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ne di Perugia, e gli faceva confiscare i beni e il palazzo (1432). Nonostante il torto fattogli il C. fu moderato verso gli avversari e riverente verso il Papa, con il quale solo due anni dopo si offrì l'occasione per un accordo. Fu fatto un nuovo giudizio, e il 13 luglio 1434 il card. Albergati impose al C. il cappello e l'anello : patto della riconciliazione l'abbandono del Concilio divenuto scismatico. Rientrato così nella benevolenza del Papa ebbe molti ed importanti incarichi. Ebbe parte nell'unione tra la Chiesa greca e latina (1439); fu legato straordinario nella guerra contro Francesco Sforza, durante la quale fu anche ferito nella battaglia di Montolmo (19 ag. 1443) e preso prigioniero insieme con il Piccinino. A lui si deve principalmente il distacco della Germania dalla fazione scismatica di Basilea e il ritorno all'antica fedeltà verso la Chiesa romana. Fu amico e cooperatore di Niccolò V (che lo incaricò fra l'altro di ambasciate straordinarie presso vari Stati italiani per l'organizzazione della guerra contro i Turchi [1453]), e di Callisto III. Eccellente nelle opere di pietà, ebbe sempre a cuore i costumi del clero, ed un suo progetto di riforma della Chiesa è nel cod. Vat. lat. 4039, f. 16^{°}-18. Preoccupato dei buoni studi e della formazione di un clero colto e preparato fondo
alla fine del 1456 il collegio Capranica (v. collegi ecclesiastici). Buon umanista, ricercatore di codici mise insieme una biblioteca di oltre 2000 volumi, ora in gran parte passata con il fondo Rossiano alla Vaticana, dove pure si conservano le sue opere manoscritte, per lo più di argomento religioso; gli è attribuita una Are moriendi pubblicata per la prima volta a Norimberga senza data. Alla morte di Callisto III, la voce popolare lo proclamava pontefice, ma cadde infermo e santamente spirò. E sepolto a Roma nella chiesa di S. Maria sopra Minerva.

Bibl.: M. Catalani, De vita et scribilo D. C. card. antistitis Firmani, Fermo 1793: J. Haller, Concilium Basiliense, II, Basilea 1897; III, ivi 1900, passim; N. Valsia, Le pape et le concile, I. Parigi 1900, pp. 184-93 e passim; Pastor, I, passim; F. A. F., Il card. D. C., profilo biografico, in Capranicense (rivista del collegio Capranica), ag. 1928, pp. 23-28; M. MorpurgoCastelnuevo, Il card. D. C., in Archivio della Soc. romana di storia patria, 32 (1929), pp. 1-148; K. Kilip, An italian edition of - Ars moriendis, in Bulletin of the New Y'urh Public Library, 39 (1936), pp. 927-30.

Fratello del card. Domenico fu Angelo anch'egli cardinale e di lui emulo nella austerità del costume. Fu nominato il 17 marzo 1438 arcivescovo di Siponto; il 5 maggio 1447 vescovo di Ascoli Piceno, il 25 sett. 1450 di Rieti. Si occupò in questa epoca del processo di canonizzazione di s. Bernardino da Siena. Fu governatore di Foligno e poi di Bologna; fu promosso cardinale da Pio II il 5 marzo 1460. Tornato a Bologna come legato, accompagnò nel 1469 l'imperatore Federico III a Viterbo. Nel 1471 (3 dic.) ebbe la nomina di legato a latere, con l'incarico di visitare tutti i principi italiani per indurli alla Crociata contro i Turchi. L'11 dic. 1472 divenne vescovo di Palestrina. Nel 1473 fu per poco amministratore della chiesa di Fermo, ove tenne un sinodo. Essendo abate commendatario del monastero di S. Bartolomeo di Ferrara, lo cedette ( 1468 ) a Bernardo della Casa, monaco di Settimiano, dal quale passò in perpetuo ai Cistercensi della Congregazione di Toscana. Fu tra i papabili nel Conclave del 1471. Morì il 3 luglio 1478 e fu sepolto alla Minerva.

Bibl.: A. Ciaconius, Vitae et res gestae pontificum romanorum et S. R. E. cardinalium, II, Roma 1677, col. 1035; Ughelli, I, coll. 1211; II, col. 230; P. Fr. Kehr, Italia pontificia, V : Aemilia, Berlino 19:1, p. 232; Pastor, I, II (v. indici); E. Goller, s. v. in LThK, II, col. 745. Sui due cardinali e sugli altri prelati della casa C. cf. U. Camoli, Il monastero di S. Bartolomeo de - Campo Fullanum e i prelati di casa C., in Studia picena, II [1935], p. 102.

Renata Orazi Ausenda
CAPRANICA, COLLEGIO: v. COLLEGI ECCLESIASTICI.

CAPRARA, Giovanni Battista. - Cardinale, n. a Bologna di nobile famiglia il 29 maggio 1733; m. a Parigi il 21 giugno 1810. Compì gli studi in patria dove fu anche ordinato sacerdote. Benedetto XIV, suo concittadino, lo inviò vicelegato a Ravenna, Clemente XIII nunzio a Colonia (1767), Pio VI a Lucerna (1775), poi a Vienna nel 1785, dove rimase sino al 1792 e dove si mostrò troppo arrendevole alla politica ecclesiastica di Giuseppe II e del Kaunitz; in ogni modo riusci ad impedire un'aperta rottura con la S. Sede. Nominato cardinale del titolo di S. Onofrio il 18 giugno 1792 ebbe da Pio VII il vescovado di Iesi l'1 ag. 1800. Sottoscritto il Concordato con la Francia il 15 giugno 1801, già il 27 luglio il C. era designato, come informava il Talleyrand, quale cardinale legato per l'esecuzione del Concordato stesso; infatti fu nominato nel Concistoro del 24 ag. ed il 5 sett. partì per Parigi. Napoleone lo aveva voluto perché il nipote di lui aveva fatto parte del governo

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rivoluzionario di Bologna, e lo stesso cardinale non aveva avuto noie negli anni precedenti da parte francese, tanto che in Italia lo si chiamava il cardinale giacobino. Non aveva certo il carattere di un lottatore, mentre l'incarico che si assumeva era formidabile, essendo rivestito di speciali poteri per la Francia, il Belgio e la Repubblica Cisalpina per regolare i matrimoni degli ecclesiastici, le dimissioni dei vescovi legittimi, la nomina dei nuovi vescovi per le diocesi, tutte ormai di nuova istituzione, e la riconciliazione dei vescovi costituzionali. La sua missione doveva compiersi fra l'irruenza sbrigativa di Napoleone, la diffidenza più o meno palliata o la sorda ostilità di buona parte dei pubblici poteri; il C. la sostenne con dignità, estendendo lo spirito di conciliazione sino all'estremo limite possibile, com'era, del resto, volere del Papa. Ricusò di prestare alla Repubblica il giuramento che gli si voleva imporre, prestando invece una promessa più generica; non riusci invece ad impedire l'approvazione dei famosi 77 articoli organici che furono pubblicati come regolamento aggiunto al Concordato, ma che la S. Sede non approvò mai. Approvato il Concordato anche dagli organi governativi l'8 apr. 1802, il giorno dopo il legato fu ricevuto ufficialmente ed il giorno di Pasqua pontificò solennemente a Notre-Dame restituita al culto cattolico che fu ristabilito ufficialmente in tutta la Francia. Il 24 maggio 1802 il C. su proposta di Napoleone fu trasferito alla sede arcivescovile di Milano, ed il 26 maggio incoronò Napoleone re d'Italia, ricevendo da lui l'ufficio di senatore ed il titolo di conte del nuovo regno. Conservò ancora l'autorità di legato, ma negli ultimi suoi anni le forze fisiche gli impedirono un'efficace attività. Fu sepolto a S. Genoveffa.

