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ta da tre primalità : potenza, sapienza e amore, e ciò in linea con il triadismo agostiniano di posse, nosse e velle; su queste primalità poggiano le classiche proprietà trascendentali che si concludono nell'unità.

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L'ente, il cui concetto è analogico, trova il suo limite nel nulla, e dalla rispettiva sintesi è strutturato e giustificato il molteplice finito.

Sull'intima autopresenza dell'ente, particolarmente nell'anima umana, poggia la teoria campanelliana della conoscenza. La coscienza della fondazione critica del conoscere è vivissima nel C.: le quattordici Dubitationes, costituenti l'istanza aporetica premessa alla posizione d'un conoscere saldo nella sua presa dell'essere, ne sono una vivace espressione; il dubbio vien superato dall'autocoscienza con cui l'anima avverte una radicale presenza di sé a sé (notitia innata o indita, sensus inditus) oscurata dalla conoscenza dell'altro da sé (notitia aliorum come notitia addita o illata che rende abdita la notitia innata); l'eteroconosecenza è salva sulla base dell'autoconoscesa, come l'eterodilezione è in funzione dell'autodilezione. Da questo prospetto del sapere, come presa piuttosto immediata dell'essere, deriva nel C. l'esaltazione del sensus, che non è sensismo, bensi tormento d'immediatezza. E questa immediatezza, unita a concretezza, che rende il C. poco tenero, anzi ostile, all'astrazionismo della tradizione aristotelica e gli fa rivalutare l'idea platonica come intimo significato di ciascuna realtà; l'intellectus, cosi, più che facoltà sottraente, acquista i caratteri della tradizione platonico-mistica di intima penetrazione del reale, da cui deriva la svalutazione del sapere matematico e la preferenza del sapere metafisico di fronte a quello fisico, fermo alla fenomenologia della natura.

L'autoconoscenza e l'autodilezione è conoscenza e dilezione dell'essere, ma più profondamente dell'Essere, di cui il finito è partecipazione; donde l'ascesa all'Assoluto. Con la notitia innata Dio è l'immediatamente presente allo spirito umano; ma l'oscuramento e il disturbo, prodotti dalla notitia illata dell'altro dall'anima, rendono bisognosa di dimostrazione la tesi dell'esistenza di Dio; e quindi la conoscenza di Dio, pur essendo radicalmente innata, è, di fatto, illata a per notitia illata. Come si vede, nella notitia innata siamo all'intuizionismo di tradizione agostiniana, nella notitia illata siamo al mediatismo della tradizione ari-stotelico-tomistica. Tutta la teodicea campanelliana è essenzialmente e vigorosamente la tesi della trascendenza, della creazione, della provvidenza. Di qui una teoria del mondo e dell'uomo, nella quale le grandi idee del finalismo e della spiritualità dominano sovrane. Per quanto riguarda il mondo, il C., pur entusiasta delle novità galileiane, non si sente di condividerne né le teorie copernicane né la generale ispirazione meccanicistica; per quanto riguarda l'uomo, il cui concetto è altissimo nella filosofia dello stilese, il C. difende strenuamente contro l'aristotelismo degenere del suo tempo (Pomponazzi) la libertà e l'immortalità.

Su queste basi gnoseo-metafisiche la filosofia morale, sociale e politica hanno un carattere insieme umanistico e trascendente. Fine dell'uomo è per il C. non la nuda virtù, ma l'autoconservazione realizzata consumatamente nel raggiungimento del sommo bene che è Dio; l'autodilezione è radicalmente teodilezione, per cui occorre aprirsi verso l'Essere e superare la parte nel trionfo del tutto: universalismo. Si spiegano cosi i toni forti d'un comunismo dei beni, ai fini di superare l'individualismo materialistico e immanentistico, e anche, benché sul puro piano d'una ipotetica naturalità, della comunanza delle donne; lo Stato campanelliano, nella tesi definitiva e non nella ipotesi rappresentata dalla Città del
sole, è uno stato di cultura, il cui compito non è se stesso nella potenza, ma il progresso dell'uomo sul piano della spiritualità. Va superato quindi l'egoismo nazionalistico e affermato un cosmopolitismo equilibrato e fecondo.

Il problema centrale, però, della speculazione campanelliana resta quello religioso, per il quale è notissima l'interpretazione deistica dall'Amabile in poi. Opere fondamentali, come la Teologia e il Quod reniniscentur, all'Amabile note soltanto nel titolo e oggi, invece, in possesso degli studiosi, hanno confortato la tesi d'una piena ortodossia delle dottrine religiose dello stilese. Quella che ad alcuni critici era apparsa come riduzione naturalistica del cristianesimo si è rivelata piuttosto come uno sforzo poderoso di avviare alla fede attraverso un rigoroso lavoro razionale, come è dato constatare nella Metafisica e nell'Atheismus triumphatus; il C. non si è fermato alla religione naturale (religio indita), ma da essa è partito per invitare ad accogliere, sulla certezza nella divinità di Cristo, legato divino, il dato rivelato cristiano (religio addita come posita a Deo). La dogmatica cattolica, nella concezione campanelliana, è tutta imperniata su Cristo, prima Ragione increata ed incarnata, la cui regalità, magnificata come in un inno continuo nella Monarchia Messiae, si riflette sulla primazia del Sommo Pontefice di fronte alla Chiesa e agli Stati; lo sforzo campanelliano di pensiero e di azione è tutto riconducibile al raggiungimento dell'unità cattolica, nella quale i principi, cedendo i loro Stati al Pontefice, ne sarebbero stati i consiglieri e i delegati nel governo del mondo quasi in una società delle nazioni; il cosmopolitismo si coloriva pertanto di ierocrazia e la tesi del C., contrariamente alle varie teoriche del potere indiretto, era che il Papa potesse agire sui principi «directissime in omnibus». In questa dottrina è da trovare, senz'alcun dubbio, la radice profonda dell'implacabile avversione della Spagna nei riguardi del C.; spagnoli sereni lo riconobbero e consigliarono il filosofo a mitigare le sue tesi; egli, anziché mitigarle, le riaffermava sempre più fino ad esporle coraggiosamente alla Sorbona, atmosfera notissima di gallianesimo, e in essa di Richelieu che lo proteggeva e lo sovvenzionava.

Parte notevole dell'enciclopedica produzione campanelliana sono le Poesie, particolarmente quelle di argomento filosofico, nelle quali vien offerto un saggio della sua poetica d'ispirazione neoplatonica e cristiana. Notevoli pure le sue idee pedagogiche, intese ad infondere nella scuola concretezza e attivismo, sostanza spiritualistica più che forma umanistica, idealità cristiane più che modelli classici; a parere del C., la cultura, che rappresenta un grande valore in un umanesimo cristiano (e gran fortuna è 'l saper, possesso grande più dell'aver"), ha da essere sempre più diffusa nel popolo nel giusto riconoscimento della formazione tecnica. E cosi la concezione della storia nel C. è ispirata alle sue grandi idee del ritorno a Dio attraverso il ritorno alle origini : dalla ierocrazia iniziale del primo vagito dell'umanità alla consumata ierocrazia d'una socialità di santi secondo il disegno dell'Apocalisse.

