oli, dopo aver taciuto la Germania con la cessione dell'Artois e della Franca Contea, la Spagna con quella del Rossiglione e della Cerdagna, scese in Italia. Passò per Firenze e per Roma, dove sul finire del 1494 costrinse Alessandro VI a scendere a patti. Sul principio del 1495 era a Napoli e pensò di avere conquistato il Regno. Ma intanto si formò alle sue spalle una lega di principi italiani contro di lui. C. tornò rapidamente indietro. A Fornovo riusci a stento ad aprirsi un varco tra le truppe dei confederati ( 6 luglio). Rientrato in Francia, perdette l'unico figlio Carlo. Pensava ad un'altra spedizione in Italia, quando lo sorprese la morte.
BNL.: H. F. Delaborde, L'expédition de Charles VIII en Italie, Parigi 1888; Lettres de Charles VIII, pubbl. da Pélicier e Mandrot, ivi 1808-1904; J. Brigde, History of France, II, Londra 1921-24; P. Paschini, Roma nel Rinascimento, Belogna 1940, p. 330 sge.
Luigi Michelini Tocei
CARLO IX, re di Francia. - Terzo figlio maschio di Enrico II e di Caterina de' Medici, n. a St-Germain-en-Laye il 27 giugno 1550 , m. a Vincennes il 30 maggio 1574. Portò dapprima il titolo di duca di Orléans. Salito al trono nel 1560 , per la morte del fratello maggiore Francesco II, regnò sotto la tutela della madre fino al 1563 , anno in cui fu dichiarato maggiorenne, ma la tutela materna continuò di fatto anche dopo. Verso il 1570 , sotto l'influenza del Coligny, che gli faceva intravedere in un intervento a favore dei Paesi Bassi, sollevatisi contro la Spagna, un avvenire di gloria e di potenza, seguì per la prima volta una politica personale. Caterina, sentendo sfuggirsi l'influenza che esercitava sul figlio, tentò di riacquistarla, facendo sparire il rivale. Ma l'attentato non riusci e provocò una catena di conseguenze funeste che cominciarono con la notte di s. Bartolomeo, e con le due tremende guerre civili che di quella strage furono le conseguenze. C. il quale si era assunto in pieno la responsabilità di quegli avvenimenti, mori durante la seconda guerra, dopo un rapido declino morale e fisico.
BNL.: De la Perrière, Le XVIc siècle et les Valois, Parigi 1879; H. Mariéjol, Catherine de Médicis, 2⁴ ed., ivi 1920.
CARLO X, re di Francia. - Figlio di Luigi delfino di Francia e di Maria Giuseppe di Sassonia, n. il 9 ott. 1757 a Versailles, m. il 6 nov. 1836 a Gorizia. Ebbe il titolo di conte d'Artois, e sposò nel
1773 Maria Teresa di Savoia. Contrario a qualsiasi riforma, lasciò la Francia all'indomani della presa della Bastiglia, e si stabilì a Torino. In seguito si trasferì a Coblenza, ed infine in Inghilterra, e fu uno dei capi dell'emigrazione. Dopo la caduta di Napoleone, fece, il 12 apr. 1814, l'ingresso trionfale in Parigi, quale luogotenente generale del fratello, il re Luigi XVIII. Alla morte di questo, nel 1824, gli successe sul trono.
Promise di essere e fu il re degli emigrati. Fece approvare una legge per indennizzare coloro cui erano stati confiscati i beni durante la Rivoluzione, e cercò di reintrodurre anche il diritto del maggiorascato, incontrando l'opposizione della Camera. Nel 1829 procedette alla formazione di un ministero di regalisti puri, di cui il massimo esponente era il principe di Polignac. Il 26 luglio 1830 furono emanate le quattro "ordinanze " sulla soppressione della libertà di stampa, sullo scioglimento della Camera, sulla modificazione del corpo elettorale e sulla data delle nuove elezioni. Fu questo il segnale della cosiddetta rivoluzione di luglio, ed il 2 ag. il re dovette abdicare. C. X, sebbene non libero dai preconcetti gallicani tradizionali nei sovrani di Francia, mantenne, durante il suo regno, un atteggiamento cordiale verso la Chiesa cattolica e la S. Sede.
BNL.: E. Lavisse-A. Rambaud, Histoire générale du IVsiècle à nos jours, X, Parigi 1898, pp. 124 e 267 sgg.; J. LocasDubrcton, Charles X (le prince, l'émigré, le roi), ivi 1927; P. de la Gorce, La Restauration: Charles X, ivi 1928, Sul conto d'Artois durante l'emigrazione cf. E. Daudes, Histoire de l'émigration pendant la Révolution Francaise, 3 voll., ivi 1903-1907, passim.
Silvio Furlani
CARLO II, imperatore, detto il Calvo. - Figlio di Ludovico il Pio e della sua seconda moglie Giuditta, n. nell'823 a Francoforte sul M. Nell'829, all'assemblea di Worms, gli fu decretata come retaggio l'Alemagna, suscitando forti animosità tra gli altri figli di Ludovico il Pio i quali, mossa guerra al padre,

(fol. Giovanni
Carlo II, imperatore, detto il Calvo - Omaggio della Bibbia da parte di Viviano, monaco di S. Martino di Tours - Parigi, biblioteca Nazionale, ms. lat. 1, Bibbia di Carlo il Calvo, f. 423.
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nell'833 riuscirono a far prigioniero C., presto liberato. Nell'assemblea d'Aquisgrana (836) si costituiva per lui, ed effettivamente si affidava alla sua amministrazione un grandissimo regno, comprendente l'Austrasia e la Neustria, ch'egli poi ceccò di ampliarc verso la Provenza, l'Aquitania e la Borgogna, annettendosi anche, alla morte di Lotario II, parte della Lotaringia. Il suo regno fu turbato dalle incursioni normanne ( 853 sgg .) e dalle invasioni del fratello Ludovico il Germanico. Morto nell'875 Ludovico 11 imperatore, papa Giovanni VIII l'invitò in Italia e lo coronò imperatore a Roma. Nell'877 tornava in Italia in soccorso del Papa contro i Saraceni, ma non trovò favorevoli i signori franchi. E mentre si disponeva a ripassare le Alpi, moriva il 6 ag. di quell'anno ad Avricux, presso Modane.
BibL.: F. Lot-L. Helphen, Le règne de Charles le Chouve, v. I. 1909; K. Leauwr. Kurl d. Kohle. Lipsia 1909; H. Leckereu, Charles le Chauve, in DACL. III (1913), 825-66; Fliche-MartinFrutza, VI (1948), v. indice.
