volume-03

Back to Volumes
e abbondantemente anche durante il culto liturgico, le c. erano solo elemento di illuminazione, o di onore reso al Pontefice e al Vangelo, non mai di diretto culto eucaristico fino al sec. xir-xiri, quando si incominciò a metterle sull'altare. Più volte ed in luoghi diversi la Chiesa dovette intervenire per proibire usi superstiziosi quanto all'uso ed al numero delle c.

Per l'archeologia: v. CERD; per la benedizione delle c.: v. PURIFICAZIORE.

Bibl.: F. Calord, Cierges, in DACL. III, col. 1613 sge.: C. Callewaert, Liturgicae Instit., III: De Mistalis Rom. Liturg., I. Bruges, p. 42 sge. Salvatore Marsili

CANDELIERE. - I. Liturgia. - Il c.liturgico trae la sua origine dal mobilio solito delle case romane, e per questo nella sua forma non ha nulla di tipicamente sacrale. I primi esempi iconografici cristiani si riscontrano nell'arte sepolcrale. S. Atanasio (Epist. Encyclica, 4: PG 25, 209) parla di c. apposti alle pareti della chiesa, rimossi dai pagani che asportarono anche le candele per accenderle agli idoli: c. d'oro nota Prudenzio (Peristephanon, II, 5, 71: PL 60, 300), e gli Statuta Ecclesiae Antiquae (Denz-U, 154), vogliono che l'ordinazione dell'accolito sia fatta con la consegna del cereoforaleum. Negli Ordines Romani, di fatto, è attribuzione degli accoliti portare davanti al Pontefice i septem cereostata, che erano d'oro e d'argento, ovvero due davanti al Vangelo (Ordo Rom., 1, 8; 3, 1; 11, 1). Anche nel Lib. Pont. si parla spesso di c. donati alle basiliche. Nessun indizio abbiamo se i c. che precedevano il Pontefice celebrante fossero deposti sull'altare quando questi vi giungeva. Nelle più antiche rappresentazioni di altari non appaiono mai c. Sulla
copertina di avorio (sec. ix) di un evangeliario conservato a Francoforte sul M. i due c. sono affiancati all'altare. Le diverse Consuetudines dei secc. XI e xII, parlano di c. deposti davanti e dietro l'altare. Alla stessa età compaiono però altari con c. Il primo che li suppone posti sull'altare è Innocenzo III (De Sacro Altaris Mysterio, II, 21: PL 217, 811). Un uso molto antico al contrario era quello di porre piccoli c. sulle croci processionali e sui cibori degli altari, oppure sulle iconostasi. Ai giorni nostri ve ne sono, contro tutte le regole, comprese quelle estetiche, fino a trenta e quaranta.

La legislazione ecclesiastica vuole che i c. siano posti sul piano dell'altare. I Decreta authentica, n. 3759, permettono che i c. stiano sul piccolo piano rialzato che completa la parte posteriore dell'altare, rimanendo proibito l'affiggerli alla parete (Decr. aut., n. 3137, i e 4). Il Caeremoniate Episcoparum vorrebbe che nei giorni festivi i c. siano d'argento, o almeno di bronzo o rame dorato, e fossero graduati in modo tale che i due centrali siano i più alti, e più alta di essi la croce. Ma l'uso generale è ormai contrario (Decr. aut., n. 3035, 7): v. CERD, CEROFERARIO.

Bibl.: H. Leclercq, Chandelier, in DACL. III, col. 210 sg.: I. Weingartner, Das Kirchliche Kunstgewerbe der Neuzeit, Innsbruck 1926, p. 272 sg.: J. Braun, Das christliche Altargerob, Monaco 1932, p. 492 s6.: V. Cassgrande, L'arte a servizio della Chiesa, I, Torino 1038, p. 129 sg. Salvatore Marsili
II. Arte. - Qualunque sostegno in legno, ferro o pietra destinato a sorreggere le candele. Nell'uso particolare quello dell'altare; se di grandi dimensioni o destinato a più candele è generalmente detto candelabro. Dalle memorie e dalle rappresentazioni sappiamo che i c. dell'età paleocristiana e dell'alto medioevo avevano in genere forma di uno stelo poggiante su tre o quattro piedi e sostenente una coppa. Ve ne erano di bronzo, d'argento, d'oro. Durante l'età romanica nei c. si riflessa il gusto decorativo del tempo. Es. : quelli argentei del duomo di Hildesheim e il candelabro grandioso del duomo di Milano, opera di Nicola di Verdun.

Nel periodo gotico il fusto, la base e i nodi del c. si infittiscono di ornati riflettenti forme e motivi decorativi caratteristici del nuovo stile. Così nel c. donato dal doge Cristoforo Moro (1462-71) alla basilica di S. Marco a Venezia. Nel Rinascimento i c. riflettono con piena evidenza il gusto architettonico del tempo e la importanza che allora venne attribuita alla bellezza delle forme in ogni attività umana. Es .: i c. di Andrea Riccio per la chiesa del Santo di Padova e di Antonio Gentili nel tesoro di S. Pietro a Roma. Anche Benvenuto Cellini lavorò dei c. per il vescovo di Salamanca.

La nuova ricchezza decorativa riflessa nelle chiese durante il periodo barocco si manifestò anche nei c. che spesso vennero modellati dagli stessi orafi-scultori che eseguivano le croci e le cartegloria che arredavano con senso unitario il medesimo altare. Gian Lorenzo Bernini intervenne certo con suoi consigli nei c. bronzei eseguiti per S. Pietro al tempo di Alessandro VII. Fra i c. del sec. xviri sono da rammentare quelli bellissimi dell'Arrighi e di altri orafi e scultori romani lavorati al tempo di Benedetto XIV per la cappella di S. Giovanni in S. Rocco a Lisbona.

Nella produzione moderna, oltre il ripetere antiche forme, si cerca imprimere anche ai c. le linee semplici ed essenziali rispondenti al gusto della nuova architettura.

Bibl.: H. Leclercq, Candelabre, in DACL. II, II, coll. 18341842; id., Chandelier, in DACL. III, 1, coll. 210-12; P. Tocsca, Storia dell'arte ital., Torino 1927, pp. 67, 1109-10; F. Rossi, Candelabre, in Ent. ital., VIII, pp. 707-708; E. Lavagnino, Gli artisti ital. in Portogallo, Roma 1940, pp. 96-98.

Emilio Lavagnino
III. - Festa del c. - A Sassari, si celebra ancora, con gran pompa, il 14 ag., per l'Assunta, la festa dei c. Essa è così chiamata perché vengono portati

## Page 328

in processione sette (una volta erano otto) enormi c., costruzioni in legno composte di tre parti : il piedistallo sorretto per mezzo di stanghe da otto uomini, la colonna, alta ca. 3 m . e il capitello, variamente ornato con gusto fra il popolare e il barocco.

