tutti come a. Tammann, Bellarmino, Suroc, Balsea ecc. e i trattati dommatici ordinari sulla materia, cf.: L. Castellini, Elucidarium theologicoe de certitudine gloriae sanctorum canonizatorum, Roma 1618 e 1628 , con particolare riferimento alla questione; G. B. Riccioli, Immunitas ab errore tato speculativo quam practico definitionum S. Sodis apostolicae in canonizadione sanctorum, Bologna 1668; F. Spedalieri, De infallibilitate Ecclesiae in sanctorum canonizadione causa seu titulo, in Antonianum, 22 (1947), pp. 3 22; id., De Ecclesioe infallibilitate in canonizadione sanctorum quaestiones selectae, Roma 1949.
Rito della c. e beatificazione: il card. G. Gaetani Stefaneschi ci ha conservato la narrazione di tre c. alle quali partecipò : 1) di s. Celestino V, nel 1313: De canonizadione Carlectius V. in Acta SS. Maii, IV, Parigi 1866, pp. 479-89; 2) di s. Luigi di Tolosa, nel 1317; testo in Ordo Romanus XIV, capp. 111 e 112 ; PL 78, 1249-50, 1234-39; 3) di s. Tommaso de Canteloup, nel 1320: notizia presso L. H. Laboude, Le cérémonial romain de Jacques Caprian (Bibl. de l'Ecole des chertes, 54), Parigi 1893, p. 63 sgg.; P. Amely, De canonizadione c. Brigidue (nel 1391), in Ordo Romanus XV, cap. 133: PL 78, 1339-62; P. Galesini, Vita s. Bonaventurae (canonizzato nel 1482), in Acta SS. Iulii, III, Parigi 1867, p. 820 sgg.; Cristoforo Marcello, Rituam ecclesiasticarum sive sacrorum czerwonostarum S. R. E. libri tres, I. tit. 6: De canonizadione, Roma 1316 e edd. susseguenti. Cf. l'ampia ed erudita esposizione di quest'opera, dedicata a Benedetto XIV da Giuseppe Catalani (I, Roma, pp. 220-48); G. B. Mari, Diatribe de mystica rerum significatione quae in sanctorum canonizadione ad Missarum solemnia S.mo Pontifici offerri salvi, ivi 1638; D. Cappello, Contenitor actorum omnium in beatificatione et canonizadione s. Francezci de Sales, ep. Genevensis, a S.mo D. N. Alessandro VII P. M. Sanctorum fiatis adscripti, ivi 1663 (vito della beatificazione e della c.); U. De Rubeis, Relazione dell'apparato fatto in S. Pietro per la c. de' cinque santi... canonizzati d' 16 att. 1690 da Alessandro VIII, ivi 1690; G. Chiapponi, Acta canonizadionis sanctorum Pii V... babitae a S.mo D. N. Clenem e XI... quibus accedit dissertatio eiusdem super mysteris ablatissam in Missa canonizadionis..., ivi 1720; G. B. Memmi, Il rito di canonizzare i santi allegato, ivi 1726; O. Agnello, Dissertatio: sul rito della c. de' santi, Lucca 1737; G. Amici, Il sacro rito della c. brevemente descritto, Roma 1807, 2^{\text {a }} ed. aumentata dal figlio, ivi 1839 (anche versione francese); C. Moroni, Le Cappelle pontifcico, cardinalizie e prelatizie, opera storico-liturgica, Venezia 1841, specialmente pp. 98-132 e 966-68; St. Ciccolini, Delle ablazioni presentate al Sommo Pontefice nella c. de' Beati..., Roma 1867 (anche versione francese); J. Brinktrine, Die feierliche Postmense, ivi 1923; Th. Klauser, Die Liturgie der Heiligsprechung, in Heilige Überlieferung, Münster in W. 1938, pp. 212-33 (studio molto serio); Anon., Rito e cerimonie per le beatificazioni e c., Milano 1947.
Trattazioni enciclopédiche: G. Moroni, s.v. in Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica..., VII, Venezia 1841 (molto materiale, ma non sempre criticamente vagliato); T. Ortolan, Canonisation dans l'Eglise romaine, in DThC, II, coll. 1626-39, traduzione piuttosto canonistica e dottrinale con molta bibl. : R. Nas, Causes de béatification et de canonisation, in DDC, III, coll. 10-37, prevalentemente canonistica, con bibl.; L. Hertling, Canonization, in DSp, II (1937), coll. 737-83, contiene una breve storia; molto importante un elenco dei processi medievali pubblicati; larga esposizione dottrinale dal punto di vista ascetico.
G. Scacchi delle c.: il primo elenco stampato dalle c. è quello di Pietro de Natalibus, Catalogoes sanctorum et gestorum eorum, Vicenza 1493, pp. 272-73 (cap. De sanctis nuper canonicatis); L. Castellini, Elucidarium theologicum de certitudine gloriae sanctorum canonizatorum, Roma 1628, pp. 430-32 (cap. Numerosus cathalogus illorum iustorum tantum, qui publico ac solemne vita ab Ecclesia Romena Dicorum albo adscripti fuere... nondum editus, in ordine alfabetico, senza indicazione cronologiche); A. Sautus, De canonizadione sanctorum, in Opera munia, I, ivi 1719 ; ibid., pp. 146-50; Catalogus sanctorum quorum canonizadiones inveniri potuerunt dall'803 al 1601, anno in cui fu pubblicato questo trattato, con sistema abbastanza critico; I. Fontanini, Codex constitutionum quae Summi Pontifices ediderunt in solemni canonizadione sanctorum a Ioanne XV ad Benedictum XIII sive ab av. 993 ad a. D. 1719 , ivi 1799 (opera fondamentale ma non completa); Anon., Breve notizia delle solenni c. dei santi, celebrate in diversi tempi nella patriarcale basilica Vaticana, ivi 1807, 2^{\text {a }} ed., ivi 1839 (opertta rara; l'autore poté servirsi di note manoscritte dei cerimoniei pontifici); G. Moroni, Catalogo dei santi dal Romaní Pontifici solennemente canonizzati, in Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica..., VII, Venezia 1841, pp. 307-11: poco critico riguardo al medioevo; Anon., in Analecta iuris pontifici!, 3 (1861), coll. 1037-39 (dal 923 al 1861,
## Page 376
molto sobrio); X. Barbier de Montault, Oruvres complites, IX, Poitiers 1894, pp. 134-44 (Catalogue des Canonisations, dal 993 al 1888, compilazione non sempre critica); A. Battandier, Annuaire pontifical catholique, 4 (1901), pp. 528-55 (cap. Liste des beatificalions et canonisations faites au XIXc siècle: 1802-1900; da notare che il Battandier indica le date delle relative bolle e lettere apostoliche le quali però non sempre sono quelle della solennità stessa); ibid., 6 (1903) pp. 409-19 (cap. Canonisation formelles, catalogo ricchissimo, ma non sempre storicamente sicura); Catálogo de los santos que loto sido canonizados por los Romanos Pontiflors desde León III a principios del siglo IX hasta el papa reinante Pio X (elenco acritico), in Euc. cur.-amer., XI, p. 195; K. Richerlster, Die Heiligen des letzten Jahrtausends, in Stimmen der Zeit, 112 (1927), pp. 82-84 (elenco dei santi canonizzati, disposto secondo la data della loro morte, fino al 1925, molto accurata); M. R. Toynbee, S. Louis of Toulouse and the process of canonisation in the fourthecuth century, Manchester 1920 (nell'appendice D, le c. del sec. xiri, nell'appendice E, quelle del sec. xiv, ma include anche c. locali); Th. Klauser, Die Liturgic der Heiligsprechung, in Heilige Uberlieferung, Münster 1938, pp. 229-33 (indice delle c. dal 993 al 1485 , ma solo quelle di cui si conoscono le fonti storiche sicure, che vengono sempre citate; utilissimo, e di prima importanza); Anon. [A. Carinci], Acta canonizatiouis Pii XI, I, Roma 1939, pp. 12-16 (elenco delle c. dal 1588 al 1939).
