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 conoscitore delle lettere greche e latine, si cattivò presto la stima dei Medici, specialmente del card. Giulio che, diventato papa Clemente VII, lo volle a Roma come suo segretario e lo provvide di ricchi benefici ecclesiastici. In una commendatizia a Carlo V (27 giugno 1531) lo dice «summa fide et singulari modestia vir, quem cum suis meritis et deditissimo animo in me, tum virtute et nobilitate ita amo ut plus non possem».

Nel 1533, a fianco di Clemente VII, partecipò al convegno di Marsiglia. A Napoli Giulia Gonzaga, ch'egli stimò ed amò, lo fece avvicinare a Juan de Valdés, Bernardino Ochino, Pietro Martire Vermigli ed altri più o meno paleai fautori della riforma in Italia ( 1536-40 ). Nel 1541 era a Viterbo, dove, attorno al cardinale inglese Reginaldo Pelo, si formava un circolo di "spirituali" che, pur rimanendo nella Cluica, si avvicinava al luteranesimo quanto alla giustificazione per la sola fede. L'apostasia di Ochino e di Vermigli ( 1542 ) mise sull'avviso l'autorità ecclesiastica sul pericolo di quelle correnti. Tuttavia il C., che pure era in relazione con eretici stranieri e nostrani, seppe nascondere il suo animo e fu assolto dall'Inquisizione romana per mancanza di prove (1546). Passò quindi in Francia ospite di Caterina de' Medici, sua protettrice ed amica. Passò a Venezia nel 1552, manifestando sempre più il suo animo favorevole alla riforma. Paolo IV lo citò a Roma (1557), ma il C. si rifiutò di comparire, e fu condannato in contumacia ( 6 apr. 1558). Alla morte di Paolo IV ricomparve a Roma, fece riesaminare il suo caso e dicendo, come affermerà più tardi Pio V, "un monte di bugie" - ottenne l'annullamento della precedente condanna (giugno 1560). Restarono però i sospetti e il contegno del C. non era certo tale da eliminarli. Pio V ne fece riprendere il processo. Il C. si trovava allora presso Cosimo de' Medici che, pregato dal Papa, glielo consegnò (luglio 1566). Il processo durò un anno; ed invece di confessare ed abituare, confidando nella protezione di Cosimo e di Caterina de' Medici, il C. si ostinò a giustificarsi, e poiché le prove a suo danno si facevano più evidenti, alla fine il 21 sett. 1567 fu condannato, quindi il 1^{°} ott. 1567 fu decapitato e poi bruciato.

Bias.: G. Manzoni, Estratto del processo di P. C., Torino 1870; L. Bruni, Cosimo I de' Medici e il processo d'eresia del C., ivi 1891: A. Agostini, P. C. e il movimento valdesiano, Firenze 1899: A. Del Canto, P. C., Roma 1911: Pastor, IV, II, VII, passim, e VIII, pp. 207-209; F. C. Church, I riformatori italiani, trad. di D. Cantimori, 2 voll., Firenze 1935; E. Cione, Juan de Valdés, Bari 1938; D. Cantimori, Eretici italiani del Cinquecento, Firenze 1939; F. Lemmi, La riforma in Italia e i riformatori italiani all'estero nel sec. XVI, Milano 1939. Ireneo Danolo

CARNEVALE. - Periodo di tripudii e divertimenti prima dell'inizio della Quaresima. L'etimologia più comune fa derivare il termine di c. da: carnem levare "togliere la carne", accennando appunto l'astinenza dalle carni imposta nella Quaresima. Diversa è, nella tradizione dei vari paesi, la data d'inizio del c. In taluni luoghi della Francia è il Natale, in altri il capodanno, in altri ancora, come del resto anche in Sicilia, l'Epifania ("doppu li Tri-Re, tutti olè"); più frequente, da noi, il 17 genn. (a. Antonio) ma in diverse località anche la Candelora (a febbr.). L' intensificarsi delle feste si ha tuttavia, in prevalenza, il giovedi grasso ("berlingaccio"), l'ultima domenica di carnevale e lunedi e martedi grasso. Alla mezzanotte di tale giorno una
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(da P. Malmenti, Storia di l'erezia nella vita pleriale, gosti 70. Carnevale - C. di Venezia (fine sec. xv1). Dagli "babilin del Franeo.
campana (in Romagna detta "la lova") ne annuncia la fine. Il rito ambrosiano concede anche la domenica successiva. Numerose e varie le manifestazioni a cui il c. dà luogo nel folklore dei vari paesi : e ciò perché sono venuti a confluire in questa festa (che è ritenuta principalmente una trasformazione in clima cristiano dei Saturnali), altri antichi riti e usi. Ma si può comprendere il suo carattere e significato fondamentale se si tien presente che il c. era una festa di principio d'anno.

Facile è riconoscervi antiche forme rituali propiziatorie per i prodotti della terra e per il benessere della comunità. Il tripudio a cui il c. dà luogo non ha soltanto l'aspetto di un momentaneo allentamento di alcuni vincoli sociali, ma ha anche valore protreptico affinché nella gioia di tutti si inizi un nuovo periodo stagionale. Così, la morte di c., cioè di un fantoccio che, dopo aver fatto testamento e dopo una parodia di trasporto funebre viene bruciato o annegato o comunque distrutto, può inquadrarsi nel vasto cerchio dei riti espiatori per le feste di capodanno. Altrettanto dicasi per le usanze come l'uccisione di un tacchino (Piemonte) o di un gallo (Abruzzo) o di un'oca (Francia, Roma, Sicilia, ecc.): nel Monferrato, ad es., prima di morire il "pitò" (tacchino) rivela per la bocca di un festaiolo le malefatte della gente del paese. L'uso di una pubblica denuncia di vizi e magagne della comunità pur sotto forma scherzosa o parodistica, è assai diffuso esplicandosi in vari modi. Talora è Arlecchino che, prima di venir ucciso, confessa i peccati suoi e degli altri. Nella stessa sfera di usanze e credenze è da porre il re del c., che per tre giorni assume il comando della città ordinando feste e baldorie e alla fine viene deposto : il costume si conserva ancora assai bene, ad es., nelle vallate del Bormiese, ma reminiscenze e riflessi si riscontrano un po' dovunque in personaggi quali il generale del c., l'abate delle compa-

