6, 1570 e 1582 , nel contempo visitò anche le diocesi suffraganee. Popolarissimo divenne il Santo quando nel 1576 1577 il flagello della peste invase e tormentò, con l'aggravante di una carestia precedente, metropoli e campagna lombarda. Fu inesauribile la sua carità in quel frangente : egli vendette il proprio cospicuo principato d'Oria a favore degli appestati, per essi aprì la chiesa di S. Gregorio del Lazzaretto e dedicò un tempio votivo a S. Sebastiano in Milano dopo la cessazione del flagello.
Se il nostro Santo si segnalò per un'ammirabile vita d'azione e di lavoro, non per questo trascurò la buona letteratura e la cultura. Anzi fu precisamente egli il restauratore dello Studio di Bologna e conobbe per propria educazione filosofi antichi come Seneca, Epitteto e Cicerone : del che fa fede la sua ricca biblioteca, il cui catologo manoscritto possiede la biblioteca Ambrosiana. Negli anni del periodo romano praticò il Sirleto e l'Alciato; inoltre soleva radunare persone dotte e colte anche tra laici, per discorrere di cose scientifiche e letterarie nel palazzo Vaticano; e così, come sollievo erudito alle cure diplomatiche, aveva organizzato quelle "Notti Vaticane" che furono come un'Accademia domestica ed un esercizio oratorio per il suo avvenire. Anche più tardi cercò conoscenze e amicizie di dotti e letterati ed a Silvio Antoniano commise la stesura di un trattato di pedagogia e al card. Valerio un'opera di retorica; attestò la propria cultura nelle Instruziones fabricae et suppellectilia ecclesiasticae, la propria teologia pastorale nei Sermones, nei numerosi sermoni conciliari e sinodi, nei discorsi o ricordi al popolo, nelle Instruziones ad confessionis, nelle Regulae per Congregazioni, la propria attività di governo nell'importante e densissimo carteggio. Coltivò con fervore l'arte religiosa, avendo ad architetti, per chiese e santuari, artisti valorosi, fra i quali il celebre Tebaldo Pellegrini. Iscrisse nel proprio stemma il motto Humilitas quasi a simboleggiare un programma di vita interiore.
C. B. morì in Milano la sera del sabato 3 nov. bre 1584 , a soli 46 anni, reduce il giorno prima con febbre, dopo le pie giornate di Varallo e l'apertura del collegio di Ascona, dal santuario della Pietà in Cannobio sul Verbano, fisso lo sguardo su un Cristo orante del Campi, oggi conservato all'Ambrosiana. Fu canonizzato il 1^{°} nov. 1610 , essendo arcivescovo di Milano il cugino di lui, card. Federico Borromeo, che nel 1624 dava inizio all'erezione del famoso colosso di s. C. sulla sponda pirmontese del basso Verbano. Il calendario ecclesiastico fissa la festa del Santo al 4 nov.
La fama del Santo si allargò talmente in tutta Europa, che associazioni e istituzioni son sorte sotto il nome di lui nel corso dei secoli seguenti : appena si annotano le Borromeiane o Fate-bona-sorelle di s. C. B. istituite in Nancy fin dal 1652 per la cura degli ammalati e dei poveri, con più recenti filiazioni in Treviri, Praga, Trebnitz nella bassa Slesia, Maastricht in Olanda (W. Hohn, Histoire des Soeurs de S. Charles, 3 voll., Nancy 1898), il vasto e culturalmente operoso Borromäusverein in Germania (1844), con sede a Bonn, per la diffusione delle buone letture e per l'educazione particolarmente della gioventù attraverso corsi e conferenze di cultura; gli Oblati di s. C. B. in Vercelli, il moderno collegio di s. C. B. in Milano e suore Orsoline di s. C. B. in Lombardia; il seminario Pontificio dei ss. Ambrogio e C. B. in Roma, aperto nella seconda metà del sec. xix; la Congregazione, sotto la protezione del B., dei missionari per gli emigranti italiani nelle Americhe eretta nel 1887 da G. B. Scalabrini, vescovo di Piacenza, per non dire degli
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Oblati di s. C. B. diffusi da tempo largamente nelle stesse Americhe; il seminario arcivescovile di Colossa in Ungheria dedicato a s. C. B., la Societas seu congregatio Josepho-Carolino, specie di ordine cavalleresco pure istituito in Ungheria dalla Kopik per la propagazione e difesa della religione cattolica nella vita pubblica ungherese. Villaggi e casali nel milanese hanno il nome di s. C. B. Pure da s. C. B. prende il nome il massimo vostro di Napoli. Il B. è anche per trono della diocesi di Lugano e dell'Università di Salisburgo, protettore della Savoia e della città di Milano, Faenza, Guastalla, Arona e Rocca di Papa.
Chiese furono erette in suo onore in ogni luogo, celebri fra tutte a Roma quelle secentesche di S. C. al Corso e di S. C. ai Catinari. E di papa Pio X in data 29 maggio 1910 l'enciclica Editae saepe per la celebrazione del 5^{°} centenario della canonizzazione del Santo [AAS, 2 [1910], pp. 357-80).
Iconogamia. - Numerosa e varia è l'iconografia di s. C. nella scultura e nella medaglistica, ma più particolarmente nella pittura; incominciò subito dopo la morte del Santo e fu tutto una gara fra artisti preclari e artisti minori nel riprodurne le caratteristiche e le fattezze, sebbene per lo più rappresenti il Santo raccolto in preghiera o atteggiato alla meditazione o in atto di benedire e, spesso, anche nell'atto di assistere gli appestati. Da principio la tendenza fu di ritrarre le fattezze del Santo in espressione di profonda macerazione ed estenuante macilenza, quasi egli dovesse apparire distrutto dalle fatiche apostoliche e dalle quotidiane mortificazioni del corpo: tendenza che cessò tuttavia dopo l'avvenuta canonizzazione di lui, quando il Santo cominciò ad essere rappresentato in forme più piene e più umane, sia pure con quelle sue caratteristiche facciali angoloae e marcate. Alla fine del sec. xvI e al principio del xvir sorse a Milano tutta una scuola, ricca di nomi famosi nella pittura, che interpretarono sulla tela e anche nel bronzo e nel marmo la figura del nostro Santo: sono i nomi, per la pittura di G. B. Crespi, detto il Cerano, di Giulio Cesare Procaccini, del Morazzone, di Guido Reni, del Borgianni, di Daniele Crespi, del Marzato, le cui opere a soggetto carolino, sovente espresse in composizioni grandiose su tela, sono disseminate a Milano, a Roma, a Bologna, a Firenze, a Pavia, ad Arona, per non citare che nomi principalissimi di città: il duomo di Milano espose annualmente in occasione della festa del Santo al 4 nov. ben 40 grandiose composizioni del Cerano, del Morazzone, del Procaccini (che operava a Milano), artisti tutti che lavoravano in età matura e che però poterono esprimersi in forme costituenti spesso il meglio dell'arte loro (L. Perretti, S. C. B. nell'arte, Roma 1923). Ma le figurazioni di s. C. sono patrimonio della Chiesa universale perché, oltre che nella diocesi e provincia milanese, si trovano in ogni angolo dell'orbe dove si afferma il cattolissimo. Al dire del card. Federigo Borromeo, cugino di s. C. e buon intenditore d'arte, il miglior ritratto del Santo sarebbe il dipinto di Ambrogio Figini conservato nella galleria dell'Ambrosiana a Milano. Si segnala anche il colosso in rame, detto il S. Carlone d'Arona, che si erge, alto 35 metri, su un poggio che guarda in faccia al Verbano: disegno e concezione del Cerano, esecuzione imposta dallo stesso Federigo Borromeo. Un raro ritratto del giovane Santo in età di 26 anni e già cardinale arcivescovo di Milano sta nel palazzo Borromeo di Senago (Milano) opera di Giorgio Salerio per l'ingresso di C. arcivescovo in Milano; una replica conservasi nell'Ambrosiana. Per osservazioni di natura mi-stico-psicologica sulla maschera del Santo, cf. W. Schomoni, Das wahre Gesicht der Heiligen (Lipsia 1938, pp. 134-39).
