il 18 luglio.
BibL.: S. Cicatelli. Vita del p. C. de L., Viterbo 1615. Napoli 1620, Roma 1624; C. Lenzo. Annalium CC. RR. Miuitirantium Infirmit. Napoli 1641; M. Vanti. S. C. de L., Torino 1029; id., S. Giacomo degli Incurabili di Roma nel Cinquecento. Roma 1938; A. Casarini, I pionieri della Croce Rossa, ivi 1931; A. Pasconi, I Santi nella storia della medicina, ivi 1937, pp. 302310. - Per lo studio ascetico del Santo: M. Vanti, Lo spirito di i. C. de L., 2^{°} ed., Città del Vaticano 1944; C. Martindale, S. C. de L., Milano 1947; M. Vanti, S. C. de L. nella storia della carità (in corso di pubbl.); A. Gasbarrini, Il Santo degli infermi, C. de L., in Convivium, 2^{°} serie, 2 (1949), pp. 90-109. Mario Vanti
CAMISARDI. - La revoca dell'editto di Nantes, fatta con decreto di Luigi XIV il 18 ott. 1685 , con cui fu tolta la libertà di culto e furono costretti i protestanti francesi ad accettare il cattolicesimo, creò in Francia una reazione che trascese ad episodi feroci. Vi tennero mano per i loro interessi politici gli Inglesi, gli Olandesi, i luterani germanici ed i calvinisti di Ginevra.
La guerra per la successione di Spagna cominciata nel 1701 offrì una nuova occasione ai protestanti di ribellarsi. Un grande numero di "veggenti", di "profeti, figli di Dio, soldati dell'Eterno " si misero ad annunciare il trionfo dei perseguitati e la distruzione della Chiesa Romana ed a radunarsi in onta alle proibizioni reali. Il moto rivoluzionario si allargò specialmente in alcuni distretti rurali del Vivarese, della Linguadoca e particolarmente nelle Cévennes, ed invano i funzionari regi tentarono opporsi con la forza e con le repressioni. L'uccisione di Francesco de Langlade de Chayla, arciprete di Lont-de-Montvert (Logère) che s'era mostrato particolarmente duro contro i ribelli, avvenuta il 24 luglio 1702, fu il segnale di una rivolta generale sotto il comando di due giovani: Cavalier e Roland. Il nome di c., con il quale i ribelli furono designati, derivava dalla camicia che solo indossavano in alcuni attacchi notturni; mai guerra religiosa fu tanto crudele quanto questa, per massacri di persone, saccheggi, incendi di chiese, atti di ferocia e fu tenuta desta dalle predicazioni fanatiche del loro profeti. Dal canto loro le truppe regie si fecero per reazione man mano più crudeli nella repressione; soprattutto nel 1703-1704 quando furono sotto il comando del maresciallo di Montrovel, calvinista convertito. Grazie all'energia ed alla clemenza del maresciallo di Villars il moto fu potuto reprimere; il Cavalier gli si sottomise, mentre il Roland fu ucciso il 14 ag. 1704; però torbidi e lotte continuarono a manifestarsi qua e là fino al 1715, quando molti c. lasciarono la Francia e mancò il sostegno delle potenze protestanti.
BibL.: J.-B. Louvreleuil. Le fountisme renouvelé, 4 voll., Avignone 1704-17; D.-A. de Brucys, Hist. du Fanutisme, 4 voll., Montpellier 1700-13; M. Mison, Theatre sacré des Cévennes, Londra 1709; J. Guiraud. Histoire Partiale Histoire Vraie, III, Parigi 1914. p. 112 sgg.: J. Dedieu. Le rôle politique des protestants français, ivi 1920; M. Pin, Grand Cavalier, Nîmes 1935: per altro bibl. cf.: A. Ducasse, La guerre des camirardi. La résistance huguenote sous Louis XIV, ivi 1946.
Piero Chiminelli
CAMITI. - La "tavola etnografica" in Gen. 10, dopo avere elencato i tre figli di Noé, Sem, Cam e Iapheth, ripigliando con ordine inverso elenca i figli nati ad essi dopo il diluvio e i loro discendenti. I C. rappresentano il gruppo più nutrito. Cam (v.) ha quattro figli: Chus, Mesraim, Phuth, Canaan (Gen. 10, 6.20). Chus a sua volta ne ha cinque: Saba, Evila, Sabatha, Regma, Sabatacha. Prima di elencare i figli di Mesraim, la "tavola" annuncia i discendenti di Regma: Saba e Dadan, per poi tornare a Chus. Poi riprende: "Chus però genero Nomrod", e si diffonde a narrare di lui e del regno da lui fondato nella Mesopotamia meridionale. Indi passando a Mesraim ne elenca i sei figli, tra cui Chasluim, dal quale dice esser derivati i Filistei, e da ultimo i Caphtorim. Del terzo figlio Phuth non si dànno discendenti. Del quarto se ne elencano undici; i principali sono: Sidone primogenito, Hetheo, Iebuseo, Amorreo.
Se è relativamente facile spiegare i nomi principali, per altri sorgono tali difficoltà che le identificazioni proposte rimangono pure ipotesi. Con la maggioranza degli interpreti si identifica Chus con l'Etiopia. Infatti i suoi discendenti sono diffusi piuttosto nell'Arabia del sud, occidentale e orientale, e fra i due paesi intercorsevo relazioni storico-etnologiche importanti. Saba (ebraico Sébha'), invece, il primo dei figli di Chus, è collocato da alcuni nell'Etiopia, fra il Nilo Bianco e il Nilo Azzurro, da altri in Nubia e da altri ancora è identificato con Saba (ebraico Sébha'), figlio di Regma, la cui sede è certamente da collocare nell'Arabia del sud; ma fonti diverse farebbero ammettere un'altra Saba più a nord. Dadan, secondo figlio di Regma, ricordato in iscrizioni sudarabiche, è stato identificato con la moderna el-Ola, nel paese di Madian. Nemrod (v.) o è un discendente solo mediato dei figli di Chus, ovvero quanto lo riguarda (Gen. 10, 8-12) è un'aggiunta posteriore (così opina, p. es., Heinisch).
Le sedi dei figli di Mesraim vengono scaglionate lungo la costa del Mediterraneo, dalla Tripolitania, a occidente, i Ludim, fino alla sponda meridionale della Palestina, i Filistei. Anche questa menzione dei Filistei e dei Caphtorim sarebbe, secondo Heinisch, aggiunta posteriore (il terzo figlio di Cam, Phuth, è da collocarsi sulla sponda occidentale del Mar Rosso e la Somalia). Le identificazioni dei principali discendenti di Chanaan non presentano difficoltà (Sidone, Hetheo, altri tribù e popoli noti di Palestina o Siria).
