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ri a dimostrazione dei suoi ideali artistici, polemizza, s'invesca in cause di diffamazioni e di ferimenti. Dal 1605 al 1605 pendono su di lui quattro gravi processi. Nel 1605 il C. ripara a Genova, poi ritorna a Roma ove lavora per papa Paolo V e per il card. Scipione Borghese. In seguito ad una contesa di gioco si macchia di omicidio. Fugge da Roma, e il Principe don Marzio Colonna gli dà asilo nei suoi possidementi di Zagarolo, Palestrina e Pagliano, in attesa di grazia. Ma questa non giunge, e il C. nel sett. 1607 va a Napoli, dove ottiene subito importanti commissioni. Inquieto e tormentato, l'anno seguente prosegue per Malta, e dipinge il ritratto del gran maestro dell'Ordine di Malta Alof de Wignacourt, da cui ottiene favori e protezione, e vien nominato cavaliere. Ma in seguito ad offese recate ad un cavaliere di Malta è gettato nel carcere della Valletta e privato dell'Ordine da poco concessogli. Ne fugge il 6 ott. 1608 , e, traversato il mare, approda a Siracusa; dopo due mesi è a Messina, ovunque dipingendo; e, infine, giunge a Palermo, ove gli è concesso di eseguire una Natività per l'Oratorio di S. Lorenzo. Perseguitato dal de Wignacourt, abbandona la Sicilia, ritorna a Napoli. Qui è aggredito e ferito nel volto dai sicari del cavaliere. Infine, ottenuta la grazia di Paolo V per intercessione del card. Gonzaga, s'imbarca su una feluca per tornare
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(Art. Alivari)
Caravaggio - David con la testa di Golio. Roma, galleria Borghese.

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(Jul. Enc. Catl.)
LA DEPOSIZIONE (1605-1606).
Pinacoteca Vaticana.

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a Roma. Ma a Porto Ercole è arrestato per errore; e, liberato poco dopo, non ritrova né la feluca né la sua roba. Disperato si aggira per la spiaggia sotto il solleone, è assolito dalla febbre, e, in disumana solitudine, muore a soli 37 anni.

In un ventennio di attività contrassegnata dalle pietre milizie dei suoi capolavori, il C. ha riformato il corso della pittura, non soltanto italiana, ma europea: in quanto la sua nuova visione naturalistica ha agito, oltre che su vaste zone dell'arte italiana, sul Rubena, sul Vermeer, su Rembrandt, sul Murillo, sul Velazquez.

Nel suo periodo giovanile, la pittura del C. è allietata da un senso coloristico cosi vivo, e di cosi netta origine veneta, che solo chi ama l'assurdo oscrebbe negare;
e v'è, in quelle sue prime opere, anche un gusto elegiaco, di lontano sapore giorgionesco, che egli presto abbandona, per seguire un esasperato naturalismo attraverso ricerche di plasticità luministica. Il Bacco adolescente degli Uffizi, il Ragazzo morso da un ramarro della collezione del prof. Longhi, cui fanno quasi esatto riscontro il Bacchino ammalato ed il Giovinetto col restello di frutta della galleria Borghese, la Natura morta della collezione Kress di New York e il celebre Cestello della pinacoteca Ambrosiana di Milano (purtroppo ridipinto nello sfondo) valgono quali esempi delle prime creazioni del C., nelle quali la vasiura morta", ha un ruolo importante, sia come elemento di realistica bravura pittorica, sia come nota di suggestività poetica. Un sentimento di intima umanità pervade la Maddalena pentita della galleria Doria di Roma e, principalmente, quel capolavoro elegiaco ch'è il Riposo durante la fuga in Egitto, della stessa galleria, in cui risuonano squisite nostalgie "veneziane». Al genere "zingaresco" appartengono, sempre nel periodo giovanile, I bari, già della galleria Sciarra a Roma, l'Indovina del Louvre e la sua replica alla galleria Capitolina, nonché la stupenda Suonatrice di linto dell'Ermitage di Leningrado ed il Suonatore di liuto della galleria di Augusta. In codesti anni giovanili sono da annoverare, inoltre, il S. Francesco sorretto da un angelo, già a Trieste, la mezza figura di una Giovane donna, nel Kaiser Friedrich Museum di Berlino, il quasi antonellesco Ritratto di Maffeo Barberini, nella collezione Corsini di Firenze, la S. Caterina già Barberini, ora nella raccolta Thyssen di Lugano, e la Incredulità di s. Tommaso nel Neues Palais di Porsdam.

Con le opere eseguite per S. Luigi dei Francesi s'inizia il periodo della maturità caravaggesca, informato a più decisi propositi di drammatico verismo. Nella prima versione del S. Matteo, ora al museo di Berlino, il programma dell'artista è esposto con la più cruda resa pittorica: ma l'opera, appunto per questo, viene rifiutata; e deve essere ripetuta in senso più tradizionale e conformista, come è oggi sull'altare. Nella Vocazione di s. Matteo e nel Martirio di s. Matteo, eseguiti per la cappella medesima, prevale l'interpretazione luministica, da cui scaturiscono soluzioni drammatiche sia per l'intensità dei
contrasti chiaroscurali, sia per l'ansiosa agitazione dei personaggi. Dopo queste opere (eseguite negli anni intorno al 1595-98), il C. si accinse a dipingere per la cappella Cersai in S. Maria del Popolo, nel 1601, le due tele della Crocifissione di s. Pietro e della Caduta di s. Paolo, opere di un duro e quasi "paesano" verismo, eseguite dopo che le due prime versioni erano state rifiutate dal Cersai. Probabilmente è una di queste la Caduta di s. Pietro (unica pittura del C. eseguita su tavola, oltre la Medusa degli Uffizi) della collezione Balbi di Genova, mentre è forse copia della perduta Crocifissione della cappella stessa il dipinto dell'Ermitage.

A questo torno di tempo appartengono: la Deposizione, eseguita fra il 1602 ed il 1604 per la Chiesa di S. Maria in Vallicella, ora nella pinacoteca Vaticana; la Madonna di Loreto, dipinta probabilmente nel 1605 per la cappella Cavalletti a S. Agostino, dove tuttora si conserva; la Madonna col Bambino che schiaccia il serpente, eseguita nel 1605 o 1606 per l'altare dei Palafrenieri nella basilica di S . Pietro, ma poi allontanata dalla chiesa ed ora nella galleria Borghese; la Morte di Maria, respinta dall'altare di S. Maria della Scala in Trastevere, venduta già nel 1607 al duca di Mantova, ed ora al Louvre. Oltre a queste grandi pale d'altare, allora incomprese, il C. dipinse in codesto periodo un cospicuo numero di opere su commissioni private, le quali invece testi-
moniano del favore goduto dalla sua pittura presso gli illuminati; e ne ricordiamo le più importanti: il S. Giovannino, il S. Girolamo, il David con la testa di Golia e il Narciso della galleria Borghese; l'Amore vittorioso del Kaiser Friedrich Museum di Berlino; la Cena in Emmaus della National Gallery di Londra, e quella un po' più tarda della pinacoteca di Brera, il Ritratto di Paolo V nel palazzo Borghese a Roma.