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gnic di folli, cioè di giovani che organizzano e dirigono le feste di c.
Ad antiche usanze rituali è da ricondurre anche la cadda al «Salvanei» che ha luogo nelle montagne del Trentino. Accanto al fanteccio di c. si trova spesso quello della Quaresima, vecchia laida e magra, essendo i due personaggi simbolici strettamente collegati con l'idea stessa che ha dato luogo al nome di c. Una delle forme drammatiche popolari è appunto quella del contrasto tra c. e Quaresima, di cui già si conosce una rappresentazione in ottave del sec. xv. Il c. ha grande importanza per le origini del nostro testro comico. Sono rappresentazioni carnevalesche: le "farse» di c., i «bruscelli» e i «mariazi» o "mogliazzi», il cui motivo fondamentale è costituito dal contrasto di due giovani per la mano di una ragazza, la quale viene infine assegnata a uno dei due pretendenti. Sempre in c. ha luogo la rappresentazione dei mesi, simboleggiata da 12 personaggi cui talvolta si aggiunge un tredicesimo che raffigura capodanno. Ma importanza anche maggiore presentano le maschere. Alcune di esse hanno origini da monische, come Arlecchino in Francia e Zanni in Italia; e un riflesso di tale origine può vedersi nelle "moresche", danze armate che si solcrano eseguire in c. Anche le maschere con figure d'animali o i travestimenti femminili risalgono ad antichi tempi. Ma poi ciascuna epoca e ciascun paese ha immesso nella tradizione le sue maschere particolari. Un originario carattere propiziatorio dovevano avere anche i «corsi» con i carri, e il lancio di arance e di coriandoli. In Sicilia e in Puglia la arance vengono, per mezzo di scalette pieghevoli, offerte alle signore da compagnie mascherate.

Canti carnascialeschi e danze sono immancabile complemento della festa. Cosi pure gare, giostre, corse, palii; caratteristiche anche le questue e i fuochi di gioia. Nei centri ove la vita cittadina ha avuto attraverso i secoli maggior splendore, tutte queste manifestazioni hanno assunto un carattere fastoso e pittoresco. Nei tempi andati erano famosi i c. di Venezia, Milano, Torino, Ivers, Firenze, Roma.

Bibl.: G. Pitré, Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano, I, Palermo 1889, pp. 1-20; G. De Giacomo, Il popolo di Calabrie, Trani 1889; G. Amalh. Tradizioni ed usi nella penisola sorrentina, Palermo 1890, pp. 28, 37; G. Finamore, Credence, uni e costumi abruzzesi, ivi 1890, pp. 107-12; G. Pitré, Bibliografia delle tradizioni popolari d'Italia, Tur-rico-Palermo 1894; P. Molmenti, Venesia nella vita privata, Bergamo 1926; G. Conti, Firenze vecchie, 2 voll., Firenze 1928; O. Trebbi- C. Ungarelli, Costumance e tradizioni del popolo bolognese, Bologna 1932; T. Urangia Tazzoli, La rentaa di Bormio, III: Le tradizioni popolari, Bergamo 1932; F. Clementi, Il c. romano, 3ᵃ ed., Città di Castello 1938; F. Hermann, Beiträge zur italienischen Volkskunde, Heidelberg 1938; A. van Gennep, Manuel de folklore français contemporain, I, III, Parigi 1937; III. ivi 1946 (vale sia per la bibliografia che per lo studio metodologico e per le notizie relative alla Francia); C. Pola Falletri di Villafalletto, Associazioni giovanili e feste antiche : loro origini, 4 voll., Torino 1939-42 (cf. vol. III).

Foolo Toschi
L'atteggiamento della Chiesa. - Riguardo al c. l'atteggiamento della Chiesa è praticamente il medesimo che essa mantiene riguardo ai divertimenti, che possono svolgersi entro limiti corretti o deviare, invece, e facilmente, in malcostume e rovina morale delle anime. Quindi la Chiesa non dà l'ostracismo a priori alle gioie e ai tripudi del c., anche se accompagnati da feste e banchetti, perché il corpo ha bisogno di riposo e di rinforzo per nuove fatiche e per le mortificazioni prescritte. Siccome, però, il c. si trasforma molto spesso in una specie di esplosione orgiastica, "semel in anno iuvat insanire" (ne sono una testimonianza le ampie raccolte dei Canti carnascialeschi, di cui è ricca la nostra letteratura dai tempi del Rinascimento) e sconfina in ardite licenze, in più o meno aperte violazioni della morale, in bagordi e intemperanze indegne, facilitate dall'uso delle maschere e dal vicendevole mutamento dei vestiti degli uomini e delle donne, la Chiesa ha sempre reagito e continua a reagire. E in questo se. gue due indirizzi : mette in guardia, per una parte,
contro i pericoli, richiamando al senso di responsabilità interiore ed esteriore, che ciascuno deve avere, e alle finalità superiori della vita umana, in contrapposto alle concezioni semplicemente naturalistiche o umanistiche o, meglio, pagane; per l'altra, invita i buoni a riparare con la preghiera le offese fatte a Dio dalle deviazioni del c., ad es., con l'adorazione delle Quarantore, soprattutto nei tre giorni antecedenti l'inizio della Quaresima. Celestino Testore

CARNEVALI, Giovanni, detto il Piccio. - Pittore, n. a Montegrino presso Luino il 29 sett. 1806, m. a Caltaro sul Po il 10 luglio 1873.

