volume-03

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llo spirito mieterà vita eterna (cf. Col. 6, 8). Non è riprovato se non colui che liberamente peccando ha rigettato i mezzi di salvezza offertigli dalla divina Bontà; perché alla salvezza concorrono non solo l'efficacia della Grazia ma l'esercizio della libera cooperazione degli uomini. C. invece, come in generale gli eretici, abbandonando l'insegnamento della Chiesa alla quale soltanto Gesù Cristo ha promesso l'infallibile assistenza dello Spirito Santo dimentica le definizioni dei Concili, particolarmente di quelli d'Orange (s. 529) e di Valence (a. 855) e la dottrina dei Padri, secondo la quale "nessuno è predestinato al male" (Denz-U, 160, 200, 300, 316, 321 ecc.) ma come "nessuno si salva contro la sua volontà", cosi, chi perisce "è dannato per merito della sua propria iniquità" (ibid, 200, 316, 318). La volontà di Dio infatti, benché sovrana, è anche santa, giusta ed amorosa, *e non può dannare alcuno senza che vi sia merito da parte sua" (s. Agostino, Cont. Iul., III, 35). Il Concilio di

Trento (1545-63) riprenderà la questione, precisando la dottrina cattolica sulla giustificazione e sulla predestinazione, e condannando come eresic gli errori dei novatori, e quelli di C. (Sess. VI, capp. 1-16; Dena-U, pp. 793-810 coi relativi canoni, ibid., pp. 811-43).

La reazione alla dottrina calvinista non fu però soltanto da parte cattolica, ma da parte degli stessi protestanti, fra cui Gerolamo Bolsec; ed in seguito Arminio, che volle rivendicare la libertà e la responsabilità umana, insegnando che la ereditata tendenza al reale non ha soppresso il libero arbitrio, e che Iddio viene in aiuto a tutti con la "Grazia preveniente». Gli arminiani cercarono di avvicinarsi alla dottrina cattolica, pur restando nell'errore, e di fatto combatterono talmente le teorie calvinistiche contro la predestinazione, che ogni setta che a loro esempio non segue le teorie di C. in questo punto, viene oggi chiamata arminiann. Altri arminiani sostannero che la reprobazione divina non era portata che in previsione del peccato originale (postlapsari), mentre i gomaristi la dichiaravano assoluta ed antecedente alla previsione d'agni peccato (antelapsari). C. completo poi la sua teoria con la dottrina della "Grazia irresistibile" per gli eletti che opera infallibilmente per virtù intrinseca gli atti salutari ed a cui non si può resistere, e della certezza che l'eletto deve avere della sua perseveranza. Insegno pure che i peccati non tolgono la predestinazione.
2. I Sacramenti. - Secondo C. i Sacramenti sono puri segni esteriori istituiti da Gesù Cristo per confortare la debolezza della fede e coi quali i fedeli testimoniano a loro volta innanzi agli altri la loro pietà verso Dio. In altre parole sono dei simboli con i quali il Signore conferma le promesse della sua benevolenza alla coscienza umana (Inst., cap. XVI, 1). Essi non sono segni efficaci della Grazia, come invece insegnano i papisti, né vi è differenza tra quelli dell'antica e della nuova Legge (ibid., cap. XVI, 22). A misura della fede con cui si ricevono, essi conservano, fomentano ed accrescono la conoscenza di Cristo, e fanno possedere e gustare di più le ricchezze di lui (Inst., cap. XVI, 16). C. è molto vago e si stacca molto dalla teologia cattolica, secondo la quale i Sacramenti conferiscono realmentela Grazia a chiunque li riceva debitamente (Conc. trid., Sess. VII). C. ammette soltanto due Sacramenti : il Battesimo e la Cena. Il Battesimo serve a rafforzare ed accrescere la fede; è un distintivo dei cristiani, ed è «una specie di diploma che assicura che i peccati sono cancellati in maniera da non venir più ricordati né imputati al cospetto di Dio" (Inst., cap. XVII, 1). Esso si conferisce una volta sola, ma la sua efficacia si estende non solo al passato, ma a tutta la vita. Infatti il Battesimo ricevuto è una testimonianza che già è stata applicata la redenzione di Cristo, e quindi, tutte le volte che non cade in peccato deve ricordarsi del Battesimo e con ciò confermarsi nella fede, mediante la quale è sempre certo ed assicurato della remissione dei peccati: "Chi crederà e sarà battezzato, questi sarà salvo " dice C., applicando in questo senso le parole di Marco ( 16,16 ) e negando perciò un ulteriore sacramento della Penitenza o della Confessione (ibid., cap. XVII, 4).

Quanto al Battesimo del Battista era lo stesso ministero di quello affidato poi agli Apostoli, né vi è differenza tra i due riti (ibid., cap. XVII, 7). Né si deve considerare il valore del Battesimo dalla mano di chi lo amministra, ma dalla mano di Dio, da cui è provenuto (ibid., cap. XVII, 16). La circoncisione era diversa dal Battesimo soltanto come cerimonia, mad ella stessa efficacia interiore (ibid., cap. XVII, 22), e come quella cosi esso deve darsi anche ai fanciulli (ibid., cap. XVII, 23-31). La Cena è invece "il banchetto spirituale, nel quale Cristo si è detto pane vivifico, e col quale pasce le anime per la beata immortalità. I segni sono il pane ed il vino, che vengono santi-

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ficati nel corpo e sangue di Cristo, onde ne rappresentino l'invisibile comunione" (ibid., cap. XVIII, 1). C. nega la transustanziazione (ivi, 6) e la presenza reale di Cristo, ma ammette una presenza spirituale e dinamica (virtuale); il "com" se Cristo stesso si mostrasse presente e si lasciasse toccare da noi" (ibid., cap. XVIII, 3). Tutte le parole dette da Cristo nella istituzione o nella promessa dell'Eucaristia sono interpretate da C. in senso tropico e simbolico (ibid., cap. XVIII, 7 sgg.). C. non ammette il Sacrificio Eucaristico, ma dichiara utile la Cens, certo entrambe le specie, come memoriale di Cristo, simbolo suo che viene ad accrescere la fede e l'unione di carità tra i fedeli, e perché questi nella Comunione ricevono "per la fede", la virtù ed i benefici del Sacrificio della Croce. Sicché è conveniente ricevere la Comunione frequentemente e non solo una volta all'anno (ibid., cap. XVIII, 41-43), e sotto entrambe le specie (ivi, 4549). C. nega poi gli altri cinque Sacramenti della Cresima, Penitenza, Estrema Unzione, Ordine e Matrimonio, cercando polemicamente contro i papisti, che spesso dileggia, di dimostrare che quelli o sono di origine puramente ecclesiastica o furono da Cristo istituiti in altro senso da quello attribuito loro dalla Chiesa (ibid., cap. XIX).

