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i regolò la cura dei poveri con un senso di altissima responsabilità dell'ufficio di pastore, che ricorda i migliori tempi della Chiesa. Alla saggia ed energica legislazione seguirono le sue opere, perché, memore del detto che i beni della Chiesa sono beni dei poveri, ad essi destinò tutte le entrate della sua mensa episcopale. Appoggiò la nuova società delle Ursoline di Brescia sorte per l'insegnamento ai figli dei poveri, e spinse in tutti i modi lo sviluppo delle numerose case esistenti in Milano per la riabilitazione delle ragazze perdute. Gli Oblati di s. Ambrogio da lui fondati (1578) avevano come

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scopo la cura delle anime e gh istituti di beneficenza. Indimenticata soprattutto la sua opera spiegata in pro dei poveri asunalati durante la carestia del 1370 e la peste del 1576. Oltre a dare l'esempio personale egli esigeva dal clero anche il sacrificio della vita per assistere i colpiti dal morbo (cf. Delle cure della peste. Istruttione di s. Carlo card. di Santa Pruszede ed urziv. di Milano, Vicenza 1630). Sono note le terribili epidemie alle quali furono soggette le popolazioni di Europa durante i secc. xvı e xvir, specialmente in quelle contrade, che il commercio metteva in rapporti continui con l'Africa del Nord, Costantinopoli e l'A. sio Minore. A periodi più o meno intermitentii esse pagavano un duro tributo al male, che con la sua propagazione rapida, il suo carattere contagioso e violento, ispirava un profondo terrore alle popolazioni che, vittime spesso di allucinazioni, vedevano ovunque malfattori disseminanti a piacere il contagio. E noto il caso degli antori della peste di Milano del 1630. Durante questi periodi eccezionali i religiosi pagano spesso duramente con la vita il loro spirito di c. che li porta ad assistere i colpiti. Sono i Fatebenefratelli, Ministri degli Infermi, Cappuccini, Gesuiti, ecc.

Un altro fenomeno non meno preoccupante per
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Caritá - La C. Particolare della predella della Deposizione di Raffaello - Pinacoteca Vaticana.
la società europea di allora era il pauperismo dovuto a cause complesse di origine economico-politica, che non è qui il caso di indagare. Numerose leggi, editti, dichiarazioni di governi formano, a partire dal sec. xvi, una catena ininterrotta di testimonianze, che rivelano la piaga dell'accattonaggio e la moltitudine sempre crescente dei vagabondi, contro i quali si cercò di agire prima con proibizioni generali, quindi con la minaccia di pene corporali, e finanche della stessa pena di morte (Inghilterra, Paesi Bassi, Fiandre).

Simili intervenii del potere laico non diedero però i risultati che si aspettavano; d'altra parte la necessità di offrire un asilo ai senza tetto, agli infermi, ai senza lavoro, impose nuovi tentativi di soluzione e cioè il concentramento dei mendicanti in stabilimenti destinati a questo scopo, dove pure fosse possibile trovare una occupazione consentanza ai ricoverati. Di tali ospizi se ne trovano dispersi dappertutto: Sisto V ne fondo uno presso ponte Sisto, ma durò poco per mancanza di fondi; l'idea fu più tardi ripresa da Innocenzo XII e Clemente XI con più successo. In Spagna sorgono gli albergues preconizzati da Christoval Perez de Herrera nel 1598 (cf. Discursos del amparo de los legitimos pobres, y reducción de los fingidos..., Madrid 1598), ma non dànno risultati tangibili; in Inghilterra si sviluppano le case di lavoro (workhouses) ma solo alla fine del sec. xvir. Tentativi infruttuosi furono per un certo tempo anche quelli fatti in Francia, dove l'accattonaggio era una piaga diffusa come altrove. Nella sola Parigi si contavano 40.000 mendicanti, in parte convenuti da altre regioni. I risultati furono però ben diversi quando a dirigere le opere di c. spunto la grande figura di
s. Vincenzo de' Paoli, il più puro e il più caratteristico rappresentante della c. cattolica dei tempi moderni, detto non a torto "le ministre de la charité nationale, le grand aumônier de la France ". Grazie alla sua opera il sec. xvir fu il secolo d'oro dell'assistenza pubblica in Francia. Il merito principale di s. Vincenzo fu quello di avere introdotto al servizio della c., ma in modo più completo e con azione più indipendente che non si fosse praticato sine allora, la donna alla quale diede tutta la forza della vita interiore delle antiche comunità religiose, ma nello stesso tempo talmente libera, da sentirsi prima serva dei poveri e poi religiosa. Con ciò egli donava alla c. delle forze insospettate di dedizione e di sacrificio. Le Figlie della C. da lui fondate con la collaborazione di s. Luisa di Marillac, oggi sono più di 50.000 - un'armata disperse in modo meraviglioso in tutte le parti del mondo cattolico: nelle scuole, negli orfanotrofi, negli ospizi per i poveri vecchi, negli ospedali, nelle prigioni, e finanche nei campi di battaglia tra i soldati, oggetto ovunque dell'ammirazione comune. Il santo influi anche indirettamente su numerose altre fondazioni sorte circa questo tempo per scopi caritativi, come le Figlie di s. Cencocefio di Francesca de Blosset, le Figlie della s. Famiglia di Maria Miramion, le Figlie della Provvidenza di Dio ecc.

Ma direttamente egli fu il grande iniziatore delle Compagnies des dames de la Charité, con le quali fu richiamato in vita l'apostolato laico delle donne di mondo in servizio della c. In Francia esistevano prima di s. Vincenzo, nella città e nelle campagne, le cosiddette Charités o istituzioni di beneficenza rette da amministrazioni locali, e le Confrères de charité, vere società di mutuo soccorso per coloro che ne facevano parte. Non poche tuttavia erano scomparse durante le guerre di religione e si deve a s. Vincenzo l'averle ricostruite e rimesse in onore.

Molte dame dell'aristocrazia ne fecero parte, e presto si diffusero in tutte le città di provincia della Francia (cf. P. Coste, S. Vincent de Paul et les dames de la Charité, Parigi 1917). Grazie all'attività inde. fessa e geniale di quest'uomo le provvidenze dell'assistenza pubblica per la repressione della mendicità ebbero risultati migliori che altrove. Nel 1653 fondava a Parigi l'Hospice du St Nome de Jésus (oggi Hospice des Incurables) per i vecchi; tre anni dopo fu la volta de l'Hôpital Général per accogliere i mendicanti di Parigi e farli lavorare. Allo scopo Luigi XIV destinò un immenso complesso di stabili, il più grande allora conosciuto, il quale accolse fino a 10.000 poveri e trovatelli. L'esempio della capitale fu imitato nelle città di provincia, dove, per ordine del re, dovevano sorgere degli ospedali generali. Per tali fondazioni Luigi XIV fece appello al concorso del clero che non gli mancò, specialmente tra i Gesuiti. Il p. Chaurand in 30 anni

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di apostolato fondò non meno di 123 ospedali; il p. Guevarre, che lo supplì dopo la morte, lavorò con successo in Guascogna, Linguadoca e Piemonte sino alla morte, avvenuta in Torino nel 1724 (cf. Ch. Joret, Le p. Guevarre et la fondation des bureaux de charité du XVII* siècle, Tolosa 1899).

