Revue d'histoire des missions, 2 (1934) pp. 109-25.
Biss.: Sommervagel, II, coll. 565-67; VIII, col. 1968; Strain, Bibl., VI, pp. 82-83 (in parte inesatto); J. Castets, L'ExourVedam de Voltaire et les pseudo-vedams de Pondichéry, Pondichéry 1935.
Calò, Pietro. - Domenicano, agiografo, n. a Chioggia, m. forse a Cividale del Friuli { }¹ II dic. 1348. Nel 1307 fu destinato come lettore al convento di Ferrara (Arch. Frat. Praed., 13 [1943], p. 145 sg.). Il suo leggendario contiene notizie personali per gli anni 1330 e 1342.
Scrisse: Legendae de tempore e Legendae de Sanctis; le prime sono lezioni per le feste de tempore, le seconde sono un prezioso leggendario delle vite dei santi, con 863 notizie. Il numero primitivo è di 837 compresi alcuni duplicati, dopo le quali vi è un explicit. I sei nn. 838863^{′} sono stati aggiunti dopo, forse dallo stesso autore. Una quindicina di queste vite sono state pubblicate qua c là; Pietro de Natalibus (v.) vi ha attinto molto, ma l'opera come tale, è, forse per la sua grande mole, inedita. Essa si trova in tre codici, descritti in Analecta Bollandiana, 29 (1910), pp. 44-108, e sono : cod. Barberini lat. 713714 del sec. xiv della biblioteca Vaticana; codd. IX, 15 - IX, 20 della biblioteca di S. Marco (Venezia), 6 voll., del sec. xiv, completissimi, ma meno corretti dei codici Barberini; cod. XVI. G. 23, del sec. xv, della biblioteca della cattedrale (protestante) di York, incompleto, non abbracciando che gli ultimi cinque mesi. Questo leggendario è pregevole avendo l'autore raccolto e abbreviato molti testi anteriori, mostrando un certo senso critico.
Biss.: Acta SS. Ianuarii, I, Parigi 1865, p. xxı; J. QuétifJ. Echard, Script. Ord. Praed., I, Parigi 1719, p. 511 ; V. Bellemo, L'insegnamento e la cultura in Chioggia fino al sec. XV, in Archivio teneto, 36 (1888), pp. 49-47; A. Poncelet, Le Légendier de Pierre C., in Analecta Bollandiana, 29 (1910), pp. 5-116: A. D'Amato, in Archivum Fratrum Praedicatorum, 13 (1943), p. 145 (con circa bibliografia).
- Livario Oliger
## CALONICO: v. TESISTIO.
CALONIMOS ben GALONIMOS (Qalônîmós ben Galônîmós). - Rabbino, n. nel 1286 ad Arles in Provenza e vissuto per qualche anno in Italia. Tra i suoi scritti lasciò una satira sui costumi del tempo intitolata 'Ebhen bôhan "pietra di paragone" o Massebloeth Pärîm "il trattato Purim". Bartolocci (Bibliotheca magna rabbinica) afferma, ma senza fondamento sicuro, che tradusse dall'arabo in ebraico i commenti di Averroè su Aristotele.
Apparteneva alla nota famiglia ebraica dei Calonimidi, oriunda da Lucca, che nelle sue peregrinazioni nei paesi nordici e nelle province renane fu un possente veicolo del risveglio culturale dell'epoca. Ad essa per opera di MÉsôLlâm ben Calôolsnós (n. probabilmente in Italia e m. a Magonza verso il 1000) spetta l'inizio della poesia liturgica renana; essa procurò la diffusione della mistica, portata in Italia nel sec. IX da Abú 'Ahărôn di Bagdad e la fioritura, specialmente per opera di C. b. C., del pûjûr ( = poesia) o prosa rimata risultante da un miscuglio di
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prosa e di versi affini alla maqānah araba, sorta per reazione alla scadente letteratura giuridica degli anni precedenti.
La famiglia è rappresentata ancora nel sec. xv dal napoletano Calo C. che durante il 1529 tradusse in latino dall'abraico il libro di Alpetragio: Theorica planetarum.
Bibl.: L. Wallach, Moze bes Kulonymos und Poschastus Radbertus?, in Monatschrift für Geschichte und Wissenschaft des Judentums, 1933, p. 462 sgg.; U. Cassuto, Storia della leitera. tura ebraica postbiblica, Firenze 1938; C. Roth, The History of the Jews of Italy, Filadelfia 1946, passim. Faustino Salvoni
CALTAGIRONE, diocesi di. - Città della Sicilia orientale. I Saraceni la chiamarono Qal'at al-girān, cioè castello delle Grotte.
La diocesi misura 2000 kmq . di superfice; ha 38 parrocchie con 120 sacerdoti diocesani e 31 regolari; gli abitanti sono 151.600 dei quali 151.100 , cattolici (1948).
Non si conosce la denominazione antica del luogo, ma tutto intorno alla città attuale si sono rinvenute vestigia di una città siculo-greca a ovest, di necropoli greca a sud e sicula a est. Materiale archeologico si è trovato specialmente nelle zone Vallata del Signore, Cotominio, Cotominello, Racimeri; un castello bizantino si è identificato a 20 km . ad est, al Piano dei Casazzi. Occupata dai Saraceni nel sec. ix venne alla fine del sec. xi in possesso dei Normanni; ma anche della città medievale non resta che qualche portale nelle chiese, perché la città fu devastata dai terremoti del 1542 e del 1693.
Tanto la chiesa di S. Giacomo che quella di S. Francesco sono del sec. xvili, come pure la basilica di S. Maria di Gesù fuori città, con le sue splendenti maioliche di fiorente arte locale. C. fu eretta a diocesi solo il 12 sett. 1818 come suffraganea di Monreale e dal 1844 di Siracusa; primo vescovo fu mons. Gaetano Trigona (18181832), poi cardinale (1834). La Cattedrale, S. Giuliano, era già stata eretta a collegiata da Urbano VIII nel 1831.
Bibl.: A. Cremona, Delle oricini di C., Palermo 1892. Enrico Josi
CALTANISSETTA, diocesi di. - In Sicilia, eretta da Gregorio XVI ( 25 maggio 1844) con una giurisdizione su 17 comuni, fino allora facenti parte delle diocesi di Agrigento (14), Nicosia (2), Cefalù (1). Primo vescovo fu il teatino A. M. Stromillo, preconizzato il 7 nov. 1844. Morto nel 1858 , gli successe G. Guttadauro di Reburdone da Catania (ag. 1858 - apr. 1895) che fu il vero organizzatore della diocesi; egli prese parte al Concilio Vaticano e fu tra i pochi che votarono contro l'opportunità della proclamazione dell'infallibilità pontificia, alle quale del resto fece atto di adesione pronta, una volta avvenuta. Dopo mons. I. Zuccaro (18961906) la diocesi fu governata dal carmelitano A. A. Intreccialagli, prima come vescovo titolare (19071913), quindi come amministratore apostolico fino all'avvento del pastore attuale (1949) mons. G. Iacono, trasferito da Molfetta il 18 marzo 1921.
