tino (320); ma anche nei tempi successivi continuò l'orrore di antri oscuri e malsani, di catene e di afflizioni sotto ogni forma.
Il concetto che il c. dovesse divenire vero e proprio luogo di espiazione, a tempo determinato, si ebbe nei secoli successivi. Abbandonate certe forme di atrocità, che erano in parte collegate alla brevità del periodo di detenzione, si provvide sempre più a rendere il c., come luogo di espiazione, più umano.
In questo processo di trasformazione del concetto e della pratica carceraria la Chiesa ha esercitato una afficace azione, suggerendo nei vari tempi e luoghi, mitezza e misericordia. Ha inserito, seguendo la parola di Gesù (Mt. 25, 36), fra le opere di misericordia quella di visitare i carcerati; e la sua storia millenaria è ricca di documenti che testimoniano la sua costante sollecitudine verso i colpiti dalla giustizia umana, con l'infondere nelle loro anime fede e speranza nella bontà e nella giustizia divina. Si trovano nella vita di moltissimi santi episodi eroici nella assistenza ai carcerati.
Quando verso il sec. xVI-xVII il sistema detentivo si fece più comune anche perché il turbine degli avvenimenti politici consigliava di risparmiare vite umane, commutando spesso pene capitali con duro carcere, il papa Innocenzo X (Pamphili) nel 1647 fece costruire in Roma un grande edificio per accogliervi i prigionieri trasferiti dalle orribili prigioni di Corte Savella, resa poi al suolo, e di Torre di Nona. La costruzione è stata ultimata nel 1655 sotto Alessandro VII (Chigi). In quell'età si ebbe una vera rivoluzione del sistema carcerario ed una novità assoluta come costruzione di casa di detenzione. Si chiamò «C. Novo», ebbe locali ampi, sani, luminosi e perfino con latrine che andavano a finire in una ben sistemata fognatura.
Nel fabbricato attualmente trovasi il museo criminale e vi è la seguente lapide, posta ancora in quei tempi : «Iustitiae et clementiae - securiori ac meliori reorum custodiae - novum carcerem - Innocentius X Pont. Max. - posuit - Anno Domini - MDCLV».
Da allora, un po' dovunque, si iniziarono tentativi per dare alla pena detentiva la possibilità di trovare nel lavoro un mezzo di rieducazione, ed in molti paesi si organizzarono i cosiddetti lavori forzati. Sorsero c. per reclusione in molte città d'Europa sul modello del «C. Novo». Però si era ancora ben lungi dall'idea di quella umanizzazione delle pene che doveva avere un cosi profondo rivolgimento nell'età moderna, soprattutto dopo l'apparizione del libro di Cesare Beccaria Dei delitti e delle pene. Ma decisamente, a vincere la battaglia contro la brutalità dei c. doveva contribuire John Howard, n. a Hackney nel 1726, che diede norme per la segregazione notturna, per il lavoro, per la salubrità del c. Dopo di lui si assisté a un miglioramento rilevante, fino ai tempi moderni, nei quali si è inserito il concetto di libertà nei vari sistemi di esecuzione. Si dice cioè, specialmente nei paesi americani, che il c. deve essere luogo che priva il cittadino della libertà di muoversi a suo piacimento, perché appressi sempre meglio il bene della libertà stessa. Il c., secondo quei sistemi, non deve aggiungere al castigo della privazione di libertà altre affliaioni che avviliscono l'uomo o lo distruggono fisicamente e moralmente. Il direttore generale delle prigioni americane, Sanford Bates, cosi si esprime: a Il c. di domani dovrebbe essere insieme una scuola di disciplina per chi può essere redenta, un luogo di segregazione permanente per gli incorreggibili, ed un laboratorio per lo studio delle cause della delinquenza».
La detenzione in questi c. moderni ha anche i suoi correttivi di pena, che sono: a) la probation, usata specialmente negli Stati Uniti d'America, la quale consente al condannato di vivere in società; b) la parole che è una specie di libertà sorvegliata e cioè consente l'uscita dal c. "sulla parola " dopo aver scontata una parte della pena; c) "la condanna condizionale" per la quale l'individuo può ottenere la sospensione degli effetti della sentenza di condanna.
Si può dire che esistono due tendenze fra i cultori di diritto penale e penitenziario, l'una per la afflittività delle pene ed una sul concetto di rieducazione. Nella costituzione della Repubblica italiana è stato accolto il principio che la pena deve anche essere rieducativa; e pertanto si dovranno in tal senso rivedere i codici penali e i regolamenti penitenziari.
Attualmente vige in Italia tutto un sistema basato sulla riforma penale del 1930, che ha le seguenti caratteristiche:
a) un insieme di norme atte a emendare il condannato, ma senza togliere alla pena il suo carattere afflittivo e intimidativo; b) una certa specializzazione degli stabilimenti in relazione alle necessità della vita carceraria; c) organizzazione del lavoro con criteri di continuità e produttività.
Sono inoltre stati creati i consigli di patronato e la cassa delle ammende, con la speranza di vedere affiancata da queste due istituzioni l'opera emendatrice del c. e nel contempo l'opera di assistenza nel post-c.
Dovendosi fare una riforma penitenziaria, codici e leggi dovranno essere aggiornati dai sempre più impellenti bisogni di difesa sociale da una parte e di umanizzazione delle c. dall'altra.
Anche nelle nazioni moderne la Chiesa si è sempre adoprata perché le fosse acconsentito di svolgere l'assistenza religiosa nelle c. Si cita, ad esempio, l'art. 28 del Concordato del 20 luglio 1932 tra la S. Sede e il Reich germanico: «Negli ospedali, nei penitenziari e negli altri stabilimenti tenuti da enti pubblici, la Chiesa sarà ammessa a provvedere ai bisogni spirituali delle anime ed a compiere le funzioni religiose». In Francia, in Italia, ed in altri paesi hanno particolare importanza le organizzazioni che tengono fra loro in collegamento i cappellani delle c.; ed in Italia è in procinto di essere per loro istituito, presso il Ministero della giu-
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stizia, un ispettorato generale dei cappellani. Ciò darà una forma tutta nuova alla assistenza religiosa negli istituti di prevenzione e pena (denominazione questa dei c. italiani).
Vi sono inoltre molti enti e molte associazioni che si interessano della assistenza morale o materiale dei carcerati (v. PENITENZIABIO).
BibL.: Rivista di| Diritto penitenziario, Roma 1931-43: G. Novelli, in Nuovo Digesto italiano, II, coll. 864-73.
Celeste Bastianetto
CARGERERI, Stanislao. - Dei Ministri degli Infermi, missionario nell'Africa centrale. N. a Cerro Veronese il 19 genn. 1840, m. a Bovolone (Verona) il 5 marzo 1899. Entrò nell'Ordine di s. Camillo nel 1851 e fu ordinato sacerdote nel 1862 . Nel 1859 , non ancora sacerdote, aveva assistito i feriti della battaglia di S. Martino e Solfcrino, e nel 1866 assistette quelli di Custoza. Dal 1867 al 1877 con alcuni suoi confratelli, di cui fu messo a capo, coadiuvò mons. Comboni nella missione dell'Africa centrale, mostrando grande spirito d'intraprendenza e di organizzazione.