Gli ospedali generali destinati a sopprimere la mendicità a principio sollevarono l'entusiasmo; lentamente però essi spostavano l'accattonaggio senza per altro distruggerlo. Col tempo essi ritornarono alla naturale funzione di semplici asili per i poveri autentici, gli infermi, gli orfani, le donne. Gli asili così concepiti durante i secc. xvIxviII si moltiplicarono ovunque. In Francia si diffuse ancora quel genere di assistenza praticata negli HôtelDieu, dove si esercitava un genere di assistenza più generosa che saggia, aperta a tutti i generi di infortuni e specie di infortunati (poveri, ammalati, orfani ecc.). Solo per quello di Parigi passavano in un anno ben 25.000 persone. Le stesso criterio prevaleva, ad es., nell'Ospedale di s. Giacomo in Augusta a Roma, o a s. Eligio di Napoli. In altri però era frequente l'esclusione di certe categorie di bisognosi ai quali vennero destinate cose speciali. Così, per citare l'esempio di quanto avviene in Italia, gli stranieri a Roma sono ospitati negli ospedali nazionali. Il Piazza (Opere pie di Roma, Roma 1679) ne ha contati 22 di cui 7 posteriori al sec. xv. Per i pellegrini s. Filippo Neri fonda l'ospedale della 'Trinità in Roma e una confraternita che ne prenda cura; istituzione analoga a Napoli dove gli statuti raccomandano ai membri la più grande umanità nell'accogliere le viandanti.

Per gli orfani lavorano sin dalla loro fondazione i Somischi, e fondazioni destinate alla preservazione morale del fanciullo sono numerose a Roma (17), a Napoli (22), a Pavia, Milano, Bologna, Firenze ecc... Non minore importanza si annette alla riabilitazione delle prostitute, raccolte in asili di rieducazione a Firenze, Napoli, Palermo, Roma ecc. Il discorso potrebbe essere allungato per altre classi di minorati come i pazzi, dementi, epilettici, sordomuti, ciechi, carcerati, ecc. Per alcuni generi d'infortunati lo sforzo della c. tendeva anche all'adeguamento dei sistemi di cura, frutto della tecnica più progredita e dell'esperienza.

In complesso si può dire che tutte queste opere prosperarono sino alla Rivoluzione francese; molte riuscirono anche a superare la dura prova della fine del sec. xviri. Esse si erano andate consolidando grazie ai numerosi lasciti, legati, donazioni ecc. (oltre i sussidi sporadici delle contribuzioni quotidiane), che ebbero per conseguenza l'aumento della manomorta, contro la quale ci fu una levata di scudi in molti stati europei del sec. xviII. Di qui la tendenza a sbloccare i beni immobili delle fondazioni pie, specialmente ospedaliere, per convertirli in titoli di rendita garantiti dallo Stato.

Gli Stati, forti ormai del loro potere assoluto proclamato dalle teorie illuministiche, si credevano autorizzati a poter disporre di tali beni per dirigerli ad altri scopi o sopprimerli del tutto. In Francia quest'operazione fu eseguita in grande stile dalla Rivoluzione dell'89, ma le conseguenze furono disastrose : con la decadenza di tutte le grandi opere di c., i poveri furono gettati nuovamente sulla strada. Il governo rivoluzionario, che aveva messo al bando finanche la stessa beneficenza privata, giudicata umiliante per l'umanità, dovette fare macchina indietro e appellarsi alla dolce e attiva c. delle suore, in attesa che Napoleone, richiamando a vita le congregazioni insegnanti, rinnegesse implicitamente l'opera distruttiva di dieci anni e ricorresse alla Chiesa per impedire ai poveri di morire. Tuttavia il contraccolpo subito dalle opere di c. fu assai grave, tanto più che le leggi per laicizzare l'assistenza pubblica fecero il giro degli stati europei. E siccome nella loro applicazione pratica le leggi laiche furono inadeguate al bisogno, un nuovo vasto campo si riaprì alla c. cattolica nel sec. xix. Risorsero molte congregazioni religiose e si moltiplicarono le associazioni di laici, alcune delle quali
prosperano tuttora. Si ricordino, tra le molte, quella fondata a Parigi nel 1801 per opera di alcuni studenti in medicina e diritto sotto la direzione dell'ex gesuita Dolpuits, la Congregazione della Madonna sotto il titolo Ausilium Christianorum, alla quale viene oggi rivendicata la paternità delle realizzazioni moderne della c. francese (cf. G. de Grandmaison, La Congregation, Parigi 1902). Scomparsa questa nella Rivoluzione del 1830 , la Provvidenza ne suscitava una seconda, i cui sviluppi nessuno allora avrebbe potuto prevedere: la Conférence de charité, destinata a diventare l'opera mondiale delle Conferenze di s. Viusenco de' Paoli, per opera specialmente di Federico Ozanam. Fondata nel 1833 negli uffici della Tribune Catholique a Parigi, essa oggi conta più di 15.000 conferenze disperse in 80 nazioni con più di 210.000 membri attivi, intenti a soccorrere tutte le miserie sociali senza distinzione di culto e senza indagini umilianti per gli assistiti (cf. il volume commemorativo: Ozanam, Le Livre du Centenaire, Parigi 1913). In Italia sorgeva poco dopo, pure con lo stesso scopo, la Società femminile di s. Viuscuzzo de' Paoli, fondata nel 1856 da Celestina Scarabelli in Bologna.