Anche in questa parte il miscuglio di errori e di verità proviene dal fatto che C., come gli altri novatori, si è fidato troppo del proprio senso nell'interpretazione dei S. Testi, allontanandosi ed abbandonando l'insegnamento tradizionale della Chiesa.

Giustamente pertanto il celebre domenicano p. Ambrogio Caterino all'inizio della III Sessione del Concilio di Trento (4 febbr. 1546) nell'orazione tenuta accennò esplicitamente alla necessità dell'unione col Papa, di guardare a Pietro, che secondo la parola del Signore conferma i suoi fratelli (Concilium Tridentinum, ed. Goerresiana, Friburgo in Br. [Sigla CT], IV, 585). Il Concilio di Trento perciò nella sua azione per l'estirpazione delle eresie, che era uno dei fini principali per cui fu convocato (CT, IV, 548), non tralasciò di promulgare due decreti preliminari De canonicis Scripturis e circa obusus ex Scripturis provenientes, che avevano di mira lo stabilimento della verità negata da C., ossia che la regola, la norma, ed il criterio per dirigere la propria vita, quale appariva dai S. Testi non era la sola Scrittura, ma il giudizio della Chiesa per mezzo sia della Scrittura sia delle tradizioni apostoliche. Infatti Gesù Cristo, nel lasciare costituita la sua Chiesa, prima di ascendere al cielo, disse agli Apostoli di andare in tutto il mondo a bandire il suo Vangelo (Mt. 28, 19) servendosi della predicazione : "Andate per tutto il mondo, predicate l'Evangelo ad ogni creatura... ". E difatti gli Apostoli andarono a predicare da per tutto con l'assistenza del Signore, il quale confermava la loro parola con i miracoli... (Mc. 16, 19-20). Sicché la prima annunciazione del Vangelo non fu fatta con gli scritti, ma con la parola. E gli Apostoli, dei quali molti non scrissero nulla, ed i loro successori, erano custodi gelosi della verità e vigilavano attentamente perché non s'infiltrassero errori nell'insegnamento, come consta da quanto narrano i padri apostolici ed apologeti della loro pronta resistenza ovunque apparvero tentativi di introdurre mutazioni nel deposito della Sacra Rivelazione. Quindi la S. Scrittura non era l'unico criterio di verità; Gesù promise la sua assistenza indefettibile e quella dello Spirito Santo alla Chiesa docente sicché essa e non l'interpretazione privata dei singoli restasse "la colonna e la fermezza della verità" (I Tinc. 3, 15) e nel consegnare a s. Pietro "le chiavi del regno dei cieli" e dandogli l'incarico di pascere le sue pecore ed i suoi agnelli (Is. 21, 15), promise che su di lui avrebbe edificato la sua chiesa contro la quale non avrebbero prevalso le porte dell'inferno (Mt. 16, 18), tutte promesse che assicurano che la verità del messaggio divino si sarebbe conservato incorrotta, e senza inquinazioni di felicità, nella "Chiesa col suo capo visibile». Perciò il Concilio a frenare la presunzione di quelli che, fidandosi del proprio senso, interpretavano la S. Scrittura a proprio talento, facendole dire anche quello che era una loro pura immaginazione, richiamava alla memoria tale verità, ribadendo che per ciò che riguardava il senso e la vera inter-
pretazione della S. Scrittura - l'unica interprete legittima era la Chiesa sola, come colei a cui da Cristo era stato affidato l'insegnamento e la trasmissione incorrotta della verità "fino alla consumazione dei secoli" e che conseguentemente veniva riprovata l'interpretazione privata della S. Scrittura che andasse contro al senso unanime dei SS. Padri" (CT, V, 91-92).

Nelle sessioni successive furono approvati dopo lunghe congregazioni di studio i decreti dogmatici che definivano chiaramente la dottrina sui sette Sacramenti istituiti da Gesù Cristo nel senso genuino tramandato dalla tradizione apostolica; e cioè del Battesimo e Confermazione (Sess. VII: CT, V, 994 sgg.), dell'Eucaristia come sacramento (Sess. XIII, XXI) e come sacrificio (Sess. XXII: CT, VIII, 959-62); della Penitenza ad Estrema Unzione (Sess. XIV: Denz-U, 894-906, 907-10); dell'Ordine (Sess. XXIII: CT, IX, 620-22), e del Matrimonio (Sess. XXIV: CT, IX, 965-68). Essi nella loro splendida enunciazione ed esatta formulazione divenivano la più oggettiva e limpida condanna della dottrina sacramentaria calvinista.
3. Morale, Chiesa e culto. - C. giustamente distingue tra la morale di un semplice filosofo e quella di un cristiano, e conformemente all'insegnamento cattolico inculca l'amore alla vera giustizia. Ad essa l'uomo non è inclinato per natura, ma richiamato ripetutamente da Dio nella Scrittura, perché Iddio è santo, e l'unione con Lui suppone la santificazione; non potendo Iddio unirsi con chi vive nell'iniquità e nell'immondezza (Inst., cap. XXI, 1-2). Inoltre, Iddio Padre ha presentato Cristo come esemplare, secondo il quale debbono gli uomini modellarsi. Essi sono chiamati ad essere figli di Dio, sono stati purificati nel Battesimo e sarebbe una somma ingratitudine e sconvenienza da parte loro, se non tendessero alla purità di vita, tanto più che sono templi di Dio e chiamati all'eterna gloria (ibid., cap. XXI, 3-4). C. collima in questo con l'insegnamento tradizionale della Chiesa ed ha pagine bellissime, soprattutto là dove dimostra che per raggiungere questo fine Iddio ha data la sua legge dei dieci Comandamenti, la quale dirige l'uomo nella virtù, e che secondo questa legge l'uomo deve operare per dare gloria a Dio, ricordando che non appartiene a se stesso, ma è cosa di Dio (ibid., cap. XXI, 6). La legge del Signore porta a domare i vizi e le passioni, ad esercitare la carità disinteressata verso il prossimo, amandolo secondo Dio ed i precetti dell'Apostolo (I Cor. 13, 4), e tutte le altre virtù che Cristo ha insegnato; il che non avviene senza mortificazione ed abnegazione (Inst., cap. XXI, 9-13). L'abnegazione deve condurre anche all'abbandono e alla rassegnazione totale a Dio, in tutto quanto Egli vuole disporre circa la vita di ciascuno, ed all'accettazione paziente delle croci che i veri discepoli di Cristo hanno da portare, i cui fini sono da C. illustrati con molta sapienza (ibid. cap. XXI, 14-17). Bisogna essere pronti a lottare per la difesa della giustizia, a sostenere per motivo di essa anche ignominie e calamità, sempre mirando alla pazienza cristiana e non alla terra, ma all'eternità beata (ibid., cap. XXI, 27).

