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Inghilterra (2 dic. 1524), e quando Enrico VIII manifestò i suoi propositi di divorzio da Caterina d'Aragona, Clemente VII l'8 giugno 1528 lo costituì suo legato, perché con il card. Tommaso Wolsey arcivescovo di York, prendesse cognizione di questa difficile causa e ne giudicasse secondo giustizia. Sembrò allora cosa opportuna tirare in lungo prima di prendere una decisione, nella speranza che il re mutasse consiglio; il legato, giunto a Londra l'8 ott., iniziò regolare processo nel maggio seguente; ma la regina presentò la legale dispensa di Giulio II per il suo matrimonio con il re ed appellò direttamente al Papa; Clemente VII avocò allora a sé la causa, ed il processo fu sospeso il 23 luglio; nel sett. il C. lasciò l'Inghilterra; egli perdette in seguito il suo vescovato di Salisbury.

Quando Carlo V indisse una nuova dieta in Augusta per provvedere ai tumulti religiosi della Germania, Clemente VII, il 9 marzo 1530, designò come suo legato al fianco dell'imperatore il C. affidandogli speciali istruzioni in proposito. In quella dieta fu proposta la Confesin Augustana che divenne la professione di fede dei luterani; Carlo V vide frustrate le sue premure per l'unione religiosa e si persuase che ormai solo il concilio avrebbe potuto por termine alle lotte dommatiche.

Il C. ebbe in commenda successivamente i vescovati di Huesca in Spagna (sett. 1530-32) e di Parenzo in Istria (giugno 1533-37) e l'arcivescovato di Creta (giugno 1534 - genn. 1536). Il 20 marzo 1538 Paolo III lo designò legato insieme con i cardd. Simonetta e

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Aleandro al concilio che doveva radunarsi a Vicenza e con loro fece l'ingresso in quella città il 12 maggio; ma il concilio per allora non si tenne ed il C. ritornò a Roma dove mori, lasciando fama di diplomatico accorto e fedele, sebbene non sempre fortunato.

BibL.: Diffusissima biografia in G. Fantuzzi, Notizie degli scrittori Bolognesi, III, Bologna 1783, pp. 47-61; Pastor, IV, 1, passim; IV, II, passim; V, passim; S. Merkle, Concilium Trident., Diariorum tenore II, Friburga in Br. 1911, p. 403, n. 2; Eubel, III, passim; E. Cardinal, Card. L. Campeggio legate to the Courts of Henry VIII and Charles V, Boston 1932.

I C. furono veramente una famiglia di prelati. Tommaso fratello del card. Lorenzo n. a Pavia nel 1481, fu arcidiacono di Bologna, poi vescovo di Feltre il 1^{°} giugno 1520 e vi rinunciò il 6 apr. 1546. Fu il primo prelato presente a Trento per il Concilio del 1545 , e compilò voti e consulte durante il Concilio, in parte stampati. Andò nunzio a Venezia e presso Carlo V. Mori a Roma il 21 genn: 1564 (cf. Fantuzzi, op. cit., p. 65). Figlio del card. Lorenzo fu Grov. Battista, nominato vescovo di Maiorca per designazione di Carlo V il 25 sett. 1531. Vi rinuncio nel sett. 1561 e mori a Bologna il 7 apr. 1583 dove aveva provveduto con grande munificenza agli istituti religiosi della città (Fantuzzi, op. cit, p. 36). Alessandro, altro figlio del card. Lorenzo, n. nel 1504, m. a Roma il 21 sett. 1554, fu vescovo di Bologna dal 19 marzo 1526 al 1553. Prolegato ad Avignone nel 1541, vi combatté l'eresia valdese. Nel 1544 fu nominato chierico della Camera Apostolica, il 20 nov. 1551, creato cardinale da Giulio III (Fantuzzi, op. cit., p. 28).

Omettendo altri personaggi si ricordano: CaMillo, teologo domenicano, n. a Bologna al principio del sec. xvi, m. nel 1569. Insegnò teologia in diversi conventi del suo Ordine. Fu inquisitore a Faenza (1562), a Ferrara e a Mantova, in un momento ( 1567 ) in cui i rapporti fra il Duca e Pio V erano molto tesi. Con la sua energia vi ristabili l'autorità del tribunale della fede. Partecipò al Concilio di Trento (terzo periodo) quale teologo di Pio IV. Il 14 maggio 1568 fu nominato vescovo di Nepi e Sutri.

Oltre i suoi discorsi al Concilio di Trento, pubblicati nel 1562, scrisse: De primatu Romani Pontificii contra M. Flacium Illyr. (ed. in Bibl. Max. Pont., VII, Roma 1697). Pubblicò con un suo commento il trattato De Haereticis di Ugolino Zanchini (Mantova 1567).

BibL.: Quittil-Echard, II, p. 201; Fantuzzi, op. cit., p. 38; Conc. Trid., II, 362, 351; VIII, 545, 727; S. Davari, Cenni storici interno al Tribunale dell'Inguizizione in Mantona, in Arch. stor. lomb., 6 (1879), pp. 773-81, 796; Pastor, VIII, pp. 220-24.

Alfonso D'Amato
CAMPELLO, Enrico. - Agitatore religioso, n. a Roma nel 1831 da antica famiglia spoletana, ed ivi m . il 1902. Entrato nella vita ecclesiastica, fu successivamente canonico di S. Maria Maggiore e di S. Pietro. Nel 1881 apostatò, e nello stesso anno pubblicò la sua Confessione di Fede, che praticamente è quasi quella dei Vecchi Cattolici, cioè che la gerarchia era bensì di istituzione divina, ma che vescovi e parroci dovevano essere eletti dal clero e dai laici; al Papa riconosceva solo di essere il "primus inter pares", negandogli l'infallibilità; la liturgia doveva celebrarsi in lingua volgare; il celibato ecclesiastico era bensì accetterole a Dio, ma l'obbligo di osservarlo per i sacerdoti era ingiusto e tirannico, e doveva essere abolito, ecc.

Su queste basi volle fondare la cosiddetta "Chiesa cattolica italiana». Aiutato dagli anglicani della "Società anglo-continentale» fondò a Roma il giornale «Il labaro»,
che spari dopo poco tempo, e rinacque a S. Remo diretto da Ugo Janni. Nel 1883, spinto dal ministro anglicano Dr. Nevin, inaugurò a Roma, in via Genova, una cappella, apri alcune scuole e veniva riconosciuto come sacerdore della "Chiesa di Dio" dal vescovo episcopaliano di LongIsland negli Stati Uniti. In questo tempo si unirono a lui alcuni apostati, come G. B. Savarese, il quale si riconcilio poi con la Chiesa, ed il Cicchitti-Suriani. Nel 1886 non procedendo bene le cose della nuova chiesa, il C. fece un viaggio a Londra per consigliarsi con i suoi amici anglicani, e là fu deciso che lasciasse Roma e andasse a spargere le nuove dottrine nella Valnerina, tra le cui popolazioni lavorò per molti anni, specialmente a Casteldilago, Arrone, Ferentello ed in qualche altro piccolo villaggio, con una punta anche a S. Remo, sotto l'egida di Ugo Janni. Nel 1902 il C., all'età di 71 anni, faceva la sua abiura nella cappella del Pontificio Collegio Pio Latino Americano in Roma, e ritornava alla Chiesa, nella quale, pentito dei suoi falli, moriva.