Statistica delle cause esistenti presso la S. Conga. dei Riti: la S. Congr. dei Riti pubblica, sin dal 1890 , di tempo in tempo, il Catalogus et status causarum beatificationis Servarum Dei et Beaturum canonizatiouis. Ne diamo un elenco completo con l'indicazione del numero delle cause, ivi notate: 1890 , stato del { }^{10} ott.; cause n. 152; 1895, stato del { }^{10} gonn.; cause n. 215; 1901, stato del 10 marzo; cause n. 287; 1909, stato del { }^{10} apr.; cause n. 321; 1921, stato del 10 nov.; cause n. 328; 1931, stato del { }^{10} sett.: cause n. 331. Fino a questo anno sono notate solo le cause che vanno per la via non cultus, cioè per la via ordinaria. Inoltre: 1941, stato del 13 apr.; cause n. 764. L'aumento del numero dipende in parte dal criterio adottato, di annotare anche le cause per viam cultus (conferma di culto). Giuseppe Löw
CANONIZZAZIONE DELLE LEGGI. - Per talune materie la Chiesa, anziché formulare direttamente norme giuridiche proprie, stabilisce che valgano come norme di diritto canonico le stesse che, su quella materia, sono state o saranno emanate dai legislatori dei vari Stati : le norme emanate dallo Stato, in quanto vengono in tal modo a far parte dell'ordinamento della Chiesa, si chiamano, con espressione ormai tradizionale, norme (o leggi) civili canonizzate.
Naturalmente, perché la Chiesa possa far ciò, deve trattarsi di materie di cui si occupino le leggi dello Stato : e difatti vediamo che nel CIC si ha la c. delle leggi civili quasi esclusivamente per ciò che riguarda i contratti (cf. cann. 33 \ 2,1529,1926 e 1930) e la prescrizione (cf. can. 1508), par le quali materie quindi la legislazione della Chiesa non è uniforme, ma varia da Stato a Stato.
Il motivo per cui la Chiesa ricorre a questo procedimento indiretto nello stabilire alcune norme, è soprattutto l'opportunità che in certe materie le norme canoniche siano identiche o quasi a quelle civili, e inoltre siano conformi alle esigenze derivanti dall'indole dei vari popoli e dalle diverse circostanze di luogo e di tempo.
E ovvio però che, come la Chiesa non può emanare leggi contrastanti con il diritto divino, cosi in tanto le norme civili possono aver valore di norme canoniche, in quanto esse non contrastino con il diritto divino: tale riserva è talvolta esplicitamente formulata dalla Chiesa quando canonizza leggi civili, ma si deve sottintendere anche quando non sia espressa. E inoltre, come la Chiesa, per il fatto di canonizzare leggi civili, non per questo perde il potere di emanare leggi su quella stessa materia, qualora voglia disciplinarla integralmente con norme da essa stessa formulate, cosi, canonizzando le leggi civili, può derogarvi in qualche punto con norme sue proprie, le quali perciò, nell'ordinamento della Chiesa, prevarranno sulle corrispondenti norme civili : vediamo infatti, ad es., che, sebbene, come si è detto, siano canonizzate le leggi civili in materia di contratti e prescrizioni, tuttavia la Chiesa ha stabilito varie norme circa i contratti compiuti dagli enti ecclesiastici, e circa la prescrizione in materia ecclesiastica; le quali norme derogano alle leggi ci-
vili, che perciò saranno applicabili in tali materie solo se ed in quanto, oltre a non essere contrarie al diritto divino, siano anche compatibili con tali norme dalla Chiesa emanate.
E da notare che vi sono anche casi, in cui il legislatore ecclesiastico fa riferimento alle leggi dello Stato, senza che con ciò si abbia c.; ciò avviene, ad es., quando una norma canonica menziona istituti giuridici, in modo da presupporre le norme del rispettivo ordinamento dello Stato (cf. cann. 600 n. 3, 1613 § 1, ecc.); oppure fa dipendere date situazioni giuridiche dal modo di essere di norme giuridiche statali (cf. cann. 547 § 2, 58 mathrm{r} S mathrm{I}, 1513 S 2, ecc.); o infine si riferisce alla legge civile per dichiarare che essa, e non la legge della Chiesa, deve disciplinare dati rapporti (cf. cann. 1016, 1813 § 2, 2198).
Bibs.: V. Del Giudice, Il diritto dello Stato nell'ordinamento canonico, in Arch. giuridica, 91 (1924), pp. 3-27; P. Ciprotti, Contributo alla teoria della s. delle leggi civili, Roma 1941; O. Cassola, La recevime del diritto civile nel diritto canonico, Tortona 1941.
Pio Ciprotti
CANORI-MORA, Elisabetta, venerabile. - N. a Roma il 21 nov. 1774, m. ivi il 5 febbr. 1825.
Di distinta famiglia romana fu inviata nel monastero delle Agostiniane di S. Rita, a Cascia, per esservi educata, ma ne uscì per la malferma salute dopo tre anni. Sposò nel 1796 Cristoforo Mora, dottore in medicina. Nel matrimonio Elisabetta molto soffrì per la gelosia e le infedeltà del marito, che con la sua dissipazione condusse anche la famiglia quasi alla povertà. Tutto essa sopportò con ammirabile pazienza dedicandosi alla educazione delle figliuole e a una vita di pietà, ascrivendosi al Trezz'ordine trinitario. Ebbe doni soprannaturali, estasi, visioni, profezie; sopportò pure le pene della notte mistica, e soffri assalti e vessazioni del demonio. Primo frutto dei suoi continui patimenti fu la conversione del marito che, rimasto vedovo, si fece religioso tra i Minori conventuali, dove visse e mori da buon sacerdote.
Pio IX introdusse la causa di beatificazione nel 1864 e Pio XI ne proclamò l'eroicità delle virtù il 26 febbr. 1928.
Biat.: A. Pagani, Biografia della ven. E. C. M., Roma 1911; [C. Testore], Inviti all'eroismo, II, ivi 1942, pp. 159-64.