Le iniziative del laicato cattolico si sono man mano moltiplicate e perfezionate nei decenni seguenti e cosi sono sorte, in serie interminabile, opere di assistenza per neonati, madri di famiglia, orfani, infanzia abbandonata, donne senza tetto, per la varie categorie d'impiegati, come le domestiche, i ferroviari ecc., sulle quali si hanno statistiche e notizie negli Aunnaires de l'Office central des oeuvres charitables, fondati a Parigi nel 1890 da Leone Lefèbvre, e specialmente nel Manuel des Oeuvres, Institutions religieuses et charitables de Paris et des départements (Parigi 1912). Accanto alle iniziative laiche si sono sviluppate quelle propriamente religiose, anch'esse numerose. Basta citare qui le principali : le Suore di s. Giuseppe di Cluny (1807) fondate da Anna Maria Javouhey, per la cura dell'infanzia e degli ammalati; le Suore del Buon Pastore, di s. Eulissia Pelletier (1833) per la riabilitazione delle donne cadute, ragazze pericolanti e carcerate. Uniche nel loro genere le Piccole Suore dei Poveri per l'assistenza ai vecchi abbandonati di entrambi i sensi, fondate nel 1840 da Giovanna Jugan a St-Servan in Bretagna. Il loro eroismo quotidiano è stato immortalato dal libro di Maxime du Camp: La charité privée à Paris, come L. Arnould in Ames en prison realtà l'opera delle Suore della Sapienza per i sordomuti. Ai tisici si consacravano le Suore di Maria Ausiliatrice (1834), agli incurabili le Dame del Calvario, ai ciechi le Suore cieche di s. Paolo (1832) ecc. Alla fine del secolo scorso in Francia, comprese le colonie, vi erano 214.037 membri di comunità religiose, di cui 183.901 donne : due terzi, cioè ca. 120.000 , erano dedite all'attività caritativa. L'Italia non è rimasta indietro in questa rinascita della c. grazie soprattutto all'opera instancabile di due santi, che ha avuto risonanze nel mondo: il Cottolengo e don Bosco. Il primo, nel 1828 dava inizio a quella mirabile istituzione della Piccola casa della Divina Provvidenza in Torino che oggi rifugia ca. 8000 minorati di ogni specie, e fondava 14 associazioni religiose a scopo caritativo (cf. p. P. Gastaldi, I prodigi della carità cristiana... Torino 1910); e d. Bosco assicurava la perennità delle sue molteplici istituzioni e provvidenze a favore della gioventù povera mediante la fondazione della Pia Società Salesiana (1859) e le Figlie di Maria Ausiliatrice (1874). La c. aveva pure ispirato la b. Maddalena di Canossa, che nel 1808 fondava a Verona le Figlie della C. dette comunemente canossiane, e la b. Bartolomea Capitanio, che nel 1833 fondava le Suore di C. Contemporaneamente altre opere del genere sorgevano: a Domodossola nel 1828 l'Istituto della C. di Antonio Rosmini; a Chiavari nel 1829 le Figlie di Maria del vescovo Gianelli di Bobbis; a Verona nel 1830 la Società di Maria di d. Antonio Provolo; nel 1840 a Brescia le Ancelle della C. di Paolina di Rosa. Particolare menzione meritano la marchesa Giulia Falletti di Barolo, madre dei poveri, ammalati e fanciulli abbandonati, per l'educazione dei quali fondò le Figlie di s. Anna della Provvidenza a Torino nel 1834, e l'Associazione delle Figlie di s. Anna fondata a Piacenza nel 1866 da Rosa Gattorno. Popolari tuttora i nomi del p. Ludovico da Casoria, l'amico dei

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A sinistra: LA CARITÀ. Rilievo di scuola di A. Pisano sul campanile detto di Giotto (motà del sec. xiv) - Firenze. A destra: LA CARITÀ. Rilievo nel tabernacolo di Orsanmichele, opera di A. Orcagna (1359) - Firenze.

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CARLO V. Ritratto dell'Imperatore a cavallo. Particolare della tela del Tiziano - Madrid, Prado.

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lazzaroni di Napoli, fondatore dei Frati Bigi e delle Elisabettine; del vescovo di Piacenza Giovanni B. Scalabrini benemerito dell'assistenza agli emigranti italiani; e tra i recenti di d. Luigi Guanella, dell'avvocato Bartolo Longo, di d. Luigi Orione.

Negli Stati Uniti d'America l'attività caritativa dei cattolici si è notevolmente sviluppata negli ultimi cinquant'anni; ma gli inizi promettenti risalgono ad un secolo addietro specialmente nelle città di Philadelphia, Baltimora, Baston e poi Chicago, Nuova York, St. Louis, Detroit ecc., quando sorgevano pure varie congregazioni religiose locali a scopo caritativo. Oggi la c. vi ha raggiunto un eccellente grado di organizzazione grazie alla National Conference of Catholic Charities che dal 1919 è diventata una istituzione permanente con sede a Washington. Nel 1922 poi si pubblicava per la prima volta il Directory of catholic charities in the United States. Ma dove, grazie a questa organizzazione tecnica, le opere di c. avevano raggiunto uno sviluppo insospettato, fu in Germania, prima che l'avvento del nazismo l'evesse soffocare.

Fondata nel 1897 per opera specialmente del prelato Lorenzo Werthmann, che ne tenne la direzione sino alla morte (1921), la Deutsche Caritasverband, riconosciuta dall'episcopato germanico come organo dell'attività caritativa dei cattolici, ebbe come scopo lo studio di tutte le correnti della cura del bene pubblico al fine di incrementare, attraverso le più svariate manifestazioni, l'amore dei cattolici per il bene del prossimo. Sino al 1931 contava più di 600.000 aderenti, aveva un organo centrale a Friburgo, che disponeva di una ricca biblioteca specializzata con 40.000 volumi e numerose riviste. Fra i suoi compiti c'era lo studio di tutte le correnti intese al bene del prossimo, pubblicazioni di opere, di riviste periodiche, redazione di programmi di lavoro comune; si discutevano questioni interessanti la c. e l'assistenza pubblica in Germania, si raccoglievano mezzi per soccorrere i bisognosi, si formavano le forze vive a servizio della c., che nel 1921 ascendevano a più di 60.000 operanti in più di 2000 istituti.

Sarebbe ben lunga la lista delle altre forze e mezzi operanti nel mondo dove la Chiesa può lavorare non ostacolata da leggi avverse. Basti dire che nel 1930 la c cattolica mondiale poteva fornire queste cifre: per l'assistenza privata 29.100 case di cura con 1.420 .000 letti e 260.000 unità di personale assistente e dirigente; per la semipubblica: 96.300 organizzazioni varie con 2.400 .000 visite giornaliere; per la pubblica: 140.000 istituzioni. In complesso al servizio della c. sono consacrate 330.000 suore, 32.000 religiosi laici, 120.000 dirigenti, e 6.650 .000 persone addette al servizio volontario dei bisognosi (v. anche senedetto xv e pontificia commissione di assistenza).