Tornato in patria fu superiore della casa de' Camilliani a Lilla in Francia e a Roermond in Olanda, e coprì la carica di procuratore generale e poi di vicario generale del suo Ordine. A lui si deve la prima carta geografica della regione del Kordofan, che egli aveva esplorato nel 1870-71.
Il C. scrisse pure parecchie interessanti relazioni sopra la missione dell'Africa centrale.
BibL.: M. Grancelli, Mons. Daniele Comboni e la missione dell'Africa centrale, Verona 1923: F. Della Giacoma, I missionari camilliani con mons. Comboni nell'Africa centrale 1867-77 (con risposta al precedente), ivi 1924; S. Santandrea, Bibliogr. di studi africani, ivi 1948.
Mario Vanti
CARDAHI (Qardāhī), Gabriele. - N. in Fajtrūn (Libano) il 20 febbr. 1845, m. in Roma il 7 nov. 1931. Entrò nell'Ordine aleppino maronita nel 1861, e compì gli studi superiori nelle scuole di Propaganda Fide, ove poi insegnò arabo e siriaco dal 1875 al 1920. Fu abate procuratore in Roma del patriarca e dell'Ordine (1878).
Scrisse: un Trattato di grammatica arabo-italiana (Roma 1872). Con una fatica di oltre 30 anni compilò ancora Labäb al-labäb ( » la parte migliore della quintessenza { }² ), dizionario siriaco, arabo e latino. Mentre lo rivedeva e litografava mori alla 15² lettera. Il resto fu riveduto da P. Sfair. Pubblicò due opere sirische: Paradisus Eden del Sebense (Beirut 1889) e Liber columbae del Barebreo (Roma 1898). Inoltre al-Kanz at-tamīn, seu Liber thesauri de arte poetica Syrorum (ivi 1875), con antologia e cenni biografici; al-Ihhäm ( > l'opera ben fatta », ivi 1880), morfologia siriaca, che più tardi uscì in un'edizione migliorata col titolo di Ihhäm al-ihhäm ( < precisazione dell'opera ben fatta») al-Labäb (»la quintessenza»), dizionario siriaco-arabo in 2 voll. (Beirut 1887-91), quando mancava del tutto un'opera del genere; al-Manähiğ ( x le vie luminose », Roma 1903), sintassi siriaca.
Pietro Sfair
CARDANO, Girolamo. - Medico e filosofo, n. a Pavia il 24 sett. 1501, m. a Roma il 21 sett. 1576. Tipico rappresentante della versatilità e curiosità dello spirito italiano del Cinquecento. Si occupò di matematica, astrologia, astronomia, fisica, medicina, musica, politica, filosofia, spesso divinando nuove verità, spesso anche rasentando la ciarlataneria o sfiorando l'eterodossia, particolarmente l'averroismo che aveva conosciuto a Padova. Notevoli i suoi contributi algebrici e le sue concezioni filosofico-politiche. A lui, infatti, in parte, si deve la formula di risoluzione delle equazioni cubiche che anche oggi porta il suo nome e il metodo di risoluzione numerica delle equazioni. La sua preparazione essenzialmente scientifica incide e si riflette nel suo sistema filosofico intermedio tra l'aristotelismo e il naturalismo. Il suo sforzo però

(de F. Bultini, Saggio psico-biografico su G. C., Savona 1881)
CARDANO, GIROI sNO - Ritratto.
Incisione in rame del sec. sviti da orieinale contemporaneo.
di spiegare i fenomeni mediante la causalità naturale, è viziato dal frequente ricorso all'astrologia. Questo sperimentalismo C. si sforza di applicare anche nella dottrina politica. Egli vuole bandita ogni sistemazione utopistica e aprioristica della società : l'uomo dev'essere studiato in sé, nella sua natura, nella sua evoluzione storica peculiare ai singoli popoli; e secondo le diverse caratteristiche dovranno essere stabilite le forme statali e promulgate le leggi. In psicologia, originale la sua teoria del piacere: il piacevole è gustato maggiormente quanto più è spiacevole ciò che precede e viceversa; così l'armonia è più sentita dopo la dissonanza, il dolce dopo l'amaro. Occorre quindi ricercare al possibile i motivi di sofferenza per assaporare alla loro cessazione un più raffinato piacere. Se si presta fede alle confessioni autobiografiche C. avrebbe praticato questa nuova forma di epicureismo.
Opere: Hieronymi Cardani Mediolanensis philosophi et medici celeberrimi opera omnia cura C. Bponii (ro voll., Lione 1663); principali fra esse : Ars magna seu de regulis algebraicis (Norimberga 1545); De subtilitate (Basilea 1547); De vita propria (ivi 1542; trad. it. V. Mantovani, rist. Milano 1922).
BibL.: F. Buttrini, Saggio psico-biografico su G. C., Savona 1884; G. Vidari, Saggio storico-filosofico su G. C., in Riv. ital. di filos., 1893, II; E. Rivaci, La mente di G. C., Bologna 1906; id., I concetti morali del C., ivi 1914; G. Vacca, L'opera matematica di G. C., Milano 1932; A. Bellini, G. C. e il suo tempo, ivi 1947.
CARDaveraz, Agustín. - Gesuita spagnolo, n. a Hernani (Guipúzcoa) il 28 dic. 1703, entrato nel noviziato di Loyola nel 1724. Dopo aver compiuto gli studi e insegnato pochi anni grammatica e filosofia, rimase ben 31 anni addetto alla casa di Loyola, 19 nel ministero delle sacre missioni nelle province basche, poi,
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quando scemarono le sue forze, in quello degli Esercizi spirituali a Loyola stesso. Nel 1767 fu deportato in Italia con gli altri gesuiti spagnoli d'ordine di Carlo III e m. il 18 ott. 1770 a Castel S. Giovanni presso Bologna.
C. godette gran fama per la santità della vita e gli alti domi di orazione. Già dal tempo degli studi di teologia fu con il suo compagno ed amico, il ven. p. Bernardo de Hoyos, uno dei principali apostoli della devozione al Sacro Cuore di Gesù nella Spagna. Loncib scritti ascetici e libri di devozione in lingua basca (trattato sulla vita cristiana; considerazioni per gli Esercizi spirituali ecc.), elencati nel Sommervogel, II, coll. 729-32, meglio in J. Uriarte-M. Lecina, Bibl. de escritores de la Camp. de Jesús... de España (II, Madrid 1930, pp. 98-108).
