polifore) molto spesso con davanzale assai alto da terra e, talvolta, ha finestre più piccole nel lato opposto.
Nei monasteri di epoca romanica e gotica, di Francia,
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di Germania e in quelli d'Italia che più risentono di influssi architettonici d'oltralpe (ad es., nelle badie cistercensi di Fossanova, Casamari e S. Galgano) i C. si presentano come sole divise in due o tre navatelle coperte da volte a coscera (con o senza costoloni) che si scaricano su di una, due o più colonne o pilastri. Allorché in Italia, specie durante il sec. xiv, le forme gotiche verranno rielaborate secondo il nostro sentimento artistico, e quindi nel Rinascimento, anche nelle aule capitolari si tenderà ad un senso più unitario dello spazio mediante l'abolizione di pilastri e colonne e per i mutati rapporti di proporzione. Si veda, ad es., il C. di S. Maria Novella in Firenze, della metà del Trecento, decorato da famosi affreschi.
BibL.: C. Bricarelli, s. v. in Enc. Ital., VIII (1830), p. 863; C. Enlart, Manuel d'archéologie francaise, II, Parigi 1904, p. 30.
Raffaello Niccoli
IV. Il C. nella liturgia. - Si chiama così qualche versicolo scritturale (Lectio brevis), che si dice nelle ore canoniche dopo i salmi. Tale lezione breve, che occorre già nella regola di s. Benedetto (capp. ro18), sostituisce nei monasteri l'antica lezione d'un C. intero della Regola stessa nella 2^{mathrm{a}} parte dell'ora di Prima; al principio della Completa, invece, una lezione ascetica o agiografica.
Nella Messa mozarabica è l'introduzione al canto del «Pater noster»; nell'evo antico denota talvolta l'Orazione della Messa (ad es., Vigilio papa, Epist. ad Profuturum).
BibL.: S. Bäumer, Histoire du Bréviaire, Parigi 1903; C. Callewaert, De Breviarii Romani Liturgia, 2 ed., Bruges 1930, p. 136 sg. Filippo Oppenheim
V. Il C. Della colpa. - Uso monastico, ora sotto varie forme comune a molte famiglie religiose, che risale a s. Agostino (Epist. 211) e a s. Benedetto (Regola, cap. 46) in cui i singoli religiosi ad uno ad uno si accusavano delle mancanze esterne contro l'osservanza regolare di fronte a tutta la comunità religiosa per riceverne la penitenza conveniente. Tra i Benedettini ogni abbazia aveva i propri usi nell'ascoltare la colpa. Ordinariamente ciò avveniva al mattino durante l'ufficiatura di Prima. Dopo la lettura del martirologio, i monaci processionalmente si recavano nella sala del C., di solito prossima al coro, e dinanzi all'abate si accusavano delle loro mancanze e ne ricevevano parole di ammonimento e condegna penitenza. In qualche abbazia l'abate prendeva l'occasione del C. della colpa per tenere la conferenza ai monaci. Il C. della colpa non si teneva quotidianamente, ma in determinati giorni della settimana. Tra gli Ordini francescani si tiene tre volte la settimana in refettorio prima della benedizione della mensa. In altre Congregazioni vi sono usi diversi.
Bibl.: M. Wolter, Praecipua Ordinis Monastici elementa, Bruges 1890, pp. 351-52,362,380-81,437-38,441,728 ; mathrm{T}. Schaefer, De religiosis ad normam CIC, 3² ed., Roma 1940, p. 706. Emilio d'Auceli
CAPITULA ANGILRAMNI : v. ANGILRAMNO. CAPITULA MARTINI BRACARENSIS : v. COLLEZIONI CANONICHE.
CAPOCCI. - Famiglia di musicisti. Gaetano, n. in Roma il 16 ott. 1811 , ivi m. l'1 i genn. 1898, organista in S. Maria in Vallicella, poi a S. Maria Maggiore, e, dal febbr. 1835, maestro di cappella a S. Giovanni in Laterano. Studiò con Fioravanti e Sante Pascoli; fu autore di vari Oratori, tra cui Il Battista (1833) e Assalonne (1842), di numerose messe, litanie, salmi, mottetti ecc. Ebbe molti allievi, quali il Renzi, Moriconi, Cotogni, ecc.
Assai meno popolare di lui, ma di più alto valore come organista e come compositore fu suo figlio Filippo, n. a Roma l'ri maggio 1840 , ivi m. il 25 luglio 1911. Fu organista a S. Giovanni in Laterano dal
1875 e a S. Ignazio, insegnante di organo all'accademia di S. Cecilia; compose l'Oratorio S. Atanasio (1863), varia musica sacra e pregevoli pezzi per organo.
BibL.: C. Zandotti, G. C., Roma 1898. - A. De Santi, F. C. ivi 1888.
Luisa Cervelli
CAPOCCI, Giacomo, beato: v. GlaCOMO da Viterbo.
CAPODANNO. - La festa del c. chiude presso tutti i gruppi umani un periodo del tempo, in genere calcolato sulla vicenda astronomica delle stagioni, e ne apre uno nuovo. E preoccupazione dei gruppi che la celebrano di eliminare, quasi ufficialmente, con opportune cerimonie, il passato con tutto il suo male, e di iniziare con riti di buon auspicio il periodo che incomincia. Le feste di c. hanno quindi il doppio aspetto di allontanamento, di espiazione del male commesso o sofferto nel periodo che si è chiuso, e di buon auspicio per l'avvenire, di cui si cerca anche con pratiche divinatorie di squarciare il velo che lo occulto.
Riti eliminatori: battere con un bastone ogni angolo della casa per cacciarne i mali spiriti e poi gettare il bastone in un fiume; gettar via da casa tutti gli oggetti inservibili o rotti; far rumore percotendo oggetti di rima, suonar trombe come nel c. giudaico (rôt haš-šânâh), bruciar fantocci di carta raffiguranti lo spirito del male; nell'antica Roma cacciare a colpi di bastone Mamurio Veturio rappresentante Marte Vecchio, cioè l'anno trascorso; in Babilonia nella festa dell'akitu, detta anche zagmuk, sacrificare un montone la cui testa spiccata dal corpo viene, insieme con questo, dopo essere stata strofinata sulle mura del tempio, gettata nel fiume; cui segue la confessione dei peccati da parte del re, spogliato delle insegne reali e inginscchiato: dopo di che, rivestite le insegne, rinnova la sacra provvista del suo potere regio toccando la statua del dio Marduk. Pure durante l'akitu, questo dio, che era in possesso delle tavolette del destino, fissava per tutto l'anno il destino della città. Nel giorno del c. ebraico (rôt haš-šânâh) anche la tradizione giudaica crede che Jahweh giudichi le azioni degli uomini e fissi il destino dei singoli per tutto l'anno.