Bou., Opere complete di s. C. B., pubblicate da G. B. Sassi, 5 voll., Milano 1747: 2* ed., 2 voll., Augusta 1758.
Per l'opera di s. C. va particolarmente citato, oltre le pubblicazioni sulla storia e gli atti del Concilio Tridentino A. Ratti (Pio XI), Acta Ecclesiae Medialanensis, Milano 1890-92; F. Steffens e H. Reinhardt, Die Nuntiatur von G. F. Boubomini (1379-81), I, Soletta 1906 e i volumi susseguenti; P. Herre,
Papsttum und Papsttuthl im Zeitalter Philipps II., Lipsia 1907; G. Susto, Die Römische Kurie und das Konial von Trient unter Pius IV., Vienna 1909, passim; L. von Postor, C. B., Das Muster eines tridentinischen Bischofs, in Katholische Reformaturen, Friburgo in Br. 1924, pp. 105-57; id., Storia dei Papi, VII, VIII, IX, passim; A. G. Roncalli, Gli atti della visita apostolica di s. C. B. a Bergamo (1573), in Fantes Ambrosiani, voll. 13-18 (1936-49).
Fra le biografie più note del B. notiamo quella fondamentale di C. Bascapé (Basilicapetri), De vita et rebus gestis C. B., Incolstasit 1591 e Brescia 1602; e l'altra De vita et rebus gestis C. B. lib. VII quos ex G. P. Glustiano B. Rubeus latine reddidit B. Citrorchi uatis uberturis illustratii, Milano 1751; A. Caillol, Vie de s. C. B., archevêque de Milan, trad. et abrogee du latin du p. Basilicapetri, Parigi 1825; A. Sala, Documenti circa la vita di s. C. B., Milano 1857-61; C. Sylvain, Histoire de s. C. B., 3 voll., Parigi 1884; L. Celier, S. C. B., ivi 1912, trad. ital.; C. Orenigo, Vita di s. C. B., 3² ed., 2 voll., Milano 1929 (ed. tedesca per G. Brunner, Friburgo in Br. 1938); A. Rivolta, S. C. B. Note biografiche, Milano 1938; D. Franceschi, S. C. B., Torino 1938; P. Gorla, S. C. B., 2 voll., Milano 1939. Un largo riassunto biografico di s. C.: F. Weiner, s. v. in DThC. II, coll. 2267-72, con cenni bibliografici. Per ulteriori notizie biografiche, cf. Echi di s. C. B., pubblicazione milanese di contributi per la storia della religione e della cultura, diretta da Giovanni Galbiati, fasc. 19-20 (1938), p. 727 sge. Per particolari aspetti della vita e dell'opera di s. C.: G. A. Sassi, Archiepiscoporum Medialanensium urtis historico-brondocica, III, pp. 11171180, Milano 1735; K. A. Marraus, Karl B., Kundland der Römischen Kirche und Erzbiurhof von Mushand, Augusta 1796; G. Boero, Risposta a Vincenzo Givberti sopra le lettere di s. C. B., Milano 1859; F. Bertani, La Bulla Creme, la giuridizione ecclesiastica in Lambardia, esc., ivi 1888; C. Camenisch, C. B. und die Gegenreformation im Velfin, Cotta 1901 (si confronti F. Seemüller, S. C. B. vindicatus, Einsiedeln 1924); Atti di s. C. B. riguardanti la Seizzeria e i suoi territori, per cura di P. D'Alessandri, Lussitno 1900; L. Berto, L'deradencia delle Notti Vaticane fondata da s. C. B., Roma 1413; U. Mannucci, S. C. B. e s. Francesco di Sales nella storia della Contrariforma, ivi 1910; C. Cabanucs, Die Palazerische C. B.'s nach Dieseln im August 1381, in Zeitschrift fur schiveiserische Kirchengeschichte, 18 (1924), pp. 156-62; L. Granarica, Diploma di laurea in diritto cononero e civilo di s. C. B., Milano 1917; id., S. C. B. e la Terra Santa, Monza 1919; A. Castellucci, Un epitaolo della vita di s. C. B., Roma 1927; P. Paschini, Il primo magistero di s. C. B. a Roma (1460-63), Torino 1932; A. Saba, La Biblioteca di s. C. B., in Fontes Ambrosiani, 12 (1938); G. Galbiati, I Duchi di Savoia Emanuele Filiberto e Carlo Emanuele I nel loro castaggio con s. C. B. secondo gli originali della biblioteca Ambrosiano, Milano 1941; L. Proedocino, Il diritto ecclesiastico delle Stato di Milano dall'inizio della signoria ristorata al periodo tridentino, ivi 1941. Di aspetti ascetici: A. Ratti (Pio XI), S. Charles et les Exercices de s. Ignace, 2* ed., Parigi 1922; K. Morawski, So. Karel B. na tle odrodzenia religiozno in XVI wicke, Varsavia 1922; C. Gorla, Le più belle pagine delle Unviè di s. C., (Bibliotera dei suati, diretta da G. Galbiati, 101, Milano 1928.
