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69). Giovanni Battista e Stefano aprirono certamente anche l'elenco primitivo romano (inizio sec. vi); seguirono con ogni probabilità: Pietro e Marcellino; Agnese, Cecilia e Felicita, tre martiri romane. Vennero ben presto altri santi venerati a Roma, come Alessandro, con molta probabilità quello del ro giugno (conobato in seguito in papa Alessandro I); le due siciliane Agata e Lucia che godettero gran culto a Roma nei secc. v e vi, e, nell'epoca bizantina, Anastasia. Il nome di Felicita, per una facile combinazione, trasse la celebre martire africana l'erpetua, onde anche Felicita in seguito fu creduta l'omonima martire africana. Quando e perché fu inserito s. Ignazio, allora liturgicamente poco venerato, non lo sappiamo; gli ultimi a completare l'elenco, furono Mattia e Barnaba, evidentemente allo scopo di includere tutti gli apostoli nel C. stesso. Anche per questa seconda lista di santi si può ripetere l'osservazione fatta per la prima, nei confronti del C. ambrosiano: recezione della lista romana in uno stato ancora rudimentale e perfezionamento autonomo.

Anche la seconda lista di santi subì fuori di Roma le solite aggiunte, ma in grado molto minore. S. Pio V ammise nel Messale l'elenco completo romano dei tempi di s. Gregorio Magno.

BibL.: A. Baumstark, Das "Communicantes" und seine Heiligenliste, in Jahrbuch f. Liturgiewissenschaft, 1 (1921), pp. 3-33; J. P. Kirsch, Der stadtrömische christliche Festkaleuder im Altertum. Münster 1924, passim; E. Haug, Die Heiligen im Canon Missae. Graz 1926 (notizie storiche, agiografiche, liturgiche circa i santi del C.); H. Lietzmann, Petrus und Paulus in Rom. 20 ed., Berlino 1927, pp. 82-93 e passim; B. Botte, Le Canon de la Messe romaine, Mont César 1933; D. V. Maurice, Les saints du Canon de la Messe au moyen âge, in Ephem. lit., 52 (1938), pp. 353-84; V. L. Kennedy, The saints of the Canon of the Mass. Roma 1938 (a l'opera più completa finora uscita in materia); J. A. Jungmann, Missarum sollemnia, I, Vienna 1948, pp. 66-73; II, ivi 1948, pp. 183-212, 288-311 (completa e riassume tutto il materiale e la bibliografia e pone il problema particolare delle liste dei santi nel quadro più ampio della storia del C.).

Giuseppe Lów
CANONE INNODICO. - Indica la regola che deve seguirsi nella poesia liturgica. Il ritmo, in tale caso, presenta una forma o un modulo già fissato, al quale deve adattarsi il compositore. Fu già osservata una regola o c. nella poesia classica greca, sia nel numero dei piedi che delle strofe. La tendenza, però, alla libertà artistica, dava occasione a molte eccezioni o sostituzioni, chiamate «licenze poetiche». In un certo tempo le composizioni poetiche che meno seguivano il detto c., furono chiamate "irmos" (v. iRMO) ( ε ε ρ μ ε ε ). La poesia liturgica ebbe ed ha ancora i suoi
c., benché alcuni siano diversi da quelli della poesia classica. In Oriente da s. Efrem, poi in Occidente, specialmente per opera di s. Ilario e di s. Ambrogio, la poesia o inno fu adoperata per scopo popolare. S. Ambrogio se ne servì per istruire il popolo circa il dogma cattolico, e per combattere gli errori degli eretici ; per adattarsi meglio allo stile popolare egli sostituì la quantità dei piedi classici con la tonicità o accento delle parole. Diversi generi di composizione sono stati adattati nel corso dei tempi per la innodia liturgica: ma il tipo classico è il verso di otto sillabe, con strofe di quattro versi, a somiglianza del "gian-bico-metrico". Di tutti i c. i. resta soltanto, di fatto, il numero delle sillabe. Non si sa se in principio la melodia fosse assolutamente e sempre sillabica: il fatto però è certo che inni di tipo molto antico hanno già melodie più o meno ornate, e quindi l'effetto armonico cadenzale degli otto tempi è meno sensibile. In ogni modo, almeno nella recita, è osservata la "clizione" quando ci sono più di otto sillabe ; e anche nel canto è preferita tale pratica.

Gregorio M. Suhol
CANONE MURATORIANO : v. muratoriano, CANONE.

CANONI di Dort (Dordrecht): v. arminianesimo; arminio.

CANONI d'Ippolito: v. Ippolito.
CANONI APOSTOLICI. - All'VIII libro delle Costituzioni apostoliche sono aggiunti 85 c. a. (Didascalia et Constitutiones apostolorum, ed. F. X. Funk, I, Paderborn 1906, cap. 47, p. 364 sgs.). Come dimostra il can. 85 (p. 592,6 sg.) essi sono stati aggiunti dal compilatore delle Costituzioni apostoliche che si nascondeva sotto il nome di Clemente, chiedendo per la sua opera la segretezza della diffusione come era uso nella letteratura pseudo-clementina. I c. a. ricopiano in parte le decisioni di Antiochia (341) e di Laodicea (fra il 343 e 381 ). Il can. 85 contiene l'elenco dei libri biblici, fra i quali tre libri dei Maccabei, due epistole di Clemente e le Costituzioni apostoliche in 8 libri. Manca l'Apocalisse. Gli Atti degli Apostoli sono stati messi alla fine dell'elenco, se pur non si intende accennare ad atti apocrifi attribuiti a Clemente. I primi 50 c. a., tradotti da Dionigi il Piccolo (m. ca. il 340) in latino, furono inseriti nella sua grande collezione di canoni ed in tal modo resi noti in Occidente (C. H. Turner, Notes on the "Apost. Constit. ", II : The Apost. Canons, in Journal Theol. Stud., 16 [1914-15], p. 323-38).

BibL.: F. X. Funk, Die apostolischen Konstitutionen, Rottenburg sul N. 1891, 180-206; E. Schwartz, Uber die pseudoapostolischen Kirchenordnungen (Schofftea der wissenschaftlichen Gesellschaft in Strassburg, 6), Strasburgo 1910, 2 sgg.; A. Strewe, Die Cunonessammlung des Dionysius Exigunain der ersten Redaktion (Arbeiten zur Kirchengeschichte, 16), Berlino-Lipsia 1931, 4 sgg.

Erik Peterson
CANONICATO: v. CANONICO.
CANONI e GENSI. - 1. CANONI. - Così si dissero nell'età intermedia le prestazioni periodiche dovute generalmente come pensio o fitto, nelle diverse forme di concessione fondiaria, come i tipi di locazione a breve durata o a lungo termine, l'enfiteusi, il livello, i censi, la rendita fondiaria e simili.