Pur nelle sue lacune e nelle sue difficoltà e sconnessioni, la filosofia del C. rappresenta il massimo sforzo di sintesi operata nel Rinascimento tra cultura e fede; all'insuccesso personale del filosofo non corrisponde l'insuccesso culturale, benché il C. sia rimasto, come il Vico, un isolato nella storia del pensiero.

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Edizioni: Le opere del C. non sono tutte stampate; di queste indichiamo quelle curate dal C. stesso quando non vi siano edizioni più recenti e quindi più rintracciabili; Philosophia sensibus demonstrata (Napoli 1591); Monarchia Messiae (Jesi 1633); Atheismus triumphatus (Parigi 1636); Disputationum in quattuor partes suae philosophisse realis (Philosophia realis e relative Quaestiones) (ivi 1637); Philosophiae rationalis partes quinque (ivi 1638); Metaphysicarum rerum iuxta propria dogmata partes tres (ivi 1638); Monarchia di Spagna (ed. D'Ancona, in Opere di T. C., II, Torino 1854): di quest'opera R. De Mattei e L. Firpo promettono una nuova edizione; Del senso delle cose e della magia (ed. Bruers, Bari 1925); Lettere (ed. Spampanato, ivi 1925); Theologia (ed. Amerio per il 1. I, Milano 1936); Epilogo Magno (ed. Ottaviano, Roma 1939); Poesie (ed. Gentile, Firenze 1939); Quod reminiscentur (ed. Amerio per la parte 1² e 2², Padova 1939); La città del sole (ed. Bobbio, Torino 1941); Aforismi politici con annessa la Politica, in latino (ed. Firpo, ivi 1941); Anticeneti (ed. Firpo, Firenze 1945); Discorsi ai principi d'Italia (ed. Firpo, Torino 1945). Un vasto e comodo repertorio bibliografico per le opere del C. nella loro stesura, nei manoscritti e nelle stampe, benche in parecchi punti discutibile, è quello di L. Firpo, Bibliografia degli scritti di T. C. (ivi 1940).

Bib.: da un punto di vista biobibliografico fondamentali restano i lavori di L. Amabile: Fra' T. C., la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia, 3 voll., Napoli 1882; Fra' T. C. nei castelli di Napoli, in Roma e in Parigi, 2 voll., ivi 1887; inoltre: R. De Mattei, Studi campanelliani, Firenze 1934; L. Firpo, Ricerche campanelliane, ivi 1947; il Firpo è un benemerito degli studi campanelliani per le sue ricerche e per le sue edizioni. Da un punto di vista teoretico: L. Blanchet, C., Parigi 1920 (interpretazione eterodossa); C. Dentice D’Accadia, C., Firenze 1921 (interpretazione eterodossa, con bibl. spesso errasi); R. Amerio, Il problema esepetico fondamentale della filosofia campanelliana nel terzo centenario del filosofo, in Riv. di filosofia neocolustica,
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16st. Alinari)
Campanello - Bronzo del sec. XV. Brescia, museo Civico cristiano.

31 (1939), pp. 368-87; id., C.. Brescia 1947; G. Di Napoli, T. C., Nisosfo della restaurazione cattolica, Padova 1947 : il cap. I del volume contiene tutta la storiografia campanelliana del Seicento al 1942.

Giovanni di Napoli
CAMPANELLO. - Quando nel sec. XII s'introdusse nella Messa l'elevazione delle sacre Specic, cominciarono ad usarsi c. o tintinnaboli, noti già presso gli antichi popoli, per richiamare l'attenzione dei fedeli. L'uso divenne comune con l'introduzione del Messale romano sotto s. Pio V. Il Ritus celebrandi prescrive un segno di c. al Sanctus ed all'Elevazione. Nelle Messe solenni delle basiliche patriarcali romane non si danno i segni col c. Secondo il monito del Rituale romano, nel portare il S.mo Sacramento ad un ammalato, il chierico "campanulam iugiter pulset", per richiamar l'attenzione dei fedeli.

Bibl.: G. Durando, Rationale div. off., Napoli 1536, pp. 4. 42, 53: R. de Fleury, La Messe, Parigi, 1883-89. VI, pp. 154-64 e tivv. coscvii-ot: Schellen, in Kirchenlesiho, Friburgo in Br. 1897, coll. 1773-74; P. Lovedan, Clochettc, in Dict. clloure de la mythologie et des antiquités grecques et romaines, p. 250: H. Leriereu, Clochettc, in DACL. III, coll. 1954-91.

Filippo Oppenhom
CAMPANHA, diocesi di. - In Brasile, situata nella parte meridionale dello Stato di Minas Geraes, suffraganea dell'arcidiocesi di Marianna. Popolazione di 550.000 ab. di cui 500.000 cattolici, superficie ca. 20.400 kmq . Il territorio è in prevalenza montuoso e molto ricco per i giacimenti auriferi e per le abbondantissime sorgenti d'acqua minerale. La diocesi conta 155 chiese e 54 parrocchie; ha 62 sacerdoti diocesani e 27 regolari (1948); un seminario minore. Titolare: Madonna del Carmine. Città dal 1840 , C. è situata a 878 m . sul mare, ed ha una popolazione di oltre 20.000 anime.

La città di C. fu fondata nel 1737 da una spedizione di esploratori del sertito, detti "bandeirantes" Essa è circondata da profonde crepature del terreno, vestigia delle prime ricerche di oro e di diamanti. Si chiamò successivamente S. Antonio do Vale da Piedade da Campanha do Rio Verde, Campanha da Princesa e C. Nella città dimorò uno dei cospiratori dell' Inconfidéncia mineira, importante movimento d'insurrezione contro il dominio portoghese, fallito nel 1789 : il poeta Alvarenga Peixoto. Anche in altri moti d'indipendenza, specialmente in quello che preparò il rovesciamento del trono e l'instaurazione del regime repubblicano, C. ebbe gran parte.

La diocesi, il cui territorio prima era compreso nell'immensa diocesi di Marianna, e poi in quella di Porto Alegre, fu distaccata da quest'ultima per decreto concistoriale dell'8 sett. 1907, ed eretta con la bolla Spirituali fidelium dello stesso giorno.

La città di C. che conserva tuttora l'aspetto coloniale, per la sua tranquillità raccolta ed i suoi numerosi istituti di cultura, viene detta l'Atenas mineira. Possiede una vasta cattedrale di stile coloniale, con pregevoli lavori in legno dorato intagliato; inoltre un museo storico, creato dall'attuale vescovo e intitolato al suo nome.