Ricchezza d'informazioni e di notizie sul Santo, sull'opera e l'epoca suo recano le due pubblicazioni periodiche S . C. B. nel III centenario della canonizzazione, Milano 1908-10 e gli Echi di s. C. B., Milano 1937-38. Pure il periodico La Scuola Cattolica, di Milano, pubblico una larga miscellanea nel 1912; G. Galbiati, Albero genealogico della principessa famiglia Borromeo, Milano 1930. Utilissimi per l'informazione sono alcuni fra i Nuntiaturberichte dalla Germania e dalla Svizzera, variamente pubblicati. Citiamo anche K. Fry, Give. Ant. Folge, Nuntius in der Schweiz 1363-88, I, Friburgo 1936; II, Stans in Svizzera 1946; Fontes Ambrosiani, voll. 4-10: opera che completa a questo ripuardo J. G. Mayer, Das Konizit von Trient und die Gegenreformation in der Schweiz. 2 voll., Stans 19011903, e Ed. Wernann, Karl B. und die Schweizerische Ridgeunterschaft, ivi 1903. A tutt'oggi la più recente biografia generale del B. è quella di G. Soranzo, S. C. B., Milano 1944, con opportuni richiami alle fonti nell'introduzione. Contributi vari su S. C. e i Francescani, da documenti inediti ha pubblicato P. Sevesi, in Studi Francescani, 22 (1925), pp. 136-86; 14 (1927), pp. 400-402; id., in Archiv. frane, hist., 31 (1938), pp. 73-126; 387-430; 37 (1944), pp. 104-64; 38 (1945), pp. 231-33.
Fonti per la conoscenza del Santo e dell'onore di lui sono da ricercare nell'archivio della curia arcivescovile di Milano e nella biblioteca Ambrosiana, la quale, oltre conservare dal 1947 quell'archivio di eccezionala importanza per l'epoca, conserva anche l'amplissimo epistolario carolino con minute del Santo stesso, oltre altra documentazione manoscritta, anno per anno, circa gli affari religiosi e politici trattati dal Santo, per non citare schemi di prediche e di omelie, abbozzi ascetici e disegni di trattati teologici. Presso la Congregazione dei Riti in Roma stanno gli atti del processo di canonizzazione; alla biblioteca Vaticana, all'archivio Vaticano, a quello dei Barnabiti di S. C. ai Catinari in Roma, a quelle Borromeo in Milano vi sono altri
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documenti, come pure a Bruxelles presso i pp. Bollandisti in preparazione alla vita del Santo da pubblicarsi negli Acta SS. Nascadola.
Giovanni Galbisti
CARLO EMANUELE I, duca di Savola. - Figlio di Emanuele Filiberto il restauratore dello stato sabaudo e di Margherita di Valois, n. a Rivoli il 12 genn. 1562, sali al potere alla morte del padre, il 30 ag. 1580. Il suo regno si iniziò adunque mentre la Francia era afflitta dalle lotte tra cattolici e ugonotti delle quali la Spagna cercava di approfittare per affermare la sua egemonia continentale. Della situazione europea, il giovane duca cercò di trarre profitto per risolvere i grandi problemi che Emanuele Filiberto aveva lasciato in sospeso: quelli dei marchesati di Saluzzo e di Monferrato. Sposò a tale scopo Caterina, figlia di Filippo II di Spagna sperando di avere così l'aiuto spagnolo contro la Francia per l'annessione del marchesato di Saluzzo proclamato nel 1587. C. E. entrò perciò in un'aspra guerra con il re di Francia Enrico IV; tentò nel 1590 l'occupazione della Provenza, ma venutogli meno l'appoggio spagnolo, dovette, per conservare Saluzzo, rassegnarsi al trattato di Lione (1601), conchiuso con la mediazione di papa Clemente VIII, cedere alla Francia le province ben più ricche della Bresse, Gex e Valromey. In tal modo riuscì a chiudere alla Francia le porte della penisola. Instancabile, nel 1602 il duca tentò di occupare Ginevra, ma falli. Si volse allora ad organizzare una lega di principi italiani sotto la sua egemonia : a questo scopo diede in spose due figlie ai duchi di Mantova e di Modena. Non ebbe per allora alcun esito e neppure riusci a condurre in porto il progetto di conquistare l'Albania e la Macedonia (1608-10).
Intanto si riconciliava col re di Francia Enrico IV e con lui conchiudeva l'alleanza di Brozolo (apr. 1610) per combattere la Spagna e liberare la Lombardia. Morto assassinato il re francese, C. E. rimase solo di fronte all'ostilità spagnola. Tuttavia si ostinò e dal 1614 al 1618 combatté contro la Spagna per

(da Enc. It, vol. IX)
Carlo Emanuele I, duca di Savola - Ritratto. Incisione in rame (1700).
affermare i suoi diritti sul marchesato di Monferrato. Questa guerra attirò sul duca di Savoia l'attenzione di tutta Europa: si può anzi considerare come il punto di partenza della nuova storia italiana, intesa come lotta per l'indipendenza contro l'egemonia straniera. Sgencasi nel 1628 la dinastia dei Gonzaga, nuovamente riprese i progetti sul Monferrato, ma questa volta trovò la resistenza della Francia desiderosa di stabilire a Mantova e nel Monferrato i Gon-zaga-Nevers partigiani dell'influsso francese. C. E. combatté aspramente contro gli eserciti francesi invasori dal 1629 al 1630 e morì il 26 luglio 1630 a Savigliano lasciando lo Stato in preda al nemico. Il suo programma di espansione e di indipendenza doveva essere ripreso dai suoi successori. Molto geloso della sua sovranità fu C. E. nei rapporti con la S. Sede, pretendendo il diritto di nomina per le sedi episcopali.
BibL.: I. Raulich. Storia di C. E. I dura di Savola, 2 voll., Milano 1896-1902; G. Rua. Poeti della corte di C. E. I di Savoia, Torino 1899; A. Luzio-G. Sella. Sisto V e C. E. I. in Atti della Reale Accademia delle Scienze di Torino, 62 (1927), n. 481 sgg.; R. Bergadani, C. E. I di Savona, Torino 1933. Francesco Cognasso
CARLO EMANUELE II, duca di Savola. N. il 20 giugno 1634 da Vittorio Amedeo I di Savoia e da Cristina di Borbone. Fu duca dal 14 ott. 1638, ma solo nominalmente perché governò in effetti dal 1663 , quando cioè morì la madre che teneva la reggenza del ducato. La posizione politica di C. E. II fu tristemente vassalla della politica francese (tra l'altro C. E. fu obbligato ad appoggiare militarmente la guerra della Francia contro l'Olanda e, venuto in guerra con Genova, dovette accettare l'arbitrato di Luigi XIV). Di fronte alla Curia fu geloso delle prerogative sovrane (si oppose a che il tribunale della Nunziatura giudicasse fuori del suo Stato). Di vita brillante, non fu alieno da devozione: iniziò l'edificazione della cappella della S. Sindone. M. il 12 giugno 1673.
BibL.: G. Claretta. Storia del regno di C. E. II. 3 voll., Genova 1877; C. Salvi, C. E. II e la guerra contro Genova dell'anno 1677, Roma 1933.