Il criterio usato dall'autore sacro in questa catalogazione non fu unicamente etnografico, poiché non si spiegherebbe come abbia fatto entrare nella famiglia camitica i Cananei, i Fenici e gli Amorrei semiti, e, tanto meno, gli Hetei giapetici. Dovettero pure influire la posizione geografica dei popoli e le loro relazioni culturali e politiche. Queste ultime spiegherebbero lo sconfinamento dei C. nella zona dei Semiti palestinesi. Oggi l'etnologia, seguendo il criterio antropologico, considera tipo camitico quello rappresentato da popolazioni non negre dell'Africa settentrionale e orientale, non immigrate storicamente dall'Aricbia o dall'Europa. Si distingue un tipo nordico, simile al tipo mediterraneo, e uno etiopico, caratteristico dell'Africa Orientale. Le varie popolazioni camitiche sono ora distribuite in due rami : settentrionale (Berberi, Tibbu, Hausa)
## Page 279
ed orientale (Egiziani, Begia a oriente del Nilo, Abissini, Dancali, Somali, Galla). Le lingue parlate da queste popolazioni sono in parte camitiche, in parte nilotiche o bantu. L'unità linguistica, come quella etnografica, è stata rotta da vari incroci.
BibL.: Th. Arldt, Die Völkertafelder Genesis und ihre Bedeutung für die Ethnographie Vorderasiens, in Wiener Zeitschrift fur die Kunde des Morgenlandes, 3 (1917-18), pp. 264-317; A. Herrmann, Die Erdbarte der Urbikel. Mit einem Anhang über Tarmose und die Etrusberfrage, Brunswick 1931; A. Wagner, Die Stammtafel des Menschengeschlechtes, Saarbrücken 1932; A. Perbal, La race algre et la maldiletion de Chum, in Renva de l'Universite d'Oltmoe, 10 (1940), pp. 158-77. Giorgio Castellino
CAMMEO. - Gemma lavorata a rilievo traendo la differenza dei colori dai diversi strati delle pietre dure. Le prime e principali fabbriche di c. sorsero in Asia e ad Alessandria d'Egitto, donde proviene la famosa Tazza Farnese, già posseduta da Lorenzo il Magnifico ed ora nel museo di Napoli.
Quest'arte, oltre che nelle scene mitologiche, si sviluppò nei ritratti, tra cui celebri sono i due grandi c. detti dei Talomei, uno dei quali è a Leningrado e l'altro a Vienna. In quest'ultimo sono i ritratti idealizzati di Alessandro Magno e della madre Olimpia. L'arte dei c. trovò il maggior sviluppo presso le corti degli imperatori romani, riproducendo le loro effigi e le loro gesta. Augusto portò con sé dall'Oriente Dioscuride, che divenne sommo in quest'arte, ed ebbe a successori ugualmente provetti i figli Illo ed Erofila. A Dioscuride è attribuita la famosa Gemma Augustea di Vienna. A Costantinopoli ebbero largo sviluppo presso quella corte le officine ove anche l'arte di intagliare le pietre dure rifletteva i nuovi orientamenti del gusto. Più tardi molti tesori delle chiese occidentali si arricchirono di gemme e c. preziosi provenienti da Bisanzio. Le corti del Rinascimento ne vantarono molti esemplari. Poi il carattere ne divenne uniforme, e nel Settecento si ebbero a Roma abilissimi imitatori dell'antico, veri ministori in rilievo. Nel xix sec., divenuti più rari i maestri, la lavorazione dei c. rientrò nel campo della gioielleria di lusso, ove è rimasta tuttora. - Vedi Tav. XXXI.
BibL.: P. J. Mariette, Traité des Pierres gravées, Parigi 1730; S. Reinach, Pierres gravées, ivi 1895; E. Babelon, Gemmae, in C. Darenberg-E. Saglio, Dictionnatre des antiquités grecques et romaines, II, II (1896), p. 1460 sgg.; E. Kria, Meister und Meisterwerke der Steinschneidchunst in der Italienischen Renaissance, Vienna 1929.
Emma Amadei
CAMMEO, Federico. - Giurista, n. a Milano il 20 luglio 1872 , m. a Firenze il 17 marzo 1939. Nelle università italiane fu molto apprezzato il suo insegnamento dalla cattedra di diritto amministrativo. Pubblicò pregevoli opere, monografie, e scritti minori, soprattutto in materia di Diritto amministrativo, e un ottimo lavoro sistematico sul diritto pubblico dello Stato della Città del Vaticano (Ordinamento giuridico dello Stato della Città del Vaticano, Firenze 1932).
Alberto Scola
CAMÖES, Luis de. - Poeta portoghese, n. probabilmente nel 1524 a Lisbona e m. ivi il ro giugno 1580. Studente all'Università di Coimbra e poi a quella di Lisbona (1537-42), esiliato più tardi nel Ribatejo per supposte allusioni ad amori regali nell'Auto de El-Rei Seleuco, ferito in combattimento nel 1547 a Ceuta, partì nel 1553 per le Indie. Soldato e funzionario governativo vi incontrò molte peripezie e per gravi ed ingiuste accuse fu anche gettato in carcere. Ritornato finalmente in patria nel 1570 , vi chiudeva dieci anni dopo la sua vita fatticata.
L'opera sua massima è il poema Os Lusíadas (1102 ottave distribuite in 10 canti), in cui si esaltano le gesta non di un solo eroe ma di tutto un popolo, celebrandosi, infatti, in esso le azioni gloriose compiute dal Portogallo per mare e per terra : unico soggetto non è, cosl, la prima spedizione verso le Indie, come si credette da alcuno, ma a questo si disposano tutte le nobili imprese che precedet-
tero e seguirono. Lo storico viaggio di Vasco da Gama dal Sud Africa a Mombac̣a, a Melinde, a Calicut, ed il ritorno suo in Portogallo, attirarono, come centro ideale, ricordi ed episodi della storia lusitana: vi si intrecciano armonicamente elementi nazionali e medievali, ed i medallöes che riproducono i maggiori momenti della vita nazionale si inseriscono fra gli elementi classici rinascimentali e quelli esotici largiti dall'incantato mondo teste scoperto. Al centro dell'opera non sta Vasco da Gama, la cui opera non ha che completata la storia della navigazione, ma l'eroe portoghese in generale, tutto il popolo che in lui trova la sua più alta espressione: al meschino e triste presente si contrappone, cosi, la passata grandezza portoghese. Il poema, guerriero e marinaro, fulgido di amor patrio e fervido di lirismo, di intonazione eroica e intima religiosità, attinge motivi oltreché dalla letteratura nazionale, da quella spagnola e, in larga misura, da quella italiana, in specie dal Petrarca, dal Boccaccio, dal Tasso e dall'Ariceto; avvicina motivi antichi e romanzeschi, eroici e storici, cronaca e scienza, tradizione e leggenda, ma è soprattutto fedele ai modelli classici sia nella forma e nello stile che nei procedimenti: il meraviglioso pagano vi assume in quel sincretismo religioso una intonazione nuova che è appunto espressione plastica di tale posizione mentale. Nel difendere i massimi principi morali e le maggiori virtù, C. pronuncia invocazioni, rimproveri e massime di valore eterno: una cancezione eroica della vita, il senso della vanità di ogni impresa, la convinzione profonda della miseria dell'uomo, gli ispirano melanconiche riflessioni (si pensi almeno al - Velho do Restelo - del canto IV, str. 94-104) e il verso si fa opaco e triste nell'amara condanna della decadenza della patria: e tuttavia il poema definito acutamente da F. de Figueiredo - Bibbia del patriottismo lusitano - è un inno trionfante della Rinascenza, in cui nondimeno l'accento epico costantemente si disposa ad un afflato profondamente lirico.