BibL.: C. Boulay de la Meurthe, Documents sur la necotia tion du Concordat, Parigi 1895, col. 28; I. Rinieri, Un cardi. nale legato a latere a Parigi nell'utt. del 1801, in Civ. Catt., 18 e se. ric. 5 (1901, II), pp. 37-51; id., La diplomacia pontificia nel sec. XIX, I, Roma 1902; G. Conciani, L'Eglise de France tous le consulat et l'Empire (1800-14), Parigi 1928, p. 202 sgg.; C. Castiglioni, Napoleone e la Chiesa milanese, Milano 1934, pp. 131-231. Pio Paschini

CAPRASIO, santo. - Solitario di Lerino, maestro e padre spirituale di s. Onorato, fondatore del celebre monastero omonimo. Fonti tardive lo fanno abate di Lerino dopo la nomina di Onorato alla sede di Arles (426), ma ciò non sembra convenire con le fonti antiche. M. verso il 430 . Della santità di C., parlano i contemporanei Ilario d'Arles (PL 50, 1255), Eucherio di Lione (ibid., 711) e Sidonio Apollinare (PL 58, 721). La sua vita fu scritta soltanto nel sec. viI-viII. Festa il 1^{°} giugno.

Bibl.: Acta SS. Iunii, I, Anversa 1695, pp. 77-79; pp. Maurini, Histoire littéraire de la France, IV, Parigi 1738, pp. 193194; Martyr. Rominum, p. 219. A. Pietro Frotas

CAPREOLO, Giovanni. - Teologo domenicano, detto il «Princeps Thomistarum». N. nella diocesi di Rodez (Francia meridionale) nel 1380, m. ivi il 7. apr. 1444; entrò ancor giovane tra i Domenicani di questa città. Fatti i primi studi, nel 1409 fu inviato a Parigi dove fino al 1411 insegnò, esponendo le Sentenze di Pietro Lombardo. Conseguita la laurea in teologia nel 1412, fu nominato reggente degli studi nel convento di Tolosa, donde probabilmente l'appellativo di Tholosanus che spesso gli vien dato; vi rimase fino al 1426, anno in cui fece ritorno al convento di Rodez.

L'opera con cui il C. ha segnato un'orma incancellabile nella storia della teologia e del tomismo, sono le Defensiones theologiae divi Thomae Aquinatis da lui composte tra il 1409 e il 1432 e stampate la prima volta a Venezia dal

1480 al 1484 , poi di nuovo nel 1514, 1519 e 1589 , sempre a Venezia. Dopo non se ne hanno più fino al 1900. Questo fatto è dovuto all'influsso del protestantesimo che col suo spirito antiscolastico mortificò i buoni studi, specialmente quelli teologico scolastici; ma anche il decadere della scolastica vi ebbe la sua parte nel senso che rese antipatiche opere ed autori che pure erano stati molto valutati. Una spinta indiretta alla ristampa dall'opera del C. venne dall'enciclica Aeterni Patris di Leone XIII (1879) che restaurava la filosofia scolastica in genere e la tomistica in specie. Ma chi propugnò la necessità di una nuova edizione fu mons. Bourret, vescovo di Rodez e poi cardinale e la si ebbe per le cure di due domenicani, i pp. C. Paban e T. Pâgues ( 5^{mathrm{a}} ed., 7 vall., Tours 1900-1908).

La personalità del C., uomo modestissimo, rimane poco nota perché pochissimi scrissero di lui e anche la sua dottrina non fu sino ad oggi oggetto di studi speciali, tranne qualche questione isolata. Non è a credere però che il C., vissuto in tempi tristi e turbolenti rimanesse indifferente o estraneo alla vita della Chiesa; seri scrittori quali Fontana, Percin, e Sponde affermano che prendesse parte ai Concili di Costanza (1414-17) e di Basilea (1431-43), ma quanto a quello di Basilea osta la grave difficoltà che gli Atti del Concilio tacciono completamente sul C. Tuttavia il suo amore per la Chiesa e il suo animo piissimo è palese da molti indizi sparsi in tutta la sua opera. Ma la nota caratteristica, specifica si direbbe, della personalità del C. è il suo amore per s. Tommaso, in favore del quale scrisse appunto le sue Defensiones; amore per niente irragionevole e fanatico; anzi al contrario molto sereno e ponderato. Così il C. che con il suo ingegno avrebbe potuto comporre un'egregia opera personale, preferì quasi di sparire davanti all'Aquinate perché egli risplendesse nella sua piena luce. Lo dichiara candidamente egli stesso al principio delle Defensiones, dopo enunziata la prima questione: «Antequam ad conclusiones veniam praemitto unum quod per totam lecturam haberi velo pro supposito, et est quod nihil de proprio intendo influere, sed solum opiniones quae mihi videntur de mente s. Thomae fuisse recitare, nec aliquas probationes ad conclusiones adducere praeter verba sua, nisi raro. Obiectiones vero... propono locis suis adducere et solvere per dicta s. Thomae».

Infatti la mente e l'opera innovatrice dell'Aquinate avevano provocato vive reazioni e tenaci opposizioni anche nell'Ordine suo; ma queste diventavano naturalmente molto più serie in altri ambienti che non se lo sentivano di rinunziare alla loro tradizione e ai loro maestri, e minacciavano di travolgere il giovane tomismo se non altro con la forza del numero. Il C. si accinse coraggiosamente all'ardua fatica della difesa e la vittoria fu sua. Gli avversari erano forti ed abili. Tra quelli di casa emergeva Durando di S. Porziano, il Doctor resolutissimus, detto pure talora Doctor temerarius, che dopo essere stato maestro del S. Palazzo mori vescovo di Meaux nel 1334. Ingegno robusto e spirito indipendente al massimo grado, doveva esser remibilissimo se più tardi riuscirà a fare impassire perfino il Gaetano, il quale scrisse: "Factus sum insipiens, sed Durandus me coegit" (In Sum. Theol., 3^{text {a }}, q. 75, a. 4, n. 16). Degli estranei vanno citati il francescano G. Scoto, detto il Doctor subtilis (m. nel 1308) e soprattutto P. Aureolo (m. nel 1322) pure francescano e vescovo di Aix in Provenza, contro il quale si può dire che il C. combatta continuamente perché a suo giudizio Aureolo è il principale avversario di s. Tommaso, che riassume e completa tutti gli altri, non eccettuato lo stesso Scoto. Ma i più accesi contro il tomismo erano i Nominali capeggiati dal battagliero francescano Guglielmo di Occam (m. nel 1347). Innovatori ed audaci, essi s'erano largamente diffusi tirandosi addosso anche parecchie condanne, ma inutilmente. Le loro dottrine penetrarono ovunque, mettendo assai profonde radici sia nel

