tata negli affreschi cimiteriali; essa figura, invece, in alcune sculture della seconda metà del sec. IV;
nora alle altre branche dell'arte paleocristiana, la C. potè difficilmente essere identificata con la donna in ginocchio nel musaico di S. Apollinare Nuovo in Ravenna; qui deve trattarsi piuttosto dell'Emorroissa o della grande Peccatrice.
Bibl.: G. Stahlfauth, Zwei Streitfragen der christlichen Ibonographie, in Zeitschrift für Neutestamentliche Wissenschaft, 23 (1914), pp. 24-84; J. Kallwitz, Die Lipsauscheh von Brescia, Berlioz 1933, p. 22; M. Simon, Sur l'origine des sarcophages chrétiens du type Bethesda, in Mélanges d'archéologie et d'histoire, 25 (1938), pp. 201-23; Wilpert, Sarcofagi, I, p. 139 s9; L. de Bruyne, L'Imposition des mains dans l'art chrétien ancien, in Rivista di Archeologia cristiana, 20 (1945), pp. 48-54.
Luciano De Bruyne
CANANEI: v. CANAAN.
CANARIE. - Arcipelago di 14 isole (di cui 7 maggiori), di origine vulcanica, situato nell'Atlantico settentrionale a SO. della costa marocchina. Misura in complesso 7496 mathrm{kmq} ., di cui 3 / 4 costituiti dalle tre isole maggiori di Teneriffa (dieci volte l'Elba), Fuerteventura e Gran Canaria. Hanno clima subtro-picale-oceanico, con inverni milissimi ( 17 m , media di genn. a Las Palmas) e scarse precipitazioni; sono quindi rinomate come stazioni climatiche invernali. Il suolo, fertilissimo, produce essenzialmente primaticci, banane, tabacco, uva, olive e agrumi. La posizione dell'arcipelago ne fa uno scalo marittimo sulle rotte dal'Europa per l'Africa Occidentale o l'America latina. Una delle isole, Ferro, fu assunta (dal 1634) come meridiano fondamentale ( 20^{°} ad O. di Parigi). Conosciute ab antiguo (Jamilae Portunatorum), furono riscoperte dagli Italiani nel sec. xiri e occupate dagli Spagnoli nel 1512. Formano, oggi, due province della Spagna metropolitana (e vengono perciò assegnate di regola all'Europa); di queste, Las Palmas (che prende nome dalla città più popolosa: 151 mila ab.) comprende Gran Canaria, Fuerteventura e Lanzarote (4053 kmq., 375.744 ab. nel 1947); S. Cruz de Tenerife, le altre undici ( 3443 kmq . con 401.283 ab.).
Bibl.: L. Proust-J. Pitard, Les îles Canaries, Parigi 1909; C. Gugel, Die mittelalterlischen Vulkaninseln, Heidelberg 1910; D. A. Baunermann, The Canary Islands, Londra 1923; L. Fernández Navarro, Islas Canarias, Madrid 1926; A. S. Brown, Guide Book of Canary Islands, Londra 1927; J. Schultze, Bibliographie der Canarischen, Madelrischen und Capverdischen Inseln und der Atarren bis 1510, Graz 1919.
Giuseppe Caraci
Diocesi delle C. - Fu eretta il 7 luglio 1406, cioè durante il grande scisma d'Occidente, dal papa d'Avignone Benedetto XIII (Pietro de Luna), il quale volle che la diocesi avesse sede in S. Marciale di Rubizon nelle isole di Lanzarote. Il primo vescovo fu il francescano Alfonso di San Lucar di Baresmeda. Tra i successori troviamo altri membri dello stesso Ordine e domenicani, oltre un gerolamino e un benedettino. Innocenzo VIII nel 1485 trasferì la sede a
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Las Palmas, ma questa disposizione non ebbe effetto se non mezzo secolo dopo; d'allora in poi il vescovo risiede in questa capitale, ed ha sotto la sua giurisdizione le isole della Gran Canaria, Fuerteventura, Lobos e Lanzarote. La diocesi nel 1819 fu smembrata e delle isole di Teneriffa, Gomera, Ferro e Palma fu costituita la diocesi di Teneriffa o S. Cristoforo della Laguna (v.). Conta 184 chiese, i I I parrocchie, 135 sacerdoti diocesani e 43 regolari; gli ab. sono 340.215 , in massima parte cattolici (1948). E suffraganea di Siviglia ed ha come patroni la Madonna delPino e s. Pietro Martire.
Bibl.: Chr. de la Cámara y Murga, Constituciones sinodales del obispado de Canarias, su primera fundación, traslación, vida de sus obispas ecc.. Madrid 1631-34: A. Díaz, Memorias... de la religión católica en islas Canarias, ivi 1865: Marcellino da Givezza, Storia delle Missioni francescane, V, Roma 1861, pp. 496-90, 501503; P. Bouvier, Le canarios: Léve de la conquête et conversion des Canaries (1400-14) par Jean de Berbencourt.... Rouen 1874; A. Millares, Biografias de Canarias célebres.... Madrid 1878-79; A. Millares Carlo, Ensayo de una biobibliografia de escritores naturales de las islas Canarias, ivi 1932: S. Ruiz, s. v. in DHG.XI, coll.706-712. Giuseppe Pou y Marti

CANCELLERESCA, SCRITTURA. - Diploma di Corrado III del 28 maggio 1139. S. Gallo, archivio dell'abbazia.
cancelleresca, scrittura - Diploma di Corrado III del 28 maggio 1139. S. Gallo, archivio dell'abbazia.
CANBERRA-GOULBURN, ARCidiocest di. - In Australia fino al 1948 l'arcidiocesi di C. G. era semplicemente diocesi con sede a Goulburn. Questa fu eretta il 28 nov. 1863 con territorio distaccato dall'arcidiocesi di Sydney e costituita suffraganea della medesima. Il 10 maggio 1887 subì una rettifica di confini e nel 1917 con una parte del suo territorio fu eretta la diocesi di Wagga-Wagga mentre le furono assegnate dodici parrocchie distaccate dall'arcidiocesi di Sydney.
Nel 1948 la diocesi fu elevata alla dignità di arcidiocesi immediatamente soggetta, con sede a Canberra capitale federale e con il titolo di C.-G.
Il suo territorio si estende per 58.511 kmq . con una popolazione cattolica di 39.030 anime. Parrocchie 36 , chiese 147, sacerdoti diocesani 87 , religiosi 19 , fratelli 33 , suore 421. Nelle scuole primarie si educano 6140 alunni e 1550 nelle secondarie. Vi sono 4 ospedali e varie altre opere di carità (1948).