Alberto Ghinato
CARLO III, IMPERATORE, re d'Alemagna, detto il Grosso. - Terzo figlio di Ludovico il Germanico, n. nell'830. Principe, contrastò la Lotaringia a Carlo il Calvo (872), e alla morte dell'imperatore Ludovico II tentò invano di occupare l'Italia (875). L'anno seguente, mortogli il padre, divenne re di Alemagna. Dopo lunghe istanze di papa Giovanni VIII, che vedeva in lui il ristabilizzatore della pace nella penisola in preda a gravi disordini, scese in Italia nell'880 dove fu riconosciuto re e l'anno dopo, alla seconda discesa, proclamato imperatore. Morto il fratello Ludovico di Sassonia ne ereditava i possedimenti che aumentava nell'885 per la successione al regno di Francia, raccogliendo così nelle sue mani quasi tutti i possessi del trisavolo Carlomagno, di cui tuttavia non aveva né la mente né l'energia. Lottò debolmente contro i Normanni, che imbaldanzivano sempre più, specie sulla Schelda : ma, fiacco e irresoluto, nel placitum di Tribur veniva deposto e riconosciuto in sua vece il nipote Arnolfo. Il 13 genn. 888 moriva a Neidingen, sul Danubio, e con lui si spegneva l'ultimo degli imperatori Carolingi.
BibL.: Fliche-Martin-Frutaz. VI (1948), v. indice.
Alberto Ghinato
CARLO IV, imperatore. - N. a Praga il 13 maggio 1316 e m. ivi il 18 nov. 1378. Figlio di Giovanni, re di Boemia, successe al padre nel 1346. Fu appoggiato dal partito guelfo contro Ludovico il Bavaro e alla morte del suo rivale, avvenuta nel 1347, venne eletto re di Germania e incoronato ad Aquisgrana il 25 luglio 1349. Scese in Italia per il Friuli, venne incoronato re d'Italia a Milano il 6 genn. 1355 e quindi, da un cardinale deputato da Innocenzo VI, imperatore a Roma il 5 apr. dello stesso anno. Tornato in Germania provvide ad organizzare definitivamente l'elezione imperiale con la famosa costituzione della bolla d'oro del 1356 con cui stabiliva che l'elezione dell'imperatore fosse riservata ad un collegio di sette elettori e precisamente agli arcivescovi di Treviri, Colonia, Magonza e ai principi di Boviera, Palatinato, Sassonia, Brandeburgo. Nel 1365 si recò ad Avignone presso Urbano VI da cui, il 4 giugno dello stesso anno, si fece incoronare re di Borgogna ad Arles. Tornò di nuovo in Italia nell'apr. del 1368; ad Udine s'incontrò col Petrarca, e nell'ott. con papa Urbano a Roma. Ottenne dagli elettori che l'impero passasse al suo primogenito Venceslao che doveva succedergli anche come re di Boemia e riuscì a togliere ai Wittelsbach di Baviera la marca di Brandeburgo che diede al suo secondogenito Si-
gismondo divenuto più tardi, per il suo matrimonio con Maria d'Angiò, anche re d'Ungheria. Fu grande mecenate : onorò il Petrarca, contribuì alla diffusione dell'umanesimo in Boemia ed in Germania, fondò l'Università di Praga. Diede inoltre grande impulso all'industria, al commercio e all'agricoltura.
BibL.: F. Pelzel, Geschichte Kurls II', Königs in Böhmen, Dresda 1583: II. Friedjame, Kaiser Karl II', und sein Antheil am geistigen Leben seiner Zeit, Vienna 1876; T. Mentzel, Italienische Politik Kaiser Karls IV. Blackenburgr 1885; G. Walsh, The emperor Charles IV, Londra 1924; J. Plimmer, Kaiser Karl II', Potsdam 1938.
Emma Santovis
CARLO V, imperatore. - N. a Gand il 24 febbr. 1500, m. a S. Giusto il 21 sett. 1558. Figlio di Filippo il Bello arciduca d'Austria e di Giovanna la Pazza, ereditò i possessi degli Asburgo dal nonno paterno Massimiliano d'Austria (m. nel 1519), i possessi della casa di Borgogna dalla nonna paterna Maria di Borgogna (m. nel 1482), il regno d'Aragona con i possedimenti in Italia dal nonno materno Ferdinando il Cattolico (m. nel 1516), il regno di Castiglia con i possessi in America dalla nonna materna Isabella di Castiglia (m. nel 1504). Il padre Filippo era premorto al nonno paterno nel 1506, Giovanna era impazzita nel medesimo anno.
La sua prima educazione e nella Listosa corte borgognona (tra i principali consiglieri è Guglielmo di Croy, signore di Chièvres). Il primo soggiorno in Spagna la trova disorientato, per il formolismo e la severità della corte e per l'opposizione della nobiltà fortemente ancorata alle proprie preoccupazioni - nazionali-. La sua preparazione politica prosegue sotto il Concrns e poi sotto Mercurino da Gattinara: quest'ultimo ha avuto, nella formazione spirituale e politico-morale di C., un'impor-

(Int. Büdarchiv d. 0. Nationalbistortstr)
Carlo V. imperatore - Ritratto giovanile con Toson d'oro ( + Goldenes Vlicsa + ). Incisione da ritratto d'ignoto fiammingo, conservato al Louvre.
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Carro V. imperator - Epistalin della battaglie di Pavia (1525) Arazo da cartone di B. Van Orley - Napoli, musco Navionale.
tanza decisiva, propriu perché ha indirizzato l'alto sentimento di orgoglio e la voluttà di honneur et réputation di C. verso il grandioso mito dell'impero; e Mercurino, che contro gli interessi e i sentimenti della corte spagnola, spinge il sovrano a risolvere la politica europea facendo centro nel "giardin dello impero", in quell'Italia che aveva dato a Mercurino i natali. Il risultato più concreto della politica di Mercurino è l'elezione imperiale di C . ( 28 giugno 1519), elezione ottenuta, da parte di C., con la corruzione degli elettori e non senza minacce : ormai era penetrato, nell'animo di C., quel mito della monarchia universale, da risuscitare e ventilare nella teoria e da attuare nella pratica con ogni mezzo. La soluzione dell'elezione ha messo oramai di fronte, definitivamente e all'ultimo sangue, i due grandi rivali: C. e Francesco I, l'uno intento a sostenere quel sogno imperiale, l'altro a difendere più realisticamente una politica di equilibrio che salvi almeno il regno di Francia. La lotta tra i due protagonisti, è logico, non è solo impegnata tra due personalità, ma si risolve nella più generale storia europea: battaglia di Pavia ( 1525 ) in cui Francesco I è fatto prigioniero; trattato di Madrid ( 1526 ) col quale il re di Francia viene liberato con l'impegno però di cedere i diritti sull'Italia e di consegnare a C. la Borgogna; disconoscimento del trattato da parte di Francesco, sua alleanza con Venezia e con il Papa; sacco di Roma ( 1527 ) da parte dei lanzichenecchi mercenari al servizio dell'imperatore; passaggio di Andrea Doria dal campo francese a quello imperiale e fallimento della spedizione francese a Napoli; alleanza di Francesco con i Turchi e preoccupazioni di C. che lo spingono a firmare la pace di Cambrai (1529); incerronazione di C. da parte di Clemente VII e restaurazione dei Medici a Firenze (1530); ripresa della guerra e debolezza di C. premuto da Francesco, dai Barbareschi, dai Turchi, e dall'ampliarsi della rivoluzione protestante; bloccamento dei Turchi da porte di C., pace con i Turchi stessi, susseguente pace con Francesco a Crépy (1544).