L'uso di queste forme di concessione fondiaria, con la conseguente percezione di c., fu seguita pure dagli enti ecclesiastici, quali titolari di patrimoni fondiari, una volta che si poterono giustificare nei loro riguardi le varie concessioni fondiarie fatte da essi, specie quelle a lungo termine che erano considerate come altrettante alienazioni, con le necessità e il vantaggio degli enti medesimi.

Il c. poteva essere stabilito in danaro o in natura.

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Questo allora era una parte dei frutti del fondo e poteva, allo stesso modo della corrisposta in denaro, essere commisurato a una para quota dei prodotti naturali del fondo (mzzzadria, terziaria, ecc.) o essere corrisposto in misura fissa, come pars quanta.

Con il consolidarsi in dottrina della figura del doppio dominio nella specie delle concessioni fondiarie più intense e a lungo termine o perpetue, l'utilista si venne a considerare titolare di un dominio che fu detto utile. Onde la prestazione del c. fini per costituire la prova esterna di tale dominio, mentre la sua esazione rappresentava la prova esterna del dominio diretto del concedente. E poiché il dominio utile era suscettibile di alienazione, il diritto a percepire il c. venne a considerarsi come un diritto che a guisa di oncre reale insistesse sul fondo (inreso questo ormai piuttosto come entità economica utile, cioè più dell'utilista che del concedente). Per questa sua aderenza al fondo, come un peso limitato, il c. si manteneva nei confronti di ogni successivo utilista.

Nei tempi moderni, in forza delle leggi civili ispirate alla libertà dei fondi, che riuscirono particolarmente parsecutive nei confronti di concessioni ecclesiastiche del genere, e dietro l'apparente motivo del riconoscimento delle ragioni del lavoro sostenuto per la coltivazione e per il miglioramento del fondo, si stabili per gli utilisti la facoltà di affranco del c., nonostante i patti contrari che fossero intervenuti tra le parti. Questo diritto si intese che dovesse prevalere sullo stesso diritto di devoluzione del dominio diretto.

Il CIC prevede particolarmente l'affranco in materia di enfiteusi (v.).
II. Censi. - L'espressione è relativa tanto al rapporto giuridico di una particolare forma di concessione fondiaria, quanto alla corrisposta (detta pure altrimenti canone, o anche canone censuale) in denaro o in natura, che da quel determinato rapporto di concessione discende.

Il rapporto giuridico di c. si configurò, come tale, nel diritto intermedio sotto la diversa figura di c. riservativo e di c. costitutivo o consequetrivo. La prima specie, ritenuta comunque lecita (il c. riservativo denominato anche più tardi rendita fondiaria, della quale in realtà esso rappresenta piuttosto una delle forme originarie) si aveva quando, alienato un fondo, si fosse riservato sopra di questo il diritto a una prestazione periodica.

Il c. costitutivo o consequetrivo si determinava invece con la consegna di un capitale in danaro a chi ne avesse fatto richiesta. Il ricevente doveva consentire in favore del concedente un diritto alla percezione di una quota parte in danaro o in natura sui frutti di un fondo di sua proprietà.

Però siccome questo contratto poteva nascondere un mutuo a interesse (usura) che era vietato dalla Chiesa, il rapporto di c. consegnativo per essere ritenuto lecito dovette corrispondere a determinate condizioni che vennero da ultimo stabilite definitivamente da papa Pio V nella bolla de cessibus del 19 genn. 1569 (perciò fu chiamato anche c. bollare). Tra l'altro in essa si disponeva la irrepetibilità del capitale versato e la misura in cui doveva essere contenuta la prestazione periodica.

L'una e l'altra forma di c. furono largamente usate dagli enti ecclesiastici per sopperire alle loro necessita di danaro o per assicurare a se stessi una forma conveniente di rendita periodica, garantita su di un fondo.

BibL.: W. Endemann, Studien in der vöm. - han. Wirthschafts - und Rechtslehre, II, Berlino 1874-83, p. 120 agg.: C. Nani- F. Ruffini, Storia del diritto privato italiano. Torino 1902, p. 65; F. Schupfer, Il diritto delle obbligazioni in Italia nell'eld del Risorgimento, III, ivi 1921, pp. 293-303. Antonio Rota

CANONICHESSE REGOLARI. - Accanto ai Canonici regolari, si formò ben presto un ramo femminile di C. r. Al riguardo ha un particolare interesse la regola intitolata: De institutione monialium, promulgata nel Capitolo imperiale di Ludovico il Pio, dell'816. L'istituzione di rami femminili avvenne pure dal sec. xI in poi per i Camaldolesi, Cistercensi ed altri ordini. Le religiose, chiamate
C. r., in un primo tempo avevano la loro abitazione, separata da un muro di divisione, accanto a quella dei Canonici. Esse seguivano la regola, le consuetudini e il modo di vestire dei Canonici, adattati per loro. Ad esse presiedeva una superiora con il titolo di abbadessa e priora.

In quanto a giurisdizione, direzione spirituale e amministrazione, dipendevano dal prelato dei Canonici, o dall'abate generale presso i Premontraterni. Queste C. r. seguirono la sorte dei Canonici, e molte case furono secolarizzate, particolarmente al tempo della riforma protestante. Altre ritornarono all'osservanza primitiva sotto la dipendenza delle varie congregazioni maschili, come le C. r. di Windesheim, le lateranensi ed altre. Si estinsero durante la soppressione napoleonica; dopo la restaurazione un certo numero di case sussiste ancora in Italia, Spagna, Inghilterra e Belgio.

Bibl.: Pliche-Martin-Frutaz. VI. 270.] Nicola Widluecher
I. Canonichesse missionarie di S. Agostino di Lovanio. - La Congregazione fu fondata nel 1897 dalla madre M. L. de Meester; nel 1911 ebbe il "decretum laudis " e nel 1926 ne furono approvate le costituzioni. Le religiose si dedicano all'apostolato missionario mediante l'educazione, l'istruzione primaria e superiore dei bambini e delle giovani; hanno la casa madre nel Belgio e lavorano in molti territori dell'Africa, India, Cina, isole Filippine, e America.

Saverio Pavoni
II. Canonichesse regolari di S. Agostino. - Congregazione sorta nella Lorena nel 1597 per opera di s. Pietro Fourier e della b. Alessia Le Clerc (Maria Teresa di Gesù). Nel 1932, per desiderio della S. Sede e per dare più largo impulso alle opere, 29 monasteri si riunirono sotto la direzione del generalato di Roma. Le costituzioni approvate da Paolo V nel 1615 e da Innocenzo X nel 1645 , sono state rivedute, corrette e nuovamente approvate da Pio XI nel 1932. Scopo dell'istituto è l'istruzione e l'educazione della gioventù di ogni ceto. Attualmente raccoglie oltre 1000 religiose in 30 case sparse in Italia, Francia, Belgio, Inghilterra, Indocina.