Bibl.: Pii X Pontificis Maximi Acta, V, Roma 1914, p. 99; J. B. Lehmann, O Brasil Católico, 1947, Juiz de Fora 1947, pp. 80-86.

Maurilio Cesse de Lima
CAMPANIA. - I. Geografia. - Regione storica dell'Italia meridionale, che comprende il versante tirrenico dell'Appennino, dal Golfo di Gaeta (basso Garigliano) a quello di Policasaro (Sapri). Alla zona in senso proprio appenninica (dal Macose, che si estolle fino a 2050 m ., al Cilento, dove il M. Cervati tocca i 1899 m .), di costituzione essenzialmente calcarea, ed a quella antiappenninica, cui appartiene, insieme col distretto vulcanico napoletano (formato da apparati attivi, come il Vesuvio, m. 1186, e quiescenti, quali i Campi Flegreí e l'Epomeo dell'Isola d'Ischia), la possente massa calcarea dei Lattari (m. 1443), che costituisce l'ossa-

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Campania - Regione conciliare Campana: 1) Confini di regione; 2) Confini di provincia; 3) Confini di circoscrizione ecclesiastica: 4) Ferrovie; 5) Strade.
tura della penisola sorrentina, si contrappone la sezione pianeggiante cui spettava in origine il nome di C. (cioè l'agro capuano sul basso Volturno), che con le minori pianure alluvionali (basso Garigliano, agro di Pesto), o vulcaniche (fra Napoli e la penisola sorrentina) rappresentano in complesso 1 / 5 dell'area della regione, ed i gruppi insulari delle Pontine e delle Partenopee (Ischia, Procida e Capri). Il clima della C., temperato caldo lungo le coste, si fa meno dolce nell'interno e abbastanza aspro nelle zone di montagna. Caratteristica, specie in confronto con la vicina arida Puglia, è la relativa abbondanza delle precipitazioni.

Alla grande diversità del paesaggio corrispondono contrasti notevoli nelle forme di attività e nel popolamento. L'agricoltura ( 48 \% della popolazione attiva) beneficia in pianura della notevole fertilità dei terreni, dell'abbondanza
delle acque e del favore del clima; qui, oltre ai cereali, sono coltivati la canapa e gli ortaggi, mentre sulle pendici dei colli prosperano l'olivo, la vite e gli agrumi (riviere di Salerno ed Amalfi). La C. è, fra le regioni dell'Italia meridionale, quella che ha il maggior sviluppo di industrie, dalle antiche e tradizionali (paste alimentari, conserve di pomodoro e di frutta, lavorazione del corallo), alle nuove (calzature, guantificio) e nuovissime (meccaniche, navali, tessili), che vi sono ormai fiorenti; è anche, sempre nell'Italia meridionale, la regione in cui più fitte ed agevoli sono le vie di comunicazione (specie ferroviarie). L'attività marinara costituisce un'altra notevole risorsa (i pescatori del golfo di Napoli vanno fino nelle isole greche e sulle coste d'Algeria).

Con 4,2 milioni di ab. ( 1^{°} genn. 1948) su 13.595 kmq . la C. segna ormai, in Italia, il massimo assoluto della densità di popolazione regionale ( 273 ab . a kmq .) e provinciale (Napoli: 1505 ab. a kmq.). La costiera del golfo di Napoli, da Pozzuoli a Sorrento, supera i rooo ab. a kmq.;

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quasi la metà dei comuni campani registra densità superiore ai 200 ab . a kmq . E caratteristico, tuttavia, che solo un centro urbano oltrepassi i 100 mila ab., toccando anzi, ormai, il milione; e ciò basta a chiarire la posizione particolare di Napoli rispetto alla C.

| Province (e ab. del capoluogo) | Superfice in kmq. | Popol. <br> cens. 1936 | Densità <br> a kmq. | Popol. 1-1-38 (in 1000) |
| :--: | :--: | :--: | :--: | :--: |
| Avellino | 2802 | 44^{6.412} | 159 | 494 |
| 36.398 [1946] |  |  |  |  |
| Benevento | 2061 | 303.235 | 148 | 333 |
| 46.921 [1946] |  |  |  |  |
| Caserta | 2639 | 506.860 | 192 | 573 |
| 42.084 [1947] |  |  |  |  |
| Napoli | 1171 | 1.734 .84⁸ | 1505 | 2028 |
| 998.299 [1948] |  |  |  |  |
| Salerno | 4922 | 705.277 | 143 | 812 |
| 89.979 [1948] |  |  |  |  |
| Totale | 13.595 | 3.696 .632 | 273 | 4240 |

BibL.: L. Giustiniani, Dizionario geografico ragionato del regno di Napoli, Napoli 1797-1805; G. Fortunato, L'Appennino della C., ivi 1884; G. da Lorenzo, Studi di geologia nell'Appennino meridionale, ivi 1896; D. Maggiore, Napoli e la C., ivi 1922; V. Epifanio, C., Torino 1931; A. Pepe, Geografia fisico-amministrativa : topografia e storia della regione, Napoli 1938; L. V. Bertarelli, Guida d'Italia del T.C.I.: C., Milano 1940.

Giuseppe Caraci
II. Storia. - La C. ha avuto il nome dal nucleo originario di Capua e dell'ager campanus, il territorio pianeggiante che quasi ampio campo la circonda, nome che passò ad indicare anche località circosvicine, in conseguenza di eventi storici o, più spesso, di esigenze amministrative. All'epoca augustea la C., facente parte della Regio prima insieme col Lazio, già aveva un'estensione maggiore della primitiva; in seguito venne a comprendere anche il paese degli Irpini e gran parte del Sannio.

Nel 1927, soppressa la provincia di Terra di Lavoro con capoluogo a Caserta, alcuni comuni di detta provincia furono incorporati alla regione del Lazio, nelle nuove province di Pessinone e di Latina, e la C. venne a costituire una unità politica, senza vera omogeneità di tradizioni e neppure di configurazione geografica. L'ri giugno 1945 la provincia fu ricostituita, cosi che la regione ecclesiastica coincide di nuovo con quella civile. Ragioni storiche ed esigenze tradizionali hanno contribuito alla sua formazione, dandole, in confronto con la regione civile, minore estensione ma maggiore omogeneità, sebbene anche questa non sia perfetta. Risulta ora formata da tre sedi metropolitane: Capua, con le suffraganee: Cajazzo, Calvi e Teano, Caserta, Eernia e Venafro, Sessa Aurunca; Napoli con le suffraganee: Acerra, Ischia, Nola, Pozzuoli; Sorrento con la suffraganea Castellammare di Stabia. Inoltre sono nel territorio della C., ma inumediatamente soggette alla S. Sede, l'arcivescovato di Gaeta, il vescovato di Aversa, l'abbazia nullius di Montecassino con l'annessa prepositura di Atina; recentemente si aggiunse anche la prelatura di Pompei.