La diocesi ha una superfice di 120.700 kmq .; conta 175 sacerdoti diocesani, 40 sacerdoti regolari, 200.000 ab. tutti cattolici, distribuiti in 30 parrocchie. La cattedrale di S. Maria la Nuova, iniziata nel 1570 e aperta al culto nel 1622, fu decorata all'interno con gli splendidi e grandiosi affreschi del fiammingo G. Borremans, che ne costituiscono il pregio principale. Oltre S. Maria degli Angeli o la Vetere (sec. xiv), particolarmente importante è l'abbazia normanna di S. Spirito fuori città, fondata da Ruggero I e dalla moglie Adelasia, la cui chiesa fu consacrata dall'arcivescovo Giovanni di Bari nel 1153.
Bibl.: G. Mulé-Bertolo, Storia di C., Caltanissetta 1877; M. Cinnirella, Brevi cenni sull'erezione della sede vescovile di C., ivi 1880; F. Pulci, Notizie storiche del vescovado e dei comuni della diocesi di C., in La Sicilia sacra, 2, 4, 5 (1900-1904), passim; B. Punturna, L'antica Nisa a Nissa e l'odierna C., Caltanisetta 1901; C. A. Garufi, I Conti di Montescaglioso, in Arch.
storico per la Sicilia orientale, 9 (1912), pp. 327, 366; per le abbazie benedettine nella diocesi: Cottincau, I, col. 265.
Mario Scaduto
CALUNNIA: v. detrazione.
CALUNNIE CONTRO I CRISTIANI: v. ACCUSE CONTRO I CRISTIANI.
CALUSCO, TADdeO. " Predicatore e biblista, n. a Milano nella seconda metà del sec. xviI, m. ivi il 21 apr. 1720. Nel patrio convento di S. Marco si rese agostiniano. Ebbe fama di valente predicatore e di erudito scritturista. Nel suo Ordine e presso l'arcivescovo milanese, card. Archinto, ricoprì varie cariche. Mai però abbandonò lo studio.
Oltre discorsi e panegirici lasciati manoscritti, tra le sue opere a stampo meritano speciale menzione: Varie notizie per facilitare l'intelligenza e lo studio della S. Scrittura (Milano 1708); Esame della religione protestante o sia pretesa riformata (Venesia 1720).
Bibl.: Hurter, IV, col. 794; D. A. Perini, Bibliographia augustiniana, I, Firenze 1929, pp. 169-70. David Falcioni
CALUSO, Valperga Tommaso di: v. valperga di caluso Tommaso.
CALVARIO. - Luogo in cui Gesù "pati fuori le porte (di Gerusalemme)" (Hebr. 13, 2), chiamato "luogo del cranio" ( μ ρ α ν i ́ o v τ ἀ π ° ς ) e in greco Γ ° λ 7072 (Io. 19, 17). Golgota è nome aramaico formato dall'ebr. gulgōleth con l'eliminazione del secondo l perché le due sillabe non finissero allo stesso modo (G. Dalman). Il nome sembra derivare dalla forma di questo "monticello" (CSEL, XXXIX, p. 22). Ala già Origene "al quale giunse tale tradizione" spiega il termine "per il fatto che ivi era sepolto il teschio di Adamo" (In Mt. Comm., 126a serie: PG 13, 1777; ed. E. Klostermann, X, p. 265); assentono s. Epifanio, s. Girolamo (PG 41, 844; PL 22, 485) ed altri.
"Uomini empi riempirono il luogo con molta terra accumulatavi e vi edificarono una tetra caverna del demotio che chiamano Venere" (Eusebio, Vita Constantini, 26: PG 20, 1085; ed. Hcilef, I, p. 89). "Dai tempi di Adriano sulla rupe della Croce si venerava la statua di Venere" (Girolamo, Ep., 58, 3: PL 22, 381); s. Ambrogio chiama perciò il luogo "Venereus" (In Ps., 47, 5: PL 14, 1203). Quando Costantino coprì l'intero terreno con uno splendido edificio (Martyrium Anastasis), costruito secondo il tracciato del tempio pagano ( 37 times 137 mathrm{~m}.), la Santa Croce rimase all'aperto: "Ipee locus subdivanus est" (Ethelia, 37, 4: CSEL, XXXIX, p. 89). I cristiani vi posero una grandissima croce d'argento (Arculfo e Beda: CSEL, XXXIX, pp. 233 e 304). Ancora al tempo di Willibaldo, le croci "non sono dentro nella chiesa, ma stanno fuori chiesa sotto una tettoia" (T. ToblerA. Molinier, Itineraria Hierosolymitana et descriptiones Terrae Sanctae, I, Ginevra 1880, p. 263). Fu, sembra, Costantino Monomachos (ca. 1042 sg.), che, riedificando la chiesa del S. Sepolcro distrutta dai musulmani nel 1009, riunì questo santo luogo sotto lo stesso tetto della chiesa del S. Sepolcro.
Da Ps. 73 (74), 12 ("Dio fece salvezza nel mezzo della terra ) si trasse la conclusione che il C. è il mezzo della terra. Così s. Cirillo Gerosol., Cat., 13, 28; cf. Didimo, De Trin., I: PG 53, 805, 1 59, 324. Ancora oggi persiste questo errore nell'"ombelico della terra" che vien mostrato nel coro dei greci.
La fessura della roccia avvenuta alla morte di Gesù (Mt. 27, 51) è attestata da s. Cirillo Gerosol.: "Il Golgota ancora oggi testimonia come le pietre per Cristo si spezzarono" (Catech., XIII, 39: PG 33, 819). Una testimonianza ancor più antica si ha nella relazione di s. Luciano Martire (m. 312), conservata da Rufino (Hist. Eccles., IX, 6; Eusebio,
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Hist. Excles., IX, 7; ed. E. Schwartz: CB, IX, II, p. 815). Anche nei secoli seguenti i pellegrini parlano talora di questa "scissura avvenuta alla morte di Gesù " (Teodorico, ca. a. 1172: D. Baldi, Enchiridion Locorum Sanctorum, Gerusalemme 1935, p. 853.).
L'autenticità del monticello del C. risulta dalla testimonianza dell'imperatore Adriano, che volle profanare quel luogo, allora venerato dalla tradizione cristiana. A chi obbiettesse che il C. era fuori delle mura, rispondono i ruderi di quella porta che lo zar Alessandro II comprò nel 1857: essa dimostra che le mura di Gerusalemme erano allora ad oriente del C. (Vincent, p. 57).