Ogni c. corrisponde a una delle otto corporazioni (in dialetto gremi) in cui si raccoglievano i sassaresi (quattro maggiori, dei rustici; e quattro minori, dei cittadini). Sulle prime ore del mattino lo stendardo del gremio dei massai (agricoltori) viene recato al palazzo municipale ed esposto insieme con il vessillo sardo e con quello del Comune, mentre le basi e le colonne dei c. si trasportano nella chiesa del Rosario, restando i capitelli presso ciascuno dei capi dei 7 gremi che son tenuti ad addobbarli con fiocchi, nastri, bandierine. Si forma la processione, la quale, passando davanti al Municipio, offre occasione al sindaco ed alla giunta di consegnare la bandiera al capo dei massai, mentre i valletti e i mazzieri salutano battendo le mazze d'argento costruite appositamente fin dall'origine della festa. La cerimonia si conclude nella chiesa di S. Maria, ove i c. vengono deposti vicino all'Assunta, che in Sardegna viene sempre effigiata nel suo letto di morte. La festa si prolunga fino alla sera, con spari di mortaretti e in mezzo all'allegria e alle danze. Essa fu istituita nel 1580 al cessare di una crudele pestilenza, la cui fine venne a coincidere proprio con la festa dell'Assunta. Fu, dai cittadini scampati al flagello, votato alla Vergine un cero di cento libbre. Poi ciascun gremio volle offrire il proprio: col tempo i ceri furono sostituiti da grossi c. con torce accese; e siccome queste provocavano qualche danno, si giunse alle attuali costruzioni lignee. Sull'esempio di Sassari, la festa dei c. si è propagata anche in alcuni paesi vicini, come Nulvi e Plesighe. A parte la circostanza storica che dette luogo alla festa, è da vedere in essa una delle manifestazioni di culto popolare, che trovano frequenti analogie nelle costumanze di altre regioni. - Vedi Tav. XLI.

Biel.: G. Bottiglioni, Vita sarda, Milano s. a.; P. Calvia, Sassari manna, Sassari 1922.

Paolo Toschi

## CANDELORA: v. PURIFICAZIONE.

CANDIA (Creta). - Isola greca, che pur tra le molte antiche memorie elleniche conserva anche molti ricordi storici cristiani, che risalgono al tempo dell'apostolo s. Paolo e del suo discepolo s. Tito. Ebbe infatti numerosi vescovati che stavano prima sotto la metropoli Gortina. Dopo la dominazione araba musulmana (824-916), al ritorno del dominio bizantino, Candia (Herakleion) divenne città capitale, e metropoli ecclesiastica. I vescovati greci rimasero anche sotto il dominio veneziano (ca. 1210-1669), benché i loro vescovi dovessero risiedere fuori dell'isola; contemporaneamente vi fu istituita la gerarchia latina con vari vescovati, che però non acquistarono molti fedeli fra gli indigeni. Anche il Concilio di Firenze non ebbe successo a C. Caduto il dominio veneziano nell'anno 1669, dopo la magnifica resistenza di Francesco Morosini, i cattolici lasciarono l'isola, come del resto avevano cominciato a fare prima durante la lunga guerra con i Turchi. Soltanto nel 1874 fu ristabilita la sede vescovile di C. con residenza a Canea, che oggi conta 3 parrocchie e 210 cattolici.

Biel.: Eubel, I, 2, pp. 215-16; II, 2, p. 139; III, 2, p. 181; V. Laurent, Le Synodicon de Sybrita et les métropolites de Créte au X-X I I I² sirola, in Echos d'Orient, 32 (1933), pp. 385-412; G. Hofmann, La Chiesa cattolica in Grecia, in Orient. Christ. periodica, 2 (1936), pp. 179-84; id., Wie stand es mit der Frage der Kirchenvicheis auf Kreta im XV. Jahrhundert 7, ibid., 12 (1944), pp. 91-115.

Giorgio Hofmann
CANDIDO, Agostino Giuseppe Sierro: v. Sierro, agostino giUSEPPE.

CANDIDO di Fulda (Bruun). - Teologo, filosofo, agiografo, poeta e artista, n. nella 2^{text {a }} metà del sec. virr, m. nell'845.

Latinizzò in Candidus il nome germanico di Bruun ed alcuni l'hanno confuso con il contemporaneo anglosassone Wizzone (Wizo), che nell'Accademia palatina ricevette da Alcuino il soprannome di Candidus.

Visse a Fulda e nell'822 successe a Rabano Mauro (822-42), nella direzione di quella celebre scuola. Valente artista, dipinse l'abside della Basilica ove, nell'819, furono trasportare le reliquie di s. Bonifacio (Vita metr. s. Eigilis, XVII, 131-37).

Importante è la sua produzione letteraria: 1) S. Eigilis vita, in prosa (PL 105, 381-402, ed. crit. di G. Waitz in MGH, Script., XV, 221-33) e in versi (PL 105, 401 422; ed. crit. di E. Dümmler in MGH, Psst., II, 94-117); 2) Opusculum de Passione Domini, in 20 capp. (ed. B. Pez : PL 106, 57-104); 3) Epistola Candidi «Num Christus corporeis oculis Deum videre patuerit» (ed. B. Pez: PL 106, 103-108; ed. crit. di E. Dümmler, in MGH, Epist., IV, 557-61); 4) Vita Bauguffi, secondo abate di Fulda, la quale non è giunta sino a noi.

Un posto particolare gli spetta nella scolastica nascente per i 12 frammenti filosofico-teologici noti sotto il titolo di Dicta Candidi, pubblicati la prima volta da B. Haurćau (Hist. de la philos. scholastique, I, Parigi 1872, pp. 131-38).

La critica più recente (cf. Bull. de théol. anc. et méd., I, n. 127) li distingue in tre parti : 1) il Dictum I, originariamente sotto forma di lettere a Ludovico il Pio e a Eginardo, è certamente autentico (fu da Frobenio Forster pubblicato tra gli apocrifi di Alcuino: Pl. 101, 1359 sg.); 2) i Dicta II-VIII, richiamandosi allo "conegatio", sono di dubbia attribuzione, forse dei suoi discepoli; 3) i Dicta I X-X I I hanno più affinità con il Dictum I, e perciò possono ritenersi autentici. Manca ancora uno studio approfondito della tradizione manoscritta.

I più interessanti sono il I, che tratta dell'anima umana, imagine Dei, e l'ultimo, che rappresenta, per il medioevo, il prima saggio di una dimostrazione dialettica dell'esistenza di Dio (Quo argumento colligendum sit Deum esse). L'argomentazione si fonda sulla grandezza e gerarchia degli esseri, che reclamano un essere maggiore dell'uomo, onnipotente, Dio. Il pensiero di C. si ispira a Claudiano Mamerto e soprattutto a s. Agostino.