BibL.: J. E. Uriarte, Priusspios del Reluado del Carazón de Jesús en España, Madrid 188a; G. González Portado, Ardures de un Serafin. El p. A. de C. en sus intimas comunicaciones principalmente con el Sagrado Carazón de Jesús, 2 voll., ivi 1924; A. Astrain, Historia de la Comp. de Jesús en la asistencia de España, VII, ivi 1925, pp. 76-78, 122-46. Edmondo Lamalle
CÁrDENAS, Bernardin. - Frate minore, vescovo missionario dell'Assunzione (Asuncion) nel Paraguay; n. a Chuquisaca (oggi Sucre in Bolivia). Vesti l'abito francescano a Lima. Disimpegnò successivamente con lode le cariche di lettore, definitore, commissario delegato del s. Concilio argentino, visitatore e predicatore apostolico. Condusse alla fede innumerevoli indiani idolatri, e ridusse sotto lo scettro del re di Spagna le bellicose tribù di Challana, Songo, Chacapa e Simaco. Filippo IV, per rimunerarlo, lo presentò ad Urbano VIII per vescovo del Paraguay il 21 febbr. 1638, e gli furono spedite le bolle relative il 18 ag. 1640 . Il suo episcopato sarebbe trascorso pacifico, se non avesse avanzato dei diritti sul collegio e sulle riduzioni dei Gesuiti, i quali perciò, allegando che la sua consacrazione episcopale era invalida, perché avvenuta prima che giungessero le bolle pontifice, fecero ricorso all'intervento delle autorità governative, dalle quali fu ripetutamente cacciato in esilio. Andò a finire prima a S. Fé, poi a Potosí, riprendendo la vita di missionario e mandando intanto appelli a Roma contro l'accaduto. La penosa questione, d'ambo le parti lungamente dibattuta, non fu mai definitivamente risolta. Nel 1666 venne trasferito alla sede di S. Cruz de la Sierra in Bolivia, dove morì prima del 16 maggio 1672.
BibL.: Marcellino da Civezas, Storia delle missioni francescane, VIII, Roma 1891, pp. 137-33; A. Astrain, Historia de la Comp. de Jesús en la asistencia de España, V, Madrid 1916, pp. 568-624; L. Koch, Jesuiten-Lexikon, Paderborn 1934, coll. 290-300; Streit, Bibl., IV, p. 423 seg.; A. Córdoba, Las Proactazones en el Paraguay, Buenos Aires 1937, pp. 156-67; A. Chiappini, in Annales Minarum, XXVIII, Quaracchi 1941, pp. 652-62; F. de Lejarea, En el p. C., in Archivo ibero-americano, nuova serie, I (1941), pp. 131-42, 229 sg.
Aniceto Chiappini
CARDI, Ludovico: v. CIGOLI.
CARDIEL, José. - Missionario nel Paraguay e geografo, n. a La Guardia (nella Rioja, Spagna) il 13 marzo 1704, m. a Faenza il 6 dic. 1782. Seguì (1722) nella Compagnia di Gesù i suoi fratelli Tommaso e Pietro Antonio. Nel 1729 sbarcò a Buenos Aires essendo già sacerdote; due anni più tardi era applicato alle famose riduzioni guaraniche. Vi ebbe una vita molto piena e abbastanza agitata. Nel 1734-35, fu cappellano delle truppe ausiliari guaraniche contro la rivolta dei «comuneros»; prese parte a vari tentativi di nuove fondazioni. Fece poi due viaggi d'esplorazione delle coste al sud di Buenos Aires, il primo per mare (1745) con il p. José Quiroga, il secondo per terra (1748), ma senza poter passare di molto oltre la
baia Bianca (i diari di questi viaggi sono pubblicati : il primo da Pedro de Angelis, in Colección de obras y documentos relativos a la Historia... del Rio de la Plata. I, Buenos Aires 1836; il secondo da F. Outes e G. Furlong, ivi 1933). Il p. C. ebbe molto da soffrire quando, in conseguenza dell'infausto trattato di confini del 1750 tra Spagna e Portogallo, le truppe di queste nazioni espulsero gli Indiani, che non volevano abbandonare le riduzioni. Nel 1767-68 fu colto dal bando di Carlo III, che espelleva tutti i Gesuiti dai domini spagnoli; deportato in Italia, si stabilì a Faenza, dove si occupò della storia e della geografia del Paraguay fino alla morte.
Uomo d'azione più che di penna, C. scrisse tuttavia vari trattati, specialmente in difesa dei missionari contro le calunnie d'Ibáñez e di altri. Il principale: Declaración de la verdad fu pubblicato dal p. P. Hernández (Buenos Aires 1900); scritti minori sono stampati in appendice alla traduzione della Storia del Paraguay di P. F. S. Charlevoix per il p. Muriel (ed. del p. Hernández, Madrid 1916 e 1918) e nel t. II della Organización social de las Doctrinas guaranias dello stesso Hernández (Barcellona 1913). Più importante è l'opera cartografica del p. C.; è quasi tutta analizzata e riprodotta in G. Furlong Cardiff, Cartografia jesuítica del Rio de la Plata (2 voll., Buenos Aires 1936).
BibL.: J. Cardiel, Diario del vinje y misión al Rio del Sauce (1746), Buenos Aires 1930 (pubblicato da F. F. Outes, con uno studio biografico e letterario del p. G. Furlong); J. Uriarte-M. Lecina, Bibliot. de escritores.... de la antigua asistencia de España, II, Madrid 1930, pp. 114-17. Edmondo Lamalle
CARDIFF, ARCIDIOCESI di. - Nel sud-est del Galles (Inghilterra). Nel medioevo le diocesi di Llandaf e Hereford occupavano quasi lo stesso territorio dell'attuale arcidiocesi, che dal 1623 fece parte del vicariato apostolico dell'ovest. Nel 1840 divenne, con il Galles, un vicariato apostolico, e nel 1850 costituì la diocesi di Newport. Questo il 7 febbr. 1916 mutò nome e divenne arcidiocesi con metropoli Cardiff (al nord del canale di Bristol).
La Cattedrale è dedicata a s. David. Patrona della diocesi l'Immacolata Concezione. Nell'arcidiocesi fioriscono comunità religiose maschili e numerose femminili. Suffraganea è la diocesi di Menevia. Conta 84 parrocchie, 116 sacerdoti diocesani e 61 regolari. I cattolici sono oltre 90.000 su un totale di 1.772 .289 di ab. (1948).
BibL.: F. A. Crow, Newport, in Cath. Enc., XI, p. 18; Anon., s. v. ibid., supplem. I, pp. 153-56; The Catholic Directory, Londra 1948, pp. 134-45. Cesario van Hulst
CARDIM, Antonio Francisco. - Missionario portoghese, n. a Viana do Alemtejo nel 1595 o 1596, m. a Macao il 20 apr. 1659. Entrato nella Compagnia di Gesù a Evora il 24 febbr. 1611, partì per l'Oriente nel 1618. Compiuti gli studi a Goa, si recò a Macao per passare nel Giappone, ma, trovandone la via chiusa, lavorò come missionario nella provincia cinese del Kwantung (1623-25), poi nel Siam. Richiamato a Macao, ebbe la carica di maestro di novizi e, per quattro anni, di rettore del collegio. Nel 1638, fu mandato a Roma come procuratore della provincia giapponese, e tornò poi a Goa nel 1649. Catturato dagli Olandesi, mentre si recava a Macao e ritenuto tre anni prigioniero, mori in questa città.
