ervento almeno indiretto, della Chiesa. Per la difesa dei diritti dei poveri furono costituiti i procuratores pauperam, e, cosa più importante, i vescovi furono costituiti difensori d'ufficio, delle cui proteste i giudici erano tenuti a tener conto (cf. S. Mochi Onory, Vescovi e città, Bologna 1933, pp. 25 sgg., 55 sgg.).
Fu pure di grande valore il diritto d'asilo, da Costantino in poi riconosciuto dallo Stato ed esteso agli stabili delle chiese.
Prova aperta in favore dell'enorme influsso esercitato dalla c. nella vita sociale del tempo, si ha in una dichiarazione dell'imperatore Giuliano l'Apostata del 362 al gran sacerdote Arsacio: "Perché non volgiame i nostri sguardi sulle istituzioni alle quali l'empia religione dei cristiani deve il suo accrescimento, sulle sue cure verso gli stranieri?... Fate dunque costruire in ogni città molti xenodochi. Io ho dato ordine di distribuire in tutta la Galazia 300 moggia di grano e 60 mila sestari di vino. Un quinto sarà di pertinenza dei sacerdoti... e il resto sarà per gli stranieri e i mendicanti. E una vergogna per noi, che tra i Giudei nessuno mendica, e che gli empi Galilei nutriscono non solo i loro poveri, ma anche i nostri..." (Sozomeno, Hist. eccl., V, 16). Dunque verso la metà del sec. iv gli xenodochi dovevano avere una particolare importanza nella vita sociale, se Giuliano vi richiama l'attenzione di un gran sacerdote pagano.
Ma questi si svilupparono ancora meglio nei decenni posteriori, e oggi ancora si ricordano la già citata Basileide, ospedale e ospizio ad un tempo, fondata da s. Basilio con enormi difficoltà a Cesarea (cf. Epist., 94: PG 32, 485; cf. pure l'orazione funebre di s. Basilio pronunziata da Gregorio Nazianzeno: PG 36, 578-79); l'ospizio dei poveri ad Ostia di Pammachio, e l'ospedale di Roma fondato da Fabiola, magnificati da s. Girolamo (Epist., 77, ad Oceanum, 6: PL 22, 694); quello di Autun, fondato da Childeberto; l'ospizio per i vecchi di Roma, fondato da Pelagio II (577) e del Sinai, eretto da Isaurus (s. Gregorio, Registrum epist., XI, 6, in MGH, Epistulae, II, p. 261). Tutti questi ospizi erano considerati come beni di Chiesa, con esistenza propria riconosciuta dalla legge, la cui amministrazione e fondazione era anch'essa nelle mani dei vescovi (Cod. Iustin., I, tit. II, 19; tit. III, 35, 49; titt. VIII e XLIV, 36, 3), caratteristica questa del movimento caritativo del sec. Iv all'viri. La loro importanza doveva essere decisiva specialmente nel medioevo.
Queste manifestazioni in grande della beneficenza pubblica non esaurivano l'esercizio della c. privata, di cui
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documenti eloquenti si trovano nelle iscrizioni cemeteriali. La c. fu tenuta in onore tra i rappresentanti dell'alta nobiltà antica, e Ammiano Marcellino sottolinea quella del console Lampadio, che nel 367 festeggiava la sua entrata in carica con larghe elargizioni in favore dei poveri (Ammiano Marcellino, XXVII, 3,5). Ai poveri parimenti elargiva le sue entrate annuali il prefetto di Costantinopoli Nebridio, lodato per questo da s. Girolamo (cf. Ep., 85). Dopo la morte di lui, la moglie Olimpia dedicava esclusivamente la sua vita alla beneficenza. S. Giovanni Crisostomo ricevette da essa parecchio per il suo apostolato tra i poveri.
Ospitare forestieri, curare ammalati abbandonati e poveri vergognosi era un ministero volentieri praticato dalle famiglie nobili, e finanche dalla stessa famiglia imperiale (cf. Eusebio, Vita Constantini, I, 43; II, 13; III, 44; IV, 2). Placilla, moglie di Teodosio il Grande, curava personalmente mutilati e deboli, visitava i tuguri dei poveri, fondava monasteri e xenodochi, e alla morte lasciava ai poveri le sue sostanze (cf. Teodoreto, Hist. eccl., V, 18). S. Girolamo notava lo spirito di sacrificio delle nobili romane, cresciute in clima di grande agiatezza e in particolare l'esempio del senatore Pammachio e della moglie Paolina, morta nel 296. "Le pietre preziose che un tempo ornavano il suo collo servirono poi ora a sfamare i poveri» (Ep., 66: PL 22, 641). "Se i tuoi senatori [o Roma] sotterve Paolino da Nola (Ep., 13, ad Pamm., 15: PL 61, 216) - non dànno altri spettacoli che questi della beneficenza e della c., allora puoi essere lieta di andare immune [dai colpi da cui sei minacciata]». Del resto anche Paolino, già vescovo del 409, aveva edificato, annessa al suo episcopio, una serie di cellae hospitales (Ep., 29, ad Severum: PL 61, 329) e distribuiva poco alla volta, ut facilios pauperes oleret, le sue sostanze (cf. Vita: PL 61, 31 sgg.).
Delle benemerenze di Paolina, figlia di Paola, s. Girolamo dice che nessun povero moriva, che non avesse vestito con i suoi abiti, nessun malato che non fosse curato a sue spese (cf. Ep., 108). Particolarmente caldo il tono con cui lo stesso ricorda un rampollo dei Fabi : Fabiola (m. nel 400; Ep., 77: PL 22, 690) che, dopo aver fondato un ospedale, volle lei stessa servire i poveri. Più eloquente ancora l'esempio dato da congiunti di Paolino da Nola, Melania, e lo sposo Piniano, che si privarono della loro immensa fortuna, valutata con moneta d'anteguerra sopra 100 milioni di franchi, per sovvenire alle necessità dei poveri. Paolino da Nola chiamò la prima cristiana virile (Ep., 29: CSEL, XXIX, 251; a proposito cf. M. Rampolla, S. Melania Giuniare, Roma 1905).
4. Gli antichi Papi e la c. - In Roma l'esercizio della c. mantenne sempre un primato grazie alla attività vigile dei Papi, i quali, quanto più crebbe il "patrimonium Petri», tanto più allargarono le loro sollecitudini verso le chiese perseguitate, sino a raggiungere sotto Gregorio Magno un apice, che ha lasciato nella storia una scia mai dimenticata. Come funzionasse nell'insieme l'assistenza caritativa ce lo dice Eusebio, il quale, riferendosi ai tempi di papa Cornelio ( 250 cs.), accenna a 150 membri del clero e ai 1500 poveri, oggetto delle cure della Chiesa di Roma (Hist. eccl., VI, 43, 11). Degno di nota ancora quanto scrive Dionigi di Corinto, verso il 170, alla comunità di Roma (Hist. eccl., IV, 23).