Riti augurali e divinatori: parole di buon augurio, scambio di doni (presso i Romani strenue, donde "strenna") caratterizzano dappertutto la festa di c., accensione del nuovo fuoco, preghiere propiziatrici, degustazione di cibi che esprimano abbondanza (riso, lenticchie) o fecondità (animali). I riti augurali sono spesso accompagnati da pratiche divinatorie, ora rimaste soltanto nella tradizione popolare, e dirette a conoscer l'avvenire specialmente nei riguardi del matrimonio, del raccolto, della morte. Una usanza assai diffusa nel nord d'Europa celtico, anglo-sassone e germanico, è quella di pronosticare gli eventi dei 12 mesi del nuovo anno, osservando quelli dei 12 giorni dal Natale all'Epifania. L'uso del pronostico tratto dall'osservazione di un periodo di 12 giorni è antichissimo e si riscontra anche nell'India vedica in cui si credeva che i Ribhus, i divini artefici "donatori di tesori" rimanessero per 12 giorni nella casa del Sole e che durante quel tempo, quali genii delle stagioni, dessero alla terra irrigazione di acqua e rigoglio di vegetazione ( R g Veda, IV, 35, 7). Forse il numero 12 corrisponde ai 12 giorni che occorreva intercalare in India per riportare l'anno lunare, più corto, a concordare con il solare.
L'anno cristiano essendo basato sulla vita del Fondatore Gesù non coincide con l'anno civile ma ha inizio alla prima domenica dell'Avvento; tuttavia la Chiesa, adattandosi all'uso civile, come ringrazia solennemente Iddio con il canto del Te Deum dei benefici ricevuti nell'anno che muore, così ne invoca l'aiuto il primo giorno del nuovo anno con il canto del Veni Creator (v. anno, inizio dell'; calendario).
BibL.: H. Hirt, Die Indogermanen, II, Strasburgo 19051907, pp. 537, 544; J. G. Frazer, The Golden Bough, 3² ed., Londra 1913, passim, ma specialmente il vol. IX, ivi 1913, p. 306 agg.; J. A. Mac Culloch, Calendar, in Enc. of Rel. and Ethics, II, p. 81 agg. Nicola Turchi
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CAPO DI BUONA SPERANZA, DISTBETTO OCCIDENTALE di: v. CAPETOWN, vicariato apostolico di.
CAPODIFERRO, Gerolamo. - Cardinale n. nel 1502 dalla famiglia dei Recanati, nobili napoletani, assunse il cognome materno di C. Entrato giovinetto alla corte del card. Alessandro Farnese (poi papa Paolo III), fece ben presto parte della Curia romana. Nel 1537 fu nuncio in Portogallo mentre col re Giovanni III vi erano gravi controversie specialmente quanto agli Ebrei convertiti; passò poi in Francia ove molto si adoperò per far accettare a Francesco I la bolla di apertura del Concilio di Trento. Nello stesso anno nominato tesoriere della Camera apostolica, insieme con il card. Ascanio Sforza fu incaricato di raccogliere dalle chiese ed altri luoghi pii denaro per la guerra contro i Turchi. Nominato il 9 dic. 1544 cardinale del titolo di S. Giorgio in Velabro, fu datario e poi governatore della Romagna. Ritornò in Francia come legato ( 1547 ) per interessare Francesco I alla restaurazione cattolica dell'Inghilterra, e di nuovo nell'api. 1553 presso Enrico II per comporre la pace tra lui e l'imperatore Carlo V, ma senza ottener nulla; e al principio di ott. ritornò in Italia. A Roma si costrui il magnifico palazzo passato poi agli Spada. M. a Roma il 10 dic. 1559 ed è sepolto in S. Maria della Pace.
BbL.: G. Moroni. Divinatio di erudizione storico-ecclesistica, VIII, Venezia 1842. pp. 62-63; Pastor, V e VI passim.
Renata Orazi Ausenda
CAPODISTRIA. - Cittadina a pochikm. da Trieste; fu designata nell'antichità anche con il nome di Giustinopoli. Secondo alcune supposizioni sarebbe stata sede vescovile verso la metà del sec. vi. Il cronista Andrea Dandolo (sec. xiv) reca il nome di due vescovi per la metà del sec. viII, ma è fonte molto sospetta. Fu Alessandro III che a Venezia, nel 1177, decise l'erezione del vescovato, che comprendeva i territori soggetti a Venezia in quella regione fra Trieste e Cittanova; il vescovato fu giuridicamente costituito solo il 5 luglio 1186; esso durò sino al 30 giugno 1828 quando fu unito da Leone XII aegue principaliter con la sede di Trieste, unione che fu resa esecutiva il 21 marzo 1830 . Dipendeva dal patriarcato d'Aquileia fino al 1731.
BbL.: Ugholli, V. p. 381 sg.; Fr. Bebudri, Cronologia dei vescovi di Capodistria, in Archeografo triestino, 33 (1909), p. 173 sgg.; Lenanni, II, pp. 861-62; P. F. Kohn, Italia Pontificia, VII, II, Berlino 1930, pp. 213-23; P. Paschini, Storia del Friuli, Udine 1934; L. Jadin, s. v. in DHG. XI (1949), coll. 878-86.
Pio Paschini
CAPO HAITIANO, diOcesi di. - Cittadina del nord della repubblica di Haiti nelle Antille, e diocesi suffraganea di Porto Principe con una superfice di 8000 kmq . ed una popolazione di 485.000 cattolici su 500.000 ab. Conta 130 chiese, 26 parrocchie, 49 sacerdoti diocesani e 12 regolari (1948).
La città fu fondata dagli spagnoli nel 1670, prese prima il nome di Cabo Santo, poi, sotto il regime francese, quello di Cap Français, Cap-Henri (1803), e infine, dichiarata l'indipendenza (1804), quello di C. H. La diocesi fu eretta il 3 ott. 1861, cioè dopo che il Concordato del 28 marzo 1860 tra Pio IX e la Repubblica di Haiti, rese possibile lo stabilimento della gerarchia ecclesiastica ordinaria con Porto Principe come sede metropolitana. Ma il primo vescovo, Corrante Maturino Hillion (morto arcivescovo di Porto Principe) non fu intronizzato che nel 1875. Porto Pace la cui erezione in diocesi era stata decisa pure nel 1861, restò sotto l'amministrazione del vescovo di C. H. sino al 1928. Il 25 giugno 1929 un decreto della Concistoriale separava dalla diocesi 4 parrocchie che venivano annesse alla diocesi di Gonahres.
BbL.: Acta Pii IX, III, parte 10, pp. 288-305; L. Bonnard, L'apostolat en Huiti, Prizisc 1938; M. Chatté, s. v. in Cath. Enc., III, p. 308 sg.
Corrado Morin
CAPORALI, Bartolomeo. - Pittore, n. a Perugia ca. il 1420 e m. nel 150401505 . Seguace dapprima di Bznozzo Gozzoli si accosta poi ai contemporanei umbri rivelando anche l'influsso dell'arte di Pietro della Francesca, mentre nelle opere tarde finisce per mostrarsi attratto nell'orbita del Pinturicchio.