Nel breve periodo napoletano il C. eseguì tre opere sacre di capitale importanza: la Madonna del Rosario, terminata il 25 sett. 1607, passata subito ad Anversa ed ora nel museo di Vienna; la pala con Le sette opere della misericordia, dipinta nell'anno stesso per il Monte della Misericordia a Napoli, dove tuttora si trova; e la Flagellazione di Cristo, anch'essa del 1607, rimasta nella chiesa di S. Domenico Maggiore. A Malta, nel 1608, il C. forni per le chiese della Valletta una Decollazione di s. Giovanni ed un S. Gerolamo penitente, ambedue tuttora in sito; e al tempo medesimo compi il mirabile Ritratto di Alo! de Wignacuart, gran maestro dell'Ordine di Malta, ornamento del Louvre. A Siracusa il C. dipinse il Seppellimento di s. Lucia, per la chiesa omonima, negli ultimi mesi del 1608. A Messina, la Resurrezione di Lazzaro per la cappella dei Crociferi, consegnata il 10 giugno 1609, ora nel museo; nonché l'Adorazione dei pastori, eseguita per la chiesa dei Cappuccini, ora, pur questa, nei museo. L'ultima creazione del C. a noi nota è la Natività dell'oratorio di S. Lorenzo a Palermo, quivi dipinta nel 1609.

Cercando di condensare in a periodi stilistici

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l'attività del C., si possono (molto approssimativamente, e senza alcuna pretesa di rigore) stabilire tre epoche: la giovanile, che va dalle sue prime opere a ca. il 1595 , in cui il colorito è generalmente intusso e vivace, il gusto lineare, ondulato e sinuoso, la plasticità ancora morbida; il periodo della maturità che va sino alla fuga da Roma, 1607 , in cui egli sviluppa potentemente i problemi di luce e di movimento, dapprima in un gioco intricato di elementi spesso piacevoli, poi vieppiù semplificando il proprio stile verso una resa plastica essenziale; semplificazione che appare talvolta persino sommaria nel suo ultimo breve periodo, in cui il colore s'intorbida, nerastro, e la fattura è spesso affrettata; ma dove tuttavia si levano alte le intuizioni di un genio pittorico tra i massimi dell'umanità. Il C. medesimo enunciò il suo programma, come riferisce il Bellori, disdegnando lo studio dei modelli statuari dell'antichità, e sostenendo che la natura l'aveva provveduto a suffocenza di modelli viventi. E il Mancini precisa, nel 1620 , che è proprio della scuola del C. di lumeggiare con lume unito che scenda dall'alto senza riflessi, come in una stanza con le pareti colorite di nero, le quali vengano e dar rilievo alla pittura, aggiungendo che questa scuola, in tal modo operando, è molto osservante del vero. V'è dunque nel C. una esplicita volontà rivoluzionaria, che rinnega i presunti intangibili dogmi della tradizione classicheggiante, o umanistica, del Cinquecento. Perciò l'ascendente del C. fu immenso; e senza di lui è difficilmente immaginabile gran parte della pittura dei secoli seguenti. - Vedi Tav. XLVII.

BibL.: G. Mancini, M. d. C., Mss. Ital. 5571, nella Marciana di Venezia, pubbl. da L. Venturi in L'arte, 13 (1910), pp. 279280; id., Trattato della conoscenza delle Pitture, cod. Marciano, XLVIII, classe 4^; K. van Mander, Het Schilderboeck, Amsterdam 1610; G. Baglione, La vite de' pittori, scultori, et architetti, Roma 1642, pp. 136-39; G. P. Bellori, Le vite dei pittori, scultori ed architetti, ivi 1672, pp. 197-216; O. Eisenmann, C., in Dohme's Kunst und Künstler, 3 (1877-80, II); W. Kalleb, C. (Jahrbuch der Kunsthistorischen Sammlungen in Wien, 26), Vienna 1906-1907, pp. 172-92; V. Sacca, M. d. C., pitture, in Archivio storico messinese, 7 (1906), pp. 40-69 e 8 (1907), pp. 41 79; L. Venturi, Studi su M. d. C., in L'arte, 13 (1910), pp. 191202 e 268-84; H. Posse, Opere inedite di M. d. C., in Bollettino d'arte, 6 (1912), pp. 1-8; id., s. v. in Thieme-Becker, V, pp. 570 574; F. Witting, M. d. C., Strasbourg 1916; G. Roucheix, Le C., Parigi 1920; M. L. Patriei, Il C. e la nuova critica d'arte, Recanati 1921; L. Venturi, Il C. (Biblioteca d'arte illustrata), 1 ed., Roma 1921, 2* ed. ivi 1922; M. Marangoni, Il C., Firenze 1922; H. Voss, C.'s Frühzeit, in Jahrbuch der Preussischen Kunstsammlungen, 44 (Berlino 1923), pp. 73-98; id., Die Malerei des Barocks in Rom, Berlino 1924, pp. 435-46; N. Pevener, Zur Revision der C.-Daten, in Zeitschrift für bildende Kunst, 41 (19271928), pp. 386-92; R. Longhi, Questii caravaggeschi, in Pienestheca, I (1927-28), pp. 17-33, 258-320; L. Zahn, C., Berlino 1928; E. Benkard, C.-Studien, Berlino-Wilmersdorf 1928; N. Pevener, Die Lehrjahre des C., in Zeitschrift für bildende Kunst, 42 (1928-29), pp. 278-88; A. Schneider, C. und die Niederländer, Marburgo 1933; F. Ashford, C.'s stay in Malta, in The Burlington Magazine, 67 (1935), pp. 168-74; L. Schuldt, C., Vienna 1942; G. C. Argan, Un'ipotesi caravaggessa, in Parallelo, I (1943, II), pp. 40-43; R. Longhi, Ultimi studi sul C. e la sua cerchia, in Proporzioni, I (Firenze 1943), pp. 1-63; id., Ultimissime sul C., ibid., pp. 99-102; A. Morassi, Il C. di Casa Balbi, in Emporium, 53 (1947), pp. 95-102.

Antonio Morassi
CARAVAGGIO, sANTUARIO della Madonna di. - Il maggior santuario mariano della Lombardia, distante ca. 2 km . da C. (prov. di Bergamo), cui è unito da un grande viale. Deve la sua origine ad una apparizione della Vergine ad un'umile popolana, Giovannetta o Giannetta di Pietro Vacchi ( 26 maggio 1432), sul prato detto di Massalengo. La fama se ne sparse ben presto, anche lontano, e Giovannetta fu ricevuta alla corte degli Sforza e dell'imperatore di Costantinopoli, Costantino Paleologo. Sul luogo
dell'apparizione scaturisce ancor oggi una fonte, la cui acqua viene usata anche per bagni agli infermi.