BibL.: F. Cicchitti-Suriani, La religione nella scienza, Roma 1885; A. Robertson, Count C. and Catholic Reform in Italy, Londra 1891; Boletin de los Alumnos del Colegio Pio Latino Americano, maggio 1903.

Camillo Crivelli
CAMPELLO, Pompeo. - Ministro di Stato, n. a Spoleto il 5 febbr. 1803 , ivi m. il 22 giugno 1884. Nel 1831 ebbe il comando della guardia civica e partecipò al moto insurrezionale, fu poi presidente del governo provvisorio spoletino. Fallito il moto, fu arrestato dagli austriaci e rinchiuso in carcere a Venezia da cui uscì ben presto per intercessione del suocero, principe Ruspoli di Vignanello. Costituita a Roma da Pio IX la Consulta di Stato, C. vi rappresentò Spoleto e nel giugno 1848 fu nominato ministro delle armi. Il 6 ag., durante l'invasione austriaca, pubblicò, non autorizzato, un ardente proclama incitante il popolo a prendere le armi. Costretto perciò a dimettersi, fu tuttavia, nel nov., richiamato al ministero. Caduta la Repubblica romana, tentò di fuggire, ma fu arrestato di nuovo e a mala pena poté ottenere di riparare a Corfù. Dopo varie vicende riuscì a passare in Francia. Nel 1860 tornò a Spoleto e l'anno dopo fu nominato senatore e ministro degli Esteri nel gabinetto Rattazzi, carica che tenne fino al 1867.

Al C. si deve l'artificioso tentativo diplomatico, volto ad inasprite la questione romana per la ispezione del generale Dumont alla legione d'Antibo in servizio presso il Pontefice; come anche in buona parte il vano sforzo d'impedire, contro lo spirito e la lettera della convenzione del sett. 1864, l'intervento delle truppe imperiali a tutela dei domini della S. Sede nell'autunno del 1867.

BibL.: C. Tivaroni, L'Italia sotto il dominio austriaco, II, L'Italia centrale, Torino 1894; P. Campello Della Apina, Storia documentata di una famiglia nodra, Città di Castello 1900; S. Fratellini, Spoleto nel Risorgimento nazionale, Spoleto 1910; P. Dalla Torre, L'anno di Mentana, Torino 1938.

Emma Santovito
CAMPENSES. - Soprannome dato da s. Girolamo (Ep., XV) ai cattolici di Antiochia partigiani del vescovo Melezio, perseguitati da Valente a partire dal 772. Esiliato Melezio per una terza volta, i suoi fedeli, privati delle loro chiese, furono costretti a tenere le loro adunanze nelle campagne circostanti la città (Teodoreto, Hist. Eccl., IV, 21), donde il nome di c., rimanendo però esposti alle vessazioni della polizia (cf. F. Cavallera, Le schisme d'Antioche, Parigi 1905, pp. 133-200; Fliche-Martin-Frutaz, III, p. 269).

Con lo stesso appellativo furono qualificati gli aderenti al donatismo di origine africana ma residenti in Roma. Organizzati in chiesa autonoma dal vescovo Victor Garbenzia dopo il 320, non potendo disporre di una propria chiesa nell'Urbe, celebravano le loro cerimonie in una grotta fuori della città. Per questo motivo furono pure chiamati campitae, montenses, rapitae.

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![img-32.jpeg](img-32.jpeg)

Qut. Alloari) Cimpí. Gidito - La Purificaztane della Vezaine. Affresco. Cremona, chiesa di S. Margherita.

BibL.: A. Jülicher, s. v. in Pauly-Wissowa, III, col. 1443; P. Moncesux, Histoire littéraire de l'Afrique chrétienne, IV, Parizi 1912, pp. 32-33. Mario Scaduto

CAMPI. - Famiglia di artisti cremonesi. GaLaezo (1477-1536), si formó su esempi venetoferraresi, soprattutto sul Boccaccino, e umbri (Perugino).

Sua prima opera è il S. Cristoforo in S. Maria del Castello, a Viadana. Da ricordare sono una Madonna e Santi a Brera e la Madonna tra i sr. Rocco e Sebastiano (1518) in S. Sebastiano, a Cremona. Suo figlio Giulio (ca. 1502-72) superó la tradizione locale, guardando specialmente al Pordenone, al Romanino, a Tiziano; accennando più tardi il gusto manieristico del suo linguaggio, negli affreschi di S. Margherita (1547) e del duomo di Cremona (1566-68). L'influsso del Pordenone è evidente nella Adorazione del Bambino, a Brera. Avronio (m. ca. 1591), altro figlio di Galeazzo, mostrò nelle sue opere influssi disparati, specialmente del Parmigianino, di G. Romano, del Pordenone. Dal manierismo aspramente decorativo del primo periodo (Annunciazione in S. Agostino a Cremona, Caduta di s. Paolo, a Milano, ecc.) passò ad un luminismo naturalistico, precaravaggeseo (Decollazione del Battista in S. Paolo a Milano).

Questa riforma in senso naturalistico raggiunse il massimo, con un gusto per la "natura morta" e la scena di genere, nell'arte di Vincenzo (1536-91), ultimo figlio di Galeazzo; opere sue si trovano a Milano (museo Civico) e nel castello di Kirchheim. Bernardino ( 1522-96 mathrm{ca}.) subì influssi vari (Parmigianino, G. Romano, Correggio); esegui numerose opere, quadri ed affreschi, a Cremona (chiesa di S. Agata), Piacenza, Milano, ecc. Notevole la S. Cecilia e s. Caterina in S. Sigismondo a Cremona.

BinL.: Per Galeazzo : G. Grasselli, s. v. in Abecedario biogr. dei pittori, scultori, architetti cremonesi, Cremona 1827, p. 76: per Giulio: G. Grasselli, s. v. ibid., p. 470; per Antonio: G. B. Zaist, s. v. in Notizie stor. dei pittori, scultori, architetti
cremonesi, Cremona 1774, pp. 160-79; F. Sacchi, Notizie pittoriche cremonesi, ivi 1872, pp. 53, 192, 197, 199-200, 283, 342, 343; F. Malaguezi Valeri, s. v. in Thieme-Becker, V, pp. 470; R. Longhi, Queriti caravaggeschi, in Pinacoteca, I (1928), pp. 17-38; 2 (1929), pp. 238-320; E. Tietze Conrat, A master drawing by A. C., in Art in America, 27 (1939), pp. 160-63; per Vincenso: F. Malaguezi Valeri, s. v. in Thieme Becker, V, p. 472; per Bernardino: G. B. Zaist, s. v. ibid., pp. 189-214; F. Sacchi, op. cit., pp. 63, 192-93, 343-49, 350; F. Malaguezi Valeri, s. v. in Thieme-Becker, V, p. 468; per la famiglia C.: E. Schweitzer, La scuola pittorica cremonese, in L'Arte, 3 (1900), pp. 46-50, 60-70. Luigi Grassi

CAMPINA GRANDE, diOCEs di. - In Brasile nello Stato di Paraíba. Eretta nel maggio 1949, per dismembrazione dell'arcidiocesi di Paraíba do Norte, di cui resta suffraganea. Sede ne è la città di C. G., con cattedrale la chiesa di Nostra Signora della Concezione.