Bibl.: G. B. Vuillemin, Vita della b. Alessia Le Clerc, Roma 1947.

Silverio Mattei
CANONICI : v. CANONICO.
CANONICI REGOLARI DELL'IMMACOLATA CONCEZIONE. - Quest'ordine è una restaurazione degli antichi Canonici regolari per il ripristino nella vita canonicale di molte delle più severe pratiche della vita monastica, fattada d. Adriano Grea nel 1866 a St-Claude. Dopo la Rivoluzione, mentre d. Guéranger ristabiliva in Francia l'Ordine benedettino ed il Lacordaire quello dei Predicatori, d. Adriano Grea, allora vicario generale di St-Claude, pensava di ristabilire l'Ordine dei C. r. addetti al servizio delle cattedrali e delle parrocchie. Venuto a Roma per il Concilio Vaticano nel 1869 con il suo vescovo, espose il suo progetto a Pio IX, il quale lo incoraggiò e lo benedisse, dando alla nuova istituzione il titolo dell'Immacolata Concezione. Da quel momento i C. r. prestarono servizio corale nella Cattedrale insieme con il Capitolo. Furono coadiuvati da dodici giovani al lievi, che diedero origine alla scuola della Cattedrale.

Approvato da Leone XIII nel 1887, il nuovo istituto si diffuse ben presto in Francia, Svizzera, Canadá e Perù, e nel 1915 Pio X ne precisava il duplice fine: la cura parrocchiale e l'educazione del clero. I C. r. emettono voti semplici perpetui, ed hanno speciale cura della liturgia, con la recita in coro del divino Ufficio, dando alle funzioni il massimo splendore. Nelle parrocchie e nei seminari di cui hanno l'incarico, fanno vita comune.

Bibl.: A. Grea, L'état religinus et le clergé paroisial, Parigi 1904: F. Vernet, Dom Grea, ivi 1958.

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![img-31.jpeg](img-31.jpeg)

(da Biodunati della Pout. Acred. ven. d'arkesi, 7(2), Canonici Regolari di S. Agostino - Il più antico codice della Regola di s. Agostino, proveniente da Corbie (fine sce. vitmizzo viII) - Parigi, biblioteca Nazionale, con fot., 12.634, fol. u.

CANONICI REGOLARI DI SANT'AGOSTINO. - Sono quei Chierici che vivendo in comune, secondo la cosiddetta regola di s. Agostino, attendono al ministero pastorale con l'obbligo dell'ufficiatura corale.

Sommario: I. Origine e sviluppo. - II. Principali Congregazioni raliste. - III. Congregazioni tuttora esistenti: 1. Congregazione dei C. r. Lateranensi del S.mo Salvatore. - 2. Congregazione austriaca dei C. r. Lateranensi. - 3. Congregazione ospitaliera dei C. r. del Gran S. Bernardo. - 4. Congregazione svizzera dei C. r. di S. Maurizio di Agauno.

## I. Origine e sviluppo.

Quest'Ordine, che ha la precedenza sugli altri (CIC, can. 491) ed è composto da Congregazioni autonome, si è sviluppato da raggruppamenti di chierici di vita comune o da capitoli claustrali che alla fine dell'età antica e in quella di mezzo sorgevano in ogni parte ad opera di vescovi zelanti. Si denomina da s. Agostino perché alle più lontane origini dell'istituto fu egli che realizzò in modo ideale questa forma di vita, e perché sin dal sec. xit la cosiddetta regola di s. Agostino fu adottata dall'Ordine. Questo, pertanto, unisce e fonde insieme l'ufficio proprio dei canonici, cioè il culto liturgico solenne, con la vita religiosa, cui si associano varie attività del ministero pastorale, in prevalenza quella parrocchiale. I C. r. di S. A. si differenziano dai Canonici regolari Premestratensi e Crocigeri, che costituiscono ordini con denominazione particolare, sia pure sulla base comune della vita canonicale, e che hanno un loro fondatore e un'organizzazione propria.

L'origine del nome "canonico" e del relativo istituto regolare non ha avuto sempre una spiegazione soddisfacente e uniforme. Il "canone" che presso Carisio significava "regola grammaticale" e nel codice di Teodosio l'ordinamento dei contributi in natura della varie province (canon frumentarius), nella lingua ecclesiastica ben tosto veniva usato per indicare le prescrizioni intorno alla disciplina dei chierici e fedeli. Il canonico, nome che si ri-
scontra per primo presso s. Basilio e nei decreti del Concilio di Laodicea, rappresenta quindi, originariamente, un chierico, istituito e vivente secondo i sacri "canoni", spesso per distinguerlo dai chierici "vagantes" o addetti ad una chiesa privata, senza vero rapporto con il vescovo. In tale senso si comprende un canone del Concilio di Clermont del 535 che prescrive che quei sacerdoti che non sono "canonici" né nelle città «sacovile né nelle parrocchie rurali, ma che dimorano sparsi presso oratori privati, si debbano recare alla cattedrale almeno nelle grandi feste. S. Bonifacio, l'apostolo della Germania, in una lettera a papa Zaccaria, riferendosi alla decadenza del clero nel regno dei Franchi, dichiara di essersi obbligato ad aiutare soltanto i vescovi e sacerdoti canonici (MGH, Epistulae, III, p. 368).

Col tempo però il termine "canonico" si venne ad attribuire quasi per antonomasia a quei chierici che vivevano in monasteri presso cattedrali o altre chiese insigni, ma l'incertezza perdurava ancora a lungo; cosi, mentre la "regola canonicorum" di s. Crodegango è scritta appunto per il capitolo claustrale di Metz, in essa figurano "clerici canonici qui extra claustra in civitate commanent (c. 21). Dal sec. viII in poi appaiono quindi regole per i canonici, la cui vita convenuale s'impronta, sia pure in una maniera più blanda ed elastica, a quella dei monaci: si parla di "abbates canonici", distinti dagli "abbates regulares" dei monaci.

I C. r., ché tali si chiamavano dopo la divisione dei Canonici in secolari e riformati, avvenuta nel sec. xI, rappresentano, nel primo millennio, anche prima che la parola "canonico" assumesse il significato specifico di canonico claustrale, quella parte del clero che, sotto l'ubbidienza del vescovo, viveva in comune presso una chiesa, osservando una forma di vita religiosa. Dell'esistenza di questi raggruppamenti di chierici, che sull'esempio dei monaci seguivano tale tenore di vita - dei tre voti religiosi non si parla distintamente che al tempo degli Ordini mendicanti - abbiamo testimonianze precise. La prima ci viene fornita da s. Ambrogio (Ep. 63 : PL 16, 1253-60) secondo cui s. Eusebio, vescovo di Vercelli, fu il primo in Occidente ad introdurre fra il clero della sua chiesa la vita comune dei monaci, da lui conosciuta durante l'esilio in Oriente. Altrettanto ci è attestato di s. Zenone, vescovo di Verona, che viveva monasticamente insieme ai chierici della sua cattedrale (PL II, 498).