Bibl.: AAS, 9 (1917), pp. 424-26; 40 (1948), pp. 353-55; GM, p. 323; Australasian Catholic Directory, Sydney 1948, pp. 178-87; MC, pp. 125-26. Saverio Paventi
CANCELLERESCA, SCRITTURA. - In paleografia si designa con il nome di c. la scrittura propria delle cancellerie e in particolare quella dei diplomi imperiali e pontifici. Essa non costituisce propriamente una scrittura a sé, ma è piuttosto una modificazione, spinta oltre i limiti dell'evoluzione spontanea, di particolari scritture corsive e semicorsive succedutesi nel corso dei secoli. Tuttavia alcune caratteristiche specifiche, che si riassumono in un tratteggio solenne e
ricercato, con uno sviluppo eccessivo delle aste al di sotto e più ancora al di sopra del rigo, con legature artificiose, permettono di distinguerla come un tipo di scrittura particolare.
L'esempio più antico ci è offerto da due rescritti imperiali del v sec., provenienti dall'Egitto, entrambi frammentari, conservati l'uno al museo di Antichità di Leida, l'altro a Parigi, porte al Louvre e parte alla biblioteca Nazionale. La scrittura non è altro che una deformazione della corsiva minuscola d'età romana, con evidenti influssi della c. greca; le lettere presentano una caratteristica inclinazione verso destra.
La scrittura della cancelleria imperiale, a cominciare dai Carolingi, rispecchia le scritture documentarie correnti, accentuandone sempre l'aspetto artificioso e mostrando la tendenza a conservarne le caratteristiche anche dopo il tramonto delle scritture da cui ha origine. Così i diplomi di Carlomagno sono ancora in scrittura merovingica (v.), una scrittura, cioè, nata dallo svolgimento di elementi prettamente cancellereschi che si conservano a lungo immutati, se anche dimitniose via via il numero delle legature e le parole appaiono ormai separate l'una dall'altra. Le lettere b, d, h, l presentano l'asta molto allungata e leggermente incurvata a destra, mentre la p e la q scendono molto al di sotto del rigo. L'influenza della minuscola carolina si fa però sempre più evidente, e già con Ludovico il Pio (814-40) si incontrano forme che richiamano molto da vicino questa scrittura: le lettere vi sono per altro più strette e più alte, la a è ancora aperta, le aste sono molto pronunciate. Dal sec. x la c. dei diplomi imperiali è sostanzialmente uguale alla minuscola carolina, ma le tendenze proprie della cancelleria la fanno distinguere dalla scrittura dei codici nello sviluppo dei tratti lunghi, nel preziosismo delle curve superiori, soprattutto di f ed s, e in alcune legature caratteristiche, principalmente il gruppo st in cui le lettere, esageratamente distanziate l'una dall'altra, sono unite da un arco che congiunge la voluta della s all'asta verticale del t. Questo tipo di scrittura perdura fino al sec. XII, che può considerarsi come l'epoca della maggior perfezione della c. Con il secolo successivo essa si avvicina sempre più alla scrittura dei codici, nei quali predomina ormai la scrittura gotica. Un tipo particolare di c., la cosiddetta «c. italiana s, è una derivazione della corsiva umanistica: molto diffusa nelle cancellerie italiane, essa non trova però esempi in quella imperiale.
Diversa è la storia della c. pontificia, che trae origine dalla curiale romana, derivata a sua volta dalla corsiva minuscola d'età romana. Essa si mostra già pienamente formata nei più antichi documenti giunti fino a noi (viII-IX sec.): lo sviluppo dei tratti lunghi, sia al di sopra che al di sotto del rigo, è molto accentuato; la a è aperta, e presenta una forma che richiama l'omega della minuscola greca, la e è a forma di cerchio, che parte da destra in alto e si chiude un po' al di sotto del punto di partenza, in-
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crociando i due ratti: spesso il cerchio è sormontato da un piccolo occhio; la q ha un aspetto caratteristico che si ricollega alla maiuscola; la t ha anch'essa forma di cerchio, sormontato da un tratto orizzontale ondulato. Col sec. si l'influsso della minuscola carolina, che si esercita anche nella cancelleria pontificia, sebbene con un processo più lento che in quella imperiale, determina nella c. della curia papale delle modificazioni evidenti, a cui non è estraneo l'uso della pergamena, subentrato a quello del papiro fino dal papato di Benedetto VIII (1012-14). In questa seconda fase si nota un rim-
picolamento della c, che nell' età precedente sovrastava le altre lettere (escluse, s'intende, quelle con l'asta sporgente al di sopra del rigo); la g assume la forma con la testa arrotondata; le aste finali della m e della n presentano per lo più una curva in basso verso destra. Questa scrittura sopravvive fino a Pasquale II (1099-1118), ma già la minuscola carolina era stata introdotta nella cancelleria pontificia con Clemente II (10461047): si può anzi notare l'uso differente delle due scritture a seconda che l'atto venga stilato da una scriba romano o forestiero. Nel sec. xir, sotto Callisto II (1119-24) i documenti
pontifici presentano una scrittura che, accanto alle forme della carolina, conserva alcuni elementi caratteristici (a aperta, legature r i e t i ) dell'antica curiale: ma già con il suo successore, Omorio II (1124-30), anche queste sopravvivenze scompaiono del tutto. La c. si assimila allora alla minuscola carolina, pur presentando deformazioni caratteristiche, simili a quelle che si riscontrano nei diplomi imperiali (a cui si può aggiungere il tipico legamento ct). Con il sec. xiri i tratti cominciano ad apparire più ingrossati e meno rotondi, finché dalla gotica corsiva non si sviluppa la scrittura bollistica (v.).
Brbl.: Per la c. del sec. v cf. C. Wessely, Schrifttafeln zur älteren lateinischen Pädagoginir, Lipsia 1889, n. 25: L. Schiaparelli, La scrittura latina nell'età romana, Como 1920, p. 170; id., Raccolta di documenti latini, I: Documenti romani, ivi 1923, p. 111. - Per la c. dei diplomi imperiali cf., altre i trattati generali di paleografia, H. Bresslau, Handbuch der Urkundenlehre für Deutschland und Italien, II, II, 2^{mathrm{a}} ed., Lipsia 1931, p. 522 sgg., e i facsimili contenuti in H. von Sybel-Th. Sickel, Keiterurkunden in Abbildungen, Vienna 1880-91; Th. Sickel-C. Cipolla, Diplomi imperiali e reali delle cancellerie d'Italia, Roma 1892; B. Monaci), Archivio paleografico italiano, IX (dedicato ai diplomi dei re d'Italia), ivi 1910 sgg.; L. Schmitz-Kallenberg, Urkunden von 613-1368, Velen [1930]; V. Federici, La scrittura delle cancellerie italiane dal sec. XII al XVII, Roma 1934; F. Lat-Ph. Lauer, Diplomata Karolinorum, 5 voll., Tolosa-Parigi 1936-38. - Per la c. dei documenti pontifici cf. F. Steffens, Lateinische Pädagoginir, III, Friburgo in Sv. 1903, pp. 12-2, e i facsimili contenuti in questa raccolta, come pure in J. von Pflugk-Nürtting, Specimina selecta chartarum pontificum Romanorum, Steccarda 1885-91: H. Denifle-G. Palmieri, Specimina pedagoginica regestarum Romanorum pontificum ab Innocentio III ad Urbanum V, Roma 1888; A. Brackmann, Papsturkunden, Lipsia-Berlino 1914; G. Battelli, Acta Pontificum (Exemplis scripturarum edita concilio et opera procuratorum Bibliothecae et Tabularii Vaticani, fasc. III), Città del Vaticano 1933; V. Federici, op. cit. - Per la scrittura delle altre cancellerie si vedano in genere le grandi collezioni di facsimili, e in particolare J. A. Letronne, Diplômes et chartes de l'époque mérovingienne sur papyrus et sur edita, Parigi 1843-66; K. Voigt, Beiträge zur Diplomatik
der langobardischen Fürsten von Benevent, Capua und Salerno, Gottinga 1902.