Una delle sue prime opere, Deposizione dalla Croce (1820), riscosse consensi. Quelle successive, Morte di Abele, Sacra Famiglia, Educazione della Vergine (1826) ed Agar nel deserto ( 1820 ) lo mostrano quasi immune dalla retorica neoclassica allora imperante e piuttosto seguace della tradizione lombarda ed emiliana. La sua molteplice opera pittorica ed in particolare la serie dei ritratti, in cui egli fonde la sobria grazia lombarda con una sua sana vigoria costruttiva, mostrano che «intese il colore come ricchezza e vibrazione di toni simili, persistenti attraverso i lumi, le ombre e le mezze tinte».

Bibl.: A. Soffici, Il P., in Il frontespizio, 12 (1940), p. 81; D. Bonardi, Il P. disegnatore, in Meridiana di Roma, n. 31, 1 ag. 1943; C. Carrà, Dodici capolavori di G. C. detto il P., Roma 1946; R. Bassi Rathgeb, L'opera del P., in Bergamum, 21 (1947), pp. 23-29.

Luisa Marzoli Feslikenian
GARNIPRIVIUM (carnispricium, pricicarnium). - Era chiamata così, in molti luoghi, la domenica di quinquagesima, perché in essa, e più precisamente il lunedi seguente, si incominciava ad astenersi dall'uso delle carni. Questa privazione riguardava quasi unicamente i chierici; da ciò pertanto il nome di c. sacerdotum. Infatti un Concilio di Clermont del ro95 obbligava i chierici ad astenersi dalle carni a partire dalla domenica di quinquagesima. Ma l'uso di cominciare l'astinenza quaresimale nel lunedi dopo la quinquagesima non fu mantenuto a lungo, e ben
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Carnevali, Giovanni - Autoritratto - Firenze, galleria degli Uffizi.

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presto si ritornò all'antica usanza di dare inizio alla quaresima il mercoledì delle Ceneri. Nella liturgia mozarabica la quinquagesima infatti è detta : ante carnes tollendas; i greci la chiamano ἀ π о χ ε ὠ v.

Bibl.: F. A. Zaccaría, Osmnosticon rituale, Facnza 1787, p. 435; C. Ducange, s. v. in Glossarium ad scriptores mediae et infimae latinitatis, II. Parigi 1842, p. 191.

CARNUNTUM. - Città della Pannonia superiore (Austria) nella vallata danubiana, antichissimo centro stradale di grande importanza commerciale e strategica per le comunicazioni con il nord. Fin dal tempo di Tiberio e di Claudio ebbe un campo fortificato, sede di legione (XV e, quindi, XIII) distrutto tra il 375 e il 400 ; ebbe due anfiteatri: uno, più grande, nella città, l'altro, più piccolo, nel Castrum. Adriano le concesse la denominazione di municipium Aelium, assegnandole la sua tribù (Sergia). Settimio Severo la trasformò in Colonia Septima.

Il cristianesimo in C. è attestato da resti monumentali tra cui un battistero posto nell'ingresso meridionale dell'anfiteatro della città, e da lampade in terra cotta, anelli, pietre incise, medaglie con segni cristiani o formole come in Deo vivas, oi scoperte; un suo vescovo nel sec. iv è documentato da
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Carnuntum - Ruderi dell'anfiteatro militare romano.
una targa votiva in bronzo rinvenuta in Roma presso il ponte Sisto, ora nel museo cristiano Pio Lateranense; essa fece parte d'un disco o di una corona in oro o argento (gabata) che la gens Carnuntum, come dice l'epigramma incisovi, fece offrire da Mandronio, venerando nomine ad una delle basiliche romane, probabilmente alla Vaticana. Il monogramma di Cristo { }_{2} underline{underline{b}} inciso nel piccolo timpano superiore, lo stile e la paleografia dell'epigramma rivelano il sec. iv.

Bibl.: Th. Deimel, Christliche Römerfunde in C., Vienna 1911; R. Egger, Der römische Linus in Österreich. XVI, ivi 1926, pp. 69 sgg., 105 sgg.; XVIII, ivi 1937; F. Miltner, Das zweite Amphitheater von C., 3ᵉ ed., ivi 1936; W. Heydendorff, C. Geschichte und Probleme der Legionfeste und der Zivilstadt, ivi 1947. Per la targa votiva: G. B. De Rossi, Triplice omaggio, Roma 1877, tav. I, fig. 10; G. Marucchi, I monumenti cristiani del museo Pio Lateranense, Milano 1910, tav. XLIV, n. 10. Enrico Josi

CARO, Annibale. - N. a Civitanova nelle Marche nel 1507. Fiorì in un momento particolarmente propizio al suo genio di raffinato saggiatore di parole.

Aristocratico, colto, libresco, gli sarebbe piaciuto vivere libero appunto fra i libri; ma non era ricco, e anch'egli dovette sobbarcarsi alla croce della cortigianeria, segretario e preceptore in casa di mons. Gaddi prima, segretario del card. Farnese dal 1542 ; e solo alla fine e per poco poté godere il sospirato bene della libertà. Nelle lingue classiche egli era ferrato come un umanista, e particolarmente portato a scrivere in prosa; e come ormai il genio pubblicitario dell'Aretino aveva lanciato e messo di moda il genere letterario «lettere volgari», nessuna sorpresa che quelle elaboratissime che egli veniva scrivendo per conto proprio o del padrone, una volta conosciute e divenute magari famose, facessero gola agli editori (o, come allora si diceva, "librai») per le loro "raccolte».