Enrico Josi
CAMPINAS, diOCEs di. - Nello Stato di S. Paulo (Brasile), suffraganea dell'arcidiocesi di S. Paulo.

Ha un territorio di 6999 kmq ., con una popolazione di 88.460 ab., dei quali 577.280 cattolici; 350 chiese, 44 porreccius, 59 sacerdoti diocesani e 57 regolari (1948). Vi è un seminario minore. Patrona: l'Immacolata Concezione.

La città di C., al centro di un fertile altipiano, con clima temperato, è un importantissimo nodo stradale, centro commerciale, industriale ed agricolo, con molti istituti di cultura; è la terza città dello Stato, con 140.000 ab. Si trova a 860 metri sul mare. C. sorse con il nome di São Carlos da un villaggio fondato nel 1774, nome che gli rimase fino alla sua elevazione a città nel 1842. Sullo scarcio dell'era imperiale, fu il centro della propaganda repubblicana ed esercitò in seguito notevole influsso politico nell'interno dello stato.

La bolla Disecesium nimiam amplitudinem del 7 giugno 1908, che creò la provincia ecclesiastica di S. Paulo, la costituì una delle cinque nuove diocesi in cui si divise l'antico territorio della vasta diocesi. Suo primo vescovo fu mons. João Correia Nery (1908-20), al quale la città eresse un monumento.

Notevole la cattedrale di C. per i suoi lavori in legno. Vi sono altre chiese pregevoli nella diocesi, benché moderne. C. è patria del massimo compositore brasiliano Antonio Carlos Gomes (m. nel 1896).

BinL.: Pii X Pontificis Mastini Acta, V, Roma 1914, p. 246: Annario Estatistico de Brasil 1937, Rio de Janeiro 1937; J. B. Lehmann, O Brasil Católico 1938, Juiz de Fora 1938, p. 93. Maurilio Cesar de Lima

CAMPION, EdmUND, beato. - Gesuita, martire, n. a Londra il 25 genn. 1539, m. ivi il 1^{°} dic. 1581. Studente a Oxford, si guadagnò l'ammirazione universale per le sue doti di ingegno e di eloquenza, lodato anche dalla regina Elisabetta in una sua visita all'Università. Quantunque di famiglia cattolica, ebbe la debolezza di sottoscrivere nel 1564 al giuramento, con cui riconosceva la supremazia spirituale della regina e di lasciarsi ordinare diacono della chiesa anglicana. Punto però dal rimorso, passò tosto in Irlanda, vivendovi da cattolico, indi a Dousi, in Francia, nel seminario inglese, dove abiuro, si laureò in teologia e fu ordinato suddiacono, e finalmente a Roma, dove entrò nella Compagnia di Gesù (1573). Inviato nel collegio dei Gesuiti a Praga, vi fu ordinato sacerdote ( 1578 ). Apertasi la missione di Inghilterra, egli vi fu inviato col p. Persons (1580) per consolidare nella fede i cattolici e riconquistare gli apostati, e vi riusci mirabilmente con la parola e la penna.

Una sua dichiarazione, sparsa manoscritta, in cui domandava ai consiglieri di Londra tre pubblici contradditori, gettò l'allarme tra i protestanti. Il C. la ribadí con l'opuscolo Ten renions (Cosmopoli [Londra] 1581) confutando ogni sofisma dei protestanti e difen-

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dendo la dottrina cattolica. Gli avversari non gli diedero più tregua, finché non l'ebbero tra le mani. Tradito e condannato come cospiratore contro la regina, fu impiccato e squartato al Tyburn. Il culto fu confermato da Leone XIII il 9 dic. 1886; festa il I dic.

Bibl.: Sommervogel, II, coll. 586-97: B. Camm. Lives of the English Martyrs, II, Londra 1905, pp. 226-357; J. Y. Simpson, E. C., 2^{text {a }} ed., ivi 1907; G. Spillmann, Gesch. der Katholikevverfolgung in England, 1533-1681, II, 3^{text {a }} ed., Felburgo in Br. 1910, p. 280 sgg.: R. Challoner, Memoirs of missionary priests, ediz. di F. H. Pollen, Londra 1924. pp. 19-30; C. Testore, I mortiri gesuiti d'Inghilterra e di Sravia, Iada del Liri 1934, pp. 112-77. Celestino Testore

CAMPIONESI, MAESTRI. - Scultori, architetti, lapicidi, originari del lago di Lugano, operanti nell'Italia settentrionale, già noti nel sec. xir come maestranza, incominciano nel sec. xirI a firmare le loro opere distinguendo le singole personalità.

Sorti dalla tradizione romanica, nel suo periodo tardo, con una modellazione meno tormentata e più tondeggiante, sviluppano una plastica originale per equilibrio decorativo, aneddotismo colorito, contemstezza ed essenzialità nell'espressione. Come centri di produzione agli inizi del Duecento si orientano verso Modena e Verona, Bergamo e Milano.

Discusse sono le attribuzioni di alcune opere che rimangono anonime, come l'Arca di s. Agostino a Pavia e l'Altare dei Re Magi in S. Eustorgio a Milano: vari gli orientamenti tra cui più notevoli quelli veronesi; la critica recente nega molto valore all'apporto toscano venuto da Giovanni di Balduccio da Pisa operante a Milano nel Trecento.

In ordine alfabetico, le più note personalità della scuola campionese sono :

Ansellno (documenti del 1244). Operò nella cattedrale di Modena.

Bonino (1397). Forse il maestro più importante di questa scuola. Una delle sue prime opere è il Sarcofago di Lambertino Baldaino nel duomo vecchio di Brescia: seguono poi l'Arca di Folchino degli Schizzi nel duomo di Cremona (1357); il Monumento di Stefano e Valentina Visconti in S. Eustorgio a Milano; l'Arca di Bernabò Visconti al castello Sforzesco di Milano (tra 1363-85); l'Arca di Cansignorio della Scala a Verona (1370-75) opera più complessa e singolare per movimento di ombra e di luce e per certe accentuazioni pittoriche che non ne disperdono la robustezza plastica.

Enrico. Scolpi il pulpito del duomo di Modena (1322) e lavorò al campanile.

Giacomo (m. nel 1398). Operò per il duomo di Milano fin dal 1387 . Notevole l'opera scultorea della porta della sagrestia settentrionale del duomo di Milano in cui si notano i caratteri gotici non esenti da influssi oltramontani.

Giovanni. Presenta come nucleo formativo della sua arte l'esperienza romanico-veronese: tra le sue opere più notevoli sono la Statua equestre di s. Alessandro in S. Maria Maggiore a Bergamo, di una brusca sommarietà; le Storie del Nuovo Testamento nel battistero di Bergamo (1340); la porta nord di S. Maria Maggiore di Bergamo con il protiro ( 135 mathrm{I}-53 ), che può essere utilmente confrontato con quello del duomo di Verona.