Bibl.: PP. Maurini, Hist. littér. de la France, V, Parigi 1740, pp. 10-17; J. A. Endres, Fredagites und Candidus, in Philosophisches Jahrbuch, 19 (1906), pp. 439-50; id., Zum dritten Band der «Epistolae Karolinj aeci», in Neues Archiv. 31 (1906), pp. 711 714; G. Grunwald, Geschichte der Gottesheuerie im Mittelalter, in Beiträge zur Gesch. der Philosophie des Mittelalters, 6 (Münster 1907, int), pp. 18-24; Manitino, I, pp. 660-63; Uberweu, II, pp. 139, 162 sg., e 692; F. Zimmermann, Candidus. Ein Beitrag zur Gesch. der Frühscholastik, in Dicus Thoma, 7 (1929), pp. 30-60 (vita, scritti e dottrina: cf. critica in Bull. de théol. anc. et méd., I, n. 127); A. Kleinclausz, Eginhard, Parigi 1942, pp. 51, 64, 163-68; E. Gilson, La philosophie au moyen âge, 3^{text {a }} ed., ivi 1947, p. 198.

Igino Cecchetti
CANDIDUS, Alexander. - Teologo carmelitano dell'Antica Osservanza, n. a Gand in data imprecisata e m. a Colonia il 31 dic. 1555 . Il suo nome di famiglia era Nicola Blanlaert. Fatta professione a Utrecht, fu mandato a Colonia, dove conseguì il titolo di dottore in teologia nel 1546; non molto tempo dopo (1551) fu professore ordinario di Teologia, e più tardi (1554), decano nella stessa Università di Colonia. Negli ultimi anni della vita, C. fu priore del convento a Colonia, e parroco della chiesa di S. Nicola. Fu attivo e battagliero contro il protestantesimo, particolarmente contro il calvinismo.

Mandato nel 1551 al Concilio di Trento, come teologo di Maria d'Austria, sorella di Carlo V, governatrice dei Paesi Bassi, tenne in quell'anno due discorsi nelle sedute del 25 ott. e della IV domenica di Avvento; discorsi che furono quello stesso anno pubblicati a Colonia : Judicium Joh. Calviini de sanctorum reliquile collatum cum orthodoxorum S. Ecclesiae catholicae Patrum sententiis, e Oratio de retributione iustorum statim a morte. Tuttavia C. è rimasto più celebre per una traduzione illustrata della Bibbia, in

## Page 329

fammingo, curata con molta diligenza sulle varie edizioni latine e assai più esatta in confronto delle precedenti, uscita a Colonia nel 1547.

BibL.: C. de Villiers, Bibliotb. carm., 2² ed., I, Roma 1927. col. 27: E. De Seyn. s. v. in Dict. des écrivains belges, I, Bruges 1930, p. 97.

Ugo Viglino
CANDOTTI, Giovanni Battista. - Musicista, n. a Codroipo il 1^{text {a }} ag. 1809 , m. a Cividale l' 11 apr. 1876. Sacerdote, compositore, organista, maestro di cappella nella collegiata di Cividale, fu scrittore fecondo di musica sacra di severo stile contrappuntistico.

Tra le sue opere si notano un Miserere a 2 voci virili. Pubblicò anche una dissertazione: Sul canto ecclesiastico e sulla musica sacra (Venezia 1847), ed alcune monografie su musicisti friulani. Fu maestro di Jacopo Tomadini.

Luisa Cervelli
CANELLA, Giulio. - Filosofo neoscolastico, n. a Padova il 5 dic. 1881, disperso in Macedonia il 25 nov. 1916. Studiò particolarmente il problema criteriologico avvicinandosi all'indirizzo della scuola di I.ovanio.

Nel 1909 fu confondatore, con p. Gemelli, della Rivista di filosofia neoscolastica per la quale, oltre l'articolo programmatico, scrisse Gli elementi di fatto per la soluzione del problema criteriologico fundamentale [1 [1909], pp. 97119]. Altri lavori: Il nominalismo e Guglielmo d'Ossano, Firenze 1907; Il punto di partenza nel problema criteriologico, in La Scuola cati., 13 (1908), pp. 469-82, 581-97, ccc.

BibL.: G. Zamboni. Il pensiero filosofico di G. C., in Riv. di fil. neos., 12 (1920), pp. 300-300; M. F. Sciacca, Il Secole XX, Mibno 1942, p. 954 seg.

Felicissimo Tinivella
CANELOS, PREFETTURA APOSTOLICA di. - La missione di S. Giuseppe di C. nella Repubblica delI'Ecuador, fu fondata nel 1624 dai padri domenicani, i quali due secoli dopo, a causa dell'ostilità del governo, dovettero lasciare le opere iniziate e ritirarsi per evitare seric persecuzioni.

Vi ritornarono nel 1827 cercando di far rifiorire, tra le piccole comunità cristiane, la vita religiosa, che nel frattempo si era assopita. Dal 1869 vi lavorarono i Gesuiti del Napo, costretti poi ad abbandonare il territorio per ragioni politiche. Nel 1886 la missione fu riaffidata ai padri domenicani ed eretta in prefettura apostolica. Ad essa fu unita, nel 1929, la parrocchia di Macas, distaccata dalla diocesi di Riobamba, di cui i Domenicani avevano già la cura spirituale; un anno dopo detto parrocchia veniva aggregata al vicariato apostolico di Mendez e Gualaquiza. La missione ha una superfice di kmq. 98000 ; la popolazione anomonta a 17.000 ab., di cui 11.000 cattolici, 280 protestanti e il resto pagani.

Vi lavorano 7 padri domenicani ed altrettanti fratelli. Le scuole sono tre con 211 alunni, e le chiese 12.

BibL.: AAS, 22 (1930), pp. 480-80; GM, p. 313; MC, p. 65 ; archivio di Propaganda Fide. Prospectus status missionem, 1948, pos. prot. n. 2770/48.

Antonio Mazza
CANEVARI (Cannevari, Cannerari), AntoNIO. - Architetto, n. a Roma nel 1681, m. a Napoli ca. il 1750. Allievo di Antonio Valeri, costrui a Roma sul Celio il convento dei SS. Giovanni e Paolo ed esegui il rifacimento della chiesa. Terminò la chiesa delle Stimmate, già iniziata dal Contini, e la chiesa e il portico di S. Eustachio.

Alcuni suoi progetti per la sacrestia di S. Pietro e per la sistemazione del giardino dell'Arcadia non vennero eseguiti. Oltre che in Italia, lavorò in Portugalio, al tempo di Giovanni V. A Napoli eresse il palazzo reale di Portici e il seggio di Porta Nuova presso S. Giuseppe, i suoi lavori migliori. Nel 1724 era accademico di S. Luisa.

BibL.: G. Pollak, s. v. in Thieme-Becker, V, p. 501 (con la bibl. prec.); A. Cruciani, s. v. in Enc. Ital., VIII (1930), p. 724; E. Lavagnino. Gli artisti italiani in Portugalio, Roma 1940, p. 94.

Emma Amadei

CANEVARI, Demetrio. - Erudito italiano, medico, filosofo e bibliofilo, n. a Genova il 9 marzo 1559, m. a Roma il 22 sett. 1625 . Prese gli ordini minori in patria fra il 1580 e il 1584 , poi esercitò la medicina in Roma per quattordici anni, ricevendo da papa Urbano VII il titolo di protofisico (archiatra) pontificio. Della sua ricca biblioteca andò completamente dispersa la sezione giuridica, lasciata in eredità al nipote Gian Luigi; quella filosofica e medica, ricca di oltre 5000 volumi, menomata da un furto, è oggi presso l'Opera pia del sussidio C., fondata per disposizione testamentaria dello studioso.