Il lirismo petrarchesco che in Portogallo aveva trovato fervida accoglienza fino da Sá de Miranda, ebbe nell'opera camcensiana la sua realizzazione suprema con la perfetta forma tecnica raggiunta dal sonetto pur fra stupende canzoni, elegie, soli, sestine ecc., composizioni tutte nelle quali ogni sentimento e passione si esprime con la più delicata eleganza, chiarezza, precisione ed armonia: e le liriche si organizzano in un canonnere che è quasi un unico poema di doloroso amore. A questa maggior produzione si aggiunga, infine, quanto C. ha scritto per il teatro, e cioè tre antes, Angliride, El-Rei Seleuco, Filademo, in cui, scostandosi dall'ispirazione classica, più si avvicina alla scuola di Gil Vicente; né si dimentichino le satiriche e melanconiche nove Cartas, fra cui si distacca la Sátira da loreria, oltre che i Diaporates da India, pungenti inventive contro il malgoverno dei conquistatori.
BibL.: Testi: fra le migliori edizioni dei Lusiodi vanno segnalate quella del Visconte de Jurimorha (1860-69), e le più recenti di C. Michaelis de Vasconcellos per la Bibliotheca romanica, Strasburgo 1908 e di A. E. da Silva Dias, Porto 1920; nel 1928 l' edito princeps ( 1572 ) venne riprodotta in un'ed. nazionale curata da A. Lopes Vieira, e dello stesso anno è quella di J. M. Rodrigues che con lo stesso Lopes Vieira ha curata un'ed. delle liriche (Coimbra 1932). Nel 1880 una Bibliographia camoniana è stata curata da Th. Braga (Lisbona), un'altra da J. de Vasconcellos (Porta). Van qui ricordate anche la versione italiana dei Lusiodi, in prosa, di S. Pellegrini (Torino 1934) e la scelta di J. Ruggieri (L. de C. I Lusiodi, brani scelti, Modena 1939, pubbl. dall'Ist. di Filol. rom. dell'Università di Roma [Testi e manuali, 13]). Studi: nell'ampia corrente della critica camonaians vanno segnalate almeno le opere seguenti: T. Braga, Historia de C., Porto 1873-74; A. F. de Castilho, Circulo camoniano, ivi 1889-92; W. Storck, L. de C.' Leben, Paderborn 1890; J. P. Oliveira Martins, C.. os Lusíadas e a Renascença em Portugal, Porto 1891; A. M. Rodrigues, Fontes dos Lusíadas, Coimbra 1905; T. Braga, C. Vida e obras, Porto 1907; A. F. G. Ball, L. de C., Oxford 1923 in Porto 1936); J. Mendes dos Remedios, C. e o ideal da sua obra, Coimbra 1924; A. Rüegg, L. de C. und Portugals Glancckeit im Spiegel seiner Notlmedepon, Basilea 1925; A. Peixoto, C. e o Brasil, Lisboa 1927; A. Valloama Post, C. e Garcilaso, in Estudios criticos in memoriam de A. Bonilla y San Martin, II, Madrid 1930, pp. 469-78; A. Pelxoto, Ensaios camonianos, Coimbra 1932; F. de Figueiredo, A épica portuguesa no século XVI, Lisboa 1932; V. de Castro e Almeida, Vie de C., Parigi 1935; H. Cidade, L. de C., 1. O lirico,
## Page 280
Lisbona 1936; A. Rebċlo Gonçalves. Dissertaçöes canonianas. San Paolo 1937: S. Leite. C.. poeta de expansão da fé, Rio de Janeiro 1943.
Jole Scudieri Ruggieri
CAMOS (Kémôt) : v. CHAMOS.
CAMOZZI, Carlo Francesco. - Orientalista francescano, n. a Breno il 17 sett. 1672 ; il 16 dic. 1690 fece i voti religiosi nell'Ordine dei Minori; m. il 28 genn. 1745 nel convento di S. Francesco a Ripa a Roma. Il 24 nov. 1704 fu istituito lettore di controversie nel Collegio missionario di S. Pietro in Montorio. Nel 1709 lasciò questa carica per infermità degli orecchi.
Si diede allora a scrivere per i missionari il Manuale Missionariorum Orientalium (2 voll. in-fol., Venezia 1727). Di quest'opera uscì un compendio: Epitome Manualis Missionariorum Orientalium, Roma 1736.
Queste due opere sono di gran valore e forse sono le prime scritte per i missionari dell'Oriente. In esse vien insegnato il metodo della detta missione, specialmente per i maomettani. Vengono trattate questioni dommatiche e morali spettanti agli orientali, la materia appunto che si inseguava nel Collegio di S. Pietro in Montorio, sotto il titolo di "Controversie". Di speciale importanza per il metodo della missione è il trattato "unico" aggiunto al secondo volume: De instructione Missionariorum Apostolicorum. Inoltre il p. C. compose anche un Directorium mysticum secundum mentem divi Bonaventurae, opera rimasta incompleta ed inedita.
Bibl.: A. Kleinhans, Historia Studii Linguae Arabicae et Collegii Missionum O.F.M. in Conventu ad S. Petrum in Monte Aureo Romae erecti. Quaracchi 1930, pp. 123-26.
Arduino Kleinhans
CAMPAGNA, Diocesi di.-In provincia di Salerno, C. sorge sulle pendici meridionali dei Monti Picentini, in una gola attraversata dal Tenza. La sua importanza storica rimonta ai tempi della civiltà greca; abbandonata in tempi antichi, si dice che l'odierna città sia stata costruita da abitanti delle rive del Sele che, molestati dai Saraceni, si sarebbero rifugiati in questa località. Il 19 giugno 1525, ad istanza di Carlo V, Clemente VII con la bolla Pro Excellent! elevava la collegiata di S. Maria della Pace in C. a cattedrale, creando così la sede vescovile che univa «aeque et principaliter» a Satriano, andata in rovina e nel cui territorio sorgeva C. Il suo primo presule fu il domenicano Cherubino Gaetano, vescovo di Satriano dal 1521 e morto nel 1545 .
La diocesi nel sec. xvir era suffraganea di Salerno. Nel 1818 la diocesi di Satriano veniva soppressa e C. passò in amministrazione perpetua a Conza, da cui venne separata il 30 sett. 1921.
Tra le chiese più importanti : la S.ma Trinità, S. Salvatore e S. Bartolomeo. Nel territorio della diocesi: l'abbazia di S. Cataldo, fondata verso il 1160 da Romualdo II, arcivescovo di Salerno e l'abbazia benedettina di S. Maria Nuova.