Oltre il palitico eseguito nel 1467 in collaborazione con il Bonfigli per la chiesa di S. Domenico (galleria di Perugia), tra le sue opere meritano di essere ricordati : gli affreschi nella cappella di S. Antonio a Deruta (1480), la Pietà (1486), nel duomo di Perugia, l'affresco con la Madonna e vari santi nella chiesa di Monte l'Abate; del 1491, è l'affresco di S. Francesco in Montone, chiara prova della duttilità della sua arte. - Vedi Tav. XLVI.
Bibl.: W. Bombe, s. v. in Thieme-Becker, V, p. 544; U. Gnoli, Pittori e miniatori nell'Umbria, Spoleto 1923, p. 47 sgg.; B. Berenato, Italian Pittorei, Oxford 1932, p. 125; M. Salmi, B. C. a Firenze, in Rivista d'Arte, 2^{°} serie, 3 (1933), pp. 253-72. Gilberto Ronci
CAPORALI, Cesare. - Poeta, di antica famiglia vicentina, n. a Perugia nel 1531 e m. a Castiglione nel 1601. Per un male improvviso interruppe gli studi giuridici, e a Roma prestò servigi al card. Filippo della Corgna, nipote di Giulio III. Entrò poi nella corte del card. Ferdinando dei Medici e successivamente in quella del card. Ottavio Asquaviva, dal quale ebbe il governo di Atri e Giulianova. Il Sadoleto, il Caro, il Rucellai, il Della Casa ed altri illustri gli furono amici ed ammiratori. A Siena fu socio dei Filomati, e a Perugia, ove fu chiamato «Stemperato", degli Insensati.
Scrisse sonetti, poemetti in terzine, come La corte e Il viaggio di Parnato, dove deride il bembismo in arte. Di carattere eroicomico è il poemetto in dieci canti, La vita di Meeenate, d'imitazione bermeea. L'edizione critica delle sue Rime fu curata da G. Monti (2 voll., Lanciano 19151916).
BibL.: R. A. Gallenga Stuart, C. C. La vita e le opere, Perugia 1903; A. Salza, C. C.. in Giornale stor. d. letter. ital., 46 (1905), pp. 182-99.
Dante Francazi
CAPORALI, GIOVANni Battista, detto anche Bitti. - Figlio di Bartolomeo, n. in Perugia ca. il 1476 e m. il 1560 . Letterato, architetto, pittore e miniatore si ricorda di lui un commento a Vitruvio, mentre ben poco di certo ci rimane della sua opera pittorica.
Allievo dapprima del padre, fu poi attivo nella bottega del Pinturicchio che aiutò a dipingere la tavola di Umbertide con la Coronazione ( 1503 , ora alla Vaticana). Opere sue sono ritenute l'affresco con Gesù tra s. Giovanni Battista e s. Pietro nella chiesa di Cereseto presso Panicale (ca. il 1510) e la tavola con il Presepio a Panicale (stimata del 1519) nella quale, oltre i caratteri pintoricchieschi, il pittore mostra di aderire anche alle suggestioni dell'arte del Perugino e di Raffaello. Più tardi sembra però distaccarsi dalla corrente umbra e avvicinarsi piuttosto a quella romana facente capo a Giulio Romano, non senza qualche velleità di michelangioleoca magniloquenza (vedi gli affreschi di villa Passerini presso Cortona del 1525, la vòlta di s. Maria della Luce a Perugia, press'a poco dello stesso tempo, e le storie di s. Antonio Abate nella chiesa omonima a Deruta). Amico di letterati e di artisti, godette ai suoi tempi buona rinomanza e venne ricordato anche dal Vasari.
Bibl.: M. H. Bernath, s. v. in Thieme-Becker, V, p. 546; U. Gnoli, Pittori e miniatori nell' Umbria, Spoleto 1923, p. 145 sgg.; W. Bombe, Urkunden zur Geschichte d. Peruginer Malerei im 16. Jahrh., Lipsia 1929, pp. 67-83.
C. Gilberto Ronci
CAPORELLA, PIETRO Paolo. - Teologo scotista minore conventuale, n. a Potenza nella seconda metà del sec. xv, m. a Crotone nel 1556. Reggente dello Studio di Palermo, valente scrittore e attivo teologo al Concilio di Trento. Istitul in Palermo il Monte di
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Pietà per le orfanelle povere e la «Compagnia dei Bianchi» (ecclesiastici e nobili) per l'assistenza ai condannati a morte. Fu creato vescovo di Crotone in Calabria il 28 sett. 1552.
Si ricordano fra i suoi scritti la Quaestio de matrimonio et divortio Henrici VIII (Napoli 1531) e l'Operum infidelium fideliumque in peccato manentium elucidatio (ivi 1542).
Biol.: Waddina, Scriptores, p. 192; Sbaralea, II, p. 355; Comellium Tridentinum... edidit Societas Goerestiana, I; S. Mieskle, Diario, Friburgo in Br. 1901, p. 596, n. 9; V: St. Ehses, Acta, II, ivi 1911, pp. 830, r. 31, 880, r. 17, 882, r. 31; Eubel, III, p. 196; I. Abate, Series Epp. O.F.M. Conv., in Miscell. francesc., 31 (1931), p. 106.
Giovanni Bastianini
CAPPA. - In origine era un ampio mantello senza maniche, spesso fornito di un cappuccio, e copriva tutta la persona; fu usato dall'antichità sino a tutto il medioevo come abito contro le intemperie e per viaggio, sia dai laici che dagli ecclesiastici.
Per i laici infatti divenne quasi contrassegno delle persone gravi, quando i giovani usarono vesti succinte, particolarmente in tempo di guerra.
Quando sorsero gli Ordini mendicanti la usarono aperta sul davanti con ampio cappuccio che scendeva tutt'intorno sulle spalle sino a formare una specie di mantellina. Laici ed ecclesiastici la portarono guarnita di pelli intorno alla testa ed alle spalle. Mentre i monaci come abito corale usarono la cocolla, gli altri religiosi usarono o la cotta, o la c. o semplicemente la veste del loro Ordine.
I papi, prima che in Avignone s'introducesse l'uso della mozzetta con cappuccio sopra il rocchetto, usarono nel medioevo una c. di saia rossa guarnita di ermellini, che da ultimo sino a Pio VI si portò soltanto nelle funzioni dei Maturini del triduo della Settimana Santa e del Venerdí Santo; mentre nelle circostanze solenni indossavano il grande manto, più ampio e prezioso del semplice pluviale.
I cardinali portano la c. di cerimonia in tutto eguale a quella dei vescovi: essa consiste in un lungo mantello a strascico con cappuccio ampio che scende attorno alle spalle a forma di mantellina chiusa sul davanti; nel tempo invernale alla mantellina è sovrapposta un'altra mantellina di pelliccia bianca che guarnisce anche il cappuccio.
