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rtanto limitata dallo stato degli affari e dalla conservazione di un dato rapporto di copertura tra moneta bancaria, emessa per mobilizzare il c. d'origine creditizia concesso alle imprese, e disponibilità di liquido per fronteggiare il pagamento degli assegni.

Un processo produttivo dicesi più o meno capitalistico a seconda che esso comporti l'impiego di maggiori o minori quantità di beni strumentali; solitamente l'adozione di un processo produttivo in alto grado capitalistico significa allungare l'intervallo tra inizio e conclusione del processo medesimo, provocandosi altresi una temporanea diminuzione di beni per il consumo. Tuttavia, detto fenomeno non si riscontra quando innovazioni tecnologiche permettano di impiegare beni capitali in misura minore per ottenere identiche quantità di prodotto.

Come il processo produttivo singolo, così pure una nazione, considerata come un'unica impresa, può godere di un maggior reddito reale globale, quando disponga di abbondante c. tecnico, vale a dire di fattori produttivi-diversi dal lavoro. Per di più, crescendo la produttività del lavoro - fino a un dato limite con l'ammontare della quantità di c. combinabile con il lavoro stesso nei processi produttivi, il salario può essere corrispondentemente aumentato. Quindi, una larga disponibilità di c. è il punto di partenza per

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aver un elevato reddito reale nazionale e alti redditi di lavoro.

Bibl.: I. Fishec. The nature of capital and income, Nuova Yorà 1906; U. Riesi, Il c., Torino 1910; W. Brylowski, Die verschiedenen Vorstellungsinhalte des Begriffes Kapital, Bortino 1933; R. Strigl, Kapital und Produktion, Vienna 1934; A. Graziadei, Le capital et la valeur, Parigi 1936; P. Onida, Le dimensioni del c. d'imprese, Milano 1939; J. R. Hicks, Value and capital, Oxford 1939.

Franco Feroldi
CAPITALE, SCRIPTURA. - I. NELLEPIDRAFIA. - Applicato a scrittura il termine "c." significa "più grande", "più vistoso", quali solevano essere le lettere adoperate nei capita delle pagine e dei trattati. Non è parola di uso nel latino antico. Nel linguaggio tecnico non è però sinonimo di "maiuscola", ma designa quella forma di scrittura che appare sui più vetusti monumenti in pietra e che è ancora riprodotta essenzialmente nelle maiuscole delle stampe moderne. In tal senso essa si contrappone tanto alla corsiva come alla minuscola, ed anche all'onciale.

Pare che anticamente fosse in uso un solo tipo di scrittura presso ogni popolo, sia greco che italico, con alfabeto che i Greci derivarono dai Semiti e gli Italici dai loro vicini Greci delle colonie calcidiche (Cuma, Napoli, ecc.). Certo tutti i testi scritti più antichi mostrano lo stesso tipo di lettere, che sono in sostanza quelle dette più sopra capitali.

La c. greca presenta poca evoluzione nelle sue forme, e quasi solo ha le varianti rotonde in confronto delle quadrate già dai secc. III-II a. C., forme che si potrebbero chiamare onciali.

La c. latina, dalla sua forma più antica (c. arcaica), andò man mano ingentilendo il tratteggio, cosi che al tempo di Augusto ci presenta un tipo nobile, severo ed elegante insieme, nel quale le forme delle lettere sono perfettamente stabilizzate. Questo tipo ha due varianti fondamentali: la quadrata o monumentale e la c. attuaria o rustica.

La scrittura quadrata ha lettere molto larghe, con le aste rette perfettamente orizzontali o verticali, cosi che ognuna si può iscrivere in un perfetto quadrato o rettangolo. Fu usata correntemente sui monumenti e le lapidi marmoree, nei musaici, nei bolli e sigilli, nelle testate dei libri e dovunque la scrittura dovesse presentare uno speciale carattere di monumentalità. Essa si adattava in modo speciale all'incisione dello scalpello.

La c. attuaria o rustica è caratterizzata, al contrario, dalle forme più strette e slanciate, dalla tendenza dei tratti orizzontali a sfuggire verso l'alto, dalla depressione e parziale deformazione di tutti i tratti curvi, dall'abbandono frequente della verticale per l'inclinata. Come tale essa si adattava specialmente alla scrittura con penna e pennello, forse fu soprattutto prodotta dall'uso di questi strumenti. Quindi è ovvio che fosse per regola usata nella registrazione di atti pubblici e privati, onde il suo nome di attuaria. Ed era tanta la forza dell'uso che anche quando questi atti si dovettero incidere in materiale duro, come il bronzo o il marmo (rescritti di imperatori, atti degli Arvali, ecc.) vi furono scritti in rustica.

Del resto le due forme non restarono sempre total-
mente distinte. Nelle scritture su marmo meno curate, trascorrono spesso forme rustiche in mezzo a quelle quadrate; nei secc. III-IV, poi, e particolarmente nell'epigrafia cristiana, si mescolano continuamente lettere quadrate e rustiche, anzi con il degradare progressivo della calligrafia, tutta quanta l'epigrafe prende un aspetto sempre più rustico.

Il papa Damaso con la sua riforma calligrafica tentò un ritorno deciso alle più pure forme della c. quadrata, esagerandone ancora alquanto i caratteri di larghezza e severità, ma fu un'azione che ebbe poco effetto intorno e dopo di lui.

La c. latina nella forma posata è durata quasi invariata sui monumenti fino ai nostri giorni.

La forma corsiva (corsim ducta, cioè rapida) dovette sempre essere usata, da che si cominciò a scrivere fuori dei monumenti, per gli usi più comuni della vita. Sembra quindi che essa abbia anche uno sviluppo proprio indipendente da quello della c. Di fatto quando comincia ad apparire porta con sé i segni dell'arcaismo e del popolaresco.

Essa è essenzialmente la stessa scrittura c., ma tracciata in fretta e senza molta cura. Quindi spesso si staccano fra loro gli elementi di una stessa lettera, più spesso ancora si uniscono elementi
di due lettere successive; molti apici si allungano esageratamente e tutta la scrittura si inclina facilmente a destra. Molto della sua caratteristica è data alla corsiva anche-dal' mezzo con cui si scrive e dal fondo che riceve la scrittura. In generale si evitano gli angoli retti e le curve tendono ad attenuare le loro profondità e ad aprirsi. Anche nel genere delle lettere si introducono molti elementi onciali e minuscoli. Del resto non c'è un tipo solo di alfabeto corsivo; secondo i tempi e i luoghi si hanno forti varianti, anzi si può pensare che talora le più forti variazioni siano dovute all'imperizia di chi scrive e alla resistenza del fondo su cui si scrive.