Questa vita esemplare non rimase un fatto isolato, perché altri presuli con il loro clero l'imitarono. Fra tutti si distinsero coloro che condivisero con Agostino tale genere di vita ad Ippona. Se la geniale istituzione agostiniana cadde sotto la persecuzione suscitata contro la Chiesa africana con l'invasione dei Vandali, non fu però dimenticata : molti l'apprezzarono come ideale di santità e si proposero anche di imitarla. Ne è una prova l'operetta De vita contemplativa di Giuliano Pomerio (PL 39, 415-520) per molto tempo attribuita a Prospero di Aquitania, ed un Vademecum per il clero, tutto impregnato di dottrina agostiniana. L'autore, che presiedeva in Arles ad una comunità di chierici, riferisce pure le massime riguardanti la vita comune del clero. Egli rimprovera coloro, che in congregatione scientes e possedendo dei beni, pretendono di essere mantenuti dalla chiesa (II, 10). Encomia invece colui che lascia il suo avere ai parenti o alla chiesa, oppure, venduto tutto, distribuisce il ricavato ai poveri per essere povero volontario (II, 11). Nella seconda metà del sec. v troviamo quindi nelle Gallie ecclesiastici con vita comune senza il totale distacco dai beni, mentre altri, certamente meno numerosi, come poveri volontari seguivano integralmente l'ideale agostiniano. Fautori nel sec. vi ne furono s. Cesario di Arles e s. Gregorio Magno. Quando, poco dopo il 742, Crodegango fu eletto vescovo di Metz, egli, che prima viveva professata la vita monastica, trovò nel clero della sua cattedrale una vita assai rilassata. La riforma di questi suoi più vicini cooperatori, denominati Canonici, fu una delle sue prime cure pastorali. Per essi compose

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una regola di vita comune di 34 capitoli (W. Schmitz, S. Chrodegangi Metensis Episc. regula Canonicorum, Hannover 1889) che è la prima del genere. Nel prologo che precede i capitoli dichiara che la regola sarebbe stata superflua se i pastori e i sudditi avessero osservato i canoni già esistenti sui loro doveri. Ciò prova che sino allora i Canonici non avevano una regola propria. Perciò Crodegango è da ritenersi l'autore della prima regola canonicale, che contiene le norme per la vita comune, le occupazioni giornaliere e i doveri dei Canonici. Sono pratiche in gran parte desunte dalla vita dei monaci e adattate per i Canonici. Chi desiderava far parte del capitolo doveva donare i beni immobili alla Chiesa, conservandone l'usufrutto; rimaneva proprietario dei beni mobili e alla morte una metà era destinata ai Canonici e l'altra ai poveri. Ricorda che i Canonici dovrebbero attuare l'ideale di perfezione (totale rinunzia), e ordina al vescovo di provvedere al necessario mantenimento di chi farà ciò. La regola fu adottata da altri Canonici e in seguito ampliata in 80 capitoli (PL 89, 1057 1098). Ma per quel che riguarda la facoltà di possedere, la nuova redazione rappresenta un peggioramento, perché permette ai Canonici beni immobili e mobili. Però la prescrizione di Crodegango riguardo ai poveri volontari è mantenuta. Ma il miglioramento di vita ottenuto con la riforma di Metz non fu di lunga durata. Altro tentativo di rialzare le sorti dell'istituto canonicale fu compiuto da Ludovico il Pio, nel Sinodo imperiale di Aquisgrana dell'816. L'insieme degli statuti destinati ai Canonici del regno franco, chiamato regola imperiale di Aquisgrana (PL 105, 811-34), contea di 145 capitoli, dei quali 118 contengono molti canoni e decreti disciplinari di antichi concili e di sinodi africani nonché di estratti dalle opere di Padri. Gli altri riguardano le pratiche della vita comune e sono desunti dalla regola di Metz. Nel cap. 112 si ricorda ai Canonici lo stato di perfezione da conseguire con il distacco totale dalla proprietà; mentre, strana anomalia, con il cap. 115 si distrugge la vita comune, simile alla monastica e a quella di s. Agostino, col permettere ai Canonici di possedere. Il miglioramento promosso da Ludovico il Pio in parte si ottenne, ma fu molto effimero. La mancanza del voto di povertà e dell'uguaglianza esteriore a chi viveva in comunità di casa e di vitto, condussero a gravi abusi. La proprietà privata molto conferiva a rilasciare la regola: onde in progresso di tempo molti capitoli degenerarono: (G. Hergenröther, Storia universale della Chiesa, trad. it., III, Firenze 1905, p. 218). L'istituzione incontrò giorni migliori solo quando la suprema autorità della Chiesa promosse efficacemente la vita comune regolare dei Canonici. Infatti i Papi e i loro zelanti cooperatori, avendo comprese che la causa principale della vita rilassata dei Canonici era il possesso dei beni e del denaro, avversarono il diritto di proprietà, ammesso dalla regola di Aquisgrana. Ciò avvenne nel Sinodo Lateranense del 1059 sotto Niccolò II, ove, alla presenza di 113 vescovi, Ildebrando, più tardi papa Gregorio VII, tenne un discorso di aspra critica contro tale licenza (J. Mabillon, Annales Ordinis s. Benedicti, IV, Lucca 1739, p. 689). Anche la razione giornaliera di 2 libbre di pane e di 5 libbre di vino o di birra concessa dalla regola (cap. 122), fu giudicata eccessiva e poco confacente a persone ecclesiastiche. Il 4^{°} canone del Sinodo ordinò ai Canonici che, oltre alla obbedienza ed alla castità, osservassero anche la vita comune con la totale rinunzia alla proprietà come si conviene a dei chierici religiosi (Mansi, XIV, 898). Un altro promotore della riforma, s. Pier Damiani, criticava con parole ancora più severe i capp. 115 e 122 della stessa regola (Opusc., 24, Contra Clericos Regulares proprietarios: PL 145, 479 sgg.). La severità di giudizio dei riformatori contro la regola imperiale era giustificata dalla tenacità dei Canonici nel difenderla per sottrarsi alla riforma. Molti capitoli si manifestarono refrattari, ma la riforma ottenne dei notevoli successi sin dall'inizio a Roma ed altrove. Ildebrando potè affermare nel citato discorso che alcuni dell'ordine clericale, professavano vita comune con il voto di povertà in tantum ut nil sibi reservassent proprii. Tale esempio fu imitato dai Canonici di S. Martino di Lucca al tempo di Leone IX e Vittore II. Questi però non perseverarono e si opposero ad ogni ulteriore riforma. In con-
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(per cortesia di mans. A. P. Fratus)
Canonici regolari di S. Agostino - Ingresso alla prevestuta dei Can. r. Lateranensi di Verres tinizio sec. xvir - Aosta.
penso sorse a Lucca il celebre priorato dei C. r. di S. Frediano, che rimasero per molto tempo uniti in fraterna carità con quelli di S. Giovanni in Laterano. Per opera di s. Pier Damiani la vita comune perfetta fu attuata dai canonici della cattedrale di Fano (Opusc., 27: PL 195, 204 sgg.). Sotto Alessandro II anche i Canonici di Pistoia l'accettarono. All'inizio del sec. xir la vita comune regolare risulta attuata nella cattedrale di Città di Castello e un po' più tardi in quelle di Perugia e di Gubbio. Contemporaneamente gli sforzi dei pontefici ebbero successi in Francia e anche in Germania, dove la riforma era fortemente ostacolata. La vita comune, già abbracciata da vari capitoli come quello di Salisburgo, fu soppressa dalla violenza degli imperiali e poté essere ripresa soltanto dopo la scomparsa di Enrico IV. Il successo ottenuto tra i canonici delle cattedrali fu limitato; invece crebbe sensibilmente il numero di quelli in vita comune con perfetta rinunzia ad ogni proprietà privata nelle nuove fondazioni di collegiate. Col favore dei Papi e soprattutto dopo il ro8o queste si moltiplicarono rapidamente, specialmente durante il sec. xir, che fu il periodo di massimo sviluppo. Si ebbero così profonde scissioni tra i Canonici; alcuni, refrattari alla riforma, abbandonarono anche tutte le pratiche di vita comune prescritte dalla regola imperiale, conducendo vita privata e godendo una parte delle rendite della Chiesa a titolo di beneficio, e furono chiamati Canonici secolari; i riformati invece, ad imitazione non soltanto dei monaci, ma anche del clero di Agostino, e dei renuntiautes dei secoli anteriori, si chiamarono C. r. Fra queste due classi, rimase per vario tempo un gruppo di altri Canonici, i quali, poco inclini alla riforma, ma aderendo ancora alla regola imperiale, conservarono tuttavia una parvenza di vita comune. Nel 1200 non costituivano più una classe