Il mantello è tutto chiuso con una sola apertura longitudinale sul davanti del petto attraverso cui passare le mani; perciò per usare più liberamente le braccia, la c. si arrovescia sugli avambracci. Per distinguere i cardinali dagli altri prelati fu concesso loro di usare c. di colore rosso-purpura; ciò avvenne sotto Paolo II (o, secondo altri, sino dal tempo di Bonifacio VIII); però nell'Avvento, Quaresima, vigilie, il colore della c. è pavonazzo. Il tessuto è sempre di seta ondata (amoerro); di lana pure pavonazza nel Venerdí Santo e nei giorni di stretta penitenza. I cardinali eletti dagli ordini monastici o mendicanti portano c. di lana del colore del loro ordine; quelli provenienti dai chierici regolari c. purpurce e pavonazze come i loro colleghi, ma sempre di lana.
I vescovi nelle loro diocesi portano la c. paonazza di forma eguale, come s'è detto, a quella dei cardinali, di lana o di seta, mentre la parte superiore quando non è coperta dalla pelliccia è sempre di seta cremisi; in Curia portano o la c. a modo dei prelati o la mantelletta. I religiosi portano la c., come la sottana, la mantelletta e la mozzetta, del colore del loro Ordine; sino a non molto tempo fa non usavano rocchetto se non per concessione particolare, ma ora tale concessione è largamente diffusa.
I prelati vestono anch'essi la c. sopra la veste pavonazza ed il rocchetto; ma essa non è mai portata distesa, bensì attorcigliata in modo da passare sotto il braccio sinistro dov'è tenuta aderente alla persona da una fettuccia pendente dalle spalle sotto la mantellina. Così la portano i prelati della corte e della curia: vice-camerlengo, uditore e tesoriere della Camera Apostolica (prelati di Rocchetto), i protonotari di numero e soprannumerari, i chierici di Camera, i prelati domestici, i canonici delle basiliche patriarcali, i votanti e referendari di Segnatura e gli stessi vescovi presenti in curia. Per concessione papale portano pure nella loro diocesi tale c. i canonici di alcune chiese metropolitane o cattedrali, particolarmente quelli che sono
assomigliati ai protonotari, e i canonici di alcune delle basiliche romane minori. Non ne hanno invece diritto i camerieri e i cappellani segreti per i quali la veste solenne di cerimonia è la croccia.
Biol.: G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-eccles., VIII, Venezia 1842, p. 80 sgg.; XCVI, ivi 1839, p. 263 ; J. Braun, I paramenti sacri, trad. it., Torino 1914, p. 160; E. Roulin, Liages, insignes et vêtements liturgiques, Parigi 1930, p. 143; L. Eisenhofer, Handbuch der katholischen Liturgie, I, Friburgo in Br. 1932, p. 433; L. Mattei Carasoli, s. v. in Enc. Ital., VIII (1930), p. 880.
Pio Paschini
CAPPADOCIA. - Provincia romana posta nell'altipiano dell'Anatolia, con a capo la città libera di Cesarea (oggi Kajaarijjeh). Aveva come limiti la Galazia, il Ponto, l'Armenia, la Cilicia e la Licaonia.
V'erano ebrei della C. fra coloro che ascoltarono la prima predica di s. Pietro (Act. 2, 9) e lo stesso apostolo indirizza la sua prima lettera anche ai fedeli della C., evangelizzata forse da s. Paolo nel suo viaggio alla volta della Galazia. Nel sec. ir la Legio Palminata, nella quale non mancavano soldati cristiani, fu acquartierata in Cesarea. Questa città è già sede vescovile almeno fin dal 200 , poiché in quell'epoca il suo vescovo Alessandro, già discepolo di Panteno e di Clemente nella Scuola d'Alessandria, viene arrestato durante la persecuzione di Settimio Severo. L'influsso degli alessandrini si accentua col fatto di essere stato Firmiliano, vescovo di Cesarea (m. nel 264), discepolo di Origone. Così si spiega che la teologia dei tre grandi cappadoci abbia tanta affinità con quella alessandrina. Vi contribui anche la circostanza che la nonna paterna di s. Basilio, Macrina, sia stata a sua volta discepola di s. Gregorio Taumaturgo, un altro fervido discepolo di Origene.
La C. fu esposta nel sec. Iv alle vicende della controversia ariana. Nella sede di Cesarea dopo Dianio ed Eusebio viene consacrato vescovo nel 370 s. Basilio Magno (v.), il quale con suo fratello s. Gregorio di Nissa e l'amico s. Gregorio di Nazianzo costituisce la gloria più fulgida della C. cristiana. L'atteggiamento di Basilio in favore dell'ortodossia e contro le mene degli ariani suscitò le ire di Valente, il quale passò l'inverno del 371-72 nella C. e invano cercò di intimidire Basilio per mezzo del prefetto dell'Oriente, Modesto. Basilio diventò il fulcro dell'ortodossia in tutta l'Asia Minore. Per dispetto e per diminuirne l'influsso Valente divise la provincia della C. creandone una seconda con capitale Tiana, il cui vescovo cercò di sottrarsi alla giurisdizione metropolitana di Cesarea. Basilio allora moltiplicò le sedi vescovili nella sua provincia. Moiti secoli di dominazione turca hanno completamente distrutto ogni cristianesimo nella C. Restano le pitture delle antiche chiese rupestri.
La vita monastica, iniziata nella C. per opera di Eustazio nel sec. Iv, fu poi esercitata da s. Basilio, da s. Gregorio Nazianzeno e da altri monaci per i quali s. Basilio compose regole che per la prima volta legiferavano sul cenobitismo.
Biol.: W. M. Ramsay, The Church in the Roman Empire, 8* ed., Londra 1904, pp. 443-64; G. de Jerphanion, Une nouvelle province de l'art byzantin: les églises rupestres de C., 2 voll. e 4 album. Parigi 1925-36.
Ignazio Ortiz de Urbina
CAPPADOCI, PADRI. - La Cappadocia diede alla Chiesa del sec. Iv alcuni dei suoi personaggi più eminenti, legati fra loro dalla patria comune, da vincoli di parentela e d'amicizia e da comunanza di lavoro: s. Basilio e il fratello s. Gregorio di Nissa, s. Gregorio di Nazianzo intimo amico di Basilio, s. Anfilochio d'Iconio, astro di minor grandezza, cugino del Nazianzeno. La dottrina dei p. c. è considerata da taluni come un
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compromesso, specialmente nell'esegesi, fra la scuola alessandrina e l'antiochena: in realtà, è difficile riconoscere nei p. c. un indirizzo dottrinale caratteristico che non sia il fondo comune dell'ortodossia del sec. iv, sommanente rispettosa della tradizione e tuttavia non aliena dalle precisazioni speculative del dato rivelato. Si occuparono principalmente della dottrina trinitaria e cristologica.