Massimo Petroechi
CARLO EMANUELE III di SAVOIA, re di SARDRIENA. - N. il 27 apr. 1701 a Torino, m. ivi il 20 febbr. 1773. Secondogenito di Vittorio Amedeo II, poco curato da principio dal padre, quando divenne principe ereditario alla morte del fratello Vittorio Amedeo (1715) ebbe un'educazione severa e prevalentemente militare; ma del poco amore ebbe a ripagarlo quando il padre abdicò (1730) col farlo sorvegliare nei castelli di Rivoli e Moncalieri, mentre dell'educazione militare ebbe a valersi per fare una politica di utili interventi nelle guerre di successione polacca ed austriaca. Nella guerra di successione polacca stette con la Francia, occupò la Lombardia e Milano, ed alla pace di Vienna (1738) ebbe il feudo delle Langhe con le province di Tortona e di Novara. Nella guerra di successione austriaca invece, disgustato dalla Francia che non lo aveva sostenuto nel trattato di Vienna per la Lombardia, stette con l'Austria, e col trattato di Worms (1743) ne ebbe la provincia di Vigevano, la contea d'Anghiera, l'Oltrepò pavese, una parte del piacentino con Bobbio e le regioni sul marchesato di Finale. La guerra durò poi quattro anni con alterna vicenda: fu la guerra della rivolta di Genova (1747) contro gli austropiemontesi e della battaglia dell'Assietta (1747). La pace di Aquisgrana (1748) gli confermò le cessioni del trattato di Worms, meno Finale.
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(da La venturino illumination: delle rillè di Torino per l'augusto spessitivo della Bruti Mortita di C. E. re di Sardegnu... Torino (CE) Carlo Emanuele III di Savola, re di Sardegna - L'arme di C. E. e di Elisabetta Teresa di Lorena.
Dopo Aquisgrana si diede tutto alle opere di pace, riordinando le finanze, togliendo di mezzo le signorie feudali, facendo un vantaggioso concordato con Benedetto XIV. Non curò le lettere e le scienze. Protesse assai l'esercito, specie l'artiglieria, e fortificò le Alpi, delle quali fu detto poi che il re di Sardegna teneva le chiavi, fondò il porto franco di Nizza, aperse strade, costrui chiese, ecc. Ebbe grande idea della dignità sovrana e dei suoi doveri, fu assiduo al lavoro, di ottimi costumi e di sincero spirito religioso. Morì nel 1773 compianto dal popolo.
Bibl.: Opera fondamentale, D. Carutti, Storia del regno di C. E. III, 2 voll., Torino 1829; bibliogr. in Bibliografia ligurespienoatene di G. Borghezia, 2^{°} serie, p. 428 dell'indice, Chieri s. d.; aggiungi G. Martinengo, La mediazione del card. Bentivoglio e la politica ecclesiastica di C. E. III, in Bullett. st. bibl. 1984, 39 (1938), pp. 284-89; M. Valente, Un programma di re C. E. III nel Pinerolese, in Rass. st. del Risorgimento, 26 (1939), p. 611 sge.
Luigi Berra
CARLO EMANUELE IV di Savoia, re di SARDEGNA. - N. il 24 maggio 1751 a Torino, m. il 5 ott. 1819 a Roma. Era figlio di Vittorio Amedeo III e di Maria Antonia Ferdinanda di Spagna e fu re dall'ott. 1796 al giugno 1802. L'educazione del giovane principe fu affidata al p. barnabita Giacinto Sigismondo Gerdil, poi cardinale, dal cui insegnamento rice-
vette un vivo senso di pietà che lo accompagnò per tutta la vita, lo sorresse nei duri anni dell'esilio, e lo preparò ad indossare l'abito religioso pochi anni prima della sua morte. Nell'1775 sposò, con dispensa ecclesiastica, Maria Clotilde di Borbone, sorella di Luigi XVI, donna di eccelse virtù, dichiarata venerabile da Pio VII nel 1808.
Quando salì al trono nell'ott. 1796, dopo la morte del padre, C. E. IV trovò lo stato in una situazione diplomatica e politica particolarmente difficile. I Francesi erano di fatto padroni della Savoia e del Piemonte, e speravano di farsi legalmente cedere la Sardegna per mezzo di trattative. In tale stato di esse un'unica possibilità rimaneva al nuovo re, quella di allearsi con la Francia. Alleanza che era tanto più impellente quanto più frequenti diventavano i tentativi dei circoli repubblicani del regno di esauritare la monarchia. Così, dopo le sconfitte del Wurmser e dell'Aivinczy e dopo la pace di Tolentino, nell'upr. 1797 il re accondiscesc a cedere, previa la conclusione della pace continentale, la Sardegna alla Francia, dietro la incerta promessa di un debito risarcimento territoriale in qualche altra parte d'Italia; e così pure si impegnò a contribuire alla guerra della Francia mediante un contingente di truppe. Ma le neorepubbliche confinanti, la ligure e la cisalpina, mal tolleravano la persistenza dell'ordinamento monarchico in Piemonte, ed i loro inviati a Torino, spalleggiati anche dal rappresentante francese, apertamente incoraggiavano i novatori alla ribellione. Si clbbern infatti congiure e moti in varie parti del regno, ma tutte furono prontamente represse. Gli emigrati non diedero pera tregua a C. E. IV, ed una loro invasione dalle parti di Carosio portò alla guerra con la Repubblica ligure. La Francia, intervenuta con il pretesto di far cessare la lotta, come garanzia della buona volontà del re pretese la consegna della cittadella di Torino. In questo periodo Parigi e Vienna considerarono con interesse il progetto di fare C. E. re di Roma a protezione del Papa e della religione cattolica, lasciando così la Francia arbitra del Piemonte. Il re però non volle saperne di tale trasferimento. Verso la fine del 1798 il timore di un attacco alle spalle da parte dell'esercito piemontese consigliò la Francia a gettare decisamente la maschera. Nella notte dal 7 all'8 dic. il re fu costretto a sottoscrivere l'atto di abdicazione. Partì poi alla volta di Parma, donde giunse a Firenze ed infine a Cagliari. Fermatosi durante il viaggio alla Certosa di Firenze aveva offerto all'esule Pio VI asilo in Sardegna. Appena giunto nel suo dominio d'ultramare, protestò contro la violenza francese e dichiarò nullo l'atto di abdicazione, estortogli con la forza e con le minacce. Morisgli la consorte a Napoli il 7 marzo 1802, si stabilì definitivamente a Roma, ed abdicò il 4 giugno 1802 al trono in favore del fratello Vittorio Emanuele I. L'1r febbr. 1815 entrava nella Compagnia di Gesù, dimorando nella casa del noviziato in S. Andrea del Quirinale, nella cui chiesa gli fu pure data sepoltura.