Gennaro Moretti
CANOSA. - Città della Puglia, in provincia di Bari, di antica origine, nota per le sue necropoli dai ricchi corredi e per notevoli avanzi di edifici romani. Sita in favorevole posizione, su una via di grande traffico, la Traiana, il cristianesimo vi si affermò per tempo, assumendovi un posto predominante nei confronti di altri centri della regione. Fu cosi una delle prime sedi episcopali dell'Apulia; già nel 357, fra i partecipanti del Concilio di Sardica, viene nominato uno Stercarius ab Apulia de Canusio (s. Dario, Fragm., II, 632 : PL 10, 643; cf. Gregorio Magno, Ep., I, 51 e Ughelli, X, 35). Ancora nel sec. vi C. è citata fra le più importanti città spule (Procopio, Bell. got., III, 18; Paolo Diacono, Hist. vom., II, 22), ma dové poi subire gravi guasti per opera dei Longobardi, se più tardi, fra il 689 e il 706 , la duchessa Teoderada, reggente per il figlio Gisulfo, vi ristabili il vescovato e vi costrui una chiesa dedicandola a s. Sabino, patrono della città. Press'a poco alla stessa età dovranno attribuirsi le evidenti opere di rifacimento di un altro grande edificio, a pianta centrale entro un perimetro quadrato, inedito, scoperto ed esplorato nel 1937 a ca. I km. dall'abitato, in località denominata S. Angelo e più tardi S. Leucio, forse in memoria di due successive diverse dedicazioni. In un sarcofago si
## Page 377
è rinvenuta una spoglia, con una croce dorata sul petto.
Alla periferia della città era stato già riconosciuto un altro edificio cristiano, intitolato a s. Giovanni Battista, anch'esso a pianta centrale iscritta in un poligono, coperto a cupola, con ardica ad absidi contrapposte, che forse a torto fu ritenuto un battistero.
Da notare il fatto che in entrambi gli edifici le murature appaiono sempre tumultuarie, con largo impiego di materiale preesistente, a grandi blocchi disuguali, rinzeppati e pareggiati con frammenti di mattone o di marmo, al cui confronto spiccano gli archi sempre costruiti con bipedali di nuova fabbricazione; tecnica ben dissimile dalla ravennate, da paragonarsi piuttosto a quella dei monumenti coevi dell'Africa del nord. Distrutta ancora una volta C. dai Saraceni verso la metà del sec. Ix, il suo vescovo, Pietro, si avrebbe rifugiano a Salerno e più tardi, cacciati gl'invasori, il vescovo Angelario avrebbe trasportato dalle rovine della sua città a Bari le reliquie dei ss. Rufino, Memoro e Sabino. Ma come non esistono dati sicuri su questi avvenimenti, cosi non è documentata l'asserita esistenza di una bolla di papa Sergio II, il quale, in seguito a tale fatto, avrebbe unita la diocesi di C. a quella di Bari, elevata ad arcivescovato. Risorta alfine per opera dei Normanni, C. tornò a costruire la cattedrale intitolata a s. Sabino: papa Pasquale II fa inaugurò nel 1101. Notevoli in essa la cattedra marmorea sostenuta da due elefanti, scolpita per il vescovo Orso verso la fine del sec. xi, e il pergamo, opera di Acceptus archidiocanus. Accanto alla cattedrale è la tomba di Boemondo (m. nel xiri), con bella porta in bronzo, ibrido di arte bizantina e araba, firmata da Rogerius Melfe Campanarum. E certo che dopo il sec. xi la diocesi di C. si trova unita a quella di Bari, riconosciuta da Urbano II quale primaziale delle Puglie e non si hanno più nomi di vescovi unicamente di C. Anche oggi l'arcivescovo di Bari ha unito il titolo di C.
BbL.: CIL. IX. 6192-95; J. Gay, L'Italie méridionale et l'Empire byzantin (867-1071), Parigi 1904. pp. 193-96 e passim; E. Bertaux, L'art dans l'Italie méridionale, ivi 1904, v. indice; H. Nachod, Das Baptisterium 900 C., in Römische Mitheil., 30 (1915), pp. 116-28; N. Iacobone, Conusium, Lecce 1925; Lanzoni, pp. 288-95.
Renato Bartoccini
CANOSSA, Ludovico di. - Del ramo veronese dei conti di C. (che non discendono dalla famiglia della contessa Matilde), n. a Verona nel 1476 e m. ivi nel 1532. Per via delle parentele venne educato ed istruito alle corti dei Gonzaga di Mantova e dei Montefeltro d'Urbino, dove apprese cosi bene l'arte del vivere a corte, che fu scelto da Baldassarre Castiglione a formare il modello del cortigiano (Il Cortegiano, I, cap. 3).
Colto (sapeva assai di greco e ne raccoglieva libri e codici), amico di letterati ed artisti, fu stimato uno dei più abili e capaci diplomatici della sua età e venne presto adoperato, con successo, in ambascerie da Guidobaldo d'Urbino e da Giulio II, il quale il 10 febbr. 1511 lo nominò vescovo di Tricarico. Leone X lo scelse come suo maggiordomo e lo inviò come nunzio in Francia nel maggio 1513 dove riusci a conciliare Luigi XII con Enrico VIII d'Inghilterra. Fu uno dei più ardenti partigiani della politica francese e nel sett. 1515 trattò la lega fra Leone X e la Francia che fu ratificata nell'ott. Il 24 ott. 1516 ebbe il vescovado di Bayeux e dal 1523 al 1529 fu ambasciatore della Francia a Venezia e per opporsi al predominio spagnolo, cooperò con Gian Matteo Giberti datario di Clemente VII a quella lega di Cognac, che fruttò all'Italia tanti mali ed a Roma il famoso sacco (1527). Nel 1529 si ritirò in una sua villa di
Grezzana, nell'otium elegoni che era aspirazione degli umanisti del Rinascimento, non lontano da Verona. Nell'apr. 1531 rinunciò anche ai suoi vescovadi.
BbL.: C. Migliorazzi, L. di C. Ricerche storiche con documenti inediti, Città di Castello 1907, opera panagiristica; molte sue lettere sono alla biblioteca Capitolare di Verona, dalle quali C. Cavattoni traese e pubblicò un manipolo (in Opuscoli Veronesi per l'elezione a vescovo di mons. Luigi di Canossa, Verona 1861; cf. Arch. si. ital., 2^{°} serie, 15 [1862], pp. 82-84, dove è dato un p'ú esatto giudizio del C.); altre lettere sono nelle raccolte edite nel sec. xvi; G. B. Pighi, Giammatteo Giberti venetoe di Verona, Verona 1921, cap. 3. 14 1-3, specie 21 cap. 19, dove si parì di opere pie compiute del C.; Pastor, IV, 1-2, pp. 186-89 e passim.
Luigi Berra
CANOSSA, Luigi di. - Cardinale, n. a Verona il 30 apr. 1809, m. ivi il 12 marzo 1900. Entrato nel 1837 a Roma nella Compagnia di Gesù, vi rimase alcuni anni, ma infine, per consiglio medico, dovette lasciarla a causa della sua malferma salute. Stabilitosi di poi nella città natale, fu nominato nel 1861 da Pio IX vescovo di Verona. Sinceramente affezionato alla sua diocesi, implorò dal Papa, che l'aveva designato a successore del card. Parocchi nella sede arcivescovile di Bologna, di non dar corso a tale designazione. Il Pontefice consentì e gli conferì anzi, nel Concistoro del 12 marzo 1877, la porpora cardinalizia, col titolo di S. Marcello. Attese al governo della diocesi con grande zelo avendo in ogni sua azione sempre presenti gli obblighi derivantigli dalla dignità episcopale.