La posizione di C. di fronte alla rivoluzione protestante fu oscillante tra cristianità ed Europa politica, tra difesa della tradizione cattolica e attuazione di quella ragion di Stato che cominciava ad avere nel Cinquecento i suoi definitori e sostenitori; da una parte la sua sincera volontà di cattolico di distruggere l'eresia, dall'altra i suoi cedimenti di politico in cerca dell'equilibrio delle forze e dell'indeboli-
mento dei principi germanici (e per indebolirli andava cauto ad impedire una loro potente controffensiva che lo avrebbe messo in una situazione disperata). Sogna di essere il definitivo sterminatore di Lutero, ma intanto non mette in pratica il suo fiero proposito; così si proclama tutore dell'ortodossia, ma non si oppone a Enrico VIII per timore di vederlo uscire dalla sua neutralità politico-militare; si dichiara ed è devoto al papato, ma (la sua politica anticuriale nonostante la colpa effettiva fosse delle milizie indisciplinate) ad un certo momento determina indirettamente la devastazione di Roma nello spaventoso sacco del 1525 . Con la Dieta di Spira del 1526 si impegna di permettere ai luterani l'esercizio della confessione riformata sino alla convocazione del Concilio, nel 1529 vuol ritoglier loro la libertà ma poi la riconferma per timore di una guerra; mostra grandi irrisolutezze sull'apertura del Concilio così com'era prospettata da Roma, e anche dopo il crollo della lega smalkaldica vuole si il ristabilimento dell'unità religiosa, ma desidera tenere per sé una supremazia « civile» sulla cristianità.
Spirito sinceramente religioso e uomo d'onore: cosi ce lo descrive in uno stupendo passo Marino Cavalli, ambasciatore veneziano presso di lui: «è sua maestà molto religiosa: ode due Messe ogni di: li vespri e le prediche le feste solamente: dice molte orazioni: si confessa e si comunica quattro volte l'anno; e per quel che si vede, vive come cristiano, e privato cavaliere. Non ha imperfezione alcuna, che s'astiene da tutti i vizi; e in tutte le azioni sue, fino alle minime, è tanto composto e ben ordinato, tanto avvertito e giudizioso, che niuno può desiderare di vantaggio, con certi movimenti, e certe parole cosi prudenti, che meritano d'esser ammirate da ognuno. Parla sempre umanamente, mai s'adira, mai brava; ma sempre con il giusto in bocca, con la speranza in Dio e con il fondar le sue cose in su la ragione. E duro sopra i punti d'onore e su ogni minuzia contenuta nei contratti di pace e di leghe, che ha con gli altri. Rimette o diferisce l'ingiurie dei suoi e le sue proprie, quando gli mette conto per maggior comodo. E fisso nelle sue opinioni; non fa mai cosa alcuna forzato apparentemente, e lascierà piuttosto rovinare il mondo che far cosa violentato" (E. Alberi, Le Relazioni degli ambasciatori veneti al Senato durante
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il secolo XVI, 1^{text {a }} serie, II, Firenze 1841, pp. 213-15). Il passo dell'ambasciatore è del 1551, quando cioè ha preso il sopravvento sull'animo dell'imperatore un complesso momento mistico, una intima e penetrante coscienza della fragilità umana; quel senso triste della morte, che aveva respirato nella giovanile inquietudine dell'ambiente borgoynone, è aumentato con gli anni e le delusioni; quel senso era stato velato dal suo ardente spirito di cavaliere, da quella sua costante voluttà di "ganar honrra y fama perpetua - che inculca pure al figlio (K. Brandi, Berichte und Studien zur Geschichte Karls V., XII, in Nachrichten der Gesellschaft der Wissenschaften zu Gättingen, 1935, p. 58); certo molto dovette anche prendere dai vasti e talora sotterranei movimenti mistici spagnoli, ma la questione dovrebbe essere riesaminata a fondo (ad es., risulta che sotto di lui il movimento degli alumbrados fosse fieramente avversato: cf. Alonso de S. Cruz, Crónica del Emperador Carlos V, III, Madrid 1922, p. 19 sgg. Certo è che l'ambiente era saturo anche di reviviscenze mistiche non eterodosse: Francesco de Ossuna, Bernardino de Laredo ecc.). Soprattutto quando tramonta la speranza del sogno di monarchia universale, un senso affranto della caducità delle umane cose prende il sopravvento nel cuore dello stanco imperatore, il quale abdica nel 1556 e si ritira in convento; anche se i guiezi dell'antico valor non erano pur morti, se seguitava a profilare consigli politici al figlio Filippo II, metodo che continuava d'altronde la minuziosità di istruzione che aveva dato sull'educazione del figlio quand'era giovanetto (cf. J. M. March, Nilùz y juventud de Felipe II, I, Madrid 1941, pp. 81-212, 271-335; II, ivi 1942, pp. 5-39). - Vedi Tav. L.
Biel.: P. Kalkoff, Die Kaiserwahl Friedrichs IV, und Karls V., Weimar 1923; P. Rassow, Die Kaiser-Idee Karls V., Berlino 1932; K. Brandi, Kaiser Karl V., I, Monaco 1937; II, ivi 1941 (opera di estrema importanza, risultato di una perfetta conoscenza delle fonti edite e di una vastissima esplorazione archivistica nei principali fondi europei: si rimanda al II vol. dell'opera del Brandi per orientarsi nella vastissima bibl. su C. V); R. Menéndez Pidal, Idea imperial de Carlos V, Madrid 1941, pp. 7-33 (tesi recessiva che risolve l'esame della figura dell'imperatore su un piano «nazionalistico»). Sui rapporti col papato: Pastor, IV, I e 11, V, VI (con ricchissima bibl.); C. Capasso, Paolo III, 2 voll., Messina 1923-24. Su C. V e l'Italia v. la vecchia ma valida opera di G. De Leva, Storia documentata di C. V in correlazione all'Italia, 5 voll., Venezia 1863-94; F. Chabod, Lo Stato di Milano nell'Impero di C. V, Roma 1934; id., C. V nell'opera del Brandi, in Studi germanici, 4 (1940), pp. 1-94; E. Pontieri, Nei tempi grigi della storia d'Italia, Napoli 1949, p. 11 sgg.
Massimo Petrocchi
CARLO VI, IMPERATORE. - N. a Vienna il 1^{°} ott. 1685 , m. ivi il 20 ott. 1740 . Il suo nome è legato alla guerra di successione spagnola, alla guerra contro i Turchi conclusa con la pace di Belgrado del 1739, alla lotta per la prammatica sanzione e alle complicazioni diplomatiche che ne seguirono: C. con la prammatica sanzione dell'apr. 1713 regolava la successione dei suoi Stati; con la morte del primogenito Leopoldo si acui il problema perché la successione doveva andare alla figlia Maria Teresa; la prammatica sanzione fu proclamata solo nel 1724 dopo l'approvazione delle diete dei paesi dell'impero, ma solo nel 1748, con la pace di Aquisgrana, ebbe il suo pratico riconoscimento. Nell'interno il governo di C. significa l'apogeo della cultura austriaca, nel più vasto senso, religione, arte, commercio: le grandi residenze, Vienna e Praga, in questo periodo si rinnovarono con lo splendore barocco che rimase la loro caratteristica.