Nella C. il cristianesimo fu introdotto ben presto. Basti pensare che a Pozzuoli, approdo ordinario degli orientali che si recavano a Roma, l'apostolo s. Paolo trovò già, sbarcandovi, dei «fratelli». Che vi sbarcasse anche s. Pietro è invece notizia ben poco sicura, poiché tramandata dagli apocrifi Actus Petri cum Simone. Erma (Pastor, Visio IIe, capp. 1-4) ricorda Cuma ma senza accennare alla sua Chiesa. Ci viene però spontaneo il pensiero che le sedi di quei numerosi vescovati, che sappiamo esistenti in Italia alla metà del sec. III, si debbano ricercare, oltre che nel Lazio, nella C.; Capua, Napoli e Cuma si presentano come le più probabili, e forse la prima di esse si potrebbe far risalire già alla fine del sec. I. In ogni modo non sarà troppo arrischiato concludere che già verso la fine del sec. II in più luoghi della C. esistevano delle
comunità cristiane, organizzate con propria gerarchia. Nel sec. IV, mentre Capua e Napoli sono fra le poche città d'Italia che hanno una basilica eretta da Costantino, la regione conta parecchie diocesi che dovevano risalire al tempo delle persecuzioni. Corrispondentemente ricca è la fioritura di martiri e di santi. Rufo con il gruppo dei martiri capuani, Gennaro con quello dei Napoletani, Erasmo di Formia sono fra i più noti. A Nola, divenuta, specie per merito del suo vescovo Paolino, una piccola città santa dell'Occidente, s. Felice attira numerosi i pellegrini. Al Concilio di Nicea (325) vediamo rappresentato papa Silvestro da Vincenzo di Capua. In quello stesso secolo Capua sarà illustrata dalla dottrina di Vittore.

I vescovi della C. vengono ricordati come un gruppo numeroso da s. Atanasio, dal Concilio di Sardica nel 343, da papa Liberio, da s. Ilario di Poitiers, da papa Innocenzo I durante il sec. IV e poi da s. Leone in due lettere della metà del sec. v (Lanzoni, p. 175).

Nonostante la splendida vitalita che il cristianesimo dimostrava in tutta la regione, il culto pagano persistera ancora qua e là, di preferenza sui monti vicino agli antichi santuari. S. Benedetto trovò infatti ampio lavoro evangelico nell'agro cassinate ancora al sec. vi, mentre sulla cima del monte, al posto degli antichi templi veniva stabi lendo il suo monastero che nella formazione dell'Europa cristiana avrebbe esercitato si benefico e decisivo influsso. Le guerre gotiche durante il sec. vi, come in altre parti d'Italia, accumularono rovine sulla C. e ce ne fa testimonianza s. Gregorio Magno; ma queste furono certamente superate, pochi decenni dopo, dalla invasione longobarda, per cui la C. fu anch'essa tutta divisa e frazionata e la vita religiosa e civile sconvolta o annientata. Il dominio romano, rappresentato ormai da Bisanzio, venne restringendosi alla fascia costiera, ove i ducati di Napoli, Gaeta e Amalfi acquistarono fisionomia e vita sempre più autonoma. La parte centrale si raggruppò nel ducato longobardo di Benevento, da cui più tardi si staccarono Capua e Salerno. Fra le signorie minori, caratteristica è quella quasi indipendente di Montecassino, alle porte della regione sulla via che conduce a Roma. La vita ecclesiastica risente di tali vicende. E con la vita religiosa riprendono vigore le manifestazioni culturali ed artistiche, alimentate dai vari centri e specie da quelli benedettini di Montecassino e S . Vincenzo al Volturno.

L'invasione saracena alla fine del sec. IV ripeta un'altra volta, sebbene su scala minore, i danni della conquista longobarda. Le forze campane intervengono vittoriosamente ad Ostia (816); e nella C., con la battaglia del Garigliano, fu definitivamente fiaccata la potenza saracena nell'Italia meridionale (915).

Nel sec. XI una nuova vitalità animò quelle regioni, che, pur nel loro frazionamento, avevano riacquistato benessere e ricchezza. E mentre Benevento, alla fine del secolo, passava alla Chiesa, nella regione, cosi come in tutta l'Italia meridionale, si veniva radicando la monarchia normanna, che nel 1059 da Niccolò II riceveva la prima investitura ripetuta poi constantemente nelle età seguenti, quando, costituito ormai il regno di Napoli, esso fu tenuto dalle dinastie normanna, sveva, angioina e dalle altre susseguenti come feudo della Sede apostolica, pur attraverso lotte e contrasti. Ogni elemento greco viene eliminato dalla regione; mentre Napoli acquista una posizione sempre più predominante fin a diventare la capitale del regno. L'assetto della regione può dirsi oramai definitivo nell'ambito del regno che, pur riconoscendosi soggetto a Roma, sosterrà, specie nel sec. xviri, lotte per svincolarsi e rendersi del tutto indipendente.

Nonostante questi contrasti, talora molto acuti, la popolazione della C. ha sempre conservato un fondo di viva e grande religiosità. Lo attestano le numerose

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CAMPANIA - Interno del duomo di Salerno (sece. xI-xit), con restauri moderni.
opere pie, confraternite, istituzioni e chiese, le quali ultime a Napoli, ad es., erano fino a non molti anni or sono più numerose che a Roma; i santuari, da quelli di Pompei, della Madonna dell'Arco, di S. Alfonso a Pagani, di S. Gennaro a Napoli e Pozzuoli, ai tanti altri, specie mariani, che ingemmano anche i più remoti ed umili paeselli; le frequenti, espansive manifestazioni e feste religiose, in cui appare tutta l'esuberanza dell'indole meridionale, esuberanza che vale a spiegare, se non del tutto a giustificare, quegli eccessi e mescolanze di sacro e di profano che non di rado fanno capolino in queste feste, le quali, d'altronde erano, e in più luoghi sono ancora, l'unico svago di un popolo di limitate esigenze. Tra le feste più caratteristiche vanno ricordate quella dei gigli a Nola in onore di s. Paolino, e quella dei quattro altari a Torre del Greco.