Più che ai suoi scritti di medicina, il C. deve la sua fama all'erroreo opinione che fosse di provenienza della sua biblioteca un particolare tipo di legatura, pregiatissimo tra i bibliofili, in marocchino di vario colore, più spesso rosso, con i piatti decorati di filetti e fregi pieni di tipo aldino; il centro è dominato da un cammeo con la figura di Apollo su una biga e sferzante i cavalli (uno bianco e uno nero) che si impennano verso una rupe sulla cui sommità campeggia Pogaso. Intorno al medaglione si legge il motto OPODE KAI MH AOEIOE. Gli esemplari noti sono oltre cento, i. 8^{°}, in 4^{°}, e in-fol.; il nucleo più cospicuo si trova presso .a. biblioteca dei padri oratoriani di Napoli. G. Fumagalli dimostrò per prima che l'attribuzione di tali legature al C. era falsa e che esse sono di fattura romana e vanno ascritte alla prima metà del sec. xvı; G. D. Hobson, riprendendo la tesi del Fumagalli, sostenne l'ipotesi che furono eseguite per la biblioteca di Pier Luigi Farnese.

BibL.: G. Fumagalli, Di D. C. medico e bibliofilo genovese e delle persiane legature che si dicono a lui appartenute, in La bibliofilia, 4 (1902-1903), pp. 300-16 e 390-400; 5 (1903-1904), pp. 33-42, 80-90 e 149-61; G. D. Hobson, Maioli. C., and others, Londra 1926; T. De Marinis, s. v. in Enc. Ital., VIII (1930), p. 725 .

Alessandro Pratesi
GANIANA, Gian Battista. - Architetto, intagliatore e intarsiatore, n. a Roniano l'8 maggio 1671, m. a Bergamo il 5 maggio 1745 . E il più importante artista della famosa famiglia che per ca. un secolo esercitò nel bergamasco l'arte dell'intaglio e intarsio.

La sua attività, da Alzano, dove si stabilì nel 1694, s'irradia in tutti i centri vicini, dove rimane la miglior parte della sua produzione consistente in cori, stalli, armadi, confessionali, pulpiti ricchi di decorazioni floreali, putti, volatili tra cui si inseriscono pannelli intarsiati. Un esempio notevole di questa maniera si ha nella sacrestia di Alzano. Tra le opere archittoniche si ricordano l'oratorio di S. Maddalena, la parrocchiale di Borgo S. Caterina, la volta della chiesa di S. Spirito a Bergamo.

I figli Giuseppe e Caterina raggiunsero una certa n otorietà oltre che come collaboratori del padre, anche per le opere che numerose lasciarono quali ornamenti d'altare, armadi, confessionali, ecc. nelle chiese di Rosate, Borgo S. Caterina, dei Riformati di Alzano e in quella dei medesimi padri a Brescia.

Giacomo, figlio di Giuseppe, è l'ultimo della famiglia di una certa importanza; il suo nome è particolarmente legato ai lavori fatti per la cappella Colleoni a Bergamo.

BibL.: B. Bernath, s. v. in Thieme-Becker, V, p. 502 (con bibl.) ; E. Fernoni, Alzano Maggiore, Bergamo 1913, pp. 77-79, 81-83 e passim.

Maria Donati
GANINA, Luigi. - Archeologo ed architetto, n. a Castelnonferrato il 28 ott. 1795, m. il 17 ott. 1856 a Firenze, sepolto in S. Croce. Trasferitosi a Rcma nel 1818, visse nell'ambiente del Visconti (v.), del Fea (v.) e del Nibby (v.). Per incarico del principe Camillo Borghese sistemo la villa cmonima, costruendo in stile ionico i propilei d'ingresso sul piazzale Flaminio.

Pubblicò numerose opere e ideò molte ricostruzioni di edifici antichi. Se è vero che per quest'ultime non trascurò le antiche fonti scritte ed i documenti archeologici (pitture, rilievi, monete, ecc.) spesso però si lasciò prendere la mano dalla fantasia, sicché la sue ricostruzioni non sono

## Page 330

sempre del tutto attendibili. Perciò il Sarti ed il p. Marchi dettero della sua opera un giudizio piuttosto severo. Non si possono tuttavia negargli molti meriti, primo quello di aver concepito e redatto con criterio storico una vasta opera in sei volumi sull'architettura: L'architettura antica descritta e dimostrata con i monumenti. Opera divisa in tre sezioni riguardanti la storia, la tecnica e le pratiche dell'architettura egiziana, greca e romana (Roma 18301844). Contribui pure alla chiarificazione della topografia antica di Roma e dei dintorni ed estese i suoi studi anche alla topografia di alcune città etrusche e all'architettura giudaica come lo dimostra il lavoro intitolato : Ricerche sul genere dell'architettura degli antichi Giudei e del loro tempio di Gerusalemme (ivi 1845), quanto all'archeologia cristiana si ricordano: L'architettura più propria dei tempi cristiani (ivi 1845); Ricerche sull'architettura dei tempi cristiani basate sulle primitive istituzioni ecclesiastiche (ivi 1846).

BibL.: C. Folchi, Discorso archeologico artistico in encomio del defunto commendatore L. C., Roma 1857; O. Raggi, Della vita e delle opere di L. C. architetto ed archeologo, Casalmonferrato 1857; A. Gennarelli, L. C., in Rivista europea, 4 (1873, III), pp. 34-70; F. Nisack, s. v. in Thieme-Becker, V. p. 304;G. Cultress, s. v. in Enc. Ital., VIII (1930), pp. 730-31 (con l'e. lenzo delle sue più notevoli pubblicazioni); S. Ludovici, Storici, teorici e critici delle arti figurative (1800-1901), Roma 1942, pp. 82-83; G. Ferretto, Note storico-bibliografiche di archeologia cristiana, Città del Vaticano 1942, pp. 309-10. Giuseppe Bovini

CANINI, Angelo. - Insigne semitista, n. ad Anghiari, presso Arezzo, nel 1521, m. a Parigi nel 1557.

Insegno, almeno come assistente, varie lingue semitiche nelle Università di Venezia, Padova e Bologna. Peregrino in Spagna, donde venne da Francesco I chiamato a Parigi per cattedra. Ivi godette la familiarità di insigni personaggi, tra cui G. Duprat, vescovo di Clermont. A soli 36 anni lasciava le seguenti apprezzate opere: Institutiones linguarum Syriacae, Assyriacae et Thalmudicae, una cum Aethiopicae et Arabicae collatione, quibus addita est ad calcem Novi Testamenti multorum locorum historica enarratio (Parigi 1554); Disquisitiones in loca aliquot Novi Testament iobscuriora, in Critici Sacri, VIII (Londra 1660), p. 211; De locis S. Scripturae hebraicis commentaria (Anversa 1600).