Matteo (m. nel 1396). Operò nel pulpito e nella facciata del duomo di Monza.

Ugo. Personalità incerta a cui tradizionalmente si attribuiscono opere di stile contrastante, come l'Arca Maggi nel duomo vecchio di Brescia; il Sarcofago di Alberico Suardi a Lucano; il Monumento al card. Langhi in S. Maria Maggiore a Bergamo, che sembrano opere di artista anteriore a Giovanni, ma non di Ugo.

Bibl.: A. Gotthold Meyer, Lombardische Denkmäler, Stoccarda 1893, pp. 42-132; Venturi, IV, pp. 606-32; P. Toesca, La pittura e la miniatura nella Lombardia, Milano 1912. pp. 273, 296, 431; Anon., Anselmo da C., in Thiemo-Becker, I, pp. 541-42; F. Malaguzzi,Valeri, Bonino da C., ibid., IV, pp. 298299; Anon., Matteo da C., ibid., XXIV, p. 255; Anon., Ugo da C., ibid., XXXIII, p. 241; G. Nicodemi, L'Arca di Berardo
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(fol. Allveri)
Campronesi, maestri - Tomba di Cansignorio, opera di Bonino da Campione (1370-75) - Verona.

Maggi nel duomo vecchio di Brescia, in Dedalo, 5 (1024-25). pp. 147-53; C. Baroni, Scultura gotica lombarda, Milano 1944. pp. 31-61 e 93-121. Gilda Rosa

CAMPOBASSO, diOCESI di: v. BOIANO - CAMPOBASSO, diOCESI di.

CAMPORESE, Pietro, il Giovane. - Architetto, n. a Roma il 22 magg. 1792 e m. ivi nel 1873. Appartiene ad una notevole famiglia di architetti romani attivi tra la metà del sec. xvir e la fine del sec. xix. Egli infatti fu figlio di Giulio C. (1754-84) che a sua volta era fratello di Giuseppe C. (17631822). Pietro C. il vecchio (1726-81) fu suo nonno. Alla attività dei C. vanno assegnate numerose fabbriche chiesastiche a Roma e nel Lazio. Pietro C. il G. iniziò la sua attività come aiuto di P. Belli e di P. Bosio nella ricostruzione di S. Paolo fuori le mura (1823-29); del 1832 è il restauro dei SS. Vito e Modesto.

Le sue opere migliori sono il cosiddetto portico di Vejo in piazza Colonna, costruito come sede della posta Pontificia, elegante e tipico, e la facciata dell'Ospedale di S. Giacomo ( 183 mathrm{I}-46 ), semplice, corretta e maestosa. Gli appartengono anche i due edifici a via Ripetta disposti a ferro di cavallo, sedi dell'Accademia di Belle Arti; nel 1869 iniziò la chiesa di S. Tommaso di Canterbury in via Monserrato, terminata da A. Poletti e V. Vespignani. Il C. è personalità mediocre di architetto, che ondeggia fra un purismo scolastico ed una più libera ispirazione classicheggiante.

Bibl.: O. Pollak, s. v. in Thieme-Becker, V, pp. 478-79. Renato Bonelli

CAMPOS, diOCESI di. - Nella regione settentrionale dello Stato di Rio de Janeiro, suffraganza dell'arcidiocesi di S. Sebastiano di Rio de Janeiro.

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Superfice: 17.403 kmq .; popolazione: 950.000 ab. Ha 292 chiese, 38 parrocchie, 23 sacerdoti diocesani e 18 regolari (1948). Titolare della cattedrale è il S.mo Salvatore, C. è città dal 1835 ; centro agricolo, economico, con diventa industria e porto fluviale, è la città più fiorente dello stato, in mezzo alla feracissima pianura della foce del Parnaiba.

La sua storia civile incomincia con la traslazione del villaggio di S. João da Barra, dalla contrada dove ora sorge la città (ca. il 1674), fatta dal generale João Correia de Sa. C. fu teatro di qualche lotta, finché tutta la regione si sottomise alla capitaneria dello Spirito Santo. Il suo grande progresso, però, ha origine sul principio del secolo scarso, ed è dovuto alle immense piantagioni di caffè e canna di zucchero, lavorate dagli schiavi negri.

La diocesi fu eretta da Pio XI con la costituzione A d supremae Apostolicae Sedis solium del 4 dic. 1922, per omembramento della diocesi di Niterói.

Bibl.: R. Galanti, Historia da Brasil, III, S. Paolo 1911, p. 391: AAS, 15 (1923), p. 485 ; H. Mourao, O re Decenio da dioces de C., Niterói 1934; J. B. Lehmann, O Brasil Católico, 1947, Juiz de Fora 1047, pp. 95-99. Maurilio Cesar de Lima

## GAMPO SANTO TEUTONICO, MUSEO del.

Iniziato fin dal 1887 da mons. A. De Waal (m. nel 1917), rettore del collegio (v. collegi ecclesiastici: collegio teutonico presso s. Maria in Campo Santo). Le due raccolte principali sono costituite da sarcofagi cristiani per lo più frammentari e da iscrizioni pagane e cristiane, delle quali alcune provenienti dalla vicina basilica Vaticana. Gli acquisti relativi vennero spesso illustrati nel periodico fondato pure nel 1887 da A. De Waal (v. mssinche quartalschrift); complessivamente dallo stesso nel Katalog der Sammlung altchristlicher Shulpturen und Inschriften im deutschen National-Hospiz vom Campo Santo. Archäologis che Ehrengabe der Römischen Quartalschrift zu de Rossi's LXX. Geburtage (Roma 1982, costituisce il VI Supplementheft der Römischen Quartalschrift). Una illu-
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(per cortesia del Superiore della Casa degli Estrivi del Sacro Cuore S. I., Roma)

Cana - La fontana, unica del paese, dalla quale i servi dovettero attingere l'acqua per il miracolo.
strazione dei sarcofagi venne poi data da J. Wittig, Die altchristlichen Shulpturen im Museum der deutschen Nationalstiftung am Campo Santo in Rum (ivi 1906). I singoli soggetti vennero poi presi in esame da G. Wilpert, nel suo corpus dei Sarcofagi cristiani (1929-36). La piccola collezione di vetri dorati venne edita da M. Armellini, I vetri dorati della collezione di Campo Santo, in Römische Quartalschrift, 6 (1892), pp. 52-57 e tavv. II-III. Le lampade in bronzo e in terracotta vennero illustrate, secondo le date d'acquisto, nello stesso periodico. Enrico Josi

CAMUS, Jean-Pierbe. - Vescovo e poligrafo fecondo, n. a Parigi il 3 nov. 1584 , m. ivi il 25 apr. 1652. Abbracciò da principio la magistratura e si mise per parecchio tempo alla scuola del Montaigne, di cui subì poi sempre l'influsso del metodo e dello stile, anche quando, lasciato il fòro, entrò nelle file del clero. Subito si distinse per la sua eloquenza; perciò Enrico IV lo propose a vescovo di Belley. Vi fu, infatti, consacrato il 30 ag. 1609, previa dispensa per la troppo giovane età di 25 anni, da s. Francesco di Sales, del quale visse poi sempre come fedele discepolo, permeandosi del suo esempio e della sua dottrina. Nel 1629 rinunciò al vescovado ed ebbe in cambio l'abbazia di Aulnay in Normandia; ma stancatosi presto di quella vita di riposo, fu per breve tempo viscerio generale a Rouen, donde passò a Parigi, nell'ospizio degli Incurabili, deciso a consacrarsi tutto al sollievo dei poveri. Sarebbe stato vescovo di Arras, per proposta di Luigi XIV, se non fosse morto prima dell'arrivo delle bolle.