Bibl.: L. Duchesne, Les évéchés d'Italie et l'invasion lombarde, in Mélanges d'archéologie et d'histoire, 23 (1903), pp. 83116; J. Gay, L'Italie méridionale et s'empire byzantin, Parigi 1904; F. Chalandon, Histoire de la domination normande en Italie et en Sicile, 2 voll., ivi 1907; M. Schipa, Il Mezzogiorno d'Italie anteriormente alla monarchia, Bari 1923; Lanzoni, pp. 174-233; Campania romana. Studi e materiali editi a cura della sezione campana degli Studi Romani, I. Napoli 1938; M. Inguanez, L. Mattei Cerasoli, P. Sella, Rationes decimarum Italiae nei sev. XIII-XIV. Campania (Studi e Testi, 98), Città del Vaticano 1942. Tommaso Leccisotti
III. Arte. - Le testimonianze superstiti dell'arte paleocristiana fuori di Napoli (v.) sono assai scarse. A Cimitile presso Nola, s. Paolino, all'inizio del sec. v, volle costruire una nuova basilica accanto a quella dov'era il sepolcro di s. Felice; a Nocera Superiore quasi nello stesso periodo fu costruita la basilica di S. Maria Maggiore. Le fasi di sviluppo del-
l'architettura sacra, dal sec. vi al Mille, per le distruzioni e i rimaneggiamenti degli scarsi avanzi, non sono ancora ben chiare. Dell'opera degli architetti e lapicidi longobardi che operarono a Capua, a Salerno, a Benevento e degli edifici bizantini sorti durante la dominazione dell'Impero d'Oriente restano pochi ricordi. Nel sec. viI furono costruite due chiese di tipo bizantino: la distrutta chiesa di S. Maria delle Cinque Torri a Cassino e quella di S. Sofia a Benevento ove, tuttavia, si nota una originale interpretazione dei modelli orientali. Elementi di carattere bizantino sono visibili nelle chiese di S. Giovanni a Mare a Gaeta, di S. Costanzo a Capri e in pochi altri sacri edifici della regione.

Più che nell'architettura, l'influsso dell'arte bizantina ed orientale in genere si manifestò nelle sculture decorative, nei dipinti murali e nei codici miniati. Col crescere della potenza marinara di Amalfi, con l'avvento dei Normanni, poi degli Svevi, le arti rifiorirono ed ebbero il loro periodo aureo. Già per merito di Desiderio, abate di Montecassino (1058-87), s'era dato in C. grande incremento all'attività costruttiva; infatti Desiderio fece venire dall'Oriente architetti e maestri di musaico e di tarsia e allora Montecassino divenne un centro artistico di grande importanza donde si diffusero modi architettonici e decorativi per tutta la ragione. L'architettura chiessatica si mantenne tuttavia fedele al tipo basilicale a croce latina per la struttura, mentre per la decorazione si arricchiva di particolari motivi ispirati a modelli siculo-musulmani ma con deciso carattere locale, specialmente a Salerno e ad Amalfi.

Portali decorati con sculture di carattere lombardo, con marmi frammentari di epoca romana o di tipo bizantino; battenti di bronzo importati da Bisanzio (come nella cattedrale di Salerno e di Amalfi) o di evidente derivazione da modelli bizantini (come nei semidistrutti battenti di

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Benevento e in quelli del duomo di Ravello) amboni, cattedre episcopali, candelabri pasquali, transenne di iconostasi accrebbero lo splendore dei templi famosi. E allora anche frequente l'uso della decorazione musiva a motivi geometrici ad opera di maestri campani che derivavano il loro gusto dall'arte siculo-musulmana.

Nel campo della pittura domina la cultura bizantina. A S. Vincenzo al Volturno ebbe vita una scuola pittorica (sec. Ix) di cui restano importanti testimonianze (oratorio dell'abate Epifanio) ma il fondamentale documento della pittura campana medievale è costituito dal ciclo di affreschi che l'abate Desiderio fece dipingere sulle pareti della basilica di S. Angelo in Formis. Il loro influsso si riflette sugli affreschi di altre basiliche medievali campane (S. Maria a Foro Claudio a Ventaroli, S. Maria del Piano ad Ausonia).

Quando Francescani e Domenicani, favoriti dagli Angioini, successero ai Benedettini in potenza spirituale, l'attività artistica campana ebbe un ulteriore sviluppo. Gli Angioini, consolidato il loro dominio, fecero venire a Napoli architetti francesi che si associarono a costruttori indigeni diffondendo nella C., dalla capitale, i principi della nuova architettura gotica. Succeduti agli Angioini gli Aragonesi si affermò e prosperò il gotico spagnolo fino al Rinascimento che nella C. non ebbe germi artistici vitali. Nel secc. xv-xvt architetti, pittori e scultori rielaborarono forme artistiche ispirate a preferenza agli esemplari toscani e romani. Dall'Italia settentrionale e centrale, dalla Sicilia, dalla Spagna accorsero allora in folla gli artisti, in cerca di lavoro e di fortuna; da Luciano e Francesco Laurana a Guglielmo Sagrera a Domenico Gagini.

Durante il dominio spagnolo i viceré e soprattutto i Gesuiti, i Testini, i Padri dell'Oratorio per rinnovare o fondare chiese e conventi diedero un vigoroso impulso al movimento edilizio che culminò nel Seicento sotto il diretto influsso di architetti come Cosimo Fanzago, Giov. Antonio Dosio, Gian Battista Cavagni, Domenico e Giulio Fontana, Francesco Picchiatti e di scultori immigrati dall'Italia settentrionale come Giuliano Finelli, Andrea Bolgi ed altri. Nella pittura seicentesca, invece, Napoli e la C. si affermano con personalità eminenti; Gian Battista Caracciolo, Massimo Stanzione, Bernardo Cavallino, Salvator Rosa, Mattia Preti, Luca Giordano, Francesco Solimena crearono una scuola pittorica locale che orientò verso altre mete l'arte campana portandola a confluire, con il passaggio da un secolo all'altro, nella pittura dell'Ottocento. Nella seconda metà del sec. xviri, mentre architetti come Domenico Antonio Vaccaro e Ferdinando Sanfelice costruivano chiese e palazzi fastosi coprendoli di una ricca decorazione a stucco - ultimi sprazzi del declinante barocchiamo - L. Vanvitelli a Resina (villa Campolinea), a S. Giorgio a Gremano (villa Vargas) e soprattutto a Caserta (reggia e parco) elaborava forme architettoniche destinate a preparare il graduale avvento del neo-classicismo ottocentesco. Peculiari manifestazioni dello spirito e del gusto artistico del Settecento in C. furono le maioliche, usate specialmente per rivestire gli estradossi delle cupole delle chiese e altri prodotti di arti minori : mobili, porcellane,
arazzi, marmi, sculture da presepe, seterie tra cui famose quelle di S. Leucio. Tra la fine del Settecento e il principio dell'Ottocento il predominio francese impose la moda neoclassica e l'arte languì tra le formole e i canoni accademici. Dopo un periodo di stasi riprese il suo cammino per opera di G. Gigante, D. Morelli, F. Palizzi, G. Toma, M. Cammarano, V. Gemito.