BibL.: G. Tiraboschi, St. d. letter. ital., VII, Modena 1824, p. 1564; B. Heurtebize, s. v. in DB, II (1889), 131 sg.

Faustino Salvoni
CANISIO, Pietro, santo: v. pietro canisio, santo.

CAÑIZARES, José de. - Drammaturgo spagnolo, n. a Madrid il 4 luglio 1676 e ivi m. il 14 sett. 1750, nella cui feconda opera (commedie, entremeses, loas, zarzuelas, bailes, ecc.), in cui sono frequenti i rifacimenti delle migliori creazioni drammatiche del secolo precedente, l'abilità nel tesser trame e delineare tipi e figure, l'ingegnosità del dialogo, la vena di gongorino lirismo, dan risalto a un pittoresco senso della vita madrilena che si traduce in tipiche espressioni, maliziose e burlesche, e a cui Goya darà decenni più tardi la più vivida interpretazione; non di rado, tuttavia, la comicità si fa cruda ed aspra.

Un senso perspicace della storia e una sicura intuizione delle maggiori figure del teatro nazionale gli consentono l'indovinato accostamento delle figure dei due grandi mietici, s. Giovanni della Croce e s. Teresa di Gesù, in A cual mejor, confesada y confesor, nonché la riesumazione del dramma di don Carlos (El principe don Carlos) e delle vicende di Enrico III (El rey Enrique III, llamado el enfermo). Notevole nel quadro della sua produzione drammatica El dómine Lucas e El picarillo de España, señor de la Gran Canaria, originale fusione di verità e burla attorno ad un carattere a un tempo picaresco e cavalleresco, confondendosi in un'atmosfera di settecentesca grazia i limiti fra realtà e finzione. E autore anche di rifacimenti di opere di Racine e Metastasio.

BibL.: J. E. Hartzenbusch, Apuntes para la historia del teatro moderno español. C., in Rev. de Esp. Ind. y del Extraj., 3 (1845), pp. 230-46, 383-409; 4 (1845), pp. 372-402.

LANNIBALISMO. - I. StORIA DELLE CONOSCENZE E DISTRIBUZIONE. - Il termine, sinonimo di antropofagia, deriva dal nome Caribales, Canibales (Caribí), con cui vennero indicati gli abitanti delle Piccole Antille, scoperte da Colombo nel 1493. Questi isolani, oggi estinti, furono sospettati di cibarsi di carne umana; donde la estensione del loro nome etnico a indicare genericamente gli antropofagi del nuovo mondo, e quindi degli altri continenti. Nell'età che precedette i grandi viaggi di scoperta, il c. era noto in Europa soltanto attraverso le nebulose notizie degli autori classici, o per accenni sporadici di qualche viaggiatore che, come Marco Polo, ne aveva constatato l'esistenza in lontane regioni.

Gli accenni omerici (Od., IX, 285 sg.; X, 116 sg.) all'antropofagia dei Ciclopi e dei Lestrigoni sono ancora del tutto leggendari; ma già in Erodoto è un tentativo di notizie più precise: Massageti e Issedoni, abitanti a oriente del Caucaso, uccidono i loro congiunti per mangiarne le carni (I, 216; IV, 26); i Padei, i Kalati ed altre genti dell'Indio, usano uccidere gli ammalati e gli stessi loro genitori, quando investchiano, per divorarli (III, 38, 99). Analoghe accuse moveva Strabone agli I1landesi (IV, 5, 4), ai Carmani ad occidente dell'Indo (XV, 2, 14) e agli abitanti del Caucaso. Notizie del genere sono riportate da Aristotele, Diodoro Siculo, Tolomeo ecc. Fra gli autori latini, Cesare informa del c. praticato da Cimbri e Teutoni assedieri dai suoi eserciti (VII, 77): Giovenale descrive con sdegno un atroce caso di antropofagia collettiva fra gli Egizi di Tentyra, scusando quasi al paragone il c. dei Guasconi affamati per un assedio (Sat., XV). Plinio conferma il c. degli Sciti (Jazigi), e lo segnala sull'alto Nilo (Nat. hist., VII, 12; VI, 195); Silio Italico lo denunzia fra i Cantabri; e per la Gallia si ha, in pieno iv sec., la testimonianza oculare di s. Gerolamo, che constatò l'uso nei suoi macabri particolari fra gli «Scoti», gente britannica colà immigrata (Contra Jovin., II, 7).

La romanizzazione del mondo antico, e la diffusione del cristianesimo, dovettero indubbiamente far sparire per tempo il c. da molte regioni europee e mediterranee, se pure vi fosse ancora praticato, cosi da farne quasi perdere il ricordo. Attraverso il medioevo europeo, e fino al Rinascimento, lo si ritenne sopravvissuto in casi eccezionali, connesso ad altre pratiche nefande e diaboliche di streghe, fattucchieri e licantropi, in pressoché tutti i paesi d'Europa.

La scoperta e la graduale esplorazione di nuovi continenti rivelò agli Europei la presenza di interi popoli tuttora dediti al c. in forma palese e spesso addirittura pubblica, e fece man mano conoscere nella loro realtà i costumi, i riti e le concezioni ad esso collegati. La constatazione di un'antropofagia cosi diffusa produsse sulle menti degli Europei dell'epoca un'impressione fortissima: si venne a determinare cosi l'inizio della decadenza per il c., sotto il duplice influsso delle leggi repressive imposte dai colonizzatori bianchi e della predicazione cristiana. Gli studi recenti hanno comunque portato a ritenere che, indipendentemente dall'azione dei bianchi, l'antropofagia fosse già in fase di declino presso più d'uno dei popoli che ancora la praticavano. Oggi, sotto l'impulso delle forze dette, e indirettamente come conseguenza dell'indebolimento delle concezioni sociologiche ed animologiche che si connettono all'antropofagia, questa è ovunque in via di sparire : presso numerosi popoli, già cannibali, di varie parti dell'ecumene, essa è divenuta repugnante alla mentalità stessa delle giovani generazioni.

Nonostante ciò, la natura stessa del costume ci consente di tracciare con sufficiente completezza la carta di distribuzione del c. nel globo quale era alcuni secoli or sono. Infatti, a differenza di altri elementi culturali che poterono, specie in passato, sfuggire all'attenzione di osservatori impreparati, il c. colpiva a tal punto la mente dei viaggiatori anche più superficiali, che si può ritenere essere stato segnalato ovunque si presentasse. Anche casi sporadici o non bene accertati, o addirittura semplici sospetti e dicerie, furono raccolti e generalizzati a carico di popoli

## Page 331

che, nel loro complesso, non praticarono il c.; di qui la necessità di cautela nel vagliare le informazioni. Rare sono inoltre le testimonianze oculari. Paura e ribrezzo da parte degli osservatori, diffidenza da parte degli indigeni, impedirono spesso un'esatta valutazione dei fatti e delle concezioni loro connesse.