La diocesi, immediatamente soggetta alla S. Sede, comprende qualche comune in provincia di Potenza e gli altri in quella di Salerno in una superfice di 96 kmq .; ha 28 parrocchie, 49 sacerdoti diocesani e 11 regolari, 69.102 ab., tutti cattolici (1948).
Bibl.: F. Sacco, Dizionario geografico, istorico, fisico del Regno di Napoli, I. Napoli 1795, p. 155; Cappelletti, XX, p. 235; A. V. Rivelli, Memorie storiche della città di C., 2 voll., Salerno 1894-95; Cottineau, I (1939), col. 575.
Noemi Crostarosa Scipioni
CAMPAGNOLA, Giulio e Domenico. - Incisori e pittori. Giulio, figlio di Girolamo, n. a Padova forse nel 1482, m. dopo il 1514 . Nel 1498 fu alla corte di Ferrara, nel 1507 a Venezia; nel 1514 è ricordato come incisore nel testamento di Aldo Manuzio. Nei dipinti è evidente l'influsso del Mantegna e di Giorgione.
Come incisore, dopo aver oscillato fra il linearismo mantegnesco-düreriano e l'ammorbidimento delle forme proprio della pittura veneta del suo tempo, eseguil le sue stampe più tarde con la tecnica del "puntaramo", ciò che gli permise di ottenere risultati originali specie per lo spirito anticlassico che caratterizza la sua opera. Notevoli le incisioni tratte da opere dei Bellini, Dürer, Mantegna, Tiziano ed in specie il Ratto di Ganimede e la Samaritana.
Domenico, n. forse nel 1482 a Padova dove lavorava ancora nel 1562 , non si sa se fosse congiunto di Giulio o soltanto scolaro.
In collaborazione con lui esegue l'incisione Il concerto (accademia Albertina, Vienna), e ciò con una maniera assai diversa da quella di Giulio. Nella sua scarsa attivita di pittore fu seguace del Romanino e del Moretto; nel 1511 collaborò con Tiziano agli affreschi delle Scuole del Car. mine e del Santo ed a quelli di casa Cornaro a Padova. Nel 1531 dipinse a Venezia raboschi e figure in S. Maria del Porto e nel 1534 nella Scuola di S. Rocco; nel 1562 eseguil a Padova la pala di S. Omobono. Questa esperienza pittorica si rivela, sia pure attraverso caratteri esteriori, nelle sue incisioni migliori.
Bibl.: Per Giulio: P. Kristeller, G. C. Kupferstiche und Zeichnungen, Berlino 1907; G. Fiocco, La giovinezza di G. C., in L'Arte, 18 (1915), pp. 158-56; T. Borcnina, Four early italian eugrecers - Antonio del Pallaiolo, Andrea Mantegna, Jacopo de' Barbari, G. C., Londra 1923; M. Pittaluga, L'Incisione italiana del Cinquecento, Milano 1930, pp. 203-12, 323 e passim. - Per Domenico: E. Galichon, D. C., Parigi 1864; L. FroelichBum, Die Landschaftezeichnungen des D. C.. in Belsedere, 8 (1929), pp. 238-61; M. Pittaluga, op. cit., pp. 216-25, 323 e passim; W. Suida, Tizuan die beiden C. und Ugo da Carpi, in Critica d'Arte, 1 (1933-36), pp. 283-88.
Fabio Borroni
CAMPAILLA, Tommaso. - Naturalista e filosofo, n. a Modica (Ragusa) nel 1668, m. ivi nel 1740.

(per cortesia del dott. B. Gegenhart)
Campagnola, Giulio - S. Giovanni Battista. Incisione in rame.
## Page 281
Per vari aspetti autodidatta, studiò all'Università di Catania. Fu in relazione con Berkeley che lo chiamava "vir doctissimus" da cui attingeva "clarissimos ingenii fructus" (Lettera da Messina 1718, e da Londra 1723 : edite nella Vita premessa all'Idamo), e amico di L. Muratori che lo definì "Lucrezio cristiano e italiano" (Lettera al Ceva e al Prescinone, ibid.) e lo invitò ad occupare una cattedra all'Università di Padova.
Scrisse di materie scientifiche, criticando parecchie dottrine di Newton (Considerazioni sulla fisica di I. Newton, Milano 1710). In filosofia segui Cartesio, pur modificando alcune sue dottrine, come quella dei rapporti tra il corpo e l'anima. In genere tentò la conciliazione di Cartesio con la scolastica (cf. il poema filosofico: Adamo ovvero il mondo creato, Siracusa 1783 ).
BISL. A. Grammatico, T. C., filosofo cartesiano, in Acta II Congressus Thamistici internationalis, Torino 1936, p. 130 sq.; S. Scime, Indagini sul pensiero del Risorgimento, Roma 1949, passim, e specialmente parte I. cap. 2.
Salvatore Scime
CAMPANA. Strumento di bronzo a forma di tazza riversa, che suona

(per cortesia di mano. Fallant)
campana - Ritorno in Belgio delle campane asportate durante la guerra 1939-43.
quando le pareti ne son percosse da un battaglia nell'interno o da un martello all'esterno. Il suo uso rimonta alla più remota antichità.
I. Storia. - Il vocabolo c. secondo Isidoro da Siviglia (Origines) deriverebbe dalla Campania, dove col bronzo locale detto campanum si sarebbero fabbricate le prime c.; poiché una delle officine che le produceva si trovava a Nola, la leggenda attribuì l'invenzione a s. Paolino vescovo di quella città (409431). Simili strumenti, sia pure in dimensioni minori, esistevano certo già precedentemente, e da questi derivò la c. usata nel culto cristiano.
I popoli antichi dell'Europa forse non conobbero c.; sembra invece che ne siano state fabbricate di grandi dimensioni in Oriente prima del cristianesimo: in Cina se ne fusero nel v e vi sec. e alcune ne restano ancora nei monasteri buddhisti. Quando il culto cristiano le abbia cominciate ad usare, non è possibile determinare. Vediamo, però, che sin dal sec. vi ricorrono in documenti latini le voci c. (campanns) e signum; il primo allusivo alla regione di origine, il secondo relativo all'uso cui l'oggetto era destinato, e certamente nel sec. vir erano in uso in Italia, nelle Gallie e nelle isole britanniche; secondo il Liber ordinum, anche la Spagna le conosceva da tempo.
Nel sec. viII il papa Stefano II (752-57) fa costruire in S. Pietro una torre campanaria con tre c. L'uso di queste infatti è presto collegato con la costruzione del campanile, dovuto alla necessità di innalzare le c., perché il loro suono potesse convenientemente diffondersi.
Le prime c. si facevano in lamina di ferro battuto e avevano forma quasi tubolare, con un leggero allargamento in basso; nei secc. vir e viII si cominciarono a fondere in bronzo, con una lega composta di quattro parti di rame e una di stagno; non è certo che vi si ag-
giungesse talvolta dell'argento, più probabile è invece nella lega la presenza del piombo e certa quella dell'antimonio che i fonditori italiani del Trecento adoperavano per rinforzare il suono. Nel Seicento, in Austria, in Germania e nella Svizzera si fusero, ma per poco tempo, anche campane in ferro; nel sec. xix se ne fecero pure in acciaio.
