ne Le nuove paesane. In queste ricerche, che vanno dal naturalismo al verismo all'esperimentalismo, la sua arte, su modelli dello Zola e di Balzac, si esaspera; nessuna preoccupazione morale ha più luogo, preoccupandosi il C. unicamente dell'arte. Importante la sua produzione dialettale e la letteratura per l'infanzia; da ricordare la satira alle ideologie del sec. xix nel Re brucolone (Firenze 1905). Il C. esercitò sulla sua generazione una efficacia notevole, anche se in lui a troppo vi si sente il curioso di psicologia e di scienza naturale (B. Croce).
BibL.: A. Pellizzari, Il pensiero e l'arte di L. C.. Napoli 1910 (con bibl.); L. Tonelli, Il carattere e l'opera di L. C., in N. Aul., 63 (maggio 1928), pp. 5-18; P. Arrighi, Le vórieme dans la prose moratrice italienne, Parisi 1937, pp. 339-62; R. Croce, Letteratura della nuova Italia, III, Bari 1943, pp. 102-20.
Giovanni Fallani
CAPULIO, Pietro. - Teologo conventuale, n. a Cortona nella seconda metà del sec. xvi, m. a Conversano il 24 giugno 1625 . Fu reggente di Studi nella «Magna Domus Venetiarum», a Bologna e nel Collegio sistino di S. Bonaventura in Roma (1593-1605). Fedele alle norme dettate da Sisto V nell'istituzione del collegio, dalla cattedra e negli scritti insegnò la dottrina di s. Bonaventura. I suoi Commentaria in I et II Sent. D. Bonaventurae (Venezia 1623-25) sotto di grande valore. Paolo V lo creò vescovo di Conversano il 31 ag. 1605.
BibL.: P. R. da Tossignano, Hist. Seraph. Religionis, Venezia 1586, 1. 265; G. Franchini, Bibliografia di Scrittori Franc. Conv., Modena 1693, p. 520; Wadding, Scriptores, II, p. 186; Sbarales, II, pp. 333-34; I. Abate, Series Epp. O. F. M. Conv., in Miscell. Francesc., 31 (1931), p. 113; L. Di Fonzo, La studio del Dottore Serafico nel Collegio di S. Bonaventura in Roma, in Miscell. Francesc., 40 (1940), pp. 168-79. Giovanni Odoridi
CAPUT IELUNII. - Fin dal sec. viI il mercoledí delle Ceneri è noto come feria IV in capite ieiunii, perché, secondo l'uso romano, con questo giorno incomincia il digiuno quaresimale, mentre la Domenica I di Quaresima ritiene l'antico nome di caput quadragesimale, perché anticamente, come ancor oggi nel rito
## Page 441
ambrosiano, la Quaresima si iniziava con questa Domenica, di cui anche la Liturgia romana nei testi liturgici ritiene preziose tracce.
Secondo s. Massimo di Torino (PL 57, 301) alcuni cominciavano a prepararsi devotiore icinnio alla Quaresima, altri, per avere veramente 40 giorni di digiuno, aggiungevano gli ultimi 4 giorni della settimana precedente, prima privatamente, poi ufficialmente. Già il Sacramentario gelosiano ne mostra la pratica. S. Gregorio Magno (Hom. δ in Ebong.) non li conta ancora tra i giorni quaresimali. Le liturgie mozarabica e gallicana prima non li conobbero: percio non si fa menzione di mercoledi delle Ceneri o di feria IV in capite icinnii nell'Orationale Gothicum, in s. Isidoro, nei concili, nel Lezionario di Luzeuil, nel Sacramentario di Bobbio, nel Missale Gothicum; solo nel Missale Mixtum appare come un'aggiunta semplicemente esterna e posteriore. Soltanto in un agguanta del sec. vir nel Gelasiano la feria IV Cinerum fu designata come c. i. e nel sec. IX Amalavio (PL 105, 108) dice chiaramente: «Quarta feria quinquagesimam et quadragesimum iciunium, quod protenditur in Pascha Domini, inchoamus». Nel rito romano però i quattro giorni ben presto fecero parte della Quaresima, cioè quando gli gli altri giorni quaresimali ebbero le loro stazioni fisse e quando furono composte le antifone per la Comunione: infatti il Comnunio del Mercoledi delle Ceneri è mutuato dal Salmo primo. E noto che le ferie quaresimali prendono le antifone della Comunione dei Salmi secondo l'ordine della loro successione numerica. In concorrenza col caput quadragesimac, il mercoledi, che divenne il c. i., assunse un carattere sempre più solenne: in quel giorno cominciava la penitenza pubblica con l'esclusione dei peccatori, di cui la liturgia conserva ancora la benedizione e l'imposizione delle Ceneri (v.), ed il loro digiuno, che poco a poco fu esteso a tutti i fedeli. Cosi a cagione della sua solennità il Mercoledi delle Ceneri divenne l'inizio del digiuno quaresimale ed insieme del tempo quaresimale, mentre il significato della Domenica 15 di Quaresima nella mente del popolo andava sempre più in dimenticanza.
Bull.: J. Tommasi, Scrittura nella quale si prova che l'Istituzione della feriognarta in capite icinnii e è stata prima di s. Gregorio contro l'epistina del Menardo, in Opera omnia, VII, Roma 1754, pp. 187-89; E. Martène, De antiquis Ecclesiae ritibus, III, Bassano 1788, p. 58; F. Probst, Dic Altestea Salvamentarica und Ordines, Monaco 1892, p. 192; F. Cabral, s. v. in DAUL, II, coll. 2134-37.
Filippo Oppenheim
CAQUETÀ, vicariato apostolico di. - In Colombia. Il territorio del C. fu la prima volta evangelizzato, con la conquista spagnola, dai Francescani, provenienti da Quito e da Papayán, i quali vi rimasero sino al principio del sec. XIX, facendo numerose conversioni e bagnando con il loro sangue il suolo della missione stessa. Verso la metà del sec. XIX, cioè terminata la guerra di indipendenza della Colombia, vennero nel C. alcuni pp. gesuiti, che ne ripartirono dopo due anni. Dal 1880 la missione restò affidata all'arcidiocesi di Popayán e poi alla diocesi di Pasto dalla quale fu dismembrata nel 1902 per essere eretta in prefettura apostolica, assegnata ai pp. cappuccini di Catajogna, che avevano fatto il loro ingresso nel territorio quattro anni prima. Nel 1930 fu eretta in vicariato apostolico.
La superfice totale della missione è di kmq. 257.240; visi contano ca. 64.300 sb., dei quali 63.000 sono cattolici e il resto pagani. Vi lavorano 24 religiosi cappuccini e un sacerdote secolare, due comunità di Fratelli maristi in numero di 10 e quattro comunità di Suore terziarie di s. Francesco in numero di 80 , e le une e gli altri dirigono scuole, orfanotrofi e ospedali. Il territorio è diviso in II parrocchie e una vicaria parrocchiale. La missione confina con le diocesi di Garzón, Ibarra, Pasto, Popayán, con il vicariato apostolico di Piani di San Martino e la prefettura apostolica di San Leone delle Amazzoni.