Tormentato dal demone della perfezione, insofferente di compagnie banali o compromettenti, egli non poteva non fastidire un tal genere letterario, o, almeno, il costume
di esso; ma alla fine cedette anche lui; ma la raccolta fu di quattrocento lettere tutte elaboratissime e perfette (anche troppo) e uscì postuma a Venezia presso il Manuzio (1572-73). Al contrario che in quelle dell'Aretino, vi avverti, e magari deplori, un eccesso di discrezione, e quindi, bisogna riconoscerlo, d'interesse. Ma che meraviglia di lingua e di stile (pur con un vago sentore di vocabolario) in tutte e nelle altre seicento ca. che gli studi dei secoli successivi vennero aggiungendo alle prime! Se si considera che un gusto educatissimo vi trionfa quasi nella stessa misura dei due opposti pregiudizi: l'imitazione e la popolarità, è forse il caso di dire che la moderna prosa italiana comincia da esse. Del resto il C. annuncia o piuttosto anticipa quel tal letterato che poi diventerà caratteristico dell'Italia, e non soltanto dell'Italia, fino all'età del romanticismo eppure a quella seguente.

Accademico fino ai capelli, quando poi si mette a far la satira dell'Accademia non è chi lo superi; larvatamente, o no, collabora con gli altri nello spulciamento della Poetica d'Aristotele per ricavarne e affinarne il decalogo neoclissico; ma per esso e in beffa dei suoi autori ha pronto nel cassetto il Commento di Ser Agreste e La Navea ovvero dei Nasi e altre filastrocche; è entusiasta delle antichità come umanista, ma con un sentimento ormai prevalentemente archeologico. Dipese anche da questa sua duplicità di temperamento la famosa polemica con il Castelvetro (v.), la quale, in fondo, non rappresenta se non lo scontro fra due grammatici, ma con il vantaggio (o danno) da parte sua d'una sensibilità del fatto linguistico meno scientifica e più artistica.

Negli ultimi anni attese alla traduzione dell'«Eneide» per far conoscere la ricchezza e la capacità della lingua italiana. Morì in una sua villetta del Tuscolano il 17 nov. 1566 e fu sepolto in Roma nella chiesa di S. Lorenzo in Damaso.

Tra le opere del C.: Scritti scelti, con introduzione di V. Ciani e commento di E. Spadolini (Milano 1912); F. Pastonchi, Le più belle pagine di A. C. (ivi 1923).

Bibl.: D. A. Capasso, Note critiche sulla polemica tra il C. e il Castelvetro, Napoli 1896; F. Bernetti, A. C. in occasione del 4ᵉ centenario della sua nascita, Porto Civitanova 1907; M. Stezzi, Studi sulla vita e sulle opere di A. C., in Atti e mem. d. Deputazione di st. patria per le Marche, nuove serie, 3 (1909, 1 e 11); nuova serie, 6 (1910-11); id., A. C., inviate di Pier Luigi Farnese, in Giorn. stor. d. lett. ital., 38 (1911), pp. 1-48; P. Sarri, A. C., Milano 1933. Giuseppe Tollison

CARO, Edme-Marie. - Filosofo, n. a Poitiers il 4 marzo 1826, m. a Parigi il 13 luglio 1887. Spirito brillante e forte polemista, fu uno dei più ascoltati professori della Sorbona nella seconda metà dell'Ottocento.

La tendenza della sua filosofia è spiritualista-epologetica, come dimostra particolarmente la sua opera L'idée de Dieu et ses nouveaux critiques (1864, 4ᵃ ed. 1873), in cui giustifica la teodicea cristiana contro le dottrine di Vachetot, Renan e Taine; egli però non riesce sempre a sganciarsi dalla scuola eclettica cui aderisce per educazione e metodo. In Problèmes de morale sociale (1878), il C. critica le posizioni positivistiche, naturalistiche ed evoluzionistiche di molti suoi contemporanei. Altre sue opere : Le matérialisme et la science (1868); Le pessimisme au XIX { }ᵉ siècle (1878); Littré et le positivisme (1880), ecc.

Bibl.: R. P. At, C., Parigi 1906. Felicissimo Tinivella

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CARO, Jósèph. - Rabbino, n. a Toledo nel 1488. Dopo l'espulsione degli Ebrei dalla Spagna la sua famiglia si stabili ad Adrianopoli.

Qui C. iniziò la sua massima opera, il Bêth fêsēph, commento al codice di diritto talmudico di J'àqóbh ben 'Ásèr, che gli costò venti anni di lavoro. Per ogni argomento cita la fonte talmudica e riporta poi quanto su di essa era stato scritto. Dopo qualche anno si trasferì a Safad, allora il centro rabbinico più importante della Palestina; quivi mori il 24 marzo 1573. Accanto al suo lavoro fondamentale, si ha un compendio intitolato Sulbán 'drúkh, che ebbe subito grande voga, fu tradotto in varie lingue, ed è tuttora la norma fondamentale della vita ebraica. C. lasciò inoltre un commento al codice di Maimonide e risposte a quesiti rituali.

Bibs.: Tschernowitz, Die Entstehung des Schulchen Arach, Berna 1912; S. M. Dubnow, Weltgeschichte des jüdischen Volkes, VI. Berlino 1927.

Alfredo Ravenna
CARO, RODRIGO. - Sacerdote, erudito e poeta spagnolo, n. a Utrera nel 1573 e m. a Siviglia il 10 ag. 1647.