Le c. venivano fuse fin dal sec. ix in officine nomadi. Il mestiere si trasmetteva da padre in figlio; in Francia troviamo i De Croisilles attivi nei secc. xili-xiv, e sappiamo di molte famiglie tedesche e olandesi operanti sino al sec. xviri. In Italia, nel sec. xili e segg., si distinsero particolarmente i fonditori pisani, lucchesi e fiorentini (Bartolomeo, Loteringio di Bartolomeo, Guidoccio, Guidotto e Andrea Pisano di Guidotto, Bonaguida e Rico Fiorentini, Andreotto e Giovanni). Molte delle c. delle cattedrali italiane datano dal sec. xvi.
Abbastanza presto si cominciò ad apporre sulle c. iscrizioni con nomi di santi, con l'indicazione dei fonditori, dei donatori e la data, con frasi relative alla destinazione dell'oggetto; l'uso si diffuse maggiormente col sec. xir. Iscrizioni che ricorrono spesso sono quelle tratte dell'epitaffio di s. Agata: Mentem sanctam spontaneam, honorem Deo et patriae liberationem e l'altra Vox mea, vox vitae, voco vos ad sacra, venite. Le c. si abbellirono anche con vari ornamenti come figure di santi, ecc. ottenuti con stampi talvolta approntati da artisti di notevole valore.
In Italia Roma ebbe il maggior numero di c. e anche quelle di maggiori dimensioni; probabilmente delle più antiche è la c. trovata a Canino, fusa in bronzo, adorna di due croci rilevate e di una iscrizione, del sec. viII o del principio del Ix (museo Lateranense); ed anche quella di S. Benedetto in Piscinula; quelle di S. Cosimato (1238?), di S. Adriano (1249), di S. Maria in Domnica (1288), di S. Maria in Cosmedin (1289). Pure del 1289 sono una c. di S. Maria Maggiore (museo Lateranense) e un'altra di S. Pietro in Vaticano, opere di Guidotto Pisano, coadiuvato dal figlio Andrea in quella di S. Maria Maggiore, con iscrizioni e nomi degli autori. Altre due di S. Maria Maggiore sono una dell'officina di Guidotto (fine xili sec. o principio del xiv) e un'altra di una fabbrica del xiv sec. Le c. di S. Maria Maggiore venivano ritenute le migliori di Roma ed erano famose per il suono armonioso attribuito alla presenza di argento nella lega. In S. Nicola in Carcere sono ancora due c. di Guidotto Pisano con la data 1286 e il nome del fonditore. Pure di Guidotto Pisano è la c. di S. Angelo in Pescheria del 1291, anch'essa con iscrizione. Bartolomeo Pisano fuse c. per S. Francesco d'Assisi nel 1239 e molte altre chiese toscane (Pisa, S. Paolo a Ripa, 1242; S. Cosimo, 1248; Firenze, museo di S. Marco, 1249); Loteringio, suo figlio, fuse quelle ora nel museo di Lucca (1242) e del campanile di Pisa (1262); Guidoccio, anche pisano, fabbricò la c. del comune di Spoleto, del 1283; di Bonaguida e Rico Fiorentini è una c. a S. Michele di Pontorno (1278). Nel duomo di Anagni è una c. del tempo di Bonifacio VII, di Andreotto e Giovanni. Ricordiamo ancora le c. di S. Martino di Lucca, quelle di Loreto, di Parma, del duomo di Milano.
## Page 282
Nel resto di Europa la nazione che ha, o aveva, il più gran numero di c. è la Russia (celebre quella colossale di Mosca, detta c. Zar); la Germania possiede un gran numero di c. medievali, la Spagna ne ha parecchie in ferro battuto, mentre la Francia ne ha perduta la maggior parte in seguito alla rivoluzione. Famose nella Svizzera le c. dei monasteri di S. Gallo.
Nel campo profano vanno specialmente ricordate le c. delle torri civiche (ad es. Firenze, palazzo Vecchio). Un posto a parte hanno i cosiddetti carillons, concerti di c. sacerdote e distribuite a scala; notissimi quelli delle torri civiche fiamminghe.
Tra le c. italiane moderne ricordiamo la c. di bronzo omaggio dei comuni d'Italia alla tomba di Dante in Ravenna (1921), modellata da D. Cambellotti e fusa da F. Lucenti; la grande c. fusa col bronzo di varie nazioni e posta sul castello di Rovereto perché porti il saluto di pace a tutti i morti della prima guerra mondiale, disegnata e modellata da S. Zuech (1924).
BibL.: F. X. Kraus, Geschichte der christlichen Kunst, II, I. Friburgo in Br. 1908, p. 489 sgg.; A. Gerola, Antiche c. nel Treutino, Trento 1903; G. Carocci, La c. di S. Marco di Firenze, in Boll. d'Arte, 2 (1908), pp. 256-64; D. A. Tani, C. Romminghe ed inglesi in Roma, in Roma, 2 (1924), pp. 322 323; F. Tocsca, Storia dell'arte staliana, I, Il Medioevo, Torino 1927, pp. 1109 e 1144, nota 52; A. Serafini, Torri cum. paeante di Roma e del Lazio nel mediarco, Roma 1927, p. I sgg.; G. Astorri, Architettura sacra generale, ivi 1932, pp. 181-90; E. Giovagnoli, Il tesoro eucaristico di Canasciò, la pittura 'uabra nelle sue origini, Città di Castello 1940, passim (sull'origine delle c.3; C. Mussini, C. del territorio arctino, in Arte cristiana, 30 (1942), pp. 29-38; P. Romano, C. di Roma, Roma 1944; V. Elisseeff, Musées Guimet: une cloche chinoise, in Bull. des Musées de France, 3 (1947), pp. 35-38.
Vincenzo Golzio
II. Liturgia. - Le c. sono per il servizio del culto, e servono a chiamare i fedeli alle sacre funzioni, ad esortarli alla preghiera in determinate ore del giorno e in varie occasioni, per i defunti e per i moribondi, nel temporale, nell'incendio, ecc. Suonarle per altri motivi è permesso solo con l'autorizzazione dell'Ordinario, salvo caso di necessità o diversa consuetudine; farlo per ragioni non cristiane è proibito. L'Ordinario può ordinare il suono ob causam publicam anche ai religiosi esenti, salvo contrario privilegio o consuetudine (can. 612). Le c. sono dotazione della chiesa, la quale ne è legittima proprietaria. Considerate res sacros, la Chiesa richiede che le c. siano consacrate o benedette (CIC, can. 1169). Questo rito risale al sec. viri, ed è contenuto nei suoi elementi essenziali nell'Ordo romanus F. Nella liturgia odierna ne abbiamo tre formulari. Il primo è nel Pontificale romano; De benedictione signi vel campanae e si usa per le c. di chiese consacrate. La seconda sta nel Rituale romano: Benedictione reservatae I. n. 7, ed è per le chiese solennemente benedette o per gli oratori. La terza è per la benedizione di c. destinate all'uso profano ma lecito, ed è nello stesso Rituale : Benedictiones reservatae I. n. 8. Tutte e tre sono riservate al vescovo o a sacerdote delegato. Nel ' 700 la c. fece la sua comparsa in orchestra, ma l'uso ne restò limitato ad alcune composizioni descrittive o con elementi di tipo pittoresco ed evocativo. Generalmente la c. d'orchestra è di acciaio, di forma tubolare e vien percossa con martelli di legno; è quindi più maneggevole, ha sonorità moderata e suoni determinati.