Ciò nonostante anche la vita di quaggiù, per quanto piena di miserie, è da considerarsi per gli eletti tra le benedizioni di Dio, e l'uomo deve renderne grazie al Signore. La vita terrena infatti è ricolma dei benefici di Dio che ne dimostrano l'infinita bontà, ed accendono nell'anima il desiderio di gustare meglio Iddio nell'al di là (ibid., cap. XXI, 28-29). Quindi non bisogna temere troppo la morte, tanto più che con la resurrezione il predestinato godrà eternamente. Quanto all'uso dei beni della terra, la regola deve essere la moderazione, staccandone il cuore, e servendosene in bene. C. ammette pure diverse

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vocazioni negli uomini, cui ciascuno deve corrispondere, sapendo che sono state stabilite da Dio per il bene comune e di ciascuno, sicché ognuno nell'adempiere al proprio compito, non solo piace a Dio, ma ha pace (ibid., cap. XXI, 30-36). Questo complesso di dottrina è sostanzialmente comune ad ogni confessione cristiana. C. vi aggiunge però di proprio, qua e là, qualche asserzione erronea; cosi quando afferma che la concupiscenza è già in se stessa peccato; che tutte le azioni, anche dei giusti, sono inquinati dalla colpa e che l'uomo, finché non è rinato per opera dello Spirito Santo, non può fare altro che peccare; che il cristiano deve scrupolosamente osservare la legge di Dio per renderglisi accetto, ma senza attendere dalle opere buone compiute alcun merito, ché non ne posseggono alcuno; che non c'è differenza tra peccati mortali e veniali, essendo tutti ugualmente trasgressione della volontà di Dio; che continua ad esistere la legge dalVecchio Testamento, abolita da Cristo soltanto nella parte cerimoniale. C. fa anche dei commenti erronci sul tenore dei singoli Comandamenti, come ad es. nel secondo, circa il culto delle immagini sacre, in cui travisa la dottrina cattolica. Senza che dimentichiamo l'errore fondamentale della Grazia irresistibile per gli eletti, che non essendo a disposizione degli altri, tronca lo slancio al bene, di chi pensa di non essere annoverato tra quelli.

Quanto alla società dei predestinati, essa costituisce la Chiesa invisibile e la comunione dei Santi. Ad essa appartengono quelli che hanno la fede intesa nel senso calvinista e soltanto essi. Questa Chiesa è una, santa e cattolica (Catech. Eccl. Genev.: de Fide). Esiste anche una Chiesa visibile, composta dalle singole Chiese locali in cui venga predicata la parola di Dio e siano amministrati i Sacramenti in conformità di questa (Inst., cap. VIII, 8). Dove la parola di Dio è violata e l'amministrazione dei Sacramenti è corrotta, la Chiesa visibile cessa di esistere. C. combatte la Chiesa Romana ed il Papato. Il Papa né è vescovo, né vicario di Cristo, né successore di Pietro, né capo della Chiesa (ibid., cap. VIII, 129), ammette invece una gerarchia con Ministri di istituzione divina, ma non nel senso cattolico, essendo il sacerdozio antico trasferito in Cristo solo (ibid., cap. XXIX); ammette pure un sacerdozio universale di tutti i fedeli, il cui sacrificio è la lode di Dio (ibid., cap. VII, 5).

Le singole chiese sono rette dai Ministri o Pastori, coadiuvati dai dottori, anziani e diaconi (laici); i Ministri sono tutti eguali fra di loro (ibid., cap. IV, 9). In ogni tempio si deve predicare la divina parola ed esercitare il culto, che consiste soprattutto nella Cena e nel canto sacro e nell'orazione. Nella seconda edizione della Justitutio, C. tratta molto dell'orazione, e risente l'influsso cattolico. Il rituale ufficiale che organizza la liturgia nei templi calvinisti è intitolato: Prontuario di Pregliere e di Canti Ecclesiastici, col modo di amministrare i Sacramenti e di consacrare il Matrimonio secondo l'usanza dell'Antica Chiesa (Ginevra 1542). C. si è ispirato in esso ai modelli adottati da Lutero e da Zwingli, ed alla ordinanza Strasburghese del 1539, di cui si era avvalso durante la sua permanenza in quella città; né tralasciò alcune forme della liturgia cattolica come la confessione dei peccati sul tipo del "Confiteor" prima della Comunione, la recita del Credo o Simbolo dopo il Sermone, la benedizione finale.

Ne risultò una prassi cultuale che il riformatore cercò di rendere sempre più degna. Nella sua forma definitiva, entrò nell'officiatura anche il canto dei Salmi con magnifici corali. C. aveva il senso dell'arte e della musica, ed aveva compreso l'importanza che esse hanno per toccare i cuori umani e trasportarli a Dio, quando sono convenientemente usate.

Per ciò che riguarda la concezione calvinista del sistema politico e dei suoi rapporti con la Chiesa essa riposa su questi principi : lo Stato è necessario e d'istituzione divina; sua attribuzione è la prospe-
rità temporale dei cittadini in subordinazione al suo bene spirituale e quindi dipendentemente dalla Chiesa. Esso deve perciò coltivare e mantenere il culto esterno di Dio, difendere la religione e la Costituzione della Chiesa. E ufficio dei magistrati proteggere il sacro ministero e cosi rimuovere ogni idolatria e falso culto, distruggere il regno dell'Anticristo e promuovere quello di Cristo. Lo Stato calvinista è il braccio secolare della Chiesa riformata. I due poteri sono concepiti nella teosrazia calviniana nei rapporti di "potere supremo" della Chiesa e di "dovere di dipendenza" dello Stato (Inst., cap. VIII, 17071; cap. XX, 4-28). Tale concezione favori il sorgere di Chiese Nazionali o di Stati-Chiesa di contro alla supernazionalità propria del Cattolicesimo.

Le dottrine calviniste si propagarono da Ginevra con incredibile rapidità. Anzitutto nella Svizzera dove si pubblicarono e furono sottoscritti il Catechismus Genevensis (1541), il Consensus Tigurimus (Eurigo 1549) e il Consensus Genevensis (1552); nella Francia, dove diedero origine agli Ugonotti, alla successione dalla Chiesa ed alle latte di religione (Confessio Fidei Gallicaner, 1535). Nella Scozia fu sottoscritta la Confessio Scotiana prior (1560) e posterior (1561); nei Paesi Bassi la Confessio Belgica (1561); nel Palatinato la Catechesis Palatina seu Heidelbergensis (1563); e dopo la morte di C. il suo Credo coi suoi dogmi distintivi furono adottati da una parte di ungheresi con la Confessio Czengerina (1570), di polacchi col Consensus Palonine (1570-86) e furono diffusi nella Prussia con gli Articoli di Lambeth (1594) e nell'Inghilterra con le Confessiones Marchicae (1613-45) e la Confessio monasteriensis ed il Catechismus maior et minor Westmonasteriensis (1619-47).