La corsiva fu usata correntemente nei documenti privati e nelle brevi iscrizioni personali, pervenuteci per lo più su tavolette di cera e graffite sui muri dai visitatori. Le lettere che in essa più si allontanano dalla capitale sono a, b, d, e, h, q, r, s.

Bibl.: Ae. Hübner, Exempla serpturae epigraphicae latinae, Berlino 1833; Tabulae in urem scholarum editae sub cura Johannis Lüttmann, 3: Specimina codicum Latinarum Vaticanarum, collegerunt Fr. Ehrle et P. Liebaert, Bonn 1912: 4: Inscriptiones Latinae, collegii Er. Dicht, ivi 1912; F. Grossi-Gondi, Trattato di epigrafia cristiana, Roma 1920, pp. 8-68; A. Silvagni, Monumenta epigraphica christiana sacrala XIII antiquiora, ivi 1944. Per la corsiva: CIL, IV, Inscriptiones parietariae Pompeianue, Bellino 1871-1909; V. Federici, Esempi di corsiva antica dal sec. I dell'era moderna al IV, Roma 1907. Antonio Petrus
II. Nella paleografia. - Parallelamente alla scrittura lapidaria, si svolge dalla c. arcaica, che è scrittura esclusivamente epigrafica, pure una c. libraria, di cui si possono distinguere tre tipi: rustica, elegante e corsiva.

Qualche trattatista riconosce la derivazione diretta dalla c. arcaica solo per quest'ultimo tipo, mentre la c. libraria vera e propria rustica e elegante

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sarebbe la continuazione della c. lapidaria. Ma alcuni elementi (l'assenza della linea mediana nella A della c. rustica, il soprelevarsi oltre il rigo dei tratti verticali di alcune lettere, certe forme caratteristiche che non hanno riscontro nel campo epigrafico, il carattere continuo della scrittura in un'epoca in cui nelle lapidi si incontra un elemento di divisione tra parola e parola) lasciano ragionevolmente pensare a un processo parallelo, piuttosto che di dipendenza, sebbene non si possa escludere in determinati casi una influenza reciproca. Anzi per certe forme di c. attuaria il contrasto fra i tratti ingrossati e quelli sottili, il ductus ondulato ecc. inducono a riconoscere un'imitazione coscente della scrittura libraria, da parte del lapicida, e non viceversa.

La c. elegante è il corrispondente paleografico della c. quadrata nelle lapidi: si tende oggi a riconoscervi una influenza delle forme epigrafiche della rinascita damasiana più che della lapidaria del i sec. Gli scarsissimi esempi a noi pervenuti (alcuni codici virgiliani, tutti mutili: l'Augusteo, parte alla Vaticana [Vat. lat. 3256; 4 fogli] e parte alla biblioteca di Stato di Berlino [27, 416; 3 fogli]; il Sangallese [1394; 11 fogli]; il papiro di Ossirinco [Oxyr. Pap. 1098] e forse il palinsesto Veronese [XL, 38; 5 I fogli]) non risalgono oltre il sec. IV (è da osservare che gli scarsi frammenti di papiri ercolanesi, che sembrano offrirne un saggio, sono talmente mutili che non ci si può pronunciare con sicurezza neppure sul tipo di scrittura), ma si pensa che fosse in uso anche in età precedente. Il rapporto tra la larghezza e l'altezza per le lettere del suo alfabeto è tale che le lettere larghe ( B, C, D, G, M, O, Q, ecc.) risultano perfettamente inscrivibili in un quadrato, gli ingrossamenti dei tratti tondeggianti sono tracciati secondo un asse che è perpendicolare al rigo (v. tab. I). E una scrittura solenne, di carattere prettamente calligrafico e di uso piuttosto limitato: nel medioevo, tramontata come forma spontanea, continuò ad essere usato come scrittura di imitazione nei titoli, nelle rubriche, nei lemmi dei glossari.

La c. rustica corrisponde nel campo librario alla c. attuaria delle epigrafi. Le sue lettere hanno, rispetto alla c. elegante, uno sviluppo maggiore nel senso dell'altezza, e risultano pertanto inscrivibili in un rettangolo, con i lati minori nello stesso senso del rigo; gli ingrossamenti seguono un asse che cade obliquamente sul rigo, formando l'angolo minore a sinistra (v. tab. II). Ha movenze più libere dell'elegante, con i tratti orizzontali spesso ondulati o che descrivono addirittura, a volte, uno svolazzo ( F, L, più raramente T ). Il nome indica semplicemente un elemento di distinzione rispetto alla c. elegante nel cui confronto risulta meno solenne, ma non denota affatto rozzezza di forme o di esecuzione, poiché anche la c. rustica è scrittura accuratissima e usata in codici di lusso. Già in uso nel sec. I dell'èra volgare (se ne trovano i primi esempi nei papiri ercolanesi), fu la scrittura normale dei codici fino al Iv sec. e rimase la scrittura libraria per eccellenza fino a tutto il sec. v, quando cominciò la prevalenza dell'onciale e della semionciale; sopravvisse però ancora per un secolo come forma spontanea, poi continuò ad essere
usata saltuariamente soprattutto per i titoli o le righe iniziali dei codici di pregio, come scrittura di imitazione: esempi perfetti sono frequenti soprattutto nel sec. Ix. I manoscritti, che furono elencati dal Lehmann, sono in numero di 27 , di cui 4 su papiro: particolarmente famosi i codici di Virgilio mediceo-laurenziano (XXXIX, 1), vaticano (Vat. lat. 3225), romano (Vat. lat. 3867), palatino (Vat. Palat. lat. 1651); il codice "bembino" di Terenzio (Vat. lat. 3226); quello parigino di Prudenzio (Paris. lat. 8084); il palinsesto ambrosiano di Plauto (G. 82 sup.) e il codice torinese di Sedulio (E. IV. 42).