Quando la rupe del C. fu adattata alla chiesa in cui veniva rinchiusa, fu ridotta col piccone in forma di cubo di ca. 5 m . di lato. Oggi occupa il lato meridionale della basilica del S. Sepolcro, a destra dell' unica porta. Due cappelle ornano la superfice del santuario del C.; il loro spazio ( 11,45 times 9,25 mathrm{~m}.) oltrepassa quello della rupe. La cappella meridionale (addossata alla parete della Basilica, cui poi si aggiunse la cappella dei Franchi fuori del

(per istricia del Segretior della Casa degli Esercizi del Sacro Conte S. L. Roma) Calvarino - Edicola del C. Scala esterna - Gerusalemme.
muro della Basilica) è dei cattolici, e contiene le stazioni X, XI, XIII della Via Crucis. La cappella principale, a sinistra (nord) della precedente, fu occupata dai greci scismatici, che posseggono il luogo della Santa Croce, ivi eretta insieme alle immagini della Vergine S.ma Addolorata e di s. Giovanni. Tra il luogo della Croce e l'altare latino (stazione XI) è incluso l'altare della Addolorata.
Sotto le cappelle del C., vi è una cripta che è la cappella d'Adamo, la quale avrebbe contenuto il teschio di Adamo, irrorato dal sangue di Cristo disceso attraverso la fessura della roccia; vi si venera anche il sacrificio del patriarca Abramo. Due scale conducono il pellegrino, e anzitutto la processione dei latini che ogni giorno percorre questi luoghi santi, al luogo della S. Croce.
Bibl.: H. Vincent e F.-M. Abel, Jérusalem, II, Parigi 1914, pp. 57-93; J. Jeromias, Golgotha, Lipsia 1926; H. Schmidt, Der hl. Fels in Jerusalem, Tubinga 1933. Urbano Holzmeister
GALVI e TEANO, diocesi di. - Diocesi della Campania, riunite neque et principaliter nel 1818 con residenza vescovile in T. Superfice kmo. 447,4: parrocchie 107, sacerdoti diocesani 140 , regolari 46 con 73.000 ab. tutti cattolici (1948). E suffraganea di Capua.
C., l'antica Cales dei Romani, sulla riva destra del Volturno, a nord di Capua, distrutta dai Saraceni nel sec. viII, vi fu ricostruita poco lontano, da Atenulfo, primo conte di Caserta. Incerta è l'origine della diocesi. A C. si venera come apostolo e patrono s. Casto il quale non è un martire locale, ma africano, compagno di s. Emilio (H. Delehaye, Les origines du culte des martyrs, 2^{mathrm{h}} ed., Bruxelles 1933, p. 370).
Primo vescovo noto è Valerio presente al Sinodo romano del 499. La lista regolare dei vescovi comincia con il sec. xit. La cattedrale romanica a tre absidi è dedicata a s. Casto; ivi si rinvennero alcune iscrizioni cristiane, una delle quali dell'anno 346 (CIL, X, I, 47124713).
La "Grotta dei santi - contiene affreschi votivi del x-xi sec., di scuola benedettina.
T. è situata nella valle del Savone, ed è dominata dal cono di Rocca Monfina. Fu capitale dei Sidicini ed ebbe gran parte nelle guerre sennitiche. Primo vescovo di T. sembra sia stato Amasio (337-52). Documenti del sec. vi dànno i nomi di Paride il quale vien fatto ordinare dal papa Silvestro (BHL, 6466) e di Amasio che sarebbe stato ordinato da papa Giulio (ibid., 3545-46 ); poi si incontrano un s. Urbano (ibid., 8408) e Quinto,
il quale figura presente al Concilio romano del 499.
Nel 1906 presso T. si rinvenne un cimitero cristiano del iv-v sec.; in un emiciclo erano to tombe sovrapposte; la seconda dall'alto era chiusa con una decorazione musiva con rappresentazione dell'Epifania, ed una iscrizione posta da un Geminus Felix alla moglie Geminia Felicitas e alla figlia Geminia Marciana morta nell'anno 570. Un'altra iscrizione porta la data dell'anno 442 (V. Spinazzola, Di un musaico cristiano e di altre antichità nel territorio di Teano, in Notizie degli scavi, 1907, pp. 697-703).
Notevole fu in T. l'abbazia di S. Benedetto, costruita nel sec. viit da Landolfo conte di T.; vi si rifugiarono nell'anno 884 i monaci di Montecassino in seguito all'uccisione del loro abate Bertario e all'incendio del loro cenobio: nell'896 un incendio distrusse l'autografo della Regola ivi conservato. Il monastero decadde nel sec. xir. Vi furono inoltre l'abbazia di S. Maria di Ferraria o della Ferrara presso Vairano, eretta nel 1171 dal cistercense Giovanni de Ferraria; le due abbazie di monache benedettine di S. Caterina (a. 1590) e di S. Maria de foris (1610).
La Cattedrale è dedicata ai ss. Giovanni e Terenziano; festa patronale di s. Paride il 5 ag. Altre chiese notevoli sono S. Benedetto e S. Francesco.
Bibl.: Cappelletti, pp. 182 e 196; Eubel, I, pp. 164 e 206; II, pp. 129 e 274; III, pp. 182 e 330; P. del Prete, L'unión C. e la Grotta dei santi, Piedimonte d'Alife 1913; Lanzoni, p. 186; P. Fr. Kehr, Italia Pontificia, VIII, Berlino 1932, pp. 255 e 263; Cottineau, I, coll. 3126-27. Enrico Josi
CALVINO (Calvinus, Cauvin, Chauvin, Calvin Jean). - Il più importante iniziatore del protestantesimo in Francia, Svizzera e Paesi Bassi. Tra i pseudonimi adoperati da C., ricordiamo: Martianus Lucanius, Carolus Passelius, Charles d'Espeville.
I. L'uomo. - 1. Giovinezza ed apostasia. - C. n. il ro luglio 1509 a Noyon (Piccardia) da parenti cattolici, secondogenito di 6 figli. Il padre era impiegato di curia vescovile, la madre era figlia di un ricco albergatore di Cambrai. Arviato agli studi ecclesiastici, a soli 12 anni, Giovanni ebbe già una prebenda (di N. S. de la Gésine), e, in seguito, ricercata la tonsura, anche la cappellania di St-Martin de Mertheville, che passò poi al fratello minore. Non continuò tuttavia negli Ordini sacri, ma, con l'appoggio della famiglia Montmor, passò a studiare a Parigi. Nel 1524 iniziò il corso di filosofia al collegio di Montaigu, e poi quello di teologia. Nel 1528 abbandonava dietro consiglio del padre la teologia
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per dedicarsi al diritto, che gli avrebbe dovuto aprire la via della magistratura, ed andò ad Orléans alla scuola di Pierre de l'Estoile. Teodoro Bcza dice che i compagni lo chiamavano "accusatif", cioè delatore. Viveva appartato "sauvage et honteux", amante della tranquillità e dello studio (Opp., XXXI, p. 22). Nel 1529 C. frequentò l'Università di Bourges, dove conobbe l'umanista Giovanni Wolmar, che gli fece riprendere gli studi teologici, con l'intenzione di guadagnarlo all'evangelismo.