Le sue opere sono più di 200 ; tra di esse si contano 40 romanzi, che egli scrisse per la gioventù, che notava appassionata per la lettura dei romanzi di amore, allo scopo di condurla a poco a poco dall'amore umano all'amore divino. L'intreccio è condotto bene con scene attraenti, talora ingenue e talora indiscrete, qualche volta anche ardite; con questo di particolare, che l'autore se ne serve per polemizzare, in materia di ascetica, contro i religiosi per i loro difetti, il loro attaccamento al denaro, la loro pretesa che la perfezione fosse riservata solo ad essi, mentre il C. insiste che è propria di tutti i cristiani; donde polemiche accese da ambo le parti. Le stesse idee conferma sotto altra forma anche nei sermoni e nelle opere ascetiche, che trattano un po' di tutti gli argomenti, secondo che la polemica li attizza. Di queste l'opera che è ancora conosciuta è l'Esprit du bienhenreux François de Sales ( 6 voll., Parigi 1639-41; ridotti più tardi in un volume da Collot [Parigi 1727], più volte ristampato), dove ai pensieri del santo Dottore il C. mischia i proprii, sviluppa, commenta, così da poter dire col Bremond, che nell'opera abbiamo "un François de Sales camusine".

Bibl.: F. Boulas, Un moraliste chrétien, 7. P. C.. Parigi 1897; H. Bremond, Histoire littér. du sentiment religieux en France, I, 10 ediz., ivi 1924, pp. 149-86; XI. ivi 1933, pp. 184 283; R. Heurtevent, s. v. in DSp. II (1937), pp. 62-73.

Celestino Testore
CANA. - Località "di Galilea" (Io. 2, 1.11; 4, 46; 21, 2), diversa dalla C. della tribù di Aser (Ios. 19, 28) e dall'omonima piazzaforte in Arabia (Moab) di cui parla Fl. Giuseppe (Antiq. Iud., XIII, 15, 1). L'identificazione è controversa tra le odierne località Kefr Kennah e Hirbet Qānah. Fino agli ultimi tempi Kefr Kennah, a 6 km . a est-nord-est di Nazareth sulla «via del mare» di Galilea, era ritenuta C. da quasi tutti i palestinologi cattolici. Argomento principale per i fautori di questa identificazione è la testimonianza dei pellegrini del sec. Iv, anzitutto la Peregrinatio s. Paulae (PL 22, 491: "Haud procul [da Nazareth] cernitur C."); altri testi in D. Baldi, p. 250 sg. Inoltre, C. sembra fosse nella parte meridionale della Galilea:

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Gesù, tornando dalla Giudea, raggiunge in primo luogo C. (Io. 2, 1; 4, 46). Ma vi è una difficoltà filologica: le versioni orientali scrivono C. con la consonante q, non k; inoltre il doppio n non conviene alla forma Qānā che ricorre nelle Pē̄īyid e altre versioni. Perciò un'altra località posta verso nord al margine della pianura Asochis (el-Bațtōf), Hirbet Qānah, ha le preferenze di molti fin dal mediocvo, benché faccia difficoltà la maggiore distanza di 14 km . da Nazareth, essendo intervenuta alle nozze la Vergine Maria (lo. 2, 1).

La ragione più forte è l'espressione Kavā τ η̄ ς Гa λ λ λ α i α ς in tutti i quattro passi in cui il Nuovo Testamento menziona C. Come la forma corrispondente di Fl. Giuseppe (Vita, 16) suggerisce, vi era una sola C. nella provincia settentrionale della Palestina: xú́ μ ε τ η̄ ς Гa λ λ λ α i α ς η̄ mpoozyopasietai Kav. vè. Questa era Hirbet Qānah. Ivi infatti si acquartierò Fl. Giuseppe come capo militare per difendere la Galilea (s. 66), avendo vicine le piazze forti di Sogana e Iotapatha. Da questa città per un'intera notte marciò con
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Canà - Le Nozze di C. Affresco di Giotto. Padova, cappella degli Scrovegni.
del banchetto mentre in primo piano a destra il Signore tocca con la verga taumaturga una delle sei idrie (Wilpert, Pitture, tav. 57; altri esempi nelle tavv. 166, i e 186, i e in Nuovo Bull. d'arch. crist., 20 [1920], p. 83).

Nell'ipogeo scoperto nel 1858 in Alessandria d'Egitto la rappresentazione del miracolo di C. (sec. v-vi) è molto danneggiata; ma il Wilpert riusci a riconoscere il carattere liturgico-eucaristico di questa scena in nesso con le altre (Eucharistische Malereien der Katakamben Karmonus in Alexandria, in Ehrengabe Deutscher Wissenschaft dargeboten von Katholischen Gelehrten, Friburgo 1920, pp. 273-82). Un altro esempio è offerto dalla pittura nella chiesa sotterranea di Deir Abu Henuya in Antinoe. Nei sarcofagi la scena è più frequente: Cristo tocca con la verga taumaturga una delle idrie poste ai suoi piedi; spesso la scena è unita con quella della moltiplicazione dei pani (Wilpert, Sarcofagi, tavv. 8, 3; 17, 2; 127, 2; 218, 1; 227, 2). In uno dei sarcofagi di S. Vittore a Marsiglia la scena del miracolo è insieme con quella dei portatari di Canaan. Si ritrova poi il miracolo di C. nei mosaici nella vōita del battistero di Napoli, e nel ciclo della basilica di S. Apollinare Nuovo a Ravenna.

Anche in uno dei pannelli della porta di S. Sabina era scolpito il miracolo delle nozze di C. Nei vetri dorati le idrie del miracolo di C. hanno la particolarità di essere munite di coperchio (R. Garracci, Vetri oranti di figure in oro, Roma 1864, tavv. VII, nn. 1 e 2; VIII, 1). Negli avori appare a Ravenna, in un dittico di Milano, in uno di Palermo, in una rilegatura di Oxford ecc.

Asterio di Amasea nel sec. v ricorda che alcuni cristiani usavano vesti molto ricche sulle quali facevano figurare Collecta ex historia evangelica argumenta come, ad es., nuptias Galilaeae et hydrias (PG 40, 166-67).

Negli scavi di Elatea C. Diehl ritrovò presso il bema della Chiesa della Panaghia, ricostruita nel sec. xim, una grossa pietra nella quale era scritto in greco: "questa è la pietra che viene da C. di Galilea dove N. S. Gesù Cristo mutò l'acqua in vino" (Bull. de corresp. hellénique, 9 [1885], p. 33).