Bist.: C. Beloch, Cúmpanien, 2² ed.. Breslavia 1890; A. Filangeri di Satriano, Documento per la arti e le industrie della prosincia meridionale, Parigi 1904; E. Bertaux, L'art dans l'Italie méridionale, ivi 1904, passim; P. Toesca, Storia dell'arte ituliana. Il medioevo, Torino 1927, passim; A. de Rinaldo, La pittura del Seicento nell'Italia meridionale, Verona 1929, passim (con bibl.); R. Filangeri di Candida, Architettura catalana in C. nel sec. XV, Catallem 1930; G. Chierici, L'elemento romano nell'architettura paleocristiana della C., in Atti del III Congresso naz. di Studi romani, Bologna 1934. pp. 207-14; id.. Contributo allo studio dell'architettura palencristiana nella C., in Atti del III Congresso interu. di archeologia cristiana, Roma 1934. pp. 203-16; G. Geci, Bibliografia per la stora delle arti figurative nell' Italia meridionale, Napoli 1937; W. F. Volbach, Sculture medievali della C., in Rendiconti della Pontificia Accademia romana di archeologia, 12 (1936), pp. 81-104

Felice de Filippis
IV. Folklore. Le tradizioni popolari della C. si distinguono secondo alcuni principali centri o zone: Napoli città, la regione costiera, l'Irpinia (Avellino) e il Sannio (beneventano. Nella pittoresca varietà dei suoi usi e costumi, Napoli ha sempre avuto una delle sue principali attrattive. Un'ampia visione della vita popolare napoletana fin dal Cinquecento si può avere attraverso le opere dei suoi scrittori dialettali : Velardiniello, il "Gran Cortese», G. B. Basile, e altri. Dal 700 , anche l'arte, specie per mezzo delle incisioni e litografie con scene folkloristiche, offre una documentazione precisa e attracnte. Sono soprattutto gli artieri e venditori ambulanti che con i loro gridi e le loro bancarelle creano il "colore locale»: il marinariello, l'ovalola, il verdummaro, il maruzzaro (venditore di lumoche), il castagnaro, il mellonaro, il franfellicaro (venditore di dolci di miele solido e di caramelle), e così, lo zoccolaro, l'arrotino, il conciategami. Figura caratteristica era anche il Rinaldo, cantastorie popolare. Data la psicologia degli abitanti e la solare bellezza dei luoghi, tutte le feste acquistano un carattere eccezionalmente rumoroso e giulivo. Basti ricordare Piedigrotta, "la festa più napoletana che esista", che si svolge l'8 sett. con pellegrinaggi al santuario della Vergine di Pozzuoli, e che da oltre un secolo è diventata anche la festa della canzone. Affollatissimo e pieno di movimento e di colore anche il pellegrinaggio al lontano santuario della Madonna di Montevergine nell' Irpinia. Forme caratteristiche di culto popolare e di particolare devozione si hanno anche nell' pellegrinaggi alla Madonna di Pompei, alla Madonna dell'Arco, ecc. Nella zona costiera, specialmente intorno ad Amalfi e a Capri, è assai caratteristica l'architettura rustica a cupolette, a terrazze, ad archi e sottopassaggi e con i muni di un bianco luminoso, che ricorda quella dell'altra sponda mediterranea. Tra gli esseri fantastici a cui crede il popolino della C. ricordiamo "o munaciello", spirito familiare benefico, ma talvolta dispettoso, che suol mostrarsi in abito ecclesiastico con zucchetto: e fortunato colui che riesce a toglierglielo dal capo. Famoso il noce di Benevento, già conosciuto fin dal

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DUOMO E CAMPANILE DI CASERTA VECCHIA, fondati nel 1153 terminati ai primi del sec. xiri.

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Tav. XXXIV
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A sinistra: CAMPANILE DI SOLETO, costruito da F. Colaci (1397) - Lecce. Al centro: CAMPANILE DETTO "DI GIOTTO" (sec. xiv) - Firenze, Duomo. A destra: CAMPANILE DEL BORROMINI (sec. xvII) - Roma, chiesa di S. Agnese.

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(da R. A. S. Macalister, The excavation of Geser, Landra 1912)
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(da R. A.S. Macalister, The excavation of Geser, Landra 1912,
In alto a sinistra: PIETRA PER ALTARE. In alto a destra: FIGURA DI ASTARTE VELATA. In basso: SCHELETRO DI FANCIULLO IN UN'ANFORA.

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medioevo come il «noce delle janare "perchć ritenuto luogo di convegno delle streghe. Ciò ha alimentato sul posto, fino a qualche tempo addietro, una tradizione di maghi, ciurmadori e donne che esercitavano la stregoneria e la medicina popolare. Tra i più bei costumi femminili, l'abito festivo delle spose di Sessa Aurunca. Il costume tradizionale si porta ancora nei vari paesi dell'Irpina (da hirpus = lupo), come a Montesalvo, Calitri, Bisaccia.

Notissimo è il «majo» di Baiano, grande albero intorno al quale il 26 dic. viene acceso un immenso falò, mentre i fedeli gridano: «O glorioso! Viva s. Stefano nostrol». Ancora ben vive le rappresentazioni di carattere sacro per la Settimana Santa, sia nella forma dei sermoni semi-drammatici, sia in quella di « misteri», grandi statue lignee costituenti dei gruppi con scene della Passione, posti lungo le vie, ai luoghi di sosta della processione: importanti quelli di Mirabella Eclano, Montoro, Lapio. Frequente è anche la rappresentazione della lotta fra s. Michele Arcangelo e il diavolo.

Molto diffuse le leggende mariane, quasi tutte collegate con luoghi di culto della Madonna, specie nella penisola sorrentina.

BibL.: E. Bidera, Passeggiata per Napoli e dintorni, 2 voll., Napoli 1844-45; F. De Bourcard. Usi e costumi di Napoli e costumi, 2 voll., ivi 1853-58; G. Amalfi. Tradizioni ed asi della penisola sorrentina, Palermo 1890; id., La colla, il talamo, la tomba nel napoletano, Pompei 1892; A. De Blasis, Inciarmatori, maghi e streghe di Benevento, Napoli 1900; L. Molinaro del Chiaro, Canti popolari raccolti a Napoli, 2² ed., ivi 1916; B. Croce, Storia e leggende napolitane, lise 1910; A. D'Amato, Folklore irpino, Catania 1925; id., Rellizziè di Sacre rappresentazioni nell'irpinta, in Folklore italian: 2 (1928), p. 41; id., Ancora religuie di sacre rappresentazioni nell'irpinta, Avellino 1931; id., Nuova contributo al folklore irpino, in Folklore italiano, 7 (1932), p. 57 e 8 (1933), p. 141; id., Canti popolari irpini, Avellino 1932. Molto materiale folkloristico nella rivista Il Giambattista Basile. 1883-1906. Paolo Toschi
V. Regione conciliare campana. - E una delle regioni in cui l'Italia fu ripartita con provvedimenti della S. Congregazione Concistoriale del 15 febbr., 22 marzo 1919 e 29 sett. 1933 (AAS, 11 [1919], pp. 72-74, 176; 25 [1933], p. 466), ai fini della celebrazione dei concili regionali in luogo dei concili provinciali.

Comprende i territori delle province ecclesiastiche di Capua, Napoli e Sorrento e inoltre l'arcidiocesi di Gaeta, la diocesi di Aversa, l'abbazia nullius di Montecassino con l'unita prepositura di Atina, e la prelatura nullius della B.ma Vergine Maria del S.mo Rosario (Pompei).