La c. corsiva è la scrittura documentaria dell'età classica, in cui le lettere, di tipo c., sono tracciate con ductus corsivo, raramente unite da legature, più spesso in nesso. Il nome non è usato costantemente da tutti i trattatisti per indicare questa scrittura, che viene chiamata ora corsiva romana, ora corsiva antica, ora corsiva romana antica, a volte pure maiuscola corsiva. Lo Schiaparelli distingue addirittura una c. corsiva e una maiuscola corsiva, designando con quest'ultimo nome una scrittura mista, le cui lettere, in grande prevalenza maiuscole, tendonoad allontanarsi dalla forma originaria c., per
assumerne altre, derivate da quella in seguito ad evoluzione spontanea. Ma più che un tipo a sé, la maiuscola corsiva rappresenta una forma di transizione che prelude alla minuscola corsiva e le cui caratteristiche sono determinate da una duplicetendenza: di minuscolizzazione e di maggiore corsività. La c. corsivo è documentata nei papiri ercolanesi ad egiziani e nelle tavolette cerate pompeiane e daciche: ma sebbene la formazione delle lettere sia la stessa tanto nei primi che nelle seconde, l'aspetto generale della scrittura è diversissimo, a motivo della differenza di materia e di strumento scrittorio (v. tab. III). Più docile, più rotonda, più ricca di legamenti nei papiri, ineguale, dura, staccata nelle tavolette, fino ad assumere, nell'un caso e nell'altro, forme peculiari proprie.

Come per ogni scrittura, anche per la c. la distinzione tra la forma calligrafica e la forma corsiva ammette degli stadi intermedi, a cui lo Schiaparelli dà il nome di c. semicorsivo, citando come esempio il famoso papiro ercolanese 817, che contiene frammenti dell'anonimo carme De bello Actiaco. Ma nel caso della c. bisogna distinguere forme intermedie anche in altro senso, e cioè rispetto al campo lapidario e paleografico. Le caretteristiche scritture a pennello e a sgraffio, se possono riferirsi all'epigrafia per quel che riguarda la materia, sono però di pertinenza della paleografia rispetto allo strumento scrittorio. Per le scritture a pennello, ove si eccettuino scarsissimi esempi isolati che ripetono, con una certa rozzezza, l'alfabeto della c. quadrata, la documentazione è offerta unicamente dalle scritte murali di Pompei, quasi tutte di carattere elettorale. Le lettere presentano un aspetto particolare, strettamente legato alla peculiarità dello strumento scrittorio, che permette un tratteggio molto libero e dà rilievo alle sbarre e alle aste ondulate (v. tab. IV) : non è da escludere l'ipotesi, sebbene non prospettata dai trattatisti, che questa scrittura abbia suggerito la formazione della c. rustica (cf. soprattutto i codici di Virgilio "romano" e "palatino"). Le scritture a sgraffio eseguite con uno strumento acuminato sull'intonaco, presentano invece le stesse caratteristiche della c. corsiva delle tavolette cerate.

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Quanto ai criteri di datazione della s. c. si può dire che fino ad oggi essi manchino del tutto: i vari tentativi che sono stati fatti si basano soltanto su elementi esterni alla scrittura, e si sono spesso rivelati precari. La scarsezza della documentazione, lo stato mutilo dei codici pervenuti sino a noi, l'assenza di elementi che consentano di riconoscere il luogo di provenienza, non hanno permesso di formulare dei principi cronologici nel campo librario. Anche per la c. corsiva manca uno studio sufficentemente approfondito sulla sua evoluzione, ma poiché i testi documentari sono quasi tutti dotati o databili con molta approssimazione, si potranno fissare criteri sicuri quando tale studio sarà fatto.

Ben.: Oltre i trattati generali di paleografia, cf. P. Lehmann, Die lateinischen Handschriften in alter Capitalis und in Uncialis, in L. Traube, Vorlesungen und Abhandlungen, I, Monats 1909, pp. 127-263; L. Schiagarchi, La scrittura latina nell'vió romana, Como 1921; E. A. Lowe, More facts about our oldest latin manuscripts, in The Classical Quarterly, 19 (1923), pp. 197-208 e 22 (1928), pp. 43-62; J. Midlim, Observation sur quelques monuments d'écriture latine calligraphiés dans les cinq premiers siècles de notre ère, in Arts et métiers graphiques, gènn. 1939, pp. 37-40; id., Notes paléographiques à propos de C.I.L. II, 2411, in Miscellanea Nebrga, I, Madrid 1946, pp. 213-80. In particolare per la c. corsiva H. B. Hossen, Banone cursive writing, Princeton 1912. Facsimili ed esempi di scrittura: K. Zangemeister-N. Wattenbach, Exemplee codicum latinoorum litteris maiuscalis scriptorum, Heidelberg 1876; suppl., ivi 1878; C. Wessely, Schrifttafeln zur älteren lateinischen Paläographie, Lipsia 1898; E. A. Lowe, Codices latini antiquiæen, Oxford 1934 sgg. (8nora 4 voll., comprendenti i codici vaticani [vol. I], dell'Inghilterra e dell'Irlanda [vol. II], e dell'Italia [vol. III-IV]). Per i graffiti e le pitture pompeiane cf. [E. Monaci], Archivio paleografico italiano, V, Roma s. d., tavv. 19-22 e 24-25. Circa i criteri cronologici dei codici in c., importanti considerazioni, se anche non tutte accettabili, con richiami alla bibliografia precedente sono contenute nel fascicolo di E. Rostagno, Il codice mediceo di Virgilio, Roma [1931], che accompagna la riproduzione fototipica del ms. laurenziano XXXIX, 1.

Alessandro Protesi
CAPITALISMO. - Parola usata comunemente per indicare la struttura dell'economia dei periodi moderno e contemporaneo ed intesa in due diversi
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Capitale, scrittura - Forma delle lettere nei vari tipi di scrittura capitale.
significati, secondo che si guarda all'aspetto tecnicoproduttivo o all'aspetto etico-sociale, sotto cui la vita economica può essere considerata.