BibL.: Impossibile dare qui una bibliografia sulla materia; la letteratura sulla c. è vasta e complessa, specialmente nel campo monografico. Per il periodo antecedente al 1900 è bene intanto riferirsi al volume di C. Granier, Essai de bibliographie charitable, Parigi 1891, e a quello di E. Münzenberg, Bibliographie des Armeniæsten, Berlino 1900. Numerose referenze il lettore potrà trovare in opere d'indole generale, tra le quali citiamo: A. Monnier, Histoire de l'assistance publique dans les temps anciens et modernes, Parigi 1866; G. Ratzinger, Geschichte der kirchlichen Armenpflege, 2^{°} ed., Friburgo in Br. 1884; L. Lallemand, Histoire de la charité, 2 voll., Parigi 1902-12; U. Benigni, Storia sociale della Chiesa, 5 voll., Milano 1907-1933; W. Liese, Geschichte der Caritas, 2 voll., Friburgo in Br. 1922 (sistematica e ricca bibliografia alla fine del vol. II); C. Neyron, Histoire de la Charité, Parigi 1928. In particolare poi per il periodo antico cf.: E. Chastel, Etudes historiques sur l'influence de la charité pendant les premiers siècles chrétiens, Parigi 1853; A. Tollemur, Les origines de la charité catholique, iv 1865 ; G. Uhlhorn, Die christliche Liebesmitglied in der alten Kirche, 3 voll., 2^{°} ed., Stoccarda 1882; A. Crivellucci, Storia delle relazioni tra Stato e Chiesa, 2 voll., Bologna 1885; U. Benigni, L'economia sociale cristiana avanti Costantino, Genova 1897; A. Boudrillard, La charité aux premiers siècles du christianisme, Parigi 1903; W. Schönfeld, Die Xtendochien in Italien und Frankreich im Frühmittelalter, in Zeitschrift der Savigny Stiftung für Rechtsgeschichte, Kan. Abt., 12 (1922), p. 1 sgg.; S. Mochi Onore, Vescovi e Città, Bologna 1933. Sono inoltre da consultare gli articoli di E. Leclercq, Charité, Hôpitaux, in DACL, III, c. coll. 598-653; VI, it, coll. 2748-70 e specialmente quello di W. Schwer, Armenpflege, in Reallex. für Antike und Christentum,
fasc. v. Lipsia 1943, coll. 689-98. Per il periodo medievale bisogna riferirsi sempre, per quanto riguarda la legislazione ecclesiastica in materia di c., alla Histoire des Conciles di Hefste-Leclercq, Parigi 1907 sgg. Sull'attività dei monasteri e ordini cavallereschi: M. Heindsucher, Die Orden und Kongregationen der katholische Kirche, 2 voll., 3^{°} ed., Pudstborn 1933; A. Wernher, Armen-und Krankenpflege der geistlichen Ritterorden, Berlino 1874; V. Adrielle, Histoire de l'ordre hospitalier de StAntoine du Viennois, Parigi 1883; P. Brune, Histoire de l'Ordre hospitalier du St-Esprit, ivi 1892. Intorno a certi aspetti particolari dell'attività caritativa nei lazzarotti, ospedali, case di educazione ecc... cf. L.-A. Labourt, Recherches sur l'origine des lndrérins, malodreries et lépruneries, Parigi 1844; H. Hamm, Geschichte der christlichen Krankenpflege und Pilgerschaften, Berlino 1857; E. Vignat, Les lépreux et les chevaliers de St-Lazare de Jérusalem, Orléans 1884; L. Lallemand, Histoire des enfants abandonnés et délaissés, Parigi 1885; L. Le Grand, Les Mai-sons-Dieu. Leurs statuts au XIIIc siècle. Leur régime intérieur, in Revue des questions historiques, 60 (1896), 63 (1898); L. Tollet, Les édifices hospitaliers, Parigi 1892; E. von Moller, Die Elandsheuderschaften, Lipsia 1906; C. Kurt, La lepre en Occident avant les Croisades (in Science et Religion, n. 457), Parigi 1908; A. Simon, L'Ordre des Philéentes de Ste-Marie-Madeleine en Allemagne au XIIIc siècle, Friburgo 1918; G. Schreiber, Mutter und Kind in der Kultur der Kirche, ivi 1918; J. Maffert, Caritas und Volksapidensten, ivi 1925; id., Caritas und Krankenwesen, ivi 1927; G. Monti, Le confraternite medievali dell'alta e media Italia, 2 voll., Venezia 1927; V. Fainelli, L'assistenza nell' A lte medineva. Gli Xtenduchi di origine romana, in Atti Istit. d'eseta Scienze e Lettere, 92, 2^{°} parte (1932-33), pp. 916-93; E. Natulli Rocca, Gli Ospedali italiani di S. Lazzaro e dei lebhess., in Zeitschrift der Savigny-Stiftung für Rechtsgeschichte. Kan. Abt., 27 (1938), pp. 262-98; G. C. Bascapé, Le vie des pellegrinaggi medievali attraverso le Alpi centrali e la pianura lombarda, in Arch. stor. della Svizzera ital., 11 (1936, in e iv). - Per quanto poi concerne le correnti speculative della scolastica in materia cf. J. Walter, Das Eigentum nach dem Lehre des hl. Thomas von Aquin, Friburgo in Br. 1895; V. Brants, L'économie politique au Moyen Age, Lovanio 1893; Fr. Schaub, Der Kampf gegen den Zinssucher... im Mittelalter, Friburgo in Br. 1903; E. Schreiber, Die volkswirtschaftlichen Anschauungen der Scholastik, Jena 1913. Per il periodo moderno, notizie e referenze abbondanti sono disperse nella Storia dei Papi del Pastor. Tra i numerosi contributi che potrebbero essere citati come approfondimento della materia qui trattata riportiamo: E. Ehrle, Beiträge zur Geschichte und Reform der Armenpflege, Friburgo in Br. 1881; H. Holzhapfel, Anfänge der Muster Pietatis, Monaco 1903; Schlager, Die sociale Wirksamkeit der Franziskaner, Ratisbona 1907; A. Bianconi, L'opera delle Compagnie del Dricino Amore nella Riforma Cattolica, Città di Castello 1914. Le opere d'insieme per quanto riguarda l'attività caritativa in Italia nel periodo moderno mancano; numerose al contrario sono le monografie particolari riferentesi alla storia delle città come quelle di G. Capsoni, Ricerche sugli antichi spedali di Bergamo, Bologna 1840; T. Ravnachieri Fieschi, Storia della c. napolitana, 3 voll., Napoli 1875-76; C. L. Morichini, Degli istituti di c. in Roma, Roma 1870; L. Vitali, La beneficenza in Milano, Milano 1880; L. Bargiacchi, Storia degli Istituti di beneficenza in Pistoia, 4 voll., Firenze 1883. Per la Francia cf., oltre il Lallemand citato, l'art. di L. Prunel, Pauvres, in DFC, III, coll. 1663 1732, con bibl. in fine. In particolare cf. per l'epoca di s. Vincenzo de' Paoli, P. Coate, Monsieur Vincent, 3 voll., Parigi 1934 (trad. it. T. Casini, Firenze 1934); E. Keller, Les Congregations religieuses en France, Parigi 1880; L. Cahen, Les idées charitables à Paris au XVIIc siècle, in Revue d'histoire moderne et contemporaine, 1900 (maggio-giugno); e specialmente, per il periodo recente, L. Baurard, Un siècle de l'église de la France, Parigi 1901; id., Oeuvres saintes, ivi 1919. Sulla Germania, oltre il Liese citato, cf. l'articolo ben documentato di F. Keller, Caritas, in Stoutdeschou, I, coll. 1171-92; id., in LThK, II, coll. 751-61. Per i paesi di lingua inglese tuttora utili: Brother Philomon, Charity e W. Hölder, Poor, in Cults, Eur., III, pp. 593-604; XII, pp. 236-48; XVII (Supplement), pp. 177-83. In particolare cf. E. Chevallier, La foi des pauvres et la société anglaise, Parigi 1892; A. G. Warner, American Charities, Nuova York 1894; Ch. R. Henderson, Modern methods of charity, ivi 1904; K. Watzinger, Der sociale Katholizismus in England, München-Gladbach 1913; Statistica degli Ordini e Congregazioni di Diritto Pontificio, edita a cura della S. Congregazione dei Religiosi, Roma 1941.