Bibl.: N. Bianchi, Storia della monarchia piemontese dal 1755 sino al 1861, Torino 1877-82, particolarmente i voll. II e III, passim; D. Carutti, Storia delle corte di Savoia durante la rivoluzione e l'impero francese, I, Torino-Roma 1892, p. 370 sgg.; T. Mansotti, Memorie storiche intorno a C. E. IV re di Sardegna, morto religioso nella Compagnia di Gesù (edite, con aggiunto, da P. Galletri), Roma 1912; Gerbois di Sonnaz, Roma e C. E. IV di Savoia nei negoziati austro-francesi del 1796, in Nuova Antologia, 164 (1913), pp. 465-82, e 165 (1913), p. 8483 ; P. Valle, C. E. IV re di Sardegna cent'anni dalla sua morte (1819-1919), in Civ. Catt., 1919, iv, pp. 398-412. Silvio Furlani
CARLO FELICE, re di Sardegna. - N. a Torino il 6 apr. 1765 , m. ivi il 27 apr. 1831. Quartogenito di Vittorio Amedeo, che fu terzo re di questo nome, e di Maria Antonietta Ferdinando, figlia di Filippo V di Spagna. Nel 1798 lasciò Torino al seguito del fratello re Carlo Emanuele IV, al quale i Francesi avevano estorto la rinunzia al trono. Il sovrano, ritiratosi in Sardegna, vi rimase non più di sei mesi, e poi ritornò sul continente. Nell'isola C. F. assunse l'ufficio di viceré ( 19 sett. 1799) e lo conservò anche dopo l'abdicazione di Carlo Ema-
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A sinistra: APOSTOLI IN ATTO DI DISCUTERE. Ripione inserito tra l'indice a l'incipir della Crescenii concordia sacrorum canonum, con le facciate interne miniate. Ministura della scuola di Reuns (secn. 2-21). Il codice contiene anche la Collectio canonum Dionysiano - Roma, biblioteca Vellicelliana. A. 5. A destra: LETTERE INTRECCIATE (CUM) SU FONDO PURPUREO. Evangeliarin di Egberto, vescovo di Treviri (977-93). Posso tolto da Mt. 21,1. Ministura della scuola di Reichenau - Treviri, Stadtbibliothek cod. 24, f. 14.
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A sinistra: PIATTO DI SERPENTINO INCROSTATO IN ORO, contornato da pietre preziose (fine del sec. v111) - Parigi, Louvre. A destra: DITTICO LA. VORATO IN GERMANIA (sec. Ix-x). Le due valve rappresentanti la consofebrazione sono ora divise: quella sinistra si trova a Cambridge, museo Fritz William; l'altra a Francoforte, Stadtbibliothek.
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nuele IV (5 giugno 1802) fino all'arrivo del nuovo sovrano, il fratello Vittorio Emanuele I ( 18 febbr. 1806).
Rigido tutore dell'ordine costituito, C. F. si adoprò a ristabilire la calma e la tranquillità nell'isola, che non era stata immune dall'influenza delle idee rivoluzionarie. Alla venuta del nuovo sovrano, C. F. si ritirò dalla vita pubblica, ma riassunse l'ufficio di viceré nell'ag. del 1815 , dopo il ritorno dei sovrani a Torino e tale rimase nominalmente fino al 1821. All'abdicazione di Vittorio Emanuele I (marzo 1821), in seguito ai moti che esigevano la costituzione e la guerra all'Austria, C. F. si trovava a Modena; iniziò il suo regno ordinando al nipote Carlo Alberto, nominato reggente, di rompere ogni rapporto con i rivoluzionari e di recarsi a Novara presso l'esercito governativo. Da parte sua C. F., esauriti e repressi i moti, inaugurò una ferrea azione politica contro tutti coloro che si fossero compromessi nei recenti avvenimenti, dimostrando in tale occasione una severità talora anche eccessiva. Durante il suo regno si preoccupò di regolare la questione dei beni ecclesiastici, rimasta insoluta dalla Rivoluzione Francese in poi, ed inviò a tale scopo a Roma un plenipotenziario. Le trattative ebbero un felice esito, e Leone XII approvò nel maggio del 1828 il risarcimento delle proprietà ecclesiastiche incamerate dallo Stato e la nuova distribuzione dei capitali e fondi nelle diocesi del regno.
Bibl.: F. Lemmi, C. F., Torino 1031. Su C. F. viceré di Sardegna cf. E. Pontieri, C. F. al governo dello Sardeguo (17291806), in Archivio storico italiano, 93 (1032, I), pp. 49-82; 94 (1933. 10), pp. 187-231; 97 (1037, 1), pp. 146-87; 98 (1939, II), pp. 137 180. Sulla politica ecclesiastica cf. T. Chiuso, La Chiesa in Piemonte dal 1797 ai giorni nostri, III, Torino 1888, pp. 57-121. Silvio Furiani

Carlo Felice - Ritratto disegnato dal Boucheron e inciso da Isac e Toschi a Parma - Roma, museo del Risorgimento.
CARLO FRANCESCO da Breno. - N. a Breno (Brescia) il 7 sett. 1672 dalla nobile famiglia Camozzi, m. a Roma nel convento di S. Francesco a Ripa il 28 genn. 1745. Entrato nell'Ordine francescano nel 1689, fu chiamato a reggere la cattedra di Controversie nel collegio missionario di S. Pietro in Montorio a Roma, ma dovette rinunziarvi per infermità.
Pubblicò un'opera poderosa: Manuale missionariorum orientalium, 2 voll. in-fol., Venezia 1727. Nel I tratta degli errori più diffusi nel vicino Oriente, includendovi quelli dei copti e degli Abissini, nel II espone la fede cattolica sotto il punto di vista pastorale missionario. Importante per la missionologia è anche una appendice al vol. II, pp. 413-74: De instructione missionariorum apostolivorum. Pubblicò poi un riassunto dell'opera principale : Epitome manualis miss. orient., Roma 1736.
Bibl.: B. Spila, Memorie storiche della provincia riformata romana, I, Roma 1890, p. 531 sg.; Streit, Bibl., I, p. 379 sg.; A. Kleinhaus, Historia studi: linguor arabicae et collegii missionum S. Petri de Urbe (G. Golubovich, Bibl. biobibliogr. di Terra Santa, nuova serie, 13), Quaracchi 1930, pp. 123-26.
Livario Oliger
CARLO GARNIER, santo: v.Canadesi martiri.
CARLOMAGNO, re dei Franchi e dei Longobardi, imperatore. -
Sosolano: I. Nascita e primi anni. - II. Conquiste in Italia. - III. Conquiste fuori d'Italia. - IV. Scuole e cultura. - V. Relazioni con la Chiesa. - VI. Relazioni con Bisanzio. VII. L'Impero franco. - VIII. Culto. - IX. Iconografia. X. Riforma della liturgia.
1. Nascita e primi anni. - Personalità energica e viva, natura ricca e complessa, e affascinante, d'uomo e di condottiero, C., che già cronisti coevi hanno chiamato, fatto singolare nella storia, "Magno", chiude, affrettando il maturare spontaneo dei tempi, l'età barbarica e apre la civiltà feudale. Tra la decadenza e il venir meno dell'Impero in Occidente e il sorgere dell'Impero romano germanico nei suoi più singolari rappresentanti, Ottone I e forse il Barbarossa o addirittura Federico II, la maggior tempra è la sua; che staglia possente sullo sfondo della gente franca, cristianizzata ma ancor primitiva, e la reca d'impeto a dominare sulla scena d'Europa, forgiando di questa, dopo il primo formarsi delle autonomie al disgregarsi di Roma, il volto che le resterà per il lungo medioevo.