Bull.: AAS, 23 (1931), pp. 42-43; GM, p. 311; F. Igualada, Breve resumen de las actividades de la Misión del C., in Revista de
Misiones, 14 (1938), pp. 329-36; MC, p. 68: Archivio di Propaganda Fide, Prospectus status missionum 1948, pos. prot. n. 2272/48; ibid., pos. prot. n. 1250/30. Antonio Mazza
CARA. "Famiglia ebraica francese ( q ā r vec{a}= il lettore), di cui tre rabbini sono da ricordarsi :
Menâhîm ben HElbô (sec. xi), il primo in ordine di tempo degli esegeti della scuola francese, che con Raši iniziò il movimento di reazione alla interpretazione moraleallegorizzante. Simeone ben Heloô, detto had-Darôbu («omiliasta»), fratello del precedente. L'attribuzione a lui della raccolta midhrá̌ica Jalpî̀ Sim'ônî è stata dimostrata falsa da L. Zunz. E citato di lui un commento ai Proverbi. Suo figlio Giuseppe ben Sim'ôn fu esegeta; ricercando il senso biblico letterale con più ardore di Rašî, i cui commenti prende per base aggiungendovi i suoi, si stacca dalla tradizione, precorrendo i metodi moderni. I suoi commenti, che abbracciano quasi tutto il Vecchio Testamento, hanno esercitato grande influenza.
Bull.: B. Einstein, R. Josef Kara und sein Kommentar zu Kohelet, Berlino 1886.
Alfredo Ravenna
CARABELLESE, Pantaleo. - Filosofo, n. a Molfetta (Bari) il 6 luglio 1877 , m. a Genova il 19 sett. 1948. Prima professore nell'Università di Palermo e poi, dal 1931, di Storia della filosofia nell'Università di Roma fino a quando vi successe al Gentile nella cattedra di filosofia teoretica. Spese nobilmente la sua vita nella meditazione e nell'insegnamento.
Scolaro del Masci a Napoli e poi del Varisco a Roma si può dire che il suo «ontologismo critico» sia un rimenzaimento dell'idealismo critico del Varisco, attraverso Kant e Rosmini (ma di un Rosmini ridotto a Kant e dunque antirosminiano) e, più di quanto non sembri, attraverso lo Spinoza. In fondo il C., con il concetto dell'oggettività come immanenza, vuol soddisfare le opposte esigenze del realismo e dell'idealismo attraverso una rielaborazione dell'ontologismo tradizionale alla luce del criticismo di Kant. Di qui il nome di ontologismo critico e cioè : "ontologismo" o intuito dell'essere; "critico" in quanto l'essere è immanente come idea o oggetto alla coscienza. La realtà è pluralità di soggetti : essi sono la vera realtà dell'essere, che è l'unità della loro molteplicità : "così il soggetto multiplo condiziona l'essere unico, e l'essere unico condiziona il soggetto multiplo" (L'essere e il problema religioso, Bari 1914, p. 46). Dalla elaborazione di questa posizione panteistica sono nate le due opere teoriche fondamentali del C. : La critica del concreto (Pistoia 1921; 3² ed., Firenze 1948) e Il problema teologico come filosofia (Roma 1931). Altre sue opere: La coscienza morale (La Spezia 1915); La filosofia di Kant (Firenze 1927); Il mio ontologismo

(Int. Delmas)
Carabellese, Pantaleo - Ritratto.
## Page 442
(in Giornale critico della filosofia italiana, 17 [1936], pp. 309-26); L'idealismo italiano (Napoli 1939; 2^{text {a }} ed., Roma 1943); Che cosa è la filosofia (Roma 1942); Da Cartesio a Rosmini (Firenze 1946).
La «critica del concreto", per il C., oltrepassa le due opposte astrattezze dell'idealismo e del realismo, in quanto, per la filosofia del concreto, l'oggetto (l'essere) non è fuori del pensiero (realismo), ma non è neppure creazione del soggetto (idealismo). L'universalità assoluta non è del soggetto (idealismo), ma dell'oggetto; non però dell'oggetto del realismo, bensì di quello che è l'unicità dei soggetti e costituisce la loro oggettività. "L'alterità quindi non è caratteristica dell'oggettività pura" (Il problema teologico come filosofia [p. 23]); è dei soggetti. Alterità = soggettività, a cui è immanente l'oggetto assoluto come oggetto di coscienza. Dunque, nella positiva coscienza noi troviamo un oggetto che è ideale, proprio perché oggetto; e dei soggetti che, proprio perché consapevole spiritualità, sono reali. Questi soggetti realizzano l'oggetto ideale; quell'cggetto sostanza i soggetti reali, giacché è l'cssere in sé (ibid., p. 130). Questo oggetto noumenico puro è Dio. Esso, dice il C., appaga anche la coscienza religiosa, in quanto la "genuina essenza della religione" non richiede l'esistenza di Dio (ibid., p. 148), che è richiesta solo dal vecchio e acritico realismo. Dio non esiste : esistenza è soggettività e alterità; l'oggetto assoluto è pura oggettività (idea). Dire che Dio esiste è negare Dio, è farne un soggetto relativo (reciproco) agli altri soggetti. Dio è l'cssere unico immanente alla coscienza dei singoli, "è l'oggetto puro della coscienza" (ibid., p. 181). L'argomento ontologico è vero nel senso che Dio è idea e solo idea e non in quanto dall'idea dimostri l'esistenza.
Quantunque il C. abbia rigettato l'accusa, il suo è sostanziale ateismo: ridurre Dio all'oggetto puro immanente alla coscienza è negare Dio. Il C. non ha tenuto conto che altro è l'esistenza dei soggetti, altro è l'esistenza attribuita a Dio, dove (e solo in Dio) esistenza ed essenza coincidono. L'oggetto puro di cui parla il C. non è il Dio della ragione e tanto meno il Dio della coscienza religiosa. Al C. resta il merito di avere riportato la filosofia al suo senso metafisico, in tempi di antimetafisicità dilettantistica.
BibL.: C. Mazzantini, Il problema teologico in un recente vol. di P. C., in Riv. di filos. nono., 23 (1931), pp. 362-67; G. Fano, La metafisica ontologica di P. C., in Giorn. crit. della filos. it., 18 (1937), pp. 119-40; N. Verrua, Il pensiero di P. C., Bobbio 1937; E. Paci, Pewiere, esistenza e valore, Messina 1940, pp. 173-87; G. Terrazzi, L'ontologismo di P. C., in Arch. di filos., 10 (1940), pp. 88-93; R. Lombardi, P. C., in La Civ. Catt., 1940, iv. 332 344; 1941, I, pp. 49-62, 202-14, 369-82, 429-40; A. Carlini, Lineamenti di una concezione realistica dello spirito umano, Roma 1942, pp. 13-26; T. Lombardi, La posizione di P. C. nella filosofia contemporanea, Urbino 1943; G. Mattai, Il pensiero filosofico di P. C., Chieri 1944; G. Bontadini, Dall'idealismo al problematizismo, Brescia 1946, pp. 149-64 e passim; M. F. Sciacca, Il secolo XX, I, 2^{°} ed., Milano 1947, pp. 253-81: II, ivi 1947, pp. 767-70 (bibl.).
Michele Federico Sciacca
CARABELLI. - Famiglia di scultori e stuccatori ticinesi nativi di Obino presso Mendrisio. Molto attivi fra il sec. xvir e il xix anche all'estero, specialmente in Austria.