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campo teologico che filosofico. Il principale nominalista citato dal C. è Gregorio da Rimini degli Eremitani di S. Agostino, che fu anche generale del suo Ordine e mori nel 1368. Tralasciando altri minori, gli autori che il C. allega e in gran parte confuta, sono 27 : solo contro tutti, tranquillo, cortese non dà pace ai suoi avversari : li segue passo per passo, smantellandone una dopo l'altra tutte le posizioni. In questa sua Difesa il C. è costretto a seguire non l'ordine di s. Tommaso ma quello di Pietro Lombardo perché il bersaglio degli avversari era appunto il commento dell'Aquinate alle Sentenze, le quali erano allora e restarono ancora per secoli il libro di testo delle scuole di teologia; ma il C. dimostra una conoscenza cosi vasta e profonda di tutte le opere del Santo e le cita con tanta intelligenza ed opportunità che nessun altro gli può stare a pari in tutta la storia del tomismo. Non per questo l'opera del C. è un semplice contone; è invece un'opera organica, armonica ed unitaria; per quanto l'indole apologetica le conferisca forzatamente la forma del mussico e l'aspetto della compilazione.

Per il cómpito stesso che si era assunto, la dottrina del C. coincide con quella di s. Tommaso dai cui insegnamenti egli non intende assolutamente recedere. Nei punti controversi però il C. assume un valore storico o teoretico di prim'ordine: storico, perché è il più vicino alle fonti di tutti i grandi commentatori dell'Aquinate; teoretico perché non è presumibile che un uomo di tanto talento non abbia colto coattamente il pensiero del suo autore per il quale era compreso di somma stima e di profondo amore. Particolarmente però il nome del C. è rimasto legato a due questioni importantissime, unai centrali, in tutta la filosofia e teologia : la costituzione ontologica della persona e il principio d'individuazione dei corpi. Quanto alla prima il C. ritiene che, secondo l'Aquinate, il costitutivo formale della persona è l's actus naturae, non per nodum formae substantialis aut accidentalis, sed per modum quo esse actualis exsistentiae dicitur actus essentiae ut quo et suppositi (individui) ut quod exsistit»; di guisa che "dicatur suppositum esse idem quod individum substantiale habens per se esse" (Defensiones, ed. T. Pègues, V, Tours 1907, p. 105). Come si vede, la spiegazione del C. è in sintonia con la dottrina tomistica della costituzione intima dell'ente. Questa è data non dalla sola essenza, ma dall'essenza con in più il suo atto di essere. L'ente soltanto dunque è sui iuris ed autonomo, perché solo l'ente e non l'essenza è il tutto che si possiede, è di sé, non di altri, ossia è sussistente. Ma non è sussistente se non in forza di un proprio atto di essere che gli conferisce la prima e più fondamentale autonomia, quella ontologica, radice e spiegazione di tutte le altre autonomie che competono alla persona, e cioè l'autonomia psicologica per cui la persona è un soggetto consapevole, autocassiente; l'autonomia morale per cui è un soggetto responsabile delle proprie azioni, e l'autonomia giuridica per cui è un soggetto di diritti e di doveri. E il C. ci tiene a far sapere che questa, secondo lui, è la dottrina di s. Tommaso: «Et isto modo videtur mihi quod s. Thomas intellexit personalitatem addere aliquid positivum supra naturam rationalem et individuum naturae rationalis... ita existimo sensisse susctum Thomam" (ibid.). Dunque "persona vel suppositum supra naturam individuatam addit esse actualis exsistentiae" (ibid., p. 106); e questo secondo l'Aquinate stesso, "quia secundum eum persona seu suppositum in talibus supra naturam addit esse" (ibid., p. 107). Si noti: aggiunge l'esze, l'atto di essere, e non un semplice ordine o rapporto all'atto di essere, come qualcuno erroneamente ha pensato. Cosi la persona è il tutto, l'ente completo di ordine intellettivo. Di questo tutto il costitutivo materiale è l'essenza individuale, il costitutivo formale invece è l'atto di essere, corrispondente e commensurato a questa stessa essenza; e tutti e due riuniti insieme dànno il costitutivo totale, cioè l'ens complexum che, appunto perché tutto, è autonomo, indipendente e quindi persona. E facile vedere le applicazioni di questa teoria : tutto ciò che è deficente o nella linea del costitutivo materiale, cioè dell'essenza, come l'anima separata, o nella linea dell'atto di essere come la natura umana di Cristo, è perciò stesso incompleto come ente; non più tutto ma parte, e quindi non più sui iuris, non più persona. Pari-
mente nella Trinità ognuna delle Persone è costituita dall'atto di essere sussistente e relativo, identificandosi da parte dell'atto di essere che in Dio costituisce l'essenza, e distinguendosi da parte della relazione che relativamente le oppone l'una all'altra. E cosi l'atto di essere viene ad essere non solo il costitutivo formale di Dio Uno, ma anche di Dio Trino.

Riguardo al principio d'individuazione, la materia signata altro non è per il C. che la materia sub quantitate, ossia la materia attualmente quantificata; la quale in quanto materia conferisce l'incomunicabilità, in quanto quantificata conferisce la singolarità, ambucdue indispensabili alla costituzione dell'individuo corporeo. Il C. ne tratta in lungo e in largo nel secondo libro delle Sentenze, dist. 3, q. 1 (Defensiones, III, ivi 1903, pp. 200-41). Che anche in questo il C. riproduca fedelmente la dottrina di s. Tommaso a differenza di altri tomisti che vennero poi, lo mostra la semplice lettura di alcuni testi dell'Aquinate, p. es. questi: "Materia sub certis dimensionibus est causa individuationis" (De nat. mat., III); "signatio eius est esse sub certis dimensionibus" (ibid.); "ex materia causetur diversitas secundum numerum in eadem specie... prout subest dimensionibus interminatis" (In Boeth. De Trin., q. 4, a. 2); "materia, iam intellects sub corporeitate et dimensionibus, potest intelligi ut distincta in diversas partes, ut sic accipiat diversas formas secundum ulteriorem perfectionis gradum" (I, q. 76, a. 6, ad 2). E non si tratta dell'esigenza o dell'ordine alla quantità o della quantità in radice, ma della quantita in atto: "Dimensiones praeintelliguntur in materia non in actu completo ante formas naturales, sed, in actu incompleto, et ideo sunt prius in via generationis" (De veritate, q. 5, a. q).

Queste dell'individuazione e della persona sono le questioni anche oggi più studiate; ma pure in altre il C. meriterebbe di esser messo maggiormente in luce con grande vantaggio del tomismo autentico, data l'enorme importanza di questo tomista che la posterità riconoscente volle fregiare del titolo, che gli rimane, di Principe dei tomisti.