I romani rimasero fedeli a queste tradizioni anche nei tempi posteriori, specialmente dopo la conquista della libertà, che consentiva alla Chiesa di prendere nelle sue mani, con l'intero sistema delle elargizioni statali in favore dei non abbienti, la cura ufficiale di questi. Così le piazze e i portici dell'antica frumentatio divennero lunghi designati per la distribuzione delle elemosine del Pontefice (cf. H. Grisar, Roma alla fine del mondo antico, I, 2ᵃ ed., Roma 1930, p. 344 sg.). Il Papa, come padre dei poveri, ci viene incontro nella persona di Leone Magno e di papa Gelasio. Di Simmaco il Lib. Pont., I, p. 263 registra
la fondazione di 3 case per i poveri; Pelagio I si preoccupava perché il patrimonio della Chiesa fosse sempre in condizioni di soccorrere i bisognosi (cf. Jaffe-Wattenbach, 684, 685), mentre il suo successore trasformava la propria casa in un ricovero di mendicità (Lib. Pont., I, p. 306).
In questi tempi il patrimonio della Chiesa aveva raggiunto una grande estensione. Una ordinata amministrazione fu intrapresa da Gregorio Magno, le cui lettere forniscono importanti particolari in proposito. In esse tema abituale è che il patrimonio deve servire per i poveri (utilitates pauperum). La parola pauperes ricorre continuamente nel registro gregoriano, il quale non solo esortò gli altri, ma fu lui stesso il primo a dare l'esempio di una virtù raramente praticata in quel grado in cui egli la visse.
II. Nel medioevo. - Dopo il pontificato di s. Gregorio I il primo grande evento importante per la storia della c. fu la crisi incontrata sotto gli ultimi merovingi in Francia. La situazione si fece particolarmente grave sotto Carlo Martello, il quale, per accaparrarsi vassalli, costrinse le chiese a cedere i loro beni che venivano costituiti in benefici laicali e perciò dilapidati.
Seguendo l'esempio del sovrano, i vassalli trafficarono i beni ecclesiastici, senza più curarsi del vescovo che ne era il depositario. Con l'impoverimento delle chiese e la generale demoralizzazione del clero che ne segui, i poveri furono dimenticati e le istituzioni di c. dell'età precedente in parte scomparvero, in parte vennero applicate ad altri usi. I monasteri, che nel primo periodo della dominazione merovingica avevano assolto bene il loro compito, alla lunga soffrirono del disordine generale provocato dalla secolarizzazione.
Uno dei compiti dell'apostolo della Germania s. Bonifacio fu appunto quello di apportare in questo campo dei miglioramenti; riusci infatti ad ottenere il riconoscimento dell'alta proprietà della Chiesa e a riservare ad essa un censo annuo da coloro che detenevano quei beni (Sinodo di Lestinnes del 745). Tuttavia, dopo il ritiro di Carlomanno, l'opera dei concili della metà del sec. viIi fu resa vana; Pipino rimasto solo modificava la sua linea di condotta e i beni ecclesiastici furono nuovamente secolarizzati, Siffatta politica fu pure seguita da Carlomagno suo successore, che credeva poter disporre dei beni dalla Chiesa in tutta libertà. Questi però seppe infrenare gli abusi, e con saggia legislazione, lungi dal lederla, permise all'opera della Chiesa in favore dei deboli e diseredati di espandersi sempre più, dando esempio di un'attività sociale non mai vista sino allora. In pratica mostrò di non prendere alla leggera quanto aveva promesso in un capitolare, di essere cioè il protettore e rifugio dei deboli (cf. MGH, Capitularia Regum Franc., I, 93)
Per quanto le vicissitudini economiche avessero ristretto notevolmente le possibilità d'intervento della Chiesa in favore dei poveri, tuttavia essa seppe continuare e spesso in maniera ammirabile quest'opera da Carlomagno incoraggiata.
L'esercitava non solo negli antichi zenodochi e ospizi che si erano conservati indenni nelle antiche città italiane e nelle sedi episcopali della Francia occidentale, ma soprattutto tenendo conto dei costumi della campagna. Chiese e monasteri distribuivano soccorsi ai poveri nella misura delle loro possibilità materiali; cosi il monastero di S. Riquier dava ogni giorno elemosine a 300 poveri e 150 vedove. Le grandi abbazie avevano generalmente un rifugio per gli stranieri e spesso anche un ospedale. Qua e
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là si trovavano dispersi anche lebbrosari situati in luoghi appartati : l'abbazia di S. Gallo, ad es., ne aveva uno. Né mancavano rifugi nei luoghi di difficile accesso, come quello della chiesa di Coira sul Septimar. Simili opere nel campo sociale Carlomagno le seguiva da vicino e sono numerose le sue ordinanze intese a promuoverle, ovvero a suggerire misure di prudenza o a correggere abusi.
Il capitolare di Nimega dell'So6 contiene decisioni importanti contro l'accattonaggio e fissa i doveri dei signori verso i poveri del loro dominio. A coloro poi che per le precedenti secolarizzazioni avevano ereditato xenonodochi, ordinava di mantenerli e amministrarli secondo le intenzioni dei loro fondatori (cf. Capir. 46, 9 in MGH, Capir. Reg. Franc., I, 132). In maniera anidoga si esprimono i numerosi sinodi del tempo: quello di Reisbach (Soo) insiste sulla elemosina ai poveri quattro volte all'anno, elemosina pubblica, dalla quale deve essere eliminato ogni pensiero di vana gloria (can. 4); le decime debbono essere divise in quattro parti di cui una destinata ai poveri (can. 13); le vedove, i ciechi, gli orfani e i paralitici debbono essere soccorsi, secondo la volontà espressa del re (MGH, Concilia Karolini Aeci, can. 14). Le stesse prescrizioni in quello di Aquisgrana (801-802: capp. 7 e 27). Il Concilio di Magonza del giugno 813 fa obbligo alla Chiesa (cap. 6) di prestare il suo appoggio agli orfani spogliati della loro eredità per ricuperarla, mentre quello di Châlons dello stesso anno proibisce agli ecclesiastici di capitolizzare l'eccedente dei prodotti di sfruttamento della terra, per destinarlo ai poveri in tempo di carestia (cap. 8). Allo scopo ancora di difendere i poveri contro l'usura, la Chiesa rinnova le prescrizioni dei concili della Gallia del sec. vi, che proibiscono agli ecclesiastici di far prestiti ad interesse (per i testi dei canoni di questi concili cf. MGH, Concilia Karolini Aeci, vall. I e II). La lista si potrebbe allungare per il periodo susseguente alla morte di Carlomagno. Basta accennare solo alle grandi diete sinodali di Aquisgrana (817) sotto Ludovico il Pio, che diedero una forte spinta alla cura ecclesiastica dei poveri. Ogni vescovo doveva fare erigere un ospedale per i poveri e forestieri e, a sue spese, provvederlo del necessario. Alla direzione dell'ospedale doveva essere posto un canonico regolare degno di quel posto. Agli ecclesiastici poi era fatto obbligo di dare la decima delle loro entrate per il mantenimento dell'ospedale e di lavare i piedi ai poveri durante la Quaresima negli ospedali (op. cit., 1, 1, p. 416).