Antonino di Piacenza racconta nel suo itinerario di essersi recato a C. ubi Dominus fuit ad nuptias, di essersi seduto in quello stesso luogo e di avervi scritto i nomi dei suoi genitori (H. Grisar, La pietra di C. e l'itinerario del cosiddetto Antonino di Piacenza, in La Civ. Catt., serie 180, XI [1903, III], pp. 600-609).

Bibl.: H. Leclercq, s. v. in DACL. II, 2. coll. 1802-19, Enrico Josi
CANAAN e CANANEI. - Popolo che anticamente abitava la Palestina.
I. Nome - E uno di quelli con cui il Vecchio Testamento designa il territorio occupato dagli Israeliti.

Il nome si trova nelle lettere di el-Amarna (ca. 1375 a. C.) sotto la forma kinabhi (kinahna, kinahni). Gli Egiziani delle dinastie xix e xx (secc. xiv-xit a. C.) gli premettono

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l'articolo ( p . k n^{′} n ), come pure nel greco si trova ἀ χ ν x̃ ς. L'etimologia del nome non è certa : molti autori lo derivano dalla radice semitica kana { }^{′} "essere basso"; altri invece pensano che si tratti di una parola presentitica. Nelle lettere di el-Amarna Kinnhnati si chiama una parte della provincia asiatica del regno egiziano, la quale allora comprendeva l'odierna Palestina, la Fenicia e la Siria fino all'Eufrate. Non si può provare che la Palestina stessa in queste lettere venga chiamata Kinnhun, trattandosi nei relativi testi piuttosto di città fenice situate sulla costa del Mediterraneo (Acea, Tiro, Biblos), e di alcune città dell'interno come Häsōr (v. asos) e sud-ovest del lato di Hūleh. Sembra che il nome abbia simile significato nell'iscrizione di Mernetah (" stele d'Israele"), in cui si legge per la prima volta il nome d'Israele: "Depredato è Canaan con tutti i malvagi; deportato è Ascalon, avvinto Gezer, annientato Jeno'am; Israele è distrutto, non ha più semenza ".

Anche nel Vecchio Testamento si trovano testi nei quali Canaan significa piuttosto la terra dei Fenici; così, p. es., Iudc. 4, 2. 23; 5, 19; II Sam. 24,7; Is. 23, 11; Prov. 31, 24; ancora nel Nuovo Testamento Mt. 15, 22 (la "donna cananea "). Ma più comunemente il Vecchio Testamento adopera le parole Canaan e Cananei in senso più largo, chiamando cosi la Palestina occupata dagli Israeliti e la popolazione preisraelitica di essa, qualunque sia la sua provenienza etnica.

Nella "tavola dei popoli" (Gen. 10) si dice (v. 19) che "il territorio dei Cananei si estese da Sidone in direzione di Gezer (cioè ad ovest) fino a Gaza, e in direzione di Sodoma, Gomorra, Adama e Seboim (cioè ad est) fino a Lesa" (secondo il Talmud e Girolamo = Callirrhoe ad est del Mar Morto; altri l'identificano con Lajā [Dan], presso le sorgenti del Giordano). "Figli di Canaan" (cioè membri della famiglia cananea) sono Sidone, gli Hetei, i Gebusei, gli Amorrei, i Gergesei, gli Hevei, gli Arachei, i Sinei, gli Arvadei, i Samarei e gli Amatei (Gen. 10, 15-18), cioè i popoli non israelitici della Palestina e della Siria. In questo testo, come in altri, il termine originalmente geografico di Cananei si adopera per significare la popolazione preisraelitica ivi residente, senza tener conto della pertinenza etnica dei singoli elementi. Facendo discendere i Cananei da Cham (Gen. 10, 6), la "tavola dei popoli" non intende parlare della origine etnica dei popoli "cananei", ma della loro dipendenza politica dagli Egiziani camitici.

Etnograficamente la maggioranza degli abitanti di Canaan (cioè della Palestina-Fenicia) sembrano essere stati semiti, immigrati in diversi periodi; lo strato più antico probabilmente nel 4^{°} millennio, quello più recente (gli "Amorriti", v.) ca. l'anno 2000. Talvolta però il Vecchio Testamento distingue fra Cananei e Amorriti, chiamando Amorriti non soltanto gli abitanti preisraelitici della Transgiordania (cf. Num. 21, 13.31; Deut. 3, 8; 4, 47 sg.; 31, 4; Ios. 2, 10; 9, 10; 12,2; 13,10; Iudc. 10,8), ma anche una parte degli abitanti della Palestina propriamente detta, cioè quella che dimora nella montagna (Deut. 1,7.19.20.44: popolo dimorante nel sud della Palestina; Ios. 10,5 sg.), mentre ai Cananei si attribuiscono la pianura e la valle del Giordano (Num. 13,29; Ios. 11,3). Non di rado la Bibbia chiama tutta la popolazione preisraelitica Amorriti (cf. Gen. 13,16; Ios. 24, 15.18; Iudc. 6, 10); ma nei tempi posteriori gli Amorriti, o estirpati o assimilati dagli Israeliti che avevano occupato la montagna, non esistevano più, mentre i "Cananei" nelle forti città della pianura avevano resistito agli invasori e costituivano un continuo pericolo per gli Israeliti (cf. Iudc. 1, 27-33).

Il nome di "Cananei" veniva dunque man mano adoperato per designare tutti gli abitanti preisraelitici della Palestina, tanto più che i piccoli popoli dei Ferezei, Refaiti, Gergesei, Gebusei, ecc. (cf. Gen. 15, 19 sgg.) non erano più di alcuna importanza. I Cananei della Fenicia, geograficamente separati dalla Palestina e presto entrati in una evoluzione storica e politica diversa da quella dei popoli palestinesi, venivano
chiamati dalla loro città principale, come presso Omero, Sidonii (cf. Deut. 3, 9; Iudc. 10, 6.12; 18, 7; I Reg. 5, 6 [20]; 11, 1. 5. 33; II Sam. 23, 13).

