il rinnovato fervore costruttivo di edifici e di chiese; la predicazione della Crocista era stata ripresa e le prescrizioni riformatrici ribadite; il potere della Curia era stato rassodato, da legazioni e da personali interventi del Papa, in tutta la Cristianità. Figura notevole di pontefice, che spicca tra i successori di Gregorio VII, tempra di dominatore e di politico, C. seppe ridare alla Chiesa romana prestigio e potenza. Con lui fece il suo ingresso il nuovo curialismo francese; la Curia si politicizzò e, per l'amore del fasto e il ristabilirsi del credito già disperso, si preferi, e forse dal Papa si

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sofferse, di chiudere un occhio sui mezai, sulla corruttibilità del più vicini e potenti, mentre il potere temporale e lo spirituale tendevano ad un più stretto nesso: come gli eventi successivi alla morte di C., avvenuta al Laterano il 13 dic. 1124, stavano per mostrare.

BibL.: I. M. Watterich, Pontificum Romanorum Vitae, II, Lipsia 1862, p. 112 sgg.: Liber Pontificalis Dertusensis, ed. J March, Barcellona 1922, pp. 192-202; Hefclo-Leclercq, p. 268 sgg.: F. Gregorovius, Storia della Città di Roma nel medioevo, VIII, cap. 2, ed. Roma 1900, II, pp. 442-48 (all'Indice); M. Maurer, Papal Colist II, Monaco 1886 -80; U. Robert, Bellsire du pape Collicte II, Essai de restitution, Parigi 1890; id., Histoire du pape Collicte II, ivi 1891; J. Langen, Gesch. d. röm. Kirche v. Gregor VII. bis Innotres III., Bonn 1893, p. 277 sgg.: P. F. Palumbo, La Seismo del MCK.N.N. I precedenti, la vicenda romana e le ripercussioni europee della lotta tra Anacleto e Innocenzo II, Roma 1942, capp. 2-3; Fliche-Martin-Frutaz, VIII, p. 379 sgg., e passim.

Pier Fausto Palumbo
CALLISTO III, ANTIPAPA: V. GIOVANNI, ABATE DI STRUMI.

CALLISTO III, PAPA. - Alfonso di Borgia (Borja), n. a Canals presso Xativa (Valenza) il 31 dic. 1378, studiò all'Università di Lérida in Catalogna, dove ricevette il dottorato in ambedue i diritti e poi un canonicato da Benedetto XIII (Pietro di Luna) e molti favori dal re Alfonso d'Aragona, di cui fu saggio consigliere. Staccatosi con questo dall'ostinato antipapa in seguito al processo del Concilio di Co* stanza, difese intrepidamente la causa del papa Mar* tino V. Venti anni dopo, come ricompensa di una ben riuscita legazione tra lo scaltro re Alfonso e papa Eugenio IV, riconosciuto finalmente da quello contro l'antipapa Felice V, ottenne il cappello cardinalisio, che portò con somma dignità, e nel Conclave dell'apr. 1455 succedeva a Niccolò V col nome di C. III.