Mario Scaduto

## III. Iconografia della c.

Prudenzio nella Psycomachia la immaginò in atto di combattere contro l'Avarizia. I miniatori del sec. x la rappresentarono come guerriero, con elmo e corazza, e cosí pittori e scultori di oltridge fra l'xt e il xill sec. (facciate di chiese di Amiens, Parigi, Aulnay, Reims). In

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Francia, venne anche raffigurata quale un angelo. Scarse sono le sue rappresentazioni in territorio germanico (riceve una corona nell' "Hortus deliciarum - di Errade di Landsberg del sec. x; e appare quale giovane donna in un rilievo della cattedrale di Strasburgo del sec. xili). Anche in Inghilterra la sua rappresentazione non è frequente (illustrazioni della Psycomachia e rilegatura in svorio del sec. xil del museo britannico, Londra).

Mentre in Francia nel sec. xili la rappresentazione della c. in atteggiamento pacifico è ancora rara, in Italia divenne comune dal sec. xili e spesso ebbe come attributi il cuore, il corno dell'abbondanza, le ali e la corona (acquasantiera di S. Giovanni Fuoricivitas a Pistoia, tabernacolo di Orsanmichele dell'Orcagna, miniature).

Degna particolarmente di menzione è la immagine della c. dipinta da Giotto (cappella degli Scrovegni, Padova) : è vestita di rosso, e simboleggia l'amore umano nel dispensare monete e prodotti della terra e l'amore divino nell'offrire a Dio un cuore.

Frequentissima la sua rappresentazione nelle tombe e nei monumenti funebri del sec. xiv (s. Pietro Martire in S. Eustorgio di Milano, s. Agostino in s. Pietro di Pavia, tombe Angioine a Napoli, Scaligere a Verona) e del xv (Monumenti di Giovanni XXIII, Sisto IV ed Innocenzo VIII), in cassoni ed in affreschi (Viterbo, Padova).

Non mancarono oltralpe immagini della c. in figura di uomo che fa slemosina (Dürer) o che versa da bere ad un mendicante (Holbein, museo di Basilea).

La c. definita da Raffaello nella predella della Deposizione (pinacoteca Vaticana), quale giovane donna che accoglie con atto amorevole alcuni bimbi, è la figurazione poi più comunemente seguita in tutti i tempi da pittori e scultori.

Nel sec. xvir le rappresentazioni della c. andarono sempre più diffondendosi e furono frequenti specie nei monumenti funebri (di Urbano VIII, Alessandro VII, [Roma, S. Pietro], opera di G. L. Bernini). Le epoche successive non aggiunsero nulla all'iconografia tradizionale (monumento Lamoricière a Nantes e monumento Demidoff del Bartolini a Firenze). - Vedi Tav. XLIX.

Bibl.. E. Mâle. L'art religieux de la fin du' moyen âge' en France, 2² ed., Parigi 1922, pp. 312-972 e passim: id.. L'art religieux du XIII e siècle en France, 3² ed., ivi 1923, pp. 99-103 (con bibl.): E. Wind, Chority. in. Jourv. of W'arb. Inst., 1 (1938), pp. 322 -30.

Fabia Borroni
"CARITATE CHRISTI COMPULSI». - Enciclica di Pio XI, del 3 maggio 1932, sulle dolorose calamità, che continuavano a premere sulla famiglia umana (AAS, 24 [1932], pp. 177-94). Già poco prima (encicl. Nova impendet, 2 ott. 1931) egli aveva invitato tutti gli uomini di cuore a stringersi in una crociata di amore per alleviare le dure conseguenze della crisi economica imperversante. L'appello era stato ascoltato, ma s'era dimostrato insufficiente a impedire l'inasprimento della crisi.

Pio XI additava le cause di questa : 1) nell'insaziabile fame dell'oro, fonte di egosemi, diffidenze, squilibri, odi; 2) nell'attività dell'ateismo militante, che approfittando delle circostanze, si organizzava socialmente e tutti cercava di stringere in una morsa d'acciaio. E contro quella campagna infernale, atta a portare con sé le conseguenze, più disastrose anche per la stessa economia, invitava ad attuare i mezzi soprannaturali, e perciò più efficaci, di cui è ricco il cristianesimo : 1) crociata di preghiere, che avvicinano i cuori; 2) espiazione e riparazione, mezzi adatti a ristabilire l'equilibrio, capovolto dalla sostituzione della violenza al diritto e alla morale.

Celestino Testore
CARLETTI, Angelo: v. angelo da chivasso.
CARLETTI, Terenzio. - Prelato e magistrato, n. a Pesaro il 24 sett. 1807, m. a Roma il 19 dic. 1896. Tenne gli uffici di ponente della S. Congregazione del Buon Governo, di delegato apostolico in Orvieto, Camerino e Rieti, di ponente presso il Tribunale della S. Consulta.

La non trascurabile parte avula in complessi giudizi di lesa maestà contro novatori, spesso rei di offerati delitti di sangue per spirito di parte, pose in non buona luce la figura del C. fra gli storiografi liberali coevi e posteriori. Ma le molteplici accuse e le varie recriminazioni cadono alla luce delle moderne ricerche, quando si tenga dovuto conto degli usi, dei costumi, dello stato d'animo dell'ambiente, di notevoli esempi d'ogni epoca e d'ogni luogo. Anche l'estrema pena inflitta agli infelici Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti apparve persino al non sospetto Ruggero Boughi pienamente giustificato dalla medesima gravità giuridica dell'inutile e barbaro attentato commesso, che, fra l'altro, troncò la vita di parecchi inermi militari e di alcuni innocenti borghesi.

Bibl.: Oltre il non troppo attendibile R. De Cesare, Roma e lo Stato del Paba dal ritorno di Pio IX al XX xill., I. Roma 1907, pp. 17-32, cf.; E. Camera, Munc. T. C. presidente del Tribunale della S. Consulta dal 1807 al 1870, in Miscel. del Risorg. ital., 1 (1911, II x in), pp. 20, 84; E. Michel, s. v. in Diz. del Risorg. naz., II, p. 560 ; P. Dalla Torre, L'anno di Mentana, Torino 1938, pp. 282-302. Nulla S. Consulta e sus menzionati proccosi anche l'introduzione di F. Re al I vol. delis Stato degli inquisiti dalla S. Consulta per la rinduzione del 1840, Roma 1927.
Paolo Dalla Torre
CARLI, Dionigi: v. dionigi da riocenza.
CARLI, Gian Rinaldo. - N. a Capodistria l'1 1 apr. 1720, m. a Milano il 22 febbr. 1795, è una delle personalità più spiccate dell'ambiente culturale milanese quale fiorì attorno ai Verri, al Beccaria, al Parini. Professore a 24 anni di astronomia e nautica nell'Università di Padova (1744-45), manifestò il frutto dei suoi studi scientifici nell'opera Sulla declinazione dell'ago magnetico (1747). Dopo un vano tentativo di fondare un'industria, andò a Milano (1764) ove venne a far parte di quella società colta che si raccoglieva intorno al Caffè.