I più notevoli sono: Antonio, n. nel 1648, m. nel 1694 stuccatore che nel 1689 partecipava alla decorazione della chiesa dei Testini a Salzburg. Donato, n. nel 1760, m. nel 1839 , lavorò in Inghilterra e quindi dopo il 1789 eseguil numerose statue e rilievi della facciata del duomo di Milano. Francesco, n. a Castel S. Pietro (Mendrisio) nel 1737, m. nel 1798 scolaro del padre Giovanni Albino e quindi di C. M. Giudici a Milano. Quivi acquistò qualche notorietà come ritrattista e lavorò molte statue per il Duomo e i palazzi milanesi. E sua una Madonna col Bambino nel duomo di Monza. Eseguì anche sculture per il parco di Schwetzingen in Germania. Giovanni Albino, n. a Castel S. Pietro (Mendrisio) nel 1689, m. nel 1760, studiò a Roma donde inviò opere in Portogallo

(1st. Anderson)
Caracalla - Busto - Vaticano, galleria dei Busti.
ai tempi di re don Giovanni V. Fece anche notevoli lavori per le chiese del paese natale.
BibL.: U. Nellia, La scultura del duomo di Milano, Milano 1910: H. V., s. v., in Thieme-Becker, IV, p. 382; C. Chiesa Galli, s. v. in Enc. Ital., VIII, p. 920.
Emilio Lavagnino
CARABENTES, José de: v. GIUSEPPE DA CARABENTES.
CARACALLA (Marcus Aurelius Severus Antoninus Pius), imperatore romano. - Figlio di Settimio Severo e di Giulia Domna, n. a Lione nel 188; comunemente conosciuto con il soprannome di C. (veste gallica da lui prediletta). Fu nominato Cesare nel 196 e Augusto nel 198; salì al trono nel 211 insieme con il fratello Settimio Geta, di cui si sbarazzò un anno dopo facendolo uccidere e radiandone perfino la memoria.
Rimasto così unico imperatore, soffocò ogni reazione al suo delitto o col sopprimere i partigiani del morto, come il famoso giureconsulto Papiniano, o con clorgire forti somme. Violento, impetuoso e dotato di scarsa intelligenza, volle crearsi una classe che appoggiasse il suo tirannico governo anche contro il Senato; cercò quindi di propiziarsi l'esercito non con brillanti imprese militari, bensì mediante l'aumento degli stipendi e frequenti regalie, che ebbero il risultato di accrescere la prepotenza e la corruzione delle sue milizie. Ma il provvedimento di più grande risonanza preso dall'imperatore fu la concessione della cittadinanza romana a tutti gli abitanti dell'impero emanata nel 212. Tale deliberazione, di cui forse unico movente fu un maggior cespite d'entrate, produsse l'unificazione del diritto e una più vasta introduzione in Roma di elementi stranieri. Non s'interessò molto di politica interna, che lasciò all'arbitrio del consilino e di Giulio Domna, ma fu prodigo nell'indire feste grandiose e nell'erigere ricche opere architettoniche quali le terme ai piedi del piccolo Aventino.
## Page 443

(fol. Alinari)
LA MORTE DELLA VERGINE - Parigi, Louvre.
## Page 444

(fot. Naurdein)
TRANSETTO DELLA CHIESA DI S. NAZARIO (fine sec. xiv - primi sec. xv).
## Page 445
Nel 213 effettuò una spedizione contro gli Alamanni; qualche anno dopo riprese la guerra contro i Parti, sua antica aspirazione, e stava già nei pressi di Odessa quando l's apr. del 217 fu ucciso da un suo soldato all'età di 30 anni. Sotto C. non ci fu una vera persecuzione contro i cristiani, ma soltanto episodi di violenze locali, come nell'Osroene e nelle province d'Africa.
Biel.: Fonti: A. C. Sparziano, Antonino C., in Scriptores Historiae Augustae; Dione Cassio, LXXV, 14, 5 bis, LXXVIII, 24, 3. Studi: P. von Rahden, Aurelio, in PaulyWissowa, II, coll. 2434-33; O. Th. Schale, Der römische Kaiser C., Lipsia 1909; K. Bihlmeyer, Die syrischen Kaiser: Karaballa, Etogabal, Seccrus Alexander und das Christentum, in Theologische Quartalschrift, 97 (1915), pp. 71-91; V. Capocci, La costituzione autoniniana [sull'editto di cittadinanza], in Mem. Acc. Lincei, 60 actio, 1928, p. 3 sgg. Paolo Brezzi
CARACAS (Santiago de Venezuela), arcidIOCESI di. - Capitale del Venezuela; città fondata nel 1567 da Diego Losada; fu eretta a diocesi il 20 giugno 1637 e divenne sede arcivescovile il 27 nov. 1803. Attualmente sono sue suffragance le diocesi di Barquisimeto, Calabozo, Coro, Cumana, Guayana, Valencia nel Venezuela.
L'arcidiocesi ha un'estensione di 15.480 kmq . ed una popolazione di 745.551 ab., dei quali 740.515 cattolici, distribuiti in 60 parrocchie; conta 85 sacerdoti diocesani e 150 regolari. La Cattedrale è dedicata ai ss. Anna e Giacomo.
Biel.: J. Montes de Oca y Orregon, s. v. in Cath. Enc., III. pp. 328-29.
## CARACCIOLINI: v. CHIERICI REGOLARI MINORI.
CARACCIOLO, Antonio. - Storico teatino, fratello di s. Francesco Caracciolo, de' principi della Villa (di S. Maria) nell'Abruzzo, m. quasi ottantenne nella casa dei SS. Apostoli di Napoli il 19 marzo 1642. In questa medesima casa fu ammesso nell'Ordine dei Teatini da s. Andrea Avellino; e professò nel 1586. Insigne per erudizione e santità di vita, occupò le cariche di definitore generale e di consul. tore delle S. Congregazioni dei Riti e dell'Indice.
Gode fama come protostorico teatino, e la sua Vita Cajetoni Thienori (in Acta SS. Augusti, II, Parigi 1867, pp. 282-324) fu pubblicata insieme alla Collectanea historica de vita Pauli IV e degli altri due confondatori Bonifacio de' Colli e Paolo Consiglieri (Colonia 1612). E rimasta invece inedita la grande vita di Paolo IV (Vita e gesti di Giovanni Pietro Carafa, cioè di Paolo IV P. M.) che tuttavia ebbe larga diffusione manoscritta (cf. Pastor, VI, p. 667 sg.).
Postumi uscirono il De Sacris Ecclesiae Neapolitanae monumentis (Napoli 1645), il Nomenclator, e i Propylaea in quatuor chronologos (Eremperto Longobardo, Lupo Protosgatz, Anonimo Cassinese, Falco Beneventano) in L. A. Muratori, RIS, V, Milano 1724, p. I sgg. Curò anche l'edizione della Vita s. Antonini abbatii, patrono di Sorrento, con scholii. Pubblicò anche opere teologiche, liturgiche e ascetiche fra cui : In Constitutiones Clericorum Regularium notae (Roma 1610), che il card. P. de Bérulle fece ristampare per edificazione del clero francese col titolo Synopsis veterum religiosorum rituum atque legum, ossia dell'antica disciplina ecclesiastica (Parigi 1628).