BibL.: Quéif-Echard, I, p. 795: T. Pègues, La biographie de Jean Caprealus, in Revue Thomiste, 7 (1899), p. 317 sgg.; id., Du rôle de C. dans la défense de s. Thomas, ibid., 7 (1899), pp. 507 529; id., Théologie thomiste d'après C.: l'idée de Dieu en nous, ibid., 8 (1900), pp. 505-50; id., Théologie thomiste d'après C.: la Trinité des Personnes et Dieu, ibid., 8 (1900), pp. 694-715; I. Ude, Doctrina C. de influxu Dei in actus voluntatis humanos, Gratz 1905; P. Mandonnet, s. v. in DThC, II, col. 1694: M. Grabmann, Johannes Caprealus O.P., "Der Princeps Thamistarum" und seine Stellung in der Geschichte der Thamistenschule. Ein Gebenbäost zu seinem fünfhundertjährigen Todestee, in Divus Thomas (Frib.), 22 (1944), pp. 85-109, 145-70; U. Deaf'Innocenti, Il C. e la questione sulla personalità, in Divus Thomas (Piac.), 3² serie, 17 (1940), pp. 27-40; id., "Licet ipsum esse non sit de ratione suppositi", in Salesianum, 3 (1941), pp. 42-49; id., L'opinione giovanile del Caetano sulla costituzione ontologica della persona, in Divus Thomas (Piac.), 3² serie, 18 (1941), pp. 154-66; id., Il principio d'individuazione e G. C. nel V centenario della sua morte, in Acta Academiae Rominae S. Thomae, 10 (1945), pp. 147-96; id., C. e 1. Tommaso nella dottrina sulla persona, in Excite docete. Commentaria Urbaniana, 2 (1949), pp. 31-48, 191-204. Umberto Dept'Innocenti

CAPREOLO CARTAGINESE, santo. - Dal 430 all'anno della sua morte, luglio 437, fu arcivescovo di Cartagine. Si ricordano di lui tre lettere, cosi disposte per ordine di tempo :

1* Lettera a Teodosio II, imperatore d'Oriente, che nel 431 convocò i vescovi al Concilio di Efeso, per esaminarvi specialmente le teorie diffuse da Nestorio. Teodosio scrisse anche a s. Agostino, vescovo d'Ippona, per pregarlo di intervenire ad Efeso, e inviò, latore della lettera, un certo Ebagnius, il quale, giunto a Cartagine, seppe da C. che Agostino era morto. Avuta allora una lettera da C. per l'imperatore, se ne tornò a Costantinopoli. Di questa lettera a noi non è giunto che un brano, citato da Fulgenzio Ferrando, da cui si può dedurre che C. pregava l'imperatore di voler mantenere come già giudicata la causa dei pelagiani e a non permettere che si riaprisse il dibattito su questioni già definite.
2^{text {a }} Lettera al Concilio efesino. Saputo della convoca-

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![img-8.jpeg](img-8.jpeg)
(per cortesia di don M. Marchi)
zione del Concilio, C. avrebbe voluto radunare tutti i vescovi, suoi suffraganei, e mandare ad Efeso una rappresentanza ufficiale; ma non poté farlo e per mancanza di tempo e più ancora per gli sconvolgimenti prodotti dalla invasione dei Vandali. Inviò allora ad Efeso il suo discono Bessula, con questa lettera, in cui, fatte le scuse per l'assenza sua e degli altri vescovi d'Africa, egli prega i Padri del Concilio ad opporsi vigorosamente a coloro che volessero introdurre nella Chiesa errori già condannati, a non tollerare che si riprendesse la discussione di questioni già giudicate, ma di voler invece mantenere inconcusso e immutabile quanto si era definito dai Santi Padri. La lettera, letta in pieno Concilio, riscosse la generale approvazione e fu inserita negli atti sia nell'originale latino, sia nella traduzione greca.
3ᵃ Lettera a Vitale e Tonanzio (o Costanza?): due laici, sembra, spagnoli, che si erano rivolti a C. per chiedergli spiegazioni su alcuni punti della dottrina cattolica nei confronti della controversia nestoriana. C. risponde che Nestorio era stato condannato poco prima ad Efeso; quindi dimostra solidamente, con numerose citazioni dalla S. Scrittura, che in Gesù Cristo bisogna riconoscere due nature e una sola persona; esorta infine alla lettura dei sacri libri e di quelli dei Dottori della Chiesa, nei quali si trovava ciò che la vera fede obbliga a credere.

Il Sermo de tempore barbarico, che il Tillemont, confutato poi dal Bardenhewer, attribuiva a C., è stato rivendicato, dal Morin, al discono cartaginese Quodvultdeus.

Il nome di C. fu inserito nel catalogo dei santi nel calendario della Chiesa di Cartagine.

Bibl.: Le due lettere superstiti si trovano in PL 23, 843828 e anche nel Mansi, IV, 227-66 e 1207-12. - W. Smith e H. Wace, Dist. of Christian Biography, I, Londra 1877, p. 400 sgg.; Schanz, IV, II, pp. 470-71; G. Bareille, s. v. in DThC, II, coll. 1693-94; Moricca, III, I, pp. 704-706. Grazieila Mist

CAPRI. - Isola nel golfo di Napoli, di kmq. 10, 36 di superficie, detta Capreae da Virgilio (Aen., VII, 735), Ovidio (Met., XV, 709), Plinio (Nat.hist., III, 6, 822). La cittadina antica era prossima alla Marina Grande più dell'attuale. Al tempo del papa Gregorio I (590-604) dipendeva dal vescovo di Sorrento. Circa
di quel tempo è l'unica iscrizione cristiana, finora nota, di un Geladinus sector (CIL, X, 1, 6810).

Primo vescovo certo è Giovanni, consacrato nell'anno 987 da Leone arcivescovo di Amalfi per ordine del papa Giovanni XV, immune tamen a iure cathedralice (Ughelli, VII, p. 353).

Restò sotto l'arcivescovo di Amalfi fino al 1818 , anno in cui la diocesi fu unita a Sorrento.

La chiesa più antica di C. è quella di S. Costanza, (sec. xi), a pianta centrale; la Cattedrale, fu dedicata a s. Stefano, fu riedificata nel 1683 , ora è collegiata. E conosciuto fin dall'anno 591 il monastero di S. Stefano, di cui allora era abate Savino: si ricorda ancora al tempo di Gregorio II (719-29). La certosa di S. Giacomo è stata eretta, tra il 1371-74, dal conte Giacomo Arcucci, segretario di Giovanna I d'Angiò; soppressa nel 1808 , fu riaporta, il 23 sett. 1936, per farne un centro di vita religiosa e culturale, dai Canonici regolari lateranensi.

Bibl.: P. Fr. Kehr, Italia Pontifcia, VIII, Berlino 1935, pp. 399-400; Cottineau, I, 1939, coll. 596-97. Enrico Josi

CAPRIANI, Francesco. - Architetto e scultore, n. a Volterra prima del 1540 e m. a Roma verso il 1601.

Lavorò a Roma; a lui spetta la facciata della chiesa di S. Chiara (perduta) e quella di S. Maria di Monserrato, il rifacimento della chiesa di S. Maria in Aquiro, opere nelle quali egli, pur aderendo alla tradizione romana del tardo ' 500 , conferisce ai volumi una nitida definizione, e agli organismi una logica saldezza e chiarezza compositiva di gusto toscano. Il suo capolavoro è la chiesa di S. Giacomo in Augusta di pianta ellittica con l'asse maggiore perpendicolare alla facciata in modo da diminuire la centralità per lasciare trionfare l'asse prospettico. A lui è stata pure attribuita la chiesa di S. Atanasio ai Greci.