Pubblicò nel 1765 il Discorso della l'utrin agli italiani; e nella scienza economica manifestò la sua competenza con un'opera Delle monete e dell'istituzione delle zecche in Italia, ancora oggi apprezzata dagli economisti.

Particolare attenzione volse ai problemi educativi come a quelli che potevano contribuire a migliorare la società e tanto per rapporto al costume che alle cognizioni della mente \%. A questo fine egli scriveva il Nuovo metodo per le scuole pubbliche d'Italia (Opere, XVIII, Milano 1787).

II C., notando il difetto delle scuole del tempo in cui maestri pedanti esercitavano la memoria piuttosto che formare la mente, traccia un piano di riforma scolastica affermando innanzi tutto che l'educazione spetta allo Stato, il quale deve provvedere alle scuole di educazione comune per i fanciulli dai 4 ai 9 -10 anni, che vi apprenderanno a leggere, a scrivere e a far di conto. A queste scuole seguono quelle che egli chiama elementari, ma, in realtà, corrispondenti all'attuale ginnasio-liceo: esse hanno lo scopo di dare una cultura intellettuale attivando prima la memoria (con lo studio delle lingue, delle massime morali, della geografia, la quale deve partire dalla topografia del proprio paese \% e della storia), poi la riflessione (geometria, logica); infine i giovani studieranno la poesia italiana, la latina e l'elinquenza. Riallacciandosi ad alcuni principi della scuola umanistica il C. voleva che la gloria e l'onore fossero posti nell'educazione dei giovani come gli stimoli più atti a far loro acquistare - vigore ed energia per le grandi cose e per le utili azioni e imprese \%. A completare gli studi seguivano da un lato l'Accademia delle scienze, delle arti, con finalità schiettamente scientifiche, e dall'altro l'università con finalità tutta professionale.

Pur non esente dall'influenza del Rousseau, il C. con il suo lavoro L'uomo libero confuta il Contratto sociale del ginevrino, mentre con il Ragionamento sulla ineguaglianza fisica, morale e civile tra gli uomini (1792), critica il Discours sur l'origine et les fondements de l'inégalité parmi les hommes dello stesso Rousseau. Nel primo saggio mira a suscitare "subordinazione e rispetto verso le leggi».

Nell'altro saggio afferma contro il Rousseau l'ineguaglianza spirituale ed etica del cristianesimo nella cui concezione le disuguaglianze fisiche, morali e civili costituis

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scono una legge di armonia necessaria ai fini della conservazione e del progresso della società, che è »un monte composto di strati di natura diversa, uno sovrapposto all'altro, in modo che reciprocamente si sostengono ", "al contrario un monte tutto composto di uniforme arena, a nessuna vicenda della pioggia, del vento, dell'aria può egli resistere».

Bini, : Opere, 18 voll., Milano 1787. Studi: D. Venturini, Di G. R. C. pedagogista, Capodistria 1903; G. Marchioro, Teorie e riforme economiche, finanziarie ed amministrative nella Lombardia del sec. XVIII, Città di Castella 1904; R. Ziliotto, Trecentosessantasei lettere di G. R. C., in Archroorafo triestino, nuova serie, 1909; F. De Stefano, G. R. C., P. Verri e C. Berraria, in Nuove Antologie, 1923, n. pp. 237-48; T. E. Perini, G. R. C. pedagogista, Roma 1924; C. Morandi, Idee e formazioni politiche in Lombardia, Torino 1927; G. Vidari, L'educazione in Italia, Dall'Ummessimo al Risorgimento, Roma 1930, pp. 174-76, 178-79; E. Furuioli, s. v. in Enc. bio-bibl. ital. Tosi, e cura di E. Codignola, Milano 1918; F. De Stefano, G. R. C. (1720-93), Modena 1942.

Nino Sammartano
CARLINI, Alberico. - Francescano, pittore, n. a Pescia nel 1705, m. nel 1775. Scolaro in patria di Ottaviano Dandini; a Roma frequentò lo studio di Sebastiano Conca. Vestito l'abito francescano e destinato al convento di Pietrasanta, ne decorò la chiesa.

Lasciò lavori in varie altre chiese del suo Ordine, fra cui quella di S. Bartolomeo all'Isola in Roma, ove nella cappella di S. Francesco raffigurò alcune scene della vita del Santo.

Bini, A. Corns. Dizionario della storia dell'arte in Itulin. Piscenza 1930.

Tommaso M. Gallino
CARLO I e II d'ANGE : v. angio, dinastia di napoli.

CARLO dell'Assunzione. - Teologo carmelitano, al secolo C. de Bryas, figlio di Giovanni, governatore di Marienburg, n. a St-Ghislain (Hainaut), nel 1625, m. a Lilla il 23 febbr. 1686. Destinato alla carriera militare, partecipò quale ufficiale alla battaglia contro i Francesi presso Lens (1648), nella quale fu fatto prigioniero e condotto a Parigi. Liberato, ritornò in patria, ed entrò, forse commosso per la morte quasi improvvisa di suo zio, il marchese Molenghien, nell'Ordine dei Carmelitani scalzi, a Douai (1653), dove fece, l'anno seguente, la professione. Ordinato sacerdote (1659), si diede ad una rigidissima osservanza della regola. Insegnò inoltre teologia nel convento di Douai, di cui fu più volte priore e definitore. Fu anche due volte superiore della provincia gallo-belgica.

Le prime opere, nelle quali sostenne la "scientia media " contro la "praedeterminatio physica ", cioè Auctoritas contra praedeterminationem physicam pro scientia media (Douai 1669), Scientia media ad examen revocata (ivi 1670) furono da lui pubblicate sotto lo pseudonimo "Germano Philalethes Eupistinus ". A questo dottrina si oppose il p. Henneguier, con il suo trattato Vauitas triumphorum (Douai 1670). Dopo di che, il p. C. mutò sentenza, aderendo a quella dei tomisti, e scrisse Thamittarum triumphas, i.e. ss. Augustini et Thomae summa concordia circa scientiam medium, uaturam puram, aut duplicem Dei amorem, libertatem, contritionem et probabilitatem (I, Douai 1670, 2^{°} ed. ivi 1672; II, ivi 1673). In quest'opera, che contiene i quattro trattati De natura pura seu de duplici Dei amore, de libertate, de contritione, de probabilitate, egli confutò le obiezioni dei molinisti. A lui rispose di nuovo il gesuita Franc. Fourmestraux, in risposta al quale il p. C. aggiunse ai due volumi dell'opera suddetta un terzo volume, con il titolo Thamittarum triumphus in perpetuum firmatus (Douai 1674), ed in seguito Funiculus triplex, quo necessitas angelici luminis D. Thomae ad veram s. Augustini intelligentiam insolubiliter stringitur, adversus Batum, Moliwum et Janseniam (Cambrai 1675).