La prima chiesa sul santuario fu fatta erigere dal duca Filippo Maria Sforza nel 1451. La chiesa attuale, lunga m. 93, larga 73, con una cupola alta 64 , fu costruita, in luogo di un'altra minacciante rovina, dall'architetto Tibaldo Pellegrino detto il Tibaldi, per volere di s. Carlo Borromeo. La costruzione però è durata dal 1575 fino allo scorcio del sec. xvir ed ha avuto completato la decorazione pittorica da due artisti caravaggesi, Giovanni Moriggia nel 1854 e Luigi Caveneghi tra il 1891 e il 1901. Il tempio è a croce latina, con un sontuoso tempietto sotto la cupola. L'immagine della Vergine è stata incoronata nel 1710.

La festa principale del santuario, nella quale si ha il maggior concorso di fedeli, è il 26 maggio, e inoltre il 15 ag. e il 16 sett. Annesso al santuario, è anche un ospizio per pellegrini.

BibL.: C. Ravasi, La Madonna di C., Milano 1928; A. Salvini, Santuari Mariani d'Italia, Alba 1940, p. 77.

Tommaso Leccinotti
CARAYON, Auguste. - Gesuita e storico francese, n. a Saumur il 31 marzo 1813, m. a Poitiers il 15 maggio 1874. Entrato nella Compagnia nel 1841 essendo già sacerdote, ebbe varie mansioni nelle case di Brugerette, Laval, Amiens, Parigi e Poitiers.

Pubblicò una Histoire abrégée des Congrégations de la T. S. Vierge (Parigi 1863), una Bibliographie historique de la Compagnie de Jésus (ivi 1864) e una vasta collana di Documents inédits concernant la Compagnie de Jésus ( 23 voll., Poitiers 1863-86; l'ultimo vol. postumo), riguardante la storia della Compagnia in Francia, la soppressione dell'Ordine, la storia delle missioni. Il C. curò pure la ristampa di vari opuscoli ascetici di gesuiti antichi.

BibL.: Sommervangl. II, call. 714-17. Edmondo Lamalls
CARAZZI, Davide. - Zoologo, embriologo, n. a Sambonifacio (Verona) il 27 genn. 1858, m. il 18 genn. 1923 a Firenze.

Interessa il suo atteggiamento di critica della evoluzione, soprattutto nelle prolusioni Teoria e critiche della moderna biologia (Padova 1906), e Il dogma dell'evoluzione (Firenze 1919). Alla stesso atteggiamento si ispirava la Rassegna di Scienze biologiche da lui diretta (1918-22).

BibL.: F. Raffaele, Necrologia di D. C., in Rasi, di Scienze Biologiche, 1923, p. I sgg.

Luigi Scremin
CARBONE, Giovanni Bernardo. - Pittore, n. a Genova nel 1614. Da giovane frequentò la bottega di G. A. de Ferrari. In seguito, probabilmente intorno al 1650 , andò a Venezia. Tornò quindi in patria, dove rimase fino al 1683 , anno della sua morte.

In giovinezza il C. si dedicò all'affresco. Fu quindi autore di notevoli dipinti di soggetto sacro nei quali peraltro s'attenne talmente alla maniera dal maestro, da essere spesso con lui confuso. La maggior notorietà del C. è legata tuttavia alla sua attività di ritrattista nella quale cercò d'avvicinarsi ai grandi modelli lasciati a Genova dal Van Dyck. Il suo disegno è peraltro meno spigliato, il colorito meno brillante e vivo: qualità negative che non gli tolgono il merito di essere attento e preciso «interprete» dei suoi personaggi e, spesso, gustoso colorista. Nel tardo periodo della sua attività si nota una certa stanchezza.

Tra le opere di soggetto sacro si citano una Madonna a Celle Ligure firmata e datata 1665; una Visitazione a Lerici. Tra i ritratti notevoli sono il Gentiluomo con figlio a palazzo Venezia; il Magnifico Emanuele Brignale, Genova, Albergo dei poveri; il Prelato, ivi, palazzo Reale; il Magnifico Emanuele Serra, ivi, proprietà Serra, ecc.

BibL.: R. Soprani-C. G. Ratti, Vita dei pittori ecc... generosi. I, Genova 1768, p. 270; II, ivi 1769, pp. 18-21; O. Grasso, G. B. C., in Dedalo, 8 (1927-28), pp. 190-94; Catalogo della mostra dei pittori generosi del 6-700, Genova 1938, pp. 48-49 (con ampio bibl.); Catalogo della mostra della pittura del 6-700 in Liguria, a cura di A. Morassi, ivi 1947, pp. 73-75. Pietro Zampetti

CARBONELLI (CARbONELL), PONCIO. - Francescano, n. verso il 1260, m. nel 1350 a Barcellona.

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Nel 1278 entrò nell'Ordine francescano, e fu poi guardiano del convento di S. Francesco a Barcellona. Tra gli anni 1288 e 1295 era maestro di s. Ludovico poi vescovo di Tolosa, quando questi stava in Ispagna, come ostaggio per il padre suo Carlo d'Angiò, principe di Salerno, e dell'infante Giovanni d'Aragona. Nel 1314 da Giacomo II fu mandato a suo fratello Federigo, affinché questi cacciasse dalla Sicilia i Fraticelli e nel 1315 dal medesimo fu inviato per la pace tra il detto Federigo e Roberto di Napoli (H. Finke, Acta Aragonescia, II, n. 448). Il C. era confessore di Giovanni, infante d'Aragons e arcivescovo di Toledo. Nel 1336, come ministro provinciale d'Aragona, partecipò alla pubblicazione delle Costituzioni di Cahors, e nel 1337 si Capitolo generale dell'Ordine.

Scrisse: Commentaria in Iuniversam Bibliam ad singula loca collectis abunde SS. Patrum sententiis, ita ut non inepis vocari possit Catena SS. Patrum in universam S. Scriptorum. Poiché quest'opera era fatta con lo stesso metodo di quella di s. Tommaso d'Aquino, alcuni vollero attribuire la Catena del C. a quello; ma le due opere sono indipendenti tra loro. Quella del C. è conservata manoscritta in 6 voll. nella biblioteca del convento di S. Giovanni dei re, a Toledo.