Bibl.: Z. v. M., s. v. in Thieme-Becker, V, p. 555 ; Venturi, X, II, p. 578; M. Zocca, L'Architetta di S. Giacomo in Augusta, in Boll. d'arte, 29 (1936), pp. 519-30. Guglielmo Matthise

CAPRIOLO, Domenico. - Pittore, n. a Venezia nel 1494, m. a Treviso il 3 ott. 1528. Discepolo di P. M. Pennacchi, fu poi attratto nell'orbita del Pordenone e di D. Mancini, col quale fu spesso confuso.

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Tre opere si conoscono di lui: Adorazione dei Pastori, 1518 (Treviso, pinacotera); Assunta, 1520 (Treviso, duomo); Ritratto di gentiluomo, 1528 (Bernard Castle, Bowes Museum). La critica moderna ne aggiunge altre fra cui alcuni profeti nei lacunari del soffitto di S. Maria dei Miracoli in Venezia.

Bim.: Hadeln, s. v. in Thieme-Becker, V, pp. 357-58 (con le bibl. precedente): R. Longhi, Viatice per cinque small di pittura veneziana, Firenze 1946, p. 25. Amalia Mezzetti

CAPRO EMISSARIO. - Uno dei principali riti prescritti da Mosè per il gran giorno dell'espiazione (v.; cf. inoltre Lev. 16, 5-26 ed il trattato della Mišnšh mathcal{J} δ m α^{′} ). Al mattino si sorteggiavano due capri offerti dalla comunità istaelitica: l'uno da immolare a Jahweh, l'altro come c. e., destinato cioè ad essere cacciato nel deserto (Lev. 16, 8: «una sorte per Jahweh, l'altra per ' d z α^{′} z δ^{′} ) ). Essi costituivano un solo sacrificio, nel quale il carattere espiatorio aveva la sua significazione più espressiva. Propriamente l'espiazione rituale era dovuta alla virtù del sangue sacrificale (venivano immolati, per i riti di purificazione, un giovenco ed il primo capro, e con il sangue si aspergeva il Propisiatorio ed il Santuario); ma il rito del c. e. esprimeva sensibilmente agli occhi di tutto il popolo il pieno effetto dell'atto espiatorio, ossia la cancellazione completa dei peccati. Il sommo sacerdote, compiuti i riti nell'interno del Santuario, imponeva le mani sulla testa del c. rimasto vivo, "confessando sopra di lui tutte le colpe e tutti i peccati degli Israeliti " (Lev. 16, 21; cf. la formula in mathcal{J} δ m α^{′ ′}, mathrm{VI}, 2 ). Con quest'atto s'intendeva trasferire sull'animale i peccati di tutto il popolo, di modo che, divenuto carico di peccati e quasi la personificazione del peccato, venisse fatto scomparire e con lui scomparissero pure i peccati del popolo (cf. Lev. 16, 22).
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(per cartezia di don M. Murchi)
Capri - Lunetta affrescata del portale della chiesa della Certosa (fine sec. xiv); i fondatori, conti Arcucci, sono ai piedi di Maria S.ina.

Per ciò stesso il c. era contaminato, e tutti quelli che lo toccavano per via restavano contaminati, ed anche l'uomo addetto a spingerlo nel deserto doveva purificarsi dalla contratta impurità (ibid., 26) : questa contanazione legale, come già il rito dell'imposizione delle mani, rendeva palpabile agli occhi d'Israele il trasferimento dei peccati e ne garantiva la completa sparizione. In fine il c., fatto segno ad improperi e maledizioni, veniva cacciato nel deserto sopra un dirupo (secondo mathcal{J} δ m α^{′ ′}, mathrm{VI}, 4-6 nel deserto di Ṣùq a 12 miglia da Gerusalemme) e di là precipitato, si da morire sfracellato.
J. Wellhausen ed i critici razionalisti, per i loro noti principi aprioristici, rimandano comunemente all'età postesilica tutti i riti dell'espiazione descritti in Lev. 16. Tra i cattolici, S. Landesadorfer ritiene che sia posteriore all'esilio la parte riguardante il c. e. (Lev. 16, 8-12.22. 26-28). Ma a torto, poiché l'unità del capitolo non può essere contestata; le cerimonie in Lev. 16 sono in stretta connessione tra loro, e soprattutto il c. e. simboleggiviva nel modo più espressivo la virtù espiatrice dei riti sacrificali. Si aggiunga che questa pratica eminentemente popolare trova riscontro in riti analoghi presso molte altre religioni. S.H. Langdon ha raccolto e confrontato numerosi esempi di c. e. nella religione babilonese, e J. G. Frazer presso le altre religioni. Ma le somiglianze col rito biblico sono soltanto esterne e superficiali, mentre le differenze, profonde e sostanziali, fanno risaltare l'incomparabile superiorità di questo per la nobiltà del significato simbolico e la purezza delle nozioni religiose. J. D. Prince vede il prototipo del c. e. biblico in un rito magico sumerico, in cui il re per ordine di Ea e di Marduk colpisce con la freccia un capro, riversando così su di esso tutti i malanni che affliggono i suoi soldati. Ma le differenze sono tante che è impossibile stabilire una dipendenza o un legame tra i due riti. Un altro rito babilonese (in un frammento di Rituale pubblicato nel 1911 da P. Diorme) presenta maggiori riscontri con la cerimonia levitica: al principio del nuovo anno, il 4^{°} o 5^{°} giorno, il madmolu (sacerdote che compie i riti magici) entra nell'ezido (la parte più sacra) del tempio di Nebo e vi compie i riti d'aspersione; quindi fa tagliare la testa ad un ariete, servendosi della vittima per esorcizzare il tempio; infine va a gettare il cadavere nel fiume Nala: un uomo del popolo compie la stessa operazione con la testa della vittima, e tutti e due devono restare fuori delle mura una settimana per la contratta impurità. Sono innegabili i punti di contatto con la cerimonia biblica. Ma le differenze sono anche più numerose, al semplice raffronto dei riti (A. Médebielle, p. 111 sg.). Nella cerimonia levitica il c. e. ha soltanto un valore simbolico: ciò l'innalza di molto al disopra dei riti grossolani di altre religioni, dalle quali inoltre esula ogni idea di espiazione collettiva e nazionale.

Ove la Volgata traduce hircus emissarius, nell'ebraico leggiamo 4 volte ' d z α^{′} z δ^{′} (Lev. 16, 8. 10. 26). Molto si è discusso su questa difficile parola, che non ricorre altrove nella Bibbia; ed ancora non si è d'accordo sul suo significato.