Grande impulso all'attività caritativa fu dato dalla dottrina penitenziale. La Chiesa non fece denaro con i peccati dei fedeli, ma consentì a supplire le pene canoniche dovute per certe colpe gravi con la preghiera, l'elemosina, e la cessione totale o parziale, in favore dei poveri, dei beni dei colpevoli.
Simili esempi pubblici erano altamente moralizzatori e in armonia con la dottrina del cristianesimo primitivo (I Pt. 4, 8).
L'insegnamento della c. durante questo periodo si connette in sostanza con quello dei Padri della Chiesa, spesso citato a parola. Tra gli altri basti menzionare Aimone di Halberstadt, Rabano Mauro, Raterio di Verona. La dottrina che tutto il superfluo deve essere impiegato a beneficio dei poveri fu insegnaata da uomini rappresentativi del tempo, come s. Beda e Alcuino. Vescovi e dottori cristiani del tempo spesso insistono e ricordano ai principi, re e magnati del mondo che ogni potere viene da Dio e che i loro soggetti sono fratelli in Cristo.
Dopo Carlomagno le organizzazioni caritative decadono; feudalesimo, prepotenza, stato quasi continuo di guerra, mancanza di scrupoli e prevalenza della forza sul diritto demoralizzano l'ordine civile come l'ecclesiastico. La situazione generale dell'Europa nel secc. ix e x peggiora: oppressa a nord dalle invasioni dei Normanni che mettono a ferro e fuoco le regioni da essi invase, a sud dai Saraceni, ad est dai Magiari, che si spingono nella valle del Danubio. Altre lotte ne accrescono le ravine in Inghilterra (invasione danese), in Germania (rivalità tra i successori di Carlo-
magno), in Spagna (invasione dei Mori e competizioni dei regni iberici). La mancanza di forte potere centrale provoca assenza di ordine e abitudine di crudeltà. Specialmente la piccola feudalità è dura a contatto con il popolo. Benché i capi spirituali del popolo in questo marasma siano diventati mondani, ignoranti e avari; benché gli ecclesiastici come i nobili sfruttino spesso i loro dipendenti trascurando i poveri, tuttavia la Chiesa non resta insensibile e la sua volontà di porre termine alle sofferenze degli umili trova eco nei lamenti dei concili ripetuti sino al sec. xI.
Sforzi continui sono fatti in favore della pace, spesso anche accompagnati da minacce di pene severe contro gli oppressori. Dalla fine del sec. x i concili si sforzano di mettere al riparo dalle violenze i chierici, gli artigiani, 1 loro strumenti di lavoro, le donne, i mercanti, i viaggiatori, gli edifici sacri, il bestiame. Le tregue obbligatorie volute dalla Chiesa non furono misure inefficaci per la società di allora, alla quale più tardi doveva dare un ulteriore contributo la predicazione francescana, tendente a cambiare in vantaggio dei piccoli l'ordine sociale esistente.
Al disordine sociale bisogna aggiungere, per farci una idea delle difficoltà incontrate dalla c. cristiana nel medioevo, le carestie e le epidemie. L'agricoltura ancora primitiva, le devastazioni frequenti, la mancanza di sicurezza e la difficoltà dei trasporti spiegano le terribili carestie alle quali spesso andò soggetto quell'epoca. Con la fame, le epidemie, favorite nel loro diffondersi dalle paludi, dalle vie strette, da abitazioni malsane, da inumazioni antigieniche nelle città. Le malattie, che le cronache medievali designavano sotto il nome generico di peste, dominano incontrastate dal sec. x in poi, specialmente le città marittime, che hanno commercio regolare con l'Oriente. Di tanto in tanto il flagello si distinguerà per la nettezza dei suoi sintomi e la sua violenza come l'ignis sucer o fuoco di s. Antonio -, la "peste nera o o morte densa ", rapida nei suoi attacchi e effetti mortali, il sudor anglicus.
In queste condizioni vivono e si sviluppano le istituzioni di c., specialmente gli ospedali.
Decadenza non vuol dire collasso assoluto; quindi non fa meraviglia se ancora alla fine del sec. Ix, attorno alla casa del vescovo si raggruppano poveri, malati, lebbrosi, viaggiatori. Lo xenodochium è la forma usuale in cui si esplicano le funzioni multiple della c. I vescovi presiedono a queste organizzazioni e molti sono all'altezza del loro compito, nonostante le ombre di quel periodo. Le catedrali continuano ad avere, insieme alle principali chiese parrocchiali, il loro ospedale, e simili creazioni bencfiche continueranno ad estendersi in Europa man mano che i popoli entrano a far parte della famiglia cristiana. E il caso della Polonia alla fine del sec. x.
Tuttavia l'assistenza benefica tende ad affermarsi nei monasteri, più che nel clero diocesano. Il passaggio ai monasteri di decime prima devolute al clero parrocchiale, il trattamento più umano accordato dai monaci ai loro dipendenti e l'uso di lasciar legati ai monasteri, soprattutto il fatto che la vita cristiana si accentra sempre più attorno alle case religiose, sono fattori che contribuiscono a siffatta trasformazione. Il medioevo è contraddistinto da questo gravitare delle energie sane intorno ai monasteri. Essi sorgono in ogni distretto, organizzano la vita religiosa del vicinato, fondano scuole, sono modelli nell'agricoltura, appoggiano il lavoro degli artigiani, sollevano i poveri, soccorrono gli ammalati, provvedono insomma a tutte le forme d'infermità corporale e spirituale. Le preoccupazioni caritative già vive negli antichi cenobi di vita contemplativa (cf. in proposito le prescrizioni di s. Antonio abate: PL 103, 423 sgg.), sono evidenti nella Regola benedettina, di cui uno degli aspetti più caratteristici è l'ospitalità, che porta alla creazione degli ospizi annessi ai monasteri. Gli statuti, le consuetudini e i cartulari delle grandi abbazie parlano spesso di infirmarii,
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Caritá - La C. Dipinto di Piero del Pollaiolo (1469-70). Firenze, calleria degli Uffizi.
hospitaturii, magistri infirmorum, come direttori dei reparti degli ammalati nci monasteri e ospedali, di elemosinarii per le mani dei quali passavano tutte le elemosine che l'abbazia fa ai poveri. Quest'ufficio spesso era decoluto al portinaio; in molti monasteri questi disponeva di fondi e legati, dai quali prelevava il necessario per soccorrere gli indigenti. Grandi meriti si acquistarono poi i Cistercensi, i quali nell'insegnamento e nell'uso della c. fecero rivivere lo spirito dell'antica Regola benedettina (cf. in proposito le testimonianze dell'ab. cistercense Gunther: PL 212,98 sgg.).