La sua opera si ricollega a quella del padre e dell'avo (e, vista in questa luce, ne è il perfezionamento attento e sagace); il suo posto è nella grande corrente dei neofiti di Cristo e della Chiesa romana, pur adattandovisi con la libertà di un temperamento esuberante, la sua azione è tuttaltro che un seguito ininterrotto di prodigi o di fortune. Ma dove ancor vigeva l'abito al compromesso, egli sostituisce la linea diritta e sicura, e l'azione chiara e coerente, che non s'arresta se non a fine raggiunto. Slargando i confini del non angusto regno di Pipino egli persegue, è evidente, la realizzazione di un impero cristiano che sarà retaggio grandioso del medioevo e la sua più alta conquista, finché la formula (sintonizzata nel musaico lateranense, "Beate Petre donas vitam Leoni papae et victoriam Carolo regi donas", ove l'Apostolo dà alle due figure inginocchiate ai suoi piedi con l'una mano il pallio con l'altra lo stendardo), di perfetto equilibrio, e di unità, tra i supremi poteri, non venne meno di fronte al sorgere della coscienza individuale. E la grandezza di C. è forse più nelle sconfitte, di cui accetta il monito e utilizza l'esperienza, nella tenacia e nella pazienza che inizialmente si congiungono in lui alla rapidità delle mosse e alla percezione immediata della realtà. Anche erede di una tradizione, egli è però, di fronte a
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nemici e ad amici, come una forza della natura: non solo per le qualità fisiche, oltre che per le morali, e per personale valore, ma per lo scarso rilievo di dati biografici e di notizie sulla sua vicenda personale, talché il silenzio, anche delle fonti più vicine, sulla sua vita avanti l'assunzione al regno può persino apparire come un espediente a esaltarne, oltre i limiti consueti, la personalità. Dalla natura ha il dono di trascorrere dalla violenza e dall'indienito fervore alla serenità e alle grandi calme, del raccoglimento e dell'aspettazione e di comporsi in un superiore equilibrio, ch'è la dote che più stupisce e più eleva l'uomo, pur nutrito di passioni; mentre nulla v'è ch'egli non comprenda o gli sfugga - ed anche in problemi teologici vuol lasciar la sua or-ma - così come egli, incolto e pressoché illetterato, si fa l'animatore di un moto di cultura che resterà legato al suo nome.
Nacque forse nel 742 (se è vero, come scrive Eginardo, che C. morisse in età di settantadue anni secondo un tardo

(Ist. Enc. Catt.)
Carlomanno - 1) Denaro d'argento di C., zecca di Milano; 2) tremisse d'oro di C., zecca di Lucca; 3) denaro d'argento di C. e Leone III, zecca di Roma.
obituario del monastero di Lorsch), il 2 apr., dal ceppo degli antichi maggiordomi che avevano, prima di fatto poi anche di nome, soppiantato la dinastia dei Merovingi, proseguendone con rinnovata energia l'opera di unificazione della Francia. Come non certa la data, cosi ignoto il luogo della nascita : sicché se n'è potuto inferire, anche a spiegare l'assenza di qualsiasi particolare della sua giovinezza e il silenzio accurato delle fonti, una nascita precedente al matrimonio dei genitori, e l'illegittimità spiegherebbe forse l'astio profondo del fratello verso di lui.
Nasce al termine del primo anno di governo del padre suo, Pipino il Breve, essendo morto nel 741 il vincitore di Poitiers e fondatore della potenza del casato, Carlo Martello. Novenne, vede il maturarsi del disegno paterno, con la deposizione dell'ultimo dei rois fainéants, Childerico III ; mentre, con l'invasione longobarda dell'Esercato e del Ducato romano ed il viaggio oltralpi del nuovo pontefice Stefano II, in cerca dell'aiuto franco contro Astolfo, si apriva il dramma d'Italia, della Chiesa e di Roma, che l'inconsapevole bimbo sarebbe stato chiamato a comporre. Certo, tra i rari ricordi della giovinezza del futuro imperatore, è l'incontro, cui il padre lo volle presente, col minor fratello Carlomanno, tra Pipino e Stefano II. A Ponthion e a Quierzy vennero gettate le basi degli accordi la cui lontana scaturigine doveva essere la Respublica Romana Francorum e la rinnovazione dell'Impero in Occidente e, per intanto, la Promissio Carisiaca (fondata sulla pretesa, espressa nel falso Constitutum Constantini, dei circoli ecclesiastici al dominio di vasti possessi ex-imperiali) e il conferimento al re dei Franchi del patristato romano. Il 28 ag. di quelI'anno, 754, C. è presente alla cerimonia in St-Denis in cui il Papa incorona Pipino e Berta o Bertrada ed è da Stefano II consacrato re, col fratello Carlomanno. In cambio, Pipino moveva, contro l'irrequieto Astolfo, alla prima, e poi alla seconda guerra, non essendo stati mantenuti i patti concordati con il Longobardo. Poi, tra il 760 e il 763 , C. compare in alcune donazioni monastiche,
accompagna il padre nella spedizione d'Aquitania, ne riceve taluni comitati.
La morte, nel fiore dell'età, di Pipino, il 24 sett. 768 , reca i due fratelli al governo. Il regno franco è, per testamento, diviso: vanno a C. l'Austrasia e la Neustria a nord dell'Oise, e Carlomanno la Neustria a sud dell'Oise, la Borgogna, la Gotia, l'Alamannia, la Turingia. La contesa Aquitania pure è divisa. La capitale futura, Parigi, è nei domini di Carlomanno. Con lui confinano i Longobardi d'Italia; la Baviera, semindipendente con Tassilone cugino dei re franchi e genero (come Arechi di Benevento) del longobardo Desiderio, confina coi possessi di C. Lo stesso giorno, 9 ott., i due fratelli, ciascuno in una località del proprio regno (C. a Novon), vengono consacrati re. Tra loro non v'è concordia, né buon animo: lo mostra la rivolta che scoppia di lì a poco in Aquitania e che C. è costretto a domare da sé, vani restando gli appelli al fratello. Nel tentativo forse anche di una svolta, che rechi la pace, si disegna a questo punto, al di sopra dell'attività dei due re, una politica della re-gina-madre, Bertrada: rovesciando quella ch'era stata l'azione, prudente cosi da apparir tarda, ma d'ampio respiro, di Carlo Martello e di Pipino - l'accordo con la Chiesa contro i Longobardi e l'intervento in Italia essa si fa l'ispiratrice di sponsali, tra C. e una figlia di Desiderio, Desiderata, e tra la sorella dei re franchi, Gisela, ed un figlio di Desiderio, forse Adelchi, il primogenito. Per questo, fatto inusitato in una donna di quel tempo, Bertrada si reca a Pavia, quindi a Roma a persuadere il Pontefice sulla sua mossa, e torna in Francia per Pavia, traendo seco la sposa per il suo C. E una politica di pace e di distensione che si disegna, e che va ben oltre l'intesa familiare: in realtà, alla spinta antagonistica dei Franchi si sostituisce l'accordo a tre franco-longobardo-bavarese, di cui il beneficiario è Desiderio, che assume una posizione centrale e libertà di movimento in Italia, e il soccombente è il Pontefice, che si trova a esser stretto in una morsa senza uscita, in condizioni peggiori - per la manifesta debolezza di Bisanzio e il progressivo venir meno dell'influenza greca in Roma - che al tempo di Gregorio Magno. Era, forse anche, il modo (ciò che più a cuore doveva stare a Bertrada) di rinsaldare i rapporti di C. con Carlomanno, filo-longobardo e filo-bavarese e properco ad una politica di pace. Dinanzi al pericolo, ancor prima d'incontrare Bertrada, il nuovo papa Stefano III scrive la lettera meno dignitosa della non breve raccolta, usando tutte le vie perché il giovane re non tolgo la sua sposa dalla "nefandissima" gente longobarda. Si ricorre persino al motivo canonico di un precedente matrimonio del re (ma si trattava di un legame non giuridico, anche se esso non era stato privo di conseguenze: non certo l'ultimo, malgrado le quattro spose di C.) : ma la volontà di Bertrada è ancor prevalente e Desiderata diviene regina franca, attorno il Natale del 770 .