BbL.: Anon., Il card. 'di C., in La rassegna nazionale, 114 (1900), pp. 631-37.
Silvio Furlani
CANOSSA, Maddalena Gabriella, dei marchesi di, beata. - N. in Verona il 1^{°} marzo 1774, m. ivi il 10 apr. 1835 . Orfana del padre a cinque anni; abbandonata a sette anni dalla madre, marchesa Teresa Szluha che passò ad altre nozze, a diciotto anni tentò di farsi carmelitana fra le Scalze di Conegliano. Si dedicò alla cura delle fanciulle della strada (1799), cominciando a raccoglierne qualcuna a convitto (1800-1801); indi sistemò un "Ritiro Canossa" in una casetta acquistata nei pressi di S. Zeno in Oratorio (1802), dove anche aprì (1803) una scuola di carità. Tentò pure di abitarvi (1805), ma fu presto costretta a rientrare in famiglia. Ottenuto nel 1808 dalle autorità civili l'ex monastero dei SS. Giuseppe e Fidenzio, nel quartiere popolare di S. Zeno Maggiore (che ebbe poi in dono da Francesco I 190 nov. 1815), vi trasportò il suo primo ritiro ed ella stessa vi si stabili. Con lei vi entrò pure, quale superiora, donna Leopoldina Naudet (1773-74) con alcune compagne, appartenute a un disciolto istituto che intendevasi ristabilire. La C. e la Naudet lavorarono insieme fino al nov. 1816.
Al primo abbozzo del suo istituto delle «Figlie della carità » di Verona la Beata diede forma definitiva in Venezia (1812-16), dove detto le sue regole. Sul modello di Venezia riformò poi la comunità di Verona; e via via si dedicò alle fondazioni di Milano (1816), Bergamo (1820), Trento (1828); e preparò quelle di Brescia e di Cremona, costituito dopo la sua morte. Scopi della fondatrice erano : istruzione ed educazione della gioventù femminile più povera e abbandonata; istruzione ed assistenza a donne del più basso certo, assistenza alla dottrina cristiana nelle parrocchie; visite, assistenza, istruzione alle inferme negli ospedali; istruzione interna di giovani del contado per farne maestre di campagna; talvolta pure educazione di sordomute; a vantaggio del ceto più agiato la pratica degli esercizi spirituali per le signore nelle varie sedi dell'istituto. Promosse in vari luoghi la pia Unione delle dame per le visite degli ospedali; tentò pure una fondazione di «Figli della carità». Anima nobilissima, s'impose all'ammirazione del Bonaparte, e a quella dei sovrani d'Austria; Pio VII le diede direttive e conforti; Leo-
## Page 378

Canova, Antonio - Ritratto di Pio VII - Musci Vaticani.
ne XII le approvò le costituzioni e l'istituto (1828): Pio XI ne proclamò l'eroismo delle virtù e Pio XII la beatificò il 7 dic. 1941.
Biel.: C. C. Bresciani, Orazione funebre in morte della r. madre M. march. di C., Verona 1835: A. Schlor, Die Philanthropie des Glaubens, Vienna 1839, ridotta e tradotta in italiano sotto il titolo: La filantropia della Fede o la vita della chiesa di Verona in questi ultimi tempi, Roma 1840; C. C. Bresciani, M. march. di C., Verona 1849; id., Collezione di orazioni funebri, I, ivi 1866, pp. 391-425; G. Stofella, Il ven. d. G. Bertoni nella vita della ven. march. M. di C., ivi 1929; C. C. Bresciani, Vita della ven. M., march. di C., Isola del Liri 1941; G. Stofella, Note per servire alla storia del ven. C. Bertoni: Le relazioni del servo di Dio con la b. M. di C., ivi 1943.
Giuseppe Stofella
CANOSSIANE, FIGLIE DELLA CARITÀ. - Istituto religioso fondato dalla b. Maddalena di Canossa in Verona nel 1808. Primo nido fu il monastero di S. Giuseppe, dove furono ricoveratele prime fanciulle sotto la guida di alcune discepole della Beata. Una seconda casa fu aperta a Venezia nel 1812, dove la Beata era stata invitata dai fratelli Cavanis (v.). Le regole da lei dettate furono approvate da Leone XII il 23 dic. 1828. L'Istituto si propagò rapidamente e nuove case sorsero a Milano, Cremona, Brescia ed altrove. Nel 1859 le C. si stabilirono in Cina dove progredirono ben presto prestando grande aiuto ai missionari. L'Istituto ha per fine l'educazione delle figlie del popolo, la formazione delle maestre elementari, l'esercizio di tutte le opere di carità e assistenza parrocchiale. Conta 308 case divise in 7 province con oltre 4500 religiose.
Biel.: v. sopra.
Silverio Matte1
CANOSSIANI: v. FIGLI DELLA CARITÀ.
CANOVA, Antonio. - Scultore, n. a Possagno il 1^{°} nov. 1757, m. a Venezia il 13 ott. 1822. All'inizio della sua carriera d'arte ammirò lungamente a Venezia, nelle sale del museo del palazzo Farsetti, la gipsoteca della statuaria antica, e questa può dirsi la sua prima scuola, oltre quella dello scultore G. Torretti.
Suo primo mecenate tu il senatore venceiano G. Falier, che gli affidò l'incarico di due statue: Euridice ed Orfeo (1773-76, Asolo, villa Falier); ma il suo atto di nascita a una nuova scultura, in opposizione al tardo barocco, già visibile nel gruppo Dedalo e Icaro (1779, Venezia, museo Correr), si andò maturando durante il soggiorno romano con il Monnmento a Clemente XIV, eseguito a venticinque anni ( 1784-87, Roma, chiesa dei SS. Apostoli). Rivive qui lo schema herniniano del Monnmento a Urbano VIII, ma le tre figure del Deposito: il Pontefice, la Temperanza, la Mansuetudine hanno una semplicità attica, e pienamente esprimono una compostezza religiosa. Poco dopo il principe Rezzonico ed i due fratelli cardinali commisero a C. il Monnmento a Clemente XIII. Per cinque anni C. lavorò al grandioso sepolcro che fu scoperto nella basilica Vaticana l'anno 1792, il Giovedi della Settimana Santa. Grande ammirazione suscitarono il realismo dei due leoni che custodiscono il sarcofago, la classicità del Genio della morte, l'idealismo della figura allegorica che inalbera la Croce, la potenza espressiva del vecchio Pontefice assorto in preghiera. Da allora, fino alla morte, la foma del C. non ebbe più emuli in Europa. Alla passione del suo tempo per la mitologia classica C. soddisfece rievocando nelle sue creazioni: Amore e Püche (1794, Parigi, Louvre), Ercule che scuglia Lica nel mare (1795-1813, Roma, galleria Nazionale d'Arte moderna), il Perseo (1799-1802, Vaticano, museo Pio-Clementino), la Venere italica (18051812, Firenze, galleria Pitti), la Venere cimeltrice sotto l'aspetto di Paolina Borghese (1806-1808, Roma, galleria Borghese), il Paride (1812-13, Monaco, Vecchia Pinacoteca), le Grazie (1813-16, Leningrado, Ermitage), del quale gruppo il Foscolo, con il noto carme, desiderava esserne l'ideale ispiratore.