CANCELLERIA. - E l'ufficio in cui «si elaborano gli atti delle pubbliche autorità» (C. Paoli) e si compiono le operazioni connesse con tale funzione.
Il nome non è anteriore al sec. IX, quando per la prima volta troviamo la dignità del cancellarius (v. CANCELLIERE) elevata alla direzione di questo ufficio, ma la struttura della c. medievale si ricollega direttamente, senza soluzione di continuità, a quella dell'Impero romano d'Oriente, costituita, a sua volta, sul modello della c. della corte romana. I primi imperatori dovettero servirsi, semplicemente, di un loro segretario e di alcuni scribi di condizione servile: Augusto, che fino ad un certo momento attese da solo al disbrigo della corrispondenza tanto privata che ufficiale, cercò di avere al suo seguito Orazio, perché lo aiutasse «in epistulis scribendis», ma ne ebbe un rifiuto (Svetonio, Vita Horat.). Nell'età di Adriano troviamo però una c. già costituita, ai cui uffici erano preposti vari praefecti, provenienti dall'ordine equestre. Con la successiva parificazione dei due ordinari, equestre e senatoriale, fra l'età di Diocleziano e quella di Costantino, le mansioni della c. passarono a personaggi di rango senatorio, come dimostra il titolo di clarissimi ad essi attribuito: tali funzioni erano alle dipendenze del magister officiorum (Notitia dignitatum, Occid. IX, 15, ed. Seeck, p. 145 ed. Böcking, p. 43). Presso la corte di Bisanzio la c. risulta costituita da quattro sezioni (scrinia), tre presiedute da un magister (ab epistolis; a libellis; memoriae), una da un comes (dispositionum), alle dipendenze del magister officiorum (Notitia dignit., Orbis. XI, 13-16, ed. Seeck, p. 32 ed. Böcking, p. 38) e più tardi del quaestor sacri palatii, che rappresentava immediatamente l'autorità imperiale. Ogni sezione aveva un collegio di notarii principis (cf. Cod. Iustin., XII, tit. 7) di vario grado, e, dal sec. v, un collegio di referendarii (relatori delle suppliche presso l'imperatore, custodi del sigillo, sottoscrittori degli atti).
L'organizzazione della c. imperiale bizantina viene adottata dai sovrani romano-barbarici : notarii e referendarii si incontrano, all'incirca con le stesse mansioni, presso gli Ostrogoti, i Longobardi (dove peraltro i refendarii appaiono di rado e senza che se ne possano precisare le competenze), i Merovingi. Con questi ultimi acquista una funzione preminente il maior donna, tanto che sarà uno di tali funzionari, Pipino, a sostituirsi al potere regio e ad iniziare la dinastia dei Carolingi (752). Pipino il Breve, e più ancora Carlomagno, apportarono alla c. un'importante trasformazione, desumendone il personale esclusivamente dal rango ecclesiastico e dividendolo in due categorie : i notarii, con il compito di comporre o dettare il documento, e gli scriptores, che attendevano alla compilazione materiale degli atti. E in questo periodo in cui a capo dell'ufficio viene a trovarsi il cancellarius, il quale sottoscrive il documento.
La c. imperiale. - Con la fondazione del Sacro romano impero si ricostituisce anche in Occidente una c. imperiale, che conserva l'ordinamento di quella dei re carolingi. Il titolo di chi presiedeva a tale ufficio non appare costante: nei documenti si trova indicato ora il notarius,
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ora il protonotarius, ora il cancellarius e a volte anche il magister. Capita anche di incontrare una denominazione diversa nel testo e nella sottoscrizione di uno stesso atto. Tuttavia l'ufficio di notarius è distinto da quello di cancellarius, e in sottordine rispetto a quest'ultimo. Con Ludovico II, figlio di Lotario I, appare per la prima volta il titolo di archicancellarius, riferito al suddiacono Dructemiro (851-61), già notarius nella c. di Lotario : elemento di grande importanza perché l'arcicancellierato si viene trasformando a poco a poco in una funzione di corte. Non meno innovatrice è l'azione di Ludovico II il Germanico, figlio di Ludovico il Pio e re di Germania dall'843 all'876, il quale nell'854 pone a capo nominale della c. l'arcicappellano Grimoldo, già abate di Weissenburg e quindi di S. Gallo. Questo precedente, che ebbe poi largo seguito, mentre da un lato contribuì ancor più a trasformare l'ufficio direttivo della c. in una funzione di corte, dall'altro operò un certo mutamento nella struttura interna della c. stessa. Per quanto, infatti, i rapporti tra cappella e c. fossero stretti già precedentemente (i cappellani erano oltre tutto custodi dell'archivio regio), e d'altra parte gli arricappellani non si siano mai ingeriti a fondo dell'andamento della c., è naturale che particolari disposizioni, importite dalla stessa persona a tutti e due gli uffici, tendessero ad uniformarne la struttura, a modificare l'uno esemplandolo sull'altro.
Con Ottone I subentra l'uso di dividere la c. per le varie regioni dell'impero: nel 962 si crea così, accanto a una c. per la Germania, una c. per l'Italia, cui nel sec. xI, sotto Enrico III, se ne aggiunge un'altra per la Burgundia. A volte un unico arcicancelliere, che è anche arcicappellano, sovrintende e due c., più spesso le cariche sono distinte e conferite a vari vescovi dell'impero. Col tempo esse tendono però a legarsi ad una cattedra particolare, e a partire da Lotario di Supplinburg si incontra l'arcicancellierato di Germania affidato all'arcivescovo di Magonza, quello d'Italia all'arcivescovo di Colonia. Con Enrico VI anche l'arcicancellierato di Burgundia si lega al vescovato di Vienne, per passare poi, dal 1257, a quello di Treviri, con il titolo di archicancellarius per regnum Areliatense (Arles) e quindi per Galliam. La crescente ingerenza politica di questi dignitari indusse Enrico VII ad una nuova riforma: gli arcicancellieri nominano da allora in poi un unico cancelliere per tutto l'impero, che esercita il suo ufficio nelle tre c. in nome del sovrano, pur rimanendo vincolato per la nomina ai vescovi suddetti.
Con Federico I Barbarossa appare per la prima volta il titolo di protonotarius riferito a un ufficiale le cui attribuzioni si confondono con quelle di cancelliere, di cui assumo completamente le veci in sua assenza. La distinzione degli impiegati in notarii e scriptores si perpetua invece sulle orme della c. carolingia.