Particolarmente dedito a studi di storia, archeologia e numismatica, ha lasciato fra le opere maggiori i Dias geniales e lúdricos, fonte preziosa per lo studio del folklore spagnolo, i Varones insignes en letras... de Sevilla, le Antigüedades de Sevilla... y chorographyn de su convento juridico, opere varie su Utrera (El santuario de Nuestra Señora de la Consolación, ecc.), scritti tutti in cui l'erudizione non vieta commosse rievocazioni del passato. Come poeta è ricordato, oltre che per i sonetti, per la nota Cantión a las ruinas de Itálica, è lungo attribuita al poeta sivigliano Francisco de Roja, tema già trattato, ma da lui rinnovato nella forma elegante e limpida, nella sonante retorica, nella dignitosa intonazione.

Bibs.: Text: Le Obras en penn, edite nel Memorial histórico español, I (1821), pp. 349-476; ebbero con quelle poetiche una ristampa a cura della Sociedad de bibliófilos andaluces, XIV-XV, Siviglia 1883-84; i Varones y Epistolario con un estudio biográfico-crítico furono pubblicati da S. Montoto (ivi 1914); una edizione della Cune. a las ruinas de I. accompagnata da introduzione, versione latina e note, è stata pubblicata a cura di M. A. Caro (Publicaciones del Instit. Caro y Cuervo, II, Bogotá 1947). Letteratura: A. Fernández Guerra, La cantión - A las ruinas de Itálica - ya original ya refundida, no es de Fr. de Roja, in Memorias de la Academia Española, (Madrid 1870), pp. 174-217; A. Sánchez y Castañer, R. C., estudio biográfico y crítico, Madrid 1914; A. Baig Baños, R. C. autor de la Epístola moral a Fubia, ivi 1932; Isle Ruggieri Scudieri

CAROCCI, Orazio. - Missionario e linguista, n. a Firenze nel 1579, m. a Tepozotlán il 14 luglio 1662. Entrato nel 1601 nella Compagnia di Gesù a Roma,
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Carnuntum - Targa in bronzo che ricorda l'offerta di doni a una basilica romana, da parte della Gens Carnuntum-Museo Lateranense.
passò nel 1605 alla provincia di Messico. Fu occupato trenta anni nelle missioni indiane, rendendosi insigne nella conoscenza delle lingue indigene, messicana (nahuatl), massagua e otomi. Fu pure rettore del collegio di Tepozotlán, preposito della casa professa di Messico e socio del provinciale.

Lasciò manoscritti, vari lavori linguistici, grammatiche e vocabolari, catechismi e prediche. Pubblicò un'Arte de la lengua mexicana con la declaración de los adverbios della (Messico 1645 ; ristampato nella Colección de gramáticas de la lengua mexicana per il Museo nazionale di Messico, I [1892], pp. 395-536). Il p. Ignazio de Paredes ne curò più tardi un'edizione abbreviata: Compendio del arte de la lengua mexicana del p. Horacio Carochi (ivi 1734).

Bibs.: Sommervogel, II, coll. 761-62; VIII, col. 1995; Streit, Bibl., II, pp. 687-88; G. Decorme, La obra de los jensitas mexicanos durante la época colonial, I, Messico 1941, p. 249 sgg.

Edmondo Lamalle
CAROLINA, SGRITTURA e MINIATURA. - Con il nome di scrittura c. si indica in paleografia la rina la minuscola rotonda usata dalla fine del sec. viII a tutto il sec. xir in Francia, nella Germania, nella Svizzera e nell'Italia settentrionale e centrale e diffusasi anche nell'Inghilterra e nella Spagna. Essa offre il primo esempio di una scrittura di carattere universale nei territori dell'impero dopo il tramonto dell'età classica, e il suo processo di formazione va studiato attraverso l'evolversi di tipi particolari cui si dà generalmente il nome di «precaroline».

I. Le scritture precaroline. - Il periodo che precede la formazione della c. è caratterizzato dalla presenza di forme intermedie i cui elementi sono difficilmente definibili e variano non soltanto in relazione all'epoca e al centro scrittorio, ma talora anche da individuo a individuo. Non si tratta infatti di una scrittura particolare con elementi costitutivi fissi, a parte il carattere comune di minuscola semicorsiva, ma del risultato, di volta in volta mutevole, di una duplice tendenza spontanea: quella di guadagnare tempo tracciando con ductus più libero le forme calligratiche delle scritture librarie, e quella di rendere più chiave, eseguendole con maggior cura, le forme corsive della documentaria. Data questa peculiarità, le scritture precaroline, se hanno un termine finale che è segnato appunto dal sorgere della minuscola c., mancano di un termine di inizio, poiché la tendenza verso un ductus più posato si manifesta naturalmente e immediatamente appena la minuscola corsiva ha raggiunto la sua completa formazione. A rigore si potrebbero quindi riconoscere i caratteri delle precaroline già in alcune scritture del sec. IV, ma i trattatisti in genere non attribuiscono questo nome ad esempi anteriori al sec. vir, classificando variamente quelli precedenti come «minuscola semicorsiva ", "minuscola rotonda ", o secondo i vari tipi di curiale. A volte si oscilla anche per l'attribuzione di uno stesso esempio alla precarolina o alla semionciale, e a questa confusione contribuisce il fatto che il giudizio sulla maggiore o minore corsività di una scrittura obbedisce a criteri in certo senso soggettivi. La grande varietà di tipi che scaturisce dalla natura stessa delle precaroline ha indotto lo Schiaparelli a farne una triplice classificazione, sulla via dei molti esempi offerti dal Cod. 490 della biblioteca Capitolare di Lucca: 1) tipo derivato dall'onciale, caratterizzato da forme rotonde e regolari; 2) tipo derivato dalla semionciale, di cui conserva le caratteristiche forme di a, g, r, ma se ne discosta per l'introduzione di vari elementi corsivi; 3) tipo derivato dalla minuscola corsiva, dal ductus particolarmente rapido e sciolto. E da notare però che l'elemento corsivo è presente, ove più ove meno, in tutti i tipi.