Del resto i tre grandi c. presentano tendenze e doti personali chiaramente spiccate. Basilio emerge come uomo d'azione e di governo, che sostiene una parte di prim'ordine nella difesa dell'ortodossia nicena anche fuori della sua giurisdizione di metropolita di Cesarea e dà straordinario impulso alla vita cristiana, alla beneficenza, al monachismo. Gregorio di Nazianzo è l'oratore nato, che plasma un elaborato pensiero teologico in una forma classica, esperta di tutte le risorse dell'arte, il poeta dalle vibrazioni delicate e profonde, pervaso da inguaribile nostalgia di solitudine e di pace fra le lotte in cui è chiamato a vivere. Gregorio di Nissa è la mente più speculativa, che nell'elaborazione del dogma si spinge a qualche ardimento eccessivo in senso origeniano.
RisL.: Oltre a quella relativa ai singoli personaggi, si pud consultare: F. Cayró, Patrologia e storia della teologia, vers. it., I, Roma 1936, pp. 445-62; U. Mannucci - A. Casamassa, Istituzioni di patrologia, II, 5^{°} ed., Roma 1942, p. 60 sgg. Michele Pellegrino
CAPPELLA. - E una piccola costruzione sacra o a sé stante o collocata dentro edifici a diversa destinazione come palazzi pubblici, privati, castelli, istituti di collettività a carattere vario, ospedali, prigioni, ecc. oppure differenziata architettonicamente ma comunicante con lo spazio più vasto di una chiesa. Il suo nome deriva dalla c. nella quale a Tours era conservata e venerata la cappa di s. Martina. Se il nome è di origine occidentale ciò non significa che simili disposizioni fossero sconosciute in Oriente. Li assumevano il nome di martyria ed erano sacelli, ugualmente differenziati dalla chiesa e variamente collocati, nei quali si conservavano le reliquie di qualche martire. Studi recenti hanno messo in particolare valore queste c. dall'antichità cristiana d'Oriente che erano vere dipendenze a sé stanti di costruzioni basilicali ed avevano piante cruciformi o rettangolari. Per maggiori dettagli in merito v. martyrium. Anche in Occidente non mancano esempi del genere: il cosiddetto mausoleo di Galla Placidia a Ravenna era una dipendenza della basilica di S. Croce, mentre il S. Lorenzo di Milano e il battistero Lateranense mostrano tuttora esempi di c. connesse anche con edifici a sistema centrale. Tuttavia mentre in Oriente lo sviluppo del martyrion ha conseguenze notevoli nella storia dell'architettura, in Occidente il trasporto delle reliquie nelle basiliche, e la conseguente fusione della sinass eucaristica e del culto dei martiri, produce la sparizione quasi totale di queste dipendenze nell'organismo architettonico delle basiliche.
[Si costruiscono ancora c., come quella di s. Venanzio al battistero Lateranense (metà sec. viI) o il sacello di Giovanni VII presso S. Pietro, quando vi siano ragioni speciali. Nella basilica si trovano c. poste a metà della navata centrale, con destinazione funeraria o di martyrion, a S. Prassede e ai SS. Quattro Coronati (sec. IX) o a S. Benedetto in Piscinula (sec. XI), ma generalmente ancora nell'età romanica la basilica rimane di regola priva di appendici architettonicamente differenziate. Il moltiplicarsi degli altari e il maggiore incremento del culto dei santi, lo sviluppo del giuspatronato di famiglie o di collettività, che desiderano avere nella chiesa comune un luogo di culto o di sepoltura riservato, favorisce nell'età gotica lo sviluppo dello c. che, specie nelle costruzioni di oltralpe, si dispongono a raggera intorno al drambulatorio absidale e costituiscono il contrafforte estremo del complesso sistema di equilibrio delle

(Ist. Aliwari)
Cappella - Interno della c. de' Pazzi ( 1430-46 ca.). Opera del Brunelleschi - Firenze, S. Croce.
zone presbiteriali. Nelle chiese di origine cistercense con pianta a croce immissa l'altare maggiore prende posto nella c. più grande di fronte alla navata centrale ed ai fianchi si allineano quelle minori di pianta quadrata e coperte in vòlta. Mentre il tipo delle cattedrali d'oltralpe è ascolto in Italia solo parzialmente (duomo di Milano, S. Lorenzo a Napoli ecc.), vi ebbe larga fortuna la planimetria cistercense; c. laterali disposte lungo la navata cominciano ad apparire nella chiesa inferiore di s. Francesco e saranno successivamente destinate ad un incremento sempre maggiore. Fra le c. a sé stanti di questo periodo merita una speciale menzione la Ste-Chapelle di Parigi fondata nei primi del sec. xiri e fra quelle annesse ad edifici pubblici la c. del palazzo di Siena. Le c. disposte lungo le navate minori assumono poi nel S. Petronio di Bologna un carattere monumentale e sono elevate a motivo assai importante dall'intera composizione.
Il principio si afferma ormai ovunque e con la nuova architettura del Brunelleschi le c. del S. Lorenzo a Firenze sono una rispondenza ritmica delle arcate che dividono le navate. Con l'Alberti nel S. Andrea di Mantova esse sono introdotte anche nella chiesa a navata unica e si differenziano fra loro nell'alternarsi di grandi vani schiusi sullo spazio principale e di piccoli recessi ricavati entro i piloni. La c. più celebre, per quanto architettonicamente semplice, fra quelle incluse nei palazzi è in questo tempo quella Sistina del Vaticano, mentre fra quelle a carattere funerario, ideate come organismo isolato, l'esempio tipico per il sec. xv è quella Colleoni a Bergamo. Al principio del secolo successivo il tempietto di S. Pietro in Montorio a Roma riduce alle piccole proporzioni di una c. un complesso organismo architettonico coperto a cupola. Pure al Cinquecento risale la decorazione della «Santa Casa» di Loreto. La singolare c. con il suo splendido rivestimento architettonico e plastico offre un esempio di edificio a sé stante incluso entro un altro maggiore, fatto che si ripete nel corso dello stesso secolo per la cappelletta della Porziuncola in S. Maria degli Angeli presso Assisi, decorata invece di pitture nel primo Ottocento. La sacrestia nuova di S. Lorenzo a Firenze è la più insigne c. adiacente ad una chiesa, ma spazialmente indipendente, e che abbia de-
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stinazione funeraria. Invece l'esempio della cappella del Bramante a S. Pietro in Montorio ebbe immediato riflesso nella c. Chigi di S. Maria del Popolo a Roma dove Raffaello rompe orditamente la sequenza delle c. quattrocentesche semipoligonali aperte sui fianchi della chiesa e mette in comunicazione i due spazi che hanno una fisionomia strutturale propria attraverso l'ampia arcata d'ingresso. L'esempio sarà suscettibile delle più varie conseguenze poiché nelle innumerevoli aggiunte ad edifici preesistenti ciascuna assumerà, nonostante il rapporto di dipendenza spaziale, una struttura indipendente. Durante il sec. xvı le c. s'aprono frequentemente sui fianchi di chiese sia a tre come ad una navata: non ha quindi consistenza il vantato merito del Vignola di aver adottato tale sistema prima d'altri nel Gesù di Roma.