Pubblicò vari opuscoli agiografici durante il suo soggiorno in Europa : Relazione della gloriosa morte di quattro ambasciatori portoghesi della città di Macao con altri cinquantasette christiani... decapitati tutti per la fede a Nangouqui (Roma 1643; in portoghese e francese: 1643, in latino e fiammingo: 1644); Fasciculus e Iaponiae floribus suo adhuc madentibus sanguine (Roma 1646; in portoghese: 1650); Catalogus regularium qui in Iaponiae Regno...
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in odium fidei violenta morte sublati sunt (Roma 1646) ed altri. Importante è la sua Relatione della provincia del Giappone (Roma 1645; varie edizioni italiane e francesi) che descrive lo stato del cristianesimo, non solo nel Giappone, ma anche nel Tonchino, Siam, Cambogia e nell'isola di Hainan; vi è annessa una carta del Giappone, spesso riprodotta. I lavori e le lotte dei missionari gesuiti nei medesimi paesi (e inoltre nell'Annam) sono raccontati più a lungo in un altro scritto del C., che fu pubblicato solo nel 1894 a Li sbona da Luciano Cordeiro: Satalhas da Companhia de Terns na sua gloriosa provincia do Yapão
BibL.: Sommervogel, II, coll. 738-41; ViII, col. 1992; Streit, Bibl., V, p. 349 e passim.; E. Papinot, Notes sur la carte du p. C., in Revue d'histoire des missions, 9 (1932), pp. 38-45; L. Pfister, Notices biographiques... de l'ancienne mission de Chine, I, Shanghai 1932, pp. 183-84
Edmondo Lamalle
CARDIM, Fernão. - Missionario portoghese, n. a Viana de Alvito (Alentejo) nel 1550, entrato nella Compagnia di Gesù a Evora l'8 febbr. 1567. Nel 1582 fu scelto per accompagnare nel Brasile il visitatore p. Alessandro di Gouvea. La visita, che in sei anni condusse i due padri per tutte le missioni dei Gesuiti lungo la costa da Bahia a S. Paulo, ci è nota da una lunga relazione del C. Rimasto nel Brasile, fu rettore sei anni a Bahia e tre a Rio de Janeiro. Nel 1598 era eletto procuratore a Roma della provincia brasiliana; ma nel ritorno fu catturato dal corsaro Francis Cook, di Dartmouth, e condotto in Inghilterra. Fra le carte di cui fu spogliato, si trovavano due trattati sulla geografia e etnografia brasiliana; essi vennero nelle mani del noto collezionista Samuel Purchas, che li pubblicò nella sua raccolta di viaggi, Hahhythus posthumus, or Purchas his pilgrimes, vol. IV, Londra 1625, pp. 1289-1320, sbagliandosi per altro sulla persona dell'autore. Riscattato e tornato nel Brasile, C. fu successivamente provinciale ( 1604-1609 ), e rettore dei collegi di Rio de Janeiro e Bahia. Nello scompiglio che seguì la presa di Bahia dagli Olandesi ( 9 maggio 1624), dovette sostituire il provinciale, condotto prigioniero ad Amsterdam. Morì presso Bahia il 27 genn. 1625 .
Il p. C. scrisse tre trattati assai preziosi per la conoscenza del Brasile al principio dell'epoca coloniale: Do clima e terra do Brasil, 1^{text {a }} ed. originale nel 1885 per Capistrano de Abreu, e Do principio e origens dos Indios do Brasil, pubblicato nel 1881 dal medesimo storico (altra ed. 1885). Sono essi i due testi stampati in inglese dal Purchas nel 1625 come A treatise of Brazil written by a Portugall which had long lived here. Il terzo, pubblicato da A. Varnbagen nel 1847 sotto il titolo Narrativa epistolar de uma viagem e missão jesuítica 1583-90, e varie volte ristampato, è il diario tenuto dal C. durante la visita del p. de Gouvea. I tre trattati sono stati ristampati insieme da R. Garcia, Tratatos da terra e gente do Brasil (Rio de Janeiro 1925), con introduzione e note pregevoli.
BibL.: Sommervogel, II, col. 741; IX, col. 1992; Streit, Bibl., III, p. 382 (assai deficienti).
Edmondo Lamalle
CARDINALE. - I c. sono i più alti collaboratori e consiglieri del papa nel governo della Chiesa universale.
L'insieme dei c. viene denominato S. Collegio, che spesso è considerato come una specie di senato della Chiesa (cf. can. 230) ed è persona giuridica; ma è da avvertire che i c. non hanno mai, nei confronti del papa, poteri deliberativi, bensì soltanto consultivi, non potendo mai le loro decisioni aver valore contro la volontà sovrana, né nel senso di poter provocare un provvedimento non voluto dal pontefice, né nel senso di poterne impedire uno da lui voluto.
I. - Come gli altri vescovi, il pontefice romano era assistito nel governo della diocesi dal gruppo dei presbiteri (presbyterium) i quali lo coadiuvavano e, quando era necessario, anche lo sostituivano, nel ministero li-
turgico, nella predicazione e nel governo. Ad essi si aggiungevano i sette diaconi, anche loro incaricati di doveri liturgici, ma soprattutto addetti all'amministrazione degli interessi temporali. Per quello che riguardava l'esercizio del suo primato universale o regionale, per lo meno dal sec. III, il papa era assistito dai vescovi radunati in concili, periodici o straordinari secondo le circostanze e la gravità dei casi che si presentavano. Però i sette vescovi, le cui diocesi circondavano tutto intorno la diocesi romana, senza lasciare le loro sedi (suburbicarie), almeno dal sec. v presero a prestare un regolare servizio liturgico ebdomadario nella cattedrale papale, la basilica Lateranense del Redentore; ad essa cioè furono incardinati. E così anche i preti preposti ai 25 idoli (poi 28) costituiti nell'àmbito dell'Urbe, furono incaricati del servizio liturgico ebdomadario nelle basiliche maggiori di S. Maria Maggiore, di S. Pietro, di S. Paolo e di S. Lorenzo, senza lasciare il loro titolo; furono in questo modo incardinati ad esse. Così si Collegio dei sette diaconi furono affidate le sette regioni ecclesiastiche nelle quali già papa Fabiano (m. nel 251) avrebbe divisa la città per quanto riguardava l'esercizio dei loro compiti di assistenza benefica.