La fortuna di C. si dovette ad un complesso raro di circostanze dipendenti in parte dall'uomo, e in parte dall'ambiente e dall'epoca. Come innovatore, egli, oltre alle qualità di condottiero capace, volitivo ed energico, seppe dominare con la forza del suo sistema più logico e più stringente di quello luterano; dava poi in mano dei riformati una teologia che presentava più facilmente qualche segno di unità. Inoltre nutriva una morale alta e spirituale ed era uno dei più insigni scrittori della nuova letteratura francese con qualità classiche e letterarie superiori agli altri riformatori, doti queste apprezzate nei secoli dell'umanesimo. La sua cattedra, poi, si trovava nel centro dell'Europa, nel punto d'incrocio e di convegno di tutti i movimenti del tempo e delle nazioni più potenti, destinate a dare l'impronta alla storia, ed aveva collaboratori di diverse nazionalità, che era riuscito a trasformare in convinti e strenui propagandisti. L'epoca infine era d'ignoranza e di smarrimento religioso, di accese controversie, di rivolgimenti politici, frumenti d'apostasia antipapale. Non fa moraviglia che le sette distaccatesi dall'unità della Chiesa di Roma si polarizzassero verso di lui. Ma come tutti i movimenti e le ideologie che si separano e non si fondano sulla cattedra di verità stabilita da Cristo nel Papa, pastore dei pastori, anche il calvinismo, dopo le prime fortune, si è inaridito, dando origine a nuove disgregazioni.

Oggi non vi è nessuna setta che si conosca col solo nome di «calvinista». I due gruppi principali che si ispirano alle dottrine calviniste, sono chiamati «presbiteriani» (v. PRESSTERIANI).

BibL.: Sulla vita di C., S. Pierson, Studien over 7. Calvin, Amsterdam 1881-91; E. Doumergue, 7. Calvin, les hommes et les choses de son temps, 2 voll., Losanna e Parigi 1899-1927; K. Holl, Calvin, Tubinga 1909; A. De Quervain, Calvin. Seine Lehren u. Könnfe, Berlino 1926; G. Ganzale, C., Roma 1926; 2^{°} ed. ivi 1924; J. Moura-P. Louvet, Calvin, Parigi 1931; Carew Hunt, C., Bari 1939; A. Pincherle, v. v. in Eur. Ital., VIII, pp. 419-81; G. Goyau, Une ville-define, Genève, Parigi 1919; L. Nigra, C., Torino 1932; P. Imbart De la Tour, Les origines de la Réforme, IV, Calvin et l'Institution chrétienne, Parigi 1935; F. Calandre, Appunti sullo sviluppo spirituale della giovinezza di C., in Riv. stor. ital., 5 (1939), pp. 173-225; A. Omodeo, G. C., Bari 1947.

Sulla dottrina calviniana in generale: A. Munro, Calvinism

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![img-2.jpeg](img-2.jpeg)
(fel. Alinari)
In alto: LE CELLE DELL'ÈREMO (sec. xvı sgg.). In basso: L'ÈREMO (costruzioni del sec. xvı sgg.).

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![img-3.jpeg](img-3.jpeg)
(per cortesia del prof. H. Pret)
![img-4.jpeg](img-4.jpeg)
(fot. British Council)
In alto: TRINITY COLLEGE. Edifici dei secc. xv-xvi (con completamenti moderni). In basso! KING'S COLLEGE. La Cappella (1446-1515).

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in its Relations to Scripture and Reason, Glasgow 1896; E. Giran, Sihastien Castellion et la réforme calviniste, ivi 1914; A. Menzies, A Study of Calvin and other Papers, Londra 1918; H. Clavier, Etudes sur le Calvinisme, Parigi 1936; P. Chiminelli, Il Calvinismo, Milano 1948. Per l'iconografia di C. cf. E. Doumergue, Iconographie calvinienne, Lesanna 1909.

Sulla dottrina calviniana in particolare: sulla giustificazione e predestinazione: L. Goumar, La doctrine du salut d'après les Commentaires de 7. Calvin, Lesanna 1917; H. Bauke, Die Probleme der Theologie Calvins, Lipsia 1922; M. Bendiscioli, Il problema della giustificazione nel suo sviluppo storico, Brescia 1941. Sui Sacramenti e sulla morale: J. Beckmann, Vom Sacramenti bei Calvin, Tubinga 1926; J. J. Majal, Etude comparée des deux morales luthérienne et reformée, Parigi 1901; A. Hunter, Teaching of Calvin, Glasgow 1920. Sulla Chiesa e lo Stato: A. Rogot, L'Eglise et l'Etat à Genève du vivant de Calvin, Ginevra 1867; F. Crue, L'action politique de Calvin hors de Genève, ivi 1009; K. Frohlik, Die Reichgottesidee Calvins, Monaco 1922; M. E. Chenevrière, La pensée politique de Calvin, Ginevra 1937. -Sul culto: E. Stern, La théorie du Culte d'après Calvin, Strasbourg 1869; R. Will, Le Culte, ivi 1923; R. Freschi, G. C., la vita, il pensiero, il riformatore, 2 voll., Milano 1934; M. Thurian, Voie du Ciel sur la terre. Introduction à la vie liturgique, Ginevra 1946.-Articoli riassuntivi; J. Dedicu, Calvin et Calvinisme, in DSp. I, coll. 23-30; A. Baudrillard, Calvinisme, in DThC, II, coll. 1398-1422; A. Lanz, L'attivita dogmatica del Concilio di Trento nel primo, secondo e terzo periodo della sua convocazione (1543-49; 1551-52; 1562-63), in Veneranda Compagnia di S. Paolo, quad. 2. Torino 1944, pp. 11-31; quad. 3, ivi 1945, pp. 3-39. - Per la beld., cf. Questioni di Storia moderna, a cura di E. Rota, Milano 1948, pp. 172-77; Y. Congar, s. v. in Caltadielone, II (1949), coll. 403-24. Arnaldo Lanz

CALVINUS, Justus. - Controversista, n. a Wetter (Hessen) nel maggio del 1572, m. a Magonza tra il 1616-1621. Frequentando il corso di teologia, a Heidelberg, gli accadde di leggere gli Annali di Cesare Baronio che, proprio allora, venivano alla luce. Quella lettura e lo studio dei Padri, verso il 1600 , anno sarto, lo illuminarono e lo portarono nell'orbita del cattolicesimo, attraverso il carteggio allora intenzionalmente intavolatosi tra lui, ricercatore della verità, ed il Baronio che fu suo amabile, paziente e sollecito maestro e guida spirituale. Siffatta corrispondenza costituisce oggi un prezioso cimelio della biblioteca Vallicelliana di Roma (cf. cod. Vallicelliano Q. 47, fol. 117 ss.).