La c. pontificia. - Giì inizi della c. pontificia sono alquanto oscuri, data la scarsezza di documenti in proposito. E certo che le comunità cristiane ebbero presto dei notarii, sul modello delle istituzioni pagane; ad essi sembra si debba ricollegare l'origine della c. papale, la quale nel sec. v aveva senza dubbio una sua organizzazione definita ed una sua scuola: la presenza di un formulario fisso e l'uso di determinate clausole ritmiche nelle lettere pontifice a noi pervenute per via di collezioni, ne offrono un indizio certo (cf. F. Di Capua, Il ritmo prosaico nelle lettere dei Papi e nei documenti della c. romana dal IV al XIV sec., I, Roma 1937, p. 201). Sulla fine del sec. vi, epoca a cui, con il pontificato di Gregorio Magno, risalgono i primi elementi sicuri, si trova per gli ufficiali di c. il titolo di notarius et scriniarius, il che indica, secondo l'opinione più accreditata, che essi adempivano anche all'ufficio di archivisti. Erano riuniti in una corporazione (schola), che aveva sede al Laterano, con a capo un primicerius e in sottordine un secundicerius; una posizione preminente avevano fra essi i notarii regionarii, cioè delle 7 circoscrizioni ecclesiastiche di Roma.
Dal sec. viII, e più precisamente dal pontificato di Adriano I (772-95), gli ufficiali, che cominciano a sottoscrivere i documenti, risultano divisi nelle due categorie tradizionali di adatari e "scrittori", ed hanno nel loro àmbito, come si rileva dal titolo che ne accompagna il
nome nelle sottoscrizioni, mansioni particolari: notarius, scriniarius, nomenclator, sacellarius, bibliothecarins. Quest'ultimo ufficio assorbe man mano le mansioni del primicerius, e ben presto si trova il bibliothecarins a capo della c.: a partire dal pontificato di Gelasio II (1118-19) vediamo questa carica conferire sempre a persone di rango cardinalizia. Contemporaneamente, però, sotto l'influenza della c. imperiale, anche l'ufficio del cancellarius sale a grande potenza, tanto che con Leone IX (1049-54), il quale apportò mutamenti sostanziali sia per quanto riguarda il documento in sé, sia per quel che concerne l'organico della c., si incontra, come presso la c. imperiale, l'archicancellarius, il qual titolo, conferito all'arcivescovo di Colonia, si accompagna per un certo tempo a quello di bibliothecarins, poi, con Lucio II (1144-45), diviene del tutto indipendente e rappresenta da solo la massima autorità della c., rimanendo legato alla dignità cardinalizia.
Con Innocenzo III (1198-1216) si apre un altro periodo nella storia della c. pontificia : il nuovo ordinamento, che arriva immutato, nelle sue grandi linee, fino al pontificato di Leone XIII, trova larga documentazione nella serie continua dei "Registri", che comincia appunto col 1198. Alla c. si affiancano i "segretari" da cui vengono emanate le litterae secretae, a carattere privato e senza le formalità delle litterae de curia; poi l'ufficio di vicecancellarius, che precedentemente aveva carattere temporaneo, diviene stabile e con funzioni determinate, finché nel 1213 non porta alla soppressione della dignità di cancellarius. Rimasto la direzione dell'ufficio al vicecancelliere, essa non è più affidata ad un cardinale : ma nel sec. xiv, con Giovanni XXII (1316-34), anche il vicecancelliere assurge a tale dignità. Allo stesso secolo risale pure l'istituzione del "reggente", eletto da Gregorio XI nel 1377 per supplire il vicecancelliere rimasto nella sede di Avignone, e divenuto poi un ufficio stabile. In questo periodo, che è forse l'epoca di maggiore attività della c. pontificia, essa si presenta così costituita: un cardinale vicecancelliere, capo dell'ufficio; un reggente; alcuni protonotarii (corrispondenti agli antichi notarii) e vari ufficiali minori, divisi in quattro categorie, corrispondenti a quattro diverse sezioni : i breviatores, che attendono alla stesura delle minute, i grossatores, che trascrivono il documento in buona copia (in grossam litteram), i registratores, che compiono le operazioni di registrazione, e i baliatores, che appongono il sigillo. Vi è inoltre un corrector che attende esclusivamente alla revisione formale degli atti.
Nel secolo successivo, col generalizzarsi di un nuovo tipo di documento, il "breve (v.) apostolico", che presenta caratteri estrinseci ed intrinseci che lo differenziano totalmente dalla "belle", si sente la necessità di costituire un nuovo ufficio, la Segreteria dei brevi, il quale assorbe molte delle competenze della c. I breviatores (o abbrevia-tori [v.]) mentre assumono in parte le funzioni dei protonotarii, acquistano anche nuove mansioni di carattere giurisdizionale che esulano dall'ambito della c. Successivamente scompaiono gli uffici minori, definitivamente soppressi da Leone XIII nel 1901.
L'ordinamento attuale della c. pontificia, o "apostolica ", è regolato dalla costituzione Sapienti consilio di Pio X, il quale ne ha ridotto le proporzioni secondo le nuove esigenze, ripristinando per il suo capo l'antico nome di cancellarius e legandolo al titolo cardinalizio di S. Lorenzo in Damaso.
Il can. 260 del CIC stabilisce quanto segue riguardo alla c. apostolica: «Ufficio proprio della C. Apostolica, a cui presiede il cardinale cancelliere di Santa Romana Chiesa, è questo : di spedire le lettere apostoliche o bolle per la provvista dei benefici ed uffici concistoriali, per l'istituzione di nuove province, diocesi o capitoli e per eseguire altri negozi maggiori della Chiesa».
Queste lettere o bolle non si spediscono se non dietro mandato delle Congregazioni: Concistoriale, per la Chiesa Orientale, de Propaganda Fide, ecc., o del Sommo Pontefice; osservando nei casi singoli i termini del mandato stesso.
A capo della c. vi è il cardinale cancelliere di Santa Romana Chiesa, coadiuvato dal reggente, e da pochi officiali.
Lungo il corso del medioevo all'ordinamento e alle
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regole della c. pontificia si ispirarono di frequente anche le c. vescovili, ripetendone perfino le caratteristiche estrinseche degli atti: ne offrono un esempio tipico i diplomi arcivescovili di Benevento.