Adoperiamo qui "Cananei" per denominare indistintamente la popolazione che abitava la Palestina cisgiordanica prima dell'immigrazione degli Israeliti e si mantenne accanto ad essi per parecchi secoli.
II. Storia. - 1. Le fonti. - La storia dei Cananei, come pure la loro lingua, religione e civiltà ci sono note anzitutto dagli scavi eseguiti in Palestina durante gli ultimi decenni. Quasi in ogni grande città israelitica si trovano, sotto gli strati appartenenti al periodo israelitico ("età del ferro"), strati più o meno numerosi che rappresentano la cultura preisraelitica ("cananea") nelle diverse sue fasi. Sono pure state scoperte non poche necropoli preisraelitiche, specialmente importanti per i doni che, soliti darsi ai defunti, attestano per i diversi periodi il livello e il carattere della civiltà di quei popoli. Accanto a queste fonti archeologiche non mancano però i documenti letterari riferentisi alla Palestina preisraelitica. I principali sono: il romanzo dell'egiziano Sinuhe, il quale dimora lungo tempo in Palestina (la storia si riferisce ai tempi di Amenemhet I e Sesostris I, ca. 2000-1935, e sembra scritta nella seconda metà del sec. xxi, i "testi di proscrizione", oggi conservati a Berlino e a Bruxelles (del sec. xix), la relazioni dei faraoni egiziani sulle campagne fatte in Palestina e in Siria, fra le quali anzitutto quella di Tuthmosis III (ca. 1301-1450) riferentesi alla campagna del 1479 contro i principi alleati della Palestina e della Siria, e, di somma importanza, le lettere di el-Amarna (v. AMARNA), corrispondenza in lingua accadica e scrittura cuneiforme dei faraoni Amenophis III (1411-1375) e Amenophis IV (1375-1358) con i re e governatori della Siria e della Palestina. Questi ed altri documenti letterari, confrontati con i risultati degli scavi ed inseriti nella storia generale del vicino Oriente del inr e il millennio a. C., oggi ci forniscono un quadro abbastanza concreto della storia cananea di quell'età.
2. L'andamento della storia. - Nei tempi preistorici e protostorici Canaan sembra essere stato abitato da popoli non semitici, la cui affinità etnica però finora non si può determinare. A Gezer (e forse anche a Gerusalemme) si sono trovati i resti di un "crematorio" (dell'età neolitica), testimoni della cremazione dei cadaveri, non in uso presso i Semiti. La prima immigrazione semitica sembra aver avuto luogo ca. il 3000; ma i particolari di quel movimento etnico ci sfuggono ancora completamente. Le poche pitture egiziane del inr millennio, che rappresentano abitanti della Palestina o della Siria, li presentano come tipi prettamente semitici. L'Egitto in quel tempo, in commercio fin dal 3000 a. C. con la città fenicia di Biblos (v.), s'interessava anche della Palestina; il faraone Pepi I (ca. 2450 a. C.) fece cinque campagne militari per assicurarsene il dominio, e le imponenti fortificazioni che nel inr millennio sorgono un po' dappertutto in Palestina mostrano che la lotta fra il potente Egitto e gli abitatori di Canaan era accanita. Da documenti provenienti dal susseguente periodo risulta che l'Egitto nel frattempo era riuscito a occupare la Palestina meridionale o, almeno, a crearsi colà alcuni punti d'appoggio, come la forte città di Gaza. L'influsso culturale dell'Egitto viene confermato da oggetti d'origine egiziana trovati negli scavi, e, d'altra parte, vi sono pure prove che la Palestina in quel tempo forniva all'Egitto i suoi prodotti principali, il vino e il grano.

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Verso la fine del sec. xx la Palestina sembra invasa da un altro gruppo semitico, proveniente dalla Mesopotamia settentrionale. Gli invasori erano, a quanto pare, della stessa stirpe che in quei tempi invadeva la Babilonide, ove fondò la 1ᵃ dinastia babilonese, detta "amorritica". Questa nuova popolazione, gli "Amorriti", occupava anzitutto la Transgiordania, ma anche le montagne della Cisgiordania, mentre i "Cananei» resistevano nelle pianure. La dominazione egiziana, che esisteva di diritto, in realtà sembra essere stata poco solida, come prova il fatto che nei "testi di proscrisione", specialmente in quelli di Bruxelles, sono elencati non meno di 63 territori "ribelli" o almeno sospetti agli Egiziani. L'egemonia egiziana venne poi completamente eliminata da nuovi invasori che affluirono fin dalla metà del sec. xviri, cioè gli «Hyksos», i quali, sopraffatta la Palestina, riuscirono ad occupare perfino l'Egitto (ca. 1730-1580). Nella Palestina gli Hyksos occupavano le grandi città - molte di esse presentano la tecnica di fortificazione propria degli Hyksos - senza però cambiare la situazione culturale del paese, essendo l'occupazione di natura piuttosto militare che politica. L'egemonia degli Hyksos, che si estendeva su gran parte del vicino Oriente, favoriva l'afflusso in Palestina di elementi culturali della più svariata origine.

Espulsi gli Hyksos dall'Egitto (ca. 1580), alcuni loro nuclei sembrano essersi mentenuti in Palestina, ma piuttosto sotto l'egemonia egiziana, la quale sotto la XVII dinastia ( 1580 -1450) e più ancora sotto la XVIII ( 1450-1315 ) venne pienamente ristabilita. La lista delle città vinte da Tuthmosis III (1501-1450) nella campagna del 1479 contro una coalizione di prìncipi palestinesi e siriani elenca non meno di 119 città palestinesi, situate però piuttosto in pianura che in montagna. Durante il sec. xv la supremazia egiziana si mantenne ferma, e il periodo di pace favoriva la prosperità materiale del paese che si manifesta dagli scavi. Un serio disturbo fu arrecato nel sec. xiv per la pressione sempre crescente dei Habiru, della quale ci informano le lettere di el-Amarna. Gli Egiziani non avevano più la forza di opporsi efficace resistenza, e neanche il potente faraone Ramses II (1292-26), il quale dovette assediare perfino la città di Ascalon, riusci a ristabilire effettivamente la supremazia egiziana.

Gli Israeliti, entrati in Palestina fra il sec. xv ed il xir - la data finora non è assicurata - avevano da fare non già con gli Egiziani, e neanche con un popolo cananeo unito, ma coi re delle singole città indipendenti fra di loro. Tuttavia non riuscirono a sopraffare le grandi città cananee delle pianure, ad es., Gezer, Dor, Mageddo, Thanach, Bethsan; anzi, meglio attrezzate per la guerra, provviste di carri di ferro, esse si riebbero talmente da poter separare le tribù settentrionali della Galilea da quelle della Samaria (Iudc. 5, 6 sgg.) e, a quanto pare, anche fra la tribù di Giuda e quelle stabilite nelle montagne di Ephraim si era frapposto un istmo cananeo. La situazione divenne critica, ma un'azione comune di cinque tribù e mezza, guidata da Barac e assistita da Debora, decise nella battaglia delle «acque di Megiddo» la sorte dei Cananei per sempre (Iudc. 4, 24). Da quel tempo non si parla più di grandi guerre contro i Cananei; i loro resti a poco a poco vennero assorbiti ed assimilati dall'elemento israelitico. David espugnò l'ultimo loro baluardo, la rocca gelusca di Gerusalemme, e ne fece la capitale del suo regno. Nella organizzazione amministrativa di Salomone (I Reg. 4, 7-19), le antiche città cananee divennero in gran parte sede del governatore israelitico. L'importanza politica dei Cananei era cessata, ma la loro influenza religiosa e culturale in Israele si fece ancora sentire per secoli in modo funesto, specialmente nel regno settentrionale.
III. La civiltà cananea. - 1. Politicamente i Cananei non erano una nazione unita, ma ogni città (coi suoi dintorni) era soggetta al suo re. Sono d'accordo in proposito tutti i documenti letterari sopra menzionati. In tempo di guerra i principi minacciati da un aggressore si univano in lega, come, p. es., nel 1479 contro Tuthmosis III, o nel periodo di el-Amarna, quando alcune città fanno alleanza sotto la guida di 'Abdibipa, re di Gerusalemme, o al tempo di Giosuè al quale si oppone la lega meridionale dei re di Gerusalemme, di Hebron, di Ierimoth, di Lachis e di Eglon, e la lega settentrionale con a capo Iabin, re di Asor.
2. La lingua della popolazione preisraelitica del Canaan ci è conservata soltanto in alcune glosse e frasi delle lettere di el-Amarna e in nomi propri preisraelitici. Da questi scarsi resti risulta che i Cananei parlavano una lingua poco differente da quella degli Israeliti, i quali sembrano aver accettato nel loro idioma non pochi elementi di quella lingua cananea preisraelitica. Della letteratura cananea, se ve ne fu mai una, nulla ci è conservato.
3. La cultura profana cananea man mano è arrivata a un livello relativamente alto, mercè l'influsso dell'estero al quale Canaan era aperto in tutte le direzioni: a nord alla cultura hetea e burritica, ad est a quella dell'Assiria e della Babilonia, a sud-ovest alla cultura egiziana, ad ovest alla cultura egea (di Cipra, Creta, Micene). Le citta non erano grandi: nell'età di bronzo occupavano da 2 a 10 ettari (p. es., Gerico cananea ca. 2,50 ettari, la Gerusalemme dei Gebusei ca. 5 ettari, l'antica Gezer 9 ettari). Essendo per lo più luoghi di rifugio in tempo di guerra per la popolazione che coltivava i dintorni e abitava ivi nelle sue capanne, le città non avevano bisogno di molto spazio, ma piuttosto di forti mezzi di protezione : posizione difficilmente accessibile (su colline o su sproni di monti), alte e forti mura di 4-8 mathrm{~m}. di larghezza, spesso doppie, protette da spianate e fosse, porte fortificate, talvolta costruite "a tenaglia", gallerie sotterranee conducenti alle sorgenti di acqua quando queste erano situate fuori del recinto (come, p. es., a Gerusalemme, Gezer, Gabaon, Lachis, Ieblaam). L'arte di fortificare arriva a grande perfezione fin dal III millennio (p.es., in et-Tell = Hai), ma specialmente nel periodo degli Hyksos (secc. xviri-xvi), i quali sembrano aver portato una tecnica di fortificazione loro propria. La città fortificate dei Cananei facevano quindi paura agli Israeliti che, provenendo dal deserto, erano sprovvisti dei mezzi adatti ad affrontare tali opere difensive (cf. Num. 13, 29; Deut. 9, 1).