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stabile, e scomparvero con il processo di scissione da cui sorsero le due classi nominate. In pari tempo nei documenti si riscontra la nuova denominazione di Ordine, per designare la collettivita di tutti i capitoli riformati, tanto quelli delle cattedrali quanto quelli di nuova fondazione. Tutti, benché indipendenti tra loro, presi insieme costituirono l'Ordine dei C. r. detti di S. Agostino da quando, nel corso del sec. xir, adottarono la cosiddetta regola di s. Agostino. Le grandi collegiate in Francia ed Inghilterra ebbero di preferenza il titolo di abbazia; quello di prepositura in Germania e quello di priorato in Italia e Inghilterra. Erano priorati le collegiate di S. Frediano di Lucca, di S. Maria in Porto a Ravenna, dei SS. Vittore e Giovanni in Monte di Bologna. Invece S. Croce di Mortara era una prepositura. Queste collegiate e molte altre all'estero spiegarono un rigoglioso sviluppo in numerose dipendenze di priorati e di parrocchie, senza però alterare la loro primitiva costituzione giuridica. Soltanto più tardi alcune adottarono la forma di congregazione con una direzione superiore centrale e con case giuridicamente squipatate tra loro.

Non risulta dai documenti che ai C. r. fosse imposta una determinata regola. I riformatori esigevano da essi la pratica della vita comune con il totale distacco dei beni; ogni capitolo adottava perciò liberamente gli statuti atti a fomentare tale pratica. Vennero cosi varie regole, adattamenti di statuti o usi particolari. Nemmeno fu loro proibito di servirsi delle norme contenute nelle due antiche regole canonicali non contrarie allo spirito della nuova vita abbracciata. Tali norme non erano state censurate nel Sinodo Romano del 1059. Ciò spiega come nella prima fase di sviluppo dell'Ordine, dal roso sino a ca. il i 130 , si riscontrano varie regole, che possono chiamarsi primitive in rapporto ad un'altra, che in un secondo tempo le sostituì.

La regola ufficiale dei Canonici, cioè quella di Aquisgrana, dapprima non fu abbandonata, ma emendata e ampliata. Lo attestano le aggiunte alla regola medesima esistenti nei codd. del sec. xr: Ottobon. 38 e Vat. loc. 4885 e 1331 della biblioteca Vaticana (C. Egger, De antiquis regulis Canonic. reg., in Ordo Can., I [1946], pp. 44-48), che contengono tutto la regola di Aquisgrana all'infuori dei capitoli incriminati dal Sinodo del 1059, e molti presi dalla Regola di s. Benedetto e di s. Crodegango (A. Werminghoff, Die Beschlüsse des Aachener Concils im Jahre 876, in Neues Arrhiv der Gesellschnft für ältere deutsche Geschichtshunde, 27 [1902], pp. 40-45; C. Egger, loc. cit., p. 48). Sarebbero due parti di un testo comune da cui furono trascritti: vi figurano i capitoli della regola imperiale, ad eccezione di quelli contrari alla totale rinunzia alla proprietà, che è inculcata con altri precetti. Ciò prova che la regola cosi emendata servi ai Canonici riformati. Un'altra regola certamente usata da C. r. è quella che ha per titolo: Regula ss. Patrum Augustini, Hieronymi, Gregorii, Prosperi (Pomerio) atque Isidori. I 62 capitoli sono il testo stesso dei capitoli della regola di Aquisgrana e di quella ampliata di Crodegango: solo il testo è emendato in ció che riguarda la perfetta rinunzia alla proprietà. Il codice era il liber capitularis della prepositura di S. Michele di Càmeri (Pavia) e si trova oggi nel museo civico di Pavia (Inv. : martirologio di Usuardo, B. 28, n. 146). V'è poi il cod. Ottoboniano 175 che rappresenta una ulteriore e più libera elaborazione della regola di Aquisgrana, dove sono stati inseriti molti detti dei SS. Padri sulla disciplina del clero, alcuni capitoli della Regola di s. Benedetto. E interessante che vi compaia per la prima volta un passo della cosiddetta regola di s. Agostino, citato semplicemente come autorità.

Altri compilatori seguirono lo spirito delle due regole antiche dei Canonici nel comporre il nuovo testo di regola. Ciò fece Pietro, detto Peccatore, fondatore e primo priore di S. Maria in Porto (Ravenna). La regola portuense fu approvata da Pasquale III nel 1116. Il medesimo metodo fu osservato da Manegoldo di Lauterbach, primo preposito della collegiata di Marbach, fondata nel ro89. Anche questa regola fu approvata da Callisto II.