BibL.: H. Orte, Glocheuhunde, 2⁴ ed., Lipsia 1884; M. De Thon, Notes sur la bèuédiction, la vertu et le rôle de la cloche, Périgueux 1897; U. Chevalier, Cluches, clachettes: Répertoire des sources historiques du moyen âge, I, Montbéliard 1894, coll. 734-35; A. Franz, Die hirchlichen Beuedihtionen im Mittelalter, Friburgo in Br. 1909; J. Baudot, Les cloches, Parigi 1913; K. Walter, Glokhenhunde, Ratisbona 1913; A. Fortescue, La Messe. Etude sur la liturgie romaine, Parigi 1921, pp. 450-53; V. Casagrande, L'arte a servizio della Chiesa, Torino 1938, pp. 293-301.
Filippo Oppenheim
III. Legislazione italiana. - Nel diritto italiano preconcordatario, pur riconoscendosi la competenza della Chiesa in materia di uso delle c., vi erano però alcune norme limitative. Cosi ad esempio il codice penale del 1889 puniva chiunque "mediante abuso di c. disturba le occupazioni o il riposo dei cittadini o i ritrovi pubblici»
(art. 457). Il R. D. 12 febbr. 1911 n. 297 e poi l'art. 131 del T. U. 4 febbr. 1915 n. 148 davano facoltà ai comuni di stabilire norme " per impedire l'abuso del suono di c. " Dopo i patti lateranensi, riaffermato nell'art. I del Trattato il riconoscimento del libero esercizio del culto, le possibilità di intervento statale in materia sono necessariamente diminuite. Perciò nel nuovo T. U. della legge comunale e provinciale 3 marzo 1934 n. 383 non è stata più riprodotta la disposizione che dava ai comuni la facoltà sopra riferita; e nel nuovo codice penale non si prevede più espressamente l'abuso di c., bensì genericamente l'abuso di strumenti sonori o di segnalazioni acustiche (art. 659), sebbene certamente fra gli strumenti sonori siano comprese anche le c. (ma la disposizione riguarda anche e soprattutto l'abuso fatto da parte di estranei senza l'autorizzazione dell'autorità ecclesiastica).
E da menzionare poi l'art. 40 lett. b del R. D. 2 dic. 1929 n. 2262, che vieta alle fabbricerie di ingerirsi nel modo e nel tempo di suonare le c.; e l'art. 41 dello stesso decreto che, traducendo il can. 1185 del CIC, riserva al rettore della chiesa, salve le legittime consuetudini e convenzioni e l'autorità dell'ordinario, la nomina del campanaro.
BibL.: J. F. Ludovici, De eo quod iustum est circa campanae, Halle 1739; F. Bova, Il suano delle c. nelle storie e nelle leque penale con speciale riguarda al regime concordatario, in Il diritto ecclesiastico, 43 (1935), p. 60 sg.; V. Manzini, Trattato di diritto penale italiana, IX, n. Torino 1939, pp. 111-14.
Fio Ciprotti
IV. Folklore. - Le usanze e credenze relative alle c. costituiscono un aspetto interessante della tradizione popolare. L'efficacia del suono delle c. per scongiurare la grandine ha assunto in varie localita differenti modi di manifestazione. Ad es. in alcuni paesi dell'Umbria è la c. della chiesa parrocchiale che deve suonare per prima, mentre in altri è la c. della torre comunale. E opinione diffusa nel popolino che se il campanaro è sollecito a suonare le c. prima che la grandine sia arrivata nel territorio della parrocchia, essa non potrà più entrarvi. Da ciò la grave responsabilità che viene addossata al campanaro, al quale pertanto si richiede vigilanza e sollecitudine straordinarie. In Abruzzo si crede dal basso volgo, che il suono delle c. abbia efficacia quando il diavolo è appena montato a cavallo sulla «nuvola trista»: se già si è messo in viaggio, vi è poca speranza che il suono lo trattenga. La terminologia adoperata per indicare questo suono contro la grandine, varia anch'esso secondo i paesi: a malacqua, a tempesta, a scongiuro, ecc.; anche ad acqua bona, per augurio. Certe particolari c. sono ritenute dotate di virtù superiori alle altre per allontanare la grandine; specialmente quelle battezzate nel nome di un santo protettore contro la grandine, come s. Pietro Martire, s. Vincenzo, s. Potenziana. Interessanti anche gli usi popolari del suono delle c. per il Battesimo e la morte. Il sesso del battezzando si può distinguere dal diverso suono delle c. Così per un maschio si usa suonare la c. grande e per la femmina la piccola; anche la durata dello scampanio è maggiore nel primo caso che nel secondo; essa dipende talvolta anche dalla maggiore o minore generosità del padrino verso il campanaro. Più ricca varietà di usi presenta il suono della c. per la morte; le differenze servono a distinguere sia l'età che il sesso. Per es. è molto diffusa l'usanza di suonare a festa per la morte di un bimbo: si dice "suonare ad angelo"; per quella di una persona anziana il primo scampanio è più lungo. Quanto al sesso, in genere, per un uomo si usa maggior numero di rintocchi che per una donna (per es. 12 nel primo caso, 9 nel secondo). Il suono delle c. si distingue anche nel fatto che prima si usa suonare un certo numero di rintocchi, a cui segue uno scampanio. Le varietà locali sono numerosissime. Da rilevare anche l'interpretazione onomatopeica che il popolo dà alle voci delle c., trasformandole in parole o frasi o versetti, quasi sempre appropriati alla circostanza in cui le c. vengono suonate, o alla chiesa a cui le c. appartengono. Il naturale umore scherzoso e satirico del popolo vi si manifesta con espressioni indovinate, graziose o estrose, o talora anche irriverenti. - Vedi Tav. XXXII.
## Page 283
Birl.: P. Rieci, Dissertazioni sul costume di suonare le c. in occasione di temporali, Faenza 1789; G. Vinamore, Credenze, usi e costumi abbrazzosi, Palermo 1890; G. Bellucci, La grandine nell'Umbria, Perugia 1909; G. Pitre, Usi e costumi del popolo uriliano, I, Roma 1942 (vol. XIV della edizione nazionale). Paolo Toschi
CAMPANIA, Emilio. - Distinto mariologo, n. nel 1874 a Signora (Val Colla, Ticino), m. a Lugano il 14 giugno 1939. Compì i suoi studi a Pollegio, a Lugano e a Roma, all'Atenco Urbaniano «De Propaganda Fide», dove si laureò in filosofia e teologia. Divenuto sacerdote nel 1897, ritornò a Lugano, dove per 42 anni tenne la cattedra di dogmatica e dal 1914 anche l'ufficio di canonico teologo della Cattedrale, dal 1927 al 1932 la carica di rettore del Seminario.