Bbsc.: J. Coll. Chronica scrifica de la Santa Provincia de Cataluba, I, Barcellona 1738, pp. 168-74; Sbaralea, II, pp. 386387; A. Colunga, C., in LThK, II (1931), coll. 753-54; Enc. Eur.-Amer., XI, coll. 735-36. Arduino Kleinhans

CARBONERIA. - Società segreta politica e psen-do-religiosa che, apparsa agli inizi del sec. xix, ebbe in Italia una vasta espansione ed una notevole influenza. Come la massoneria anch'essa si circondò di remote e leggendarie origini, ma è certo che non sorse prima degli inizi di quel secolo, o al massimo alla fine del precedente : quando precisamente, come e dove, svariatissime sono le opinioni e le ipotesi. V'è chi la fa discendere dalla massoneria napoletana, o da altre sètte affini, trasformatesi sotto la dominazione francese in club di novatori e di intellettuali; chi dalla massoneria inglese, intesa a creare ostacoli a Napoleone; chi dalla reazione legittimista del 1799 in combutta con vecchi giacobini e con agenti inglesi in opposizione alla politica del Primo Console. Sarebbe stata creata come un succedaneo della massoneria, supinamente asservita alla Francia. Ora, dopo i magistrali studi del Martin Saint-Léon sul compagnonnage in Francia, l'opinione più accreditata la fa discendere da una di tali associazioni che fioriva nella Franca Contea nella seconda metà del sec. svini, con il nome appunto di charbonnerie, e con riti, statuti, iniziazioni, segreto, che hanno non poche affinità con quelli della c. Si suppone che detta società sia servita a camuffare sotto forme innocenti delle mene politiche antinapoleoniche, e sia quindi passata con le truppe francesi a Napoli, dove si sarebbe trasformata e adattata al nuovo clima. Il generale Giuseppe Rossetti, in un documento pubblicato dal Soriga, afferma d'essere stato affiliato alla c. nella Franca-Contea nel 1802. Il Pardi ha scavato documenti che ne farebbero risalire l'esistenza nel regno di Napoli almeno al marzo 1804. Il Colletta, il quale con la c. ebbe strette relazioni, attesta invece che prima del 1807 non dette segni di vitalità. Certo i suoi progressi furono assai rapidi, e in pochi anni era non solo penetrata in quasi tutte le regioni del regno, ma aveva guadagnato terreno anche in Sicilia, nello Stato del Papa e altrove. Se fosse attendibile ciò che scriveva nel 1809 Gioacchino Murat a Napoleone, fin da quel tempo avrebbe avuto ramificazioni in quasi tutte le principali città d'Italia, e
andava macchinando piani di sollevazione in senso borbonico e antifrancese.

L'organizzazione, i riti, il simbolismo, i giuramenti, ecc., mostrano evidente affinità con la massoneria, ma è difficile dire se tutto ciò le provenga come eredità immediata, o si debba spiegare con le comuni origini nel compagnonnage e nelle antiche corporazioni di mestiere, come vuole il Martin Saint-Léon. Nettamente distinte invece sono le tendenze politiche e morali : la massoneria ha un'indole prevalentemente dottrinaria, e si rivolge di preferenza alle classi più elevate e influenti della società, conservando l'impronta naturalistica e illuministica del secolo in cui nacque, per cui tende a scalzare il cristianesimo come ogni altra religione positiva: la c., invece, ha programmi essenzialmente pratici, è aperta a tutte le classi ma di preferenza ai borghesi, ai militari, ai funzionari e popolo minuto, e conserva una mentalità molto consona con quella degli elementi sociali che accoglie, tradizionalmente religiosi e cattolici, e per istinto avversi allo spirito empio e sovvertitore del giacobinismo. Il Gran Maestro dell'Universo, che essa onora come ente supremo, va identificato con Gesù Cristo Salvatore; nei diplomi della setta è messa al posto d'onore una Croce circondata dai simboli della Passione e della Redenzione; il catechismo carbonaro è tutto pervaso di simbolismo religioso e cristiano; patrono della setta è invocato s. Teobaldo, conte di Champagne (1017-66), il quale abbandonò gli agi per menar vita estenitica nei boschi esercitando l'arte del carbonaro. L'aggregazione alla setta avveniva per via d'iniziazioni e di gradi (apprendista, maestro); e la gerarchia era formata di un raggente, due assistenti, un oratore, un segretario, un tesoriere, un archivista; c'erano dei maestri esperti o terribili, cui spettava sottoporre i candidati alle prove rituali; dei copritori per la disciplina interna delle assemblee, le quali erano distinte in camere d'onore (assemblee parziali) e in baracche (generali).

Ai membri si dava l'appellativo di buoni primi o buoni cugini. Un nucleo regolarmente costituito si denominava vendita; un gruppo di vendite di una data regione costituiva una vendita madre; al vertice vi era una gerarchia suprema detta alta vendita. La terminologia propria che la massoneria derivava dall'arte muraria, nella c. era desunta dal mestiere del carbonaro: quindi sentiamo parlare di ascia, boschi, lupi, fornelli, baracche, e cosi via. Ciò che però soprattutto distingue la c. dalla massoneria sta nei rispettivi ideali politici. La prima ama d'influire sulla società attraverso i poteri costituiti, e perciò si studia di affiancarsi ai governanti e a persone influenti sul potere, e volentieri li appoggia; mentre la c. ha pochi ma ben definiti principi, dai quali raramente deroga, come l'abolizione del dispotismo, l'istituzione di forme democratiche e costituzionali, diritto dei popoli alla propria autodecisione, indipendenza nazionale: un programma, cioè, essenzialmente pratico, autonomo e rivoluzionario.

Ben presto la c. napoletana cominciò ad essere travagliata da opposte correnti, l'una massonica e munztiana, asservita alla politica del Murat; l'altra anglo-borbonica, con l'intento di riportare Ferdinando IV sul trono di Napoli. Grazie all'abilità di lord Bentinck, il quale seppe persuadere il Borbone a farsi incontro alle aspirazioni carbonare camuffandosi da re costituzionale e paladino dell'indipendenza e unità italiana sotto lo scontro borbonico. questa seconda corrente prevalse, fondendo insieme rivendicazioni liberali e tendenze reazionarie, e facendo della c. un'arma formidabile in mano dell'eghilterra contro il governo del Murat. Questi reagì con misure di estremo rigore nell'editto di proscrizione in data 14 apr. 1814, donde seguirono inquisizioni, processi e non poche sentenze capitali. Con la caduta di Napoleone, i principi spodestati ristabiliti dal Congresso di Vienna provvidero immediatamente con leggi d'eccezionale rigore a sal-

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varsi le spalle dalle società segrete, e dalla c. in perticolar modo, che era già diffusa in quasi tutta la penisola, e considerata la più pericolosa di tutte. Anche il card. Pacca, prosegretario di Stato di Pio VII, il quale confessa (cf. Il mio secondo ministero, in A. Quacquarelli, La ricostituzione dello Stato pontificio, Città di Castello 1945, p. 168) che al suo giungere a Roma ignorava della c. perfino il nome, il 15 ag . 1814 emanò un editto di condanna: "si seppe con nostra grande sorpresa, egli dice, che si faceva dai carbonari circolare un preteso breve del Papa, in cui la loro società segreta era approvata. Fu necessario adunque smentire una tale impostura e di mettere i popoli in guardia». Seguirono quindi le prime emigrazioni, per lo più volontarie, di carbonari, fattisi cosi disseminatori ed apostoli della setta in quasi tutti i paesi mediterranei, specie in Francia, Spagna e Portogallo. Delusa nelle sue speranze dal Borbone, la c. napoletana si gettò di nuovo in braccio al Morat e lo secondo nella sua folle impresa di farsi re d'Italia. Al tragico epilogo di quella avventura, segui una severa reazione, e il principe di Canosa, nominato ministro di polizia, " osò proporre in pieno consiglio di favorire la setta dei calderari, perché facesse da contrappeso a quella dei carbonari" (W.Maturi, Il principe Canosa, Firenze 1944, pp. 129-33).