Tre principali questioni occupano questo pontificato: la Crociata contro i Turchi, la difesa dello Stato pontificio principalmente contro il re Alfonso di Napoli e il mantenimento della dottrina cattolica. E soprattutto il primo aspetto che più di ogni altro contraddistingue il pontificato di C. III. Non fu egli gran mecenate delle arti e delle scienze, come il suo predecessore; ma neppure può dirsi nemico degli umanisti. A papa Borgia, vissuto in un ambiente di lotte sette volte secolari contro la Mezzaluna, tutto ciò che non serviva ad allontanare la minaccia turca, resa più pericolosa da Maometto II, sembrava di nessun conto. Del resto non mancavano motivi di gravi preoccupazioni. Il 29 maggio 1453 era caduta sotto il potere turco Costantinopoli, e sommo era il timore di tutte le nazioni cristiane, che ormai vedevano aperte le vie d'Occidente e facile la conquista dei paesi cattolici. Maometto proponevasi infatti di assalire subito l'Ungheria. C. III davanti a cosi tremenda minaccia aveva emesso pubblico e solenne giuramento di voler impiegare tutte le sue forze, e se fosse necessario anche la vita, nella lotta contro i Turchi, finché non venissero vinti e non s'aprisse la strada di Terra Santa. Si accinse a predicare una Crociata, mandando cardinali e altri legati ai principali principi d'Europa per formare una lega cristiana, e costitui predicatori della grande impresa i francescani Giovanni da Capestrano e Giacomo della Marca, il celebre oratore Roberto da Lecce ed altri ancora. Ma le grandi potenze non l'ascoltarono; Venezia e Genova volevano la pace con la Porta; da altre nazioni poco poteva aspettarsi. Il vecchio Pontefice, tuttavia, non si sgomentò, ed allestita una flotta a sue spese, l'affidò al card. Trevisan, mentre incoraggiava i singoli Crociati. A lui in parte si deve la doppia vittoria, navale e terrestre, di Belgrado ottenuta nel luglio 1456 dai tre Giovanni, cioè il guer-
riero Hunyadi, il legato Carvajal e il santo da Capestrano. Voleva C. sfruttare quel grande trionfo, ma purtroppo, le divisioni intestine dell'Ungheria e la morte dei due eroi, G. Hunyadi e G. da Capestrano, impedirono ogni successo nell'Europa centrale, e il Papa dovette contentarsi di aiutare lo Scanderbeg, invitto capo dei cattolici albanesi, ed i difensori genovesi della Crimea, mentre non lasciava di spronare il re di Castiglia a debellare i mori di Granata.

Se C. diede troppa ingerenza ai "catalani, nel governo dello Stato pontificio, bisogna riconoscere che mantenne salda la sua autorità davanti a tutti, procurando una sincera intelligenza con gli altri signori della penisola, anche per evitare guerre intestine capaci di sminuire la Crociata contro il Turco. Per questa ragione rispose volentieri alla chiamata della Repubblica senese, invasa dallo scontento conte Piccinino, mandando contro l'audace condottiero l'esercito crociato. Ma essendo lo scomunicato guerriero protetto da re Alfonso di Napoli, si venne ad urto tra questi e il Papa. Del resto l'antica amicizia tra i due si era notevolmente raffreddata dal tempo dell'elezione di C., mostrandosi questi difensore dei diritti della Chiesa sopra il regno napoletano e pretendendo Alfonso dominarlo per conto proprio ed estendere la sua egemonia sugli altri Stati italiani. Tuttavia avendo bisogno il Papa di quel re per l'esito della Crociata, tollerò molti abusi; ma, quando apparve poi chiara la cattiva volontà di Alfonso, e, d'altra parte, negando C. il rinnovamento dell'investitura di Napoli, Terracina e Benevento, nonché il riconoscimento d'una eventuale successione del bastardo Ferrante, si giunse quasi alla rottura.

Grande fu lo zelo di C. per la conservazione e propagazione della dottrina cattolica, e alla sua pru-
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(fta. Anderson)
Callisto III, papa - Il Papa e Siena, Dipinto di Sano di Pietro (sec. XV) - Siena, pinacoteca.

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denza si deve se non si accentuarono, in Francia e principalmente in Germania, certe correnti causate dalla «Prammatica sanzione» e dai decreti antipapali del Concilio di Basilea. Delicatissima era la situazione dei cattolici in Boemia, per colpa degli ussiti, specialmente quando nel 1457 ottenne il trono l'utraquista Giorgio Podëbradi. Il Papa cercò di guadagnarselo per mezzo del suo legato card. Carvajal, ed in verità il re mantenne durante il pontificato di C. la sua parola di non favorire eretici e scismatici; disgraziatamente le cose mutarono sotto Pio II.