Coltivò con amore la teologia mariana, stampando le due notissime opere: Maria nel dogma cattolico (Torino 1923; la 3ᵃ ed. è stata curata dal p. Roschini, ivi 1946. L'opera fu tradotta in varie lingue), Maria nel culto cattolico (ivi 1933, 2 voll.), cospicue per mole, chiarezza e dottrina. Il suo antico maestro a Propaganda, il card. Lépicier, lo definì, giocando sul cognome "La campana di Maria»: l'elogio era meritato. Lasciò anche uno studio storicodogmatico: Il Concilio Vaticano (Lugano 1926, parte 1^{text {a }} : Il clima del Concilio; l'altra parte non è comparsa) e vari articoli in riviste teologiche. Stava preparando: Maria nell'arte.
Bibl.: G. Roschini, La morte del prof. E. C., in Mariamum, 1 (1939), pp. 353-55; A. Pometta, Il teologo E. C., in Giornale del Popolo di Lugano, 15 giugno 1938, p. 1; A. Codaghengo, La scomparsa di un illustre teologo ticinese, in L'Osservatore Romano, 22 giugno 1938, p. 4. Antonio Piolanti
CAMPAN̄A, Pedro. - Pittore, n. a Bruxelles nel 1503 ed ivi m. nel 1580 . Il suo vero nome era Kempeneer e fu probabilmente allievo di Bernard Van Orley.
A Bologna, nel 1529, dipinse un arco trionfale per l'incoronazione dell'imperatore Carlo V e a Roma e a Venezia fu al servizio del card. Grimani. Passato in Andalusia, dove operò dal 1548 al 1563 , nella cattedrale di Siviglia dipinse la cappella Mariscal e altre opere lasciò nelle chiese di S. Isidoro, di S. Caterina, di S. Juan de la Palma, ma la sua opera più famosa è la Deposizione dalla Croce in S. Cruz, molto ammirata anche dal Murillo.
Bibl.: J. A. Cian Bermúdez, s. v. in Diccionario histórico de los más ilustres profesores de las Bellas Artes en España, I, p. 201 sgg.; F. Winkler, s. v. in Thieme-Becker, XX, pp. 142144; J. de Contreras, Historia del Arte Hispánico, III, Barcelona 1940, pp. 353-55. Gilberto Ronci
CAMPANELLA, Antonio Maria. - N. a Genova il 2 marzo 1811, m. ivi il 23 marzo 1910. Dopo essere stato ordinato sacerdote, professò sacra eloquenza al seminario arcivescovile della città natale, e divenne uno dei più combattivi esponenti della stampa cattolica dopo il 1848 , dirigendo per vari anni il Cattolico.
Devoto alla causa di Pio IX, fu contrario all'opera dell'arcivescovo Charvaz, quando codesta apparve troppo condiscendente alle massime liberali dello stato sardo. Pubblicò una Lettera al reverendo signor Enrico Ternia, canonico della Metropolitana di Genova, autore della biografia di mans. arcivescovo Andrea Charvaz (Genova 1871).
Bibl.: F. Poggi, s. v. in Diz. Risorgimento, II, pp. 499-500. Silvio Furiani
CAMPANELLA, Tommaso. - Vita ed opere. Giovanni Domenico C. n. a Stilo, in Calabria, il 5 sett. 1568, entrò nell'Ordine domenicano mutando il nome di battesimo in Tommaso, ma rimase insoddisfatto dell'insegnamento ufficiale del convento ispirato all'aristotelismo e cercò nel telesianismo la base per una nuova filosofia della natura. Incontrò pertanto una fiera ostilità che lo spinse a viaggiare per l'Italia in cerca di ambienti più confacenti, contro le ingiunzioni dei suoi superiori; fu a Napoli, a Roma, a Firenze, a

(da T. C., Poesie, e cura di G. Gentile, Firenze 1939) Campanella, Tommaso - Bitratto di scuola napoletana (sec. XVII).
Padova; a Napoli pubblicò il suo primo iavolo, la Philosophia sensibus demanstrata, nella quale opponeva all'astrattismo e al dialettismo degli aristotelici una cosmologia fondata, a suo parere, sull'esperienza.
A Padova, implicato in processi di vario carattere, il C. meditò il disegno d'una confederazione di Stati europei con a capo il Papa e lo espose nello scritto Monarchia christianorum (1593) cui aggiunse la proposta di riforme disciplinari con lo scritto De regimine Ecclesiae : l'uno e l'altro scritto andarono perduti. Fermo a questo ideale terocratico, il C. pensò di farvi aderire la Spagna come braccio armato, invitando gli Stati italiani ad accettare la supremazia spagnola con i Discorsi ai principi d'Italia. Tradotto a Roma e condannato nel 1596 all'abiura de vehementi haeresis supicione, fu costretto a ritornare in Calabria (1597); nel marzo 1598 lo troviamo a Napoli dove compie un breve trattato di filosofia della natura e di etica, l'Epilogo Magno, ed osserva le tristi condizioni del popolo; la sua idea fissa è, però, che la Spagna cesaropapista debba riconoscere pienamente la supremazia pontificia e costituire il suo braccio armato.
Tornato in Calabria, il C. diede forma concreta alle sue ideologie : partecipò alle contese giurisdizionali, prendendo le parti dei vescovi contro i funzionari del regno di Napoli, e stese l'opera politica che doveva nello stesso tempo esaltare la Spagna e invitarla a riconoscere la supremazia papale: la Monarchia di Spagna. Un ostacolo grave egli scorgeva per l'agognata unità terocratica: era il regno di Napoli, feudo pontificio in mano alla Spagna, pomo della discordia fra le potenze europee per il predominio del Mediterraneo, radice della loro debolezza di fronte alla minaccia turca; gli balenò perciò il pensiero di far tornare il regno alle dirette dipendenze del Papa e per questo cercò d'intendersi con frati malcontenti
## Page 284
e con laici ambiziosi. La cosa aveva tutta l'aria d'una congiura, anche se il C. non desiderasse un'azione diretta e violenta; ma congiura, anzi ribellione la ritennero, e come tale la soffocarono, i funzionari spagnoli.