BriL.: Per la c. dell'età romana cf. la Notitia dignitatum, ed. a cura di O. Speck, Berlino 1876, e [O.J. Speck, Sivimium, in Pauly-Wissowa, 2² serie, III, coll. 893-902. Per la c. imperiale del mediatore; A. Giry, Manuel de diplomatique, Parigi 1894, pp. 786-94; S. Herzberg-Frånkel, Geschichte der deutschen Reichskanzlei (1236-1308), in Mitchell, des Instit. für Österr. Geschichtsforschung, suppl. I (1883), pp. 254-97; F. Philippi, Zur Geschichte der Reichskanzlei unter den letzten Staufer, Friedrich II., Heinrich und Konrad IV., Münster 1885; W. Erben, Die Kaiser- und Königsturkunden des Mittelalters, in Handbuch der mittelalterlichen und neueren Geschichte, IV., MonacoBerlino 1907, pp. 41 112; H. Bresslau, Handbuch der Urkundenlehre für Deutschland und Italien, I, 2² ed., Lipsia 1912, cap. 7; R. Thommen, Grundbegriffe Königs- und Kaiserurkunden, in Urkundenlehre (Grundriss der Geschichtswissenschaft, I. II), 2² ed., LipsiaBerlino 1913, p. 44 sgg . Per la c. pontificia: L. Delisle, Mémoire sur les actes d'Innocent III, in Bibl. de l'Ecole des Chartes, 19 (1828), pp. 1-68; A. Giry, op. cit., pp. 601-704; W. Hofmann, Zur Geschichte der päpstl. Kanzlei, Berlino 1904; V. Baumgarten, Die apost. Kanzlei, Colonia 1908; H. Bresslau, op. cit., cap. 6; L. Schmitz-Kallenberg, Papsturkunden, in Urkundenlehre cit., p. 74 sgg.; R. L. Poole, Lectures on the history of the papal chancery, Cambridge 1913; P. M. Baumgarten, Zum päpstlichen Urkundemessen des 13. und 14. Jahrhunderts, in Römische Quartalschr., 40 (1932), pp. 343-60; B. Rusch, Die Behörden und Hafenanten der päpstlichen Kurie des 13. Jahrhunderts (Schriften der Albertus-Universität; geisteswissenschaftliche Reihe, 3), Königsberg 1936, pp. 1-147; L. Santifaller, Saggio di un elenco dei funzionari, impiegati e scrittori della c. pontificia dall'inizio dell'anno rigo, in Bollett. dell'Int. stor. ital. per il medioevo, 36 (1940). Per un omono complessivo sulla c. imperiale e pontificia è utile anche il capitolo sintetico che vi dedica C. Paoli nella sua Diplomatica, nuova ed. a cura di G. C. Bascapò, Firenze [1942], p. 74 sgg. Per i documenti relativi cf. la bibliografia alla voce Cancellereoca, scrittura. Per le v. dei regni romani-barbarici e dei vari stati europei, come pure per le c. vescovili, cf. A. Giry, op. cit., soprattutto pp. 703 804.
CANCELLERIA, PALAZZO della - E dei più grandi e significativi edifici rinascimentali di Roma. Cominciato a costruire nel 1485 dal card. Raffaele Riario nel luogo ove sorgevano l'antica basilica fondata in onore di a. Lorenzo da papa Damaso e il palazzo quattrocentesco del suo titolare, esso venne compiuto solo dopo l'anno 1511.
La iscrizione che si legge sulla facciata lascia intendere come nel 1495 l'edificio fosse giunto fino a quel punto e che il cardinale si fosse già risolto ad incorporare nel grande quadrilatero occupato dalla sua fabbrica anche la ricostruita basilica di cui era titolare.
Infatti è da ritenere che la sistemazione realizzata dal card. Riario e dai suoi architetti per la ricostruita Basilica rappresenti una soluzione di ripiego rispetto ai primi progetti che d'altronde non si conoscono. Ad ogni modo nella costruzione del palazzo si possono distinguere tre fasi successive: la prima, giunta fin verso il 1489 , comprende essenzialmente il lato che guarda su via del Pellegrino, la seconda il corpo di fabbrica della facciata e forse alcune parti del cortile e della chiesa, la terza, infine, il compi-
mento del cortile, il corpo di fabbrica che guarda sull'attuale corso Vittorio Emanuele e una generale sistemazione del tergo. Per le due prime fasi è da ritenere che abbia avuto parte preponderante nei lavori quell'Andrea Bregno (v.), scultore e decoratore lombardo attivissimo a Roma nella seconda metà del sec. xv e alla cui bottega certo debbono essere assegnate le elegantissime incomiciature delle finestre della fronte e di molte porte anche all'interno dell'edificio. Alla terza invece, anche a detta del Vasari, avrebbe presieduto una commissione di architetti della quale faceva parte Donato Bramante (v.). Tuttavia è da pensare che lo stesso Bramante si fosse già in precedenza occupato del palazzo e particolarmente del bellissimo cortile capolavoro dell'architettura del primo Rinascimento romano ed al quale la tradizione ha sempre mantenuto il nome del sommo architetto.
Nell'interno dell'edificio, che dal 1321 ospita la Cancelleria apostolica, meritano particolare menzione, oltre la grandiosa sala Riaria, quella detta dei Cento Giorni (v. accademia), decorata con affreschi da Giorgio Vasari raffiguranti scene della vita e del pontificato di Paolo III Farnese (questa sola, danneggiata durante l'incendio che divampò la notte di Capodanno del 1940, ha subito radicali restauri) e la cappella detta del Pallio, decorata con pitture e stucchi elegantissimi da Pierin del Vaga che nello stesso palazzo dipinse anche in altri luoghi quali la volta del Salone detto di Studio.
Nel palazzo ebbe la sua sede nel 1798 il tribunale della repubblica romana e nel 1848 la Camera dei deputati dello Stato Pontificio e fu ai piedi dello scalone che il 15 nov. di quell'anno venne ucciso Pellegrino Rossi. Nel 1849 il palazzo fu anche sede dell'Assemblea Costituente della seconda repubblica romana. - Vedi Tavv. XXXVIII-XXXIX.
BriL.: E. Lavagnino, Il palazzo della C. e la chiesa di S. Lorenzo in Damaso, Roma (1924), con la bibl. precedente; P. Tumei, L'architettura a Roma nel Quattrocento, 1v1 1942, pp. 219 sgg. Emilio Lavagnino
## CANCELLERIA DEI BREVI APOSTOLICI : v. SEGRETERIA DI STATO.
CANCELLIERE. - Sostantivo che designa, nella diplomatica medievale, il capo della cancelleria. E da notare che fu l'ufficio a ricevere nome dal funzionario, e non viceversa.
Il termine indicò in un primo tempo il custode dei cancelli del tribunale, ma nel sec. Iv già si incontra con riferimento a mansioni di scrivano presso la corte imperiale (Cod. Theod., VI, 27,1); due secoli più tardi denotava ormai una carica di notevole importanza, a giudicare da alcuni accenni di Cassiodoro (Variae. XI, 6, 10. 14.36.37.39; XII, 1.3.10.12.14.15, ed. Th. Mommsen, in MGH, Auct. antiquiss., XII). Anche nella curia romana il cancellarius S. romanae Ecclesiae (v. cancelleria) fu una delle cariche più in vista e venne conferita a prelati di dignità cardinalizia. Nell'esercizio delle sue funzioni il c. fu spesso confuso con i tabelliones e i notarii, finché il crescente prestigio del suo ufficio lo portò al vertice delle mansioni di cancelleria.