Da ricordare, inoltre, sono le numerose Stele: quella per l'Ammiraglio Ema (1792-95, Venczia, musco dell'Arsenale), quella ad Antonio Eustinian (1797, Padova, museo Civico), per Giovanni Volpato (1806-1807, Roma, portico dei SS. Apostoli), per Domenico Mancani (1817-18, Forlì, chiesa della S.ma Trinità). E riparato spesso lo schema della stele leggermente rastremata, sormontata da coronamenti vari; in bassorilievo il busto dell'estinto,

Canova, Antonio - Autoritratto in marmo.
Possarno. Tempio canoviano.
## Page 379

Cangva, Antonio - Il · Tempio - ideato da A. C. - Possagno
avanti ad esso una giovane in atteggiamento di dolore. I monumenti a Vittorio Alfieri ( 180_{4}-10, Firenze, chiesa di S. Croce), a Maria Cristina d'Austria (1798-1803, Vienna, chiesa degli Agostiniani), agli Stuart (1817-20, Roma, basilica Vaticana), meno felici per l'architettura, hanno tuttavia particolari di squisita bellezza; quest'ultimo con i busti dei re in esilio Giacomo III e i figli : Carlo III ed Enrico IX, specialmente per i due Geni funebri, rappresenta uno dei momenti più significativi dell'arte di C. Di grande impegno è la sua ritrattistica, la parte, anche oggi, più ammirata della sua vasta opera. Il marmo perde la rigidezza, avendo C. scolpita «la più carnosa carne che da scalpelli fosse trattata» (L. Cicognara). Singolare abilità di modellazione e una vigorosa e poetica indagine si rivelano in Napoleone primo console (1803, Firenze, gal.eria Pitti) e nel Napoleone vittorioso (1811, Milano, palazzo Brera), nei ritratti dei napoleonidi: Madama Letizia (1805-1808, Chatsworth, coll. duca Devonshire), Card. Fesch (1807, Possagno, gipsoteca), Pontina Borghese (1807, Roma, museo Napoleonico), Carolina Bonaparte, Gioacchino Murat (1812, Napoli, palazzo Reale di Capodimonte). Grande saldezza dei piani plastici si riscontra nei due ritratti di Pio VII (1817, Vaticano, musei Braccio Nuovo; Roma, palazzo dei Conservatori) e nella figura di Pio VI orante, opera questa rimasta incompiuta ( 1822 , basilica Vaticana). Nel giro di ca. 30 anni, C. scolpì cinquantatre statue, dodici gruppi, quattordici cenotafi, otto grandi monumenti, sette colossi, due gruppi colossali, cinquantaquattro busti, ventisei bassorilievi; ciò non impedì all'autore di partecipare alla vita pubblica del suo tempo. Il moto proprio del 1822 di Pio VII che proibiva di portar fuori dello Stato Romano i monumenti antichi di pittura e scultura, fu suggerito da C., il quale diede anche origine alla raccolta vaticana del museo Lapidario, donando al Papa ottanta cippi con iscrizioni acquistati dalla famiglia Giustiniani. Nominato ispettore delle Belle arti in Roma e nello Stato Pontificio il 10 ag. 1822, C. assunse l'incarico rendendo utili servigi alla S. Sede.
Dietro iterate insistenze dell'ambasciatore francese e del card. Consalvi si recò a Parigi una prima volta per il ritratto a Bonaparte (1802), una seconda (1810) durante l'esilio di Pio VII per il ritratto all'imperatrice Maria Luigia - nel Diario dettato all'abate Sartori, fratello uterino, si
può vedere la sua coerenza religiosa e il suo amore alle cose d'Italia - un'ultima volta nell'ag. del 1815 per le trattative della restituzione delle opere d'arte, rapite allo Stato della Chiesa. C. vinse le difficoltà e le resistenze : è interessante al riguardo il carteggio con il card. Consalvi. In venti giorni avvenne la restituzione delle statue, dei dipinti, dei codici, dei manoscritti, delle medaglie, delle stampe elencate. Il nome di C. fu scritto nel libro d'Oro del Campidoglio e Pio VII gli conferì il titolo di marehese d'Ischia ed un reddito annuo, devoluto dal C. in pensioni per giovani artisti e a beneficio delle accademie. Su disegno di Pietro Bossi e dietro suggerimenti di Antonio Selva, nei suoi ultimi anni C. provvide a erigere un grande tempio in Possagno: egli stesso pose la prima pietra l'ri luglio 1819, vestito con l'abito del supremo Ordine dei Cavalieri di Cristo. Per la sua chiesa aveva dipinto la grande pala d'altare La deposizione di Cristo dalla Croce, e riusciva a condurre a termine alcune metope con episodi del Vecchio e Nuovo Testamento ed a formare in gesso la grande Pietà. All'arte religiosa egli aveva donato uno dei suoi capolavori, la Maddalena penitente (1796, Genova, palazzo Bianco). Morì a Venezia nel 1822; i funerali furono celebrati dal cardinale patriarca nella basilica di S. Marco, l'elogio funebre fu pronunciato da Leopoldo Cicognara nell'Accademia di belle arti.
La sua arte che alcuni amano dire parallela alla poesia del Foscolo, rappresenta l'ultima grande voce dell'arte italiana che abbia commosso l'Europa; in una individualità di forme e di concezione spirituale essa esprime il valore monumentale della scultura. Il rigido classicismo trovò il suo rappresentante in Thorwaldsen; quello del C. fu in definitiva un atteggiamento romantico verso la classicità, il che spiega uno dei motivi, non ultimo, del suo fascino e della sua genuina grandezza. - Vedi Tav. XLV. Bibl.: L. Cicognara, Bingrafia di A. C., Venezia 1823; G. Bossi, Biblioteca canoviana, 4 voll., ivi 1823; M. Misurini, Della vita di A. C., 2 voll., Prato 1824; Quatremère de Quincey, C. et ses ouvrages ou mémoires historiques sur la vie et les travaux du célèbre artiste, Parigi 1834; P. Zurla, Disertazioni sulle opere di religioso argomento di A. C., Roma 1832; A. D'Este, Memorie di A. C., Firenze 1864; G. Merlo, Diario del C., Bassano 1865; A. Agnoleto, C. e l'Arte sacra, Roma 1922; L. Coletti, Inediti
## Page 380
canoviani, Treviso 1938; E. Bassi, C., Bergamo 1943: A. De Rinaldis, Arte e mestiere del C., in Arti figurative, I (1945), pp. 137-43. Per l'opera del C. riguardante la cura e l'incremento delle collezioni artistiche della S. Sede ef. Gregorio XVI, miscellanea commemorativa, a voll., Roma 1948; G. Fallani, C., Brescia 1949; id., Il espretario di C., l'abate Missivisi, Roma 1949.