Il 6 sett. 1599 , in base a denuncia di due filospagnoli, il C., insieme ad altri del suo sentire, venne arrestato e, dopo alcuni processi informatòri, tradotto a Napoli. Qui, fra contese giurisdizionali, minacce ai complici che deponevano, esecuzioni pubbliche di congiura.i e torture, i processi andarono avanti lentamente; oltre al processo di congiura si intento quello di eresia perché, con il noto metodo, gli Spagnoli e i loro funzionari italiani di Napoli facevano passare per eretici i loro avversari politici. Si aggiungeva il desiderio del C. di essere giudicato da un tribunale ecclesiastico, ragione per la quale fece dirigere il processo sulla colpa di eresia. Sentenza per il processo di congiura non vi fu mai nei confronti del C.; quanto poi al processo di eresia non si riusci a renderlo convinto o confesso anche dopo il dolorosissimo tormento della veglia durato circa quarant'ore; però, a causa delle gravi seppur discutibili deposizioni, il S. Uffizio il 13 nov. 1602 emise la condanna: «Omnino retineatur in carceribus S. Officii absque spe liberationis». Non ci fu degradazione e consegna al braccio secolare, e pertanto il C. non venne giudicato relapsus; il che dimostra che per il S. Uffizio il C. non era certamente eretico; la condanna al carcere perpetuo si riduceva di fatto a pochi anni di carcere. Le autorità spagnole si guardarono bene dal consegnare il condannato al S. Uffizio per il timore che venisse liberato; e il C. fu tradotto da un castello all'altro di Napoli fino al 1626 in una prigionia che diveniva talvolta orribile. Le sue poesie di carattere autobiografico ritraggono bene la penosa situazione del C . invocante dappertutto pietà e impedito di realizzare il suo sogno di unità ierocratica.
All'impedimento dell'azione faceva però riscontro una feconda attività di scrittore. Al 1602 appartengono gli Aforismi politici e la celeberrima Città del sole; nei primi il C. delineava una trattazione scientifica di politica, nella seconda delineava un ipotetico stato naturale, fondato su di un forte senso della socialità e aperto, nel suo ossequio verso la ragione, al cristianesimo. Al 1603 appartiene il De sensu verum et magia, in cui vengono esposte le teorie pansensistiche; del 1605 è la Monarchia Messiae, solenne celebrazione della centralità e della regalità di Cristo e del papato; del 1606 sono gli Antivemeti, nei quali vengono combattute le pretese di Venezia contro il papato; del 1607 è l'Atheismus triumphatus, un trattato apologetico di introduzione al cristianesimo, del quale si dimostra, contro lo storicismo relativistico di marca averroistica e machiavellica, la saldatura con la ragione e la natura senza la riduzione ad esse.
Frattanto, in mezzo a continue insistenti suppliche per la liberazione, sequestri di appunti e di manoscritti, visite di uomini colti italiani e stranieri (fra i qualt celebri G. Schopp e T. Adami), il C. proseguiva nella sua produzione. Erano complete per il 1613 la Pbilosophia rationalis (grammatica, dialettica, retorica, poetica, storiografia), la Realis philosophia epilogistica (un trattato di filosofia naturale e antropologica con cenni di etica, quasi la traduzione dell'Epilogo Magno) con annesse ampie e numerose Quaestiones; ma opere principali restano la Metafisica, la Teologia e il Quod reminiscentur: la prima (Metaphysicarum rerum iuxta propria dogmata partes tres) è un poderoso e talora farraginoso trattato di metafisica e di gnoseologia, i cui primi inizi si debbono alla gioventù del filosofo e la definitiva stesura al 1614; la seconda (Theologicorum libri X X X ) è una grandiosa esposizione della dogmatica cattolica, disegnata già in gioventù ma portata a compimento nel 1624 ; il terzo è una singolare raccolta di messaggi a tutto il mondo per affrettare la conversione
al cattolicesimo e la realizzazione dell'unum ovile e dell'unus pastor nel ritorno (reminiscenza) a Dio: lo si potrebbe dire il codice del missionarismo cattolico. Non va dimenticata l'Apologia pro Galilaeo del 1615 , nella quale, d'altronde, la difesa dell'astronomo dagli attacchi altrui non importava l'accettazione delle dottrine copernicane da parte del filosofo.
Liberato finalmente dal carcere napoletano (1626), il C. fu trasferito a Roma e rinchiuso nel S. Uffizio fino al 27 luglio 1628 . Riacquistata la libertà definitiva, il C., sempre in polemiche dottrinali con i suoi confratelli domenicani, lavorò su tre direttrici : l'erezione di un collegio per preparare i missionari (non vi riusci, ma forse il filosofo ha avuto dei meriti quanto all'erezione del collegio di Propaganda Fide), l'approvazione delle sue opere e l'avvicinamento alla Francia che doveva sostituire la Spagna nella funzione di braccio armato della Chiesa; papa Urbano VIII lo trattava con molta bontà pur sapendo dell'opposizione che i due cardinali nipoti avevano per il filosofo. La scoperta d'una congiura ordita a Napoli contro la Spagna da un domenicano discopolo del C. spinse quel governo a chiedere al Papa l'estradizione del filosofo; Urbano non lo consegnò, ma con la protezione dei diplomatici francesi riusci a farlo emigrare in Francia, dove il C., stimato ed onorato da politici e da dotti, si occupò prevalentemente della stampa di alcune opere, della conversione degli eretici e della consulenza politico-dottrinale alla Francia del Richelieu; scrisse ancora in terra straniera; l'ultima sua composizione, l'Ecloga per la nascita del Delfino, è l'espressione finale d'un sogno ierocratico di riforma che lo aveva perseguitato tutta la vita. Il 21 maggio 1639 il C. finiva «in pace tanti guai».
Carattere complesso quello del C.; ricco d'ingegno, ma ancora più ricco di fantasia; conoscitore formidabile di quasi tutte le fonti della cultura del suo tempo; ardente, ma orgoglioso ed irrequieto; tenace, ma impulsivo; sincero e non simulatore, come ha creduto di presentarlo il suo più noto biografo, L. Amabile; devoto alla Chiesa pur nell'ansia d'una riforma culturale, sociale e disciplinare; anzi, tanto più ardente per le riforme quanto più legato all'ortodossia sostanziale del Concilio Tridentino e alla gloria storica del papato. Contro di lui infierirono protestanti tedeschi e regalisti italiani (Giannone), mentre poi l'atmosfera anticlericale di alcuni settori di cultura nel secolo scorso intese farlo apparire ribelle alla Chiesa. In questi ultimi tempi si è andata sempre più consolidando la tesi dell'ortodossia; però alcuni (Ametio, Firpo) distinguono due periodi nella vita del C.: eterodosso fino al 1602-1603, ortodosso fino alla morte; altri invece (Déjob, De Mattei, Bruers) stanno per l'unità e la continuità ortodossa del pensiero campanelliano; quest'ultima posizione ha i maggiori suffragi.
Pensiero. - Sul piano teoretico l'orizzonte del C. è una nuova sintesi filosofica, ispirata a s. Agostino e a s. Tommaso, con la quale superare l'eterodossia dell'aristotelismo rinascimentale e la sterilità della Scolastica decaduta. La sintesi fra Agostino e Tommaso è evidente nel concetto centrale di realtà che illumina e comanda tutto il sistema campanelliano; la realtà per C. è essere, e ciò in linea con l'aristotelismo tomistico; ma l'essere possiede un'interna dialettica costituita da tre primalità : potenza, sapienza e amore, e ciò in linea con il triadismo agostiniano di posse, nosse e velle; su queste primalità poggiano le classiche proprietà trascendentali che si concludono nell'unità.
## Page 285
L'ente, il cui concetto è analogico, trova il suo limite nel nulla, e dalla rispettiva si