A queste varie regole adottate dall'Ordine nella prima
fase di sviluppo, conviene aggiungere quella cosiddetta di s. Agostino. Non è ancora accertato dove essa fece la prima comparsa, se in qualche collegiata di Francia, di Germania o altrove. Il testo odierno della regola, ad eccezione del principio: Ante omnia.... principoliter nobis dato, è riconosciuto da tutti come opera di Agostino. Fu pure affermato dagli storici che il testo fu scritto come regola destinata ad uomini. Invece autori recenti ritengono che esso era in origine una lettera (211) indirizzata alle sacre vergini d'Ippona. Essa sarebbe stata trascritta con adattamento per il sesso maschile durante il sec. vir probabilmente nelle Gallie. Ce ne fa fede il codice di Corbie del sec. vir che contiene il più antico manoscritto della regola adattata a uomini, la quale, a quanto sembra, serviva come lettura spirituale per i monaci - (cf. A. Casamassa, Il più antico codice della regola monastica di s. Agostino, in Rendiconti Pont. Acc. rom. arch., I [1923], pp. 25-105).

Durante il sec. xir la regola di s. Agostino divenne la regola ufficiale dell'Ordine, benché il suo testo non fosse ancora fissato. Ciò risulta dai codici ed è una prova evidente che essa fu liberamente scelta dai Canonici. In varie collegiate, come dai Canonici di S. Vittore di Parigi e da quelli di Marbach, fu accettato per regola il solo testo genuino. Presso altre queste era preceduto da un altro, oggi ritenuto da tutti come spurio, che incomincia con le già citate parole: Ante omnia, tale quale si trova nel cod. Corbiense del principio del sec. vir. Altri capitoli talsera dal testo spurio tutto il paragrafo su l'ufficio divino e sul lavoro manuale ed altre pratiche monacali poco confacenti ai Canonici, sicché non ne rimase che il principio. Altrove questo inizio figura nel titolo della regola e nel testo genuino è ricordato nel modo seguente: Hinc sunt quae praecipimus observari, ut in canonica habi. lantes post principalia praecepta Dei et proximi, caritatis vinculum custodiatur. Simili varianti si riscontrano nei codici sino a tutto il sec. xv. Quando si stabili definitivamente il testo della regola di s. Agostino il precetto della carità, raccomandato dalle parole iniziali della regola spuria, fu conservato alla regola agostiniana, definita regola per eccellenza della carità da praticarsi nella vita comune religiosa. Con il diffondersi di questa regola presso i C. r., l'Ordine è menzionato nelle bolle pontifice come costituito: secundum Deum et s. Augustini regulam.

Con l'osservanza della vita comune perfetta fuor il culto divino con le solenni funzioni liturgiche e l'ufficiatura diurna e notturna. A questo scopo principale i Canonici consacrarono la maggior parte della loro attività giornaliera.

Molte collegiate, specialmente se fondate da zelanti vescovi, al principio rimasero soggette alla loro giurisdizione. Poi i C. r. ottennero la protezione della S. Sede ed altri privilegi non escluso quello di eleggere il proprio prelato. Papi e vescovi concessero pure a molti capitoli dei benefici parrocchiali. Presto si praticò dai C. r. la beneficenza a favore dei poveri e dei pellegrini. Fuori del recinto di clausura esisteva a tale scopo un locale, chiamato hospitium oppure hospitale. La cura dei ricoverati era affidata ad un canonico chiamato magister hospitii. Di questa beneficenza, largamente praticata dal sec. xi ai nostri giorni, si resero sommamente benementti i C. del Gran S. Bernardo, i C. r. del S. Sepolcro, conservatisi fino al sec. xix, i C. r. di S. Antonio, di S. Spirito, i quali avevano una delle due case centrali a Roma che ne conserva tuttora il nome (ospedale di S. Spirito). Per riparare alla mancanza di una direzione generale nell'Ordine e all'eventuale rilassamento della disciplina regolare, il IV Concilio Lateranense sotto Innocenzo III (1215), prescrisse al C. r. e ai Benedettini la celebrazione di capitoli provinciali triennali. In essi dovevansi nominare visitatori e alcuni prelati per compiere la visita canonica alle varie case. La necessità di una riforma fu sentita nel secolo seguente. Benedetto XII la ordinò con la Costituzione del 23 maggio 1339 (Bullarium canonum, Torino 1837 sgg., p. 424). Il documento contiene delle disposizioni per l'accettazione e l'educazione dei giovani, l'ufficiatura, gli uffici, il vitto, il vestito, l'amministrazione dei beni, le biblioteche e gli archivi. L'Ordine allora comprendeva quattro province in Italia, cin-

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que in Francia e sette negli altri paesi. Dopo un effimero miglioramento la disciplina regolare peggiorò con l'apparire dello scisma e del sistema delle commende; continuò la secolarizzazione, e dei capitoli delle cattedrali solo qualcuno rimase regolare di nome sino al sec. xvir. Non fu più tentata un'altra riforma generale; però, a più riprese, si manifestarono delle correnti innovatrici, che infusero nuova vita all'istituzione. In tal modo, per opera quasi sempre dei canonici stessi, sorsero le Congregazioni. Le canoniche, sino allora indipendenti tra loro, furono riunite in un corpo solo con una direzione centrale, costituita da un superiore generale, con alcuni consiglieri. Queste Congregazioni adottarono pure la celebrazione dei capitoli generali, annuali da principio, triennali in seguito. Alcune, accanto a queste innovazioni, mantennero le caratteristiche primitive dell'Ordine, la perpetuità delle prelature e la stabilità degli individui, unendosi alle volte in modo da formare una Congregazione sul tipo di quelle monastiche.

Una particolarità dell'Ordine sono le sue scuole spirituali :

1. La scuola di S. Vittore : i suoi rappresentanti principali, Ugo, Riccardo, Adamo, Accardo, Tomaso Gallo, sono d'indole piuttosto speculativa e sotto l'influsso dello pseu-do-Dionigi. Tutto il
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(per cortesia dei Canonici di Klosterneuburg) Canonici regolari di S. Agostino - La grande cupola dell'abbazia di Klosterneuburg, Iniziata da Donato D'Albo nel 1730 , finita da Joseph Kornhäusel nel 1836-42 - Austria.
creato, le vicende
storiche e in modo particolare le S. Scritture, contengono un «nucleo divino» che si conosce attraverso la meditazione intuitiva. Da questa si assurge alla contemplazione che è una considerazione affettiva della verità divina, scevra del "fumo delle passioni».
2. La scuola di Windesheim : più conosciuta sotto il nome di «Devotio moderna». Essa indica appunto una nuova corrente spirituale, la quale, per mezzo dei C. r. di Windesheim e dei Fratelli della vita comune, si diffuse nei Paesi Bassi, in Germania, Austria. Italia, Francia, Spagna.
3. La scuola Lateranense: la Congregazione Lateranense, nel fervore della riforma, produsse una letteratura assai ricca d'indole ascetica, ispirandosi non di rado alla "Devotio moderna»; senza schemi complessi, insiste sulla rinunzia al mondo e alla propria volontà, dà minore importanza alle austerità che alla preghiera filiale e intima ed alla frequenza dei Sacramenti. Tra gli autori, che hanno anche il merito di essersi serviti di solito del volgare, sono da annoverarsi : Paolo Maffei, Serafino da Fermo, Pietro da Lucca, Serafino da Bologna, Alessandro Torre, Nicola Bambacari.