I tempi infatti erano accesi di novità religiose. A Parigi, Giovanni aveva assistito ai primi saggi della lotta luterana contro la Sorbona, ed aveva vissuto tra il fermento delle idee riformistiche, vedendo i primi processi nonché le prime esecuzioni capitali dei nuovi eretici. Un suo cugino, Pietro Roberto, detto Olivetano, gli aveva dato da leggere scritti eteradossi, che incisero sul suo animo, mettendovi i primi germi della crisi religiosa (Opp., IX, p. 51). L'apostasia, preparata lentamente, avvenne nel 1533, non senza turbamenti interiori (ibid., V, pp. 358 416). Il passo decisivo sulla via della ribellione avvenne con un discorso redatto da lui a richiesta di Nicola Cop per l'inaugurazione dell'anno accademico nella chiesa dei Maturini a Parigi il 10 nov. 1533, in cui affermò il principio della giustificazione in senso protestantico e difese gli eretici "come coloro che puramente si sforzavano d'insinuare il Vangelo nelle anime dei fedeli ". Obbligato a lasciare la città, errò per la Francia ed Angouléne, Nérac, Noyon, Poitiers, Orléans, finché nel 1534 riparò a Strasburgo, diventata roccaforte dei riformati, ed a Basilea nel 1535. Ivi compì e diede alla luce l'opera Institutio Christianae Religionis, apertamente contraria alla dottrina cattolica, e dopo un viaggio a Ferrara in Italia alla corte di Ercole II, la cui moglie Renata di Francia era sua fautrice, andò a Ginevra in Svizzera, dove il riformatore Farel lo convinse a restare "per aiutarlo a sistemare la situazione in favore degli eretici.
2. C. a Ginevra (1536-38; 1541-64). - Proprio in quell'anno (1536) il consiglio di Ginevra, che si era fatto promotore del movimento antipapale, aveva decretato di distruggere in tutti i paesi di Vaud gli altari, abbattere le immagini e sospendere ogni forma di culto cattolico. Incoraggiati da questi esempi, Farel e C. proposero gli Attituti de reginine Ecclesiae con provvedimenti analoghi, i quali furono accettati dal Duecento, che avevano il potere legislativo nella città. Con altri decreti il culto veniva organizzato in forma prettamente protestantica, sia riguardo alla Cena eucaristica come al canto dei Salmi, alla predicazione ed alla celebrazione dei matrimoni. Le elezioni favorevoli ai due riformatori aumentarono il loro potere; ma la "dimostrazione della fede", che era una specie di credo estratto dalla Institutio Christianae Religionis, da essi voluto imporre alla cittadinanza, trovò una forte opposizione tra molti ginevrini, che avevano accettato la riforma solo per motivi politici d'indipendenza e non per mettersi sotto il giogo di predicanti. Cosi nelle nuove elezioni del 1538 ebbe il sopravvento il partito contrario, ed il nuovo Consiglio proibì ai due capi di predicare. Avendo essi trasgredito l'ordine, furono espulsi dal territorio. C. riparò a Berna, indi a Basilea, finché, invitato da Bucero, si recò a Strasburgo. Quivi trovò altri capi della riforma, tra cui i due Sturm, Capitone e molti rifugiati francesi. I tre anni che trascorse nella città alsaziana ( 1538-4 mathrm{I} ) furono tra i più tranquilli della sua vita. C. dava, stipendiato dalla stessa città, lezioni pubbliche di S. Scrittura, guidava spiritualmente la comunità francese, e poteva attendere ai suoi studi preferiti. Pubblicò allora la seconda edizione della sua Institutio, una celebre Risposta a Sadobès (1539) vescovo di Carpentras che aveva tentato invano di ricondurre i Ginevrini all'antica fede, ed il Commentarius in Epistolam ad Romanos (1540). Nell'autunno del 1540 si unì in matrimonio con Ideletta de Buren, vedova di un anabatista. Nel 1541 partecipò ai colloqui di Haguenau, di Worms e di Ratisbona, mentre a Ginevra la situazione si era nuovamente volta in suo favore, ed i tre Consigli
della città gli indirizzavano ufficialmente l'invito di ritornare. C., da abilissimo politico, si fece pregare, frapponendo indugi che dovevano acuire il desiderio della sua venuta, ed opponendo lettere di alcuni magistrati di Strasburgo che lo reclamavano. Finalmente alle pressanti insistenze acconsenti non senza porre delle condizioni che lo renderano praticamente arbitro della situazione. Il 16 sett. 1541 rientrava a Ginevra, ottenendo che si approvassero con poche modifiche Les Ordonnances Ecclésiastiques de l'Eglise de Genève con le quali organizzava tutta la vita domestica e sociale dei cittadini a norma della dottrina calvinistica (v. il testo in Opp., X, p. 15 sgg .) e che divennero legge fondamentale di stato per la repubblica ginevrina. Nel 1543 tutte le leggi e le costumanze erano riordinate e la Costituzione civile compiuta. C. poteva essere soddisfatto; aveva imposto gli ordinamenti che valeva, ed era, in un certo senso, divenuto padrone incontrastato della città.
3. Governo di C. - Il contatto diretto che C. aveva avuto a Strasburgo con la riforma germanica, gli aveva permesso di notarne gl'inconvenienti criticabili. Essa non aveva migliorato i costumi, ma aveva assoggettato il potere spirituale a quelle civile ed aveva favoriti i disordini sociali con l'eccessivo suo spirito d'insubordinazione e d'indipendenza. La Chiesa ginevrina fu messa perciò da lui su basi che non ripetessero quegli errori. Lo Stato doveva essere sottomesso alla Chiesa, non avendo altra ragion d'essere che far osservare la legge divina ai propri sudditi. La religione era la suprema arbitro della vita pubblica. Con questi criteri venne costituito un governo, che, sotto l'apparenza democratica, era oligarchico. L'effettivo governo dipendeva da pochi. La classe dei predicatori con la sua Assemblea generale (Congregazione) era la vera dominatrice della vita pubblica. Le ordinanze avevano cominciato con l'affermare che Dio aveva provveduto alla costituzione della Chiesa primitiva con la creazione dei pastori, dei dottori, degli anziani e dei diaconi; quello era il "rectus ordo" che solo poteva essergli accetto. Anche Ginevra si sarebbe dunque retta in conformità.
I pastori, o ministri della parola, erano l'elemento essenziale della comunità. Avevano l'attribuzione di predicare il Vangelo, amministrare i Sacramenti, insegnare, ammonire, riprendere in pubblico ed in privato, esaminare ed istituire i futuri pastori. C. formò personalmente i primi ministri radunandoli ogni venerdì per esposizioni scritturistiche e teologiche, regolò la predicazione, fissando tre parrocchie, nelle quali si tenevano i sermoni tre volte la settimana e la domenica. In seguito vi sarebbe stato l'uso di un sermone quotidiano in ogni chiesa della città. Quelli di C. erano trattati con molta cura, non erano lunghi, sicché tutta la funzione con accompagnamento di canti e di preghiere non dureva più di un'ora. I dottori avevano l'incarico delle scuole e dell'educazione della gioventù. Agli anziani, dodici come gli apostoli, spettava la cura della disciplina. Essi dovevano essere eletti dai tre consigli tra gli uomini «di vita proba, onesti, senza macchia, superiori ad ogni sospetto e, soprattutto, pieni di timore di Dio» e scelti in modo da rappresentare tutti i quartieri della città. I diaconi poi dovevano visitare gli ammalati, soccorrere i poveri ed essere d'aiuto ai ministri.