II. Conquiste in Italia. - Passano pochi mesi : e il 771 non finisce che la giovane figlia di Desiderio viene rinviata al padre e l'intesa perseguita da Bertrada è rotta. È avvenuto che il 4 dic. Carlomanno è morto, e C., senza tener conto dei figli del fratello, si fa acclamare re anche dall'altra parte del reame e la vedova del morto, Gerberga, con gli orfani, prende, contemporaneamente a Desiderata, la via della corte di Pavia, con cui, bruscamente, si interrompono i rapporti. Sono fatti strettamente connessi, ma che a lor volta hanno una loro spiegazione in qualche cosa che possa aver avuto la forza di riportare C. sulla via segnata da Pipino. Assicuratosi le spalle con la nuova politica matrimoniale, Desiderio aveva ripreso la spinta verso le terre considerate patrimonio di S. Pietro, perseguendo forse il sogno inane di un'Italia longobarda, le cui premesse erano state poste coi ducati di Spoleto e di Benevento. A sveltere dal fianco del Pontefice i rappresentanti del partito antifongobardo, Cristoforo, primicerio dei notai, e suo figlio Sergio, secondicerio, e col pretesto di regolare l'annosa vertenza delle giustizie di S. Pietro, Desiderio si era recato a Roma: tumulti si erano svolti tra la sua schiera di fideles e i due notabili,
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appoggiati da più esili schiere franche (della loro presenza colà, risalente forse all'inizio del regno di Carlomanno, non si è molto informati) e i Longobardi avevano prevalso. Il Papa, fatto buon riso a cattiva sorte aveva abbandonato a Desiderio e al suo tramite o rappresentante, il cubicolario Paolo Afiarta, i suoi amici: e aveva persino scritto alla corte franca vituperando la memoria degli uni e lodando la condotta del secondi. Ma, virtualmente prigioniero, non aveva molto valore quel che affermava, circa le avvenute restituzioni. Queste né avessirano né avrebbero avvenute: la Chiesa romana ne era ben convinta. Simili ed altre notizie, giunte in Francia, dovettero suscitarvi malcontento e reazione alla politica di Bertrada. La morte poi di Carlomanno, e la rifusione delle due parti del regno, dànno libera mano

(par cortesia del prof. F. Valiart.)
Carlomagno = Statuctta equestre in bronzo detta di C. Parigi, museo Carnavalet.
a C. di mutar giuoco: e chiaro segno n'è il ripudio della sposa longobarda. Dalla pace ad ogni costo si va, anche per l'influenza che la ferita aperta nell'animo di Desiderio determina, rapidamente verso la guerra.
A Stefano III, un pontefice di ben diversa levatura è successo: Adriano I, di nobile casato romano e al di sopra delle fazioni. V'è uno scambio di ambascerie tra Roma e Pavia, ma a nulla approdano: da una parte, Adriano non crede più alle promesse del re longobardo, dall'altra questi è ormai attratto da un programma di vendetta contro l'offensore della figlia e richiede dal Papa il riconoscimento degli orfani di Carlomanno, suoi ospiti e che a vantaggio dei Longobardi avrebbero potuto rinnovare la situazione. Vi fu forse un prudente rifiuto di Adriano I. Certo, Desiderio invade le terre dell'Esercato: ne fa un pegno ad ottenere la solidarietà del Pontefice. L'uccisione, a tradimento, del messo, l'Afiarta, spinge all'estrema tensione i rapporti tra Longobardi e Roma: è accusata anche la Pentapoli ed invasa la Tuscia romana. A questo punto, Adriano ripete la mossa di Gregorio III e di Stefano II, invocando il soccorso dei Franchi. Ma esso non sarebbe giunto a tempo (Desiderio con rinnovato furore aveva ripreso la strada di Roma, con un esercito e traendo con sé la vedova e i due figli di Carlomanno), se ancora una volta (come tra Gregorio II e Liutprando) la minaccia dell'anatèma non avesse fer-
mato il re e fattolo retrocedere sino a Pavia. Peraltro, i rapporti non migliorano: ognuno dei contendenti è ormai impegnato e non può ritrarsi. Chi avesse ceduto, non poteva che perdere. Anche sulle giustizie di S. Pietro. Invano, C. fa la mossa di un versamento di denaro quasi a riscatto dei territori conquistati e contestati. Alla risposta negativa, l'intervento franco si delinea, reso inevitabile da ragioni di prestigio del sovrano e della dinastia. Diviso l'esercito, e affidatane una parte allo zio Bernardo, C., dopo un'assemblea dei grandi a Ginevra, scende per il Moncenisio: la morsa aggirante si chiude nella vallata della Dora Riparia dietro lo schieramento difensivo disposto alle Chiuse da Desiderio e da suo figlio. La rotta fu piena: i Longobardi superstiti si chiudevano con Desiderio a Pavia, a Verona con Adelchi e Gerberga. E il sett. del 773. Poco dopo Verona si arrende. Ancora fino al giugno dura invece l'assedio della capitale, che peraltro non limita l'attività di C. nella penisola. Alla resa seguono le sottomissioni dei duchi. Il re Desiderio, la regina Ansa, le figlie sono chiusi in monasteri : di loro non s'udrà più parlare. Della famiglia regia, solo Adelchi, scampato alle rese di Verona e di Pavia, rimarrà fiero avversario dei Franchi, contro i quali, esule sul Bosforo, rinfocolerà gli odi alla corte bizantina. C. assume la duplice dignità di re dei Franchi e dei Longobardi: l'unione personale delle due corone lascia in vita l'ordinamento longobardo; apparentemente, sembra tutto continuare sullo stesso binario, che nessuna rivoluzione sia compiuta. In realtà, attratti nell'orbita franca, così da non lasciar adito a speranze o illusioni (solo nel Friuli si accenderà, subito repressa, la rivolta), ai Longobardi non restava, nel 774 , altro che il nome.