Biel.: M. Meyer-R. F. Kaindl-H. Pirchegger, Geschichte und Kulturleben Deutschösterreich, II, Vienna 1931. pp. 231-81; G. Mecenseffy, Karls VI. spanische Bündnispolitik, 1723-29, Innsbruck 1934; A. de Saint-Léger, Ph. Sagnac, La prépondérance française, Lonil XIV (1661-1713), Parigi 1935; P. Muret, La prépondérance anglaise (1713-63), 2² ed., ivi 1942. Giuseppe Löw
CARLO I, re d'Inghilterra e di Scozia. - N. il 19 nov. 1600 a Dunfermline, m. il 30 genn. 1649 a Londra, figlio di Giacomo I e di Anna di Dani-
marca. Nel 1625 , diventato re, sposò Enrichetta Maria, sorella di Luigi XIII di Francia. In un articolo segreto, annesso al trattato matrimoniale, C. si impegnava di garantire ai cattolici libertà di culto, almeno in privato; ma il timore del forte partito avversario che voleva l'applicazione delle leggi esistenti, di persecuzione contro i papisti, e il proposito di evitare un accostamento a Roma e al Papa, lo indussero ad adattamenti e concessioni, che fecero anche dei martiri. La vera importanza del matrimonio era soprattutto di carattere politico. Con esso Richelieu allontanava la minaccia di un'alleanza ispano-inglese che si opponesse alla riconquista francese della Valtellina, mentre da parte inglese si sperava nella restaurazione dell'elettore palatino, imparentato con C.
Dopo le nozze si verificarono profonde divergenze tra C. e la moglie, non intendendo il re accordare nessuna protezione ai cattolici. Col pretesto di prosellizion o svolto a favore delle Chiesa cattolica dal seguito di Enrichetta, C. espulse dal regno i componenti del seguito stesso. Il risultato fu la guerra con la Francia: C. cercò di aiutare gli ugonotti assediati a La Rochelle, ma tutti i tentativi fallirono. Intanto le necessità belliche richicdevano cospicui mezzi finanziari (C. si trovava in guerra anche con la Spagna e sussidiava Cristiano IV di Danimarca, suo zio materno) che il re si procurò, dal momento che gli erano stati negati dal Parlamento, con patti d'imperio. Conclusa la pace con la Francia e con la Spagna ( 1629 e 1630 ), C. continuò su questa via incostituzionale. Nel 1637 si alienò con misure antipresbiteriane gli Scozzesi che infine apertamente gli si ribellarono. Dopo la morte del duca di Buckingham (1628), C. si riconcilcò con la regina e diede varie prova di comprensione per i cattolici del regno, pur rifiutando sempre di convertirsi. L'infrazione delle immunità parlamentari da parte del re condusse nel 1642 alla guerra civile, in cui si rivela la forte personalità di Oliver Cromwell. C. fu sconfitto e condannato a morte.
Biel.: S. B. Gardiner, s. v. in Dictionary of National Biography, IV, pp. 67-84. Sul cattolicesimo in Inghilterra sotto il regno di C. si veda A. J. Dystombes, La persécution religieuse en Angleterre sous Élisabeth et les premiers Stuarts, III, Lilla 1883. Sulle relazioni con la S. Sede, oltre ai voll. XII, XIII, XIV del Pastor cf. soprattutto G. Albion, Charles I and the Court of Rome, Londra 1935.
Clerlo II, re d'Inghilterra. - N. a Londra il 29 maggio 1630, m. ivi il 6 febbr. 1685. Figlio di Carlo I e di Enrichetta Maria, C. successe al padre sul trono dopo la restaurazione degli Stuart nel 1661. In politica estera C. ereditò da Cromwell l'atteggiamento antispagnolo che tornò di vantaggio a Luigi XIV. Più felice fu la sua politica coloniale che accrebbe i possedimenti inglesi soprattutto nell'America settentrionale. Le condizioni dei cattolici, durante il regno di C., sebbene il re fosse personalmente ben disposto verso di essi, non migliorarono, data l'opposizione del Parlamento. C. stesso era segretamente cattolico, ed iniziò varie volte trattative con Roma per riconciliare l'Inghilterra con la S. Sede; ma peccò anche di debolezza firmando decreti contro i sacerdoti cattolici e sentenze di morte per le vittime della inventata congiura di Titus Oates. Sul letto di morte C. si converti alla fede cattolica.
Biel.: A. W. Ward, s. v. in Dictionary of National Biography, IV, p. 84 sgg. e la bibl. ivi citata. Sul cattolicesimo in Inghilterra sotto il regno di C., cf. bibl. sotto la voce Carla I. Si aggiunga: G. Boero, Conversioni alla fede cattolica di C. II, re d'Inghilterra... da decum. autentici e originali, Modena 1874, pp. 103-201; Pastor, XIV, v. indice.
CARLO da Sezze, beato. - Francescano laico, al secolo Giovanni Carlo Melchiori, n. a Sezze Romano il 19 ott. 1613, m. a Roma il 6 genn. 1670. Emessi i voti solenni il 19 maggio 1636, dopo breve dimora in alcuni conventi della provincia romana, entrò a
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(da P. D'Onofri, Elogio c'tenguranco per la gloriosa memoria di Carlo III., e d.)
Carlo III di Borbone, re di Spagna. - Ritratto, lezione in rame del sec. xviri.
Roma in quello di S. Francesco a Ripa dove rimase quasi ininterrottamente fino alla morte. Attraverso la preghiera estatica giunse alla purificazione passiva dell'anima e quindi alle grazie mistiche come visioni, profezie, ecc. per cui ancor vivo fu venerato da molti. Nell'utt. del 1648 , mentre pregava nella chiesa di S. Giuseppe a Capo le Case, il suo cuore fu trafitto da un dardo di luce partito dall'Ostia consacrata, e ne rimase piagato. Il processo di beatificazione fu aperto subito dopo la sua morte, e il 1^{°} ott. 1881 Leone XIII lo scriveva nel catalogo dei beati.
Per quanto fosse pressoché analfabeta, scrisse parecchie opere, delle quali sono state pubblicate: Trattato delle tre vie della meditazione, e stati della santa contemplazione (Roma 1654, 2^{°} ed. ivi 1664 ; 3^{°} ed. ivi 1742 ); Conti spirituali (in appendice alla 2^{°} ed. dell'opera precedente); Cammino interno dell'anima (ivi 1664); Settenari sacri (ivi 1666), con in appendice Esercizio dicuto per la nocena di Nostro Signore, ripubblicata nel 1865 . Molte altre sono conservate manoscritte nella biblioteca della Postulazione dei frati Minori a Roma, la più importante delle quali è : Le grandezze della misericordia di Dio, che contiene la sua autobiografia.