Giovanni Fallani
CANOVAI, Stanislao. - Fisico e matematico scolopio, n. a Firenze il 28 marzo 1740 , m. ivi il 17 nov. 1811. Apprese le matematiche dal celebre p. Gregorio Fontana, le insegnò specie a Firenze dove il suo nome divenne celebre.
Coadiuvato dal p. Gaetano Del Ricco, suo scolaro ed altro valente matematico, curò la pubblicazione di parecchie opere scientifiche, che ne resero celebre il nome non solo a Firenze, ma in tutta l'Italia ed anche fuori. Il C. può dirsi il padre del movimento scientifico fisico matematico sviluppatosi nelle Scuole pie di Toscana nella seconda metà del sec. xviri, e durato sino ai nostri tempi. Egli fu inoltre il primo titolare della cattedra d'idraulica, creata per testamento dello Ximenes nell'Osservatorio fiorentino. Il C. si dedicò altresi alle discipline storiche e all'eloquenza sacra, essendo uno degli oratori più apprezzati del suo tempo.
BibL.: P. Pozzetti, Elogio di S. C., Bologna 1812: A. Checcucci, Elogio del C., in Commentario della vita e delle opere di Pompilio Pozzetti delle Scuole pie, Firenze 1858.
Leodegario Picanyol
CANOZ, Alexis. - Gesuita francese e missionario, n. a Sellières (Jura), l'8 sett. 1805, m. a Trichinopoly (India) il 2 dic. 1888.
Ricevuto nella Compagnia nel 1824, parti nel 1839 per la missione del Madura, dove passò 49 anni. Superiore della missione dal 1844, veniva nominato nel 1847, per intervento del p. Gius. Bertrand (v.), primo vicario apostolico del Madura; era il primo gesuita a ricevere la dignità vescovile dopo la restaurazione dell'Ordine nel 1814; conservò tuttavia la carica di superiore regolare fino al 1875 . Introdotta da Leone XIII la gerarchia ordinaria nell'India, divenne il primo vescovo di Trichinopoly (1886). Dal 1859 al 1861, dopo la dimissione di mons. Anast. Hartmann, era stato amministratore apostolico di Bombay.
L'episcopato di mons. C. fu molto travagliato dalle lotte dello scisma goanese e dalle difficoltà originate dal concordato del 1857 e dalla doppia giurisdizione. Egli dimostrò una grande forza d'animo e notevoli doti organizzative, combattendo la propaganda protestante, promovendo scuole, collegi e seminari e la formazione del clero indigene.
BibL.: P. Suau, Monseigneur A. C. premier évêque de Trichinopoly, Parigi 1891; A. Jean, Le Maduré, l'ancienne et la nouvelle mission, Lilla 1894, pp. 371-78; J. A. Otto, Gründung der neuen Jesuitenmission durch General P. 7. Ph. Roothaan, Friburgo in Br. 1939, pp. 289-343.
Edmondo Lamalle
CANTAGUZINO, Şerban. - N. ca. il 1640 , m. nel 1688 ; principe o «domn» della Valacchia dal 1678 al 1688. La sua lunga «domnia» fu importante dal punto di vista religioso, culturale ed economico. Del suo tempo è la traduzione completa della Bibbia in romeno (Biblia lui Serban, 1688). Interessante la sua politica al momento dell'assedio di Vienna nel 1683, al quale egli dovette essere presente nell'esercito del vizir turco: il C. incoraggiò la resistenza degli assediati e aiutò le loro comunicazioni coi cristiani. Dopo la sconfitta turca il C. eresse in una foresta presso Vienna una croce di legno, segno dei suoi sentimenti. Intavolò trattative di alleanza con gli imperiali e con la Santa Lega nell'intento di una possibile liberazione di tutti i Balcani e la restaurazione, a vantaggio della sua famiglia, dell'impero bizantino già ad essa appartenuto. Non si è presentata più la possibilità dell'unione
di una Romania romena con l'antica Romania greca dei bizantini.
BibL.: C. Giurescu, Istoria Rominnilor, III, Bucarest 1942, pp. 136-68.
Federico Tailliez
CANTÀRI. - Poemetti narrativi, la cui ricca produzione fiorì, specialmente in Toscana, dal Tre al Cinquecento. Essi venivano, di regola, composti da poeti popolareschi e canterini e cantampanca, che li cantavano in piazza (a Firenze, la piazzetta di S. Martino al Vescovo), accompagnandosi sulla viola, in determinati giorni e ore, davanti a un pubblico composto in prevalenza da popolani. Il costume dei canterini di piazza fu così gradito alle nostre plebi, che in alcune città come Firenze, Perugia, Aquila, essi venivano stipendiati dal Comune. Raramente ci è giunto il nome degli autori del c. ma è rimasto famoso Antonio Pucci (1310-88) "campanaio e banditore" del Comune di Firenze. Il metro usato, fu di regola, l'ottava, anche se col nome di c. furono qualche volta indicati poemetti narrativi nella metrica del sirventese o della ballata. Il c. (chiamato spesso anche istoria) si componeva di circa cinquanta ottave, misura che permetteva un sufficente sviluppo del racconto senza stancare il pubblico: ma talora gli argomenti trattati richiesero composizioni di maggiore ampiezza, comprendenti un numero, anche notevole, di c. La materia veniva tratta da tutto quanto costituiva il mondo fantastico e spirituale del pubblico a cui si rivolgevano.
Secondo i principali argomenti, i c. sono stati divisi in vari gruppi, qui sotto elencati, indicandosi per ciascuno i c. più importanti: i) C. leggendari e fiabeschi (Bel Gherardino, Liombruno, Donna del Vergiù, Reina d'Oriente); 2) C. cavallereschi, svalgenti i temi del ciclo carolingio e bretone (Rotta di Roncisvalle, Rinaldo da Montalbano, Storia di Milone e Berta, Vanto dei Paladini, c. di Tristana, di Lancillotto, di Carduino); 3) C. storici, ispirati da vicende e personaggi della storia italiana dei secc. xiv-xvi (Guerra di Pisa, Guerra aquilana di Braccio, Sacco di Volterra, Istoria del Duca Valentino); 4) C. classici, svalgenti episodi dell'antico mondo greco e romano (Guerra di Troia, Fatti di Cesare, Piramo e Tisbe); 5) C. sacri, sui quali si darà qualche notizia particolare. Quanto alla materia, questi comprendono: a) Leggende agiografiche; b) leggende ispirate dalla Bibbia e dai Vangeli; c) Leggende moraleggianti. Per il primo gruppo che è anche il più importante, esistono c. relativi ai santi: Alberto, Antonio abate, Bernardino da Siena, Caterina martire, Cristina, Cristoforo, Feliciano, Giacomo, Giovanni Criscetomo, Giorgio, Giuliano di Buon Albergo, Lorenzo, Lucia, Orsola, Sebastiano, Stefano, Teodora, e qualche altro. Tra quelli del secondo gruppo ricordiamo i c. di Adamo ed Eva, s. Giovanni Battista, s. Maria Maddalena, Resurrezione, Vendetta del Salvatore, Giudizio Universale, vita, lamento e transito della Madonna. In questo gruppo si possono far rientrare anche due poemetti trecenteschi, che, se pure composti in un tono di maggiore levatura letteraria, non si distaccano fondamentalmente dallo stile dei c., e cioè: la Fanciullezza di Gesù, di fra' Felice da Massa, e la Passione di Cristo, di Niccolò di Mino Cicerchia (1364), entrambi gli autori, seguaci di s. Caterina da Siena. Tra le principali leggende moraleggianti, van notate: Il castellano, Leonzio, La cortigiana, Il giocatore disperato, "storia bellissima di Senso che cercava di non morire mai».