Per s. Bernardo le ricchezze della sua abbazia erano patrimonio dei poveri, dei vecchi, degli infermi, dei viandanti. Vi si praticava l'elemosina sotto tutte le forme e oltre alle distribuzioni regolari se ne aggiungevano delle straordinarie quando le circostanze lo esigevano. Durante un anno di carestia in Borgogna (1125) s. Bernardo nutri a sue spese sino a 2000 poveri. Tutte le abbazie cistercensi avevano pure la loro foresteria dove i pellegrini, i viandanti e gli ammalati ricevevano alloggio e, se necessario, cura medica. Il viaggiatore era ricevuto dal portinaio con il saluto abituale "Deo gratias" e l'abate gli faceva gli onori di casa dopo essersi inginocchiato ai suoi piedi. L'ospitalità era cosl elevata all'altezza dell'atto di religione (cf. E. Vacandard, Vie de s. Bernard, 4^{text {a }} ed., I, Parigi 1910, p. 454 sgg.). Nello stesso spirito agivano altre fondazioni come, per es., il monastero di Heisterbach, che quotidianemente nel 1197 distribuiva ai bisognosi 1500 porzioni di cibo; l'abbazia di Comp nel Basso Reno che aveva annesso un ospedale per i poveri fondate nel sec. xiri. Belle pagine scrissero pure per la storia della carità i Premostratensi tra i quali, oltre il fondatore s. Norberto, si distin. sero pure s. Goffredo abate di Kappenberg e il santo vescovo Adalgott.
L'influsso esercitato dal movimento francescano sullo spirito del sec. xiri è risaputo; esso è anche di grande importanza per la storia della c. L'insegnamento e l'esempio di s. Francesco e dei compagni riguardo alla povertà ebbe il potere di richiamare molte anime dall'egoismo e dall'avarizia ai semplici e sani ideali della vita cristiana dando impulso all'attività caritativa del popolo e contribuendo alla stessa abolizione del servaggio.
Quello che i monasteri avevano fatto durante il periodo feudale, i Francescani e in generale gli Ordini mendicanti lo fanno nel rinnovato clima comunale. Per mezzo della predicazione essi non si stancano di esortare e manifestare con le opere la loro fede e bisogna dire che simili esortazioni non cadevano nel vuoto. Dalle crisi infatti, che portarono alle autonomie cittadine, il sentimento religioso non ebbe gran che a soffrire. Si può anzi affermare che in pochi periodi storici la c. per i poveri, gli ammalati, in una parola per tutte le forme di bisogno, fu cosí grande come in questo periodo dei Comuni. I poveri erano chiamati " gli amici di Dio " e il numero delle donazioni fatte a questo scopo nel sec. xiri è stragrande. Raramente nei testamenti venivano dimenticati gli umili. Papi, principi e re, prelati, borghesi e città si prodigarono con fondazioni caritative di avariata natura tanto più apprezzabili in quanto allora lo stato era ancora troppo debolmente organizzato, soprattutto quanto all'economia, per poter intervenire nel complesso campo della assistenza sociale. La religione aveva profonde radici e non bisogna dimenticare che la nuova società si fonda in buona parte su quelle corporazioni di arti e mestieri le quali hanno un'empronta religiosa, che assicura il vero spirito di c., fondamento e base della sua forza più grande: la solidarietà e l'aiuto vicendevole.
All'inizio del medioevo quest'opera di assistenza sociale, si è visto, era opera di vescovi e monasteri che negli xenodochia esercitavano ad un tempo sia l'ospitalità sia la cura degli infermi con altre opere di c. temporale. Insieme però ben presto si fanno strada, specialmente in Italia, istituzioni similari cittadine sin dal sec. viri in cui l'assistenza è applicata con maggior larghezza di servizi. Ne troviamo parecchi a Lucca, a Milano (787) per i fanciulli esposti, a Siena (898), a Verona e specialmente a Roma, dove vi erano pure xenodochi, ospizi e fondazioni nazionali chiamate scholae. Ma nella decadenza generale della Chiesa, le opere di beneficenza furono profondamente intaccate. Da notare tuttavia che tali istituti sono tutti fondazioni di origine privata anche se tra i fondatori troviamo vescovi o altri uomini di chiesa. Però la Chiesa interveniva nel fare eseguire la volontà dei fondatori, faceva dell'ente una istituzione ecclesiastica o almeno un locus religiosus. In ogni caso l'ente ospitaliero era, per il suo stesso fine, posto sotto l'alta protezione e sorveglianza del vescovo, al quale spettava la nomina dei rappresentanti di esso o almeno la conferma nel caso che il fondatore avesse riservato per sé il patronato dell'ente con i relativi diritti di nomina. In generale durante il periodo antecedente al sec. xir le istituzioni di beneficenza appaiono spesso appoggiate ad altri enti ecclesiastici più importanti, come le cattedrali o i monasteri (cf. in proposito L. Prosdocimi, Il diritto ecclesiastico nello Stato di Milano, Milano 1941, p. 205).
Un prodigioso sviluppo numerico ed entitativo degli istituti ospedalieri si ha con l'alba del sec. xir, dovuto in parte a cause comuni a quelle che diedero origine alla vita comunale, in parte collegate con il rinnovamento religioso a cui si devono anche le crociate e il sorgere di nuovi ordini monastici. Una importante evoluzione è segnata dall'apparire di numerose comunità religiose isicali, dedicate alla cura degli infermi e al servizio ospitaliero, alcune delle quali organizzate come ordini religiosi veri e propri, altre
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invece con carattere autonomo, tutte però viventi secondo la Regola di s. Agostino.