Recatosi in Roma in visita alla sacra città e al suo spirituale benefattore (1601), C. fu crealmato nella basilica Lateranense dallo stesso Clemente VIII, essendone padrino il card. Baronio del quale Giusto C., per deferente gratitudine velle, allora, assumere anche il cognome (Baronio). Il cardinale lo colmò di attenzioni, lo ammise tra
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(da G. Braun, I paramenti sacri, Torino (II), p. 157) CalzarI - In alto: sandalo in seta ricamata (secc. xII-xIII). Castel S. Elia. In basso : sandalo in seta damsschiana (secc. xitxiII) - Bressanone, Duomo.
![img-6.jpeg](img-6.jpeg)
(da G. Braun, I paramenti sacri, Torino (II), pag. 157) CalzarI - A sinistra: calza pontificale (sec. xili) - Delsberg, museo Sacro. A destra : calza pontificale del card. Arneldo de la Vie (m. nel 1335) - Parigi, museo di Cluny.
i famigliari e lo trattenne seco quattro mesi. Rimpatriando, lo munì d'una lettera commendatizia per l'arcivescovo elettore di Magonza. Essa principia così: "Colui che, da Magonza, venne a Roma Giusto C., ora ritorna, da Roma a Magonza, Giusto Baronio n.

Il neo-convertito si laureò nelle Università italiane di Perugia e di Siena e poi, in patria, narrò la propria conversione in un volume Apologia (Magonza 1601). Inoltre scrisse Prosscriptionum adversus haereticos... Tractatus (ivi 1602 e 1756) e De falso Jubilaeo Wittembergesi adversus Aegidium Junium Lutheri discipulum e, alla morte del card. Baronio, un di lui Elogio Junebre che spedì a Nicola Serrario, il gesuita lorenese amico del Baronio stesso.

Bim.: N. Paulus, s. v. in LThK, II, col. 713 : Hurter. III, 433-35: Pastor, XI, pp. 320 e 783: A. Röss, Die Concretiten seit der Reformation, III, Friburgo in Br. 1866, p. 237: G. Buschbell, Zur Biographie des Justus, in Historisches Jahrbuch, 22 (1901), pp. 298-316; G. Calenzio, Vita e Scritti del card. C. Baronio, Roma 1907, pp. 322-26. Piero Chiminelli

CALZARI. - Sotto il nome di c. si suole comunemente intendere tutto ciò che copre il piede e la gamba, sia scarpa o calza; ma liturgicamente parlando si distinguono i c. dai sandali : questi sono le calzature esterne, quelli le calze propriamente dette che avvolgono tutto il piede e la gamba fino al ginocchio.

Da principio il clero, anche per le calzature, usò quelle stesse della vita civile. Ma poi fin dal sec. v i c. (ostigae, tibialia, campagi, udones) usati dai senatori e dai dignitari imperiali passarono in uso all'alto clero, non solamente a Roma, ma a Milano e a Ravenna: segno manifesto della crescente influenza delle autorità ecclesiastiche, soprattutto nelle città imperiali. Al sec. vi il Papa ed i suoi diaconi avevano dei c. (campagi) di forma speciale, come risulta da una lettera di s. Gregorio Magno a Giovanni vescovo di Siracusa. Nel sec. viII la falsa donazione di Costantino accorda a tutto il clero romano il diritto di usare, come il Senato, delle calzature "cum udonibus, id est candido linreamitur": questi udones sarebbero i nostri c. Nei museiici di Roma e Ravenna si possono vedere dei c. vari di forma e di colore. Poi man mano questo uso generale si restringe, e dal sec. x in poi i c. furono riservati ai soli vescovi. Nel sec. xil li ebbero anche i cardinali preti. La concessione agli abati fu generale a partire dal sec. xi.

Nella disciplina odierna dobbiamo distinguere le calze

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dai c. propriamente detti. Le calze fanno parte dell'abbigliamento ecclesiastico e seguono per il loro colore le regole delle vesti dei chierici. Il Sommo Pontefice porta le calze bianche sopra le quali nei pontificali indossa i c. bianchi o rossi secondo il cito. I cardinali hanno le calze rosse, eccetto il Venerdí Santo e durante la vacanza della Sede Apostolica, quando prendono quelle paonazze. I cardinali appartenenti ad ordini monastici o mendicanti non portano le calzature rosse, ma ritengono il colore dell'abito religioso. I patriarchi, arcivescovi, vescovi, hanno l'uso delle calze di seta paonazza, ma con quella medesima distinzione che si è detta dei cardinali religiosi. Nel tempo di Sede vacante e il Venerdì Santo portano le calze nere. Tutti i prelati della S. Sede portano le calze paonazze con le eccezioni sopra riferite. I monsignori di mantellone usano le calze nere.

I c. invece hanno uso esclusivamente liturgico e sono adoptati nelle messe pontificali dai cardinali, vescovi, abati e dai prelati che ne hanno il privilegio. Non si portano nelle messe funebri, e il Venerdi Santo. La loro forma è quella di una calza un poco più ampia, e sono di seta, oppure di lama d'oro e d'argento, in tutti i colori liturgici, salvo il nero.

Bibs.: Ch. de Linos. Anciens vêtements sacerdotaux et anciens tissus. Parigi 1877, p. 25 sg.; J. Braun: Die liturg. Grecandung, Friburgo in Br. 1907, pp. 304-424. Enrico Dante

CAM (ebr. Hām, Volgata Cham). - Uno dei tre figli di Noè (Sem, C. e Iapheth, Gen. 5, 32; 6, 10; 9, 18; I Par. 1, 4) salvati dal diluvio (Gen. 8, 18) e dai quali "si sparse su tutta la terra" l'intero genere umano (ibid. 9, 19). Ebbe quattro figli (v. camiti). Per la grave irriverenza al padre, che segnalò ai fratelli, mentre, ubriacatosi per inesperienza del vino, giaceva scoperto nella tenda, fu da esso maledetto nel suo figlio minore Canaan, probabilmente perché non voleva maledire colui che Iddio aveva già benedetto dopo il diluvio o forse perché Canaan era stato in qualche modo partecipe della mancanza del padre. Del resto nel figlio era maledetto anche il padre.

Non mancano commentatori che vedono nel testo odierno diversi strati, ovvero giudicano la menzione di Canaan come una sostituzione tardiva a C., operata nel testo quando gli Ebrei riuscirono a sottomettere i Cananei (tempo di David e Salomone) e li ebbero in abbominio per la loro immoralità. La gravità di questa maledizione è accresciuta dalla benedizione conferita agli altri due fratelli, e dall'aggiunta di un'altra maledizione, che asserviva Canaan a ciascuno di loro (Gen. 9, 26. 27), a carattere profeticomessianico come le altre due. Per essa la virtù degli uni e la irriverenza degli altri avrebbero avuto il premio e il castigo. Ma benedizione e maledizione si realizzeranno solo nel futuro : C., per essersi lasciato dominare dalla sensualità, dovrà servire ai fratelli, i suoi discendenti ai loro discendenti; la terra di Canaan verrà in possesso dei Semiti (Israele) e il popolo di Canaan verrà escluso dalla salute messianica, ma non definitivamente (cf. P. Heinisch, Das Buch Genesis, in Die heilige Schrift des Alten Testamentes I, 1, Bonn 1930, commento ai versi citati).
C. ricorre nei Salmi per indicare l'Egitto (78, 51; 105, 23. 27; 106, 22). In egiziano km.t (copto kemi) significa "nero». Probabilmente il termine passò in Palestina trasformandosi in Hām (cf. arabo ahamm, fem. hammā̄).