Nella Curia romana vi sono poi, con il titolo di c., varie altre cariche : così il «c. dei brevi apostolicin (v. SEGRE-
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teria di stato), il "c. notaro della S. Congregazione dei Riti * (v. congregazioni pontifics), il c. o "notaro della S. romana Rota" (v. ROTA). Inoltre ogni ateneo pontificio ha un "gran c." (v. UNIVERSITA). Infine in ogni curia diocesana vi sono uno o più c. (v. curia diocesana; trinunale).
BibL.: [O.] Secck, Cancellarius, in Pauly-Wissowa, III, II, coll. 1456-59; C. Du Cange, Cancellarius, in Glossarium mediae et infimae latinitatis, II, nuova ed., Niort 1883, pp. 74-79; Anon., Chancellor, in Dictionnaire raisonné de diplomatique chrétienne (Enc. Théol., 47), Parigi 1866, coll. 158-72.
Alessandro Pratesi
CANCELLIERI, Francesco Girolamo. - N. a Roma il 10 ott. 1751, m. ivi il 29 dic. 1826, sepolto in S. Giovanni in Laterano. I suoi 161 scritti editi ed i 79 inediti testimoniano la sua erudizione specie nel campo della storia antica, medievale e moderna di Roma, dell'archeologia, dell'agiografia, e della liturgia; sono però spesso intramezzati da lunghe digressioni.
Uno dei primi studi fu il commentario ad un nuovo frammento delle storie di Tito Livio, relativo alla guerra di Sertorio, scoperto in un palinsesto della biblioteca Vaticana da Vito Giovenzzi S. J. e da P. G. Bruns: Praefatio in T. Livii Hist. lib. XCI fragmentum d'vèx8070v descriptum et recognitum a cc. vv. Vito M. Giovenzzcin, Paulo Jac. Bruns, ex schedis vetustissimis Bibliotb. Vat., Roma 1783. Per la costruzione della nuova sacrestia vaticana sotto Pio VI scrisse nel 1786: De secretariis Basilicae Vaticanae Veteris ac Novae libri duo. Nel 1788 stampò una breve Descrizione della basilica Vaticana e la monografia: Notizie del carcere Tulliano. Nel 1802 scrisse la Storia de' solenni possessi de' Sommi Pontefici da Leone III a Pio VII degna di nota per le notizie che fornisce sulla Curia, sulle famiglie patrizie, sulla topografia di Roma, ecc.
Dopo essersi occupato nel 1806 delle Memorie storiche delle sacre teste dei ss. Apostoli Pietro e Paolo trattò nel 1812 delle Memorie di s. Medico martire e cittadino di Orricoli. Data alle stampe nel 1809 una Dissertazione epistolare sopra due iscrizioni delle martiri Simplicia madre di Orsa e di un'altra Orsa trovate nei cimiteri di s. Agnese e di s. Ciriaco pubblicò nelle Effemeridi letterarie del 1821 una Lettera al ch. sig. avvocato Fea sopra la pietra opistografa e nelle Effemeridi del giugno 1823 un Prospetto delle memorie istoriche della basilica ostiense di S. Paolo. In questo anno apparve un fascicolo contenente Notizie sopra l'origine e l'uso dell'anello pescatorio e degli altri anelli ecclesiastici e specialmente del cardinalizio.
Fra i lavori inediti molti forniscono notizie su parecchie chiese di Roma; ad es.: Le terme Diocleziane illustrate con le chiese ivi erette di S. Ciriaco e della Madonna degli Angeli e le Memorie della statua di s. Ippolite M. vescovo di Porto e del ciclo pasquale in essa scolpito.
BibL.: S. Siepi, Elogio del chiarissimo abbate fr. G. C. romano, Perugia 1827; P. E. Visconti, Elogio di fr. C. detto nella accademia Tiberina, Roma 1827; Marchese di Villarosa, Uffizi alla memoria di Fr. C., Napoli 1827; G. Amati, Bibliografia romana, Roma 1880, pp. 48-66; J. Baudot, s. v. in DACL, II, II (1910), coll. 1831-34.
Giuseppe Bovini
CANCELLO. - Chiusura mobile di metallo o di legno; se fisso e continuo, nel quale caso è talvolta in pietra, prende il nome di cancellata; se adoperato nell'interno delle chiese si chiama transenna o pluteo (v.).
Di c. propriamente detti non ci sono stati conservati esempi prima del sec. xit; se ne trovano invece sempre più frequenti a partire dal sec. xiv; allora il gusto gotico ebbe modo di esplicarvi tutta la sua elegante stilizzazione ornamentale. Tra i molti c. trecenteschi in ferro battuto ancora esistenti ricordiamo quello della collegiata di Bobbio, ove è forse il primo esempio di cimasa con ornamenti floreali, quello del duomo di Ovieto, opera di Conte di Lello da Siena e di suo figlio Giacomo (1337-38), quello della cappella Rinuccini in S. Croce a Firenze (1371), elegantissimo con quadrilobi entro cerchi ed esili colonnine che sorreggono archi acuti e

Cancello - Cancellata con gli emblemi della città di Siena, opera di Niccolò di Paolo (1436) - Siena, cappella del Consiglio nel palazzo della Signoria.
quello della tomba di Cansignorio in Verona, a quadrilobi nei quali è inserita la scala araldica della famiglia (1373).
Tra le cancellate ove una intelaiatura marmorei inquadra elementi metallici è da rammentare la cancellata del tabernacolo di Orsammichele a Firenze, a esaboli di bronzo entro cornici di marmo, probabilmente su disegno dell'Orcagna (1366). Fra i c. quattrocenteschi si cita oltre quello in ferro della cappella del card. Branda in S. Clemente a Roma, l'altro bronzo della cappella del S. Cingolo a Prato e quello della cappella del Consiglio a Siena. Tipica la cancellata marmorea della cappella Siatina del Vaticano, opera della bottega di Andrea Bregno.
Nei secoli seguenti i c., quasi sempre di ferro, spesso ornati di ottone, divennero via via più grandiosi e più ricchi, secondo i mutamenti del gusto e rappresentano, talvolta con evidente chiarezza, le evoluzioni e le caratteristiche del gusto nelle diverse regioni. Gli esempi ne sono innumerevoli. Citiamo il c. della cappella della Madonna nell'Annunziata di Trapani, opera di Giuliano Musarra (1591); quello nella cappella di S. Gennaro nel duomo di Napoli, su modello di Cosimo Fanzago (seconda metà del sec. xvir); quello nel presbiterio della basilica di S. Antonio a Padova (Camillo Mazza, 1661); quelli della basilica di S. Pietro serviti di modello si c. di tante altre chiese romane del ' 600 e ' 700 . Meritano una particolare menzione i portelli della loggetta del Sansovino a Venezia, opera di Antonio Gai (1734); e il c. dell'altare della scuola di S. Rocco a Venezia di Giuseppe Filiberti e figlio (1751).
Tra le opere moderne citiamo la cancellata innanzi alla cappella Colleoni e Bergamo, disegnata dagli architetti Muzio e Moretti, modellata e fusa da Giovanni Lomazzi (1912-13).