Con il sec. vir le forme tendono a stabilizzarsi, almeno entro certo limiti, sicché è possibile distinguerle secondo i vari paesi in cui hanno preso piede (quei paesi, cioè, in cui mancava una minuscola libraria) e spesso anche secondo i singoli centri scrittori.

1. La precarolina italiana, sviluppatasi essenzialmente nelle regioni settentrionali (onde il nome di «minuscola

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dell'alta Italia o o anche di «minuscola lombardica ») e, in particolare, nei centri monastici della Novalesa, di Nonantola e di Bobbio e nelle scuole capitolari di Ivrea, Novara, Vercelli, Verona e Lucca, non presenta caratteri comuni al di fuori di quelli della scrittura che le dà origine: la precarolina novalesiana richiama per molti aspetti la semiconsiva merovingica, quella nonantolana presenta forme stranamente simili alla beneventana, quella bobbicse conserva elementi insulari soprattutto nell'uso delle abbreviazioni; la scuola veronese offre notevoli esempi del tipo che lo Schiaparelli classifica come derivato dalla semionciale, particolarmente della cosiddetta "semionciale di Ursicino»; Lucca è il centro che manifesta la maggiore varietà di influssi, ecc. In linea generale si nota dovunque abbondanza di legature e un tratteggio che tende alle forme rotonde; tipici i legamenti della e, che in questo caso sorpassa il rigo, e della t, che conserva in tale posizione il nesso corsivo; fra le lettere isolate (v. tabella I) presentano una duplice forma, a volte anche nello stesso testo, a (onciale, oppure aperta come nella minuscola corsiva) e t (con il tratto orizzontale rigido, oppure che ripiega a sinistra formando un anello).
2. Le precaroline francesi risentono quasi tutte nella loro formazione della merovingica, largamente usata come scrittura documentaria, ma solo eccezionalmente passata nei codici. I centri più importanti sono Laon e Corbie : di un altro
tipo, attribuito per lungo tempo a Luxeuil ma in realtà non localizzato, si conoscono parecchi codici dei secc. VII-viII in cui la scrittura, pur vicina alla merovingica, rivela influssi insulari, con alternanza di tratti spezzati e forme rotonde, inclinazione delle aste lunghe a sinistra, linee molto marcate: l'aspetto caratteristico della a, aperta e con ambedue le aste spezzate, la fa designare anche come "tipo a" (v. tabella II, n. 1). La scrittura di Laon dipende strettamente da quella ora descritta, ma è meno sviluppata in altezza, ed ha come lettere caratteristiche la a e la z, che dànno nome a questo tipo (v. tabella II, n. 2). Nella scrittura di Corbie si distinguono successivamente quattro tipi (v. tabella II, n. 3) : il primo detto "e-n", caratterizzato dalla forma tipica che assume la e in legamento insalzandosi sopra il rigo e dalla n minuscola che deriva dall'onciale; il secondo detto "di Lautcario" dal nome dell'abate sotto il cui governo (metà del sec. viII) si sviluppò tale tipo; deriva dalla semionciale ma risente nei legamenti l'influenza della minuscola corsiva e nel tratteggio di alcune lettere quella dell'insulare: tipica a questo riguardo la n, di forma maiuscola, ma con il tratto intermedio quasi parallelo al rigo; il terzo detto "di Mordranno", altro abate di Corbie (772-80), dove non si risente affatto l'influsso della corsiva, tanto che da alcuni si considera questa
scrittura come c. già formata: tipiche la f e la s, con un ingrossamento dell'asta verticale in alto, all'attacco della voluta; il quarto, il più caratteristico, è chiamato "tipo e - la n, dalla forma peculiare di yueste due lettere, la prima simile ad i div c, la seconda con un trattino orizzontale che partendo dall'asta sopra all'occhiello si spinge verso destra. Chiamata dal Mabillon con il nome di "lombardica", e dal Traube "scrittura antica di Corbie", essa rappresenta in realta un tipo più tardo, con un ritorno a forme merovingiche e richiami al tratteggio insulare. Si sognano pure alle precaroline francesi altri due tipi, che non si sono però potuti localizzare con precisione: quello detto "l", per la forma speciale di questa lettera, che vicne eseguita in due tempi, con uno spezzamento a metà dell'asta (v. tabella II, n. 4), a carattere prettamente merovingico, se anche il ductus è posato, dato il carattere di scrittura libraria; e il "tipo h" (di Borgogna), molto vicino alla c., ma che richiama la merovingica nella forma della lettera da cui prende nome, con l'asta fortemente inclinata a sinistra (v. tabella II, n. 5).
3. Forme molto vicine a quelle della merovingica si riscontrano pure nella precarolina della Germania, dal tratteggio pesante e influenzato da elementi insulari: è caratterizzata dalla doppia forma della a (aperta come nella merovingica e nella corsiva, oppure derivata dall'onciale), dall'ingrossamento superiore delle aste alte, dall'assenza di tratti aggiunti nella sbarretta superiore della t (v. tabella III). I centri più importanti furono Colonia, Magonza, Ratisbona, Reichenau e Fulda.
4. Della precarolina svizzera A. Bruckner ha distinto tre tipi: la "resia", usata nella Svizzera di nord-est fra il 753 e l'820, e derivata da una corsiva locale; l'« alemanna»; e, più importante di tutti, quella di «S. Gallo ", che presenta notevoli influenze irlandesi, ma ha un tratteggio molto tondo e regolare, per quanto duro: le lettere più caratteristiche, a parte alcuni legamenti di e di r, sono la a, di forma merovingica, e la t col tratto orizzontale chiuso in occhiello a sinistra (v. tabella IV).