Qui anzi le c. mantengono una certa autonomia spaziale a causa degli archi d'accesso non molto ampi, autonomia che il primo barocco andrà progressivamente diminuendo fino al totale assorbimento del loro ritmo costruttivo nell'amplissimo respiro della navata già raggiunto a S. Andrea della Valle. Nelle costruzioni concentriche le c. assumono forme complesse fin dai progetti di Michelangelo per S. Giovanni dei Fiorentini e sono accolte anche negli edifici ellittici, spesso con una graduazione delle aperture che è in rapporto con il desiderio di sottolineare o meno gli assi trasversali o diagonali. Il Sacro Monte di Varallo offre l'esempio di c. in serie che sarà ripetuto in forme più modeste nella via che conduce da Bologna alla Madonna di S. Luca. C. con fisionomia spaziale propria comunicanti con chiese attraverso semplici porte assumono pianta rettangolare e sono talvolta coperte da volta ellittica come quella Caetani a S. Pudenziana in Roma. Una, pure a sé stante, di pianta ottagona con cupola avente destinazione funeraria è quella dei Principi presso il S. Lorenzo di Firenze. Il barocco conosce tutti i diversi tipi di c.; ne accentua anzi l'individualità per mezzo di particolari sistemi di illuminazione, come nella berniniana c. Raimondi a S. Pietro in Montorio; ma il capolavoro del genere resta per singolarità di struttura e per complessa vivacità di movimento quella della S. Sindone a Torino; notevole per la monumentalità è anche quella di S. Gennaro a Napoli. Nel Settecento la c. Corsini in S. Giovanni in Laterano riporta la c. verso una organica chiarezza costruttiva che ha abbandonato ogni illusoria dilatazione degli spazi. Il tema non ha avuto da allora profonde innovazioni e si è adagiato sugli schemi preesistenti secondo le singole preferenze o le reminiscenze del passato predominante negli edifici dei quali fanno parte. Sono notevoli nell'ultimo ottocento alcune c. che ripetono in piccole proporzioni gli schemi basilicali, come la c. di S. Benedetto in S. Paolo fuori le mura o l'altra del Crocifisso in SS. Apostoli a Roma.
Per le prescrizioni liturgiche, v. ORATORIO.
Bibl.: A. E. Brinckmann, Baukunst des XVII. und XVIII. Jahrhunderts in den romanischen Ländern, Potsdam a. d., passim; Venturi, V, VIII e IX, passim; P. Toesca, Storia dell'arte italiana, Torino 1927, passim; A. Verzone, L'architettura dei primi secoli crittiani nell'Italia settentrionale, Milano 1943, passim. Guglielmo Matthisc
CAPPELLA, COMPOSIZIONE a. - Nel periodo del massimo splendore della musica polifonica, quando i centri più notevoli di vita musicale erano le cappelle e i più celebri tra i compositori erano appunto cantori o direttori (maestri) di esse, il termine "composizione a c." indicò genericamente tutte le composizioni chiesastiche in stile polifonico, l'esecuzione delle quali era affidata ai cori, non sostenuti. da alcun accompagnamento strumentale.
Il termine continuò a significare questo anche quando (fine del sec. xv) in alcune cappelle fu accettata l'innovazione di far accompagnare gli uffici sacri dal suono di alcuni strumenti, e quando, nei secc. xvi e xvi, l'importanza degli organisti nelle cappelle divenne di primo piano (A. e G. Gabrieli nella cappella di S. Marco a Venezia). In Germania il canto propriamente a c., molto in vigore nel xv-xvi sec., diminuì poi d'importanza, essendosi assai sviluppato là l'uso di fondere, nella musica religiosa, le voci umane ("solo" o "coro"), con i timbri strumentali, specialmente nelle varie forme del cosi detto concertato.
Dicesi "tempo a c." (o "alla breve") quel tipo di divisione ritmica in cui le battute o misure sono costituite da una breve, o quattro minime; era assai usato nell'antica musica da chiesa, quando l'unità di misura era la minima, che pare stesse ordinariamente un valore di durata simile alla nostra semiminima. Modernamente il tempo a c. o alla breve può significare un tempo 3 / 2 (o anche un tempo ordinario 1 / 4 battuto più velocemente), segnato per indicare la divisione della battuta in 2 minime; oppure può significare tuttora un tempo 3 / 4 segnato C o anche, ma più raramente mathrm{C} / mathrm{O} (dall'antico segno mathrm{C} / mathrm{O} per il quale la breve a volte assumeva valore di unità di misura, corrispondente a 3 anziché a 2 semibrevi).
Anna Maria Gomili
CAPPELLA MUSICALE. - Complesso di voci e talora anche di strumenti adibiti al servizio liturgico presso una corte, una cattedrale, un cardinale e soprattutto presso il Papa.
I. C. Pontificia. -; La c. più antica e che servì di modello a tutte le altre fu quella creata dal pontefici presso la Curia romana.
Le origini delle scuole di canto sacro in Roma si devono ricercare, sia nelle scuole di preparazione del clero addetto al servizio liturgico delle basiliche e del Papa, sia pure nei monasteri eretti presso alcune basiliche come in catacumbas (Sisto III, 432-42), presso S. Pietro (S. Leone Magno, 440-61) e S. Lorenzo fuori le mura (Ilaro, 46I-68), ecc. L'archicantor Giovanni nel suo Ordo Romanus (ed. C. Silva-Tarouca, in Mem. della Pont. Acc. Rom. d'Arch., I [1923], p. 215) s'informa che vari papi prima di Gregorio Magno si sono occupati del canto, il che fa supporre l'esistenza di vere scuole di cantori. Però la tradizione romana, raccolta da Giovanni Diacono verso l'872 (Vita Gregorii, II, 6: PL 77, 92) addita s. Gregorio Magno come il vero instauratore della «Schola cantorum», che si chiamerà anche Orphanotrophium, a cui avrebbe assegnato varie dotazioni, tra le quali una casa presso S. Pietro e un'altra presso il Laterano.
La "schola cantorum" era diretta da un "prior scholae" o "primicerius" (che nel 1397 divenne il maestro di c.), a cui seguivano il "secundus", il "tertius" ed il "quartus scholae" o "archiparaphonista"; venivano poi i "parafonisti", forse cantori scelti come solisti; il numero dei cantori non era fissato; essi erano reclutati tra i giovani che venivano educati nelle fondazioni annesse alle "scholae", che seguivano spesso la carriera ecclesiastica e di cui non pochi giunsero anche al pontificato (Leone II, Benedetto II, Sergio I, Sergio II ecc.).
L'ordinamento interno degli studi era molto simile a quello che Alcuino aveva stabilito per la schola palatina di Carlomagno, e la caratteristica della schola era quella di intervenire sempre e soltanto alle funzioni papali, prerogativa che rimarrà nei secoli alla c. Pontificia, la quale, nella nuova fondazione di Sisto IV, era detta Sistina. Nella storia gloriosa della schola del patriarchio Lateranense, nel 1027 si trova anche Guido d'Arezzo, chiamatovi dal papa Giovanni XIX a dare un saggio del suo metodo d'insegnamento del canto e ad esporre le sue teorie.