La distribuzione geografica del c. - pur con l'avvertenza che l'ambiente non è di per sé fattore determinante del costume - dimostra che questo è più intensamente diffuso nelle zone equatoriali e tropicali. In Africa, l'area di massima intensità coincide con la fascia centrale del continente. L'Asia è sostanzialmente esente da c. nella sua parte continentele, mentre se ne hanno più frequenti segnalazioni per le zone peninsulari e insulari. Assai più intensa è la diffusione in Oceania, e particolarmente in Melanesia e in molte isole della Polinesia, ivi compresa la Nuova Zelenia; in Australia, le aree di massima intensità sono le regioni centrali, orientali e sud-orientali. Nelle Americhe, altra area di intensità è il bacino delle Amazzoni e la zona occidentale della Colombia, nonché varie regioni dell'America centrale.
II. I moventi del c. - Solo in epoca recente, col rendersi possibile lo studio critico e comparativo di una ingente quantita di osservazioni su popoli di tutti i continenti, si è giunti a considerare da un lato la natura intrinseca dell'antropofagia nelle sue cause e nel suo spirito informatore, dall'altro le sue origini, la sua diffusione e il suo sviluppo in senso storicoculturale. Nel più esauriente studio finora compiuto in materia - che però riguarda solo il primo degli aspetti menzionati - il Volhard (1939) ha ravvisato le seguenti forme fondamentali :

1) c. profano, il cui motivo determinante consiste nella brama o necessità fisiologica di cibarsi di carne umana, sia per la carenza di altri alimenti (c. per fame o per necessità), sia per depravazione del gusto, che rende appetibile in sé la carne umana per il suo particolare sapore (c. "gastronomico"). Vittime ne sono per lo più schiavi, nemici catturati, stranieri in generale : è perciò una forma prevalentemente "esocannibalica ".

E notorio che l'estrema necessità ha spesso provocato casi aberranti di antropofagia, in occasione di guerre, carestie ecc., anche presso i popoli europei ed in età recenti.
2) c. giudiziario: ha le sue radici nella volontà collettiva di dare risalto estremo ai sentimenti di odio e di esecrazione provati dalla comunità verso individui criminali o resisi comunque colpevoli di gravi infrazioni all'etica tribale. Cosi nella Nuova Caledonia i malfattori, specie gli individui convinti di stregoneria, sono giustiziati e poi mangiati dal capo; analogamente vengono puniti nelle Nuove Ebridi i ladri, e fra i Batak di Sumatra, oltre a questi, anche i debitori insolventi. Fra certe tribù del Congo sono mangiati spesso gli individui che, sospettati di magia nera, soccombettero all'ordalia del veleno. Forma attenuata di c. giudiziario è l'uso, conservatosi fra popoli camitici islamizzati (Berberi del Marocco, Begia) di bere ritualmente il sangue del colpevole condannato a morte. E forma per lo più «endo-cannibalica».
3) c. magico. Questa forma, in cui la carne umana viene consumata perché ritenuta conferire qualità soprannaturali, oppure trasmettere a chi se ne ciba determinate virtù del defunto, è assai più diffusa delle precedenti, e si trova praticata da parte di streghe e di fattucchieri anche presso popoli non cannibali. Nell'Australia meridionale, gli stregoni debbono mangiare carne umana per acquisire la forza magica; in talune regioni dell'India, le streghe sono ritenute attingere le loro doti sopran-
naturali ai cadaveri di cui nottetempo si cibano. Quivi, come in Birmania, in Malesia e in molte parti dell'Africa, il c. è creduto fornire a streghe e maghi la facoltà di trasformarsi periodicamente in belve (tigri, iene, leopardi ecc.). Talora, la carne umana è considerata avere magiche virtù medicinali : cosi i Wahehe (Tanganyika) ritengono che il cibarsene renda invulnerabili; casi constatati di simile c. terapeutico, suggeriti da stregoni, si hanno dall'Abissina. Diffusissimo movente di c. magico è poi la credenza che il cibarsi di un determinato organo del corpo umano trasmetta le virtù reputate in esso risiedere : gli Ascianti dell'alta Guinea, gli Ovambo dell'Africa sud-occidentale mangiano il cuore dei nemici uccisi onde assimilarne il coraggio, mentre altrove è scelto allo stesso scopo il fegato; in Polinesia è spesso preferito l'occhio, considerato sede della vita o del "mana".
4) c. rituale. Un tutt'altro complesso psicologico e animologico sta alla base di questa forma, in cui la carne umana è mangiata a causa di un obbligo rituale e in relazione ad un processo cultuale. Il c. diviene qui non più un'azione compiuta a libito di chicchessia, bensì un costume obbligatorio, implicante un dovere, legato a rigide pratiche di rito. I casi più ovvi sono quelli in cui il c. costituisce parte essenziale del culto di una divinità concepita come antropofaga. Cosi a Tahiti mangiatori di uomini è sinonimo di «dèi» poiché questi sono ritenuti divorare le anime dei defunti. Ben nota è la forma che assumeva il c. nel Messico pre-colombiano, collegato a complesse concezioni astrali : come il sole divora al suo sorgere gli astri del firmamento, e come l'aquila, simbolo della divinità solare, si nutre del cuore dei prigionieri nemici, cosi i sacerdoti divoravano ritualmente la carne delle vittime, il cui cuore veniva offerto al Dio-sole. Più spesso che non al culto di esseri divini, l'antropofagia rituale è collegata a quello manistico, che costituisce, ad es., elemento fondamentale nella religione di molti popoli cannibali africani. Fra gli Jagga dell'Angola, nel corso delle cerimonie funerarie viene decapitata una vittima umana, il cui sangue è lasciato colare sulla tomba per estinguere la sete del defunto: i presenti bevano anch'essi parte del sangue, mentre delle carni una porzione viene sepolta presso la salma, il rimanente è mangiato dagli astanti. A tale concezione ne sono legate altre, secondo cui il c. ha nessi profondi con il successo dei raccolti, i riti di maturità dei giovani, le facoltà procreative dell'uomo e della donna, il ciclo vitale e mortale delle piante e degli esseri umani. A ideologie simili è connesso presso numerosi popoli l'uso di cibarsi per dovere di pietà delle carni dei parenti defunti. Fra gli Ango della Nigeria i vecchi sono uccisi e mangiati per scioglierne lo spirito da ogni malattia. Cosi pure in Australia, e in certe regioni dell'Asia sud-orientale. Fra i Botocudos del Brasile, che pure hanno gran senso di affetto famigliare, è proprio il padre che sentendosi morire, prega i figli piangenti di ucciderlo e mangiarlo.
III. Il c. nella successione storica delle culture. Agli albori della scienza etnologica, a lungo si dibatté il problema se il c. dovesse essere considerato come un costume proprio a tutta l'umanità in un qualche antico studio del suo sviluppo. Gli studiosi non giunsero ad un accordo sulla questione, ma l'impostazione stessa di tale quesito ne dimostra l'ispirazione evoluzionistica: un'usanza cosi barbara e repellente agli occhi dell'uomo moderno si prestava infatti bene a far parte di quell'ipotetico patrimonio di costumi ferini che i materialisti dell'indirizzo evoluzionistico attribuivano in blocco all'umanità primitiva. Questa

## Page 332

teoria, enunciata dal Vogt (1873) fu sviluppata, fra altri, dallo Steinmetz (1896), il quale cercò di dimostrare come un indiscriminato e generale endocannibalismo fosse assegnabile all'uomo originario, cui sarebbero mancati "tutti i motivi che trattengono uomini più altamente evoluti dal pascersi di cadaveri». Analoghe illazioni aprioristiche si ritrovano ancora nel Mac Culloch (1912). E da notare però che anche taluni esponenti autorevoli dell'evoluzionismo si dimostrano scettici circa la pretesa universale diffusione del c. presso la più antica umanità: così, ad es., il Tylor, il quale concludeva che "i selvaggi preistorici erano sotto questo aspetto come quelli dei tempi moderni, né esenti da c. né praticanti questo universalmente».