Biel.: G. Silos, Historine Clericorum Regularium, parte 2*, 12 (Catalogus Seripiorum Cler. Reg.), Palermo 1646, pp. 340-42; A. F. Vezzosi, I Scrittori de' Chierici regolari detti Teatini, I, Roma 1780, pp. 184-95; Hurter, III, coll. 1125-27; P. Chi. minelli, S. Gaetano Thiene, Vicenza-Roma 1948, pp. 944-47 e passim (cf. indice).
Igino Cecchetti
CARACCIOLO, Diego IÑigo. - Cardinale, n. il 18 luglio 1759 a Martina, m. il 24 genn. 1820 a Napoli. Maestro di camera di Pio VI, lo seguì nel 1798 sulla via dell'esilio, allorché fu trascinato dai Francesi fuori di Roma.
Fu accanto al Pontefice a Siena, a Firenze, a Grenoble ed a Valenza, e ne calse gli ultimi respiri, redigendo anche,
nella sua qualità di protonotaro, il documento autentico sulla morte di Pio VI. Per premiare l'attaccamento del C. al suo predecessore, Pio VII lo creò nel Concistoro dell' 1 ag. (fino cardinale dell'ordine dei preti, del titolo di S. Agostino, ed in seguito vescovo suburbicario di Palestrina. Divenuto re di Napoli Giuseppe Bonaparte, il C. prestò giuramento al nuovo sovrano, ma in seguito gli furono sequestrati tutti i beni, e solo dopo il ritorno di re Ferdinando IV riuscì a rientrarne in possesso. Nel 1815 il cardinale fu incaricato delle trattative per un nuovo concordato tra la S. Sede ed il regno delle Due Sicilie, felicemente concluse tre anni dopo. Nello stesso periodo si interessò anche dell'abolizione dei soprusi derivanti dal servizio dei corrieri napoletani in territorio pontificio.
Biel.: G. Moroni, Diz. di erudizione storico-ecclesiastica, IX, Venezia 1841, p. 235; Pastor, XVI, III, passim; W. Maturi, Il concordato del 1812 tra la S. Sede e la Due Sicilie, Firenze 1929, p. 31 sgg.; S. Furlani, L'abolizione del corriere toscano di Roma nei primi anni della Restaurazione, in Arch. stor. ital., 105 (1947), soprattutto p. 80 sgg. Silvio Furlani
CARACCIOLO, Francesco, santo: v. francesco CARACCIOLO, santo.
CARACCIOLO, Galeazzo. - Protestante italiano, n. a Napoli nel 1517, m. a Ginevra il 7 maggio 1586. Tra gli italiani eretici del Cinquecento egli fu, per nascita, più in vista d'ogni altro. Calvino e Beza lo chiamavano "marchese" di Vico, ma in realtà egli non possedette mai questo titolo che, alla morte di suo padre, Colantonio I, passò al figlio di Galeazzo, Colantonio II. Ebbe però il titolo di ciambellano e di cavaliere della Chiave d'oro dell'impero. A Napoli, frequentò le riunioni tenute nel proprio palazzo a Via Chiaia da Juan Valdés e si lasciò attrarre dalle sue dottrine che lo piegarono al protestantesimo. Sembra che egli abbia assistito ( 1542 ) alla Dieta di Ratisbona in cui vennero in discussione temi come il primato di s. Pietro ed il celibato ecclesiastico.
Il 21 marzo 1551, quando a Napoli fu istituito il tribunale dell'Inquisizione, il C. emigrò ad Augusta. A Ginevra s'incontrò con Calvino, che l'ebbe sempre in grande considerazione, specialmente dopo che il di lui presto, card. Gian Pietro Carafa, salì al pontificato col nome di Paolo IV (23 maggio 1555). A Ginevra, con altri profughi, istituì la prima chiesuola italiana dissidente. Il bresciano Massimiliano Martinenghi ne fu il primo ministro e Galeazzo il diacono. Più tardi il C. divenne membro del piccolo e del grande consiglio e del concistoro. La sua richiesta di passare a seconde nozze, dopo che la moglie donna Vittoria, ereditiera del ducato di Nocera, aveva rifiutato di aderire all'eresia del marito, e di seguirlo fuori d'Italia, creò gravi imbarazzi a Calvino. Era il primo caso del genere che si presentava, e Calvino rimase incerto, trattandosi o di sollevare uno scandalo in tutta la cristianità, o di perdere il nobile napoletano. La controversia venne pubblicamente trattata nelle chiese con la Bibbia alla mano e fu portata davanti al concistoro ecclesiastico ed alla magistratura civile. Il marchese finì per ottenere il proscioglimento dal suo primo matrimonio, e la libertà di contrarne un secondo, il che fece sposando ( 10 genn. 1560) una ricchissima francese originaria di Rouen, Anna Framery. Il Beza chiamava enfaticamente il C. un «secondo Mosè », e Calvino gli dedicò la seconda edizione del suo commentario all'epistola ai Corinti.
Biel.: N. Balbasi, Storia della vita di G. C., chiamato il signor Marchese, Ginevra 1581: Th. Heyer, Note sur Galéace C., 101 1824; J. Bonnet, Le marquis de Vico: épisode de la Réforme en Italie, in Bull. hist. franc., 1869, pp. 173-93; B. Croce, Il Marchese di Vico G. C., Bari 1932, pp. 179-281; A. Casadei, G. C. e la sua fuga a Ginevra, in Nuova rivista storica, 19 (1935), p. 212 e sgg. Piero Chiminelli
CARACCIOLO, GIAMBATTISTA. - Letterato, matematico e storiografo teatino, dei duchi di S. Vito, n. a Napoli il 29 dic. 1695, m. a Aversa nel 1765. Professò il 1^{°} genn. 1712 nel convento dei SS. Apostoli di Napoli, e quivi, compiuti gli studi, insegnò
## Page 446

Caradosso - Particolare degli sportelli in bronzo della custodia delle catene di S. Pietro - Roma, S. Pietro in Vincoli.
filosofia. Nel 1723 passò a Firenze professore di teologia e dal 1730 vi tenne la cattedra di filosofia e poi quella di algebra all'Università di Pisa. Nel 1750 fu eletto procuratore e nel 1759 preposito generale del suo Ordine. Clemente XIII dopo averlo nominato consultore dei Riti lo creava, il 16 febbr. 1761, vescovo di Aversa.
Opere principali: Le due Ifigenie d'Euripide in Aulide e in Tauri tradotte in verso toscano sciolto... (Firenze 1729); Divi Cajetani Thienei... vita (composta nel 1731 per gli Acta dei Bollandisti, questi preferirono la Vita scritta da Antonio Caracciolo [v.]; l'autore però la pubblicò da sé, Pisa 1738); De lineis curvis liber (ivi 1740); Problemata varia mathematica... (Firenze 1755); Gnomonice (Pisa 1756); Geometria Algebra universa... (Roma 1759).
Bibl.: A. F. Vezzosi, Scrittori dei Chierici regolari, I, Roma 1780, pp. 200-208. Francesco Andreu
CARACCIOLO, Landolfo. - Teologo francescano, n. a Napoli verso la fine del sec. xiri, m. ad Amalfi nel 1351. Per vari anni coprì la carica di giustiziere e forse insegnò nello «studium» della sua città natale. Fu discepolo di Giovanni Duns Scoto nell'Università di Parigi e, con ogni probabilità, vi insegnò teologia. Tornato in Italia, ebbe il governo della sua provincia religiosa. Nel 1326 fu eletto vescovo di Castellammare di Stabia e nel 1330 trasferito alla sede arcivescovile di Amalfi. Fu anche fecondo ed efficace oratore.