Le spiegazioni si possono ridurre sostanzialmente a tre: 1) Alcuni rabbini pensarono che ' Ā z α^{′} z δ fosse un nome di località presso il Sinai, ove il c. sarebbe stato cacciato la prima volta nell'istituzione del rito: la denominazione sarebbe poi restata ad indicare il luogo destinato per l'emissione del c.; quest'opinione è comunemente scartata (l'ammette ancora S. Landesadorfer), anche perché nella Bibbia non c'è traccia di una località di questo nome. - 2) ' Ā z α^{′} z δ designerebbe un cacodemone, un principio malefico o addirittura Satana principe dei demoni, opposto a Dio e dimorante nel deserto: anche nell'apocrifo Enoch, ' Ā z α^{′} z δ è nome d'un demone o di Satana (8, 1; 12, 13; 13,1: 15.9); si aggiunga che nella S. Scrittura il deserto è spesso raffigurato come immagine della desolazione e della morte e come l'abitazione dei demoni (Is. 13,21; Bar. 4,35; Tob. 8,3; Mt. 12,43; Apoc. 18,2; cf. Enoch, 10,4: { }^{′} Ā z α^{′} z δ^{′} legato nel deserto di Dudael). Quest'opinione, che già si riscontra in Origene (Contra Celsum, VI, 43) e negli gnostici (cf. Epifanio, Haer., 36), ha incontrato il favore di

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numerosi esegeti, cattolici e razionalisti, i quali però dissentono circa il significato della destinazione del c. "ad 'ázd'zél". Lev. 16, 6 sembra appoggiare questa spiegazione: vi si dice difatti che nel gettare le sorti su i due capri, una era "per Jahweh", l'altra "per 'ázd'zél": ora l'opposizione tra Jahweh e 'ázd'zél sembra esigere che il secondo termine sia, come il primo, un essere personale. L'argomento però non è costringente, e dalla dottrina dell'apocrifo Zasch (posteriore di ca. 15 secc.) non si può dedurre che gli Ebrei al tempo di Mosè designassero sotto quel nome un demonio o Satana. In ogni modo, anche ammessa l'identificazione, sarebbe assurdo pensare, come pretendono molti critici razionalisti (K. Marti, A. Sabatier, B. Stade, B. Duhm, ecc.) che il c. venisse offerto in sacrificio ad ' Â z â^{′} z e l̂ : poiché per l'imposizione delle mani anche il c. e., come il primo capro, era sacro a Jahweh, e tutti e due facevano parte del medesimo rito di espiazione. Si può tuttavia ammettere, con diversi esegeti cattolici (L. C. Fillion, F. X. Kortleitner, B. Welte, J. Smith, ecc.) che il c. e., carico dei peccati di tutto il popolo, venisse trasferito come a proprio padrone ad ' Â z â^{′} z e ́ l : dunque nessun omaggio o tributo a Satana, ma piuttosto un anatema o uno scherno : gli si rilasciava una preda ignobile, degna di lui. In questo senso sono state escogitate le più svariate etimologie: per es., "Dio forte", da 'ázaz 'él, residuato d'un nome divino andato in disuso e adoperato in senso spregevole; "forte decaduto", da 'az 'ázal; "forte fallito", dalla trascrizione della Pétittá, 'azzd zajel, ecc. (cf. A. Médebielle, p. 155 sg.). - 3) Nome concreto o astratto, 'ázd'zél significherebbe "emissario", o "rimozione", "emissione": la Volgata si fonda sull'etimologia 'éz ("capra" o "capro") e 'ázal ("andare" o "condurre via»). Così in sostanza i Settanta (ázazvuzazé́c, a volte) e, con altre parole, Aquila e Simmaco; le altre 2 volte i Settanta traducono col sostantivo (eíç ározvuzrýy, eíç ázozov: "per la rimozione, l'allontanamento": cf. Flavio Giuseppe, Antiq. Ind., III, 10,3). Dunque le antiche versioni stanno per il senso di "emissione", "rimozione". Soltanto si può discutere se la parola debba derivarsi da una doppia radice ('éz e 'ázal) o dalla sola radice 'ázal ("andare via") o 'azal (arabo: "rimuovere", "portare via"); così pure si può discutere se sia una forma sostantiva o una forma verbale: secondo W. Gesenius può essere una forma intensiva, pilpel, di 'azal, con significato intransitivo ("che viene portato via", "emissario") o transitivo ("che rimuove", "porta via", sottintendendo "i peccati»). E questa spiegazione, specialmente secondo l'interpretazione della Volgata, sembra ancora la più probabile. Quindi può così tradursi Lev. 16,8: "...e getterà sopra di loro le sorti, una per Jahweh, l'altra per l'emissario" (cioè per costituire il capro in questa qualità di emissario): in tal senso si spiegano facilmente anche i vv. 10 v 26.
S. Paolo (Hebr. 9) espone minutamente il senso figurativo dei riti dell'espiazione, con riferimento al sacrificio di Cristo: ma non fa menzione del c. e., mentre accenna espressamente al primo capro ( 9,12 mathrm{sgg} . ; 13,1 mathrm{r} ). Ma forse tiene presente l'immagine del c. e., quando scrive di Gesù: "Colui che non conosceva il peccato, per noi (Dio) lo ha fatto peccato" (II Cor. 5,21).

Bibl.: H. Lesêtre, Bouc émisaire, in DB. I, coll. 1071-76; T.-K. Cheyne, The date and origin of the ritual of the "Stapezoat", in Zeits, f. altt. Wiss., 15 (1895), pp. 153-56; id., Azazel, in Encycl. Biblica, I, coll. 396-98; F. de Hummelauer, Comn. in Ex., et Lev., Parisi 1897. p. 461 sg.; J. D. Prince, Le bouc émisaire chez les Babyloniens, in Tournal Atiazione, 3 (1903), pp. 133-36; P. Dhorme, Tablette rituelle néo-babylonienne, in Rev. d'Assyriologie, 8 (1911), pp. 41-63; S. H. Langdon, The Stapezoat in the babylon, Religion, in Expository Times, 23 (1912), pp. 9-13; J. G. Fraser, The Stapezoat, Londra 1913; F. X. Kortleitner, Archarologia Biblica, Innsbruck 1922, p. 277 sgg.; A. Médebielle, L'Expiation dans l'Ancien et le Nouveau Testament, I, Roma 1924, pp. 95-114 c 152-58; id., Expiation, in DBs, III, coll. 61-66, 78-81; S. Landersdorfer, Studien zum bibl. Versöhnungsins, Münster 1924; id., Keilinschr. Parallelen zum bibl. Sündenbach, in Bibl. Zeitsch., 19 (1930-31), pp. 20-28; J. Schur, Versöhnunlstas und Sündenbach, Helsinki-Lipsia 1934. Gaetano Staso

CAPSA. - Dal greco wáq́a, propriamente cassa per libri; poteva dirsi anche scrinium; per lo più circolare, in legno, se molto piccola, capsella, se in bronzo, cista. Nella passio dei martiri scillitiani del 17 luglio dell'a. 180 , il giudice Saturnino domanda: "quae sunt res in capsa vestra?" (cf. BHL, 7527). Il Wilpert ha riconosciuto una rappresentazionedi c. per libri in una pittura del cimitero di Pretestato della
seconda metà del sec. iv, da lui integrata (Wilpert, Pitture, tav. 178, 3 e p. 215 , fig. 19).
C. veniva anche chiamato il piccolo recipiente che conteneva gli elementi che dovevano servire alla celebrazione eucaristica: capsas cum sanctis apertas (ma v. Pissibe). Gli archeologi hanno dato il nome di capstelle ai numerosi reliquiari di legno, d'avorio, di terracotta, di pietra, d'argento rinvenuti negli altari e contenenti reliquie.