La tendenza a sostituire il lavoro dell'uomo con mezzi meccanici, fenomeno che si risonntra quasi di continuo e segna in certo modo le grandi tappe della storia economica dell'umanità, poté maggiormente affermarsi nei tempi più recenti, a causa del più esteso sfruttamento delle fonti naturali di energia, dell'applicazione in misura sempre più vasta dei ritrovati scientifici e dell'uso delle macchine ai metodi della produzione. Considerato nel suo aspetto tecnico-produttivo, il c., o più esattamente l'economia capitalistica, è il sistema economico corrispondente alla diversa proporzione con cui i due fattori furono impiegati nella produzione propriamente detta e nella circolazione dei beni, con crescente prevalenza del fattore materiale (capitale), contrariamente a quanto era avvenuto nei periodi anteriori, durante i quali il lavoro era più largamente adoperato. In questo senso al c. va senza dubbio riconosciuto il merito di aver contribuito enormemente al benessere dell'umanità in generale, avendo alleggerito la fatica dell'uomo, elevato il rendimento del lavoro, diminuito i costi di produzione, accelerato la formazione del risparmio ed accresciuto la ricchezza mondiale. Tale maniera di considerare il c. tuttavia non offre uno speciale interesse, in quanto i più gravi problemi, che esso ha sollevato e tuttora solleva, non si riferiscono direttamente alle trasformazioni introdotte nel processo produttivo, le quali costituiscono un innegabile progresso in confronto dei metodi di produzione, tecnicamente più arretrati, in uso precedentemente.

Maggiore interesse al contrario offre l'aspetto eti-co-sociale del c., ossia il sistema dei rapporti economici cui hanno dato luogo le predette trasformazioni, sia tra le nazioni nel mondo, sia tra le classi della produzione, nonché tra i possessori del capitale e la collettività consumatrice nell'ambito dei singoli paesi. Preso in questo significato, può dirsi che, storicamente parlando, il c. abbia avuto principio con il sorgere dell'impresa, unità produttiva completa dell'economia moderna. A differenza della piccola officina dell'artigiano, in cui i coefficienti della produzione si identificavano nel medesimo soggetto, al tempo stesso proprietario degli strumenti di lavoro, lavoratore esso pure con pochi dipendenti, ed insieme dirigente responsabile della produzione, nell'impresa i fattori produttivi risultarono divisi in due gruppi distinti : da un lato i proprietari degli strumenti della produzione, dall'altro i semplici lavoratori, mentre arbitro della produzione diventò l'imprenditore, personalità a volte distinta, a volte e più spesso identificata con quella dei proprietari dei beni capitali. Causa della separazione furono le nuove esigenze della produzione, il cui flusso notevolmente aumentato richiedeva investimenti di capitale, sia fisso (fabbricati, istallazioni, macchinario), sia circolante (materie prime, mezzi finanziari), non solo di grandi dimensioni, ma anche capaci di essere facilmente ed abilmente manovrati secondo le variazioni del mercato. Di qui, specialmente nell'industria, la diffusione pressoché universale del salariato, quale istituto giuridico riguardante i rapporti economici tra le classi della produzione; il moltiplicarsi delle società anonime, che agevolarono la raccolta di forti quantità di risparmio, distribuendo il rischio dell'investimento su un gran numero di risparmiatori; e il costituirsi di una categoria dirigente di amministratori e di imprenditori, che disponevano liberamente di rilevanti masse di ricchezza, sia che fossero del tutto estranei, sia che partecipassero alla proprietà degli strumenti della produzione (capitale azionario) per una quota sufficente ad assi-

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curarsi l'assoluto predominio della gestione dell'impresa. In tal modo si determinò la tendenza a una progressiva concentrazione della ricchezza nelle mani delle categorie dirigenti e a un diffuso impoverimento delle categorie lavoratrici (proletariato), le quali furono esposte talvolta a uno stato di disoccupazione attuale, sempre di precarietà e di insicurezza economica di fronte alle mutevoli condizioni del mercato di lavoro, che i nuovi e più cospicui investimenti di capitale, richiesti dalla necessità di procedere sempre più avanti nella diminuzione dei costi, rendevano permanentemente sfavorevoli ai lavoratori. In particolare la domanda di lavoro subì contrazioni affatto eccezionali nei periodi delle cosiddette crisi economiche, quando cioè il volume della produzione, sensibilmente superiore alle capacità di assorbimento del mercato, provocava l'arresto delle attività produttive e la disoccupazione di massa in alcuni settori o in tutto il sistema dell'economia nazionale.

Tali fenomeni, caratteristici dell'economia capitalistica, poterono verificarsi grazie al principio di una illimitata libertà individuale, che ne costituisce l'intima es. senza e la contraddistingue dagli altri sistemi economicosociali, con cui si è cercato di ovviare agl'inconvenienti che a quella si attribuiscono. Il c. nacque infatti dalle dottrine economiche liberistiche, di cui attuò in pratica il principio di una perfetta libertà d'iniziativa e di scelta, riconosciuta, almeno in astratto, a tutti i soggetti economici indistintamente, ai produttori (capitalisti e lavoratori) non meno che ai consumatori, nell'ipotesi di una società in cui sia in vigore il diritto della proprietà privata. Il concetto di libertà economica è tuttavia quanto mai equivoco ed equivale nella realtà a una vera e propria servitù per quelli che si trovano in una posizione di inferiorità di fronte alla ricchezza, e cioè i lavoratori e quanti altri non prendono parte direttamente e con mezzi propri alla produzione nazionale, sui quali quelli che si trovano in posizioni privilegiate finiscono con l'esercitare un potere dispotico a loro esclusivo vantaggio. Se fosse possibile distinguere un c. teorico da un c. storico, si dovrebbe concludere che il primo s'identifica con le costruzioni scientifiche teoricamente perfette dell'economia classica, mentre il secondo corrispose a un sistema economico, che, pur ispirandosi al modello ideale della scienza, se ne allontanò in pratica per più cupi, non solo nel campo strettamente economico, ma anche e più in quello sociale. In quest'ultimo campo manifestazioni per cosi dire antiliberali del c., ed insieme sue particolari caratterisiche, furono lo sfruttamento sistematico del lavoro umano da parte degl'imprenditori e il sorgere dei monopoli di fatto a svantaggio dei consumatori. Nei paesi in cui scarse erano le disponibilità di capitale ed alta l'offerta di lavoro, stante la concorrenza, la libertà economica individuale significò per i lavoratori bassi salari, turni di lavoro eccessivamente lunghi, impiego al posto degli uomini delle donne e dei fanciulli, a tutto vantaggio degl'imprenditori, interessati a ridurre in qualsiasi modo i costi di produzione, anche a spese delle remunerazioni salariali, allo scopo sia di accrescere il loro profitto, sia di resistere alla concorrenza che anch'essi si fecero l'un l'altro per la conquista del mercato mediante la riduzione del prezzo delle merci. Le condizioni dei lavoratori furono senza confronti migliori nei paesi in fase di grande sviluppo economico e ben forniti di capitali, dove il mercato di lavoro assumeva una configurazione ad essi favorevole. Ma anche in questi paesi la concorrenza degl'imprenditori provocò la rovina delle imprese, nelle quali la riduzione del prezzo non era preceduta da una parallela riduzione dei costi, e il loro assorbimento da parte di quelle economicamente meglio attrezzate, che riuscivano a dominare il mercato in maniera più o meno assoluta, privando i consumatori dei benefici della concorrenza. Più di frequente il dominio del mercato cadde nelle mani di gruppi compatti di imprenditori, i quali, piuttosto che
continuare in una lotta divenuta spesso sleale e senza quartiere, preferirono riunire le proprie imprese in orgenismi associati (consorzi, sindacati industriali, tranti, cartelli), allo scopo di fissare il prezzo delle merci da praticare al mercato di comune accordo e nel comune interesse. In contrasto con il principio liberale da cui era sorta, l'economia capitalistica assunse dovunque, per quanto in misura diversa, un carattere monopolistico, permettendo ai detentori del capitale di esercitare arbitrari pre domini, se non sempre direttamente sulle categorie lavoratrici, sulla massa dei consumatori, ossia sull'intera popolazione, resa soggetta economicamente e politicamente a un numero limitato di uomini, la cui potenza economica sapeva anche imporsi facilmente ai rappresentanti dei pubblici poteri. Tra i monopoli capitalistici meritano di essere ricordati quelli che fecero capo ai dirigenti dell'alta finanza (grandi banche), i quali, mediante la loro partecipazione azionaria ai complessi industriali di maggiore importanza, poterono dominare interi settori e tutto il sistema dell'economia nazionale.