Stimatissimo alla corte angioina, ebbe alti e delicati incarichi. In teologia fu seguace, ma non pedissequo, del suo maestro Duns Scoto.
Scrisse un commento ai quattro libri delle Sentenze di Pietro Lombardo ed altre opere minori, rimaste inedite, ad eccezione del Commento al secondo libro delle Sentenze ed un Commento morale sui Vangeli (Napoli 1637).
Bibl.: Wadding, Aunales, VII, pp. 68, 101, 139; VIII, p. 4 sgg.: Hurter, II, col. 624; D. Scaramuzzi, Il pensiero di G. Duns Scoto nel meccanismo d'Italia, Roma 1907, pp. 67-75; Id., L'Immacolato Concepimento di Maria. Questione inedita di L. C., in Studi francescani, 2² serie, 3 (1931), pp. 33-69. Egidio Caggiano
CARACCIOLO, Marino, cardinale. - N. a Napoli nel 1468, trascorse i primi anni a Milano presso il card. Ascanio Sforza che seguì in Germania nel 1499 e in Francia ove rimase fino al 1503. Nel 1515 fu inviato dal duca di Milano come oratore al Concilio Lateranense. Il papa Leone X, che ne apprezzò le doti di negoziatore, lo nominò protonotario apostolico e nel 1518 lo inviò legato della S. Sede presso Carlo V e in tale qualità partecipò alla Dieta di Augusta. Intervenne alla Dieta di Worms del 1521, nella quale Lutero venne messo al bando dell'Impero.
Partecipò attivamente ai negoziati che portarono alla conclusione della lega contro Francesco I. Fu eletto nel 1524 vescovo di Catania e Paolo III lo creò cardinale il 21 maggio 1535. L'anno seguente Carlo V lo nominò prima gran cancelliere e poi governatore del ducato di Milano per gli affari politici e civili. M. a Milano il 28 genn. 1538.
Bibl.: L. Cardella, Memorie storiche de' cardinali, IV, Roma 1795, pp. 127-28; Biografia degli uomini illustri del regno di Napoli, IV, Napoli 1813-16, p. 213; P. Litta, Famiglie celebre italiane, 2² serie, ivi 1901 ; Pastor, V, pp. 54, 95, 170, 173, 673. Giuseppe Graglia
CARACCIOLO, Roberto. - Predicatore francescano (più comunemente Fra' Roberto da Lecce), n. a Lecce nel 1425, ivi m. il 6 maggio 1495. Dei nobili Caraccioli del Leone, in ossequio ai genitori entrò adolescente tra i Minori osservanti, ma nel 1452 passò fra i Conventuali. Maestro di Teologia, fu per quasi 50 anni infaticabile ardente predicatore popolare, fin dal 1448 (Perugia, Roma) suscitando entusiasmi in tutta Italia, come già s. Bernardino da Siena. Tritemio lo chiama «uomo d'ingegno eccellente, dolce ed ornato nel parlare, chiaro per vita e conversazione, predicatore celeberrimo e famoso in tutto il mondo cristiano; con la parola e con l'esempio ritrasse molti dall'iniquità». Fu caro a Niccolò V e Callisto III; questi (1456) lo mandò nunzio apostolico al duca e al popolo di Milano; Paolo II lo nominò predicatore apostolico ( 1465 ). Ferrante I d'Aragona lo volle come predicatore reale a Napoli, ove fu iscritto all'Accademia Pontaniana. Nel 1475 vescovo dell'Aquila, nel 1477 fu traslato ad Aquino da Sisto IV, e nel 1483-84 passò alla sede di Lecce, conservando il vescovado di Aquino.
Lasciò ammirate raccolte di prediche sia in latino sia in volgare: De laudibus sanctorum, stampato in dieci città; Discorsi sul timore dei giudizi di Dio (ebbero 13 edd.); Specchio della fede cristiana ( 6 edd.); Opus Quadragesimale perutilissimum quod de paenitentia dictum est ( 30 edd.); Quaresimale dei peccati ( 8 edd.); Quaresimale della Penitenza ( 24 edd.); Sermones de adventu et de timore iudiciorum Dei ( 13 edd.); Trattato contro la separazione dei frati Minori dell'Osservanza dai Conventuali, cui rispose verso il 1453 il p. Nicola d'Osimo. Altre opere furono attribuite al C., forse per dare loro maggior credito. Tutte le opere del C. vennero stampate in tre volumi (Venezia 1490), ed in uno (Lione 1513, con i tipi di Alemanni).
Bibl.: F. Torraca, Fra' R. C., in Studi di storia letteraria napoletana, Livorno 1884, pp. 63-81; L. Lemmens, B. Ber-
## Page 447
nardini Aquilani Chronica, Roma 1902, pp. 39-56; Wadding, Annales, XV, pp. 133-35; A. Galletli, Storia dell'eloquenza, Milano 1938, pp. 273-76. Ferdinando Dimallevi
CARADOSSO. - Cristoforo Foppa, detto il C., fu orafo, medaglista e scultore. N. a Mondonico in Brianza nel 1452 ca., m. nel 1527 probabilmente a Roma, dove svolse la sua prima attività. Gli vengono attribuite, infatti, le portelle in bronzo del reliquario delle catene di s. Pietro (S. Pietro in Vincoli) databili al 1477 .
A Milano, dove si era recato nel 1480 al servizio di Ludovico il Moro, esegui le decorazioni scultoree del battistero bramantesco di S. Satiro. Dopo alcuni viaggi in altre città italiane, compiuti alla ricerca di opere antiche, fu nel 1502 richiesto a Milano di alcuni consigli per una porta del Duomo. A questo stesso periodo appartengono le placchette delle collezioni Dreyfuss e Piot ricavate dai bassorilievi di un calamaio che egli aveva scolpito (1504) per Isabella d'Este e nelle quali l'energia del modellato richiamà Luca Signorelli. Caduto Ludovico il Moro (1499), il C. si recò a Roma dove si dedicò all'arte dell'oreficeria (tiera di Giulio II andata perduta alla fine del Settecento e di cui si hanno riproduzioni) e della medaglia, durante i pontificati di Giulio II, Leone X, Adriano VI, Clemente VII : sono particolarmente importanti la medaglia di Giulio II e quella commemorativa del Bramante che reca l'effige dell'architetto e, sul retro, il suo progetto per S. Pietro; queste opere furono ideate in forme vigorose e aderenti, ma in modo spontaneo e personale, ai modelli classici; ne riportò gli elogi e la stima dei contemporanei, fra cui soprattutto entusiasti Sabba Castiglioni e Benvenuto Cellini.
Bibl.: A. Tesco, Introductio in Chaldaicam linguam, syriacam usque decem ulias linguas, Pavia 1539, pp. 182-83 (interessant i notizie); F. Bonanni, Numismata pontificam Romanorum a tempore pont. Martini V usque ad annum MDCXCIX, I, Roma 1600, p. 183; B. Cellini, Trattato dell'oreficeria, Firenze 1857; E. Müntz, L'Astica monitutive de Rome, in Rème numismatique, 2 (1884), p. 313 sgg.; A. Venturi, Le primizie del C. in Roma, in L'aria, 6 (1903), p. 1-6; L. Forrer, s. v. in Biographical Dictionary of Medallist. I, Londra 1904, pp. 345-50 (con bibl.); A. Riccoboni, Roma nell'arte - La scultura nell'ero moderna del Quattrocento ad oggi, Roma 1942, pp. 27-39.