Tra le prime sono citate: 1) gli Ospedalieri di s. Giovanni di Gerusalemme, ai quali Raimondo di Puis diede una regola, nello quale il malato era considerato signore e padrone di casa "quasi dominus" (cf. L. Le Grand, Les Maisons-Dieu, in Revue des questions historiques, nuova serie, 16 [1896], pp. 95-134). I loro ospedali divennero modelli cui si uniformarono altri ospedali del Medioevo. 2) I Cavalieri Teutonici, seguendo il loro esempio, aggiunsero al servizio militare l'obbligo di curare gli ammalati ed i pellegrini. 3) Gli Avtoniani ebbero i loro inizi nell'ospedale, già benedettino, di Mons Maior nella città di Mota, diocesi di Vienne, e furono l'ordine ospedaliero più diffuso in Europa. Bonifacio VIII li trasformò in Canonici regolari con voti. Di altro genere era l'istituzione dei 4) Crociferi, di cui si distinse un gruppo italiano con casa madre a Bologna, soppressi in seguito da Alessandro VII nel 1656. Più importante dei precedenti per i suoi sviluppi fu 5) l'Ordine dello Spirito Santo, che ebbe la culla a Montpellier, dove un certo Guido, discendente di una nobile famiglia, fondava tra il 1170 e il 1180 un ospedale e una congregazione di cui egli stesso prescrisse gli ordinamenti, ispirandosi alla regola di s. Giovanni di Gerusalemme. La casa di Roma, che disputò le sue prerogative di casa madre a Montpellier, onorava come suo rinnovatore Innocenzo III, che nel 1204 faceva costruire nelle vicinanze di Ponte a. Angelo, sul posto della Schola Saxonum in rovina, un ospedale di cui affidò la direzione a Guido di Montpellier e che prese il nome di S. Spirito in Sassia.
Accanto a questi ospedali tenuti dagli ospedalieri, sorsero ospedali municipali differenti dai precedenti sia per l'origine che per l'organizzazione. Questi furono preparati dagli ospedali tenuti dai Canonici regolari, perché nel sec. XII, quando fu abbandonata la vita comune, gli ospedali si separarono dai Capitoli da cui dipendevano e rimasero affidati, benché ancora sotto la sorveglianza del vescovo, ad associazioni indipendenti di laici e suore converse. Lentamente però le città cercano di subentrare al posto dei vescovi e prenderne in mano l'amministrazione. Questo sviluppo e trasformazione corrisponde dal resto a quello generale della civiltà e vita religiosa, per cui ciò che nel primo medioevo avevano fatto vescovadi e monasteri, ora viene assolto dalla città, centro anch'esso di vita religiosa favorita dalla presenza degli Ordini mendicanti. I mezzi per la costruzione e fondazione dei nuovi ospedali si trovano nelle città stesse divenute sempre più prospere. In maggioranza sono fondati dalla stessa borghesia e le carte di fondazione rivelano nomi di banchieri, mercanti, giuristi guidati sempre da una idea religiosa. Spesso però i fondi raccolti sono il prodotto di pubbliche sottoscrizioni, per le quali i vescovi concedono le indulgenze. In Italia il mezzo più in uso è la costituzione di Confratermite, nelle quali il carattere caritativo è generalmente più accentuato di quanto non lo sia presso le altre, sorte in varie regioni d'Europa. Esse ebbero insospettato sviluppo, non solo per il numero, ma anche per la qualità. Quasi tutti i villaggi ne possedevano una e generalmente accanto al loro scopo specifico esse avevano l'obbligo dell'esercizio della c. sotto forme varie, quando questa non era magari la ragione stessa della loro esistenza. Una delle più antiche fu quella di s. Leonardo in Viterbo, che nel 1144 fondò l'ospedale franco. Cento anni più tardi si costituiva in Firenze la celebre Compagnia della Misericordia, fondata nel 1244, secondo una tradizione antica, da Piero Luca Borsi, capo dei facchini dell'arte della lana, colle multe imposte ai suoi colleghi per ogni beatemmia pronunciata. Essa si distinse particolarmente nella terribile epidemia che colpì Firenze nel 1320 (cf. P. Landini, Storia della ven. Arciconfraternita della Misericordia, Livorno 1871). La Compagnia, tuttora prospera, si occupa del trasporto dei malati, dei morti e della loro sepoltura. Guidata da 8 capitani e 72 capi di guardia, il servizio della c. viene eseguito da più di 200 giamanti; ma la confraternita enumera 3000 membri e più. Altre Misericordie sorsero in altre città della Toscana.
Anche la Compagnia del Bigullo si sviluppò sin dal
1256 in un poderoso istituto di beneficenza. La lista potrebbe allungarsi notevolmente con accenni alle 42 confraternite di Roma, tra le quali principale quella di Santo Spirito annessa all'ospedale già ricordato (cf. C.L. Morichini, Degli istituti di carità... in Roma, Roma 1870). Istituzioni di beneficenza sorgevano anche per opera delle corporazioni delle arti, ma destinate ai membri delle corporazioni stesse. Così a Firenze sorgono gli ospedali di S. Onofrio dei Tintori, S. Eligio dei fabbri maniscalchi; quello dei fornai a Roma, dove inoltre vengono fondati, per soccorrere gli stranieri che vi si recavano in pellegrinaggio, i vari ospedali nazionali. I compiti ai quali assolveva la c. attraverso le iniziative multiple durante il medioevo possono essere cosi compendiati:
a) Asili notturni per viaggiatori e pellegrini. Nel medioevo si viaggiava molto. Quando non erano necessità commerciali, scopo principale era quello di visitare santuari celebri, o in penitenza per calpe commesse o per adempimento di un voto. Con l'andare del tempo, attraverso i valichi alpini e i Pirenei passò un numero sempre crescente di pellegrini. Di qui l'istituzione di rifugi situati alle porte delle città, che a quei tempi solevano chiudere le porte o levare i ponti di accesso con il calor della notte (cf. L. A. Muratori, Antiquitates Ital., dissert. XXXVII, p. 576). I pellegrini poi erano aiutati durante il viaggio e provvisti di cibo, donde l'origine e la ragione dei piccoli rifugi, specialmente nei valichi e accessi difficili, come quello del Gran S. Bernardo, fondato ca. la metà del sec. xi da s. Bernardo di Aosta (v.), quello di Hengelhartszell sul Danubio nei pressi di Passau ecc... Scopo di tali rifugi era accogliere tutti quelli che domandavano l'ospitalità, senza distinzione di origine.