Nel campo missionario i C. r. di S. A. si resero benemeriti, nei secc. xir e xiri, dell'evangelizzazione di alcune tribù slave della Germania settentrionale e dei popoli baltici. Il canonico regolare s. Vicelino predicò il vangelo ai Vagri, s. Meinardo coronò la sua attività missionaria nel Baltico con la morte. La Congregazione portoghese di S. Giovanni Evangelista portò più tardi la buona novella nel regno del Congo, in Abissinia e in India; C. r. spagnoli collaborarono nel 1500 alla conversione degli Indianid'America.

Il contributo dell'Ordine alla cultura e alla civiltà è considerevole. Notiamo anzitutto la scuola teologica di S.

Vittore di Parigi con Ugo, Riccardo, Goffredo, Gualtiero, Roberto di Flamesbury, Pietro di Poitiers ed i biblisti Andrea e Pietro Comestore. Il collegio dei C. r. di Val des Ecoliers faceva parte della facoltà teologica dell'Università di Parigi. Nel campo teologico notiomo inoltre Gerhoh di Reichersberg, Martino di Aspilcueta, detto Navarrus, Giovanni Crisostomo Trombelli ed Eusebio Amort, gli ultimi due, insieme con Gabriele Pennotto, anche insigni storiografi dell'Ordine. Per tutto il medioevo erano famosi come canonisti s. Ivo di Chartres e Stefano di Tournai. Per gli studi orientali e biblici sono da nominarsi, limitandoci, come anche sopra, a qualche figura rappresentativa, Ambrogio Teseo, Agostino Steuco, Sebastiano Scemiller, Giovanni Crisostomo Mitterrandner. Per la poesia latina medievale è celebre Andrea di S. Vittore, in quella umanistica Girolamo Vida, Basilio Zanchi, Giovanni Battista Santeul (Santolius). Alessandro Marino si può chiamare il fondatore dell'Accademia di S. Cecilia in Roma.
II. PRINCIPALI

CONGREGAZIONI ESTINTE.

Fare un elenco di tutte le Congregazioni dei C. r. di S. A. significherebbe nominare gran parte delle cattedrali e collegate d'Europa; basterà solo indicare alcune delle principali, estintesi nel corso dei secoli, prima
di far cenno di quelle che tuttora esistono.
4. La Congregazione del S.mo Salvatore, detta unche Renana. - Fu cosi chiamata dalla chiesa del Salvatore di Bologna presso la quale, nella metà del sec. xiv, si trasferirono i C. r. di S. Maria di Reno. Questa rinomata collegiata era sorta al principio del sec. xir presso il torrente Reno nel territorio bolognese; ma l'inizio della Congregazione fu opera di Stefano Agazzari, priore dei C. r. di recente fondazione in S. Ambrogio di Gubbio. Egli ottenne da Martino V nel 1418 l'unione di S. Ambrogio con S. Salvatore e l'anno seguente la Congregazione era fondata. Altre canoniche si unirono ad esse e alla fine del secolo seguente raggiunsero il numero di quaranta, tra cui le romane di S. Pietro in Vincoli, di S. Lorenzo fuori le mura e di S. Agnese. La Congregazione ebbe molti uomini distinti per virtù e scienza, tra cui il b. Arcangelo Canetoli, Agostino Steuco, il card. Andrea Galli e l'arcivescovo Vincenzo Gorofali. Soppressa nel 1810 , fu ripristinata negli anni 1814-19 ed unita alla lateranense nel 1823.
2. La Congregazione di S. Giorgio in Alga-Venezia. - S. Giorgio era un antico priorato di C. r., ridotto nel 1404 al solo priore con due laici a tacite professi». Il priorato fu soppresso e a S. Giorgio si stabilì una collegiata di Canonici secolari di vita comune molto osservante. Fu approvata da Gregorio XIII nel 1407. Figurano tra i primi canonici i nipoti del Papa, Antonio Correr e Gabriele Condulmer, più tardi Eugenio IV, e s. Lorenzo Giustiniani. Ebbero più case in Italia tra le quali S. Salvatore in Lauro a Roma. Divennero regolari quando-Pio V nel 1570 impose loro i voti solenni. Clemente IX li soppresse nel 1668 e i beni passarono alla repubblica per la guerra contro i Turchi.
5. La Congregazione di Windesheim. - Fu fondata nel 1386 a Windesheim presso Zwolle da Fiorenzo Raddevijns e sei Fratelli della vita comune e approvata da Bonifacio IX e Martino V. Si diffuse rapidamente

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![img-34.jpeg](img-34.jpeg)

Tav. XLI

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![img-35.jpeg](img-35.jpeg)
(1st. Ene. Cati.)
In alto: CANONIZZAZIONE DI S. DIEGO (2 luglio 1588) nell'antica basilica di S. Pietro. - Biblioteca Vaticana, 1^{°} Sala di Sisto V. In basso: CANONIZZAZIONE DI S. CARLO BORROMEO (I nov. 1610). Momento dell'offerta dei tradizionali doni al Pontefice Paolo V. - Biblioteca Vaticana, sale di esposizione.

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![img-0.jpeg](img-0.jpeg)
(da Centeatus Aclaram omnium in beatificatione et canonizatione S. Francisci de Sales, Roma 1665, p. 224)
![img-1.jpeg](img-1.jpeg)
(da Actu Sacrorum salumnium... Roma 1864, tav. 1)
In alto: APPARATO DELLA BASILICA DI S. PIETRO per la canonizzazione del b. Francesco di Sales, fatta da Alessandro VII, il 19 apr. 1665. In basso: APPARATO DELLA BASILICA DI S. PIETRO per la solenne canonizzazione dei XXVI Martiri del Giappone e del b. Michele de Sanctis, fatta da Pio IX, l'8 giugno 1862.