Il Congresso di Vienna che avrebbe dovuto sanare le piaghe d'Italia aperte dal governo francese, non fece che arrecarle nuove ferite. Mettendo la penisola alla mercé dell'Austria, offri ragioni giuste di scontento, e incentivo alle cospirazioni; le quali si circondarono ora di una luce più seducente, in quanto apparivano circonfuse di nobili e generosi ideali che seducevano popoli e perfino sovrani. Filippo Buonarroti (1761-97), vecchio cospiratore e massone, provvide in Ginevra a riallacciare le file della c., a riunire le innumerevoli congreghe, a rafforzarne la disciplina, il ritualismo, il segreto con tremende sanzioni. Essendo egli a capo dell'alta vendita suprema, l'influenza massonica, illuministica e anticlericale, si fece con lui più accentuata; e la c. a poco a poco prese una certa forma di internazionalità. Dovunque c'erano rivendicazioni politiche o civili da promuovere, come in Spagna cosi in Francia, in Grecia e in più lontani paesi, più o meno larvatamente si radicava la c. e si affiancava alle altre società.

Dalla c. si procrearono innumerevoli sètte, dalle più svariate denominazioni, fra le quali primeggiano la confederazione latina, diffusa e potente nelle legazioni; la federazione, nei paesi subalpini; l'odelfia, soprattutto negli Stati ecclesiastici; la guelfia, creduta ispirazione del Bentinck. Non tardarono i tentativi di insurrezione su vasta sfera, specie in paesi già predisposti a più infiammabili moti, come le Romagne, le Marche, gli Abruzzi, e il regno di Napoli: più notevoli quelli scoppiati fra il 1816 e il 1817 nelle Marche e quelli del 1817 in Terra d'Otranto. Il successo della rivoluzione di Spagna infuse alla c. italiana maggiore ardire; e ne furono effetto la rivoluzione di Napoli nel 1820 e del Piemonte nel 1821. Ma la difficoltà di coordinare forse disgregate ed eterogenee, e insieme la inesperienza degli uomini che si trovarono a capo del movimento, rese facile all'Austria il compito affidatole dalle grandi potenze adunate a Troppau, di soffocare quei moti e di ristabilire governi assoluti. Cosi andarono a vuoto i frutti, non in tutto riprovevoli, di quel primo periodo di cospirazioni.

Una potente reazione, diretta dal Metternich, valse a scompaginare e a disperdere le file settarie e gettò buon numero di compromessi sulla via dell'esilio. L'affiliazione settaria fu dall'Austria equipa-
rata a delitto di alto tradimento punibile con le pena di morte. Il mite Pio VII, insistentemente sollecitato dalle corti a romperla con Napoli e a coadiuvare la loro azione repressiva con l'ausilio delle pene spirituali, non annui; e solo a cose fatte, il 13 sett. 1821, emanò la bolla Ecclesiam, con cui la c. fu nominatamente condannata, rinnovandosi contro di essa la scomunica e le altre pene sancite contro la massoneria, con la dichiarazione che la condanna non era ispirata da motivi politici, ma dal carattere pseudoreligioso che la setta ostentava, e perché sotto sembianza di «una singolare osservanza e certo affettato favore per la cattolica religione e per la persona e dottrina di Gesù Cristo" inculcava dottrine e pratiche cospie, e deprimeva il rispetto di ogni religione positiva, propugnava una religione individuale secondo le opinioni e i gusti di ciascuno. La S. Penitenzieria apostolica poi, rispondendo a quesiti dell'episcopato napoletano, l'8 nov. 1821, dichiarò che "attesi gli scellerati dogmi e precetti di tale società, e in particolare di dare ad ognuno una grande licenza di formarsi la religione a capriccio", la c. doveva considerarsi quale "una setta temeraria ed eretica ", e pertanto la condanna papale doveva essere intesa nel senso più rigoroso. La condanna venne poi confermata da Leone XII con la bolla Quo graviora del 13 marzo 1825, da Pio IX con l'enciclica Qui pluribus del 9 nov. 1846, da Leone XIII con l'enciclica Humamum genus del 20 apr. 1884, e inserita nel can. 2335 del CIC, con la scomunica simpliciter reservata ed altre pene spirituali.

Alla riorganizzazione della c. attese di nuovo il Buonarroti, insieme al Passano, costituendone a Parigi la congrega centrale, dalla quale emanarono da allora in poi ordini e direttive. Dopo la rivoluzione di luglio (1830), che ebbe in Italia, come in tutta l'Europa, ripercussione fortissima, si ritentò un'azione generale. Ebbe principio a Modena il 4 febbr. 1831, per opera di Ciro Menotti, che fini sul patibolo; quindi l'insurrezione da Bologna e dalle Romagne si estese alle Marche e all'Umbria, fin quasi alle porte di Roma. Gli agitatori, avendo procurato di attrarre al loro programma i due figli di Luigi Bonaparte, già re di Olanda, Luigi Napoleone, futuro imperatore dei Francesi, e Napoleone Luigi, con il miraggio di un trono, furono tosto soverchiati dai numerosi veterani delle guerre napoleoniche, i quali ne presero in mano le redini, e dettero a quei moti una fisionomia tutta propria. Eletto papo, Gregorio XVI inviò l'Austria a ristabilire l'ordine e in breve la rivolta fu domata. L'insuccesso procurò alla c. una profonda depressione; Giuseppe Mazzini, il quale dal 1827 militare nelle sue file, dai fatti recenti svoltisi sotto i suoi occhi, e dalla esperienza del passato, riportò la persuasione che la c. recasse in se stessa, cioè nella deficienza di idee, di un programma ben definito e di giovani e fattive energie, le cause del proprio fallimento, né fosse più suscettibile di riforma. Gli uomini sui quali la c. si appoggiava, quali un Barthe, un La Fayette erano ormai vecchi e superati. Decise quindi di fondare la Giovine Italia, che ebbe principio in luglio 1831 a Marsiglia, e rapidamente attrasse a sé i migliori elementi, dando cosi alla c. un colpo mortale.

Sono però esagerate le affermazioni di molti storici, che dopo il ' 31 la c. sia scomparsa. Essa in Francia e nei più importanti centri di emigrazione, Corsica, Malta, Corfù, Tunisi, e in talune piaghe d'Italia, ricostituil i suoi ranghi e riprese a cospicare, a fianco, e quasi sempre in spirito di antagonismo, con la Giovine Italia, spesso distruggendo l'una ciò che l'altra costruiva. Tuttavia nei moti di Romagna del 1843 e in quelli di Rimini del 1845 esse operarono di concerto. Una ripresa carbonara in Calabria, per

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opera dei fratelli Romeo, suscitò nel 1847 quei moti calabro-siculi, che con la rivolta di Palermo furono la squilla della diana dell'insurrezione nazionale del '48. Essa, però, dice il Cattaneo, s'era lasciata trascinare da abili emissari sardi, fra i primi il d'Azeglio, dietro la causa carlo-albertina; e forse fu proprio «quella fazione regia» ad armare il braccio che trucidò Pellegrino Rossi. Caduta la repubblica romana, il primo nucleo dell'associazione nazionale che il Mazzini pensò a costituire avanti di lasciare Roma, risultava di mazziniani e di carbonari. "La c., dirà più tardi il De Cesare (Roma e lo Stato del Papa, I, Roma 1907, p. 158), non era morta mai in Roma; anzi negli infimi strati del 'I'rastevere si può dire che sopravviva co' suoi giuramenti, co' suoi ideali d'eguaglianza e col simbolismo delle forme». Una rinascita carbonara si è avuta in Portogallo nel 1907, con le sue vendite, baracche, alte vendite, ecc.: essa ebbe gran parte nell'insediamento della repubblica.