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La scholn cantorum romana cominciò a decadere con la partenza della corte papale da Roma durante il periodo arigionese (1309); per spegnersi nel 1370 (soppressi da Urbano V) e riprendere, però, con nuovo splendore al ritorno (1377) della corte pontificia, la quale portava con sé la c. formata in Avignone con elementi soprattutto francesi e flemminghi; di quel tempo si ricorda Giovanni XXIII che con la sua famosa decretale del 1324 1325 (Corpus Iuris Can., ed. Friedberg, Lipsia 1881, parte 2*, col. 1233) mette in guardia contro gli abusi profaneggianti della musica misurata, di cui alcuni seguaci della nuova scuola si fanno colpevoli, rendendo irriconoscibili le sacre melodie dell'antifonario e del graduale, mostrando di non fondere i toni e offuscando il sereno equilibrio modale del canto gregoriano. Tuttavia non era contro la polifonia in sé che il Pontefice lanciava i suoi strali, ma contro gli eccessi di essa: infatti, nell'ultimo paragrafo chiarisce che non intende proibire le dolci consonanze (ottave, quinte e quarte) che piacciono all'orecchio ed ispirano devozione. Si sa pure che Phil. de Vitry, il teorico dell' Ars novo, fu ben visto dai papi ad Avignone e che Guillaume de Machault, l'autore della grande messa polifonica per l'incoronazione di Carlo IV (1364), godeva di benefici e di canonicati offerigli da papa Giovanni XXIII medesimo nella diocesi di Arrea, a Verdun e a Reims. Del repertorio musicale in uso nella c. m. di Avignone possono dare un'idea i due codici contenenti raccolte di musica sacra polifonica che si conservano nella biblioteca di Ivrea e nel tesoro di Apte, vescovato vicino ad Avignone, nonché altri preziosi codici di Barcellona.
Nella c. Avignonese servirono musici francesi e fiamminghi, ma le prime indicazioni precise si hanno solo dopo il ritorno dei Papi a Roma; nel 1389 viene segnalata nella c. Papale romana la presenza di due cantori della diocesi di Liegi : Henri Desire de Latinne (o Latunna) e Gilles de Lensi a cui si aggiungono, nel 1390, Henri Tulpin e Nicolaus Simonis nel 1409. Fin verso il 1430 ai liegesi si uniscono via via cantori di altre diocesi (Tournai, Le Mans, Rouen, Cambrai, Beauvais, Noyon, Brindisi, Toul, Thérouanne, ecc.), finché la supremazia passa dalla scuola di Liegi a quella di Cambrai, che viene a predominare nella c. Pontificia fra il 1420 e il 1430 . Fu appunto dalla cantoria di Cambrai che venne a quella papale nel 1428, appena ordinato sacerdote, Guillaume Dufay, il primo musicista belga che fece una carriera internazionale, e che vi rimase fino al 1437 . Meno di un cinquantennio più tardi si ha la fondazione della c. Sistina, fatta da Sisto IV con bolla del 1^{°} genn. 1480, come cantoria stabile e riservata per le funzioni papali, a cui era stata preparata una degna sede nella omonima c. costruita nei palazzi Vaticani, affrescata da Mino da Fiesole, dal Signorelli, dal Beato Angélico, dal Perugino, come poi lo sarà pure da Michelangelo, ecc. Subito dopo tale fondazione troviamo nella nuova cantoria due fiamminghi: Gaspard van Weerbecke, invano trattenuto da Ludovico il Moro nella c. Sforzesca di Milano, il quale viene a Roma, cantore alla c. Papale, dal 1481 al 1488 e poi dal 1499 alla morte avvenuta dopo il 1514 ; Josquin Desprès, che ne fa parte dal 1486 al 1494, e, nel glorioso ' 500 romano, le grandi figure di Costanzo Festo (1517), degli spagnoli Cristoforo Morales e Bartolomeo Escobedo (1535 e 1536), del francese Leonardo Barre (1537) e dei belgi Ghiselin Danckerts e Jacob Arcadelt (1538 e 1539), per giungere fino al nome immortale del Palestrina, che vi entra nel genn. 1555, ma, perché ammogliato, ne è espulso nel giugno dal nuovo papa Paolo IV. Dopo di lui altri nomi, meno celebri ma tuttavia degni di nota, seguono nei registri sistini; un maestro del Palestrina, il francese Firmin Le Bel (1561), lo spagnolo Francesco Soto (1562), che tanta parte ebbe nelle origini dell'Oratorio filippino a Roma con la sua raccolta di Laudi, il belga Cristiano Ameyden (1563), il romano Annibale Zoilo (1570), il tiburtino G. M. Nanino (1577), allievo del Palestrina; dopo la comparsa di Felice Anerio (1594) e del grande madrigalista bresciano Luca Marenzio (1595), il secolo d'oro della polifonia si chiude con il
velleriano Ruggero Giovannelli (1599), mentre nel fulgore incomparabile di un T. L. da Victoria (1601), si chiude il sec. xvir, che vedrà nella c. i più esimi rappresentanti del teatro Barberini, da Loreto Vimori a Stefano Landi, e a Marco Marazzoli, per giungere fino a M. A. Cesti (1660) che, con Antimo Liberati, musicista e teorico, è l'ultimo compositore rinomato che la c. annoveri in questo secolo. Infatti, verso la fine del '600, i compositori di una certa fama cominciano a scarseggiare, pur rimonendovi sempre eccellenti cantori, di alcuni dei quali ci ha lasciato la gustosa caricatura Leone Gherni, spesso cantanti di chiesa e ad un tempo di teatro e dalle scene talora contesi e tolti alla c., come quel Giov. Franc. Grossi detto Siface, che, entrato alla Sistina nel 1675 , ne usci nel 1677 per darsi al teatro, che gli dette il soprannome per l'opera Scipione Africano di Cavalli (Venezia 1678) e che gli procurò l'ammirazione della regina Cristina di Svezia nel Lisinaco di Pasquini (Roma, teatro di Tordinona 1681). Dopo di lui, ancora nel '600, troviamo un nome degno di rilievo, quello di Andrea Adami da Belsena (1689), autore di un famoso volume di Osservazioni per ben dirigere il coro dei cantori della c. Pontificia (Roma 1711) in cui, oltre la parte tecnica, è di grande interesse storico una galleria dei più insigni maestri, con ritratti incisi su rame e pregevoli presentazioni biografiche di essi.