Bim.: Antonio Maria da Vicenza, Vita del b. C. da S., Venezia 1881; J. Heerinckx, Les écrits du bienheureux C. da S., in Archiv. francisc. histor., 28 (1935), pp. 324-34; 29 (1936). pp. 33-78; I. Bussli, Itinerario mistico del b. C. da S., Roma 1943, con bibliografia.
Renata Orazi Ausenda
CARLO III di Borbone, re di Spagna. - N. in Madrid il 20 genn. 1716, m. ivi il 14 dic. 1788. Terzogenito di Filippo V di Spagna e primogenito di Elisabetta Farnese, destinato ad un trono in Italia, rice-
vette di conseguenza una formazione prevalentemente italiana. Secondo il trattato dell'Aia (1720), gli sarebbero dovute toccare le successioni di Parma e Piacenza e del granducato di Toscana. Riusci difatti ad entrare in possesso dell'eredità paterna alla morte dello zio Antonio Farnese (1731), ma prima che Gian Gastone de' Medici, morendo nel 1737, gli facesse luogo in Toscana, poté togliere con le armi all'Austria, in nome della Spagna, il regno delle Due Sicilie (1734), che gli venne devoluto dal padre, e farsi incoronare in Palermo nel 1735 . Avendo rinunziato a Parma e Piacenza (1738), tentò di riprenderle nel 1742 , inviando un esercito in Lombardia in favore di suo fratello, come voleva Elisabetta sua madre; ma la minaccia del bombardamento di Napoli da parte inglese, (17 ag.) l'obbligò a richiamare l'esercito. Nel 1744, a dispetto della neutralità di Benedetto XIV, l'Austria mandò contro di lui un esercito, che fu battuto da C. a Velletri; da allora al 1759 C. poté deporre le armi ed attendere ad opere di pace.
Il suo governo venne variamente giudicato; tuttavia, a parte la soggezione pressoché totale alla Spagna, almeno sino alla morte di Filippo V ( 1746 ), ed il suo parziale disinteresse delle cure dello Stato, lasciate a ministri imbevuti di principi illuministici, non sempre accorti e non sempre napoletani, poté avviare il paese, finalmente indipendente, sulla via delle riforme, verso un migliore quattro e legare il suo nome ad opere degne di molta lode, come le grandi costruzioni (la reggia di Caserta), gli scavi di Ercolano, la biblioteca, il museo Nazionale, ecc.
Nel 1759, morto il fratello Ferdinando, fu chiamato a succedergli in Spagna, e, fatto dichiarare inabile il figlio Filippo, nato scemo, lasciò sul trono napoletano il terzogenito Ferdinando, praticamente nelle mani del suo amico e consigliere Bernardo Tanucci. La sua politica estera fu antinglese e filosustriaca. C. III vide diminuire il prestigio spagnolo nelle colonie americane malamente amministrate, ebbe per molto tempo nemico il Portogallo. All'interno, riforme intempestive, ministri stranieri, disordine finanziario contrarbarono il paese e sollevarono pericolosi tumulti (1766). Gli storici liberali son soliti dargli lode della sua politica ecclesiastica (intervento nelle cose della Chiesa, soppressione ed expulsione dei Gesuiti) e del "patto di famiglia": in realtà però non ne colse vantaggi.
Bim.: A. Ferrer del Rio, Historia del reinado de C. III, Madrid 1856; M. Dauvils y Collado, Documentos históricos del reinado de C. III, ivi 1903; J. Moñino y Redondo de Floridablanca, Gobierno del ser. rey don C. III, ivi 1904; M. Schipa, Il regno di Napoli al tempo di C. di B., 2 voll., Napoli 1923; G. Reparaz, Reinado de C. III, Barcellona 1926; R. Sánchez Alonso, Fuentes de la Historia española e hispano-americana, I, Madrid 1927, pp. 604-16 (periodo 1739-88); G. Nuzzo, Stato e Chiesa nel triononto del riformismo napoletano, in Arch. stor. napol., 2^{°} serie, 20 (1934), pp. 283-323; G. M. Monti, Per la storia dei Borboni di Napoli e dei patrioti napoletani, Trani 1939 (specie per la guerra di Velletri); T. Battaglini, L'organizzazione del regno delle due Sicilie da Carlo VII all'impresa gariboldina. Modena 1940; G. Falzone, C. III e la Sicilia, Palermo 1947.
Luigi Berra
CARLO XII, re di Svezia. - Figlio di Carlo XI e di Ulrica Eleonora di Danimarca, n. il 17 giugno 1682, ucciso nell'assedio di Fredrikshald (Norvegia), il 30 nov. 1718. Assunto, quindicenne, direttamente il potere, dopo una reggenza di 7 mesi (apr.-nov. 1697), abbreviata per volontà dei reggenti e del Riksdag, governò secondo il più stretto assolutismo. Aggredito (1699) nei possessi d'oltre Baltico da Danimarca, Russia e Polonia-Sassonia, associate per spartirschi, barié separatamente, con tattica audace e geniale, prima i Danesi, poi i Polacchi, infine i Russi (Narva, 30 nov. 1700), ma, per un fatale errore strategico, volle completare la conquista della Polonia, lasciando a Pietro di Russia 7 anni preziosi per riprendersi. Inseguito Augusto II fino in Sassonia, lo costrinse
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alla pace di Altranstädt ( 14 sett. 1706) e al riconoscimento di Stanislao Leszczyński, ma voltosi contro la Russia con soli 34.000 uomini, ne peraie gran parte in vane avanzate e il resto nella sconfitta subita a Poltava ( 8 ag. 1709). Passato, ferito, in territorio turco, vi fu trattenuto, semiprigioniero volontario, per 5 anni, illuso nella speranza di trarre i 'T'urchi contro i Russi. Tornato in Svezia (nov. 1714), riprese febbrili preparativi di guerra e riforme amministrative. Rigid̀o protestante, fece pubblicare (1703) una traduzione della Bibbia, intrapresa sotto il padre; e riprendendo il tradizionale ruolo svedese di protezione del luteranesimo, strappò all'imperatore concessioni a favore dei luterani della Slesia austriaca.