Luisa Marzoli Feslikenia
CARAFA, Carlo, venerabile. - Fondatore della Congregazione dei Pii operai (v.), n. a Napoli nel 1561 dai duchi d'Andria; ivi m. l'8 sett. 1633. A 16 anni entrò nella Compagnia di Gesù, e ne uscì dopo 5 anni in seguito a grave malattia. Ritenne per qualche tempo nella casa paterna l'abito clericale; ma, riacquistata la salute, si dedicò alla milizia, e si abbandonò a vita dissoluta. Ma riconobbe presto i suoi errori; lasciata la milizia, abbracciò di nuovo lo stato ecclesiastico, ed il 1^{°} genn. del 1600 celebrò la prima Messa. Volle subito dedicare la sua vita alla carità verso i poveri e verso i sofferenti; a tale scopo andò ad abitare vicino all'ospedale degl'Incurabili della sua città; ivi prodigò le sue cure e fondò un'associazione a beneficio dei malati.
Insieme ad altri due sacerdoti passò nell'oratorio del S. Sepolcro fuori Napoli; ma ogni mattina rientrava in città per un'altra opera di risanamento morale: la riabilitazione delle donne perdute, di cui molte avviò al matrimonio, moltissime fece ritirare nei monasteri: due dei quali fondò egli stesso. Per volontà dell'arcivescovo di Napoli, tornò ad abitare in città, e gli fu affidata la chiesa di Tutti i Beni presso la quale inizia la fervida attività apostolica che caratterizza l'ultimo periodo della sua vita. Fu superiore e riformatore del seminario di Napoli. Con tre sacerdoti fondò la sua principale istituzione (per le missioni), che prese il nome di Pii operai dopo che fu approvata da Gregorio XV, nel 1621. Ai Pii operai furono affidate in Roma, successivamente, le chiese di S. Balbina, di S. Lorenzo a Macel dei Corvi (presso il foro Traiano, ora demolita), di S. Maria dei Monti (con le direzione dell'annessa casa dei Catecumeni), e di S. Giuseppe alla Lungara.
Mori nella casa attigua alla chiesa di S. Giorgio Maggiore in Napoli, ove è sepolto.
Bibl.: P. Gisolto, Vita del p. C. C., fondatore della Congregazione dei Pii operai, Napoli 1661; P. Sarnelli, Specchin del clero secolare, ovvero vite dei santi chierici secolari, ivi 1678-79; G. F. Fontana, Storia degli Ordini monastici, VIII, parte 67, Lucca 1739; G. Moroni, Pii operai, in Diz. di erudizione storicoecclesiastica, LIII, Venezia 1851, pp. 54-56. Francesco Ferraironi
CARAFA, famiglia. - La famiglia C. di Napoli è un ramo dei Caracciolo, e ne fu capostipite Gregorio Caracciolo, vissuto nella prima metà del sec. xir e cognominato C., forse perché concessionario della gabella sul vino. Il titolo principesco fu concesso il 24 maggio 1594 a Fabrizio I che molto si distinse nella difesa di Roccella contro Hassan Cigala.
Altro ramo importante fu quello detto della Stadera, incrociata nello stemma, del quale fu capo nel sec. xv Antonio, soprannominato Malizia per l'acume mostrato in diplomazia. Da lui discese il card. Oliviero, che comprò per il fratello Ettore la contea di Ruvo; la famiglia ebbe in seguito il ducato d'Andria.
Altri rami di essa sono i conti di S. Severino e di Trastto, i signori di Mariglianella e i conti di Maddaloni, il cui più illustre personaggio fu Gian Pietro dei duchi di Montorio, poi Paolo IV.
Dopo il tracollo del C. alla morte di Paolo IV (1559), la stirpe fu illustrata ancora da cardinali, arcivescovi, viceré di Napoli, guerrierie scienziati, tra i quali VINCENZO (1542-1611).
Bibl.: B. Aldimari, Historia genealogica della famiglia C., II, Napoli 1691; F. Scandone, C., in Enc. Ital., VIII (1930), p. 930: A. von Reumont, Die C. von Maddaloni, Berlino 1851.

(1st. Atnar)
Cabapa, famiglia - Sepolcro di Malizia C. (1438). Napoli, chiesa di S. Domenico Maggiore.
## Page 448
La famiglia C. tenne nelle sue mani l'arcivescovato di Napoli dal dic. 1458 al sett. 1576 meno una breve interruzione dal luglio 1545 all'apr. 1557.
La dignità cardinalizia entrò nella linea della Stadora con Oliviero, n. nel 1430, dottore in ambo le leggi, canonico e poi arcivescovo di Napoli il 29 dic. 1458. Fu graditissimo a re Ferdinando, salito al trono proprio in quell'anno, che lo volle consigliere nel regio Consiglio e suo rappresentante a Roma. Fu creato cardinale da Paolo II il 18 sett. 1467, per cui fu chiamato il cardinale napoletano. Nel 1472 Si sto IV lo pose alla testa della spedizione marittima che doveva operare nell'Egeo contro il Turco, e non fu colpa sua se, occupata Smirne e forzato il porto di Satalia, non potè ottenere quei successi che sarebbero stati necessari per reprimerne la prepotenza.
Da Alessandro VI fu messo a capo della commissione di riforma che di fatto nulla potè operare. Costruì sul Quirinale il palazzo che, ingrandito in seguito, divenne residenza papale; nella chiesa della Minerva cresse la cappella di S. Tommaso che fece dipingere da Filippino Lippi. Compì lavori anche a S. Lorenzo al Verano (cf. V. Forcella, Iscrizioni, XII, Roma 1878, p. 514, n. 575). A Napoli eresse l'edificio della Sapienza da lui destinato per gli studi; nella cattedrale la cappella del Soccorso nella quale fu anche sepolto; fece trasportare inoltre da Montevergine a Napoli le reliquie di s. Gennaro. Altamente stimato dai migliori uomini del suo tempo, m. a Roma il 20 genn. 1511.
Bim... Eubel, II, passim; Pastor, II, III, passim; P. Paschini, Il carteggio fra il card. Marco Barbo e Giovanni Lorenzoi, Città del Vaticano 1948, p. 15 e passim.
Fra coloro che operarono intorno a Paolo IV emerge il nipote card. Carlo C., figlio di Giovanni Alfonso fratello del Papa, n. a Napoli ca. il 1517, m. a Roma il 4 marzo 1561. Militò dapprima in Italia ed oltralpe; quando fu eletto papa Paolo IV, si trovava a Roma e si decise per lo stato ecclesiastico. Riuscì a persuadere delle sue buone disposizioni lo zio il quale lo creò cardinale del titolo diaconale dei SS. Vito e Modesto il 7 giugno 1555, e se lo tenne accanto come cardinale nipote, scaricando su di lui le cure del governo dello Stato per attendere egli stesso alla riforma della Chiesa ed all'Inquisizione. Il cardinale, pensando alla età avanzata del Pontefice, attese a procurarsi una posizione eminente. Ebbe la reggenza della Cancelleria, la legazione di Bologna ed in particolare mano libera nelle relazioni politiche. E poiché Paolo IV era avverso all'influenza spagnola ed agli Asburgo, proprio quando la loro potenza passava in Germania un momento critico, il C. ne profittò per allearsi con la Francia dove fu inviato come legato l'11 maggio 1556, e fu causa di quella guerra con la Spagna combattuta intorno Roma che mise in pericolo la città stessa. Essa terminò col trattato di Cave (sett. 1557), al quale il C. fece aggiungere segreti accordi, tenuti nascosti al Papa, per regolare gli interessi della propria famiglia.