L'organo più caratteristico della dominazione spirituale di C. fu il concistoro, specie di tribunale, costituito da sei ministri e dai dodici anziani, che si radunava ogni settimana, e che vigilava sui costumi dei cittadini e la loro frequenza ai doveri religiosi. Nei casi più gravi esso consegnava il colpevole al consiglio
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(per cortesia della biblioteca Pub. e Univ. di Ginevra) Caltino - Ritetto ad olio (sec. xvI), conservato nella biblioteca Pubblica e Universitaria di Ginevra.
per la punizione. L'autorità civile doveva eseguirne le decisioni e tutti, anche i magistrati, gli erano sottoposti. Il concistoro usava le armi spirituali, come l'ammonimento, ed in casi estremi l'esclusione dalla comunione.
Nessun provvedimento suscitò tanta ostilità quanto questo tribunale con i suoi metodi. Il cittadino trovava duro ed opposto alle tradizioni civiche "l'essere chiamato dinanzi ad una corte di ministri quasi tutti stranieri" ed "essere costretto a chiedere misericordia a Dio ed alla giustizia», senza dire che il concistoro per la sua natura stessa incoraggiava la delazione. Moltissimi non potevano fare a meno di paragonare l'intransigenza dispotica del nuovo giogo con il precedente governo ecclesiastico dei vescovi tanto più soave, e non pareva loro ragionevole che si fosse abbattutto questo per cadere in una situazione peggiore. Centinaia di persone erano infatti processate e condannate. Perciò se l'insediamento di C. a Ginevra nel primo periodo ( 1542-46 ) vide il consolidamento del suo potere, nel secondo ( 1546-54 ) ebbe a combattere una violenta opposizione, che egli riuscì a vincere solo con la sua grande fermezza, tenacia e severità.
In questi anni C., colpito nei suoi migliori affetti con la morte della moglie dopo quella dell'unico figlio ancora in fasce, diveniva sempre più chiuso e tetro. Fisicamente era tormentato da emicranie, dolori di stomaco, sfinimenti. Ma la sua attività non aveva soste. Religiosamente si dedicava completamente alla riforma, non solo a Ginevra, ma intervenendo con le sue lettere nelle questioni protestantiche di tutta la Svizzera, ed anche della Francia, Germania e Svezia, mentre accoglieva nella sua città gli ugonotti perseguitati da Enrico II. Né mancarono le controversie dottrinali tra compagni di eresia; così nel 1551 con Gerolamo Bolsec, che pubblicamente aveva attaccato le sue sentenze sulla predestinazione. C. riuscì a far decretare l'espulsione del-
l'avversario ed a far consacrare ufficialmente la propria dottrina. Né cessava di comporre opere letterarie d'indole teologica. Fra l'anno 1546 e 1555 pubblicò i Commentari al Vecchio e Nuovo Testamento.
Il fatto però più saliente di quest'epoca fu la lotta del riformatore con Michele Serveto. Questo spagnolo, che già nel 1530 aveva pubblicato un'opera ereticale sulla S.ma Trinità, con la quale aveva scandalizzato cattolici e protestanti, e che fin dal 1545 era venuto in relazione epistolare con C., aveva impugnato molte sue teorie con un tono sgradevole di superiorità. C. scrisse allora al Farel che «se il Serveto veniva a Ginevra non avrebbe permesso che ne uscisse vivo». Ora proprio nel 1553 costui, avendo dovuto fuggire da Vienna dove era stato condannato al rogo, si era fermato una notte a Ginevra, cedendo forse alla irresistibile tentazione di vedere da vicino il suo competitore. Ma, riconosciuto, fu subito arrestato. Secondo la legge ginevrina l'accusatore doveva andare in prigione con l'accusato finché il tribunale non si fosse convinto della reità. Perciò C. presentò la propria accusa formulata in 40 articoli, per mezzo di un suo segretario, che fu però presto rilasciato in libertà. Il 15 ag. 1553 cominciarono i primi di quegli interrogatori rimasti celebri, in cui parecchie volte lo stesso C. fece le parti di accusatore. Dai procedimenti risultò chiaro che se si stava soltanto sulle opinioni teologiche, il processo si sarebbe eccessivamente protratto; allora C. accusò Serveto di dottrine sovvertitrici non solo della religione, ma della società, ed il disgraziato venne condannato. La sentenza di morte era giuridicamente illegale, e secondo i principi protestantici del libero esame, un controsenso; le ordinanze del 1542 riconoscevano infatti come uniche pene il bando. La mattina dell'esecuzione C. si recò dal prigioniero, che invano implorò misericordia, e di fatto Serveto, condotto in Piazza del Municipio, fu bruciato vivo. C. ricevette molte lettere di congratulazione, tra cui quelle di Melantone ( O p. Melanchtonis, XV, p. 268), ma anche critiche severe, specialmente di Sebastiano Castellio, e dovette scrivere nel 1554 un'apologia del suo atto: Defensio orthodoxae fidei; ma ciò non tolse che da allora fosse accusato di un'intolleranza religiosa peggiore di quella rinfacciata da lui all'antica fede.
[Politicamente C. ebbe tuttavia con questo episodio un sopravvento sui suoi avversari, i quali avevano invano chiesta una sentenza di assoluzione, e videro le elezioni del 1555 favorevoli al riformatore. Allora Perrin, capo del movimento contrario, cercò di promuovere una insurrezione, che non riuscì. Il suo partito detto dei perrinisti o libertini venne disperso con l'espulsione di moltissimi membri, di cui so furono condannati alla pena capitale, alla quale fortunatamente sfuggirono]ad eccezione di due soli.
Da allora (1555) fino al 1564 , anno della sua morte, C. ebbe pieno potere. L'alleanza con Berna, la lotta contro il duca di Savoia, la formazione di una nuova borghesia con i ceti favorevoli a C. immigrati dalla Francia, la repressione degli elementi contrari con le condanne emanate dal concistoro, fecero di Ginevra la fortezza meglio organizzata del protestantesimo in Europa.
4. L'Accademia ginevrina (1559). - Tra le opere fondate da C. meritamente va ricordata la prima vera università protestante di carattere internazionale sia nei docenti che nei discenti, ossia l'Accademia ginevrina, destinata ad irradiare e perpetuare l'opera sua, di cui fu primo rettore Teodoro di Bèze (Leges Academ. Genev. Promulgatio, Ginevra 1559).