Quanto al loro carattere e valore poetico, i c. sacri partecipano d'uno stile e di un complesso di procedimenti comuni più o meno a tutti i c. e connessi col carattere di improvvisazione (in senso relativo) e di popolarità che distingue questi poemetti. I loro autori, cioè, si servono di formole simili per l'apertura e la chiusura dei c. e di tutta una terminologia formata da aggettivi, avverbi, interi versi stereotipati
## Page 381

(lat. Andecum)
Cantarini, Simone - Sacra famiellio - Roma, galleria Colonna.
e usati secondo l'opportunità, per agevolare la rapida composizione del poemetto.
Vi si riscontra insomma, una specie di "stile aedico" per cui è impossibile distinguere la personalità dei singoli autori dei c., o metterne in rilievo la diversa portata anche sotto il punto di vista del valore estetico: si tratta di composizioni che hanno tutte la stessa aria di famiglia, anche se distanti nel tempo o provenienti da diverse regioni. A confronto coi c. fiabeschi o cavallereschi, in genere i c. sacri si rivelano di fattura mediocre e di scarsa poeticità. Nessuno che possa reggere il confronto con le scorrevoli ottave del c. di Liombruno o con l'epicità, sia pure episodica, dei c. della guerra aquilana. Tuttavia, nei saggi migliori, come nei c. di s. Alessio, s. Caterina, s. Giorgio, s. Giovanni Evangelista, le qualità proprie di queste composizioni, come scioltezza narrativa, evidenza, spontaneità, improntano di sé i poemetti e li rendono di piacevole lettura. Per un assoluto valore poetico si distinguono invece i due sopraricordati poemetti della Fanciullezza di Gesù e della Passione di Cristo. In questi, l'intenso sentimento religioso trova accenti tra i più profondi e alti di tutta la poesia sacra italiana: le strofe 410-13 della Fanciullezza (sul silenzio di Gesù nel deserto) e l'episodio dell'incontro fra Maria e Gesù nella Passione di Niccolò di Mino Cicerchia, meritano di entrare nel patrimonio poetico necessario ad ogni persona colta.
I c. sacri, sono ancora per la loro grande maggioranza inediti, sparsi in codici, incunaboli e stampe popolari delle diverse biblioteche (Casanatense e Corsiniana a Roma, Nazionale a Firenze, Marciana a Venezia, biblioteca di Wolfenbüttel in Baviera, ecc.). Qualcuno è stato via via pubblicato in riviste di filologia o storia letteraria, ma una raccolta edita criticamente come il Levi ci ha dato per i c. leggendari, non esiste ancora. La situazione sotto questo riguardo
risulta dal saggio del Cianciolo che si cita sotto. Importante il fatto che diversi di questi c. sacri sono stati riprodotti nei libretti popolari, in rozze stampe per vari secoli fino a noi, e taluni anche sono passati nella tradizione orale del popolo: prova sicura della loro vitalità.
RilL.: Niccolò di Mino Cicerchia, La Passione di N. S. Gesu Cristo, Bologna 1878; E. Levi, I c. leccendari del popolo italiano, in Giornale storico della letteratura italiana, suppl. 16 (1914); E. Levi, Fiore di leccendo, Bari s. s.: D. A. Perini, La Fanciullezza di Gesù, paemo inedito del sec. xiv di fra' Felice da Massa, Firenze 1926; F. Ugolini, I c. di argomento classico, Firenze 1933; R. Valentini, I c. della guerra aquilana di Braccio, Roma 1932; C. Branca, Il poemetto popolare trecentesco e il Testido del Ineraccio, Firenze 1936; U. Cianciolo, Contributo ai c. di argomento sacro, estratto da Architam romanicum, 22 (1938, 11-111); V. Cian, Il c. quattrocentesco di s. Giovanni Evangelista, Città del Vaticano 1947. Paolo Toschi
CANTARINI, Simone. - Pittore e incisore, n. ad Oropezza (Pesaro) nel 1612, m. a Verona il 16 ott. 1648 , allievo di Claudio Ridolfi, studio anche le opere dei veneziani e di Federico Barocci.
Attratto dall'arte del Reni, passò alla sua scuola; si recò quindi a Roma, dove subì l'influsso delle opere di Raffaello. Tornato a Bologna, ebbe bottega assai conosciuta e frequentata; fu a Mantova chiamatovi da quel duca, al quale fece un ritratto. Non essendo costui rimasto soddisfatto, il C. lasciò Mantova e riparò a Verona, dove morì.
Pittore eclettico ed accademico, il C. è da considerarsi un discepolo del Reni, all'arte del quale rimase legato nonostante i dissapori per un certo momento intercorsi tra i due; il Malvasia lo trovò - il più grazioso coloritore ed il più corretto disegnatore del suo secolo ma il suo valore va racchiuso entro i ristretti limiti di un facile e largo divulgatore della corrente pittorica bolognese del suo tempo.
Fu notevole incisore e per le sue composizioni si valse anche in larga misura dei modelli offertigli dalle opere del Veronese, dei Carracci e dello stesso Reni.
Numerose opere sue sono a Bologna, nelle Marche e in gallerie italiane e straniere. Si citano: La trasfigurazione, in S. Urbano a Bologna; S. Antonio, a Cagli (Pesaro); l'Assunta, nella pinacoteca di Bologna; una Sacra Famiglia, nella galleria Borghese a Roma; Giuseppe e la moglie di Pntifarre, nella galleria di Dresda; ecc.
BibL.: C. C. Malvasia, Felsina pittrice, II, Bologna 1841, p. 373 sgg.; O. Pollak, a. v. in Thieme-Becker, V, pp. 324-25, con ampia bibl.: U. Ojetti-L. Dami-N. Tarchiani, in La pittura italiana del '6 e del '770 alla mostra di palazzes Pittl a Firenze, Milano 1924, p. 34; Katalog der Staatlichen GemüldeGalerie zu Dresden, Dresda 1930, p. 35. Pietro Zampetti
CÀNTARO. - Dal greco π ἀ ν vartheta α ρ ° ς, specie di coppa potoria dall'ampia apertura; è usato anche per designare la vasca donde sgorga l'acqua nelle case romane o dinanzi ai templi. Venne posto negli atri delle basiliche cristiane, protetto per mezzo di un tegurium sorretto da colonne e serviva per abluzioni ai fedeli. S. Paolino di Nola nell'anno 397 ci descrive il c. disposto nell'atrio della basilica Vaticana (CSEL, XXIX, pp. 94-95). Nella lettera all'amico Severo sulla disposizione delle basiliche ripete che Cantharus intrantumque manus lavat, amne ministro (CSEL, XXX, p. 290). Anche nell'atrio della basilica di S. Paolo stava un c. e l'iscrizione postavi da s. Leone Magno (440-61) invitava i fedeli a lavarsi le mani : ablue fonte manus (G. B. De Rossi, Inscriptiones christianae, II, 1, Roma 1888, pp. 80-81). Un'iscrizione del c. di Blera ammonisce Christiane inva manus et oro.