Le case sono per lo più piccole e agglomerate senza ordine. Nelle case dei ricchi e nei palazzi dei principi si nota però una certa agiatezza. Gli utensili di casa, sia di fattura indigena sia importati, mostrano non di rado buon gusto artistico, specialmente nella decorazione della ceramica e delle armi. Neanche l'arte dello scrivere era sconosciuta. Per la corrispondenza diplomatica internazionale e talvolta anche negli affari privati si adoperava la scrittura cuneiforme accadica (come attestano le lettere di el-Amarna e le tavolette trovate a Sichem, Tell el-Hesl e Thanach); si conosceva però anche una scrittura alfabetica che sembra stare in mezzo fra quella trovata sulla penisola sinaitica (dei secc. xix o xvi) e la scrittura fenicia di cui il più antico monumento finora conosciuto è una iscrizione di Biblos (ca. 1500 o 1400 a. C.). Resti di questa scrittura alfabetica cananea si sono trovati in diversi siti della Palestina nel centro e nel sud-ovest, ad es., a Sichem (una iscrizione che si ascrive al sec. xvir) e negli scavi di Lachis (diverse iscrizioni su vasi e istrumenti, dei secc. xvir-xiv); in Bethsames (v.) si è trovata perfino una tavoletta con scrittura ugaritica (alfabetico-cuneiforme). Risulta chiaro che i Cananei conoscevano l'arte di scrivere almeno verso la metà del II millennio; ma le scoperte finora fatte non bastano per ricostruire la genesi della scrittura alfabetica.
4. La religione cananea (preisraelitica) era politeista. Originariamente il nume supremo (o unico) sem-

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bra essere stato il dio El, il quale però in tempi molto antichi fu soppiantato da Baal (v.) con la sua consorte 'Alërāh o Astarte. "Baal" (il "signore") era il nome comune per significare il nume; quasi ogni maggiore città ne aveva uno proprio; ma il nome serviva anche per denominare la divinità semplicemente, come risulta dalle lettere di el-Amarna e dalle iscrizioni egiziane delle dinastie xix e xx. Baal era il dio della guerra e il dio del cielo (ba'lu ina Samē); come tale era pure il dio della vegetazione, specialmente della tempesta che adduce la pioggia. Il suo simbolo era il toro. In altri casi la divinità sembra essere stata raffigurata sotto forma di serpente (Bejsān, Gezer, Bejt Mirsim); ma più comunemente si adoperava una semplice stele di pietra (masṣēbhāh) per rappresentare il dio. Oltre Baal, e parzialmente confuso con lui, si venerava Hadad, il dio della procella, originariamente domiciliato nella Mesopotamia settentrionale e probabilmente importato in Palestina dagli Amorriti (ca. 1900 a. C.).

La compagna di Baal era Astarte (ebr. 'Attōreth), l'Ibar dei Babilonesi, dea della fecondità e anche della guerra. In Palestina questa dea spesso viene confusa con 'Alërāh, anche essa dea della fecondità animale. Il suo simbolo era il tronco d'albero o "palo sacro"; il Vecchio Testamento chiamò questi tronchi 'Alërōth. Il culto di 'Alërāh e 'Attōreth era molto sensuale (prostituzione sacra). Numerose sono le statuette (per lo più di terracotta) trovate in Palestina che rappresentano la dea nuda con i caratteri sessuali molto accentuati.

Una terza divinità dei Cananci era 'Anat, anch'essa dea della vita e della fecondità, nei testi di Rās Šamrah sorella e consorte di Baal. Il suo culto in Palestina è attestato da una sua statua trovata in Bejsân e dai nomi locali composti con 'Anat (cf., p. es., Ios. 19, 38; Indr. 1, 33 : Bethanat; Ios. 21, 18 ecc. : Anathoth).

I luoghi di culto dei Cananci erano i templi, e (più frequentemente, a quanto pare) le cosiddette "alture" (bämōth "excelsa"). Finora si sono trovati pochissimi templi autenticamente cananei (ad es., in Hai, in Sichern), ma difficilmente se ne può negare l'esistenza. Delle "alture", tante volte menzionate nel Vecchio Testamento, non si sono conservate, come facilmente si comprende, le tracce se non in un luogo sacro scavato a Bethsan (del tempo di Tuthmosis III, 1501-1450) e, fuori della Palestina, sullo Zibb Aruf presso Petra. La bämäh (v.) per lo più era situata su una collina (ma anche i santuari situati nella pianura si chiamavano così; cf. Ier. 7, 31), e consisteva di un altare, di masṣēbhāth e di 'A'ēerōth (hui nella Volgata). Idoli propriamente detti non sembrano essere stati adoperati nelle "alture", ma piuttosto nei templi. Le (12?) masşēbhōth trovate in Gezer, appartenenti probabilmente al periodo 1800-1600, ritenute da molti autori come residuo del santuario di quella città, forse non sono altro che cippi commemorativi o sepolcrali dei principi o di altri personaggi illustri. Oggetti di culto nelle singole case erano statuette di d*i o di dee, specialmente della dea nuda, trov