Morì il 6 ag. 1458, festa della Trasfigurazione del Signore, da lui istituita. Il suo corpo riposa in un misero sepolcro nella chiesa di S. Maria di Monserrato a Roma. La sua memoria sarebbe forse più venerata qualora egli non avesse chiamato a Roma troppi parenti Borgia, tra i quali il nepote Rodrigo, creato da lui cardinale nel 1456, e divenuto poi Alessandro VI.

Bibl.: G. Zuzita y Castro, Anales de Aragón, IV, Saragozza 1668, pp. 33-35; A. Nicolas, Bibliotheca Hispana Vetus, II, Madrid 1788, p. 273; G. Escolano, Historia de Valencia, II, Valencia 1619, p. 200; Anon., Restos mortales de Calixto III y Alejandro VI, in Boletin de la R. Acad. de la Historia, 18 (1891), pp. 88, 159 sgg.; F. Martorelli, Biblioteca di C. linventario], in Miscellanea Ebrle, V (Studi e testi, 41), Roma 1924, pp. 166191; J. Rius Serra, Catalanes y Aragones en la Corte de Calixto III, Barcellona 1927; id., Regesto ibérico de Calixto III, 1, Barcellona 1948; P. Paschini, La flotta di C. III, in Arch. Soc. rom. di storia patria, 53-55 (1930-32), pp. 177-254; Pastor, I, pp. 581 sgg., 649 sgg.

Giuseppe M. Pou_y Marti
CALLONI, Vincenzo. - Missionario francescano, n. in S. Maria a Colle (Lucca) il 24 marzo 1844. Inviato al collegio missionario di S. Carlo in S. Lorenzo, provincia di Santa-Fé in Argentina, ove giunse nel dic. 1869. Rimase ivi missionario 50 anni, eletto nel frattempo due volte prefetto di quella missione, e cioè nel 1879 e nel 1892.

Il 14 maggio 1904 fu nominato guardiano del suddetto collegio, dove fu pure maestro di novizi, lettore di teologia dogmatica e valente oratore. Nonostante la
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(da J. Lirure, J. C., III. II, Parigi 1857-58) Callot, Jacques - S. Pietro. Incisione.
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sua condotta irreprensibile ed il bene del suo apostolato fu fatto segno di attentati. Morì il 6 apr. 1920 nella sua missione, che illustrò altresi con le sue opere seguenti : Apuntes históricos sobre la fondación del Colegio de S. Carlos y sus Misiones en la Prov. de Santa-Fé por Fr. V.C. actual Prefecto de Misiones (Buenos Aires 1884); Bosquejo histórico de las Misiones Franciscanas al Norte de la Prov. de Santa-Fé por el Prefecto apost. de Misiones Fr. V.C., ilustrado con varios vistos y retratos (Santa-Fé 1897); Relatio r. p. Vincentii Colloni Min. Obs. Missionum Praefecti collegii S. Caroli in Rep. Argentina ab an. 1879 ad 1882 (in Acta Ordinis Minorum, Quaracchi 1890, pp. 41-47).

Bibl.: Acta Ord. Minorum, Quaracchi 1884, p. 41; 1892, D. 123; 1898, D. 52; 1905, D. 107; 1921, D. 111; Schematismus totius O.F.M., Assisi-Porsianicola 1903, p. 124; 1909, p. 91; G. Picconi, Seria cronologica dei ministri e visorii della provincia minoritica di Bologna, Parma 1908, p. 485. Aniceto Chiappini

CALLOT, Jacques. - Incisore e disegnatore, n. a Nancy verso il 1594, m. ivi nel 1635. Nel 1608 giunge in Italia, dopo aver fatto nel 1607 i primi esperimenti nell'incisione.