A forme precaroline, canonizzate nel loro aspetto particolare e quindi non sfocianti naturalmente nella c., si ricollegano per la loro origine anche due scritture di tipo nazionale: la «sulgotica (v.), e la beneventana (v.).
II. La minuscola c. - I vari tipi di precarolina, tendendo sempre più verso una maggior accuratezza di esecuzione e rotondità di forme, dànno origine, sulla fine del sec. viII, ad una scrittura che prende il nome da Carlomagno e si diffonde rapidamente nelle regioni del Sacro romano impero : prima nella Francia (Tours, dove rifiorisce anche l'imitazione delle forme classiche e si sviluppa un tipo speciale di semionciale ; Reims,

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Amiens, Metz, Lione, Corbie, St-Denis, Cluny), nella Germania (Aquisgrana, Treviri, Colonia, Magonza, Ratisbona, Reichenau, Fulda, Lorsch), nella Svizzera (Costanza, S. Gallo), nell'Italia settentrionale (Vercelli, Nonantola, Verona, Bobbio) e centrale (dove più tardi si sviluppa un tipo particolare, la «minuscola romana» o "romanesca», che ha i suoi centri a Roma, Farfa, Subiaco e Tivoli); poi nella Catalogna (sec. Ix), nell'Inghilterra (sec. xi), nel resto della Spagna (sec. xit).

Una diffusione così rapida e cosi stessa ha dato origine ad uno dei problemi più appassionanti della paleografia latina: l'origine della c., alla cui soluzione, per altro non ancora raggiunta, sono stati arrecati vari contributi, non scervi talora da interessi nazionalistici, che hanno però generalmente il torto di esaminare la questione nell'ambito di un solo centro scrittorio. Per vario tempo si è legata la «riforma» calligrafica alla rinascita della cultura sotto il regno e l'impero di Carlomagno, e particolarmente alla scuola Palatina di Aquisgrana e all'abbazia di S. Martino di Tours sotto il governo (796804) di Alcuino (s.): ma contro questa teoria, che dà al sorgere della c. un carattere artificioso troppo accentuato, si sono levate parecchie voci, e la tendenza stessa notata nelle minuscole precaroline, che pur sotto forme e influssi diversi è sostanzialmente unitaria, non permette di aderirvi totalmente. Senza poter stabilire la patria d'origine della nuova scrittura, si può dire che essa è il risultato di un processo spontaneo che, manifestatosi poco dopo lo stabilizzarsi della minuscola corsiva, ha portato, attraverso fasi diverse nel tempo e nello spazio, all'affermazione di una minuscola posata di forma rotonda, agile ed accurata nello stesso tempo, rispondente in pieno all'esigenza di una scrittura libraria che unisce ai pregi del ductus calligrafico quelli pratici di una rapida esecuzione. Che poi la rinascita carolingia sia stata efficace strumento del suo stabilizzarsi e della sua rapida diffusione, è innegabile: e in tal senso va inteso l'influsso esercitato da Alcuino sulle fortune di questa scrittura.

La c., di cui si considera come primo esempio il celebre Evangeliario di Godescalco (781), ha come caratteri generali, in confronto alle precaroline, una più accentuata rotondirà delle lettere, una più accurata proporzione fra il corpo e i tratti lunghi, sia verso l'alto che verso il basso, una più precisa separazione fra parola e parola. Nella sua evoluzione si sogliono distinguere quattro periodi: i) dalla fine del sec. viII e tutto il sec. ix, detto anche della c. in senso stretto: presenta ancora alcune legature di carattere corsivo (ct, rt, rt, st), le aste alte ingrossate all'estremità in forma di clava, u di doppia forma (aperta, come nella corsiva, oppure di tipo onziale, con il tratto di destra molto obliquo), g con la pancia aperta, i, m, n, u con le aste semplici, senza i trattini di rafforzamento e talora con l'ultima asta (per m ed n ) che ripiega verso sinistra, n a volte ancora di forma maiuscola; a) sec. x, detto pure della neocarolina: coincide con una certa decadenza della cultura e manifesta quindi di solito minore accuratezza nell'esecuzione; tuttavia diminuiscono le legature di derivazione corsiva (ct, rt, st), la a è quasi sempre chiusa, e cosi pure la pancia della g; 3) sec. xi, a della c. perfezionata: presenta un notevole miglioramento nelle forme, che si fanno più dritte ma anche
meno spontanee; rare le legature, più frequenti le abbrevazioni; n è sempre chiusa, s in fine di parola ha non di rado forma rotonda (maiuscola); i, n, m, p, u presentano un breve trattino iniziale, che la penna traccia nell'attaccare l'aste; 4) sec. xit, in cui si conchiude il processo evolutivo della c. : i tratti si fanno meno rotondi, più angolosi, le aste acquistano un trattino di coronamento sia in alto che in basso, si introduce il segno diacritico sulla doppia i t (non ancora sulla i semplice, dove apparirà due secoli più tardi), si manifestano caratteri di differenziazione fra paese e paese, per cui in Italia conserva più tenacemente forme rotonde, in forza della tradizione classica, più viva che altrove, in Germania diviene pesante, con i tratti ingrossati, manifestando già molti elementi della gotica (v.), in Inghilterra ha un tratteggio sottile e si sviluppa nel senso dell'altezza, in Francia acquista caratteri simili, pur mantenendosi più rotonda, in Spagna ha forme rotonde come in Francia, ma
i suoi manoscritti si distinguono normalmente per l'uso di un inchiostro più nero.