Però mentre i sette vescovi suburbicari sono chiamati c. a partire dal sec. viII, soltanto verso la fine del sec. x i preti titolari aggiungono regolarmente al nome del loro titolo anche la qualifica di c. Quando poi nel sec. xI, a cominciare da s. Leone IX, i papi introdussero man mano nel clero di Roma elementi forestieri, e l'opera della riforma ecclesiastica fu condotta innanzi con ogni energia in tutta l'Europa, i c. cominciarono anche ad essere meno legati all'originario compito del servizio liturgico e pastorale nelle chiese di Roma e più ad essere i coadiutori diretti del papa nel governo della Chiesa universale. Da questo momento i sette diaconi detti palatini, ai quali erano stati da poco aggiunti altri 12 detti regionari, perché dodici erano ormai le regioni politico-amministrative dell'Urbe (in realtà essi poi furono in tutto 18 , non 19), furono anch'essi inclusi fra i c.; e cominciarono a portare questo titolo. Fecero anche di più; per rendersi simili in tutto ai loro colleghi presero il titolo di una delle diaconie che nei secc. viI e viII erano state fondate nella città per provvedere alla pubblica assistenza ed erano in qualche modo sotto la loro sorveglianza. Con questo ultimo passo il Collegio cardinalizio assunse l'aspetto che ancora gli rimane; perché nemmeno la riforma poi introdotta da Sisto V ne mutò la costituzione essenziale.
BibL.: Cf. su questo argomento: S. Kuttner, Cardinalis: the history of a canonical concept, in Traditio, studies in ancient and medieval history ecc., 3 (1945), pp. 129-214; M. Andrieu, L'origine du titre de C. dans l'Eglise romaine, in Miscellanea Mercati, V (Studi e Testi, 125), Città del Vaticano 1946, pp. 113-44.
Pio Paschini
II. - Come conseguenza di questo sviluppo storico, anche oggi il S. Collegio è diviso in tre classi, chiamate ordini. Infatti i c., il cui numero complessivo (pieno del S. Collegio) è, fin dal tempo di Sisto V (cost. Postquam, 3 dic. 1586), fissato in non più di settanta (prima di Sisto V non vi era un numero stabilito, e i c. nei tempi antichi furono generalmente in numero minore, tanto da ridursi durante il sec. xIII anche a meno di venti), sono divisi in : c. dell'ordine dei vescovi (sei), che sono i vescovi delle diocesi suburbicarie, e precisamente Albano, Frascati, Palestrina, Porto e S. Rufina, Sabina e Poggio Mirteto, Velletri e Ostia (quest'ultima sempre unita con quella di cui è vescovo il c. decano, cioè il più anziano fra
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Cardinali - Leane X impone il cappello ai nuovi cardinali. Affresco di Giorgio Vasari (sec. xvi) - Firenze, palazzo Vecchio.
i c. vescovi); c. dell'ordine dei preti (cinquanta), titolari di antiche chiese romane (titoli cardinalizi); c. dell'ordine dei diaconi (quattordici), titolari di altre chiese di Roma, cioè diaconie cardinalizie (can. 231). Nel proprio titolo o diaconia il c. ha poteri molto ampi (can. 240, §§ 2-3).
Però, nonostante i nomi dei tre ordini suddetti, attualmente tutti i c. sono almeno preti (can. 232, § 1); i c. dell'ordine dei vescovi, e per lo più anche quelli dell'ordine dei preti, sono vescovi.
III. - La nomina dei c. viene fatta liberamente dal Papa, mediante la pubblicazione dei nomi nel concistoro segreto (v. CONCISTORo) : i requisiti stabiliti nel can. 232, § 2 hanno valore puramente direttivo, pur essendo sempre osservati, salvo casi eccezionali. Talvolta il pontefice annuncia in concistoro la nomina di uno o più c., senza rivelarne il nome, che sarà poi pubblicato in uno dei concistori successivi : tali c. (che si chiamano riservati in pectore) acquistano l'anzianità, agli effetti dell'ordine di precedenza, come se fossero stati nominati nel concistoro in cui furono riservati in pectore, sebbene tutti gli altri effetti della nomina si producano solo dal giorno in cui questa viene pubblicata (can. 233).
All'atto della nomina ciascun c. viene assegnato o all'ordine dei preti o a quello dei diaconi, ricevendo rispettivamente un titolo o una diaconia. Per opzione, fatta nel concistoro segreto e approvata dal sommo pontefice, possono passare da un titolo ad un altro che sia vacante, o da una diaconia ad un'altra vacante; i c. diaconi, dopo dieci anni dalla pubblicazione della nomina, possono anche, per opzione come sopra, passare all'ordine dei preti qualora vi siano posti disponi-
bili. Il passaggio all'ordine dei vescovi avviene sempre per opzione da parte di c. dell'ordine dei preti, secondo l'anzianità (can. 236).
IV. - A capo del S. Collegio vi è il c. decano, primus inter pares, il quale è colui che da maggior tempo è entrato nell'ordine dei vescovi (can. 237); egli ha prerogative varie : ad es., è lui che chiede a chi è eletto pontefice, se voglia o no accettare; e a lui spetta ordinare e consacrare il papa, qualora l'eletto non sia prete o vescovo.
Il più anziano dei c. dell'ordine dei diaconi ha il privilegio di annunziare al popolo la elezione del nuovo Papa, e di incoronarlo.
I beni del S. Collegio sono amministrati dal c. camerlengo del S. Collegio (da non confondersi con il c. camerlengo di S. Romana Chiesa), nominato dal papa in concistoro segreto, tra i c. residenti in Roma. Le funzioni di segretario del S. Collegio sono esercitate dall'assessore della S. Congregazione Concistoriale.
V. - La partecipazione dei c. al governo della Chiesa universale avviene in vari modi (v. anche concistoro).
Molti di essi, residenti a Roma (c. di Curia), fanno parte di una o più delle S. Congregazioni, le quali come una specie di Ministeri hanno, sempre subordinatamente al Papa, la direzione di grandi branche dell'ordinamento e della vita ecclesiastica.
Altri c. sono preposti o fanno parte di organi della S. Sede, diversi dalle S. Congregazioni : quali sono, ad es., il Supremo Tribunale della Segnatura apostolica, la S. Penitenzieria, la Segreteria di Stato, la Cancelleria apostolica, la Camera apostolica e molte Commissioni pontifice. Si può dire che di tutti gli organi
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centrali della Chiesa (cioè quelli che costituiscono la Curia romana) l'unico di cui non faccia parte alcun c. è il Tribunale della S. Romana Rota.
Inoltre al S. Collegio, come tale, è affidato il governo della Chiesa e dello Stato della Città del Vaticano, durante la vacanza della S. Sede, limitatamente però agli affari urgenti o a quelli di ordinaria amministrazione. E sono esclusivamente i c. che dal sec. xi eleggono il sommo pontefice a maggioranza di due terzi più uno, in adunanza segreta, detta conclave (cf. cost. Vacantis Apostolicae, dell' 8 dic. 1945). Per decisione di Urbano VIII (ro giugno 1630 ) spetta ai c. il titolo di Eminenza.
VI. - Però la parte che i c. hanno nel governo della Chiesa universale, non toglie che essi abbiano anche altre attribuzioni. Così quelli dell'ordine dei vescovi, sono anche vescovi della loro diocesi, sebbene, a differenza degli altri vescovi, risiedano per lo più a Roma, e governino la loro diocesi normalmente per mezzo di un vescovo ausiliare o suffraganeo.