Il cardinale che non aveva corretta la sua condotta privata, abusò sfacciatamente della fiducia del Papa che si fidava in lui, finché questi, sul principio del 1559, messo sull'avviso da alcuni incidenti e dalle informazioni ottenute da persona fidata, castigò severamente lui e gli altri che avevano avuto parte nelle sua malefatte. Il cardinale ebbe ordine di lasciare prima l'appartamento in palazzo e poi anche Roma per andare a Civita Lavinia, fu privato di ogni ingerenza negli affari e della legazione di Bologna; non gli fu tolta però la dignità cardinalizia. Perciò alla morte di Paolo IV (il 18 ag.), ritornato a Roma, fu ammesso al Conclave donde uscì papa Pio IV. Il nuovo Pontefice volle che fosse costruito regolare processo contro i C. prevaricatori; il cardinale, imprigionato il 7 giugno 1560 , fu deposto e quindi strozzato nella prigione il 4 marzo

Carafa, famiglia - Monumento a Vincenzo C. priore d'Unzheria (m. nel 1611) - Napoli, chiesa dei SS. Severino e Sosio.
1561. Pio V, ch'era stato protetto da Paolo IV, volle che fosse riveduto il processo dei C., rivendicandone almeno in parte la fama e mettendo in luce le gravi irregolarità del processo del 1561 .
Fratello maggiore del card. Carlo era Giovanni conte di Montorio, il quale molto si adoperò presso il Papa per ottenere il cardinalato al fratello Carlo. Sebbene fosse nominato capitano generale della Chiesa, dovette cedere il passo al minor fratello e non ebbe campo di esplicare né attività militare né attività politica.
Ebbe il ducato di Paliano quando ne furono spogliati i Colonna; ma non ebbe la signoria di Siena come si era negoziato quando nel 1557 il cardinale si avvicinò alla Spagna. Coinvolto nella rovina del fratello, sottoposto come lui al processo del 1561 , dovette confessarsi colpevole dell'uccisione della moglie Violante d'Alife da lui ingiustamente incolpata d'adulterio, ed ebbe come pena la decapitazione.
Il terzo fratello, Antonio marchese di MonTEREllo, ebbe il comando della guardia papale, però ancor meno del fratello Giovanni ebbe parte nella cosa pubblica, e non ebbe a soffrire condanna nel processo del 1561. Fu suo figliuolo Alfonso, n. a Napoli nel 1540 : per la sua mitezza fu carissimo a Paolo IV, il quale lo creò cardinale a 18 anni il 15 marzo 1557 col titolo diaconale di S. Nicola in Carcere, poi il 19 apr. di quell'anno gli diede anche l'arcivescovato di Napoli e nel dic. 1558 lo nominò reggente della Camera apostolica.
Rimase presso Paolo IV, bene accetto da lui anche dopo la condanna dei due zii; passò al titolo dei SS. Giovanni e Paolo e fu nominato bibliotecario della Vaticana sul principio del 1559. Fu coinvolto, regnante Pio IV, nella rovina della sua famiglia sotto l'ingiusta accusa di aver asportato oggetti preziosi dalla camera del defunto Paolo IV, al momento della morte; fu privato degli onori e delle cariche,
## Page 449
multato di 100.000 scudi oro, rinchiuso a Castel S. Angelo il 7 giugno 1560 , e fu in pericolo di maggior castigo. Graziato nel 1562 , si rifugio a Napoli, della quale sede non era stato privato, e ne tenne il governo celebrandovi un sinedo, iniziando la riforma dei monasteri, e ivi infine morendo il 26 ag. 1565 . Fu sepolto nel Duomo, dove, quasi a compenso dei torti ricevuti, Pio V gli fece erigere un magnifico avello.
BibL.: G. Moroni, Dizionario d'erud. ecc., IX, Venezia 1841, p. 244; Pastor, VI, p. 440 sgg.; VII, passim; Eubel, III, passim.
Congiunto coi precedenti, ma del ramo dei duchi d'Ariano, fu il card. Diomede C., n. nel 1491, m. a Roma il 12 ag. 1560 . Nominato a vent'anni nel 1511 da Giulio II vescovo di Ariano, governò quella sede per 50 anni; Paolo IV lo creò cardinale del titolo presbiterale di S. Martino ai Monti il 20 dic. 1555, insieme col suo congiunto Alfonso. In Ariano restaurò la Cattedrale, l'episcopio e la cadente abbazia di S. Andrea, ed aveva incominciato ad abbellire anche la chiesa del suo titolo che ottenne fosse elevata a stazione quaresimale. Di modesti sentimenti, visse sempre lontano dalla corte napoletana; fu sepolto davanti l'altare maggiore della chiesa di S. Martino ai Monti.
BibL.: G. Moroni, Dizionario d'erud. ecc., IX, Venezia 1841, pp. 243-44; Pastor, VI, pp. 427, 440 sgg.; VII, passim; Eubel, III, passim; V. Forcella, Iscrizioni, IV, Roma 1874, p. 10 sgg.; T. Persico, D. C., Napoli 1889.
Del ramo dei marchesi di Montenero fu invece Antonio C., n. a Napoli nel 1538 , canonico vaticano e coppiere di Paolo IV. Al momento della rovina dei suoi congiunti rinunciò al canonicato e si ritirò a Napoli dove attese agli studi, specialmente del greco, giovandosi di quanto aveva appreso sotto Guglielmo Sirleto, con cui rimase poi legato di calda amicizia. Fu creato cardinale il 24 marzo 1568 da Pio V, il quale intese riabilitare anche in questo modo la memoria dei C . Fu membro della nuova Congregazione per l'applicazione del Concilio Tridentino e, alla morte del Sirleto, anche bibliotecario della Vaticana.
Uomo di grande dottrina, attese alla correzione della Volgata voluta dal Concilio Tridentino; ma Sisto V si valse solo in parte del lavoro critico che Antonio C. aveva preparato, e pubblicò nel 1588 quell'edizione sistina che fu poi prontamente ritirata. Sua opera principale fu l'edizione critica della Bibbia greca detta dei Settanta con annessa versione latina (Roma 1587). Diresse pure l'edizione critica del Corpus iuris canonici patrocinata da Gregorio XIII, e di altri testi. Va ricordata la sua Catena explicationum veterum Patrum in omnia tam Veteris quam Novi Testamenti antica (Padova 1565). M. a Roma largamente compianto il 17 genn. 1591 e fu sepolto a S. Silvestro al Quirinale.
A questi cardinali del sec. xvi tiene dietro nel secolo seguente un altro gruppo di cardinali che fecero la loro carriera attraverso la diplomazia ecclesiastica, sostenendo con zelo ed onore il compito loro affidato.