C. non aveva atteso la caduta di Pavia per recarsi a Roma: nella primavera, mentre il regno longobardo entrava ormai in decomposizione, accompagnato dai suoi grandi, si era posto in viaggio, accolto a trenta miglia dalla città dai rappresentanti del clero e delle milizie che poi trovava schierate in suo onore fuori le mura. Adriano I lo attese dinanzi a S. Pietro, lo abbracciò e lo fece entrare, tenendolo per mano, nella basilica, mentre il clero cantava "Benedictus qui venit in nomine Domini». Era il cerimoniale bizantino che si applicava al monarca franco. Durarono vari giorni le feste: il quarto, papa Adriano richiese a C. la conferma dei patti stabiliti tra Pipino e Stefano II, le donazioni contemplate nella Pramizio Carititica (v'è questione dell'entità, riuscendo impossibile credere al biografo di Adriano, nel Liber Pontificalis). Era un entrare, comunque, in quei rapporti di collaborazione, che il conferimento, e l'accettazione, del patriziato rendeva naturali : col limite, però, che ne veniva dall'essere ora anche il patrizio re dei Longobardi e tenuto a contemperare quindi gli interessi, temporali ed italici, del papato e della corona.
Forse, C. non era sceso in Italia con un preciso intendimento, con un piano, rispetto all'azione ulteriore. La vittoria alle Chiuse gli mostrò l'intima debolezza della monarchia longobarda: la sua dissoluzione, durando ancora l'assedio di Pavia, gli dette, in concreto, la possibilità dell'unione personale e della fusione di vinti e di vincitori; il viaggio romano dovette svegliarne i sentimenti più riposti, a contatto dell'antico, di dominazione universale. Fu la spedizione italica, dopo il banco di prova costituito dalla rivolta aquitana, la rivelazione a se stesso di immense possibilità d'azione, l'atto risolutivo con cui si usciva dalla attenta e sagace preparazione dei maggiorducci per una politica di predominio della gente franca. Che poi, nel seguito degli eventi, questa politica si allarghi e si elevi ad essere espressione d'impero già in sé universale, ciò è dovuto al fascino, e all'influsso, di Roma.
Dal 774 all'800, in cui il nome dell'Impero risorge, scorrono gli anni più intensi dell'attività di C., quelli in cui, su un orientamento ormai chiaro, ma senza venir mai meno alla prudenza e all'equilibrio, egli dà forma unitaria, come già l'antico Impero, all'Europa occidentale; gli anni, anche, di continui rapporti con i pontefici, Adriano I e Leone III; di espansione religiosa, ché l'idea cristiana (e la guerra mezzo alla sua vittoria) diviene il
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sostrato dell'attività del re, intimamente religioso, ma consapevole anche del valore politico dell'idea che lo anima.
III. Conquiste fuori d'Italia. - Sono gli anni in cui si delinea la triplice spinta: verso la Sassonia, verso la Baviera, sul medio Danubio. Le lotte contro i Sassoni, le bellicose tribù ancor pagane abitanti la Westfalia, durano, si può dire, quanto il regno di C.: è una serie di rivolte, con l'erigersi di un autentico eroe nazionale, Widuchindo, che obbliga il re franco a continue campagne, a improvvisi ritorni e che non gli dà sicurezza alle spalle; ed egli reagisce violentemente con stragi ( 4500 morti a Verden), con la distruzione degli idoli, con i battesimi forzati in massa. V'è però gradualità, v'è, fra mezzo ad indubbia ferocia, prudenza; e v'è, come nell'impresa d'Italia, un perseguire la mèta fino al raggiungimento, con la tenacia che sparpaglia le altrui file. La questione bavarese è più semplice : è tutta nel ridurre la Baviera da stato semi-indipendente a regione dell'Impero; ed è una questione di famiglia, che riconduce ai rapporti col fratello-collega, Carlomanno. Il duca di Baviera, Tassilone III, che non s'era mosso a impedire il fato della gente longobarda, s'era accorto con ritardo dell'errore: le fonti ascrivono alla di lui moglie, la longobarda Liutberga, figlia di Desiderio, l'intessersi di trame con la corte bizantina (ov'è Adelchi) e beneventano (ov'è l'altra sorella, Adelberga). Anche a Ratisbona, come a Benevento, il venir meno dello stato centrale longobardo e la supposta acquiescenza franca, ingrandiscono gli appetiti : dal ducato si passa al principato e, per la Baviera, si fan sogni d'indipendenza, mentre la Carinzia è annessa. Con la tagliente prontezza ch'è sua caratteristica e forza, C. interrompe, nel 782 , appena rassodato il regno italico, le ambizioni di Tassilone. All'assemblea di Worms questi presta il giuramento di vassallaggio, lascia ostaggi. Ma riprende a tesser la sua tela: riscoperto, nel 787 , chiede, timoroso della vendetta di C., l'appoggio della Chiesa, presso cui la Baviera, regno cattolico e sempre stato fedele, non poteva che trovar grazie. Ma il re non si ferma alle preghiere del « frater suus» - Adriano, lo costringe anzi ad assumer posizione contro il ribelle, quella contro chi toglie al suo signore la fedeltà dovuta, e nel 787 , dopo una nuova spedizione, Tassilone cede e rinnova il suo giuramento. Per ricominciare ancora, non reggendogli il cuore, forse, di vedere ridotto il suo Stato al rango d'uno dei tanti ducati del regno franco. Questa volta, C. non perdona più : condannato a morte, Tassilone finisce i suoi giorni in un monastero, e la Baviera, come tale, cessa d'essere un'individualità nella storia. La Baviera era necessaria testa di ponte per la terza impresa : quella contro gli Avari, il cui agitarsi nella zona mediana del Danubio preludeva a un nuovo balzo verso Occidente. Fermarli in tempo era, tra il proseguirsi delle campagne sassoni, la preoccupazione della corte franca: dapprima si tentano vie pacifiche, sicché si vedono all'assemblea di Worms ambasciatori del Khan e si può immaginare dei franchi presso di lui. Ma, quando si precisa qualche collusione con la corte di Ratisbona e ogni accordo si palesa impossibile, nel 791 si aprono le campagne contro gli Avari, lunghe e sanguinose e che, dopo alterne vicende, si concludono col forzamento del Ring barbarico, con ingente preda e con la strage dei vinti, nel 799. A condurre gli eserciti, questa volta, sono valorosi luogotenenti di C.: il duca bavarese Geroldo e il duca del Friuli, Enrico, entrambi caduti combattendo. Sassoni, Bavari, Avari : erano tre punti ripresi dal programma di Pipino il Breve, con i rinsaldati rapporti con la Chiesa e la definizione della questione longobarda. Ma