Una parte di quelli dell'ordine dei preti sono pure vescovi di qualche diocesi importante; anzi vi sono alcune diocesi il cui vescovo è tradizionalmente insignito della dignità cardinalizia; tali sono, ad es.: Torino, Milano, Venezia, Firenze, Napoli, Palermo; c. fuori d'Italia, Parigi, Westminster, Toledo, Lisbona, Monaco, Colonia, Strigonia, Nuova York. Inoltre uno dei c. preti, il c. vicario, è vicario del papa per il governo della diocesi di Roma. E molti c. hanno l'ufficio di «protettori» di vari Ordini e Congregazioni religiose, specialmente femminili.
VII. - I c. godono di vari privilegi, soprattutto onorifici e liturgici, tra cui il diritto di precedenza su ogni altro dignitario ecclesiastico; e inoltre hanno ampie facoltà relativamente alla Confessione, al conferimento della Cresima e degli Ordini minori, alla concessione di indulgenze, e in varie altre materie (cf. can. 239).
Bibl.: J. B. Sigmúlfer, Zur Geschichte des Kardinalsits, Roma 1893; id., Die Thätigkeit und Stellung der Cardinale bis Papst Bonifaz VIII, Friburgo in Br. 1896; E. Jombart, De pricilegits cardinalium, in Periodica de re morali can. et lit., 23 (1934), p. 144 sgg.; M. Belardo, De iuribus S.R.E. cardinalium in titulis, Città del Vaticano 1939.
Pio Ciprotti
C. vicario. - E il c. insignito di carattere vescovile che rappresenta il papa e fa le sue veci nel governo della diocesi di Roma con giurisdizione ordinaria. Però solo dopo il sec. xir venne determinandosi la figura di questo cooperatore e sostituto del pontefice. A c. vicario vennero deputati talora i vescovi suburbicari, talora abati, talora vescovi ed anche c. Tuttavia soltanto Paolo IV nel 1558 stabili che l'ufficio di c. vicario spettasse vita durante soltanto ad uno dei c.
Le mansioni del c. vicario sono quelle stessedi un vescovo nella sua diocesi. Salvo la più stretta ed immediata soggezione al sommo pontefice ed il rispetto alle frequenti esenzioni vigenti in Roma più che in altri luoghi (chiese titolari, giurisdizioni pontificie ecc.) egli gode della pienezza del libero esercizio della podestà di ordine; è giudice ordinario di Roma e suo distretto, non cessa dal suo ufficio durante la vacanza della S. Sede Apostolica.
Suo organo di Curia è il vicariato che dalla costituzione apostolica Etsi nos di Pio X del 1^{°} genn. 1912 è diviso in quattro uffici : il primo per il culto divino e per la visita apostolica, il secondo per la disciplina del clero e del popolo cristiano, il terzo per gli atti giudiziari, il quarto per l'amministrazione dei beni: a capo del primo e secondo ufficio stanno due segretari, il primo dei quali è segretario generale del vicariato, il secondo deputato agli istituti religiosi ed alle scuole :
a capo dell'ufficio terzo (atti giudiziali) sta l'ufficiale il quale attualmente (dopo il motu proprio Qua cura dell'8 dic. 1938) è anche capo del Tribunale regionale per le cause di nullità di matrimonio e quindi tratta in prima istanza le cause di tutto il Lazio ed in appello quelle delle regioni campana e sarda: infine l'amministrazione è retta da un economo. Recentemente con la costituzione apostolica In Lateranensi Pacto, 20 maggio 1929, è stata sottratta alla giurisdizione del vicariato la Città del Vaticano. Il c. vicario è per necessità di cose quasi sempre anche presidente della «Pontificia opera per la preservazione della fede» e per la provvista delle nuove chiese in Roma, istituita da Pio XI col motu proprio In allocutione del 5 ag. 1930: è anche gran cancelliere del Pontificio ateneo lateranense, presidente della Commissione pontificia di archeologia sacra ecc. Come c. vicario ha udienza dal papa due volte al mese. Ha sotto di sé, con giurisdizione ordinaria vicaria, mons. vice-gorente.
Vittorio Bartocenti
CARDONA, Caterina di. - Mistica di nobile prosapia catalana, imparentata con la famiglia reale di Aragona, figlia naturale di don Ramón de Cardona, n. a Barcellona (non a Napoli, come dicono comunemente gli autori) nel 1519, m. a La Roda l'11 maggio 1577. Ancora molto giovane andò col padre a Napoli, dove fu educata dalle Cappuccine. Morto poi il cavaliere con cui si era sposata, si ritirò nuovamente nel convento delle Cappuccine, vivendo con molta austerità. Con la principessa di Salerno venne (1557) alla corte del re Filippo II a Valladolid, dove le fu affidata l'educazione dei principi don Carlos e don Juan d'Austria. Fu molto stimata per la nobiltà della nascita, ma più per le sue virtù. Fuggì, travestita da eremitaro, dalla corte reale, nel 1562 , e si ritirò nella solitudine di La Roda (prov. Albacete), ove si cibava di erbe silvestri e radici crude, menando una vita austerissima, dedita interamente all'orazione e contemplazione. Fondato poi, dietro sue istanze, vicino alla grotta sua, un convento di Carmelitani scalzi (1572), continuò a vivere solitaria, vestita da frate carmelitano, e diretta dai Carmelitani nella vita spirituale. Vi morì in concetto di santità, molto stimata anche da s. Teresa, che fu con lei in corrispondenza epistolare.
Bibl.: Silverio de S. Teresa, Hist. del Carmen Desc. en España, III, Burgos 1936, p. 504; S. Teresa, Fundaciones, cap. 28; J.-M. de l'Enfero-Jésus, v. v. in DSp. II, coll. 135-36.
Ambrogio di Santa Teresa
CARDOSO, Jorge. - Sacerdote e agiografo portoghese, n. a Lisbona il 31 dic. 1606 , m. il 3 ott. 1669.
Discepolo del p. Francisco de Macedo, ci ha lasciato l'Agiológico lusitano, compilato in base a lunghe indagini negli archivi della penisola e nel quale son trattate la storia e la geografia del Portogallo, le sue conquiste e l'evangelizzazione delle regioni sottomesse, e che, nell'intenzione dell'autore, doveva anche comprendere tradizioni e leggende locali. L'elenco dei santi portoghesi è distribuito nel primo quadrimestre dell'anno, e ad ognuno di essi son dedicati un commento erudito e note. Altre sue opere, di cui non poche manoscritte, sono L'Officio menor dos santos de Portugal (1829), La relapsó da fundapsó do convento da Madre de Deus, ecc.