Tutto il sec. xvili ebbe ancora e sempre voci ottime, più che maestri illustri; fanno, però, eccezione due buoni cantanti e, insieme, valenti compositori, Pasquale Pisari, basso (1752), detto dal p. Martini «il Palestrina del sec. xvili», e Giuseppe Reini, pure basso (1795), autore di musica, fra cui un Miserere a 10 voci ( 1821 ) e delle famose Memorie storico-critiche della vita e delle opere di Giov. Piarluigi da Palestrina (2 voll., Roma 1828), in cui descrive anche le vicende politiche di Roma e della S. Sede, con la deportazione di Pio VI (1798) e gli altri dolorosi avvenimenti che funestarono la storia della Chiesa e del mondo in quello scorcio del sec. xviII e nella prima metà del xix. Di questo stato di cose risenti, naturalmente, anche la c., che attraversò un periodo di stasi nell'ammissione dai cantori; alla fine del secolo, fra i sopranisti, che avevano imperversato con successo nella storia della musica sacra e teatrale, ne emerse uno, Domenico Mustafa, cantore e compositore di vaglia (autore, fra l'altro, di un Tu es Petruc a tre cori che ebbe grande successo), il quale ebbe fino all'inizio del sec. xx la direzione della c. che passò delle sue mani a quelle di d. Lorenzo Perosi compositore già celebre per i suoi oratori (La Passione, La Trasfigurazione, La Risurrezione, Il Natale, ecc.).
II. C. di S. Giovanni in Laterano. Dopo la c. papale di S. Pietro, occorre parlare dell'altra zelola, fondata da a. Gregorio Magno in quel patriarchio Lateranense che fu dimora dei Papi dal sec. Iv fino alla partenza per Avignone. Gli annali di questa c. - restaurata, cioè fondata nella forma attuale, dal card. G. Dom. De Cupis, romano, detto il cardinale di Trani, arciprete della Basilica, dotata da papa Paolo III con breve del 1^{°} giugno 1543, e detta "Pia" per privilegi concessi alla fine del '70o da Pio VI Braschi - annoverano nomi immortali della storia della polifonia : basti pensare, dopo Rubino Mallepert, che ne fu il primo maestro dal 1535 al 1539 e che vi tornò dal 1548 al '50, a Orlando di Lasso, che la diresse nel 1553, e al Palestrina ( 1^{°} ott. 1555-61), richiamato dalla basilica Liberiana, dove aveva esordito come putto cantore.
Dopo di lui troviamo A. Zoilo (1561-70), A. Stabile (1573-76), G. A. Dragoni (1576-98), F. Suriano, con cui si giunge alle soglie del ' 600 , secolo che vedrà alla direzione della c. Antonio Cifra, il maestro della S. Casa di Loreto, A. M. Abbatini e Virg. Mazzocchi, già incontrati alla Sistina; nel '700 si ricordino ancora G. O. Pitoni, compositore, di Rieti, Francesco Gasperini, dei cui insegnamenti pare si sia giovato D. Scarlatti, ed infine G. B. Casali e P. Anfossi, autori di oratori e cantate eseguiti
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specialmente all'Oratorio della Chiesa Nuova. La fine dell' 800 e il principio di questo secolo sono divisi fra i magisteri dei due Capocci, Gaetano e Filippo, padre e figlio, anch'essi autori di oratori noti nei cenacoli romani; ad essi segue la gloriosa e più che trentennale direzione di Raffaele Casimiri, l'apostolo fervente e appassionato delle opere palestriniane, il pole.nista vivace e l'artista sereno, tutto volto a far rivivere, nella tecnica della trascrizione e nella pratica dell'esecuzione, le glorie della scuola romana e, con essa, i più grandi capolavori di tutta la polifonia.
## III. C. Giulia. - Fondata da Giulio II
con la bolla In altissimo militantis Ecclesiae, del 19 febbr. 1513, la cantoria della basilica Vaticana ha pure una storia quanto mai gloriosa per i suoi maestri, che formano una schiera eletta di nomi illustri, a cominciare da quello di Jacob Arcadelt, lo squisito madrigalista che nel 1539 era maestro dei putti, seguito, nella stessa carica, da Rubino Mallapert, che vi tornò due volte (nel 1539 per 20 mesi e nel 1550 per 18 mesi), fino a Giov. Pierluigi da Palestrina, che vi entrò nel 1551 e ne uscì nel 1555 per andare alla Sistina, e fino a Giovanni Animucsia, fiorentino, che già aveva pubblicato tre libri di madrigali spirituali e che durante i sedici anni in cui fu maestro, pubblicò altri madrigali spirituali, mottetti, laudi e messe, "secundum formam concilii", con cui segna il primo passo per una restaurazione della musica sacra nel senso di un Rinascimento cattolico e romano. Egli restò in carica fino alla morte, avvenuta nel 1571, anno in cui vi tornò il Palestrina che pure vi rimase fino alla morte ( 1594 ).
Fra i maestri succedutisi al Palestrina ricorderemo Ruz2aro Giovannelli, Asprilio Pacelli, Francesco Suriano, poi ancora V. Mazzocchi e Orazio Benevoli, il quale ultimo aveva già composto una grandiosa messa a 53 voci par la consacrazione della Cattedrale di Salisburgo; dopo Ercole Barnabei ed altri di minore rinomanza, troviamo al posto di direttore Domenico Scarlatti, che vi resta dal 1715 al 1719, componendo varia musica sacra, fra cui messe, Salus Regina, ecc. Ancora un altro nome illustre, quello di Niccolò Jommelli ma solo come coadiutore, poi Pietro Guglielmi, Nicola Zingarelli, Valentino Fioravanti, i due Meluzzi ed infine Ernesto Boezi, m. il 30 dic. 1946 e sostituito da Armando Antonelli.
IV. C. Liberiana. - E in questa c. che troviamo per la prima volta il nome del piccolo Giannetto Pierluigi, venuto da Palestrina, e che, spiccato il volo di qui come "puer cantus", vi tornerà nel 1561 quale maestro di c. Saranno qui tralacciati molti altri già citati per le altre c., quali Francesco Suriano (2 volte), Ann. Stabile, A. M. Abbatini (3 volte), Orazio Benevoli, per giungere ad Alessandro Scarlatti : egli, a 47 anni, vinse il concorso che era stato bandito il 24 luglio 1707, servi 21 mesi e si dimise subito dopo la Pasqua del 1709. Altro grande nome, è quello di Bernardo Pasquini, autore di musica organistica, clavicembalistica e teatrale, ammirato dalla regina Cristina di Svezia e da Luigi XIV, che tenne la carica di organista dal ro febbr. 1664 al 26 ott. 1704 e che fu pure organista del Senato romano e della basilica dell'Ara Coeli.
V. Basiliche minori romane. - 1. S. Maria in Trastevere. - Il periodo di maggior lustro per questa c. fu quello che va dal 1574 al 1709 , periodo in cui si trova: la carica di organista ricoperta, nel 1607, da Gerolamo Frescobaldi, e quali maestri il giovane Benevoli (nominato a 20 anni nel 1624), quel Paolo Agostini (apr. 1615) che passò poi maestro a S. Pietro, Domenico Allegri (1609) e Francesco Foggia (1626-1709).
2. S. Lorenzo in Damaso. - Anche qui, oltre i maestri, di cui qualche nome è stato già più volte citato (F. Rosselli, maestro alla Giulia e alla Lateranense, Abbatini, Foggia, Pitoni, Ant. Bencini, ecc.), troviamo un nome noto nella carica di organista : essendo stato giubilato il 5 genn. 1766 Giulio Giorgi, venne ass