Già nel 1365 si era parlato di fondare una Università a Ginevra, ma la concessione fatta da Carlo IV era stata revocata; il papa Martino V aveva data un'altra carta di
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fondazione nel 1418; ed era sorto cosi un collegio, sostituito poi nel 1536 dal "Collège de Rive" detto la "Grande Eschole". C. l'amplió e la fece divenire una vera università. I primi lettori pubblici della nuova accademia furono Chevalier, Bérault e Tagaut, che diedero una nota di classicità. Già nel 1560 usciva la prima pubblicazione, una grammatica ebraica dello Chevalier, seguita nello stesso anno da una versione latina di Appiano d'Alessandria fatta dal Bérault. Quanto a Giovanni Tagaut, compose un poema latino Protrepicea ad Hierapalis in onore della città santa (Gineves), in cui i fuggitivi protestanti d'Europa trovavano asilo, dedicandolo al popolo ed al senato. C. godette di quegli inizi promettenti per la sua causa. Nel 1456 gli studenti erano già saliti a 1500 .
5. Ultimi anni e morte (1559-64). - L'ultimo periodo di vita del riformatore fu caratterizzato da sofferenze fisiche e morali e da attività estenuante per la diffusione del protestantesimo. Già nel 1558 C . aveva avuto un attacco di pleurite ed aveva cominciato a sputare sangue.
Dal 1560 si erano aggiunti altri mali, come calcoli, gotta ed ulcere, sicché all'inizio del 1563 fu costretto quasi continuamente al letto, non trascurando tuttavia di scrivere e dettare, ed anche, quando gli era consentito, di predicare. In questo tempo compose il Commentarius in quatuor libros Mosis, in formam harmonice Digestus (1563) e i commenti ai libri di Geremia, completando infine le sue esegesi con il commento di Giomiè. Divenuto tubercolotico, non si alzò più. Il 2 apr. 1564, giorno di Pasqua, fu portato al tempio per ricevere l'ultima volta la cena, ed il 5 fece il suo testamento. Non si era arricchito nel governo, ed il suo patrimonio era modesto, di sole 200 corone. Le ultime raccomandazioni fatte ai magistrati ed ai pastori, divulgate dai ministri suoi fautori, hanno un carattere di autopanegirico. Il novatore avrebbe assicurato di avere insegnato la parola di Dio senza errori, e li avrebbe esortati a ringraziare Dio dei pericoli da cui la sua azione li aveva liberati. Aggiungeva l'avvertimento di non fare cambiamenti ed innovazioni, perché tutti i cambiamenti erano pericolosi e spesso nocivi (ibid., XXI, p. 100), contraddicendo con queste parole alla propria condotta, che era stata tutta d'innovazione rispetto alla fede precedente. Ai magistrati raccomandò l'amministrazione della giustizia con equità e moderszione, ringraziandoli di averlo sopportato cosi spesso. Il frasario è uno strano composto di espressioni pie, umili e devote, con un grande ed alto concetto di sé. Negli ultimi giorni pregò molto e chiese perdono a Dio. La sera del 27 maggio 1564 C. moriva: aveva cinquantacinque anni. Il di seguente fu seppellito a Plato Palais, senza che alcuna lapide, secondo il suo desiderio, indicasse il luogo della sepoltura (ibid., XXI, p. 106) di maniera che ancor oggi le sue ossa sono introvabili. La sua morte non fu pianta. Egli stesso, prima di morire, disse nel suo messaggio alla Chiesa di Berna: «Mi hanno temuto più di quanto mi abbiano amato !». Beza, nominato da lui suo successore, ne fece il panegirico, dicendo che con la sua morte "splendida lux nobis erepta est" (ibid., XXII, p. 168) e il Colladon scrisse che quel giorno «la più gran luce del mondo era stata assunta in cielo" (ibid., XXII, p. 105). Ma il sistema di repressioni usato ed il carattere "chagrin et difficile" fecero maledire C. da molti. I suoi nemici sparsero la voce che gli ultimi momenti del novatore erano stati sotto la maledizione di Dio, che sarebbe morto disperato, e che un certo Harennius, sgusciato nella sua camera, avrebbe sollevato il drappo che
ne copriva il cadavere, scoprendo i segni di una malattia vergognosa. Dicerie che hanno tutti i caratteri della leggenda calunniosa, ma che indicano la mentalità dell'epoca e l'animosità di non pochi Ginevrini.
II. Gli scritti. - Dell'immenso lavoro sostenuto da C. come insegnante, predicatore e scrittore, sono rimasti manoscritti più di 2200 sermoni, e un centinaio di opere, non solo esegetiche, ma dottrinali, polemiche, apologetiche, liturgiche, omiletiche, letterarie a cui si devono aggiungere le lettere, i pareri o responsi e persino un epinicio a Cristo.
La migliore edizione antica delle opere latine di C. è quella fatta ad Amsterdam nel 1671 in 9 voll.; ma già ne circolava un'altro in 7 voll. edita a Ginevra nel 1617 ed anni seguenti. Una grande parte di queste opere venne tradotta in francese ed inglese. Tra queste edizioni è nota la raccolta Oeuvres en frangois de 7. Calvin, recueillies pour la première fois. Présédées de sa vie par Théod. de Bèze, et d'une notice bibliographique par P. L. Jacob, bibliophile (Parigi 1842) e le traduzioni a cura della "Calvin Translation Society", fatte da Henry Beveridge (Edimburgo 1845-51).
Una buona edizione critica si trova nel Corpus Reformatorum con il titolo Ioannis Calvinis opera quae supersunt omnia 159 voll., Brunswick e Berlino 1863-1900), iniziata da J. W. Baum, E. Cunitz ed E. Reuss, ed ultimata da Lobstein ed Erichson. L'elenco degli scritti principali di C. si può leggere nella Cyclopædia Bibliographica di J. Darling (Londra 1854, coll. 554-56). La traduzione più recente in francese della Institutio è quella edita in 4 voll. da J. Pannier (Parigi 1936).
III. La dottrina. - Il termine "calvinismo" serve a denominare l'insieme della dottrina teologica eterodossa propria delle Chiese Riformate che s'ispirano alla scuola di C. Tale dottrina è imperniata intorno ad una interpretazione particolare della predestinazione divina, ad una concezione peculiare della vita morale e sociale, e ad una conseguente forma propria del culto e del sistema politico.
Cronologicamente il calvinismo appare dopo il luteranesimo ed il suinglianesimo, e dialetticamente tende a superarli, ma senza escluderne le direttive, che cerca di fondere in una superunità, a cui dà un carattere proprio ed originale. Calvinismo e luteranesimo si congiungono e press'a poco s'identificano nella dottrina della giustificazione gratuita, della imputazione dei meriti di Cristo e nella fede fiduciade, come nella negazione della effettiva transustanziazione, del sacrificio eucaristico e dei sette Sacramenti, ridotti solo a due, differenziandosi poi nelle interpretazioni particolari, nelle quali, soprattutto riguardo ai Sacramenti, il calvinismo si ispira alla dottrina suingliana, pur trascendendola.