Bibl.: M. Barbosa Machado, Bibliotheca lusitana, Lisbona 1694, pp. 60-67; C. de Figamètre, Bibliographie portuensas. Catálogo dos autores, Parigi 1849, p. 129. Jole Scudieri Ruggieri
CARDUCCI, GIOSUÉ. - Poeta, n. a Val di Castello (Pietrasanta) il 28 luglio 1835 , m. a Bologna il 16 febbr. 1907. Passò l'infanzia in Versilia, l'adolescenza nella Maremma toscana, tra Bolgheri e Castagneto: e all'una e all'altra pensò poi sempre con nostalgia
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(d. Prose di G. C.. 20 ed., Bologna B86)
Carducci, Giamaè - Fotografia eseguita in Livizzano, il 28 sett. 1004, da Casalioni di Cesena.
accorata. Studio nelle scuole degli Scolopi a Firenze e nella Scuola normale superiore di Pisa. Capeggio nel ' 56 la brigatella degli Amici pedanti, combattendo a oltranza il romanticismo degenerato, fedele fin da allora a un programma che più tardi ( 1891 ) formulò cosi : "In politica, l'Italia su tutto; in estetica, la poesia classica su tutto; in pratica, la schiettezza e la forza su tutto». Nell'autunno di quell'anno, fu chiamato a insegnar rettorica nel ginnasio di S. Miniato al Tedesco, ove pubblicò il suo primo volume di Rime, che meritò le lodi del Guerrazzi e del Mamiani. Stabilitosi nel ' 57 a Firenze, conobbe l'editore Gaspero Barbèra, che gli affido le sorti della «Collezione Diamante» di classici italiani.
Insegnava da pochi mesi nel liceo di Pistoia, quando, nell'ag. del ' 80 , il ministro Terenzio Mamiani gli offrì la cattedra di letteratura italiana nell'Università di Bologna.
Il C. s'immerse più che mai negli studi filologici. La prima opera che gli die' fama d'insigne studioso fu l'edizione delle opere volgari del Poliziano (1863). Ma non si ravvolse tutto «nel lenzuolo funerario della erudizione». Nel ' 83 , dopo la lettura del Michelet, del Proudhon, del Quinet, volle inneggiare al Progresso, in opposizione all'« oscurantismo cattolico», in quell'Inno a Satana, ch'egli stesso più tardi definì «chitarronata».
Gettatosi nel «turbine democratico», espresse impetuosamente nei Giambi ed epodi le ansie, le insofferenze e le ire del cosiddetto "partito d'azione». Passò quasi inosservato il volume Levia gravia (Pistoia 1868); né ebbe molta fortuna il volume di tutte le sue Poesie, pubblicato
dal Barbèra nel ' 71 . Nei due anni successivi, il C. compose nuovi giambi e nuove poesie, di quelle che sarebbero poi entrate nella raccolta delle Rime nuove, e anche alcune traduzioni dal Goethe, dal Platón, dal Heine, facendo ammenda dell'antico disprezzo per le letterature straniere. Dopo la pubblicazione delle Nuove poesie (Imola 1873), scrisse C. Hillebrand che "l'Europa, morto Heine, non aveva veduto levarsi poeta uguale al C.». Ai suoi critici italiani egli rispose con la prosa Critica e arte, che fece poi parte dei Bozzetti critici e letterari (Livorno 1876), primo suo volume di critica militante. La 2^{text {a }} edizione delle Nuove poesie fu pubblicata a Bologna nel ' 75 da Nicola Zanichelli, che divenne da allora il suo editore. Le Odi barbare (1877) sollevarono una gran tempesta. Ma si badava più alla novità delle forme metriche che alla novità dell'ispirazione. Anche qui vide bene un critico tedesco, C. Thaler: "... la serenità classica spira da ogni strofa che scrive il C. .
Andato a Perugia per ragioni d'ufficio, nel luglio e nell'ott. di quell'anno, ammaliato dal paesaggio francescano, scrisse il sonetto S. Maria degli Angeli e il Canto dell'amore, in cui vagheggia una curiosa e giacobina conciliazione col papato. Più significativa l'invocazione alla pace e la preghiera a s. Francesco, che nasce improvvisa in una lettera a Lidia (Perugia, 23 luglio 1877) : cf. Lettere, XI, Bologna 1947, pp. 153-55.
11 Da quando, nel nov. del ' 78 , la visita dei nuovi sovrani a Bologna, { }⁸ gl'ispirò l'ode Alla Regina d'Italia, il C. venne gradatamente accostandosi alla monarchia. Notevole la sua partecipazione alla vita letteraria e giornalistica romana: specialmente la collaborazione alla Cronaca bizantina (1881-84) di A. Sommaruga, che si fece editore di più opere di lui, a cominciare dalle tre serie di Confessioni e battaglie. La casa Zanichelli, che nell' '82 aveva pubblicato i Giambi ed epodi, pubblicò nell' ' 87 le Rime muove, e nell' ' 89 il I vol. delle Opere, che il C. ebbe la fortuna di poter curare da sé in gran parte (sino al vol. XVI). Nel 1890 fu eletto senatore. L'ultima raccolta poetica, Rime e ritmi, è del 1899 : ma in prosa continuò a scrivere almeno fino al 1904, quando pubblicò lo studio su la canzone di Dante Tre donne. Nel 1904, una infermità costrinse il C. a chiedere di esser messo a riposo. Il ministro V. E. Orlando fece approvare dal Parlamento una legge con la quale lo Stata tributava alla vecchiezza del C. (come già nel ' 59 a quella del Manzoni) un'annuò pensione di 12.000 lire. Riconoscimento europeo della sua poesia fu il premio Nobel del 1926 : ma era un «titulus tumuli». La Regina madre, che nel 1902 aveva acquistata, lasciandogliene l'uso, la biblioteca di lui, acquistò nel 1906 anche la modesta casa del C., donandola con la biblioteca a Bologna, che ne sarebbe entrata in possesso, trasformandola in museo, alla morte di lui. E dinanzi alla casa del C., oggi museo Carducciano, fu inaugurato nel 1928 un monumento, opera di Leonardo Bistolfi.
Il C. raccolse nel 1901 in un unico volume tutte le sue Poesie (cioè: Iuvenilia, 1850-60; Levia gravia, 1861-71; Giambi ed epodi, 1867-79; Rime muove, 18711887; Odi barbare, 1871-81; Rime e ritmi, 1887-95, e la Canzone di Legnano, 1876); e nel 1905 in un unico volume raccolse le sue Prose scelte.
Poesia di scuola, quella di Iuvenilia: il giovine poeta, classicista di forme, ma già classico di spiriti, riprendeva il filo della tradizione letteraria nazionale, che il secondo romanticismo aveva spezzato. I Levia gravia, sebbene non vi manchino poesie degne di nota, non sembrano un momento essenziale dello svolgimento lirico caducciano. Nei Giambi ed epodi il C. torna alla satira lirica di cui sono esempio i giambi d'Archiloco e gli epodi d'Orazio, ma ha presenti anche esempi stranieri (A. Barbier, V. Hugo, E. Heine). Vero è che la passione politica spesso vi prorompe in violenti sarcasmi e invettive, e che alcuni di questi giambi, azione più che arte, hanno soprattutto un valore documentario, come quelli contro la Roma papale e Pio IX: per Eduardo Corazzini; per Giuseppe Monti e Giattano Tagnetti.