In Francia sin dalla fine del ' 200 si trova usato nei c. il ferro battuto; durante il ' 300 si fecero anche c. in lamina di ferro applicata ad una armatura. Nei secc. xv e xvi si costruirono ricche transenne marmoree, come quelle delle cattedroli di Amiona e di Chartres, che rivestono la particolare forma dello Jubé (v. coto).
Ricordiamo anche la cancellata proveniente da Angerolles poi nel museo di Cluny. Nei secc. xvir e xviri i
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c. secondo il gusto del tempo, assumono eccezionale ricchezza di forme e movimento di linee.
Anche in Germania, in Austria, in Inghilterra i c. ebbero forme particolari, quasi sempre più complesse delle contemporanee italiane. Così nella Spagna ove nel sec. xVI, si trovano ricche cancellate di ferro e bronzo; vanno specialmente ricordate quelle delle cattedrali di Valencia opera di Francesco di Villalpando; quello di Pamplona, di Saragozza, di Burgos, di Toledo, di Siviglia (coro della cattedrale), di Salamanca; tutte queste opere uniscono alla nobiltà della concezione da parte dei disegnatori una grande abilità negli esecutori. - Vedi Tav. XL.
Bibl.:E.E. Viollet-Le-Duc, Grille, in Dict. raisonné de l'architetture, VI, pp. 54-79; A. Pettonelli, Il bronzo e il rame nell'arte decorativa italiana, Milano 1926; A. Höver, Il ferro battuto. Forme artistiche in ferro battuto dal medioevo alla fine del XVIII sec., ivi 1927; A. Pedrini, Il ferro battuto sbalzato e cballato nell'arte italiana dal sec. XI al sec. XVIII, ivi 1929; R. Papini, Le arti d'oggi. Architettura e arti decorative in Europa, ivi 1930; G. Ferrari, Il ferro nell'arte italiana, ivi c. a. Vincenzo Gobio
CANCER de BARBASTRO, Luis. - Uno dei più illustri e fedeli collaboratori del Las Casas (v.), n. a Barbastro nell'Aragona (data ignota) e m. a Tampa Bay (Florida) nel 1549, ucciso dagli indigeni. Con il Las Casas fu al Perú e poi nel Guatemala, e con lui tornò in Spagna nel 1539 per ottenere nuovi confratelli missionari. Nel 1546 partecipò alla conferenza di teologi radunata a Messico dal visitatore Tallo di Sandoval per lo studio della questione indiana; l'anno seguente viaggiò di nuovo in Spagna, dove ottenne il permesso di intraprendere la missione della Florida adottando il metodo suggerito dal Las Casas. Ma, tornato in America ( 1549 ) con altri cinque confratelli, sulle coste della Florida, tradito dall'interprete, fu ucciso con tutti loro. Lasciò, manoscritto : Varias copias, versos y himnos en lengua de Caban. Vera paz sobra los misterios para uso de los Neófitos de la dicha provincia. Molte sue lettere al Las Casas

Cancello - Cancellata del tabernacolo di Orsammichele di Firenze, su disegno di A. Oreagna (sec. xiv).
sono pubblicate nelle Collección de documentos inéditos (Madrid 1807).
Bibl.: Oltre i dati contenuti in tutte le biografie di Las Casas, cf. G. Shea, Catholic Church in Colonial Days, Nuova York 1886, pp. 123-26; A. F. Bandelier, in Cath. Enc., III, p. 244; Streit, Bibl., II (1924), pp. 134-32, passim.
CANDÀCE. - I. Regina favolosa dell'India ai tempi di Alessandro il Grande, il quale nella sua spedizione nell'India da essa sarebbe stato ricevuto ed ingannato, così che con essa avrebbe fatto pace e lasciato il paese indisturbato.
2. In Act. 8, 27 si parla del ministro delle finanze della regina C. (Kavêáxys) d'Etiopia. Da ciò che riferiscono gli antichi (Strabone, Plinio, Dione Cassio ecc.) si può dedurre che in quel tempo nell'Etiopia governavano donne.
Strabone racconta (XVII, 8.20) che i generali della regina C., contro i quali guerreggiò il prefetto d'Egitto Petronio, da esso furono fatti prigionieri e condotti in Alessandria. Plinio (Natur. hist., VI, 186) riferisce che la spedizione mandata da Nerone per esplorare l'Etiopia raccontò che ivi governava una donna C., nome portato da tutte le regine. Sembra però trattarsi non di un nome, ma piuttosto di un titolo comune a tutte. Nelle iscrizioni geroglifiche del tempio del dio leone a Naga, accanto ai nomi della regina sta il titolo Katake, parola molto vicina a + C. n, perché nei nomi propri etiopici viene omessa la lettera n o anche aggiunta. Storicamente e cronologicamente certa è soltanto l'esistenza della regina C., contro la quale guerreggiò Petronio ca. l'a. 23, e di quella degli Atti, vissuta sotto Tiberio, e forse ancora sotto Nerone.
Bibl.: A. Grohmann, Kandake, in Pauly-Wissowa, XX, coll. 1838-39; S. Euringer, Äthiopien, in LThK, I, col. 772. Arduino Kleinhans
## CANDELABRO: v. CANDELIERe.
CANDELABRO A SETTE BRACCI. - C. di oro purissimo, di un solo pezzo, collocato al lato meridionale (Ex. 26, 35) del santuario (Volg.: Sancta) del tabernacolo mosaico e poi del tempio di Gerusalemme, di fronte alla mensa dei pani di proposizione.
La sua altezza, giusta la Mišnāh (Mēnābāth, III, 7; IV, 8; IX, 3) era di 3 cubiti, cioè ca. m. 1,35. Per esso e per i suoi arredi fu impiegato un talento d'oro puro (Ex. 25, 39), cioè kg. 49, II. Un piede reggeva lo stelo principale, dal quale partivano lateralmente tre ramificazioni, tutte terminanti allo stesso livello, cioè all'altezza della estremità dello stelo centrale, che formava il sentimo braccio. Portava quattro calici ornamentali in forma di fior di mandorla, specie di bulbi, da cui emergeva il fiore nei punti in cui partivano i bracci laterali; i quali a loro volta portavano tre di questi calici ornamentali. Sui sette bracci erano collocate sette lampade (Ex. 25, 31-39; 37, 17-24), che secondo Zach. 4, 2.10 significano a sette occhi del Signore che scorrono sopra la terra -
Le sette lampade erano accese durante la notte (Ex. 27, 21; Lev. 24, 3); se e quante lampade fossero accese anche durante il giorno, dai testi biblici con certezza non si può dedurre; la tradizione è incerta: giusta gli uni erano accese le lampade soltanto la notte, giusta gli altri durante il giorno era accesa una o tre lampade. Anche il simbolismo del c. vien esposto diversamente. Secondo Flavio Giuseppe (Aniiq. Iud., III, 6, 7; Bell. Iud., V, 5, 5), e Filone (Pita Moysis, II, 103), le sette lampade erano un simbolo dei sette pianeti; nella letteratura rabbinica però prevale la sentenza che erano un simbolo della presenza di Dio in mezzo al suo popolo.