Per l'assistenza ai pellegrini e ai viaggiatori non tardarono a costituirsi associazioni pic con il compito di guidarli e soccorrerli nel loro viaggio. In Spagna, per es., veniva fondata una congregazione a Burgos nel 1122 per i pellegrini che si recavano a S. Giacomo di Compostella, la quale manteneva parecchi ospiti lungo la rotta dei Pirenei e della Francia. Una associazione del genere in Italia era quella di S. Giacomo di Altopascio con il compito di guidare i pellegrini attraverso le paludi di Lucca. Questa associazione si occupava pure della manutenzione delle strade e dei ponti, i quali assunsero grande importanza man mano che il traffico si intensificava. Si costituivano allora per questi lavori indispensabili, e spesso dispendiosi, delle associazioni di fratelli pontieri (Fratico Pontificco), non legate ad un centro unico, ma sorte secondo i bisogni locali, le quali usufruirono della protezione dei re e baroni, oltre che delle indulgenze concesse dai vescovi; perché allora simili attività assurgevano alla dignità di opere pie allo stesso titolo che l'assistenza agli ammalati.
b) Gli asili dei poveri, conosciuti in Francia sotto appellativo di Hôtel-Dieu, Maisons-Dieu, cosi numerosi nel medioevo, accoglievano tutti i poveri di Cristo indistintamente: malati, feriti, vecchi, travatelli, donne incinte ecc. Erano solo esclusi gli affetti da malattie contagiose. In generale in questi asili si praticavano le sette opere di misericordia corporale, come le concepiva il medioevo.
c) Lebbrosari. Il compito più penoso forse per la c. cristiana fu la cura dei lebbrosi. Questa malattia incurabile costituiva il terrore delle popolazioni, e coloro che ne erano affetti si vedevano presto eliminati dal consorzio civile. La lebbra già conosciuta prima dello crociate, ma propagatasi assai più in seguito, non lasciò indifferenta la Chiesa, che per mezzo di esortazioni e di indulgenze stimolò i fedeli a prendersi cura dei colpiti. Lo spirito cristiano non tardò a chiamarli martiri del Cristo, gli infermi di Dio. L'isolamento, reso necessario per proteggere i sani, portò alla fondazione di rifugi situati fuori o alle porte dell'abitato cittadino, dove i lebbrosi venivano condotti in processione e vestiti di un abito speciale. A partire dal sec. xili quasi tutte le città ebbero i loro lebbrosari. Alla fondazione e mantenimento provvedevano i privati di tutte le classi sociali con donazioni e legati. L'organizzazione dei lebbrosari variava, come quella degli ospedali in genere. Spesso erano affidati a fratelli laici e suore converse viventi in comunità con speciali istituti ispirati alla Regola di s. Agostino. Poi vennero i Francescani che volentieri si diedero
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a questo apostolato difficile e i Cavalieri di S. Lazzaro, che vi si consacrarono in maniera particolare erigendo in Europa un gran numero di lebbrosari (si disse 3000). Capitava il caso in cui mancava del tutto il personale infermiere; gli anmalati allora vivevano in comunità con regolamenti di carattere monastico. Ma anche questo genere di vita era per essi un vero beneficio in quanto a questi banditi dalla società e irritati dal male offriva una società nuova nella quale potevano non sentirsi inutili.
d) Altre categorie di disgraziati dei quali la società cristiana si prese cura furono i ciechi, per i quali più che un ospedale sorgeva fin dai tempi di Luigi IX una domus hospitalitatis, a Parigi, chiamata i Quinz-Vingts. Istituzioni similari sorsero poi altrove: ad Hannover (1256); a Tournai (1351); a Padova (sec. xiv). Ai pazzi invece si pensò più tardi e tutti gli ospizi loro riservati sono del sec. xv. Il primo che si conosea in Italia fu quello di Mirandola, fondato nel 1400 (cf. M. Molinari, Gli Istituti pii della città e antico ducato della Mirandola, Mirandola 1882, pp. 461-70).
e) Gli orfani e i trovatelli ai quali l'Ordine dello Spirito Santo e gli Ospedalieri di s. Giovanni avevano dedicato parte delle loro cure, ebbero anch'essi case destinate alla loro educazione. Furono particolarmente diffuse in Italia, dove se ne conosce già una fondata dall'arciprete Doteus sin dal sec. viII e due altre fondate nei secc. xi-xir. Nel sec. xir si moltiplicarono a Siena, a Cremona, a Pisa; a Mirandola esisteva anche una confraternita per la loro assistenza. I fanciulli ordinariamente erano deposti alle porte delle chiese e abbandonati alla e., ovvero portati direttamente all'ospedale che li raccoglieva. Venivano quindi dati a balia per un periodo di 15018 mesi e quindi ripresi nuovamente fino all'età consentanca per apprendere un mestiere. Trattandosi di ragazze erano avviate, con una piccola dote, alla vita coniugale, nel caso in cui non avessero manifestato desiderio dello stato religioso. Lo stesso si faceva per gli orfani. Quest'uro invalso in Italia non era però seguito ugualmente altrove.
f) Non meno meritoria l'assistenza di cui furono oggetto sin dal sec. xir le prostitute. Innocenzo III nel 1198 richiamava l'attenzione su questa calomità, cui le crociate, la vita goliardica e lo sviluppo comunale avevano assicurato un incremento mai registrato sino allora. A Parigi, dove il mestiere era largamente praticato, secondo la testimonianza di Giacomo da Vitry. (Hist. occidentalis, IV, 7), un sacerdote di nome Falco, di Neuilly, fondava una casa di redenzione dalla quale nel 1204 nasceva una Congregazione religiosa con la Regola cistercense. L'esempio trovò imitatori a Marsiglia, Roma, Bologna, Messina, S. Giovanni d'Acri. In Germania sorse la Congregazione delle sorvete paesitarate beatae Mariae Magdalenae di cui la prima idea nacque nel Concilio di Magonza del 1225, che volle provocare una specie di missione generale per il ripristino della moralità. Dopo buoni risultati ottenuti dalla predicazione del canonico Rodolfo a Hildesheim, a Worma e Strasburgo, il papa Gregorio IX fondava quest'Ordine per le convertite che volevano cercare rifugio in un convento. Nel sec. xir l'istituzione contava già 50 case.
g) Altra opera ispirata dall'amore del prossimo fu quella della redenzione dei prigionieri, motivata dalle latte sostenute dalla Spagna contro i maonertani della costa occidentale del Mediterraneo. Il primo a dedicarvisi fu s. Giovanni di Matta. I Trinitari da lui fondati e approvati nel 1198 da Innocenzo III non si limitarono al riscatto dei prigionieri, ma estesero la loro opera anche a coloro che rimanevano ancora in schiavitù e dei quali si cercava migliorare la sorte. Uno scopo simile fu perseguito dall'ordine della Mercede, la cui organizzazione, all'inizio almeno, poco differiva dal precedente. Fondato da s. Pietro Nolasco come Ordine militare, in seguito accolse accanto ai laici nelle proprie comunità anche dei sacerdoti.