Giorgio Castellino
CAMAGŪEY, diocesi di. - Città della provincia di C. nell'isola di Cuba, e diocesi suffraganea di Santiago di Cuba.

Comprende la provincia civile di C. ed ha una superfice di kmq. 26.098. I cattolici sono 500.000 su 530.000 ab.; le chiese 54 , le parrocchie 16 , con 21 sacerdoti diocesani e 33 regolari. La diocesi è stata eretta nel 1912 per smembramento di Santiago di Cuba e di Havana.

Bibs.: AAS. 3 (1913), p. 94; Anon., s. v. in Cath. Zac., XVI, p. 134; Anon., s. v. ibid., suppl. I, p. 144; G. Caraci,

Cuba, in Enc. Ital, XII, p. 494: The Official Catholic Directory, 1947. Nuova York 1947. 4^{°} parte, p. 110. Corrado Morin

CAMAIANI, Pietro. - Nunzio, n. ad Arezzo il 1^{°} giugno 1519 , m. ad Ascoli Piceno il 27 luglio 1579. Era canonico di Firenze, quando il 12 febbr. 1552 fu nominato vescovo di Pizzole, donde, il 7 ott. 1566, fu trasferito ad Ascoli Piceno. Poco però poté attendere al governo delle due diocesi, occupato come fu nelle nunziature che gli furono affidate. Infatti dal 1552 al 1553 fu nunzio presso l'Imperatore, poi dal 1554 al 1555 a Napoli; dal 1566 al 1567 fu inviato straordinario di Pio V a Filippo II di Spagna per trattare sui dissidi tra Roma e Madrid, quali i torbidi nei Paesi Bassi contro i cattolici, le controversie sulla giurisdizione ecclesiastica nel Regno di Napoli, e le divergenze per il privilegio di sovranità in Sicilia.

Bibs.: Cappelletti, VII, pp. 773-74; XVII, p. 60; G. Kupke, Nunziaturen des Pietro Bertano und P. C. 1550-51, in Nunziaturberichte zur Deutschland, XII, Berlino 1911, pp. xxvi-xxxi; Pastor, VI, VIII, IX, passim; A. Pieper, Die päpstlichen Lagaten und Nuntien in Deutschland, Frankreich und Spinoien. Münster in W. 1897, pp. 18-134 e passim; C. Tibon, s. v. in DHG, XI, coll. 508 - 509 .

Maria Morseletto

CAMALDOLESI : v. benedettini camaldolesi.
CAMALDOLI. - Celebre eremo situato quasi in cima all'Appennino toscocomagnolo, a m. 1111 s. m. Deriva il nome da Campus amabilis e Campus Malduli. Maldolo era proprietario della giogaia casentinese che donò a s. Romualdo nel 1012 dopo la visione di una scala per la quale ascendevano monacl biancovestiti e che poggiava proprio nel luogo ove sorge il sacro eremo camaldolese, come riferiscono le antiche regole scritte ca. il 1085.

La costruzione è caratteristica per le abitazioni dei singoli religiosi, separate l'una dall'altra da un orticello, che hanno poi servito di modelli alla futura certosa di S. Bruno e agli altri eremi camaldolesi. La chiesa fu consacrata nel 1027 in stile romanico, ricostruita quasi ex-novo nel 1220 , trasformata in stile barocco, come è al presente, nel 1658 . Vi si ammira un bassorilievo marmoreo di Mino da Poppî, due tabernacoli di Guido da Settignano, una terracotta di Andrea Della Robbia, una cartedra pontificale in noce intagliato e una tela di Augusto Mussini. La biblioteca e l'archivio, un tempo ricchissimi, furono annientati dalle soppressioni napoleonica e italiana.

La vita che vi si conduce è stata sempre molto austera. La preghiera quasi continua, il silenzio, il digiuno, la penitenza han richiamato sempre lassù, per oltre nove secoli, anime clette che hanno dato viva testimonianza a Gesù Cristo rivivendone i misteri, senz'altro desiderio in questo mondo.

L'eremo, chiamato per lunga tradizione con l'appellativo di "sacro", è casa-madre della Congregazione camaldolese. Papi e imperatori lo arricchirono di privilegi e donazioni. Si distinsero tra i primi Alessandro II, Pasquale II, Gregorio IX, Eugenio IV, Leone X; tra i secondi Ottone IV, Lotario III, Federico I, Enrico VI, Federico II, Carlo IV e Sigismondo. La Repubblica di Firenze lo prese sotto la sua protezione nel 1582 e lo esentò da imposizioni nel 1446.

A ca. tre km. più in basso, in una insenatura tra il Muschioso (m. 1157) e il Cotozzo (m. 1301), si adagia il cenobio di Fonte Buono (m. 816) cosiddetto dalle acque freschissime e salutari, prima che si appropriasse il nome di C., per una supposta esistenza ivi di una "casa di Maldolo». Fu costruito, come il sacro eremo, dallo stesso s. Romualdo ca. il 1015 come ospizio e foresteria, al fine di lasciare gli eremiti intenti unicamente alla vita contemplativa; poi fu organizzato in vero e proprio cenobio e detto archicenobio di C.

Il grande edificio comprende: al centro la chiesa, costruzione del ' 500 , rimaneggiata nel ' 700 e ornata al-

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l'interno di opere di G. Vasari; nel lato sud si estende il fabbricato adibito attualmente a ritiri spirituali per il clero e il laicato cattolico; nel lato nord l'abitazione dei religiosi, il refettorio con la grande tela del Pomarancio e il chiostro.

Fin dal 1520 il cenobio ebbe la sua stamperia e dal 1543 una farmacia, con annesso laboratorio, ricca di mobili intagliati, che anche attualmente vanta ottimi prodotti di liquori distillati dalle erbe e resine della secolare foresta : elixir, laurus, lacrima d'abete, e di medicinali.

Dal 1946 vi funziona un ben attrezzato laboratorio per il restauro del libro: pergamene, incunaboli, manoscritti, stampati.

Fu benemerito delle lettere con la sua accademia (sec. xv) e dell'economia sociale per la coltivazione della grande foresta, con ragione chiamata regina delle foreste appenniniche; non dimenticò mai le opere della carità, costruendo e mantenendo ospedali e soccorrendo in vari modi la comune indigenza. Nelle antiche regole camaldolesi - ossia di tutti i monasteri dipendenti da C. era fatto obbligo che ogni monastero avesse un ospedale con almeno 30 letti gratuiti per i poveri. Ma la soppressione napoleonica prima, quella italiana poi, hanno quasi spento la vitalità di quell'istituto che ora lentamente sta riprendendo.