Bibl.: R. N. Bain, Charles XII and the collapse of the Saccdish Empire, Londra 1893; G. Godley, Charles of Siveden, ivi 1428; H. Hiarne, Karl XII. omstärtningen i Ostereapa 17971703, Stoccolma 1932; F. G. Bengtsson, Karl XII., 2 voll., Stoccolma e Helsinki 1932-38; G. Haintz, König Karl XII. von Schiveden. I: Der Kampf der schwedischen Militärmonarchie um die Varmacht in Nord-und Ostereapa, Berlino 1936; id., K'min Karl XII. von Schweden im Urteil der Geschichte, ivi 1936; S. Jägerskiöld, Sverige och Europa 1716-18. Studier i Karl XIIuch Gö̈rz utrihespolitik, Uppsala 1927. Ernesto Sestan
CARLO il Temerario. - Duca di Borgogna, n. a Digione il io nov. 1433, m. in combattimento contro il duca di Lorena sotto le mura di Nancy il 5 genn. 1477. Successe al padre Filippo il Buono nel 1467. Avversò in ogni modo Luigi XI, appoggiando nella guerra delle Due Rose gli York contro i Lancaster, sostenuti dal re di Francia; si alleò con Giovanni II d'Aragona, e si oppose con successo all'influenza francese in Italia. Nel convegno di Treviri (1473) espresse all'imperatore Federico III l'intenzione di assumere il titolo di re di Borgogna e di Frisonia. Nel 1476 si trovò in guerra con gli Svizzeri, ma fu battuto a Grandson e a Murten : il 6 maggio dello stesso anno celebrò il fidanzamento della figlia Maria con l'arciduca Massimiliano d'Asburgo, figlio dell'imperatore. Un contemporaneo (Olivier de la Marche) narra che C. gli avrebbe confidato essere scopo finale della sua politica la guerra contro gli infedeli; nel fatto però C. non diede ascolto all'appello per la Crociata lanciato da Sisto IV nel 1472.
Bibl.: J. F. Kirk, History of Charles the Bold dube of Burgundy, Londra 1864 (trad. franc., Parigi 1866); J. Huizinga, Herfstiji der Middelreutsen, Haarlem 1919 (trad. ital., Firenze 1949); id., Burgund. Eine Krise des romanisch-germanischen Verhdlinisses, in Historische Zeitschrift, 148 (1933), pp. 2-29; M. Brion, Charles le Téméraire, Parigi 1947. Silvio Furlani
CARLO ALBERTO, re di Sardegna. - N. il 2 ott. 1798 a Torino, m. il 28 luglio 1849 ad Oporto, Figlio di Carlo Emanuele, principe di Carignano, del ramo cadetto dei Savoia, perse il padre all'età di due anni. Fu educato in collegio a Parigi ed a Ginevra, e rientrò dopo la restaurazione in Piemonte quale crede presuntivo al trono, non avendo né il re Vittorio Emanuele I, né il fratello di lui Carlo Felice figli maschi. Nato e cresciuto nel clima rivoluzionario e napoleonico, C. A., per naturale tendenza, era propenso alle nuove idee ed ai nuovi principi, ma accanto a questa simpatia per le conquiste rivoluzionarie, aveva vivissimo il senso del dovere e dell'interesse dello Stato : sacra era per lui la maestà del re, genuino palpitava nel suo cuore il sentimento religioso, necessarie gli apparivano le riforme, ivi comprese le costituzioni, solo nel caso che esse realmente servissero ad irrobustire la compagine statale.
Quando nel 1821 scoppiò la rivoluzione in Piemonte, C. A., assumendo la reggenza dopo l'abdicazione di Vittorio Emanuele I ed in assenza del nuovo sovrano Carlo
Felice, non riusci a contenere il moto cosi come avrebbe desiderato. Propenso a concedere una Carta sul tipo francese, dovette largire una costituzione sulla falsariga di quella spagnola, e, riluttante nel suo intimo al movimento stesso, non trovò il coraggio morale e l'energia fiaca indispensabili per prendere decisa posizione. Sconfessato da Carlo Felice e disprezzato dai rivoluzionari, dovette lasciare Torino, dietro ordine del re, dopo la repressione del moto. Volendo quindi dimostrare al sovrano la sua avversione al rivoluzionarismo, non esitò a recarsi in Spagna, ed al seguito dell'esercito del duca d'Angoulòna partecipò alla presa del Trocadero. Tale gesto valse a dissipare i dubbi che Carlo Felice nutriva sulla orindossia ideologica e politica del nipote, il quale fu riammesso negli stati sardi con il suo antico rango di crede presuntivo al trono. C. A. divenne re nel 1831 , in un periodo in cui una grave crisi turbaiva tutta l'Europa.
Il re, sin da principio, dimostrio la sua avversione per questi rivolgimenti, ed appuggiò con calore la causa dei legittimisti, sia francesi (duchesse di Berry), sia spagnoli e portoghesi (don Carlos e don Miguel). In politica interna fu posto mano ad un cauto programma riformatore. Si istituì il Consiglio di Stato; furono promulgati, sulla base di quelli napoleonici sfrondati però di ogni intento anticattolico, nuovi codici; la politica economica e finanziaria del regno si ispirò a nuovi criteri. Ebbe C. A. in questa zona particolarmente di mira la difesa della religione cattolica, dichiarata nell'articolo i del Codice civile «sola religione dello Stato». Inizziò nel 1839 trattative con la S. Sede per il ristabilimento della nunziatura a Torino, soppressa nel 1753 da Carlo Emanuele III, trattative che furono felicemente concluse l'anno successivo. Cosi pure ottenne dalla S. Sede un concordato sulla questione dei registri parrocchiali e sull'immunità personale del clero (A. Mercati, Concordati tra la S. Sede e le autorità civili, Roma 1919, pp. 825-38).
Il risveglio dell'opinione pubblica italiana, in senso nazionale ed antiaustriaco dopo il 1840 , impressionò anche C. A. Con sincerità egli abbracciò allora la

(da M. Costa de Beauregard, La jeunesse du roi Charles-Albert,
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(da M. Cnata de Beauregard, La jeunesse du roi Charles-Albert, Parigi 16:3
causa italiana, pur considerandola sotto certi aspetti da un punto di vista particolaristico. Concesse nella seconda metà del 1847 ulteriori riforme ed elargi il 4 marzo 1848 lo Statuto, che sarà successivamente la legge fondamentale del regno d'Italia fino alla proclamazione della repubblica quasi cento anni dopo. Dichiarata la guerra all'Austria nel marzo 1848, C. A., dopo la sconfitta di Novara nel febbr. dell'anno successivo, abdicó in favore del figlio Vittorio Emanuele II, e si ritirò in Portogallo, dove morì alcuni mesi dopo.
Bibl.: Vasta c̣̀la bibliografia carlo-albertina. Fino'al 1899 essa trovasi elencata in D. Carum, Bibliografia carlo-albertina, Torino 1899 . Fondamentale è ora l'opera di N. Rodolico, C. A., 3 voll., Firenze 1931-43. Sulle relazioni tra Stato e Chiesa sotto C. A. cf. T. Chiuso, La Chiesa in Piemonte del 1707 ai giorni nostri, III, Torino 1888, pp. 168-280; P. Pirri, La politica ecclesiastica di C. A., in Civ. Coll., 1931, ill. pp. 385 sgg., 495 sgg.