Somiglianti a quelli descritti all'interno dei singoli paesi furono i fenomeni che l'economia capitalistica presentò nel mondo internazionale, sia quanto alle competizioni dei possessori dei beni capitali per la conquista dei mercati, da cui trassero spesso incentivo i contrasti politici e i conflitti armati tra i vari paesi; sia quanto ai monopoli, sorti dalla coalizione di complessi industriali dislocati in diversi paesi o dal possesso di risorse naturali di interesse mondiale da parte di singoli gruppi di proprietari; sia infine quanto alla ineguale distribuzione della ricchezza tra le nazioni. Particolarmente riguardo a quest'ultimo punto, in cui il c. ha dato le prove del suo fallimento sotto l'aspetto sociale, lo stesso fenomeno della concentrazione e della rarefazione della ricchezza tra le classi di un popolo si riscontra tra le nazioni, alcune abbondanti di capitali, sotto forma di risorse del suolo e di grandi attrezzature industriali, esistenti nei loro paesi o negl'ipperi soggetti in qualche modo alla loro influenza, altre invece troppo numerose di popolazione in rapporto alle disponibilità economiche del territorio. Conseguenza di tale situazione di squilibrio tra gli uomini e la ricchezza è una forte disuguaglianza nel tenore di vita delle rispettive popolazioni e il ripetersi periodicamente delle crisi economiche mondiali, a cui è stato precedentemente accennato. La crisi rappresenta il punto più alto della curva delle cosiddette fluttuazioni cicliche, ossia di quei periodi di espansione e di depressione delle attività economiche, che ricorsero a intervalli pressoché regolari nei due secoli di vita dell'economia capitalistica. Pur ammettendo i gravi inconvenienti sociali che derivano dalla fase discendente di siffatte fluttuazioni, la teoria economica vi scorge tuttavia effetti positivi nella fase ascendente ed attribuisce la causa di tutto il fenomeno a una situazione di squilibrio tra il flusso del risparmio e il volume degl'investimenti, determinata dalla stato di saturazione in cui si trovano i mercati disponibili in quel momento. Lo squilibrio verificatosi in un primo tempo in un dato paese si ripercuote poi anche negli altri, legati al primo da rapporti di commercio, fin quando, assorbita la ricchezza in eccesso dalle normali esigenze del consumo e superata in tal modo la depressione, prospettive di utili investimenti si risprono al risparmio, permettendo la ripresa delle attività produttive e l'inizio di un nuovo ciclo economico. Ma la causa profonda delle fluttuazioni cicliche, più che allo squilibrio tra risparmio e investimenti, causa soltanto immediata e in certo senso locale del fenomeno, deve essere attribuita più propriamente alla prassi liberistica, quale fu attuata dal c. Il funzionamento di un sistema economico internazionale fondato sulla libertà degli scambi è possibile soltanto nell'ipotesi di una libertà che sia condivisa di fatto da tutti gli elementi che lo costituiscono, ossia dagli uomini, dai capitali e dalle merci, e insieme che ubbidisca alle esigenze dello stesso sistema, il quale deve presentare un certo equilibrio tra la disponibilità di capitale e l'ammontare della popolazione, e quindi tra i rendimenti di lavoro nei singoli paesi, condizione necessaria per stabi-