Ai fini dello sviluppo delle opere caritative nel medioevo, è stata provvidenziale un'altra istituzione della Chiesa: le indulgenze, le quali appaiono nettamente soprattutto dopo le crociate. Questa istituzione è in stretto rapporto con l'antica pratica della penitenza. La Chiesa imponeva per i peccati gravi opere di riparazione di differenti specie, in generale il digiuno rigoroso. Con l'andare del tempo
tale rigore fu raddolcito, e le pene corporali furono commutate con l'imposizione di opere di bene in favore del prossimo. Bisogna aggiungere però che alla base di queste opere, fatte in spirito di riparazione, c'è sempre l'antica concezione cristiana della soddisfazione per i peccati commessi (cf. N. Paulus, Geschichte des Ablasses im Mittelalter, 3 voll., Paderborn 1922-23). Del resto durante questi secoli la Chiesa rimase fedele allo spirito del Vangelo, non solo nella pratica, ma anche nei principi dottrinali. L'inserquamento sulla c. dei dottori cattolici del periodo medievale è sostanzialmente quello dei Padri, ridotto a maggiore sistematicità e precisione dalla scolastica, e in particolare da s. Tommaso.
In nessuna epoca della storia la concezione della proprietà come bene sociale è stata messa in pratica in cosi larga misura come in questa. Ne sono una prova la moltitudine di istituzioni benefiche, fondazioni ecc. fatte a gloria di Dio e bene del prossimo.
III. Nell'epoca moderna. - Il periodo propriamente medievale della storia della c. può considerarsi chiuso con il sec. xiv. Ciò però non vuol dire che la Chiesa abbia da questo momento ristretto la sua attività ai confronti e alle associazioni religiose; tutta la struttura della c. municipale si ispirava alle sue direttive e riceveva il suo incoraggiamento. L'influsso della Chiesa sulle istituzioni sociali continuò lo stesso.
Cosí il bando contro l'usura (in quei tempi nei quali il denaro più che uno strumento di produzione era un mezzo per soddisfare le necessità quotidiane della vita) prima di essere una legge civile era un precetto ecclesiastico, e quando i crescenti bisogni della vita civile esposero larghe zone della popolazione meno abbiente alle estorsioni dei giudei usurai, per ovviare alla sua rovina istitui e incoraggiò l'erezione dei Monti di Pietà, patrocinati soprattutto dai francescani. Essi si svilupparono specialmente in Italia nel sec. xv per opera di Barnaba da Terni, s. Giacomo della Marca, Ludovico da Verona, s. Giovanni da Capistrano, e, soprattutto, del b. Bernardino da Feltre, il quale da solo ne fondò e rinnovò una trentina. La rottura con la Chiesa in questo campo avvenne più tardi e fu solo opera della Riforma protestante. Ma molto prima di quella, cominciò la separazione dell'assistenza sociale laica a scopo benefico, il cui oggetto, bisogna notarlo, non fu più il povero considerato come fratello in Cristo, quanto piuttosto il cittadino in quanto tale. Non i poveri, ma i cittadini erano alla base dell'interesse dei comuni. Non si trattava quindi di una riforma della c. perché di quella svolta sinora dalla Chiesa tutti erano contenti, ma di nuovi aspetti di un problema impostosi come conseguenza dei recenti sviluppi econo-mico-sociali. Queste correnti di orientamento nuovo furono forti nella città fiamminghe, della regione renana e di altre città libere dell'Impero e anche in Italia, dove nuove fondazioni di beneficenza venivano affidate ai municipi in numero sempre maggiore, anziché alla Chiesa. Cosi nel corso dei secc. xiv-xv una aliquota degli istituti di assistenza pubblica passava in mano dell'autorità laica, che, preoccupata di interessi cittadini, ne organizzava l'amministrazione ispirandosi a nuove correnti di riforma imposte dalle necessità sociali del momento. Che detto movimento non fosse in contrasto con lo spirito della Chiesa, si mostra con il fatto che questa non si oppose affatto a simile intervento. Il Liese cita in proposito i casi di alcune città tedesche come Strasburgo, Colonia, Dortmund, Francoforte, Friburgo, Monaco, ecc. (cf. Geschichte der Charitas, I, pp. 232-34). In Italia abbiamo casi analoghi, p. es., a Milano. Sino a tutto il sec. xiv gli enti ospitalieri sono ancora sotto l'esclusiva ingerenza dell'autorità ecclesiastica, anche se la civile non si disinteressa del tutto di essi. Ma verso la fine di questo stesso secolo si nota già l'intervento vero e proprio dello Stato nella regolamentazione di essi, intervento che, mentre segna un passo verso la laicizzazione dell'amministrazione di molti enti di pubblica assistenza nel territorio milanese, dà pure inizio a un'epoca di coordinamento e direzione unitaria dei medesimi, sancita più tardi da una bolla di Pio II nel 1458.
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Questo si può dire che sia il caso dell'Italia, dove la più o meno spontanea collaborazione del potere civile e religioso si mantenne sino al sec. xvII e non mancò di dare buoni risultati. Ma dove il potere laico irruppe con violenza e manomise unilateralmente i diritti della Chiesa, le conseguenze furono gravi. E il caso dei paesi del Nord dove s'impose la riforma protestante. Il grande incremento del pauperismo, se in parte si deve spiegare con la rapida decadenza del sistema feudale e le vicissitudini dell'agricoltura, in parte anche si deve attribuire alla confisca dei monasteri e delle altre fonti, alle quali attingeva la c. cattolica, da parte di un potere laico arbitrario.
La decadenza della c. appartata dal protestantesimo è una conseguenza immediata del principio fondamentale della dottrina luterana consacrato nell'art. 4 della Confessione Augustana, per il quale si dichiarano in sostanza prive di valore salvifico le opere. Esso affievolì lo spirito di bontà, che negli ultimi secoli del medioevo si era nobilmente manifestato nella fondazione di ospedali e altri istituti di beneficenza. Lutero voleva che ne prendesse il posto la cassetta dei poveri, alimentata dalla comunità. Ma i cattivi successi toccati a lui stesso lo disanimarono al punto da confessare che "sotto il papato si correva con ogni slancio a fare elemosina ai poveri; adesso tutti sono divenuti freddi e insensibili» (cf. altri passi analoghi in H. Grisar, Lutero, vers. ital., Torino 1933). Giustamente il Liese (ap. cit., p. 251) osservò che le antiche massime e pratiche caritative cattoliche hanno continuato ad affermarsi anche in mezzo ai protestanti, laddove in mezzo a questi ultimi, e soprattutto nel loro inizi, non si può quasi parlare di un rifiorire dell'assistenza ai poveri.