Carlo Albario, de di Sarcéna - Jattera autografa del 20 apr. 1836 da Nizza al conte Gerbaix de Sonnaz.
causa italiana, pur considerandola sotto certi aspetti da un punto di vista particolaristico. Concesse nella seconda metà del 1847 ulteriori riforme ed elargi il 4 marzo 1848 lo Statuto, che sarà successivamente la legge fondamentale del regno d'Italia fino alla proclamazione della repubblica quasi cento anni dopo. Dichiarata la guerra all'Austria nel marzo 1848, C. A., dopo la sconfitta di Novara nel febbr. dell'anno successivo, abdicó in favore del figlio Vittorio Emanuele II, e si ritirò in Portogallo, dove morì alcuni mesi dopo.
Bibl.: Vasta c̣̀la bibliografia carlo-albertina. Fino'al 1899 essa trovasi elencata in D. Carum, Bibliografia carlo-albertina, Torino 1899 . Fondamentale è ora l'opera di N. Rodolico, C. A., 3 voll., Firenze 1931-43. Sulle relazioni tra Stato e Chiesa sotto C. A. cf. T. Chiuso, La Chiesa in Piemonte del 1707 ai giorni nostri, III, Torino 1888, pp. 168-280; P. Pirri, La politica ecclesiastica di C. A., in Civ. Coll., 1931, ill. pp. 385 sgg., 495 sgg.
Carlo Borromeo, santo. - Cardinale, arcivescovo di Milano, n. nella rocca Borromeo d'Arona il 2 ott. 1538, secondogenito del conte Gilberto Borromeo e di Margherita de' Medici, sorella di papa Pio IV; ricevette a 12 anni abito clericale e tonsura ed insieme l'abbazia di S. Gratiniano a Roma, che era di patronato della famiglia. Iscritto giovanissimo all'Università di Pavia, il 6 dic. 1559 vi conseguì la laurea in diritto canonico e civile, presente alla discussione Francesco Alciato. A 22 anni cominciò la sua straordinaria attività, essendo chiamato a Roma dallo zio pontefice Pio IV, che aveva intuito le doti attive di cui il giovane era fornito, e giunse in questa città nel genn. del 1560 . Creato cardinale il 31 genn., l'8 febbr. ebbe l'arcivescovato di Milano, ma con l'obbligo di rimanere in Roma e di governare la diocesi per mezzo di segretari e di rappresentanti residenti a Milano. Questi furono Gerolamo Ferragata dapprima e Niccolò Ormaneto poi. Nel periodo romano C. visse in nobili occupazioni di studio, in devota dedizione al pontefice zio che gli fu largo
di impulsi, di onori e d'impieghi. Come cardinale ebbe subìto il governo delle legazioni pontifice di Bologna, della Romagna e della marca d'Ancona, e l'ufficio di protettore di Ordini religiosi, come quelli dei Francescani e dei Carmelitani. A queste prime dignità si aggiunsero poi la carica di protettore della Corona del Portogallo, dei Paesi Bassi, dei Cantoni cattolici della Svizzera, dell'Ordine gerosolimitano di Malta: cariche che furono superate, per importanza, con la nomina alla presidenza della Consulta, istituita da Pio IV e per la quale il B. può dirsi, in ordine di tempo, il primo Segretario di Stato del Governo Pontificio.
Promosso pertanto a così onorevoli uffici, C. fin da quei giovani anni poté trattare i più alti negozi della Curia romana: nel che egli parve perfettamente già preparato, soprattutto per la pronta quanto precisa comprensione dei bisogni dell'epoca in rapporto alla Chiesa e alla cristianità e per il suo energico carattere nel mandare ad effetto le decisioni maturate. In realtà i tempi erano difficili. Il primo seme di ribellione gettato da Lutero in Germania aveva ormai scisso l'unità cattolica dell'Europa in due campi nemici religiosamente e politicamente. In Francia e nei Paesi Bassi divampavano già le guerre religiose; aspre erano pure le controversie in Polonia; in Inghilterra la regina Elisabetta aveva costretto il suo popolo alla separazione definitiva dalla chiesa di Roma. Meno dolorose sembravano le condizioni in Italia, nelle Spagne e nel Portogallo, per quanto anche queste regioni risentissero il riflesso dell'agitazione nordica. Il B. fu tra i primi e più fervidi a voler arginare il movimento che dal nord minacciava i paesi latini, perciò a fianco dello zio lavorò prima con indomita energia, alla riapertura immediata del Concilio di Trento, poi da Roma partecipò attivamente ai lavori sostenendo il peso di una corrispondenza serrata e difficile, sino alla chiusura (3 dic. 1563). Quando Pio IV volle che l'esecuzione dei deliberati del Concilio fosse affidata a una congrega-
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zione cardinalizia, C. fu eletto fra quei membri e fu tra i promotori del Catechismus romanus ad Parochos, la cui compilazione il Concilio aveva proposto e deciso per fissare un testo unitario alla formazione religiosa del popolo.
Nel frattempo egli aveva ricevuto gli ordini del suddiaconato e del diaconato nel dic. del 1560 ; ma quando il 19 nov. 1562 suo fratello Federico venne a morte, ci fu chi pensò che egli, con la dovuta dispensa, avesse a secolarizzarsi per perpetuare la successione familiare; egli invece ridusse la sua vita a maggiore austerità e il 17 luglio 1563 si fece ordinare prete: il 2 dic., appena raggiunta l'età conveniente, fu fatto vescovo. Gli rimaneva ormai il dovere di fare la dovuta residenza nell'arcidiocesi di Milano, che per l'assenza del proprio pastore, nonostante il buon governo di saggi e valorosi vicari, offriva ragione di gravi pensieri all'arcivescovo in Roma, particolarmente per il pericolo di infiltrazioni eretiche. Si decise pertanto il B. ad assumerne personalmente il governo, ed entrò in Milano il 23 sett. del 1565 , dopo un viaggio attraverso le regioni centrale e settentrionale d'Italia, in qualità di legato a latere del pontefice. Dovette però subito far ritorno a Roma per assistere lo zio pontefice morente, e nel Conclave successivo cooperò alla elezione del card. Ghislieri, che assunse il nome di Pio V. Di nuovo tornato a Milano il 15 apr. 1566 , vi rimase fino alla morte, salvo qualche ulteriore parentesi romana, come per il Conclave donde uscì Gregorio XIII e durante la contesa giurisdizionale col marchese d'Ayamonte.