Il c. fatto fare da Mosè stava prima nel tabernacolo, poi nel tempio di Salomone; questi gli pose accanto 10 altri c. d'oro, cinque in ognun lato del santuario (I Reg. 7, 49; II Por. 4, 7.02). Il c. mosaico, prima della distruzione del tempio di Salomone nel 587, sarebbe stato nascosto (Strack-Billerbeck, III, pp. 181, 718). Il c. del tempio di Zorobabele fu asportato da Antisco IV (I Mach. 1, 21), e allora Giuda il Maccabeo ne fece fare uno nuovo
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Candelabro a sette bracci - Rilievo del trionfo imperiale nell'interno dell'arco di Tito a Roma. Particolare: i legionari recano a spalla il C. a sette bracci asportato dal tempio di Gerusalemme.
(I Mach. 4, 49 sgg.). Secondo Flavio Giuseppe (Antiq. Jud., III, 6, 7), questo c., che fu anche nel tempio di Erode, aveva più ornamenti che quello di Mosè, ciò che conviene con la rappresentazione di esso sull'arco di Tito. Il c. trasportato da Tito a Roma, fu poi conservato nel tempio della Pace, costruito dallo stesso Tito. Poi sembra che sia stato rapito insieme con la mensa dei pani di proposizione dai Vandali (a. 455) e trasportato in Africa, poi da Belisario (a. 534) a Costantinopoli.
BibL.: F. Kortleitner. Archavologia biblica, Innsbruck 1916, pp. 69-68, 86, 111 sg., 119, 128 sg.; J. Haase, Der siebenarmige Leuchter des Alten Bundes, Monaco 1922; H. L. Strack-P. Billerbeck, Kommentar zum Neuen Testament aus Talmud und Midrasch, III, Monaco 1926, pp. 705-18; E. Kalt, Biblisches Reollexikon, II, Paderborn 1930, p. 45 sg. Arduino Kleinhans
CANDELE. - Sono il mezzo più comune e obbligatorio dell'illuminazione liturgica nelle funzioni religiose. Secondo le prescrizioni attuali le c. devono essere di cera, e cioè fatte in tutto o in massima parte con l'omonimo prodotto delle api (Decreta authentica S. R. C., n. 4147). Sono perciò proibite le c. di stearina (ibid., 3063; 3376, 3), di sego (ibid., 2865), né al loro posto si possono usare lampade elettriche (ibid., 4257, 5). Prescrizioni precise, nonostante gli abusi contrari, regolano il numero delle c. nelle funzioni liturgiche. Per la messa privata del vescovo devono essere almeno due, ma possono essere anche quattro (Caerem. Episc., 1, 29, 4); per la pontificale sei (ibid., 2, 11, 1), cui si aggiunge una settima dietro la croce quando chi pontifica è il vescovo diocesano (ibid., 1, 12, 12; Decr. 235, 8; 1131, 1; 2274, 6). Per la messa privata di chi non è vescovo né meno, né più di due (Missale Rom. Rubricae Gener., 20; Decr.
441, 567, 1051, 1125, 1131 ecc.), per la solenne, il Caerem. Episc. (1, 12, 24) ne dà come sufficienti quattro o anche due per le feste semplici e per le ferie, ma di fatto l'uso comune, il Missale Rom. Ritus celeb. Misaun, 4, 4 ed il Caerem. Episc. (1, 12, 11) ne dispongono o prescrivono sei; per la cantata senza ministri, devono essere quattro (Decr. 1470, 2; 3377, 1); questo numero può essere conservato anche per la messa conventuale o parrocchiale letta, o per una messa che tenga luogo di quella solenne in giorno festivo (Decr. 3697, 7; 3059, 7, 9; 3065).
Per l'esposizione del S.mo Sacramento si richiedono come minimo sei candele (Decr. 1992; 4257, 2); per la stessa in forma solenne se ne richiedono dodici (Decr. 3480) o venti (Instruc.ia Clementine, 6, in Decreta authent. S. R. C., IV, Roma 1900, p. 22).
L'uso delle c. nella liturgia è collegato alla storia dell'illuminazione liturgica, della quale era certo un elemento principale. I monumenti archeologici cristiani rivelano quasi esclusivamente più che un uso, un simbolismo funerario delle c., che stanno a significare la luce eterna (G. Wilpert, La fede della Chiesa nascente, Città del Vaticano 1938, p. 283) cui partecipano i defunti (F. Cabrol, Cierges, in DACL. III, col. 1618) e la gloria, che li assomiglia ai grandi della terra (Senatoriae videlicet sunt dignitatis, s. Girolamo, Adv. Vigil. 6: PL 23, 339). Si sa infatti che l'imperatore nelle sue comparse era accompagnato con ceri accesi.
Primo, ma non esclusivo movente per l'uso liturgico delle c., come della luce in genere, è la necessità di rischiarare l'ambiente, come rileva s. Girolamo (Adv. Vigil., 7: PL 23, 361). Questo però non esclude il significato simbolico, naturale al lume, per cui si accendevano le c. al vangelo iam sole rutilante... ad signum laetitiae demoistrandum (s. Girolamo, op. cit., 1). Questo senso festivo è rilevato spesso dagli scrittori ecclesiastici, che notano la moltitudine e grandezza dei ceri (Eusebio, Vita Constantini, 4, 22; Prudenzio, Paritephanon, 2, 72; id., Cathenerinon, 5, 20; Paolino Nolano, Carmina, 14, 100; Etheria, Pere-

Candelere - C. in bronzo, opera di A. Vittoria (1524-1608). Venezia, museo Civico Correr.
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(Ini. dìsari)
Candelere - Angelo portacandelicre, opera di Niccolo dell'Arca (ca. 1470) - Bologna, S. Domenico, arca del Santo,
grinatio ad loca sancta, 24, 4; 7, 9). Presto, sembra dietro una forma popolare di devozione, Vigilanzio lo rimprovera ai cristiani (s. Girolamo, Adv. Vigil., 4 e 7), benché fosse derivato da analoghi usi pagani (s. Girolamo, ibid.; Cicerone, De officiis, II, 8; Ammiano Marcellino, Rer. Gestarum, XXII, 14; Tertulliano, De idololotria, 15; Lattanzio, Divin. Instit., VI, 2) che preoccuparono anche l'autorità ecclesiastica (Sinodo di Elvira, cap. 34 : Mansi, II, 11). Le c. e la luminaria in genere si usarono come segno di culto per i martiri (Acta Martyrum selecta, ed. O. von. Gebhardt, Lipsia 1902, pp. 127-29). Benché usate abbondantemente anche durante il culto liturgico, le c. erano solo elemento di illuminazione, o di onore reso al Pontefice e al Vangelo, non mai di diretto culto eucaristico fino al sec. xir-xiri, quando si incominciò a metterle sull'altare. Più volte ed in luog