Se l'efficacia della c. non è stata, in Italia, in proporzione della sua forza numerica, e se il suo cammino è vòlto non in meglio, ma verso il disfacimento e la progressiva degenerazione, le cause vanno ricercate in quelle debolezze intrinseche di cui si è accennato sopra; in particolare nelle rivalità che sempre la dilaniarono, e nell'azione corrosiva di delatori che ne rese facile il controllo alle polizie. Si può dire di essa ciò che è stato detto di Mazzini e della Giovine Italia : che cioè lavorò più a profitto di altri partiti che di se stessa, preparò il terreno ed altri ne raccolsero i frutti.

Bim.: Opere generali: O. Dito, Massoneria, c. e altre società segrete, Torino-Roma 1903; A. Luzio, La massoneria e il Risorgimento, 2 voll., Bologna 1925; G. Lcti, C. e massoneria nel Risorgimento, Genova 1923; A. Ottolina, La c. dalle origini ai primi tentativi insurrezionali, 1797-1819, Modena 1936; A. M. Ghisalberti, Cospirazioni del Risorgimento, Palermo 1938; E. Fabiatti, I carbonari, Milano 1942 (divulgativo, non aggiornato); P. Pieri, Le società segrete ed i moti degli anni 1820-21 e 1830-31, ivi 1948. Cenni sintetici notevoli ha M. Rosi, s. v. in Diz. del Ris. occ., I, pp. 168-70; W. Maturi, s. v. in Diz. di politica, I, pp. 398-97; R. Soriga, s. v. in Enc. ital., VIII (1930), pp. 962-63. Altri studi particolari in Rassegna storica del Risorgimento, 1913 sgg. (cl. Indice generale delle prime venticinque annate, Roma 1939). Origini : E. Martin St-Léon, Le Compassonnage, Parigi 1901; id., Histoire des corporations des métiers, ivi 1941; B. Marcolongo, Le origini della c. e le società segrete dell'Italia meridionale dal 1810 al 1820, in Studi storici di A. Cricoliucci, 20 (1912), pp. 733-48; G. Pardi, Nuova antizie sull'origine della c., in Nuova rivista storica, 10 (1926), p. 496; R. Soriga, Gli usizi della c. italiana secondo un rapporto segreto del gen. Rossetti G., in Il Risorgimento italiano, 21 (1928), pp. 72-80; A. Mathiez, L'origine freno-controle de la c. italienne, in Annales historiques de la Révolution Francaise, Reims 1928, pp. 331-61; A. Luzio, Le origini della c., in Il corriere della sera, 7 febbr. 1932. Ritualismo: Saint-Edme, Constitutions et organisations des ch., Parigi 1821; Ch. Godard, Catéchisme des banscousins ch., Besançon 1902. Ricchissima la letteratura sull'attività cospiratoria nelle diverse regioni d'Italia: si indicheranno solo alcune delle opere principali. Per l'Italia settentrionale: A. Luzio, Processo Pellice-Maranccelli, Milano 1903; id., Mazzini carbonara, Torino 1920. Per l'Italia media: D. Spadoni, Sitte, cospirazioni e cospiratori nello Stato pontificio all'indomani della restaurazione, Torino-Roma 1904; id., Uomini e fatti delle Marche nel Risorgimento, Macerata 1927; A. M. Ghisalberti, Le cospirazioni romane del 1844, in Rassegna storica del Risorgimento, 19 (1932), pp. 70 88; altri notevoli studi dello Spadoni e di I. Rinieri si trovano sparsi in vari periodici. Per l'Italia meridionale: R. M. Johnson, The Napoleonic empire in Southern Italy, Londra 1904; F. Lommi, Le società segrete nella Sicilia e l'antodifesa dell'ab. L. Oddo, Palermo 1900; R. Soriga, Le società segrete e i moti del 1820 a Napoli, in Rassegna storica del Risorgimento, 11 (1921), pp. 148178. Sulla emigrazione: R. Manzoni, Gli suali italiani nella Svizzera, Milano 1923; E. Michel, Eudi italiani in Algeria, Bologna 1936; id., ...in Corsica, ivi 1938; id., ...in Albania, in Rivista d'Albania, 1 (1940), pp. 344-53; id., ...in Portogallo, in Reazioni storiche fra l'Italia e il Portogallo, Roma 1940, pp. 443-68; id., ...in Tunisia, Milano 1941. Sulla c. in altre nazioni: M. Barazzoni, Le società segrete germaniche ed i loro rapporti con i cospi-
rotori lombardi del 1821, in Rassegna storica del Risorgimento, 19 (1932), pp. 89-138; M. Menéndez y Pelayo, Historia de los Heterodoxos españoles, Madrid 1932; V. de la Fuente, Historia de las sociedades secretas antiguas y modernas en España, 5 voll., Barcelona 1933; D. Perez e E. Cerdeira, Historia de Portugal, VII, Barcellos 1935, p. 453 sgg.

Pietro Pirri

CARBONIO. - Elemento chimico di numero atomico 6 e peso atomico 12 , uno dei più importanti in natura per essere componente essenziale degli organismi viventi, pur costituendo solo il o, 1 \% della crosta terrestre. Allo stato cristallino costituisce il diamante e la grafite, allo stato amorfo si trova nelle varie specie di carbone sia fossile che vegetale; allo stato di combinazione si trova legato all'ossigeno per formare l'ossido di c. CO, gas tossico, e l'anidride carbonica CO , che unitamente ai carbonati, derivati di quest'ultima, costituiscono i componenti isorganici di quest'elemento; è infine costituente di tutte le combinazioni organiche, così che la chimica del c. vien detta chimica organica.

Il ciclo del c. in natura è assai suggestivo. La pianta verde fissa e riduce l'anidride carbonica contenuta nell'aria (le alghe quella sciolta nell'acqua) utilizzando l'energia delle radiazioni solari con una reazione alla quale partecipa pure l'acqua : si svolge ossigeno e si forma il primo prodotto organico di sintesi dal quale trae origine tutta la materia organizzata. Tutti gli organismi viventi, piante ed animali, nel processo di respirazione bruciano la sostanza organica e restituiscono all'ambiente parte del c. sotto forma di anidride carbonica. Il mare rappresenta uno stabilizzatore della concentrazione dell'anidride carbonica nell'atmosfera, in quanto ne cede o ne assorbe a seconda che in questa la concentrazione tende a diminuire od a crescere. A rendere più complesso il ciclo del c. concorrono la lenta combustione dei residui vegetali ed animali, le emanazioni di anidride carbonica, e le combustioni operate dall'uomo (di legna, carbone e petroli) e le fermentazioni : tutte cause che concorrono a restituire all'atmosfera l'anidride carbonica indispensabile alla nutrizione delle colture dalle quali provengono gli alimenti per la popolazione umana in continuo aumento.