A Firenze nel 1611 il granduca gli assegnò una pensione e l'alloggio in palazzo ed esegui i tre fogli della Guerra d'Amore (1615) e le 50 tavole di Capricci, di varie figure (1617); del 1620 è la famosa Fiera dell'Impruneta. Morto Cosimo II nel 1621, il C. se ne tornò a Nancy, dove esegui molte incisioni anche di carattere religioso, ancor oggi ammiratissime: Martirio di s. Sebastiano (1623), il Libro dei santi. Le Miserie della guerra (1633) sono una protesta contro l'invasione della Lorena per ordine del Richelieu, e ne fanno un'ardita anticipazione dei Désastres de la guerre del Goya.

Lo stile del C. rifugge da particolari descrittivi, ed è piuttosto rivolto alla rappresentazione essenziale e illustrativa dei soggetti. Importanti i disegni, molti dei quali agli Uffizi di Firenze.

Bibl.: H. Nasse, J. C., Lipsia 1909; L. Rosenthal, C. en Italie, in Revue de l'art ancien et moderne, 26 (1909), pp. 23-38; P. Plan, 7. C. maître graveur, Bruxelles 1911; E. G. Troche, 7. C., in Pantheon, 8 (1935), pp. 343-46; G. Margotti, L'opera religiosa di un grande acquafortista del Seicento, in Illustrazione vaticana, 6 (1935), pp. 432-35; P. Fiel, I grandi maestri dell'incisione: C., ibid., 9 (1938), pp. 549-52; E. Doreence, Les chimères du duc Charles III, in Pays lierrain, 30 (1938), pp. 409412; P. Marot, J. C. d'après des documents inédits, Nancy 1939. Angelo Lipinsky

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CALLY, Pierbe. - Teologo e filosofo cartesiano, n. a Mesnil-Hubert (Orne) nel sec. xvir e m. a Caen il 31 dic. 1709. Dopo aver studiato filosofia a Caen " teologia a Parigi, insegnò ( 1660 ) filosofia ed elocuonza nel collegio delle Arti a Caen, divenendone poi preside nel 1675. Parroco di S. Martino a Caen (1684) dovette allontanarsene per qualche tempo (16861688) per le sue idee filosofiche e per inimicizie suscitate in seguito ad alcune conversioni. Secondo i placiti della filosofia cartesiana e il pensiero di Durando, sostenne che, dopo la Consacrazione, immutata rimane la materia del pane, che da quel momento passa nella materia del corpo di Cristo, senza alcuna separazione degli eccidenti dalla loro sostanza. Condannato nel 1701, si ritrattò pubblicamente.

Opere: Institutio philosophiae (Caen 1674); De consolatione philosophiae di Boezio (ad unum Delphini, ivi 1695); Universae philosophiae institutio (4 voll., ivi 1695); Durand commenté on l'accord de la philosophie avec la théologie touchant la transubstantiation de l'Eucharistie (ivi 1700, sotto lo pseudonimo di P. Martesu); Discours en forme d'homélies sur les mystères, les miracles et sur les paroles de M.S.J.C., qui sout daus l'Evangile (2 voll., ivi 1703).

Bols.: Hurter, IV, coll. 663-66 in nota: E. Mangenas, s. v. in DThC, II, coll. 1368-69; C. A. Dubras, s. v. in Cath. Eoc., III. pp. 188-89; G. Thils, s. v. in DHG, XI, coll. 449-50. Vite Zollini

CALMET, Augustin. - Uno dei più famosi fra i commentatori della Bibbia e gli storici della Chiesa del sec. xviri, n. a Ménil-la-Horgne (Lorena) nel 1672, m. il 25 ott. 1757; dopo i primi studi a Breuil, sedicenne entrò nell'Ordine benedettino. Imparò da sé il greco e l'ebraico. Saccrdote nel 1696, due anni dopo insegnava filosofia e teologia a Moyen Moutier, iniziando l'attività prodigiosa che lo accompagnò tutta la vita.