Durante il suo provincialato il p. C. pubblicò, senza il suo nome e senza l'approvazione dei superiori maggiori,

I'opera Peutalogus dinphoricus, sive quingue differentiarum rationes, ex quibus verum judicatur de dilatione absolutinais (s. 1. 1678), in cui insegnava che un penitente che si confessa ogni settimana dei medesimi peccati gravi, deve essere assolto. Quest'opera fu, dal generale dell'Ordine, con decreto del 3 genn. 1679, condannata ad essere pubblicamente bruciata, e con decreto del 5 sett. 1684 condannata e messa all'Indice, "dance corrigatur". Con licenza del generale il libro fu da lui corrente e pubblicato, in lingua francese, sotto il titolo Eclaircissement touchant l'usage de l'absthition des consuitudinaires et vicidives, selon s. Thomas avec trois règles pour la fréquente communion (Lilla 1682). Quando il vescovo di Tournai contro questa nuova edizione pubblicò una seconda lettera pastorale, il p. C. difese la sua sentenza con il trattato Vindiciarum postulatio a Jesu Christo (Liegi 1683).

Bini, : Martialis a s. in. Buer., Biblioth. Scriptorum Carm. exc., Bordeaux 1730, 66-71; Hurter, IV, 323-27; C. de Villiers, Biblioth. carm., I, Roma 1927, 311-12; 556-58; E. Mangenot, Charles de l'Assomption, in DThC. II (1903), 2272-74.

Ambrogio di Santa Teresa
CARLO III di Borbone, re delle due Sicilie e poi di Spagna: v. carlo in di Borbone, re di spagna.

CARLO V, re di Francia. - Figlio di Giovanni II il Buono, fu la maggior figura della casa reale di Francia del ramo dei Valois, nel sec. xiv. N. a Vincennes il 21 genn. 1337, ancora giovane ebbe il governo del Delfinato ceduto dall'ultimo delfino della casa di Latour du Pin al re di Francia a condizione che il governo ne fosse sempre nelle mani del primogenito del re. Fu quindi il primo delfino della casa reale. Nel 1355 ebbe dal padre il governo del ducato di Normandia. Dopo la battaglia di Poitiers, in cui Giovanni II fu fatto prigioniero degli Inglesi (1356), C., delfino, assunse la carica di reggente e di luogotenente del re. La crisi politica che il regno attraversò, gli fece acquistare, a sue spese, conoscenza delle persone, e discernere gli amici dai nemici; così, sebbene ancora giovane, giunse alla perfetta coscienza dei doveri del sovrano ed alla convinzione della necessità che il monarca avesse potestà completa ed assoluta. Per avere appoggio nella riorganizzazione dello Stato, riunì gli Stati generali ma dovette combattere contro l'opposizione del re di Navarra, Carlo il Malo, e della borghesia parigina guidata da un avvocato eloquente, Etienne Marcel. Costretto ad uscire da Parigi trovò aiuto nella feudalità provinciale, che intanto schiacciava l'insurrezione rurale della Jarquerie; con un esercito di nobili rientrò in Parigi e ristabili la sua autorità. Nel 1360 trattò con gl'Inglesi la pace di BrétignyCalais e, ritornato il padre dalla prigione, gli restituì il regno. Giovanni II morì l'8 apr. 1364 ed allora C. salì al trono. Regnò solo 16 anni, ma il suo regno ebbe grande importanza nella storia della Francia.

Uomo colto, preferiva la vita raccolta, tra gli studi e le meditazioni, alle casce e alla vita cavalleresca preferita dal padre. Concepiva il suo governo come necessariamente assoluto, soltanto temperato dalla coscienza dei doveri di re e dalla collaborazione onesta ed intelligente di persone colte. Il suo programma era di rimettere la pace e l'ordine nello Stato, liquidando tutto il passato di conflitti e di guerre. Il periodo di pace operoso durò tuttavia solo fino al 1369. L'esecuzione del trattato di Calais portò infatti a gravi difficoltà con il re d'Inghilterra, sia per il pagamento ancora pendente del riscatto di Giovanni II, sia per i diritti di alta sovranità che il re di Francia pretendava sui feudatari dei territori occupati dagli Inglesi. Nel 1369 quindi ricominciò la guerra. Nel Consiglio del re si discusse il progetto di invadere l'Inghilterra; poi, sotto il comando del nuovo connestabile Du Guesclin, gli eserciti francesi conquistavano il Poitou, la Saintonge e la Bretagna. La morte del Principe Nero, capo militare degli Inglesi, e del re d'Inghilterra fece illonguidire la guerra.

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(per cortesia del dott. B. Drgenkert)
Carlo V, re di Francia - Bonchetto offerto da C. V a Carlo IV imperatore, e a Venceslao IV di Lausemburgo, re dei Romani. Les Grandes Chroniques de France, cod. membranaceo miniato (sec. xiv) - Parigi, biblioteca Nazionale, ms. francese 2813, f. 473.

Per quanto riguarda l'attività politica del re in altri campi, è da ricordare che C. cercò di convincere Urbano V a non ritornare a Roma, ma a conservare la sede papale in Avignone. Scoppiato lo scisma nel 1378, il re prima riconobbe Urbano VI, poi lo abbandonò e riconobbe il nuovo papa di Avignone, Clemente VII. Morl il 16 sett. 1380 a Beauté-sur-Marne e fu sepolto a St-Denis.

Bim.: L'opera più recente e fondamentale su C. V è quella di R. Delaehenal, Histoire de Charles V, 5 voll., Parigi 1909-31. Da vedere pure E. Lavisse, Histoire de France, IV, ivi 1905, pp. 171-263; A. Coville, L'Europe occidentale, in G. Glota, Histoire generale, Histoire du moyen-âge, VI, ivi 1941, p. 592 seg. Francesco Cognasso

CARLO VI, re di Francia, detto il Pazzo. - Figlio del precedente e di Giovanna di Borbone, n. a Parigi il 3 dic. 1368, m. il 21 ott. 1422. Gli zii, duchi di Borgogna, di Berry e d'Angio, governarono per lui, finché ebbe compiuto i 21 anni. Fu un periodo di violenze e di anarchia nel quale i reggenti prelevarono i mezzi finanziari dove li trovarono e in tutte le maniere. Nel 1385 C. assunse il governo personalmente, e nel 1388 sposò Isabella di Baviera. Incapace di sedare i tumulti sollevati dalla reggenza, richiamò i saggi consiglieri del padre, chiamati per derisione Marmousets, ma il loro buon governo durò poco, poiché il re nel 1392 impazzl e il potere regio fu disputato tra gli zii, duchi di Borgogna e di Orléans. Nel 1407 questo ultimo fu assassinato, e il delitto dette origine alla guerra tra i due partiti nei quali si erano divise corte e nobiltà, quello degli Armagnacchi e quello dei Borgognoni.