Un C. nuovo è nelle Rime nuove : all'« antico ardore» è successa una «nuova pace»; e non soltanto la pace nel cuore del C., ma la pace estetica, un'arte che domina il tumulto della passione. Sftrabilmente varia è questa rac-
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colta: i sonetti del 1. I e le ballate e i rispetti del II sono un ritorno alle fresche espressioni liriche dei primi secoli della nostra letteratura; il 1. III, con le Primusere elleniche, è un intermezzo classico in forme neoclassiche, preludente alle Odi barbare; il 1. IV contiene capolavori di poesia intima, come l'Idillio maremmano e D a vanti a San Guido; il V e il VI, capolavori di poesia storica, come Faida di comune e Ça ira; il VII, traduzioni, belle come belle poesie originali, di poeti tedeschi e d'antiche romanze spagnole e francesi. Nelle Rime nuove prevalgono due aspirazioni : la poesia della storia e la poesia degli affetti forti insieme e soavi.
La stessa duplicità d'ispirazione si trova nelle tre serie di Odi barbare, se anche qualche rara volta il C. indulga all'amore dell'arte per l'arte e si riposi in "lavori di cesello" (donde la leggenda d'un C. alessandrino e parnassiano). Da una parte, le odi eroiche, quali le romane, quelle della Nemesi storica e quelle del Risorgimento; dall'altra, odi intime, che cantano visioni di paesi italiani, cantano l'amore, gli affetti familiari, l'amicizia, le ricordanze, la morte e il mistero. Le chiamb barbare per uno scrupolo di classicista ("perché tali sonerebbero agli orecchi e al giudizio dei Greci e dei Romani, sebbene volute comporre nelle forme metriche della loro lirica, e perché tali soneranno purtroppo a moltissimi italiani, sebbene composte e armonizzate di versi e di accenti italiani "), ma sono quel che di più classico abbia la moderna lirica. Finalmente Rime e ritmi si ricongiungono, per le rime, alle Rime nuove e, per i ritmi, alle Odi barbare. E in questa raccolta l'ede La chiesa di Palenta (1897), una resipiscenza storica (cf. Alle fonti del Clitunno) sulla missione civile e religiosa della Chiesa nel Medioevo.
Il C. fu non men grande prosatore che poeta. Un po' agghindato nei primi scritti, paragonabili alla poesia classicheggiante dei Juvenilia, seppe poi congiungere e contemperare uso vivo e tradizione letteraria. La sua prosa autobiografica ed epistolare fa pensare a quella notabile parte della sua produzione poetica che si può chiamare "poesia delle confessioni». L'autore dei Giambi ed epodi rivive nelle sue polemiche politiche e letterarie. Si sente l'afflato delle grandi odi civili del C. nelle grandi orazioni, tra le quali quella per «La libertà perpetua di S. Marino» del 1894, in cui si fa anche cenno alla presenza di Dio nella storia.
Nella storiografia civile impresse orme sicure; più

(da Prose di G. C., 74 ed., Bologna 1985)
Carducci. GiomiB - Manoscritto autografo di un brano delle Note per lezioni sul Rinascimento.
profonde nella filologia italiana, nella storia e nella critica letteraria. Non c'è periodo, genere, scrittore notevole della nostra letteratura, ch'egli non abbia scrutato e valutato. La critica del C. consiste in ricostruzioni storico-psicologiche, per le quali può essere considerato il Sainte-Beuve italiano, e in analisi, soprattutto stilistiche, veramente incomparabili, delle opere letterarie.
Nella lettera del 23 dic. 1905, due anni prima della morte, alla contessa Silvia Pasolini il C. cosi definiva il suo pensiero sulla religione: "Voglio fare le mie confessioni: cioè vo' dire cose che, dopo morto, tolgano ogni dubbio del come io pensassi e credessi. Cominciamo dal principio: da Dio, o da chi è tenuto Dio. Poco più che ragazzo, cominciai un inno a Cristo cosi - Io non so chi tu sia, né per che modo - Venuto se' quaggiù....", applicando a Cristo i versi che Dante poneva in bocca ad Ugolino. Uomo fatto, rincarsi con parole mie proprie quel che avevo accennato di sbocco, segnatamente nella Chiesa gotica: - O inaccessibile re degli spiriti, - tuoi templi il sole escludono; - cruciato martire, tu cruci gli uomini, - tu di tristizia l'aer contamini....", e nelle Fonti del Clitunno : .... - un Galileo di rosse chiome il Campidoglio ascese, - gittolle in braccio una sua croce, e disse: - Portala, e servi ". - E certo son cose forti e indimenticabili. Confesso che mi lasciai trasportare dal principio romano, in me ardentissima; e fu troppo. Ma quasi al tempo stesso soavi cose pensai e scrissi di Cristo: "Oh, allor che del Giordano e i freschi riri traea le turbe una gentil virtù....". Resta che ogni qual volta fui tratto a declamare contro Cristo, fu per odio contro i preti; ogni qual volta che di Cristo pensai libero e sciolto, fu mio sentimento intimo. Ciò non vuol dire che io rinneghi quel che ho fatto: quel che scrissi, scrissi : e la divinità di Cristo non ammetto. Ma certo alcune espressioni sono troppo; ed io, senza adorare la divinità di Cristo, mi inchino al Gran Martire umano. Questo voglio che si sappia, e lo scrivo a Voi, perché capace di dirlo apertamente. Giosuè Carducci «. E postscriptum: "Pensieri della vigilia di Natale, che ho sempre avuto, e tenerne conto. G. C." (A. Messeri, Da un carteggio inedito di G. C., Bologna 1907).
Bial.: Opere di G. C., ed. nazionale, 30 voll., Bologna 1935-40 (ricca di scritti inediti); Lettere di G. C., ivi 1944 sgg. (di questa raccolta, prevista in 20 voll., è uscito ora, 1948, il vol. XII). Biografia e opere complesse: G. Chiarini, Memorie della vita di G. C., Firenze 1903, 3^{°} ed. 1912; G. Fumagalli e F. Salveraglio, Albo carducciano: iconografia d. vita e d. opere di G. C., Bologna 1909; A. Jcanroy, G. C., l'homme et le poète, Parigi 1911; G. Pupini, L'uomo C., Bologna 1918; A. Gallotti, L'opera di G. C.: il poeta, il critico, il mantra, 2 voll., ivi 1929; P. Bargellini, G. C., Brescia 1934, 4^{°} ed., 1942; N. Butetto, G. C. nel suo tempo e nella sua poesia, Milano 1935; G. Natali, I giorni e le opere di G. C., Roma 1935; M. Saponara, C., Milano 1940. Critica: F. Torraca, G. C. commemorato, Napoli 1927; F. D'Ovidio,