Nel capoluogo della regione (Napoli) ha sede il tribunale regionale per le cause di nullità di matrimonio; esso funziona anche da tribunale di appello per le cause giudicate in prima istanza dai tribunali delle regioni beneventana (Benevento), lucano-salernitana (Salerno), o calabrese (Reggio Calabria). L'appello contro le sentenze del tribunale regionale campano va proposto al tribunale della regione laziale (Vicariato di Roma) o alla S. Rota (cf. Pio XI, motu proprio Qua cura, 8 dic. 1938, in AAS, 30 [1938], pp. 410-13). - Vedi Tav. XXXIII.

Pio Ciprotri
CAMPANILE. - E una costruzione a sé stante o incorporata nella chiesa e destinata a portare le campane ad un'altezza conveniente per una migliore espansione del suono. Quando si diffuse l'uso delle campane (viI e ix sec.) si innalzarono costruzioni adatte a portarle.

Diretto canonico. - Il CIC (can. 1169) vuole che ogni chiesa e pubblico oratorio sia provvista di una o più campane; ma non vi sono prescrizioni per l'erezione di c. e quindi, purché si ottenga l'effetto voluto, in ciascuna chiesa si possono collocare le campane nel modo ritenuto più opportuno.
S. Carlo nel suo Ornatus ecclesiae (cap. 8), vuole che le porte del c. siano custodite e chiuse, perché nessuno abusi del suono delle campane, essendo oggetti sacri. Trova poi conveniente (Instructio fabricae ecclesiae, cap. 56) che sulla torre della chiesa si trovi un orologio, per segnare le ore.

BibL.: H. Leclercq, Clocher, in DACL, III, coll. 1972.82; E. Zucchini, s. v. in Enc. ital., VIII, pp. 590-94; L. Eisenhofer. Compendio di Liturgia, Torino 1940, p. 54. Filippo Oppenheim

Arte. - Mentre gli esemplari dei c. ravennati di S. Apollinare nuovo e di S. Apollinare in Classe, che non sono coevi alle chiese, sono torri cilindriche con aperture che vanno facendosi maggiori quanto più si procede verso l'alto, i primi esemplari romani costruiti a S. Pietro da Stefano III e da Adriano I dovevano già avere pianta quadrata. Uno degli esempi più antichi di c. in Italia è quello di S. Satiro a Milano (sec. Ix) nel quale già appare fissato il tipo lombardo a dadi sovrapposti con cornici di archetti pensili. Tale tipo ebbe in età romanica grande varietà di forme secondo le regioni e la situazione rispetto alla chiesa; per la varietà lombarda si può citare, oltre ai due c. di S. Ambrogio a Milano, quello della cattedrale di Modena. A Venezia e nelle zone che ne dipendono i c., generalmente slanciati e privi di aperture, vengono spesso coronati, presso la cella delle campane da una polifora; talvolta si risolvono in un coronamento ottagono. Il c. di Pisa riceve dalla decorazione a loggette sovrapposte e dalla pianta circolare una caratteristica nuova cui si è aggiunta la non intenzionale pendenza dovuta a cedimento. I c. della regione romana dipendono per schema da quelli lombardi ma in essi la sovrapposizione dei dadi è posta in
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CAMPAnILE - C. di Bourg-St-Pierre nel Vallese, Svizzera (sec. xit).

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CAMPANILE - C. di Orzières nel Vallese, Svizzera (sec. xili).
maggiore evidenza dalle cornici di laterizio con mensole in marmo, particolari note di colore dipendono dalle scodelle di maiolica e dal tono caldo dei mattoni impiegati. I c. di Gacta, Amalfi, Caserta ed in genere della zona costiera presentano alla base un arco traforato, sono cinti di arcatelle di tipo arabeggiante e hanno una terminazione cilindrica. Tali influssi del mondo musulmano sono ancora più evidenti in Sicilia in S. Giovanni degli Eremiti o nella Martorana di Palermo; la disposizione dei due c. affiancati nella facciata del duomo di Cefalù è dovuta invece ad influsso normanno. Nelle Puglie la deformazione dei prototipi lombardi avviene specialmente per la forma delle aperture. Le grandi torri affiancate già in uso nelle costruzioni romaniche tedesche e francesi acquistano slancio nelle cattedrali gotiche; tale tipo però non ebbe fortuna in Italia. Il c. di S. Gottardo a Milano ha un notevole slancio accentuato anche dalla sezione poligonale, ma in sostanza in esso, come nelle terminazioni trecentesche di altri a Crema, Cremona, Lodi, ecc., la formola lombarda rimane quasi invariata. Il c. del duomo di Firenze, pur contraffortato agli angoli e schiuso in alto in aerei finestroni, ha una stesura di superfici accentuate dal rivestimento policromo che si oppone al principio nordico di eliminare le masse inerti. Nel primo Rinascimento perdurano ovunque le forme tardo-gotiche o si delinea un ritorno ad aspetti più semplici nei quali la sovrapposizione dei piani rimane ben precisata. Al principio del Cinquecento Bramante intendeva inquadrare fra quattro c., a grandi
dadi sovrapposti la massa della basilica di S. Pietro; la sovrapposizione degli ordini architettonici e la disposizione dei quattro c. trova un riflesso immediato nel duomo di Montefiascone del Sammicheli, nel S. Biagio di Montepulciano (ne fu costruito però uno solo) e nella S. Maria di Carignano, a Genova, dell'Alessi, dove però i basamenti non sono individuati c la terminazione si alleggerisce assumendo caratteristiche locali. Nel periodo di trapasso al barocco il c. si arricchisce di vari elementi, specie nella sua terminazione. I due c. di S. Pietro del Bernini con gli angoli smussati e concavi, le colonne libere e le pareti ridotte al minimo erano creazioni ardite e piene di novità; quelli borrominiani di S. Agnese a piazza Navona sono ancora più tormentati nelle linee convesse frenate dalle rigide riquadrature. La massima espressione della libertà barocca in fatto di c. è rappresentata da quello di S. Andrea delle Fratte, svettante verso il cielo con cariatidi nell'ultimo ordine. Più aderente alle forme tradizionali sono invece quelli del Longhena a S. Maria della Salute a Venezia o del Iuvara a Superga destinati ad inquadrare la cupola in un piano arretrato, invertendo il rapporto borrominiano di S. Agnese. Dopo qualche clegante affermazione del barocchetto settecentesco ancora borrominiano nello spirito, il c., non trova consensi nella età neoclassica, e nel periodo dell'eclettismo ripete motivi precedenti, come nella S. Maria Ausiliatrice di Torino, o si ispira al romanico e al Rinascimento nelle opere del Vespignani e del Carimini. Nell'età moderna il c., particolarmente giovandosi dei nuovi sistemi costruttivi, si è spogliato delle decorazioni tradizionali e si è affermato per il suo valore di massa spesso affiancando ed inquadrando la facciata, alcune volte inserendosi al centro di essa. - Vedi Tave, XXXIV-XXXV.