Luigi Marimpietri
CARBONNELLE, IGNACE. - Gesuita, n. a Tournai il i febbr. 1829 e m. a Bruxelles il 4 marzo 1889. Fu cultore di scienze matematiche e fisiche, cui consacrò la maggior parte della sua vite, per difendere anche su questo terreno le verità della Fede. A questo fine non trascurò una profonda preparazione teologica negli anni che precedettero la sua ordinazione sacerdotale (1837). Insegnò matematica e meccanica a Namur, poi per due anni retorica a Tournai. Nel 1861 fu in India, professore di scienze al collegio di S. Fr. Saverio di Calcutta. Ritornato nel Belgio (1869) insegnò astronomia e matematica a Lovamo, mentre attese a numerose pubblicazioni scientifiche.

Il suo nome resta legato alla Società scientifica di Bruxelles, di cui fu il principale fondatore. Opera precipua di C., comparsa nella z. { }² ed. in 2 voll. a Parigi nel 1881 : Les confins de la science et de la philosophie.

Bibl.: G. Lemoine, Le r. p. C., in Revue des questions scientifiques, 25 (1889), pp. 1-8; I. Van den Gheyn, s. v. in DThC, II, coll. 1712-13.

Ugo Viglino
CARCAMIS. - Città antichissima sulla riva destra dell'Eufrate (Volgata Charcamis, iscrizioni assire Gar-ga-mil, o Kar-ga-mil, egizie Quair-gamala o Karba-mila), nella Siria superiore, forse identica con l'odierno Gerbās o Gerābis-Europos. Fu sempre un centro di commercio tra Mesopotamia ed Asia minore, Fenicia ed Egitto, perché l'Eufrate vi era facilmente traversato e vi diveniva navigabile.

Nei tempi antichi fu sotto l'Assiria. Poi fu un centro degli Hittiti; contro questi guerreggiarono gli Egiziani e Thutmosis III li vinse in una battaglia presso C. (iscrizione di Amen-em-beb, in H. Gressmann, Altorientalische Texte

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zum Alten Testament, 2² ed., Berlino e Lipsia 1926, p. 89). Il re hittita di C. Suppiluliumaš (1395-1355) la costitul capitale di un regno particolare. Ca. l'anno 1200 C. passo sotto gli Aramsi, la cui cultura appare nei palazzi ivi costruiti. L'anno 738 il re Pisiris si sottomise a Theglathphalasar III, re degli Assiri, e quando nel 717 egli congiurò contro di loro, fu vinto e con la sua famiglia da Sargon condotto in Assiria, mentre il suo esercito fu incorporato nell'assiro. A questi fatti sembra accenni Is. 10, 19. Secondo II Par. 33, 20 e Ier. 46, 2, il faraone Nechao d'Egitto guerreggiò contro il re di Bobilonia Nabuchodonosor, e siccome nei testi citati si parla di C., molti suppongono che ivi, nel 605 , fosse stata una battaglia. I testi pero dicono solamente che il re d'Egitto passo l'Eufrate presso C., e questo sarebbe avvenuto nel 609 a. C. Dai tempi dei Persiani la città non è più menzionata, forse perché le cavovane avevano trovato un altro passaggio più comodo sull'Eufrate.

BibL.: E. Pannier, Charcamis, in DB. II, coll. 584-87; A. Polú. Historia Orientis antiqui secundum fontes cuneiformes, Roma 1932, p. 79; id., Historia Populi Israel, ivi 1933, pp. 30, 59, 99, 107, 151 n. 3, 155 n. 1.

CÀRCANO, Giulio. - Scrittore, n. a Milano il 7 ag. 1812 , m. il 29 ag. a Lesa nel 1884. Laureatosi a Pavia, prese parte alla vita politica del ' 48 come inviato a Parigi del governo provvisorio milanese per ottenere dalla Francia soccorsi militari. Con il sopravvento degli Austriaci in Lombardia fu costretto a restare, per due anni, in esilio.

La sua opera di scrittore è, in tono minore, nel clima manzaniano come quella di Tommaso Grossi, del quale fu amico. Nei suoi quattro romanzi: Angiola Maria, Il manoscritto di un vice-curato, Damiano, Gobrio e Camilla dominano i motivi della patria, della famiglia, della religione. Nel ' 47 iniziò un poemetto: S. Paolo, per narrare la vita dell'Apostolo; nel '66 dedicò al Manzoni, suo intimo, Il Libro di Dio, dove figurano riflessioni filosofiche, meditazioni religiose e la parafrasi di due interi episodi del Vangelo. Tentò anche delle versioni della S. Scrittura in versi: Fiori biblici (Firenze 1881). In opposizione alla scuola verista del Guerrini e del Praga, egli confessò di aver composto i suoi poemetti in versi : Dolinda di Montorfano, dedicato allo Zanella, I fanciulli di Valzugana, Gli orfani per mostrare come si possano ritrarre dal vero scene della miseria «senza snudare quel che c'è di vizio e di turpe nella vita». Tra le sue prose è da segnalare la commemorazione del Manzoni, e il suo carteggio : 1827-84. Fu buon conoscitore delle letterature straniere, soprattutto della letteratura inglese; per circa quarant'anni attese alla traduzione delle opere dello Shakespeare (12 voll., Milano 1875 1882). L'edizione completa delle Opere, in 10 voll., fu edita a Milano (1892-96).

BibL.: F. Bernetti Evangelista, Vita e opera letteraria di G. C.. Roma 1918.

Giovanni Tuliani
CÀRCANO, Michele. - N. a Milano nel 1427, m. a Lodi il 20 marzo 1484. Ancora fanciullo, fu assiduo uditore con il padre Donato (consigliere ducale) di s. Bernardino da Siena, quando predicava a Milano. Attratto dal Santo, già percorsi il trivio e quadrivio, nel fiore degli anni entrò tra i Frati minori nel convento di S. Croce di Como, dove in breve si distinse per virtù e cultura teologica. Predicatore a 24 anni, percorse l'Italia e la Palestina (1440-84), evangelizzando con l'officacia della sua straordinaria eloquenza. Milano, Mantova, Brescia, Bergamo, Padova, Venezia, Piacenza, Bologna, Siena, Firenze, Trento, Roma ed altre città lo ammirarono come un redivivo s. Paolo, a testimonianza, con altri, del b. Bernardino da Feltre. Non bastavano le più vaste cattedrali a contenere l'immensa folla, che accorreva ad ascoltarlo, onde fu costretto sovente a predicare sulle pubbliche piazze. Aveva il dono di Dio di persuadere e commuovere gli uditori fino al pianto. Cosi fece rifiorire dappertutto la vita cristiana e civile, e indusse
la città di Perugia nel 1462 ad erigere il primo Monte di Pietà con il pegno a tenue interesse; esempio seguito più tardi, per opera dello stesso, da Bologna e da Padova. A Milano, a Como ed a Piacenza persuase quei cittadini a concentrare in uno solo i molteplici ospedali, non bastanti più alla moltitudine dei sofferenti. Venezia e Crema eressero ospedali a persuasione di lui. Creato nunzio della Crociata da Pio II e da Sisto IV, predicò nel Ducato milanese e in quello di Venezia.