Dal 1866 gli edifici dell'eremo e del cenobio con la foresta appartengono al demanio. - Vedi Tav. XXVII.

Bibl.: P. Fr. Kehr, Italia Pontifexin, III, Berlino 1909. pp. 171-85; Cottinoni. I, coll. 567-69. Anselmo Giabbani

CAMASSEI, Andrea. - Pittore, n. a Bevagna il 2 dic. 1602 e m. a Roma il 18 ag. 1649. Fu discepolo del Domenichino, ma accolse nella sua arte elementi derivanti dal Sacchi, assumendo una individualità che lo pone accanto a quest'ultimo come iniziatore di una corrente pittorica tipicamente romana malgrado la chiara discendenza dal ceppo bolognese.

Fu competitore di Pietro da Cortona nella decorazione di palazzo Barberini e collaboratore del Sacchi nei lavori del battistero Lateranense dove lasciò notevoli affreschi. Fra i dipinti d'altare sono notevoli una Pietà nella chiesa dei Cappuccini ed una Assunta al Pantheon.

Bibl.: F. Noak. in Thieme-Becker, V, p. 425; H. Voss, Malerei des Barock in Rom, Berlino s. d., p. 512; E. Waterhouse, Roman painting of the seventeenth century, Londra 1935, p. 138. Guglielmo Matthiae

CAMAURO. - E una specie di berretto che copre tutta la testa ed anche le orecchie, che si adoprava fuori delle funzioni sacre. Nella forma attuale è privilegio esclusivo del Sommo Pontefice, che lo porta di velluto rosso filettato di ermellino nell'inverno, e di raso rosso in estate, come la mozzetta da lui indossata. L'origine non è certa. Alcuni autori, dalla parola latina camelaucium vogliono si chiami così perché è un copricapo fatto di peli di cammello. Altri vi vedono la definizione dell'effetto che doveva produrre ilc. quella cioè di conservare il calore. Altri infine lo ritengono un ornamento femminile, che è passato poi, come la mitra e la tiara, ai prelati ecclesiastici. Nella sua forma primitiva era composto di quattro pezzi di stoffa, cuciti in forma di croce, abbastanza ampio si da coprire anche le orecchie, come lo si trova in una medaglia di Alessandro VI. Non è certa l'epoca nella quale i papi cominciarono a portarla. Nei medaglioni dei papi esistenti nella basilica di S. Paolo in Roma, vediamo che i primi papi che portano il c. sono i papi di Avignone Clemente V e Giovanni XXII. Il tipo varió secondo il gusto dell'epoca, ed anche secondo i desideri dei pontefici. Da Pio VI in poi i papi non lo portano quasi mai, ma usano lo zucchetto bianco. Il c. viene posto sul capo del pontefice defunto prima di essere vestito dei paramenti sacri per essere esposto al pubblico.

Enrico Dante
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(Ist. Canavelli)
Particolare della tela di Tiziano - Napoli, pinacoteca.

## CAMBALÙ: v. PECHINO.

CAMBIAGIO, Benedetta. - Religiosa, fondatrice delle Benedettine di Nostra Signora della Provvidenza (v.), n. a Langasco il 2 ott. 1791, m. a Ronco Scrivia il 21 marzo 1858. Vedova di G. B. Frassinello, si dedicò totalmente all'educazione della gioventù abbandonata. Fu donna di grandi virtù, ed è in corso la sua causa di beatificazione.

Bibl.: V. Bondiani, Suor B. C., Verona 1925; L. Traverso, La serva di Dio madre B. C., Milano 1939. Silverio Mattei

CAMBIASO, Luca. - Pittore, n. a Moneglia il 18 ott. 1527, ebbe presto a Genova i primi insegnamenti dal padre Giovanni, buon pittore che operava nella prima metà del Cinquecento. Alla sua formazione contribuì certamente lo studio degli affreschi di Pe rin del Vaga del palazzo Doria e fors'anche di quelli del Pordenone nello stesso palazzo, questi ultimi da tempo perduti. Conobbe poi i lombardi e i veneti; e fu amico di Valerio Corte, discepolo di Tiziano, operoso nel 1550 a Genova; nel 1575 era a Roma.

Nel 1583 si recò in Spagna con il figlio Orazio e Lazzaro Tavarone, per dipingere all'Escuriale; a Madrid morì nel 1585.

Frescante di grande fama, lavorò intensamente nei palazzi e nelle chiese di Genova. Dipinse inoltre pale d'altare e quadri di soggetto sacro e profano, oggi a Genova e anche all'estero, in musei e raccolte. Tra gli affreschi, si citano quelli della villa Imperiale e del palazzo Grimaldi a Genova; tra i quadri la Madonna col Bambino e s. Giovanni Battista nella chiesa di S. Maria dalla Cella a Sampierdarena; la Pietà in S. Maria di Carignano a Genova e il Santo Bambino dormiente nella raccolta degli Ospedali civili di quella città. Il C. dev'essere considerato l'iniziatore di quella scuola pittorica genovese che si affermò poi grandemente nel Seicento. Notevole artista,

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egli, sebbene eclettico, imprime grande vitalità alle sue immagini, sempre fermamente disegnate, vive e forti di colore e di un raffinato ed elegante gusto decorativo. Nei suoi quadri, anche se talvolta macchinosi, si coglie sempre qualche momento felice quando riesce a liberarsi di certo deteriore manierismo attraverso l'uso di una peanellata sciolta, libera e di grande efficacia pittorica. Egli influi non solo sui frescanti genovesi del suo tempo, come il Tavarone, ma soprattutto, e più ancora, sull'Anseldo e sulla formazione dello stesso Bernardo Strozzi.

Bibl.: R. Soprani, Le vite dei pittori, scultori et architetti genovesi, Genova 1674, pp. 17-20, 32-31; R. Soprani-C. G. Ratti, Le vite dei pittori ecc. genovesi, I, ivi 1768, pp. 76, 97; L. Ozzola, s. v. in Thieme-Becker, V. pp. 420-32; G. Delogu, L. C., in Zimportam, 25 (1927), pp. 312-23: Catalogo della mostra dei pittori genovesi del '600-'700, Genova 1938, pp. 13-16 (con ampia bibl.); A. Morassi, Catalogo della mostra della pittura antica in Liguria, ivi 1946, pp. 86-87.

Pietro Zampetti
CAMBIO. - Per c. estero, o semplicemente per c. intendesi il prezzo in moneta nazionale al quale si acquista una certa quantità di moneta straniera. Il c. quindi esprime il rapporto tra il valore di due monete. L'insieme delle variazioni di tale rapporto, ossia le diverse quotazioni nel tempo, dicesi corso del c. od anche sinteticamente c.