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lire tra di essi durature correnti di scambio di intensità più o meno pari d'ambo le parti. Senonché il criterio che presiedette nell'economia capitalistica all'esercizio della libertà economica furono i vantaggi immediati del paese e degl'imprenditori, senza alcun riferimento ai vantaggi futuri e ai giusti interessi degli altri paesi, per cui i capitali non affluirono, come sarebbe stato necessario, nei luoghi che ne crano più bisognosi, scante il profitto, se non inferiore, certo a scadenza più lunga che avrebbero dato. Inoltre il movimento degli uomini e delle merci, oggettivamente non attuabile nella forma descritta, fu ostacolato positivamente da alcune categorie di cittadini, interessati acché non si verificassero nella vita economica variazioni ad essi sfavorevoli. In particolare i produttori capitalisti ostacolarono l'entrata delle merci che pregiudicavano lo sviluppo della produzione all'interno; le classi lavoratrici dei paesi riccamente dotati si opposero all'entrata di nuovi lavoratori, la cui presenza avrebbe spinto i salari al ribasso. Dal canto loro i governi, oltre ad assecondare tali esigenze delle categorie produttrici, non mancarono di porre altri ostacoli alla libertà dei traffici internazionali per motivi d'ordine politico. D'altra parte la libertà economica, quale fu intesa e praticata nell'economia capitalistica, mentre allungava sempre più le distanze tra i vari paesi, accentuando lo squilibrio tra gli uomini e i capitati in essi esistenti, dava luogo per naturale conseguenza ad eccessi di produzione, dovuti non già ad inevitabili errate valutazioni della capacità dei mercati, quanto all'impossibilità di far funzionare un sistema fondato essenzialmente sul principio di un reale equilibrio delle forze economiche tra le parti che lo compongono. Il lato debole del c. nel campo dei rapporti internazionali sta appunto in questo contrasto costituzionale tra le esigenze di equilibrio, imposte dalla logica stessa del sistema, nonché la necessità di conservare la vita economica nazionale in condizioni di stabilità, a cui sono interessate le popolazioni, e una libertà economica che, lasciata a se stessa, non è né può essere quale sarebbe richiesta da quelle esigenze. Per lo stesso motivo i tentativi ripresi più volte nell'intervalle tra le due guerre per tornare a forme più o meno moderate di libertà di scambi internazionali sono andati tutti falliti, compreso, per quanto è dato prevedere, l'ultimo del 1948, compiuto dalla conferenza per il Commercio internazionale (I.T.O.), in cui peraltro si è cercato di conciliare il ripristino di una qualche libertà nei rapporti economici tra le nazioni con le esigenze di una politica di "pieno impiego" all'interno di ciascun paese.

Per effetto degl'inconvenienti sopra descritti, a mano a mano che i popoli, e specialmente le classi lavoratrici, prevalevano coscienza dei loro diritti sociali, l'economia capitalistico-liberale, che peraltro non è mai esistita allo stato puro, è andata progressivamente declinando. Già anteriormente alla prima guerra mondiale il c. aveva dovuto ripiegare su posizioni meno liberistiche all'interno dei singoli paesi riguardo al problema dei mutui rapporti tra le classi della produzione. Alle organizzazioni sindacali dei datori di lavoro, da essi create per tutelare i propri interessi di categoria, furono opposte allo stesso scopo analoghe organizzazioni di lavoratori, che trasformarono il mercato di lavoro da un regime di quasi monopolio, detenuto dagl'imprenditori, in quello di monopolio bilaterale, regolando i medesimi rapporti con il metodo dei contratti collettivi. I pubblici poteri furono inoltre sollecit di proteggere le categorie lavoratrici con opportune legislazioni sindacali, che disciplinarono anche sul piano giuridico la libertà d'azione degl'imprenditori rispetto ai lavoratori. Nel periodo tra le due guerre i rapporti di lavoro furono anche regolati mediante organizzazioni sindacali miste (varie specie di corporativismo), più o meno sottoposte all'influsso politico dello Stato, nei paesi retti con governi totalitari, tra i quali l'Italia, che, alla fine dell'ultimo conflitto, è ritornata all'antico sistema, a cui erano rimasti fedeli i paesi retti con governi democratici. Al termine della prima guerra mondiale il problema dei rapporti tra i produttori capitalisti e la collettività consumatrice ha avuto diversa soluzione secondo l'ordi-
namento politico sociale dei vari paesi. Dove fu conservato, salvo limitate eccezioni, l'istituto della proprietà privata degli strumenti della produzione, i pubblici poteri, abbandonando il tradizionale assenteismo patrocinato dalla dottrina liberale, intensificarono sempre più i loro interventi nella vita economica della nazione, ricorrendo in particolare alla nazionalizzazione delle imprese di interesse generale (banche, mezzi di comunicazione, miniere, ecc.) e, specialmente dopo l'ultima crisi, a svariate forme di economia regolata, limitando più o meno severamente la libertà economica degl'imprenditori in conformità delle esigenze politiche e sociali della collettività. Dove invece è riuscito ad affermarsi il regime comunista, come è avvenuto nell'URSS fin dal 1917 e, dopo la seconda guerra mondiale, nei paesi posti al di là della "cortina di ferro", essendosi lo Stato e gli enti da esso dipendenti sostituiti in tutto o in grandissima parte ai privati possessori degli strumenti della produzione, i rapporti tra i produttori capitalisti e la collettività, insieme con quelli tra le classi della produzione, sono stati praticamente soppressi e inseriti nel sistema dei rapporti politici tra il cittadino e lo Stato, divenuto uno Stato supercapitalista nella società comunista. Nel campo dei rapporti internazionali i governi instaurarono generalmente una politica di protezionismo e di controllo dei traffici, particolarmente negli ultimi decenni, inasprendola poi negli anni della grande crisi del 1929, fino a creare un sistema di economie quasi chiuse nei propri confini (autarchia), allo scopo di tutelare la stabilità della vita economica nazionale, minacciata dall'entrata degli uomini e dei beni di provenienza estera. Il movimento degli uomini e dei beni viene promosso al presente con accordi internazionali tra i vari paesi, comprendenti talvolta interi gruppi di nazioni, come avviene per l'Europa occidentale, in vista di una futura unione economica tra i paesi aderenti al programma di ricostruzione europea (E.R.P.). Tali paesi dovrebbero con il tempo acquistare e conservarsi in una struttura che, integrandosi vicendevolmente e mediante un sistema ordinato di scambi plurilaterali, permetta il più utile impiego dei fattori produttivi disponibili in ciascuno di essi e uno stato di equilibrio e di migliore benessere per tutti. Un certo equilibrio internazionale nella distribuzione dei beni capitali è stato attuato nell'odierno periodo post-bellico in una forma del tutto nuova, sia nei principi che lo hanno ispirato, sia nei particolari con cui è stato concepito, con lo stesso programma di ricostruzione europea, in forza del quale rilevanti masse di ricchezza sono state trasferite d'autorità, in aperto contrasto con i principi liberali, dai lunghi in cui essa abbonda e fatti affluire come gratuite elargizioni nei paesi in cui è grandemente diminuita, specialmente dopo le rovine arrecate dal secondo conflitto mondiale.