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![img-2.jpeg](img-2.jpeg)

SOLENNE PONTIFICALE PER LA CANONIZZAZIONE DI S. CATERINA LABOURÉ ( 27 luglio 1947). Momento dell'Hans igitur

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nei Paesi Bassi e in Germania. Specialmente nel sec. xv fu altamente benemerita della riforma della vita canonicale. Scomparve con la soppressione napoleonica. All'inizio di quel secolo le furono aggregate varie case di C. r. con la casa principale di Groenendael costruita dal b. Giovanni Ruysbroeck. Nel 1432 altre dodici canoniche con quella principale di Neus, della diocesi di Colonia, si unirono ad essa. Anche la prepositura di Marbach, spogliata e rovinata dagli Armagnacchi, risuscitò a nuova vita nel 1464 con l'incorporazione nella Congregazione. Nel suo massimo sviluppo essa contava ben centoventi case, molte delle quali perirono con la Riforma. Nel sec. xvir vi fu anche un tentativo di unione alla Congregazione Lateranense. Con la soppressione napoleonica scomparve definitivamente.
4. La Congregazione di S. Vittore e di S. Genoveffa di Parigi. - L'abbazia di S. Vittore, fondata da Guglielmo di Champeaux, fu approvata da Pasquale II nel 1114. Divenne presto un rinomato centro di cultura. Fra gli illustri canonici vittorini figurano Ugo, Riccardo e Adamo. Come dipendenza l'abbazia ebbe molti priorati e parrocchie. Dopo anni di splendore, fu travolta dal turbine rivoluzionario. Alla fine del sec. xv falli un tentativo di unione con la Congregazione di Windesheim. Nel 1515 si associó alla nuova Congregation referente de France, che fu denominata di S. Vittore. Ma nel 1544 i vittorini ritornarono indipendenti. Incominciò la serie degli abati commendatari. Il governo dell'abbazia fu affidato a priori vicari sino al 1641; questi divennero poi priori tricnnali. Nel 1634 da un'altra riforma, promossa dal priore Carlo l'aure dell'abbazia di S. Genoveffa e dal card. de la Rochefouckudd, sorse la Congregazione di S. Genoveffa. Ne fecero parte numerose abbazie e priorati di Francia ed alcuni dei Paesi Bassi, ma anche essa fu travolta dal turbine rivoluzionarie. Fra gli ultimi Canonici di queste abbazie parigine morirono martiri : il b. Carlo Maria Bernard, bibliotecario di S. Vittore, i bb. Giovanni Francesco Bonnet de Pradal e Claudio Ponce di S. Genoveffa.
5. La Congregazione del S.mo Salvatore Nastro. -Fu fondata da s. Pietro Fourier, canonico regolare dell'abbazia di Chounousey e parroco di Mattsincourt nella Lorena. IlSanto aveva già dato vita alla Congregazione delle Canonichezze regolari di Nostra Signora quando (nel 1623) si accinse alla riforma della vita canonicale nelle abbazie della sua regione. Nel 1628 la riforma era stata accettata da otto case, che Urbano VIII, con la bolla del 28 ag. dello stesso anno, riuní in Congregazione. Ad essa concesse in poi tempo che il superiore generale fosse eletto a vita. Si propagò specialmente nella Lorena e nella Savoia e si rese benemerita nel sacro ministero e nell'istruzione ed educazione della gioventù maschile.
6. La Congregazione di S. Croce di Coimbra in Portogallo. - Fu cosi chiamata dalla casa centrale eretta nel 1152 da Tellune, arcidiacono della Cattedrale. I Canonici adottarono le consuetudini di quelli di S. Rufo di Valenza. A Coimbra visse tra essi s. Antonio di Padova prima di entrare nell'Ordine francescano. Da una riforma promossa dal re Giovanni II, sorse nel 1527 la Congregazione con varie case sparse nel regno lusitano.

Bim.: G. Pannotti, Generalis totius Sacris Ordinis claricorum Canoniorum Historia tripartita, Roma 1624; E. Amort, Vetus disciplina canonicorum. II, Venezia 1747; G. C. Trombelli, Memorie storiche concernenti le due canoniche di S. Maria in Reno e di S. Salvatore, Bologna 1752; F. Pezza, L'Ordine Mortieriense e l'abbazia mitrata di S. Croce, Morricu 1923; P. Schröder, Die Augustinerchorbereuregel, Entstehung, kritischer Text u. Einführung der Regel, in Archiv für Urkundenforschung, 9 (1926), pp. 270-306; J. Wirges, Die Anfänge der Augustinerchorbereus u. die Gründung des Augustinerchorbereustiftes, Kanengierburg, Missionshaus H. Familie, Ketsdorf (Sieg) 1028; M. Heimbucher, Die Orden u. Kongregationen der Kath. Kirche, I, 3 e ed., Paderborn 1933, pp. 416-17; id., Jubiläums-Schrift des Klosters Novatella, 1147-1945, 1942; Ordo Canonicus, commentarium Ordinis Canonicorum Regularium S. Augustini, 1946 sgg. Nicola Walloecher

## III. Congregazioni tuttora esistenti.

1. Congregazione dei C. r. Lateranensi del S.mo Salvatore. - Si riallaccia agli antichi C. r. che fino al 1299 officiavano il più insigne tempio della cri-
stianità. La vita canonicale claustrale vi fu introdotta, a quanto sembra, fin dal sec. ix e riformata nell'xi sotto il pontificato di Alessandro II. I C. r. di questa riforma provenivano dal priorato di { }_{4}² mathrm{~S}. Frediano in Lucca. Il priorato Lateranense possedeva varie chiese, tra cui S. Giovanni a Porta Latina, castelli e fondi. Il priore Bernardo, divenuto poi cardinale vescovo di Porto, scrisse prima del 1145 l'Ordo Officiorum Ecclesiae Lateranensis (ed. L. Fischer, Monaco 1916), che, oltre alle prescrizioni riguardanti la vita conventuale, contiene interessanti notizie sulla liturgia della basilica Lateranense, diversa e più antica di quella seguita dalla Curia.

Nel 1439 Eugenio IV, appartenente prima alla Congregazione di S. Giorgio in Alga, incaricò altri c. r. lucchesi, cioè del priorato di S. Maria di Fregioncia, sorto nel sec. xir e divenuto il centro di una Congregazione agli inizi del sec. xv, di riprendere la tradizione della vita regolare al Laterano. Questa nuova organizzazione era nata da una riforma promossa da Bartolomeo da Roma, Leone da Carate e compagni, e penetrata in altre canoniche, che Martino V nel 1421 riuní in Congregazione. Intallatasi nel Laterano, ebbe nel 1446 il titolo di "Congregatio Salvatoris Lateranensis». La sua permanenza all'Arcibasilica continuò sotto Niccolò V e Paolo II, e cessò nel 1471 a cagione della rivalità di elementi esterni, ma la Congregazione conservò per espresso valere di Stato IV il titolo e tutti i privilegi annessi alla sua dimora al Laterano. Essa era altresí l'eredé di molte canoniche regolari antiche, come S. Frediano di Lucca, S. Croce di Mortara, S. Maria in Porto presso Ravenna, S. Vittore e S. Giovanni in Monte di Bologna, S. Andres di Verrelli, le quali le venivano man mano incorporate. Sul principio del sec. xvir possedeva ca. 80 case religiose in Italia, tra cui molte abbazie. Essa ebbe il suo maggiore sviluppo nel sec. xvI con un