Tali, ad es., i reliquiari di Brescia, di Grado ecc., quello di fattura egiziana della prima metà del sec. vi, proveniente dal Sancta Sanctorum, ora nel museo Sacro della biblioteca Vaticana (C. R. Morey, Gli oggetti di avorio e di asso del museo Sacro Vaticano, Città del Vaticano 1936, p. 58, n. A. 59). Tipico il reliquiario illustrato da G. B. De Rossi rinvenuto nella basilichetta di Ain Zirara a 8 km . da Ain-Beida in Numidia tra Tebessa e Costantina. E d'argento, di forma ellittica, sul coperchio è effigiato un martire che regge con le mani la corona d'alloro gemmata; in alto la mano divina sporge dalle nubi e sta per porre sul capo del Santo la corona. Ai piedi del martire sporgono i quattro fiumi del paradiso, mentre ai lati ardono due torce. Nelle facce esterne della c. da un lato otto pecore uscenti dalle due città si dirigono al centro dove è l'agnello divino dietro il quale sta la croce latina. Dall'altro lato sopra una rupe sta il Signum Christi; al di sotto sporgano i quattro fiumi ai quali accorrono a dissetarsi due cervi (G. B. De Rossi, La

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capsella argentea africana offerta al sommo Pontefice Leone XIII dell'e.mo card. Lavigerie arcivescovo di Cartagine, Roma 1889).

I reliquiari rinvenuti a Henchir-Akhrib in Numidia sono databili tra il 580 e il 581 (S. Gsell, Chapelle chrétienne d'Henchir-Akhrib, in Mélanges d'archéologie et d'histoire, 23 [1903], pp. 3-25).

L'Africa ha restituito moltissime di tali capselle che sono veri e propri reliquiari. Infatti nell'umile reliquiario in terracotta rinvenuto nel territorio dell'antica Lamasha nella Numidia, presso l'attuale villaggio indigeno di Kṣar-Belezma in Algeria, si legge l'iscrizione: in isto vaso congregabuntur membra Cliristi (J. Gagé, Eglise et reliquaire d'Afrique, in Mélanges d'archéologie et d'histoire, 44 [1927], pp. 103-18). Bibl.: H. Leclera, Cassette, in DACL. II, it, coll. 2340-48. Enrico Josi
CAPUA, ARCidiocesi di. - In Campania, a breve distanza dal punto in cui nell'Appia s'innesta la via Latina, C. dovette ricevere ben presto il messaggio cristiano.

La chiesa di C. ebbe i suoi martiri, ricordati nel Martirologio germiniano: Prisco, Lupolo, Sinoto, Marcello, Rufo, Agostino e Felicita; gli ultimi due avrebbero sofforto il martirio sotto Decio. Nell'odierno paese di S. Prisco, presso C., furono ritrovate numerose iscrizioni sepolcrali cristiane della seconda metà del sec. iv, e ivi presso era la via Aquaria, sulla quale il 1^{°} sett. si festeggiava s. Prisco, dato dalla tradizione come primo vescovo di C. Il Lib. Pont., c'informa che Costantino fondò in C. una basilica, dotandola di suppellettile liturgica e di ricchi possedimenti. Nella chiesa di S. Prisco si conservarono, fino al 1766, i musaici del sec. v, che decoravano l'abside e la cupola. Nell'abside erano effigiati, in atto di portare le corone, apostoli, martiri, e i santi locali Prisco, Sinoto, Lupolo, Rufo, Marcello, Agostino, Felicita; nella vòta la simbolica colomba in mezzo ad otto volumi simbolo dei Vangeli e di quattro profeti. Nella cupola, al centro, il
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Capua - Campanile (sccc. xi-xit) della Cattedrale.
trono divino; nelle zone inferiori, profeti, apostoli, evangelisti, e i martiri campani Ippolito (Ipolisto), Canione, Agostino, Marcello, Lupolo, Rufo, Artema ed Eufemo, Eutiche e Sosso, Festo e Desiderio. La cappella a fianco della chiesa di S. Prisco, intitolata a S. Matrona, mostra ancora i musaici del scc. v. Nella vòlta, agli angoli, quattro grandi palme, e tra di esse tralci con grappoli d'uva e uccelli; nelle pareti perimetrali, su una, un medaglione di Cristo fra tralci e pampini, sulle altre, i simboli evangelici, e precisamente l'uomo alato su una, e su un'altra il bue e l'aquila ai lati d'un trono gemmato con la simbolica colomba sulla spalliera e un volume sul cuscino. Si ricordano ancora le decorazioni musive dell'abside di S. Maria Maggiore, del sec. v, in S. Maria Capua Vetere, e dell'abside della cattedrale della C. nuova, del sec. xI-xit, anch'esse scomparse, il candelabro del cero pasquale nella stessa Cattedrale, il rotulo dell'Esultet, la porta della chiesa di S. Giovanni delle monache, il portale di S. Marcello Maggiore. Molto importanti, anche, un sarcofago cristiano del sec. Iv nel cortile della chiesa di S. Marcello, una serie di iscrizioni sepolcrali dei secc. iv-vi, e il Lezionario del codex Fuldensis del 546.

La serie episcopale dei primi sei secoli, è attestata da documenti sicuri, soltanto dalla prima metà del sec. Iv : Proto o Pretorio (313), s. Germano (31920, 540-41), Vittore (541-54). Il più noto è Vittore, contemporaneo di Cassiodoro e di Eugippio, l'abate del Lucullano, soprattutto per il codex Fuldensis da lui riveduto negli anni 546 e 547 .

Sotto s. Gregorio Magno, per l'invasione longobarda, che aveva devastata e spopolata la metropoli campana, il clero di C. viveva profugo in Napoli. Cessata questa, C. entrò a far parte del ducato di Benevento. Nel 787 Carlomagno per le istanze di papa Adriano, offrì la città di C. a s. Pietro, e da allora essa venne annoverata tra i possedimenti di s. Pietro, più di nome che di fatto. Diviso il ducato di Benevento nei due principati di Benevento e di Salerno, il gastaldato o contea di C. fu compreso in quest'ultimo (847); ma Landone riuscì a rendere indipendente da Salerno il suo dominio. Dall'899, poi, al 980 il conte di C., divenuto principe, regge C. e Benevento.