Il c. può essere espresso tecnicamente in due modi. Quando in un dato paese si calcola il valore di una quantità fissa di moneta estera contro una quantita variabile di moneta nazionale - è questo il sistema adottato dall'Italia e dalla maggior parte dei paesi, si dice che il paese considerato dà l'incerto; nel caso contrario che si raffronti una quantità fissa di moneta nazionale contro una quantità variabile di moneta straniera, dicesi che quel paese dà per il c. il certo. Il c. si può stabilire sia tra le monete di paesi diversi - c. manuale -, come tra una moneta e titoli rappresentativi della moneta di altri paesi - c. traiettizio -. Oltre alle banche i soggetti economici maggiormente interessati alle operazioni in c. sono importatori ed esportatori, ed essendo gli scambi internazionali di merci e servizi regolati essenzialmente con titoli di credito, quali cambiali sull'estero, assegni, versamenti telegrafici, lettere di credito ecc. deriva che il c. più significativo è quello traiettizio.

Nel caso di titoli di credito sull'estero il c. è a vista quando i titoli stessi sono pagabili al momento della loro presentazione, mentre è a termine o a consegna quando il pagamento avviene dopo un prefissato periodo di tempo. I c. a termine, che sono oggetto di contrattazioni e di quotazioni particolari, hanno un'importante funzione economica; mediante essi la valuta straniera, pur essendo disponibile solo nel futuro, viene ad avere un prezzo determinato già nel momento attuale in cui può essere acquistata o venduta, sottraendo importatori ed esportatori all'alca delle successive fluttuazioni del c.

Il c. di una data moneta A può essere espresso in termini di tutte le altre monete B, C ecc., con cui la moneta A viene scambiata. Dato il c. di A con B e di A con C, verrà anche a crearsi un c. fra B e C. Onde non si stabiliscano, o appena stabilite siano eliminate, le eventuali divergenze fra i diversi c. esistono le operazioni di arbitraggio. Se, ad es., il c. di A in termini di B permette di ottenere una quantità maggiore di valuta B, mentre il c. fra A e C e quello fra B e C sono rimasti inalterati, sarà conveniente acquistare con moneta A la valuta B da convertire a sua volta in valuta C con cui riacquistare la moneta A. Le possibilità di lucro offerte da questa manovra, accentuando la richiesta di valuta B, tendono ad aumentare il suo valore ed a riportare infine all'equilibrio il c. fra A e B. Sono possibili anche altre più semplici o più complesse operazioni di arbitraggio.

Il significato e la natura delle variazioni del c. sono diversi secondo che si consideri il c. fra monete auree
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(ist. Alivieri)
Cambiaso, Luca - Deposizione - Genova, chiesa di S. Maria di Carignano.
o fra monete cartacee inconvertibili in oro. Nel primo caso il c. è in equilibrio quando realizza la parità monetaria fra le monete date, ossia quando è tale da far coincidere il rapporto di scambio tra di loro con il rapporto fra il peso di metallo fino contenuto in entrambe; si dirà allora che il c. è alla pari. Dipendendo le sue quotazioni dalla domanda e dall'offerta della relativa valuta estera - domanda e offerta connesse a loro volta all'andamento della bilancia dei pagamenti - si potranno avere delle divergenze dalla parità, con spostamenti del c. sopra la pari e sotto la pari. Supposta la libertà di trasferimento internazionale dell'oro, gli scostamenti del c. dalla parità non possono superare i punti dell'oro - gold points - segnanti i limiti al di là dei quali è conveniente spedire l'oro, anziché effettuare i pagamenti in valuta estera. L'ampiezza dei due punti dell'oro, superiore ed inferiore, è delimitata dalle spese di trasporto e d'assicurazione per l'invio del metallo da un paese all'altro, nonché dalla perdita degli interessi per il tempo del trasporto. I trasferimenti dell'oro, agendo in senso deflazionistico sul livello dei prezzi del paese che lo perde ed in senso inflazionistico sul livello dei prezzi del paese che lo riceve, tendono a modificare l'andamento della bilancia commerciale ed a sanare quindi le cause dello squilibrio del c.

Nel caso del c. fra una moneta cartacea a corso forzoso ed una moneta aurea, quando per i pagamenti internazionali possa ancora essere usato l'oro, il c. d'equilibrio è rappresentato dal rapporto fra il contenuto metallico della moneta aurea e la vecchia parità metallica moltiplicata per l'altezza dell'aggio.

Negli ultimi decenni ha acquistato importanza il c. fra monete cartacee inconvertibili, mentre la possibilità dei trasferimenti internazionali d'oro è venuta a cessare. In tale caso, per definire la posizione d'equilibrio del c. è stato formulato il principio della parità dei poteri d'acquisto, secondo il quale il c. è stabile solo quando sia in grado di garantire un'ugual capacità d'acquisto di ciascuna moneta all'interno ed all'estero. Alle cause di variazione del c. dipendenti dalle oscillazioni della bilancia dei pagamenti, in questo caso si aggiungono gli spostamenti relativi dei livelli dei prezzi dei paesi con-

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siderati. Se il livello dei prezzi in un paese M aumenta di quattro volte e in un altro paese N raddoppia semplicemente, il nuovo c. della moneta di M in termini di quella di N sarà esattamente il doppio del precedente.

Tuttavia il principio della parità dei poteri d'acquisto si è dimostrato tutt'altro che accettabile sia dal punto di vista scientifico che da quello pratico, per cui il problema resta tuttora aperto.

La libertà del mercato dei c., che è stata la situazione tipica fino al 1914, è venuta gradatamente a restringersi per una serie di motivi diversi che si sono spesso accompagnati alle cause portanti alle limitazioni nei movimenti internazionali di beni, uomini e capitali.

In generale si tendono a ridurre le operazioni in c. a quelle che rispondono a reali necessità della vita economica del paese. Talora si è giunti all'obbligo della cessione totale delle divise estere ottenute dagli esportatori ad un ente apposito che le paga ad un cambio ufficiale, solitamente rigido e piuttosto basso. Altre volte l'obbligo di cessione riguarda solo una quota percentuale delle divise, mentre la parte restante può essere liberamente controttata in un libero mercato. Da molti paesi poi si vieta l'esportazione di segni monetari e di ogni sorta di titoli stilati in moneta nazionale, onde evitare possibili dannose speculazioni.

In materia cosi complessa e delicata, quale è quella valutaria, è necessario il controllo diretto od indiretto da parte degli organi dello Stato, per evitare appunto che operazioni svolte dai singoli possano compromettere la vita economica del paese ed incidere negativamente sul benessere sociale della popolazione. Per cui le disposizioni emanate in materia dall'autorità competente obbligano in coscienza, a meno che in casi concreti il sottostarvi non rechi evidente offesa alla giustizia e al buon senso.

BibL.: G. J. Goschen. Theory of Foreign Exchanges, Londra 1861: G. Cassel, Moncy und Foreign Exchanges after 1912, ivi 1922: J. M. Keynes, La riforma monetaria, trad. it., Milano 1923: C. Bresciani-Turroni, I c. esteri in regime di carta moneta, ivi 1944: F. Vito, La