Tra il 1707 e il 1716 pubblicò a Parigi La Sainte Bible en latin et en français, avec un Commentaire littéral et critique, in 23 voll., opera spesso ripubblicata e tradotta (in latino da J. D. Monsi, 9 voll., Lucca 1730-38). Attingendo dagli esegati precedenti, si forma un'opinione propria, che espone in forma chiara, sîondata dal sovraccarico di erudizione umanistica che ingombrava l'esegesi del 1600-1700, riducendo le considerazioni morali e allegoriche al conveniente senza trascurare l'aspetto critico e filologico (cf. ad es., Ez. 19, 10). Fu uno dei primi esegati che posero particolare attenzione al senso letterale, e affrontò per queste le opposizioni del Guillemin e altri, tenaci sostenitori dell'interpretazione "spirituale ". Passi più importanti e questioni introduttorie trattò in dissertazioni aggiunte, che furono poi anche pubblicate a parte ( 1^{°} ed., Parigi 1720) e molto diffuse in tutta Europa. Se l'autore non poté evitare i difetti della sua età e lasciò nell'immensa opera tracce di fretta, merita lode il raro equilibrio e la perspicacia storica, che talvolta previene le moderne posizioni dell'esegesi, p. es., in Dan. A complemento del Commentario il C. pubblicò in seguito la Histoire Sainte de l'Ancien et du Nouveau Testament et des Juifs (2 voll., Parigi 1718) e il Dictionnaire historique et critique etc. de la Bible (2 voll., ivi 1722; Supplément, ivi 1728), pur essi spesso pubblicati e tradotti.

Intanto il pio e dotto monaco veniva elevato alle più alte cariche dell'Ordine (dal 1728 abate a Senones in Lorena); ma la sua umiltà frustrò il disegno di Benedetto XIII di farlo vescovo. La sua attenzione si volgeva sempre più agli studi storici; pubblicò: Histoire universelle sacrée et profane depuis le commencement du monde jusqu'à nos jours (17 voll., Strasburgo, Senones, e Nancy 1735-71); Histoire ecclésiastique et civile de Lorraine (4 voll., Nancy 1728; 7 voll., 101 1745-57), più tardi accresciuta e ancora oggi apprezzata; varie opere minori, specialmente di cronologia, il Commentaire... sur la Règle de st. Benoît (2 voll., Parigi 1732 ).

Bols.: A. Fangé, Vie du p. D. A. Calmet, abbé de Senones, avec un catalogue raisonné de tous ses ouvrages, Senones 1762 ; Hurter, V, col. 1418 sgg.; Ph. Schmitz, s. v. in DHG, XI, coll. 450-53.

Giovanni Rinaldi

CALMETTE, Jean. - Missionario e indianista, n. a Rodez (Aveyron, Francia) il 5 maggio 1693, m. nel febbr. del 1740 . Gesuita nel 1709, partì per l'India, dove arrivò nel 1726 a Pondichéry. La sua attività si svolse tutta in paese telugu.

Il p. C. si distinse per la conoscenza della lingua sanscrita : riuscl per il primo a procurarsi il testo dei quattro Veda, libri sacri che i Brahmini nascondevano gelosamente; le copie che ne fece prendere sono conservate alla biblioteca Nazionale di Parigi. Ma questi testi non hanno niente a che fare con l'Ezour Vedam, nel quale Voltaire credette trovare argomenti contro il cristianesimo e che è una volgare impostura : si è fatto a torto il nome dei pp. de Nobili e C. in questa faccenda.

Alcune lettere del C. sono stampate nelle Lettres idifiantes; il p. P. Dahmen pubblicò: Extraits de lettres inédites du p.J. C. S. I., missionnaire dans l'Inde, in Revue d'histoire des missions, 2 (1934) pp. 109-25.

Biss.: Sommervagel, II, coll. 565-67; VIII, col. 1968; Strain, Bibl., VI, pp. 82-83 (in parte inesatto); J. Castets, L'ExourVedam de Voltaire et les pseudo-vedams de Pondichéry, Pondichéry 1935.

Calò, Pietro. - Dome