Il papa Simmaco (498-514) pose degli ornamenti al c. già esistente davanti alla basilica Vaticana e ne collocò un altro foris in campo.
Anche a Tebessa in Africa, nell'atrio della basilica
## Page 382
bizantina furono scoperti i resti di un c. e un altro fu trovato in Tunisia a Zaghouan. Risulta che un c. si trovava anche nell'atrio della ricostruita basilica di S. Sofia al tempo di Giustiniano. Un altro si riconosce nel musaico di S. Vitale a Ravenna dove è rappresentata l'imperatrice Teodora.
Nel medioevo il c. dinanzi la basilica Vaticana fu sostituito dalla pinea in bronzo, di cui ci hanno lasciato la descrizione Pietro Mallio e Filippo van Winghe. Restano tuttora in Roma due c. : l'uno nell'atrio della basilica di S. Cecilia, l'altro nel chiostro dei SS. Quattro Coronati (v. abluzione).
In molte lapidi cristiane è rappresentato il c. vaso della vita, al quale vanno a bere le colombe (le anime). Si è poi chiamato c. una sorta di sostegno per candele; perciò nel Lib. pont. appaiono spesso le dizioni canthara, cereostata, fara canthara, ecc. (es. Lib. pont., I, 173).
Bibl.: H. Leclercq, Canthare, in DACL. II, 2, coll. 19331969.
## Enrico Jesi
CANTATA. - La c. in genere ha le sue origini nel sec. xvir. La monodia accompagnata, succeduta alla polifonia cinquecentesca, dette occasione alla c. che sembra riassumere le due forme precedenti nell'uso promiscuo che fa del coro e del recitativo. Si distingue una c. da chiesa e una c. da camera. La prima si sviluppa principalmente in Germania raggiungendo perfezione di forma nell'arte di Bach. La seconda trova il suo terreno propizio in Italia, dove si manifesta in ben quattro scuole: a Firenze, a Venezia, a Roma e a Napoli.
La c. di chiesa si apre con un coro a più voci, seguito da una serie di arie e di duetti, concludendosi con altro coro finale. Bach ha lasciato una ricca serie di c.; se ne contano oltre duecento. La maggior parte sono per il servizio religioso protestante. La c. da camera, come dice il termine stesso, si eseguiva negli appartamenti delle case signorili, con pochi cantori, con pochi strumenti e senza parti corali. L'argomento non era mai religioso. Si può dire che la c. da camera, coltivando e sviluppando in ogni modo il canto a solo, ha preparato la musica da teatro.
A Roma, come a Venezia, la monodia fiorentina assume forme indipendenti per quanto ancora incerte. Luigi Rossi e Giacomo Carissimi le dettero forma stabile a Roma, il primo per la c. da camera, il secondo per quella da chiesa. Anche a Bologna la c. ebbe cultori illustri, quali il Cazzati, il Bononcini, il Perti. A Napoli, per il genio di Alessandro Scarlatti, la c. da camera raggiunse il più alto grado di interesse artistico, sia per gli argomenti sempre più drammatici, sia per lo strumentale sempre più nutrito, sia per la ricca vena melodica propria di quella terra. La forma della c. si esaurisce a Napoli con il 1700 . Dalla c. si determineranno due correnti : la musica strumentale pura e la musica teatrale.
Bibl.: Die Entwicklung deutschen-geistl. Solo-Kantate des 17. Jahrh., Friburgo in Br. 1923.
Francesco Coradini
CANTATORIUM. - Nella liturgia romana era il libro che conteneva il canto del graduale. Ne abbiamo l'attestazione nell'Ordo romanus I, ove si legge: "Postquam (subdiaconus) legerit (Epistolam), cantor cum cantatorio ascendit et dicit responsorium ». v. AN. tifonario; graduale; responsoriale.
CANTERBURY. - La sede vescovile di C. (Kent - Inghilterra), fondata nel 597 da s. Agostino, apostolo dell'Inghilterra, ivi mandato da s. Gregorio Magno, fu la sede primaziale di quel regno fino al sec. xv; avvenuto poi lo scisma divenne la sede primaziale della gerarchia anglicana, e questa primazia la conserva anche ai giorni nostri. Tra gli arcivescovi cattolici più notevoli si trovano s. Lanfranco (10701089) e s. Anselmo (1093-1109), ambedue italiani,

(do E. - O. Iopopr., L. Angletare, destino fidi)
Canterbury - Portale laterale della Cattedrale (sec. xv).
il santo martire Tommaso Becket (1162-70), e Stefano Langton (1207-28). Il primo arcivescovo protestante fu Tommaso Cranmer, eletto nel 1533, al quale nel 1556, sotto la cattolica regina Maria Tudor, successe l'ultimo arcivescovo cattolico, Reginaldo Pole (1553-58). Dopo il Pole tutti gli arcivescovi sono stati protestanti. Si deve notare che gli anglicani, nelle liste degli arcivescovi cantuariensi, mettono tutti in continuazione gli uni degli altri, senza nessuna distinzione, come se quelli protestanti fossero i legittimi successori dei cattolici. Tra gli arcivescovi anglicani è da citare Matteo Parker (1559-75), celebre per la questione delle ordinazioni episcopali fatte da lui con la formola eduardina; Giovanni Whitgift (15831604), che tentò di introdurre la dottrina calvinista nella Chiesa d'Inghilterra con gli «Articoli di Lambeth »; Guglielmo Lsud (1633-45), fatto decapitare dai suoi nemici; Guglielmo Sancroft (1678-90) deposto per non avere voluto fare il giuramento di fedeltà al nuovo re, dopo la cacciata degli Stuart; e fra i più moderni, E. W. Benson (1883-96), Randall T. Davidson (1903-28), C. Gordon Lang (1928-42), celebri per i congressi panprotestanti, e per i loro sforzi di unione con gli scismatici orientali.
L'arcivescovo anglicano di C. ha diverse funzioni secondo che lo si considera come dignitario nella comunione anglicano-episcopaliana, sparsa per tutto il mondo, o come capo della Chiesa d'Inghilterra, o come metropolita della provincia ecclesiastica di C., o come semplice vescovo della sua diocesi. Nella comunione anglicano-episcopaliana egli è considerato come il "primus inter pares " tra tutti gli altri vescovi; non ha dunque assolutamente nessuna giurisdizione fuori di quella che gli compete dentro la sua provincia e la sua diocesi; te