Mancavano in realtà agli evoluzionisti, almeno in un primo tempo, da un lato sicure conoscenze di fatto circa la presenza o meno del c. nella preistoria (le testimonianze più notevoli e discusse in proposito sono dovute a scavi recenti), dall'altro lato un criterio obiettivo per determinare la maggiore o minore antichità etnologica dei primitivi viventi, criterio che fu introdotto dalla scuola storico-culturale soltanto agli inizi del sec. xx.

Per ciò che riguarda la preistoria, va avvertito che i reperti da maggiore antichità non sono abbastanza numerosi né abbastanza sicuri da giustificare per ora generalizzazioni pro o contro la tesi dell'esistenza di un diffuso c. paleolitico. Nei resti umani di Krapina (Jugoslavia), di La Quina (Francia meridionale), di Taubach Ehringsdorf (Germania), di Monte Circeo (Italia), di Ngandong (Giava), e recentemente di Whaley (Inghilterra meridionale) si è creduto ravvisare indizi di antropologia; ma non tutti gli autori sono concordi al riguardo. Quando, d'altra parte, si esaminano gli attuali popoli cacciatori-raccoglitori, ai quali si suole attribuire un'antichità etnologica corrispondente al paleolitico, si constata che, tolti rari casi (forse dovuti a prestito), il c. è ad essi quasi sconosciuto. Il massimo sviluppo del c. si trova invece fra popoli ad uno stadio ulteriore di cultura, specialmente fra gli agricoltori matriarcali, e secondariamente fra i totemisti e fra popoli aventi culture miste matriarcali-totemiche. Con il tardo matriarcato, si giunge alle forme spinte della "caccia alle teste" (Dayak a Borneo, Marind-anim ecc.).

E dunque accertato che il c. è un fenomeno culturale relativamente tardo, e non affatto connesso a presente forme di primordialità bestiale. Ciò è anche confermato dalla ricchezza e complessità delle concezioni sociologiche e ideologiche sopra viste che ad esso vanno per lo più unite, e che sono estranee alle culture veramente primitive. Questa constatazione era stata inconsciamente fatta da uno studioso non sospetto, il Lubbock, a proposito dei cannibali del Pacifico: "la mente è colpita da meraviglia e terrore quando considera il miscuglio di complicati e accuratamente congegnati sistemi politici, maniere altamente raffinate, e cerimoniosa cortesia, con una ferocia e pratica di vizi selvaggi che non hanno probabilmente paralleli...". Va infine ricordato che le forme più semplici e bestiali dell'uso (c. profano) che alcuni vollero interpretare come indici di estrema primitività, sono ora state giudicate dal Vellhard come forme tarde, aventi perduto solo secondariamente il loro fondo magico o spirituale.

BibL.: R. Andree, Die Anthropophagie, Lipsia 1873; R. S. Steinmetz, Endokannibalismus, in Mitt. d. anthrop. Ges. Wien, 26 (1896); E. B. Tylor, Cannibalism, in Enc. Brit., IV, pp. 8er.-8og; R. Thurnwald, Kannibalismus, in Ebert, Reall. der Vorg., VI; E. Vellhard, Kannibalismus, Stoccarda 1939; P. M. Schulien, rec. a E. Volhard, op. cit., in Annali Lat., 4 (1940), p. 345 sgg.; P. J. Henninger, Kannibalismus in Arabien?, in Anthropos, 25-36 (1940-41); A. C. Blanc, Studi sul c., in Studi e materiali di Storia delle Relig., 19-20 (1943-46); R. Boccassino, L'Etnalisi ecc., in Boll. palere, ital., 1947; V. L. Grottanelli, Antropofagia reale ed imaginaria nel mondo comitico, in Ann. Ist.Univ. Or. Napoli, nuova serie, 3 (1949).

Vinigi Grottanelli
CANNIZZARO, STANizlao. - Grande chimico italiano, n. il 19 luglio 1826 a Palermo e m. il 10 maggio 1910 a Roma, tra le più cospicue figure della
![img-22.jpeg](img-22.jpeg)

Cano. Alonso - La Vergine che contempla il Bambino. (Madrid, galleria del Prado.
seconda metà del sec. xix. Egli è specialmente ricordato per il Sunto di un corso di filosofia chimica fatto nell'Università di Genova e stampato come lettera al prof. DeLuca nel Nuovo Cimento, 7 (1858), pp. 321-66.

Questo Sunto, poi illustrato dal C. al Congresso di Karlsruhe (1860), servi a chiarire l'importanza della legge di Avogadro ed a far trionfare le vedute di Gerhardt, imponendo a tutti la distinzione tra molecole ed atomo e definendo con concetti suoi precisi che cosa si dovesse intendere per peso atomico. Accanto a questo merito universalmente riconosciuto bisogna ricordare altri suoi importanti contributi al progresso della chimica organica : basti citare la scoperta del primo alcole aromatico, l'alcole benzilico, ottenuto con una reazione che porta il suo nome, e le ricerche sulla santonina.

Bibl.: La bibliografia dei suoi scritti si trova in calce al volume pubblicato nel 1896 per il suo settantesimo anno di età. Si veda soprattutto: Scritti intorno alla teoria molecolare atomica ed alla notazione chimica, Palermo 1896; Scritti vari ed inediti pubblicati nel centenario della nascita, Roma 1926. Letteratura: G. Provenzal, Prafili biobibliografici di chimici italiani, Roma 1938, pp. 195-200.

Giulio Provenzal
CANNOFORI: v. Cibele.
CANO, Alonso. - Pittore, scultore e architetto, n. a Granata il 19 marzo 1601, m. ivi il 3 sett. 1667. Fino al 1638 operò in Siviglia (altari di S. Giovanni Evangelista e di S. Giovanni Battista, nella chiesa di S. Paola, con figure in gran parte del Montanea); dopo, sino al 1652 , in Madrid, eseguendo tra l'altro le sculture rappresentanti il Bambino con la Croce in spalla (Madrid, S. Firmino) e il Crocefisso di Moncerrato, ora in un collegio di Lecaroz (Navarra). All'ultimo periodo, a Granata, appartengono le opere di maggior mole, quali il S. Diego e il S. Antonio nella chiesa dell'Angelo e il S. Giovanni di Dio nel museo di Belle Arti.