Tutti e tre i sistemi sostengono l'unicità della Bibbia come norma di fede. La S. Scrittura, ispirata da Dio, sarebbe l'unico criterio infallibile, il fondamento e la norma di quanto si deve credere ed operare. Ma mentre luteranesimo e suinglianesimo passano all'interpretazione precisa della Scrittura sotto l'influsso dello Spirito, C. è più rigido e non ammette il libero esame. L'oggettività della Rivelazione, avendo Dio ispiratore diretto della Bibbia, suppone la verità già contenuta in essa; questa deve essere scoperta sotto la lettera (cf. Inst., cap. I, 20-21). Solo i predestinati arrivano a capirne if senso profondo, perché vien loro suggerito, attraverso lo Spirito Santo, dalla coscienza. Tuttavia il calvinismo si connette nuovamente con le altre due concezioni, quando rigetta il Magistero vivo della Chiesa, la supremazia del Papa, il valore della Tradizione e dei Concili, e quando nega alla Chiesa Cattolica l'autorità d'interpretare e giudicare del vero senso delle S. Scritture (Inst., cap. I, 21-35).
I capi di dottrina più particolarmente propri del calvinismo, si possono ricavare dall'opera Institutio Christianae Religionis, pubblicata da C. a Basilea nel
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1336, nella quale fissò i propri principi. Questi negli anni ulteriori non furono sottoposti a nuovi svolgimenti, ma piuttosto a ritocchi, approfondimenti e chiarimenti. C. si dimostrò sempre poco disposto a correggere o a rivedere le proprie idee, e fin dall'inizio della sua apostasia ebbe il suo sistema già completato quasi in tutti i particolari.
Difatti l'Institutio divenne il fondamento della credenza religiosa di Ginevra eppoi del calvinismo, e fu considerata dai Ginevrini quasi come una seconda Bibbia. Il conciatore ne proclamò "santa» la dottrina, interdicendo a chiunque di parlarne in senso contrario. Anche C. diceva che era più opera di Dio che non sua. E realmente quest'opera per quella parte che conserva della verità rivelata ossia dell'antica fede nella enunciazione di alcuni punti della religione cattolica conglobati con gli errori, ha aspetti di profonda spiritualità ed altissima religiosità, che sono precisamente quelli che attirano le anime e le menti, disgraziatamente sviate poi in conclusioni verticali dalle aggiunte, interpretazioni o negazioni di C. Gli argomenti trattati si possono desumere dai ventuno capitoli dell'opera (nella presente esposizione ci si riferisce all'edizione del 1333 a cura di R. S. Oliva). Nei primi due capitoli C. tratta della cognizione di Dio e della cognizione dell'uomo, fondamento della religione (cap. I-II). Nel terzo e quarto della legge e dei voti (cap. III-IV). Indi della Fede e del Simbolo Apostolico (cap. V-VIII), della penitenza (cap. IX), della giustificazione mediante la fede e del merito delle buone opere (cap. X), delle somiglianze e differenze tra il Vecchio ed il Nuovo Testamento (cap. XI), della libertà cristiana (cap. XII), delle Tradizioni umane (cap. XIII), della predestinazione e provvidenza di Dio (cap. XIV), dellorazione (cap. XV), dei Sacramenti in genere (cap. XVI), del Battesimo e della Cena (capp. XVII, XVIII), degli altri cinque Sacramenti che dice falsi (cap. XIX), della civile amministrazione (cap. XX), terminando con le norme di una vita cristiana (cap. XXI). Gli stessi temi ritornano più concisamente nel Catechismus Ecclesiae Genevensis, ossia nella formula per erudire i fanciulli, che il riformatore inculcava ai ministri, anche esteri, per ridurre all'unità della fede i suoi adepti.
Da queste fonti risultano chiari i cardini della dottrina calvinistica.
1. La seccanità assoluta di Dio, la giustificazione e la predestinazione. - Ogni vera sapienza, dice C., consiste nella conoscenza di Dio e di noi stessi. Iddio può conoscersi innanzi tutto dallo spettacolo del creato nelle sue manifestazioni e dalle provvidenza che lo governa. In secondo luogo dalla S. Scrittura ed infine dalla testimonianza interiore dello Spirito Santo. La conoscenza che cosi si ritrae di Dio deve portare l'uomo al timore ed alla riverenza di Dio ed a fargli comprendere che in Lui bisogna cercare ogni bene e che a Lui si deve ogni riconoscenza. Essa non solo gli fa conoscere l'amore, la pazienza e la clemenza di Dio verso gli uomini, ma anche il rigore della sua vendetta contro i peccatori, e perciò l'uomo deve essere indotto a volere servire Iddio, e ad onorarlo con l'innocenza della vita e l'ubbidienza non finta, e a riposare in tutto sulla sua bontà (cf. Inst., cap. I, 1-7). La sua conoscenza deve portarlo all'umiltà, perché la natura umana, creata a somiglianza ed immagine di Dio in Adamo, è per il peccato originale totalmente viziata e corrotta, sicché il peccato originale che passa di padre in figlio non è solamente la destituzione da tutti i beni, ma è una contaminazione che ha reso la natura umana fertile in ogni specie di male. Lo stesso libero arbitrio è guastato, per il che, praticamente, se non si è rigenerati da Dio, si sceglie da parte degli uomini soltanto fra il male. In breve la corruzione è tale che l'uomo è da parte sua totalmente incapace d'ogni bene
ed incline al male completo. A questa debolezza della volontà umana Dio porge aiuto con la sua Grazia; ed il volere il bene, viene dalla grazia. Dio promuove nell'uomo l'obbedienza alla legge, e nulla vi è di buono nell'uomo. La salvezza è opera di Dio solo in tutto. Dio è l'Assoluto, intelligenza e volontà incomprensibile, inaccessibile, legislatrice, sovrana, onnipotente, da cui l'uomo ha la dipendenza totale, perché il mondo del finito è fin dal principio contenuto nell'Infinito, che ne contiene anche la libertà. C. parla con equivocazione teologica e già ha fatto asserzioni contrarie alla verità rivelata e trasmessa dalla Chiesa Cattolica. Nella logica dell'errore C. procede. Dio "assoluta autonomia" è Dio vivente; agisce, respinge ed accetta, danna e salva; e cerca la propria gloria, disponendo degli uomini con assoluta libertà, nella duplice predestinazione alla fede, alla Grazia ed alla beatitudine, o alla infedeltà ed alla dannazione. La salvezza proviene da Dio e si ha mediante la fede, con l'applicazione della redenzione di Gesù Cristo. Tale fede è una completa fiducia in Dio, per cui il predestinato non pone la sua fiducia nella osservanza della Legge o nella propria giustizia, perché allora nessuno può essere ritenuto giusto, "ma posto da parte ogni pensiero delle opere ", che pure deve osservare, si rivolge ad abbracciare "soltanto la misericordia di Dio, ed allontanato lo sguardo da sé, lo rivolge al solo Cristo" (Inst., cap. XII, 2).