Il sistema dell'economia regolata, adottato come provvedimento di carattere straordinario negli anni della crisi e poi continuato senza interruzione nei periodi di emergenza della guerra e della ricostruzione, è destinato a perpetuarsi nella vita interna delle nazioni, almeno per quanto riguarda i paesi dell'Europa occidentale. L'unione economica europea, a cui essi tendono, importa infatti un'efficace azione dello Stato, che disciplini e indirizzi le attività individuali verso un armonico coordinamento delle varie economie nazionali, nell'intento di elevare la produzione e il benessere di tutti i paesi. Anche per quest'altro verso i classici postulati dell'economia liberale devono considerarsi ormai tramontati. Secondo questi postulati, sotto lo stimolo dell'interesse individuale, la libertà economica è il mezzo più idoneo per raggiungere il più alto livello della produzione, nel quale consisterebbe il fine dell'economia. Al contrario, come oggi sempre più diffusamente si ammette, fine dell'economia è non tanto l'aumento della ricchezza, quanto piuttosto una ricchezza distribuita secondo giustizia tra i vari ceti

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sociali e i vari paesi del mondo, alla quale la libertà economica si è dimostrata incapace di pervenire da sola. Il problema della sopravvivenza del c., di cui spesso si parla, deve essere guardato in questa diversa impostazione dell'intero problema economico. Superati i principi del tradizionale liberismo, di un massimo prodotto indiscriminato e del privato interesse dell'imprenditore, quali unico fine e criterio dell'attività economica, da cui ebbe origine quel che fu detto lo "spirito" del c., tutto impregnato di utilitarismo e di materialismo, si afferma ovunque, tanto nella teoria quanto nella prassi politica, il principio più umano e più giusto del benessere collettivo, al quale deve essere subordinato l'interesse individuale, che perciò occorre contenere in ben determinati confini. Non si tratta di sopprimere la proprietà degli strumenti della produzione e l'iniziativa privata, creando al posto dell'antico c. un più esoso c. di Stato; né tanto meno di arrestare l'evoluzione della vita economica o di modificare l'attuale struttura dell'economia moderna, ritornando a metodi di produzione più arretrati; ma piuttosto di stabilire in quali settori e fino a che punto, dato il progresso tecnico raggiunto dall'economia, gli strumenti della produzione e le scelte economiche devono essere lasciate alla discrezione dei privati proprietari ed imprenditori, perché contribuiscano al pubblico bene di una più perfetta giustizia sociale e di un benessere sufficientemente diffuso nella collettività. Più che di sopravvivenza e di tramonto definitivo del c., la questione è di sapere quel che dovrà essere conservato del c., per essersi dimostrato utile all'umanità, e quello che, per il motivo contrario, dovrà essere sottoposto a un processo più o meno radicale di revisione. Problema, come si vede, di limiti, oltre che di mezzi da impiegare, allo scopo di risolverlo nel miglior modo, tenendo conto del fine naturale dell'economia e delle condizioni di fatto relative all'ambiente nazionale ed internazionale in cui il problema di pone. Tra i mezzi che oggi generalmente vengono adoperati nei paesi a regime democratico, oltre l'azione diretta e indiretta dello Stato nella vita economica della nazione e il controllo della pubblica opinione sulle sue esterne manifestazioni, si ricordano le cosiddette riforme di struttura, ancora, allo stato iniziale, dirette a trasformare il rapporto salariale in qualche forma di contratto di società, chiamando le categorie lavoratrici a partecipare alla gestione e agli utili dell'impresa insieme ai proprietari e imprenditori. Volendo sfuggire agl'inconvenienti dell'antico c. privato e del recente c. di Stato, si cerca, in altre parole, di battere una "terza via", intermedia tra i due estremi, lungo la quale l'economia dovrebbe incamminarsi, in modo da lasciare agire l'iniziativa privata in un raggio d'azione ben determinato, tale che non si opponga al raggiungimento dei fini sociali inerenti alla vita economica. Con le debite limitazioni della libertà individuale, il c. non è quindi destinato a scomparire del tutto, ma a rinnovarsi nella coscienza di una più sentita responsabilità sociale da parte dei possessori della ricchezza, non essendovi altra alternativa, oltre quella del supercapitalismo di Stato, che, insieme alla scomparsa della libertà economica, porta alla perdita di ogni altra libertà individuale.

Il pensiero della Chiesa circa il c. - Il giudizio precedentemente espresso di una revisione, non soppressione totale del c. corrisponde al pensiero della Chiesa riguardo al medesimo problema. Le due
encicliche sociali di Leone XIII e di Pio XI, la Rerum novarum e la Quadragesimo anno, importanti anche per la compiutezza della sintesi con cui vi è descritto il c. nelle sue manifestazioni di caratterestorico, e più di recente alcune lettere, messaggi e discorsi di Pio XII non condannano il c. in se stesso, in quanto sistema economico tecnicamente progredito fondato sull'iniziativa individuale e la proprietà privata degli strumenti della produzione. Perciò, essi presero posizione contro il sistema comunista e le forme estreme dell'economia regolata proprie degli Stati totalitari. Anzi, data l'attuale tendenza dello. Stato di invadere il campo naturale delle attività individuali, ripetute volte i sommi pontefici hanno denunciato il pericolo di eccessivi interventi e di ingiustificate sostituzioni dei pubblici poteri nel settore dell'economia e dei rapporti sindacali, pronunziandosi sfavorevolmente sia sulla nazionalizzazione delle imprese, non richiesta dalle esigenze del bene comune, sia sugli ordinamenti politici che rendono "praticamente impossibile o vano il diritto di proprietà, cosi sui beni di consumo come sui mezzi di produzione ", e affermando il diritto dei cittadini di associarsi, nell'ambito delle leggi, in organismi autonomi per la difesa dei propri interessi di categoria. In particolare Pio XII, sulle tracce dei suoi predecessori, ha additato il rimedio al presente più efficace per risanare uno degli inconvenienti sociali più gravi arrecati dalla dissociazione dei fattori della produzione, e cioè la subordinazione dei lavoratori agli imprenditori e la loro mutua diffidenza ed ostilità, nella costituzione di organizzazioni professionali e corporative di datori di lavoro e lavoratori, fondate sulla comunanza degl'interessi e delle responsabilità, con le quali le categorie lavoratrici sarebbero chiamate a partecipare alla direzione dell'economia nazionale conformemente alla dignità di coefficienti consapevoli della produzione.