Nell'842, distrutta C. dai Saraceni, il vescovo e conte Landolfo trasportò la residenza nella nuova città, sita a ca. 5 km . dall'antica, sul luogo dell'antica Casilinum, alle rive del Volturno. A Landolfo I succede Landolfo II; ma il conte Pandolfo, lo costrinse a sloggiare e ritornare nell'antica; poi spedì a Roma suo fratello Landonulfo, perché fosse consacrato vescovo della nuova C. Papa Giovanni VIII venne a C. e divise la diocesi di C. in due, consacrando Landolfo II vescovo di S. Maria Suricorum (C. antica, oggi S. Maria Capua Vetere), ed assegnando a Landonulfo la C. nuova. Nell'882, scacciati Pandonulfo e Landonulfo, vi ritornava, come unico vescovo di tutta la diocesi, Landolfo II; d'allora la sede episcopale si trasferì nella C. nuova sul Volturno. Qui, intanto, sotto l'episcopato di Landolfo, era sorta la nuova Cattedrale, consacrata da Ottone e decorata con musaici da Ugo. Nel 966 papa Giovanni XIII, venuto a C., la elevava a sede metropolita. Oggi essa ha suffraganee Isernia e Venafro, Calvi e Teano, Bessa Aurunca, Caserta, Cvjezzo : confina con Aversa, Cvjazzo, Calvi e Teano. Conta 110.000 anime; 63 parrocchie; 129 sacerdoti diocesani e 7 regolari (1948).

Dei monaster; antichi, vanno ricordati: S. Benedetto costruito dai Cossinesi verso il 913; S. Lorenzo; S. Maria; S. Giovanni Battista, femminile, fondato dall'abate cassinese Aligerno, nel 967 , in casa di un tal Landolfo, figlio di Landenolfo e marito di una Aloara. Dei monasteri antichi delle vicinanze, è celebre S. Angelo in Formia.

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CAPUA - Portale della chiesa di S. Marcello (sec. XI) con architrave del sec. x.
C. fu sede di tre sinodi: al primo, Synodus plenaria Cupuensis (392), partecipò s. Ambrogio che ne segnò le direttive; nel secondo, del 7 marzo 1087, Desiderio, abate di Montecassino, accettò il papato con il nome di Vittore III (m. il 16 sett. 1087); nel terzo, 7 apr. 1118, furono condannati l'imperatore Enrico V e l'antipapa Maurizio Burdin ( = Gregorio VIII, 1118-21). Presso C., s. Anselmo terminò, nel rog8, il Cur Dens homo.

Molti presuli hanno illustrato la sede capuana; tra gli antichi Vincenzo, Vittore, s. Germano, poi il card. s. Roberto Bellarmino (1602-1605) e il card. Alfonso Capecelatro (1880-1912). Va pure ricordato, Alessio Simmaco Mazzeochi (1684-1771), archeologo e filologo insigne.

Dei monumenti sacri di C., quelli dell'evo antico furono in gran parte distrutti nel sec. xviII, quelli del medioevo durante l'ultima guerra.

BibL.: Per la diocesi e l'agiografia cf.: M. Monaco, Sanctuarium Capuanum, Napoli 1630; id., Recognitio Sanctuarii Capuani, ivi 1637; Ughelli, VI, pp. 291-366; F. Granato, Storia sacra della chiesa metropolitana di C. Santuario Capuano, 2 voll., Napoli 1766; Cappelletti, XX, pp. 7-116, 123-26; Eubel, I, pp. 170-71; II, p. 118; III, p. 166; Lanzoni, pp. 189-207; Martyr. Hieronymianum, pp. 241-42, 469-70, 481, 512, 542-44; H. Delehaye, Les origines du culte des Martyrs, 2^{°} ed., Bruxelles 1933, pp. 302-304; P. Fr. Kehr, Italia pontificia, VIII, Berlino 1935, pp. 199-234; Martyr. Romanum, pp. 182, n. 5; 363, n. 2; 374, n. 5; 375, n. 12; 438, n. 4; M. Inguanaz-L. Mattei Cerasoli, Rationes decimarum Italiae. Campania, Città del Vaticano 1942, pp. 181-210. Per i monumenti cf.: R. Garrucci, Storia dell'arte cristiana, IV, Prato 1877, tavv. 254, 2 e 257; G. B. De Rossi, Transenna marmorea trovata a Castel Volturno ora nel museo di C., in Bull. di archiol. critt., 3² serie, 6 (1881), pp. 147 153; id., Iverscioni sepolcrali cristiane novellamente scoperte in C., ibid., 4^{°} serie, 3 (1884-85), pp. 95-103; id., Agostino vescovo e la sua madre Felicita, martiri sotto Decio e le loro memorie e monumenti in C., ibid., pp. 104-25; E. Bertaux, L'art dans l'Italie méridionale, Parigi 1904, p. 187, fig. 76, p. 475, fig. 205, p. 606, fig. 273, tav. VII tra p. 178 e p. 179; H. Leclercq, s. v. in DACL,

II, 11, coll. 2064-84; id., Lectionnaire, ibid., VIII, 11, col. 2276 2283; J. Wilpert, Mosaiken, pp. 50, 51, 59, 229; id., Sarcofags, tav. IX, 2, pp. 116, 232, 335, 10², 13². Domenico Mallardo

CAPUANA, Luici. - Scrittore, n. a Mineo il 28 maggio 1839, m. a Catania il 29 nov. 1915. Studiò a Mineo presso le scuole dei Gesuiti, poi dal 1850 fu per tre anni nel collegio di Bronte. All'Università di Catania frequenta la facoltà di giurisprudenza, ma sospese al secondo anno gli studi e passò a Firenze come critico teatrale de La Nazione. Nel 1872 accettò la carica di sindaco di Mineo; nel 1877 fu a Milano collaboratore del Corriere della Sera e di riviste letterarie, e coltivò l'amicizia di Giovanni Verga, Emilio Zola, Gabriele d'Annunzio.

Temperamento portato all'ironia, si burlò di Pietro Vetro facendogli includere, nella Raccolta amplissima dei canzi popolari, alcuni suoi versi dialettali; persino Alessandro D'Ancona discusse sul verso dell'ignoto poeta siciliano(!) "Donni c'aviti 'intelletu d'amurı". Come il Carducci anche il C. polemizzò con M. Rapisardi (cf. Paradis: Giobbe, Lucifero con prefazione di Giulio Salvadori, Catania 1884). Insegnò all'Istituto Superiore di Magistero a Roma e, dal 1902 alla morte, nell'Università di Catania alla cattedra di Lessinografia e stilistica. Notevoli gli scritti critici (Studi della letteratura contemporanea, Milano 1880; Gli ismi contemporanei, Catania 1898; Libri e teutro, ivi 1892) che ritengono la maniera e il metodo del De Sanctis nell'esame delle opere. Nei suoi romanzi e nelle novelle accolse e sviluppò la teoria di un'arte impersonale a servizio della scienza, auspicando, tra l'una e l'altra, armonia e fusione. Proponendosi soprattutto il vero, analizzò come "documenti di vita" casi di accessi isterici in Profumo, casi patologici di amore morboso in Giuninte, evocazioni spiritiche ne Il morsbese Roccaserdina, aspetti della telepatia nel romanzo La sfinge, gruppi di maniaci e di esseri strani ne Le paesane e ne Le nuove paesane. In queste ricerche, che vanno dal naturalismo al verismo all'esperimentalismo, la sua arte, su modelli dello Zola e di Balzac, si esaspera; nessuna preoccupazione morale ha più luogo, preoccupandosi il C. unicamente dell'arte. Importante la sua produzione dialettale e la letteratura per l'infanzia; da ricordare la satira alle ideologie del sec. xix nel Re brucolone (Firenze 190