Provinciale dell'Osservanza milanese, portò la rinascita nei chiostri minoritici, nei monasteri delle Clarisse e nel Terz'ordine; in Milano patrocinò l'erezione del «Pio consorzio della carità».

La sua franchezza apostolica gli costò due volte l'esilio da Milano (1472-75), e richiamato continuò anche nella corte ducale nella sua azione restauratrice, e fu di conforto alla spodestata duchessa Bona di Savoia, come era già stato direttore di spirito della duchessa Bianca Maria Visconti.

Morì mentre predicava a Lodi; venerato come beato, al suo sepolcro si ottennero grazie e miracoli. Il suo nome si trova nel Martyrologium franciscanum (Roma 1938, p. 140) al 20 marzo. Della sua mirabile attività rendono testimonianza gli scrittori del suo tempo e gli atti contemporanei dei Comuni e degli Stati d'Italia. E in corso la causa per la conferma del culto.

Bibl.: P. M. Sevesi, Il b. M. C.. Quaracchi 1910-11. La copiosa bibliografia relativa al C. e al suo casato è raccolta dallo stesso autore nell'Archicum franc. hist., 3 (1910), pp. 448-63, 633-63; 4 (1911), pp. 24-49, 456-81; 16 (1923), pp. 260-62; 33 (1940), pp. 366-408; 34 (1941), pp. 95-114, dove sono pure recensiti i suoi molteplici scritti.

Paolo Maria Sevesi
CARCASSONA, Diocesi di. - Nel dipartimento dell'Aude, in Francia. E ricordata da Plinio con il nome di Carcaso Volcarum Tectosagum, divenne poi la Colonia Iulia Carcaso; si trovava sulla strada tra Narbona e Tolosa. Fu occupata successivamente dai Visigoti nella seconda metà del sec. v, dai Saraceni nel 725 e dai Franchi nel 739 . Funestata dall'eresia albigese, C. venne occupata il 15 ag. 1209; passo sotto il dominio reale nel 1223; tentò di ribellarsi inutilmente nel 1240; vennero allora rasi al suolo i suoi sobborghi e più tardi se ne costruì un altro sulla riva sinistra dell'Aude che dette origine alla nuova C.

Il primo vescovo noto di C. è Sergio il quale partecipò al Concilio di Toledo del 589 . Nel periodo carolingio fiorirono le abbazie benedettine di S. Iario (oggi ne resta la chiesa divenuta parrocchia), S. Giovanni de Mallast (Montolieu) e di Lagrasse, le cui proprietà si estendevano fino in Catalogna. S. Domenico fonda il monastero di Prouille, distrutto dalla rivoluzione. Due vescovi partecipano alla Crociata: Guy de Vaux-Cernay (1211-23) e Clarin (1226-48). Il 15 maggio 1791 C. divenne diocesi dipartimentale. Il Concordato del 1801 estese la sua giurisdizione anche ai Pirenei orientali, fino al 1817 in cui si ristabilì la diocesi di Perpignano.

L'antica cattedrale di C. fu dedicata ai martiri Nazario e Celso; viene ricordata fin dall'anno 925. La Cattedrale romanica fu iniziata alla fine del sec. xir; Urbano II ne benedisse i materiali nel 1096; il transetto è opera del vescovo Razoula (1255-66) che vi è sepolto in un artistico monumento gotico; fu terminata l'opera dal vescovo Pietro di Roquefort (1300-22). Leone XIII conferì alla chiesa il titolo di basilica minore, ma dopo il Concordato del 1801 la Cattedrale era stata trasportata nella città nuova nella chiesa di S. Michele; nota dalla fine del sec. x, ma distrutta, come si è detto, nel 1240,

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fu ricostruita alla fine del sec. xili; è ad una sola nave senza transetto.

La bolla di Pio VII del 29 nov. 1818 assegnò alla diocesi di C. gran parte delle soppresse diocesi di Narbona; di St-Papoul (S. Papulus), antico monastero nella diocesi di Tolosa, poi di Pamiers (1295), eretto in diocesi da Giovanni XXII nel 1318, come Alet (Elecum) antico monastero nella diocesi di Narbona; più una parte della diocesi di Mirepoix.

Attualmente la diocesi si estende per 6_{432} kmq. ed è divisa in 4 arcipreture (C., Narbona, Limoux, Castelnaudary) e 32 decanati con 419 parrocchie, 303 sacerdoti diocesani e 19 regolari; ha un seminario diocesano fondato dal 1672 ; un piccolo seminario a Castelnaudary dal 1913 e due collegi liberi ecclesiastici. Conta 268.889 ab. quasi tutti cattolici.

La diocesi di C. pubblica La semaine catholique dal 1868; e di recente la rivista diocesana Appel. La a Société des arts et des sciences de C. a pubblica i suoi Mémoires fin dal 1849. - Vedi Tav. XLVIII.

Biss.: L. Duchesne, Fantes épiscopaux de l'ancienne Gaule, I, 2^{text {a }} ed., Parigi 1907, p. 70; J. Poux, La cité de Carcassonne, 5 voll., Tolosa 1922-38; Cattineau, I, coll. 600, 1534-35, 1968; E. Griffé, s. v. in DHC. XI, coll. 1003-12; Guide de la France chrétienne et missionnaire, 1048-49, pp. 334, 540-42, 1018-19; E. Jarry, s. v. in Cathalistime, II (1949), coll. 529-32. Enrico Jasi

CARCERE. - I Romani chiamavano carcer il luogo di custodia dei condannati alla pena di morte o a pene corporali; c, sia presso di loro che presso quasi tutti i popoli antichi, il c. non ebbe carattere di pena come luogo di isolamento e di detenzione per un determinato tempo. Soprattutto serviva ad assicurare la presenza del reo al processo.

I c. erano luoghi immondi, ove pregiudicati o imputati, senza distinzione di sesso o età, venivano rinchiusi alla rinfusa. Dopo l'avvento del cristianesimo si usarono al detenuto maggiori riguardi.

Si trovano tracce di più umano trattamento ai prigionieri ai tempi di Costantino (320); ma anche nei tempi successivi continuò l'orrore di antri oscuri e malsani, di catene e di afflizioni sotto ogni forma.

Il concetto che il c. dovesse divenire vero e proprio luogo di espiazione, a tempo determinato, si ebbe nei secoli successivi. Abbandonate certe forme di atrocità, ch