Nei 24 anni complessivi del denso periodo milanese l'attività pastorale del B. fu tale da meritare di essere ricordata come una delle più laboriose e feconde che mai curatore d'anime abbia esercitata. La diocesi milanese era di per sé vastissima, comprendendo paesi soggetti a Venezia, a Genova, a Novara, nonché intere vallate e Cantoni svizzeri. Per di più la provincia ecclesiastica di cui era a capo comprendeva 15 suffraganei. E dovuta al B. la conservazione cattolica di una buona parte della Svizzera tedesca : egli visitò a tale scopo le tre Valli elvetiche nel 1567 , e di nuovo nel 1570 intraprese un viaggio per i Cantoni tedeschi, passando per Altdorf, Unterwalden, Zug, S. Gallo, Schwyz, Einsiedeln, sempre con l'intenzione di assicurarsi personalmente delle condizioni religiose dei paesi stessi, con i quali poi annodò relazioni e rapporti che gli giovarono per la conservazione spirituale in quella parte della Svizzera intaccata dall'influenza protestante. Fu in quella occasione che il Santo si spinse fino a Hohenems nel Voralberg a visitare la sorellastra Ortensia, sposa al conte Annibale Altemps. Nella Svizzera si portò la terza volta nel 1581 quale visitatore delle regioni retiche per commissione di Gregorio XIII, poi nel 1583 fu di nuovo fra i Grigioni. Ad un'attività tenace e coraggiosa, tutta consacrata alla causa della Chiesa e all'elevazione morale del popolo il B. congiunse un'esistenza austera di aspre penitenze e macerazioni corporali, che fu esempio efficace di riforma rivolta a riaffermare la disciplina ecclesiastica decaduta, a consolidare il senso liturgico della celebrazione delle cose divine, a conservare al popolo la morale cattolica. Nello svolgimento del suo alto ministero, C. usò d'ogni giusto mezzo a sua disposizione in quell'epoca, anche di quelli che talora parvero crudi e sbrigativi (cf. i procedimenti contro le streghe), e tenne benevoli contatti con le autorità politiche e civili, senza però cedere mai quando si

(1st. Aaderson)
Carlo Borrowro, santo - Ritratto, dipinto da Giovanni Battista Crespi (m. 1672) - Milano, piniacateca Ambrosiana.
trattò di salvaguardare i diritti della Chiesa, come mostrò a proposito delle controversie per l'Inquisizione nei contrasti con i rappresentanti spagnoli d'Ayamonte e Requesens.
Ad un uomo tuttavia, che la rilassata disciplina dei costumi, anche del clero e dei regolari, percosse con tanto rigore, non mancarono le opposizioni da parte del clero stesso e dei conventi : delle quali è appena un episodio la resistenza dei canonici della Scala quando il 24 ag. 1569 l'arcivescovo volle entrare nella loro basilica e quelli lo respinsero. Mentre fatto assai più grave fu perpetrato il 26 ott. di quello stesso anno dal p. Girolamo Donato detto Farina, che tentò colpirlo con un'archibugiata mentre pregava. N'erano in colpa gli Umiliati, i quali, causa le ricchezze accumulate con l'industria della lana, erano in profonda decadenza e furono infatti soppressi il 7 febbr. 1571 con bolla papale. Ma ebbe C. anche conforti e profondità di consensi da parte di tutto il popolo; mantenne buone relazioni con i sovrani dell'epoca e con gli stessi conquistatori e reggitori spagnoli di Milano; principi e duchi d'Italia, fra cui Emanuele Filiberto e Carlo Emanuele I di Savoia, si tennero onorati dell'amicizia del B. Egli cosi poté irradiare il proprio zelo benefico oltre i confini della sua pur vasta diocesi, esercitando un'azione pastorale in varie parti d'Italia a lui non soggette e persino della Svizzera, dove istituiva la prima nunziatura col cremonese G. F. Bonhomini nel 1579 e, per i buoni uffici del nobile cavalier Melchior Lussy, otteneva di stabilire i Gesuiti a Lucerna nel 1574 e i Cappuccini ad Altdorf nel 1581. Particolarmente mirabili furono le industrie del B. per la propria diocesi. Incominciò a riformare il suo clero e quello regolare attraverso l'opera dei nuovi Istituti religiosi dei Barnabiti, Gesuiti, Teatini, fondando egli stesso una Congregazione di Oblati, che ebbe
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ebbe prima origine nella chiesa del S. Sepolcro in Milano nel 1578 con regole definitivamente stabilite il 13 sett. 1581. Riordinò il culto con l'innalzare nuovi templi e santuari che divennero celebri, come quelli di Rho, di Cannobio, del Sacro Monte di Varallo, di S. Fedele in Milano. Soprattutto attese, e fu questo uno dei maggiori meriti di C. B., a proposito della riforma tridentina da lui costantemente voluta, all'istituzione ed erezione dei seminari per la formazione degli aspiranti al sacerdesio, dando il modello e formando i principi per l'educazione e formazione degli allievi.
Sorsero cosi il seminario maggiore in Milano, per opera dell'architetto Meda, il collegio Elvetico, pure in Milano, e nel contado i seminari minori d'Inverigo e di Celana. Fece aprire anche scuole e collegi per formazioni laicali : celebri sono rimasti il collegio di Bréra affidato ai Gesuiti; l'Almo collegio Borromeo di Pavia, quello dei Nobili a Milano, quello Pontificio di Ascona sul Verbano superiore; istituì in Milano il ricovero di S. Maria Maddalena per le donne di malavita nonché altri ospizi e ricoveri caritativi, che fondò a sostentamento e a formazione spirituale di categorie diverse di cittadini; promosse l'erezione dei Monti di pietà, e caldeggiò l'istituto del patrocinio gratuito ai poveri; riformò il Pio istituto di S. Corona per malati poveri, fondò il consorzio dei Disciplini per dar conforto ai condannati dalla giustizia pubblica, morendo lepo all'ospedale maggiore di Milano le proprie sostanze. Celebre poi in tutta la cristianità divenne l'istituzione delle scuole della dottrina cristiana, con le quali ebbero anche principio le scuole elementari o popolari, sottoposte alle cure dei parroci. Anche le confraternite del Sacramento e del S. Rosario nel milanese sono istituzione di C. B.
Il B. visitò personalmente le allora mille e più parrocchie della diocesi, arrivando fino alle chiese e cappelle più remote sui monti, come quelle delle Tre Valli ambrosiane della Svizzera. Non va dimenticata in particolare la cura che si prese di conservare alla chiesa milanese il suo antichissimo rito liturgico, riducendolo alle sue genuine tradizioni : a tale scopo diede vita ad una speciale congregazione allestendo una edizione a stampa del Rituale,

(Int. lildarchiv d. G. Nationalbibliothek)
Carlo Borromeo, santo - Colonne marmoree istorjaye con la vita di s. C. B. Chiesa di S. C. eretta per voto da Carlo VI, costruita da Giovanni Bernardo e Giovanni Fischer von Erlach (1716-30) - Vienna.
del Messole e del Breviario (1582), pur non riuscendo, in qualche luogo, come in Monza, a stabilire il rito ambrosiano. Nei suoi 24 anni di episcopato radunò ben 11 sinodi diocesani, dei quali il primo fu presieduto dal1'Ormaneto suo vicario; l'ultimo fu celebrato in sua presenza nel 1584 pochi mesi prima della morte. Tenne sei concili provinciali negli anni 1565, 1569, 1573, 1576, 1570 e 1582 , nel contempo visitò anche le diocesi suffraganee. Popolarissimo divenne il Santo quando nel 1576 1577 il flagello della peste invase e tormentò, con l'aggravante di una carestia precedente, metropoli e campagna lombarda. Fu inesauribile la sua carità in quel frangente : egl