Oggi si è d'accordo tra gli storici su questi due punti: i) il protestantesimo non ha promossa la c., anzi l'ha danneggiata fortemente; 2) al contrario ha posto un forte ostacolo alla pubblica assistenza dei poveri, come lo dimostrano le numerose ordinanze civiche a proposito dei poveri, comparse dal 1520 al 1530 .
Circa questo tempo l'aumento della miseria, il rilassamento di certe opere di beneficenza dirette dal clero, e anche il contagio di certe idee emesse dai riformatori, spingono molti spiriti allo studio di questioni riguardanti il vagabondaggio, la mendicità, le opere di assistenza sotto la direzione dei pubblici poteri. Numerose sono le opere in proposito pubblicate da vari studiosi e il cui influsso è manifesto negli ordinamenti di Carlo V, di Francesco I ed Enrico IV.
Nota soprattutto l'opera dell'umanista spagnolo Giovanni Luigi Vivès De subventione pauperum; sive de humanis necessitatibus, libri II (Bruges 1522; trad. ital., Venezia 1545). Si è voluto vedere un influsso dell'opera del Vivès negli ordinamenti di Ypres, ma le prove mancano. Meno nota di quella del Vivès, quella del benedettino Juan de Medina, pubblicata a Salamanca nel 1545, De la orden que en algunos pueblos de España se ha puesto en la limásina para remedio de los verdaderos pobres. La tesi di questi scrittori in sostanza è che bisogna sopprimere d'autorità la mendicità, e i veri poveri raccoglierli in grandi istituti pubblici; idea alla quale si diede un tentativo di organizzazione nei comuni delle Fiandre e nei paesi spagnoli nel sec. xVI. Esse non mancarono di suscitare ardenti polemiche e proteste, di cui la voce più autorevole fu quella del domenicano D. Soto nel suo Deliberación en la causa de los pobres (Salamanca 1545; cf. A. Muller, La querella des fondations charitables en Belgique, Bruxelles 1909). Mentre intanto si dibattevano queste questioni di applicazione pratica, soggette alle circostanze e necessità del momento, in Italia da alcuni decenni agivano forze nuove sorte del seno stesso della Chiesa, le quali, proseguendo un'opera di rinnovamento cattolico, ebbero più tardi la loro emazione nelle assise della riforma cattolica: il Concilio di Trento. Le conseguenze per il rinnovamento dello spirito caritativo furono incalcolabili.
Non contenta di riaffermare solennemente la validità
di un principio dottrinale che la fede non basta senza le opere per essere giustificati, la Chiesa, nella sua prassi soprattutto, con le numerose opere di misericordia, disprezzate dai novatori, proclamará indistintamente il primato della c. Con le opere e non solamente con la fede i santi si giustificano nel Giudizio Universale di Michelangelo in cui alita già lo spirito della rinascita cattolica. La fede nell'efficacia delle opere ha del resto impressionato cosi vivamente i secc. xvi e xvir da influenzare profondamente finanche l'attività artistica. Basta pensare ai dipinti del Murillo e del Valdes Leal nella cappella della Carità di Siviglia (cf. E. Màle, L'Art religieux après le Concile de Trente, Parigi 1932, pp. 87-96). Le origini di questo rinnovamento bisogna ricercarle nelle Compagnie del Divino Amore sorte tra gli ultimi del sec. xv e il principio del sec. xvI.
Per esercitare un'azione più profonda il Thiene e il Carafa fondavano i Teatini divenuti il prototipo di numerose famiglie religiose di Chierici Regolari, le quali per la loro mobilità c libertà d'azione furono mirabilmente adatte ai compiti della c. Difatti a queste nuove società stava molto a cuote la cura dei poveri; visitavano ammalati negli ospedali, curavano gli appestati, assistevano i moribondi, tutelavano gli orfani e le vedove. Dopo i Teatini vennero i Gesuiti, i quali, pur non avendo le opere di c. come scopo principale della loro attività, si distinsero in questo ministero, largamente esercitato da s. Ignazio e dai suoi primi compagni (cf. A. Bélanger, Les Jésuites et les humbles, Parigi 1901).
Scopo principale dell'attività caritativa fu la fondazione della Congregazione Somasca di s. Girolamo Emiliani, dell'Ordine dei Fatebenefratelli di s. Giovanni di Dio, per i quali la cura degli infermi è sancita da un voto solenne. Quest'Ordine doveva presto diffondersi in Spagna, Germania, Italia, Ungheria, Portogallo con centinaia di ospedali. L'anno stesso in cui moriva Giovanni di Dio (1550) nasceva Camillo de Lellis, il popolare fondatore dei "Ministri degli Infermi -, che, istituiti per assistere i poveri a domicilio, sono presto condotti a servire anche negli ospedali e la loro opera diventa eroica nei tempi di epidemie. Su compi confinanti con la c. si svilupparono pure gli Scolopi, fondati da s. Giuseppe Calasanzio, e i Barnabiti di s. Antonio M. Zaccaria. Sull'attività caritativa svolta dai Cappuccini parla a lungo e spesso il Pastor (IV, II, 598-600). Essi non rimasero secondi a nessuno. Per la diocesi di Verona il ricordato Giberti fondò una Societa di C. (1539); nomine visitatori per le parrocchie con il compito di registrare e sovvenzionare i poveri con i fondi di una cassa comune; fondò ( 1528 ) un grande Xenodochium Misericordiae, per orfani e ammalati; richiamò a vita numerosi Monti di Portà, provvide alla riabilitazione delle donne perdute e alla sua morte lasciò per scopi di beneficenza 6000 fiorini d'oro Nelle sue imprese lo coadiuvò il veronese Ludovico di Canossa, già vescovo di Bayeux.
Molte prescrizioni del Giberti al suo clero entrarono a far parte delle disposizioni del Concilio di Trento, il quale diede regole precise ai vescovi residenziali sulla cura dei poveri, la visita e l'amministrazione degli ospedali e istituti di beneficenza in genere, come luoghi pii e monti di pietà (cf. in proposito sess. XXII, De Reformatione, capp. 8-9). Dopo il Concilio, chi soppe tra i vescovi identificarsi con l'opera e lo spirito della legislazione tridentina fu s. Carlo Borromeo, il quale negli II sinodi diocesani e 6 sinodi provinciali da lui presieduti regolò la cura dei poveri con un senso di altissima responsabilità dell'ufficio di pastore, che ricorda i migliori tempi della Chiesa. Alla saggia ed energica legislazione seguirono le sue opere, perché, memore del detto che i beni della Chiesa sono beni