Decio C., n. a Napoli nel 1556, m. ivi il 23 genn. 1626, fu educato da Mario C. arcivescovo di Napoli; venuto a Roma, fu annoverato tra i prelati di Curia; il 16 marzo 1598 venne nominato da Clemente VIII collettore apostolico in Portogallo. Nominato quindi da Paolo V arcivescovo di Damasco il 17 maggio 1606, andò nunzio nelle Fiandre e nel 1607 a Madrid. Il 7 ag. 1611 veniva creato cardinale da Paolo V, e ritornato dalla Spagna gli fu assegnato il 7 maggio 1612 il titolo presbiterale di S. Lorenzo in Panisperna. Il 7 genn. 1613 veniva eletto arcivescovo di Napoli, dove attese con grande solerzia al governo della diocesi. Ebbe voti nel Conclave del 1621 e del
1623. Amato da tutti, fu, alla sua morte, sepolto nel Duomo.
BibL.: G. Moroni, Dizionario d'erud. ecc., IX, Venezia 1841, pp. 245-46; Eubel, IV, p. 11; Pastor, XIII, pp. 235, 242, 1004.
Carlo C. seniore fu nominato vescovo di Aversa il 16 luglio 1616. Il 14 apr. fu dal nuovo papa Gregorio XV inviato nunzio presso l'imperatore Ferdinando II perché, vinti ormai i protestanti alla Montagna Bianca presso Praga ( 8 nov. 1620), avesse a rimettere ordine nella Boemia che era rimasta sconvolta religiosamente e politicamente. Carlo C. rimase in Boemia sino al 1628 e coadiuvò con grande accortezza ed energia il sovrano nell'opera sua. Ritornò ad Aversa nel 1629 e non fu impiegato in altre nunziature. M. nel 1644 e gli successe l'omonimo nipote.
Egli compose i Commentaria de Germania sacra instaurata che furono stampati a Colonia nel 1639 e continuati sino al 1641 in una seconda edizione di Francoforte; l'opera conserva ancor oggi il suo valore. In precedenza Carlo C. aveva compilata (1628) una Relazione dello stato dell'Imperio che era come una sintesi della sua nunziatura.
BibL.: Pastor, XIII, pp. 133, 177 sgg.
Carlo C. iuniore, n. a Roma verso il 1612; dottore in ambo i diritti e referendario di segnatura, divenne vescovo di Aversa a 33 anni il 13 luglio 1644; fu vice-legato a Bologna, nunzio in Svizzera il 18 genn. 1653, donde passò a Venezia il 31 ott. 1654; poi il 13 ag. 1658 fu spedito nunzio presso l'imperatore. Fu creato cardinale da Alessandro VII il 14 genn. 1664 e subito inviato legato a Bologna. M. a Roma a 68 anni e mezzo, il 19 ott. 1680; aveva rinunciato al vescovato sino al 1665 .
Pier Luigi C., cardinale, figlio del marchese Ottavio, n. a Napoli nel 1581, m. a Roma il 14 febbr. 1655. Fu vice-legato a Ferrara, nel 1614 governatore di Fermo; il 29 marzo 1624 successe al fratello Diomede nel vescovato di Tricarico; ma già nel maggio veniva nominato nunzio a Colonia e nella Germania inferiore dove rimase sino al 1634, rialzando le sorti del cattolicesimo nel paese, acquistandosi la stima dei cattolici e dei dissidenti. Ritornato a Tricarico, restaurò il Duomo e fondò il seminario. Fu creato cardinale da Innocenzo X il 6 marzo 1645 ed il 10 giugno ebbe il titolo di S. Martino ai Monti; nel genn. 1646 rinunciò al vescovado. Il 3 luglio 1651 fu nominato legato a Bologna, ove, per causa di salute, restò ben poco: quindi ebbe la prefettura della Congregazione del Concilio e fece parte di altre Congregazioni. M. mentre era chiuso nel Conclave in cui fu eletto Alessandro VII, e fu sepolto nella chiesa del Gesù.
BibL.: G. Moroni, Dizionario d'erud. ecc., IX, Venezia 1841, pp. 246-47; Pastor, XIII, p. 348 sgg.; XIV, parte 17, pp. 142, 314 sgg., 317; Eubel, IV, p. 28; V. Forcella, Iscrizioni, X, p. 476, n. 784; IX, p. 379, n. 777. Alberto Galieti
Non sostenne invece incarichi diplomatici un'altra scialba figura di cardinale che visse pure nel sec. xvir: Fortunato C., fratello del gran maestro di Malta Gregorio, n. il 16 febbr. 1631, m. improvvisamente a Napoli il 16 genn. 1697. Fu creato cardinale con sorpresa di tutti da Innocenzo XI il 2 sett. 1686 mentre era vicario generale dell'arcivescovo di Messina suo zio ed era venuto a Roma per presentare al Papa la chiesa a nome del re di Napoli. Fu nominato vescovo di Aversa il 7 luglio 1687, partecipò all'elezione di Alessandro VIII e fu legato in Romagna (G. Noreas, Elementi della storia de' Sommi Pontefici ecc., XI, Roma 1822, p. 59).
Nel sec. xviri fecero carriera quasi esclusivamente in Curia: Pier Luigi C. iuniore, n. nel 1677 dei principi di Belvedere; fu nunzio a Firenze nel 1713-17, poi segretario della Propaganda, quindi, nel 1724, della Congregazione
## Page 450
dei vescovi e regolari. Fu creato cardinale il 20 sett. 1728; il 19 apr. divenne vescovo d'Ostia e decano del S. Collegio; m. il 16 dic. 1755 e fu sepolto a S. Andrea delle Fratte.
BibL.: Pastor, XV, p. 554; V. Forcella, Iscrizioni, VIII, p. 233, n. 592.
Francesco C., n. il 29 apr. 1722 a Napoli, fu segretario della Congregazione dei vescovi e regolari; fu creato cardinale da Clemente XIV il 19 apr. 1773 col titolo di S. Clemente donde passò a S. Lorenzo in Lucina il 15 sett. 1788 ed ebbe in commenda S. Lorenzo in Damaso il 3 ag. 1807. Fu presidente di S. Spirito in Sassia nel 1800. M. il 30 sett. 1818.
BibL.: G. Novaes, op. cit., XV, Siena 1855, p. 207; V. Forcella, op. cit., IV, p. 396, n. 881; IX, p. 386, n. 797.
Pio Paschini
CARAFA, Maria. - Sorella di Gian Pietro poi papa Paolo IV, n. forse a Napoli, nel 1468, primogenita di Antonio C., barone di S. Angelo della Scala, e di Vittoria Camponeschi, contessa di Montorio, m. il 4 genn. 1552. A 22 anni fuggì nel monastero di S. Sebastiano di dove uscì per fondare il 25 giugno 1530 il monastero della Sapienza secondo la più austera regola domenicana.
Sotto la direzione di s. Gaetano, del b. G. Marinoni e dei Teatini, la "Sapienza " divenne il primo monastero femminile di Napoli improntato alla riforma iniziata dai Chierici regolari. Vi entrarono, ancor vivente la fondatrice, quattro sue nipoti e molte giovani della prima nobiltà napoletana, fra le quali Cassandra, marchese cantata dal Sannazzaro. Gode fra i Teatini il titolo di venerabile.
Il celebre monastero della Sapienza, la cui splendida chiesa è opera dell'architetto p. F. Grimaldi, teatino, è oggi estinto.
BibL.: F. Maggio, Vita della