La legge infatti ha come ufficio "di insegnare, stimolare ed esortare al bene ", che però di fatto l'uomo non compie mai completamente, sicché la vera questione non è "come siamo giusti, ma come, pur essendo ingiusti ed indegni, siani ritenuti giusti" (ibid.). Il rimedio è in Cristo, nel quale liberalmente Iddio ha posto "ogni felicità per la nostra miseria, ed ogni ricchezza per la nostra inopia; in cui ci apre i suoi celesti tesori, sicché tutta la nostra fede deve guardare a Lui, da Lui deve dipendere ogni nostra aspettazione, in Lui deve fissarsi e riposare ogni nostra speranza" (Inst., cap. XV, 1). Il peccatore della fede deve passare alla penitenza, la quale ha due parti : «la mortificazione e la vivificazione" (ibid., cap. IX, 2): la prima è "il dolore ed il terrore dell'anima concepito dalla cognizione del peccato e dal senso del giudizio di Dio { }ⁿ." Quando uno è condotto a una vera conoscenza del peccato, allora incomincia veramente ad odiare e ad esecrare il peccato; dispiace sinceramente a se stesso; si confessa misero e perduto, e desidera essere diverso. Se con ciò vien toccato da qualche sentimento del giudizio di Dio, allora giace percosso e costernato, trema umiliato ed abbattuto, si scoraggia e dispera. Questa è la prima parte della penitenza...; la vivificazione è la consolazione che nasce dalla fede, quando cioè l'uomo, prostrato dalla coscienza del peccato, e percosso dal timore di Dio, rivolgendosi alla bontà di Dio, alla misericordia, grazia, salvezza, che è per mezzo di Cristo, si solleva, respira, riprende animo e quasi da morte ritorna in vita" (ibid., cap. IX, 2) C., riportando questa dottrina, la completa e la compendia in queste parole: «la penitenza è la vera conversione della nostra vita in Dio, originata da un sincero e serio timore di Dio, che consta della mortificazione della nostra carne e del vecchio uomo, e della vivificazione dello Spirito" (ibid., cap. IX, 4); mediante essa il predestinato depone le azioni malvage, mortifica le passioni, e tende alla vera giustizia, mentre con la fiducia nella misericordia di Dio, intima e personale, ha la certezza che le promesse di misericordia fatte dal Signore sono verificate in lui e questa sicurezza gli dà la pace. Iddio lo ritiene giusto, imputandogli non i suoi peccati, ma i meriti di Cristo. La sola fede salva e non le opere (ibid., cap. X, 2). Questa fede non ha origine dall'uomo, ma è opera dello Spirito, ed è un dono gratuito dato da Dio ai suoi eletti. L'elezione ad avere questa fede salvifica, che caratterizza gli eletti, dipende solamente da
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Dio, che la fa indipendentemente da ogni prescienza dei meriti umani (ibid., cap. XIV, 6); tutta la salvezza dipende esclusivamente da Dio. Egli predetermina con decreto assoluto ciò che Egli vuole sia fatto con ogni uomo, sicché per qualcuno è preordinata la vita eterna, per altri l'eterna dannazione: salvati o perduti, indipendentemente da ogni altra cosa che non sia la sovrana volontà di Dio. La storia non sarà che lo sviluppo di un piano divino prestabilito immutabilmente, nel quale l'uomo agirà per manifestare la gloria di Dio.
C. corrompe il senso dei testi paolini (Eph. 1, 4; Col. 1, 12; I Tim. 1, 9; Rom. 9, 11, ed altri) per sostenere la sua orribile sentenza della predestinazione alla dannazione, ed impugnerà la dottrina di Ambrogio, Origene, Gerolamo e di tutta la tradizione cattolica che insegna altrimenti (ibid., cap. XIV, 5-14).
Questa predestinazione "antecedente» di alcuni alla dannazione eterna è uno dei punti più caratteristici degli errori calviniani. Egli stesso ne avverte lo stridore, e ciò nonostante ripetutamente lo afferma: "alii ad salutem, alii ad damnationem praedestinantur" (ibid., cap. XIV, 1). E quantunque ricordi che è "un'audacia ed improbità il voler penetrare nei segreti di Dio, che sono «un labirinto, da cui uno non troverà uscita" (ibid.), osa affermare che tale dottrina è stata da Dio rivelata con la sua Parola (ibid.). Egli avverte subito la difficoltà sorgente in molte menti: che allora non vale la pena di darsi alle buone opere, perché «se Dio con eterno ed immutabile decreto ha fissato o la vita o la morte... e se con le proprie opere non si può far nulla per cambiare la propria sorte "è meglio precipitarsi in ogni voluttà e passione (ibid., cap. XIV, 22). C. chiama coloro che ragionano cosi "porci che con queste impure bestemmie sporcano la dottrina della predestinazione" (ibid., cap. XIV, 22). Ma è certo che la maniera ereticale con cui egli presenta il sublime mistero della predestinazione, corrompendone tutto il contenuto, porta logicamente alla disperazione ed alle conseguenze più folli.
C. inoltre non sa evidentemente dare una ragione perché Dio sia misericordioso coi suoi eletti, se non che a Lui così piace, ed altrettanto in merito della riprovazione degli altri, per la quale non trova altra spiegazione se non la volontà di Dio che vuole illustrare cosi "la sua gloria nella loro dannazione». Egli che si è formato abusivamente questo falso concetto della predestinazione è condotto a confessarlo decretum horribile (Comm. Ep. ad Rom., IX, 14) ed inesplicabile. Eppure non rifuge da spiegazioni ancora più orribili, dicendo che onde i reprobi possano precipitare al loro destino, sono privati da Dio dell'opportunità di udire la sacra parola, o vengono induriti mediante la stessa predicazione, facendo che siano ciechi e sordi. Ma qualunque cosa dev'essere ritenuta giusta perché Dio la vuole cosi. Con ciò C. va contro alla soave dottrina rivelata da Dio ed insegnota dalla Chiesa Cattolica che Dio vuole la salvezza di tutti gli uomini, anche dopo il peccato originale, avendo dato il suo Figliuolo diletto a salvezza di tutti (cf. Io. 3, 16; II Cor. 5, 15; I Tim. 2, 1-6), e che si raccoglierà quel che si è seminato, sicché colui che semina nella sua carne, dalla carne mieterà corruzione, chi semina nello spirito, dallo spirito mieterà vita eterna (cf. Col. 6, 8). Non è riprovato se non colui che liberamente peccando ha rigettato i mezzi di salvezza offertigli dalla divina Bontà; perché alla salvezza concorrono non solo l'efficacia della Grazia ma l'esercizio della libera cooperazione degli uomini. C. invece, come in generale gli eretici, abbandonando l'insegnamento della Ch