Bibl.: G. T. Rivoira, Origini dell'urchitettura lombarda, Milano 1908, passim; P. Toesca, Storia dell'arte italiana, To rino 1929, passim; L. Scerdini, Torri campanarie del Lazio, Roma 1929; Venturi, VIII e XI, passim; A. E. Brinckmann, Baukunst des XVII. und XVIII. Jahrhundert in den romanischen Ländern, Potsdam a. d., passim; E. Lavagnino, Storia dell'arte medioevale italiana, Torino 1936, passim. Guglielmo Matthiae

CAMPANO, Giovanni Antonio. - Vescovo e letterato, n. da umile famiglia a Cavelli (Capua) nel 1429, m. a Siena il 15 luglio 1477. Per amore di studio, a quindici anni si recò a Napoli, dove assistette alle letture umanistiche di Lorenzo Valla. Assalito dai soldati aragonesi mentre si recava a Siena, si rifugio a Perugia, ed ivi, accolto generosamente in casa di Nello di Pandolfo Baglioni (1452), ebbe modo di continuare a studiare, e di scrivere la parte migliore delle sue opere. Nel 1455 sappiamo che era lettore pubblico di eloquenza in quell'Università. Nel 1459 fu ammesso al seguito del card. Calandrini, con il quale si recò al Congresso di Mantova. Ebbe modo in tale occasione di farsi apprezzare dalla corte papale per la sua coltura e per il suo carattere gioviale, sicché, entrato nelle grazie di Pio II, ottenne l'episcopato di Cotrone ( 1460 ) e poi quello di Teramo (1463). Pio II gli affidò la correzione dei suoi Commentarii, che egli per fortuna, non toccò. Dopo essere stato a Roma e in Germania, fu successivamente governatore di Todi (1472-73), di Foligno, di Assisi e di Città di Castello, allora molto turbolenta. Avendo preso le parti di quei cittadini contro l'esercito pontificio che assediava la città, fu da Sisto IV immediatamente sostituito né più perdonato (cf. per questo episodio le sue lettere pubblicate in appendice al t. XXVII, parte 3ᵃ, fasc. 1, dei Rerum Italicarum Scriptores, Bologna 1922). Tornato a Teramo (1474), si recò, forse per

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ragioni di salute a Siena, dove fu a lungo malato e dove mori. E sepolto in quella Cattedrale.

Scrisse molte opere, tra cui un trattato filosofico: De fugiendo ingratitudine, e uno politico: De regendo magistratu, tredici orazioni, da cui risulta una certa sis oratoria; la vita di Braccio da Montone e di Pio II, con profonda conoscenza dei particolari ed esattezza cronologica, ma senza lume critico; otto libri di poesia, per lo più amorosa, e nove libri di epistole, contenenti ca. 400 lettere. Tutte furono più volte stampate e tradotte. L'Opera ononia fu stampata per la prima volta a Venezia da Bernardino de Vianis, probabilmente nel 1502.

Boll.: G. Lesca, G. A. C. detto l'Episcopus aprutinus, Pondera 1891; R. Volontini, De gestis et vita Braccii, di G. A. C., in Boll. della R. depat. di storia patrie per l'Umbria, 27 (1925), pp. 153-96.

Renata Orszi Ausenda
CAMPBELL e CAMPBELLITI: v. discepolı.
CAMPECHE, diocesi di. - Nella Repubblica del Messico, eretta da Leone XIII il 2 dic. 1895 con la costituzione Praedecessorum nostrorum, smembrandola dalla diocesi di Yucatán, di cui ora è suffraganea. Finora è stata governata da 7 vescovi.

Comprende lo Stato di C. e buona parte del terri-
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(fol. Bibberchic d. G. Rationatbildatk:t)
Campanile - C. della chiesa del monastero di Zwettl, Austria (1722-27).
torio federale di Quintana Roo, con una superfice di kmq. 71.000 e una popolazione di 110.000 ab. (per metà indi e l'altra metà bianchi o meticci); rog. 000 cattolici.

La diocesi ha 67 chiese ed è divisa in 19 parrocchie, 16 sacerdoti diocesani e 3 regolari (1948). La scarsezza di clero è dovuta in parte alle recenti persecuzioni religiose durante le quali vennero chiusi il seminario e le scuole cattoliche.

Sede vescovile è C., già S. Francisco de C., fondata da Francisco de Montojo nel 1540. Subito dopo la fondazione della città, si iniziò la costruzione della prima chiesa, S. Maria de la Concepción, ora cattedrale, edificio imponente e massiccio come una fortezza. I primi missionari della regione furono i Francescani, accanto ai quali, dal 1572, lavorarono anche i Gesuiti. Santuari noti sono quelli di Nostra Signora di Hool e S. Roma.

Boll.: M. Cuovas, Historia de la Iglesia en Mexico. I, Tlalpan 1921, p. 354; II, ivi 1922, pp. 24, 162; III, ivi 1924, pp. 24, 26, 337; V. Santa Julia 1926, p. 112; A. Marcilla, s. v. in Catb. Enc., III, p. 222 . Francisco Aguilera

CAMPEGGI, FAMIGLIA. - LORENZO, cardinale, n. a Bologna nel 1474, m. a Roma il 19 luglio 1539. Fu insegnante di diritto a Bologna, dove contrasse matrimonio ed ebbe figliuoli. Rimasto vedovo nel 1510 , entrò nella Curia romana come uditore di Rota nel 1511 . Già il 12 nov. 1512 veniva nominato vescovo di Feltre, diocesi che tenne fino al 1520 . Nel 1514 Leone X lo inviò in Germania; poi il 1^{°} luglio 1517 lo creò cardinale. Nel 1518 lo inviò una prima volta legato in Inghilterra donde ritornò l'anno seguente. Il 2 dic. ebbe il vescovato di Bologna che tenne sino al 1525 . Intanto allargatasi la rivoluzione religiosa in Germania, Clemente VII lo inviò colà come legato l'8 genn. 1524 perché fosse presente alla Dieta di Norimberga, dove incontrò tenace resistenza da parte dei principi favorevoli a Lutero, radunò i principi cattolici a Ratisbona, riusci a costituire una lega cattolica nel luglio e molto si adoperò nell'autunno e nell'inverno per rialzare le sorti del cattolicesimo. Ritornò a Roma nell'ott. 1525. Nel frattempo egli aveva avuto in commenda il vescovato di Salisbury in Inghilterra (2 dic. 1524), e quando Enrico VIII manifestò i suoi propositi di divorzio da Caterina d'Aragona, Clemente VII l'8 giugno 1528 lo costituì suo legato, perché con il card. Tommaso Wolsey arcivescovo di York, prendesse cognizione di questa difficile causa e ne giudicasse