Enrico V d'Inghilterra approfitto dell'anarchia per invadere la Francia con la connivenza di Giovanni Senza-
paura, nuovo duca di Borgogna, vinse ad Azincourt nel 1415, e s'impossessò della Normandia. Giovanni Sensa. paura, entrato a Parigi, prese il governo in nome di C. Durante un abboccamento con gli Armagnacchi, che avevano dalla loro il delfino, Giovanni Sensa. paura fu assassinato nel 1419 , e il nuovo duca di Ilorgogna, Filippo l'Ardito, concluse aperta alleanza con Enrico re d'Inghilterra, tramando anche con Isabella di Baviera, moglie di C. Con il trattato di Troyes del 1420 , Enrico V doveva sposare Caterina, figlia di C., e diventare cosi re di Francia alla morte del suocero. Ma due anni dopo, C. ed Enrico morivano entrambi a poche settimane di distanza l'uno dall'altro.
C. cercò di sfruttare lo scisma a vantaggio dell'autorità regia, ma l'Università di Parigi, interprete della pubblica opinione, gli impose di adoperarsi invece per l'unione delle obbedienze.

Bim.: N. Valois, La France et le grand schisme, a voll., Parigi 1896-1902; J. Calmette, L'élaboration du monde moderne, ivi 1934 e bibl. ivi cit., v. indici; J. Calmette-E. Dèprez, L'Europe occidentale de la fin du XIV siècle aux guerres d'Italie, 2 voll., ivi 1937-39, v. indici; J. Calmette, Chute et relccement de la France sous Charles VI et Charles VII, ivi 1945. Luigi Michelini Tacci

CARLO VII, re di Francia, detto il Vittorioso. Figlio del precedente e di Isabella di Baviera, n. a Parigi il 2 febbr. 1403, m. a Melun-sur-Yèvre il 22 luglio 1461.

Nel 1417 assunse la reggenza del regno per il padre e nel 1422 gli successe, mentre gli Inglesi occupavano quasi tutta la Francia a nord della Loira e al sud tenevano la parte occidentale della Guienna. Il duca di Borgogna era alleato del duca di Bedfort, che reggeva la Francia per il re d'Inghilterra Enrico VI, e C. si trovò subito in condizioni difficilissime. Ma gli Stati generali e provinciali gli procurarono i mezzi finanziari più urgenti, mentre la città di Orléans tenne accanitamente testa all'invasore. Giovanna d'Arco, superando l'ostilità e l'incomprensione della corte e dello stesso re, riuscl a farlo consacrare a Reims; ma quando la Pulsella cadde prigioniera degli Inglesi, C. non seppe far nulla per salvarla. Una serie di avvenimenti fortunati venne ad aiutarlo; il duca di Borgogna si riconciliò con lui per mezzo del trattato di Arras del 1435, Parigi si arrese al connestabile de Richemont, e gli Inglesi stanchi e anch'essi alla vigilia di una guerra civile, firmarono la tregua del 1444 .

I rapporti con la Chiesa al termine del Concilio di Costanza furono regolati nel 1418 da un concordato che riconobbe speciali privilegi alla Francia. Quando nel 1431 si aprì il Concilio a Basilea, il clero francese adunato a Bourges nel febbr. 1432 stette per il Concilio, sebbene Eugenio IV lo avesse sciolto; ed in una seconda assemblea emise una "prammatica sanzione" che il re firmò il 7 luglio 1438, nella quale era riaffermato il principio della superiorità del Concilio sul Papa, si regolavano i rapporti con il Papa e si salvaguardavano le «lodevoli consuetudini della Chiesa di Francia». In una terza assemblea a Bourges nel giugno 1447, prima che fosse concluso il triste scisma suscitato da Felice V, il re C. d'accordo con gli inviati dei principi tedeschi, del re d'Inghilterra, della Savoia, e dei Padri di Basilea, pretese che si adunasse un nuovo concilio in una città della Francia. Ma queste ed altre trattative rimasero senza risultato; continuò invece lo spirito di avversione in buona parte del clero francese contro le prerogative della S. Sede.

Fra il 1445 e il 1448 C. riorganizzò lo Stato, gettò le fondamenta di un esercito regolare e riordinò stabilmente le finanze. Nel 1449 la guerra con l'Inghilterra ricominciò. La Normandia fu riconquistata in un anno, e, dopo tre anni, terminò vittoriosamente per la Francia una lotta che durava da oltre un secolo. Agli Inglesi restava soltanto Calais.

Il trionfo su ogni opposizione aristocratica, la pronta repressione della rivolta, detta della Fraguerie, le campagne

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di Svizzera e di Lorena, le alleanac con i principi tedeschi, il rinascere della prosperità economica del paese, riaffermano con C. l'autorità regia e il prestigio della Francia.

BNL.: L. Vallet de Viriville, Histoire de Charles VII et de son époque, 6 voll., Parigi 1862-63; G. Dufresne de Beaucourt, Histoire de Charles VII, ivi 1881-91; R. Wittram, Die französische Politik auf dem Bouter Kanuil, Riga 1927; T. Catta, Charles VII et Jeanne d'Arc, in Rev. des quest. hist., 3² serie, 14 (1929, iv), pp. 237-330; J. Calmette, L'élaboration du monde moderne, Parigi 1934, v. indice; J. Calmette-E. Déprez, L'Europe occidentale de la fin du XIVc siècle aux guerres d'Italie, 2 voll., ivi 1937-39, v. indice; J. Calmette, Chute et relèvement de la France sous Charles VI et Charles VII, ivi 1945; R. Meunier, Les rapports entre Charles VII et Jeanne d'Arc de 1429 à 1431 , Poitiers 1946.

Luigi Michelini Tocei
CARLO VIII, re di Francia. - Figlio di Luigi XI e di Carlotta di Savoia, n. ad Amboise il 30 giugno 1470 , m. ivi il 7 apr. 1498 . Gracile e di poca salute, a tredici anni successe al padre sotto la reggenza della sorella Anna, moglie di Fietro de Beaujeu, reggenza che durò sette anni e riusci a superare e vincere la rivolta dei feudatari. Il matrimonio di C. con Anna, ereditiera del ducato di Bretagna, nel 1491, riunì alla corona di Francia quel ducato. Nello stesso anno C. prese personalmente il governo del regno, e alla prudente saggezza della reggente seguirono da allora le folli imprese del re.

Con il pretesto dei suoi diritti alla corona di Napoli, dopo aver taciuto la Germania con la cessione dell'Artois e della Franca Contea, la Spagna con quella del Rossiglione e della Cerdagna, scese in Italia. Passò per Firenze e per Roma, dove sul finire del 1494 costrinse Alessandro VI a scendere a patti. Sul principio del 1495 era a Napoli e pensò di av