## Page 333

Bibl.: L. Hourtico, s. v. in Encyclopédie des Beaux arts, I, pp. III-12 (con bibl.); M. V. Boehn, s. v. in Thieme-Becker, V. p. 907; M. L. Caturia, Los retratos de reyes del - Salón Dorado en el antiguo Alcazar de Madrid, in Archivo español de arte, 7 (1947), pp. i-10.

Vincenzo Golzio
CANO, Melchor. - Domenicano spagnolo e teologo insigne del Cinquecento, n. a Tarancón (Cuenca), probabilmente il 6 genn. 1509 e m. a Toledo il 30 sett. 1560 .
I. Vita. - Entrato nel 1523 nell'Ordine di s. Domenico a Salamanca, vi studiò prima sotto Diego de Astudillo, poi sotto il grande rinnovatore della teologia spagnola e fondatore della " scuola di Salamanca s Francesco de Vitoria. Ritrovò poi l'Astudillo come reggente a S. Gregorio di Valladolid (1531), dove lo stesso C. cominciò ad insegnare nel 1533. Ebbe allora inizio la sua rivalità col confratello e collega nell'insegnamento Bartolomeo Carranza, rivalità che doveva durare fino alla sua morte e tenere divisi per molti anni i Domenicani spagnoli. Creato maestro in teologia a Roma nel 1542 e resosi apprezzato per le sue brillanti doti, C. concorse con successo, l'anno seguente, alla prima cattedra di teologia dell'Università di Alcalà. Nel 1546, ottenne, nello stesso modo, la cattedra lasciata vacante a Salamanca dalla morte di Francesco de Vitoria e ne rimase titolare sino al 1552. Negli anni 1551-52, assistette al Concilio di Trento, come teologo imperiale, per incarico di Carlo V e prese una parte importante alle discussioni sui sacramenti della Penitenza e dell'Eucaristia e sulla Messa. Per premiarlo, l'imperatore lo fece promuovere da Giulio III alla sede vescovile delle Canarie (ag. 1552); ma C., che aveva dovuto abbandonare, per la sua nuova carica, la cattedra di Salamanca (passata allora a Domenico Soto), non tardò a rinunziare al suo vescovato ( 1553 ) e si ritirò a Piedrahita (Avila) per attendere a compiere la sua grande opera De locis theologicis. L'autorità però di cui godeva non gli permise di rimanere molto in questa solitudine; chiamato a Valladolid come reggente degli studi nel Collegio di S. Gregorio (1554), dovette occuparsi delle faccende di politica religiosa della corte di Madrid, per le quali dovette sostenere molte lotte e affrontare molte inimicizie. C. appoggiò la politica, ostile a Paolo IV, del re Filippo II, del quale ricuso di essere confessore, e combatté espramente le esenzioni dei grandi Capitoli. Intervenne nel processo inquisitoriale contro il suo confratello e rivale Bartolomeo Carranza, dal 1557 arcivescovo di Toledo, e ne censurò severamente i Comentarios sobre el catecismo cristiano. Fu pure allora che egli manifestò una grande animosità contro il nuovo Ordine della Compagnia di Gesù che egli univa, nelle sue invettive appassionate, ai luterani, erasmiani ed illuministi. Si è tentata di recente un'apologia, circa gli atteggiamenti facilmente estremi di C. in queste polemiche religiose (v. V. Beltrán de Heredia, Las corrientes de espiritualidad entre los Dominicos de Castilla durante la primera mitad del siglo XVI, Salamanca 1941). Eletto nel 1557 priore di S. Stefano in Salamanca, C. fu scelto lo stesso anno dal Capitolo di Plasencia come provinciale di Spagna (Castiglia), ma l'elezione non fu confermata dal Papa, neppure quando fu ripetuta nel 1559 dal Capitolo tenuto a Segovia. Morto poco dopo Paolo IV, il C. venne a Roma ed ottenne dal suo successore, Pio IV, la conferma della sua nomina, poco dopo la quale morì al suo ritorno in Spagna.
II. Opere. - Le due Relectiones de Sacramentis in genere e De Poenitentia, stampate insieme a Salamanca nel 1550 e ristampate nel 1563, sono le lezioni tenute da C. a Sala-
manca negli anni 1547 e 1548 . Contengono alcune proposizioni strane, che nessun teologo sosterrebbe più oggi.

L'opera capitale, alla quale C. deve la sua fama di rinnovatore della metodologia teologica e di fondatore della teologia fondamentale moderna, sono i Libri 12 de locis theologicis, usciti postumi nel 1563 e spesso ristampati; l'edizione del 1714, curata dal domenicano p. Giacinto Serry, ha un importante "prologo galesto", ripreso poi nelle edizioni seguenti, che difende l'autore dalle critiche mossegli. Ispirato manifestamente dallo studio fatto dall'umanista Rodolfo Agricola dei Tonsu aristotelici, l'autore esamina successivamente dieci fonti della dimostrazione teologica, cioè la S. Scrittura, la tradizione orale, l'autorità della Chiesa cattolica, dei concili, della Chiesa romana, dei SS. Padri, dei teologi scolastici, della ragione naturale, dei filosofi e della storia. Il I. XII, assai più sviluppato degli altri, sull'uso di questi * loci * nella disputa o controversia teologica, è rimasto incompleto. Due altri libri che C. non ebbe tempo di scrivere, dovevano trattare dell'uso degli stessi * loci * nello studio della S. Scrittura e nella controversia contro i pagani, i giudei ed i saraceni (musulmani). I Loci theologici, oltre ad essere un capolavoro potentemente originale per la fermezza e la chiarezza del pensiero e per la ricchezza dell'erudizione, hanno il merito di aver riportato nella letteratura teologica l'uso di una bella forma letteraria, voluta dall'autore per farsi leggere dagli umanisti. All'influsso di C., fedele in ciò alle direttive del suo maestro Francesco de Vitoria, si deve in generale l'orientamento prevalentemente positivo preso dalla teologia moderna.

Altri trattati del C., cioè i Commentari sulla I e la II parte della Somma teologica, dettati nelle sue lezioni di Alcalà e di Salamanca, si conservano manoscritti nella biblioteca Universitaria di Salamanca e nei fondi Vaticano latino e Ottoboniano della biblioteca Vaticana. Sei Consultazioni teologiche (tra le quali il parere sulla guerra contro Paolo IV e la censura di Carranza) e 32 lettere sono pubblicate da F. Caballero in appendice alla sua biografia di C. La censura di C. contro la Compagnia di Gesù fu stampata alla fine del sec. xviII, durante le lotte che precedettero la soppressione dei Gesuiti, e ristampata nel 1900 a Barcellona da un libellista antigesuitico sotto il titolo: Crisis Societatis Iesu.

Il piccolo Tratado de la victoria de si mismo, traducido del toscano (Valladolid 1550), adattamento che C. fece di un'opera del dome