Ammessa infatti la legittimità dell'istituto della proprietà privata, non potendo la dissociazione dei fattori produttivi essere del tutto eliminata dall'attuale struttura dell'economia, per quanto la si possa ridurre estendendo le forme cooperative o quasi cooperative (azionariato, operaio) nella proprietà e nella gestione delle imprese, la soluzione migliore per correggere gli abusi del c. nei rapporti di lavoro sembra essere quella che, senza ricorrere all'azione diretta dello Stato, crea il clima ed offre i mezzi per una costante collaborazione delle classi, fondata sulla convergenza degl'interessi riguardanti lo sviluppo della produzione. Per gli stessi motivi suddetti deve anche affermarsi la legittimità del contratto salariale, che la Quadragesimo anno nega essere "di sua natura ingiusto ", - sebbene "sia più prudente, che, quanto è possibile, ... venga temperato alquanto col contratto di società " - purché comporti una giusta remunerazione dell'opera prestata, tale cioè che, tenuto conto delle condizioni particolari dell'azienda e generali dell'economia nazionale, permetta al lavoratore e alla sua famiglia, insieme ad un onesto sostentamento, la possibilità di elevare il proprio tenore di vita e di accedere, mediante il risparmio, ad una sua proprietà.

Pio XII ha anche indicato con due felici espressioni l'irriducibile opposizione tra la dottrina sociale cattolica e la dottrina comunista quanto alle mete a cui tendono rispettivamente e ai metodi di azione, che esse propongono per raggiungerle. "Non tutti proletari, ma tutti proprietari"; "non rivoluzione, ma evoluzione " : un'evoluzione "concorde, ... progressiva e prudente, coraggiosa e consostanea alla natura, illuminata e guidata dalle sante norme della giustizia e della carità ". Sebbene le due frasi signiz.

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fichino aperta condanna degli obiettivi e dei metodi comunisti, esse suonano implicitamente anche riprovazione dei principi fondamentali e della prassi del c. riguardo al fine dell'economia, al concetto di ricchezza nazionale, ai mezzi e alle forme che occorre adoperare per meglio conseguirlo. Secondo la dottrina cattolica "la ricchezza economica di un popolo non consiste propriamente nell'abbondanza dei beni, misurata secondo un computo puro e pretto materiale del loro valore, bensì in ciò che tale abbondanza rappresenti e porga realmente ed efficacemente la base materiale bastevole al debito sviluppo personale dei suoi membri». Giacché "l'economia nazionale, come è frutto delle attività di uomini che lavorano uniti nella comunità statale, così ad altro non mira che ad assicurare senza interrompimenti le condizioni materiali, in cui possa svilupparsi pienamente la vita individuale dei cittadini ".

La dottrina cattolica respinge quindi, tanto sul piano scientifico (teoria classica), quanto sul piano pratico (economia capitalistica liberale), una concezione dell'economia che intenda risolvere il problema della produzione separatamente e indipendentemente dal problema della distribuzione della ricchezza impostato sulle basi di una vera giustizia sociale. Una scienza che studia il modo con cui si accrescono le ricchezze delle nazioni, astraendo dalle naturali esigenze dell'uomo e considerando i soggetti economici quasi semplici centri di forza, senza il dovuto riconoscimento della loro dignità di persona e i loro doveri morali, in una visione esclusivamente materialistica della realtà sociale, è una scienza che Pio XI ha definito costruita su "false opinioni " e su "fallaci supposti". Nć la coscienza cristiana può accettare in alcun modo un sistema economico, che, ispirandosi ai principi di simile scienza, genera o rende permanenti disuguaglianze sociali incompatibili con il fine naturale dei beni materiali, suscitando nella società nazionale e internazionale rivalità e conflitti tra le classi ed i popoli. La Chiesa ha perciò riprovato "come contrario al diritto di natura" il c. tradizionale, in quanto causa, da un lato, di "eccessivi concentramenti di beni economici, che, nascosti spesso sotto forme anonime, riescono a sottrarsi ai loro doveri sociali e quasi mettono l'opersio nell'impossibilità di formarsi una sua proprietà effettiva"; dall'altro, di una "innumerevole moltitudine di coloro che, privi di ogni diretta e indiretta sicurezza della propria vita, non prendono più interesse ai veri ed alti valori dello spirito, ... schiavi di chiunque prometta loro in qualche modo pane e tranquillità ". L'economia capitalistica suole vantare vanamente al suo attivo di aver accumulato grandi quantità di risparmio, che hanno reso possibile un aumento della produzione senza precedenti nella storia, con cui si è potuto soddisfare ai bisogni dell'unianità notevolmente cresciuta durante l'ultimo secolo. Ciò tuttavia non infirma la gravità dell'accusa che quel risparmio fu troppe volte frutto di indicibili rinunzie dei lavoratori, alle quali furono costretti per un lungo periodo, fin quando, solo più tardi, associati nelle organizzazioni sindacali, riuscirono a far piegare in loro favore le bilance della giustizia nella ripartizione del prodotto.

Basta pensare che, limitatamente all'Italia, prima del 1898 , anno in cui andò in vigore il codice penale Zanardelli, lo sciopero era considerato come reato; mentre la prima affermazione ufficiale d'importanza internazionale, che negava potersi considerare il lavoro come semplice merce, fu pronunziata dalla neonata Società delle nazioni, qualche anno dopo che il primo conflitto mondiale aveva dato i suoi frutti di sangue versato sui campi di battaglia di un intero continente. La Chiesa non ignora l'insostituibile funzione del risparmio nel processo economico; che anzi ad esso esorta, come espressione della virtù naturale della temperanza. Ma essa nega
che il risparmio debba essere soltanto un privilegio di pochi e per giunta di quelli che nella scala dei bisogni individuali abbiano raggiunto un così elevato grado di soddisfazione, che equivale alla mancanza di beni di prima necessità per grandi masse di popolazioni. Il compenso dovuto al proprietario degli strumenti della produzione e all'imprenditore deve essere bensì più alto degli altri suoi collaboratori, avendo essi la responsabilità dell'impresa e assumendosi un rischio maggiore nell'iniziativa della produzione. Ma essi hanno anche l'obbligo più degli altri "di contribuire con il risparmio all'