Pur essendo una scrittura essenzialmente libraria, la c. entrò anche nell'uso documentario, sebbene con un certo ritardo e adattandosi alle tradizioni curiali (s. CUCrLLERESCA, SCRITTURA).
III. La minIATURA C. - Mentre nel periodo che corrisponde allo sviluppo delle precaroline, e fino a tutto il sec. viII, l' ornamentazione dei codici è molto
povera e prescinde dalle illustrazioni, limitandosi alla decorazione delle sole iniziali (Italia) o anche dei titoli e di intere pagine (Francia), ma sempre con rozzezza di esecuzione e uniformità di temi, se pure con molta vivacità di colori, nel periodo successivo essa raggiunge un grande sviluppo. La storia della miniatura c. può dividersi in due periodi, uno carolingio, in cui fioriscono le scuole di Treviri, Aquisgrana, Reims, Metz, Tours, Corbie e la scuola francoassone, e uno ottoniano in cui sono particolarmente celebri le scuole di Fulda, S. Gallo, Reichenau, Ratisbona, Salisburgo e le scuole d'Italia e della Catalogna.

E da notare che i prodotti di queste scuole si riferiscono quasi esclusivamente a testi sacri: quelli classici, anche quando sono miniati, ripetono per lo più le illustrazioni antiche che trovano nel modello. Senza esaminare partitamente le caratteristiche di ciascun centro, basterà notare qui che la miniatura c., pur non abbandonando la decorazione dei titoli e delle iniziali, riporta in onore l'illustrazione (frequentissima negli Evangeliaxi la figurazione del quattro evangelisti, ciascuno con il proprio simbolo), manifestando nella prima influenze dell'ornamentazione merovingica e più ancora insulare, nella seconda imitazioni di modelli romano-bizantini; ricchissima è la varietà dei motivi, minore quella dei colori; la persona umana è trattata in genere con grande cura e levità di tratto; il panneggia abbondante reso con morbidezza di disegno e di colori; le scene sono spesso inquadrate in grandi cornici di ispirazione classica. Tornano in onore, con la miniatura c., le grandi composizioni, gli sfondi architettonici, le scene movimentate che avevano caratterizzato l'ornamentazione dei codici nell'età classica; ma gli artisti dell'età carolingia risalgono all'antico attraverso l'influsso e l'eleborazione bizantina: di qui la dote peculiare di questa miniatura, che alla profusione

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orientaleggiante unisce nobiltà e compostezza di stile. L'Evangeliario di Godescalco e quello cosiddetto di Ada, provenienti dalla scuola di Treviri, ne offrono un esempio copicuo. Ma gioverà anche citare il Salterio di Dagulfo, l'Evangeliario di Aquisgrana, il Salterio di Utrecht, il Sacramentario di Drogone, le due Bibbie di Carlo il Calvo della Nazionale di Parigi, l'Evangeliario cosiddetto di Francesco II, la Bibbia di S. Paolo di Roma, il Sacramentario di Gottinga, il Salterio aureo di S. Gallo, l'Evangeliario di Egberto, quello di Enrico II, quello di Polirone, ecc. - Vedi Tav. LI.

BibL.: La bibliocrazia sulle precaroline e sulla c. è vastissima, soprattutto per quanto riguarda determinati centri scrittori. Si citano qui solo alcuni studi indicativi, rinviando per altri ai trattati di paleografia e alla raccolta di P. Sattler-G. von Selle, Bibliographie zur Geschichte der Schrift bis in das Jahr 1930, Line 1933, pp. 167 e 172-76. Sul nome di " precarolina", cf. F. Bartoloni, Semitarefen o precarolina?, in Bollettino dell'Arch. pallegrafico italiano, 12 (1943, 1), pp. 71-78. Per le precaroline italiane: C. Cipolla, Monumenta novaticensis vetustiora, 2 voll. (Fonti per la storia d'Italia, 31 e 32), Roma 1898 1901: V. Lazzarini, Scuola calligrafica veronese del sec. IX, in Memorie del R. Istituto veneto di scienze, lettere e arti, 27 (1904, III), e in Scritti di paleografia e diplomatica, Venezia 1938, pp. 11 31; L. Schiaparelli, Il codice CCCCXC della biblioteca Capitolare di Lucca, Roma 1924 (la prefaz. pubblicata anche in Studi e Testi, 36, ivi 1924); E. CarusiW. M. Lindsay, Monumenti paleografici veronesi, fasc. I e III, Roma 1928 e 1934; B. Pagnin, Contributo per lo studio dei manoscritti veronesi dei secc. VI-VIII, in Atti del R. Istituto veneto di scienze, lettere e arti, 17 (1935-36, II), pp. 421-34; id., Studio sulla formazione della precarolina italiana, in Scritti di paleografia e diplomatica in onore di V. Federici, Firenze 1945, pp. 21-46. Per le precaroline francesi: E. A. Loxw, Studia palaeographica, Monaco 1910, pp. 36-42; W. M. Lindsay, The old script of Corbie, in Revue des bibliothèques, 22 (1912), pp. 405-29; id., The Laon a-z type, ibid., 29 (1914), pp. 5-27; P. Liebaert, Some early script of the Corbie scriptorium, in Palaeographic latina, 1 (1922), pp. 62-66. Sul tipo cosiddetto di "Luxeuil" si veda ora F. Masai, Pour quelle église fut exécuté le lectionnaire de Luxeuil?, in Scriptorium, 2 (1948), pp. 37-46, e C. Charlier, Note sur les origines de l'écriture dite de Luxeuil, in Revue bénédictine, 58 (1948), pp. 149-57. Sulla precarolina svizzera: K. Löffler, Die Sanct-Galler Schreibschule in der s. Hälfte des z. Jahrhunderts, in Palaeographia latina, 6 (1929), pp. 5-66; A. Bruckner, Scriptoria medii aevi Hebastica, Ginevra 1925 sgg. (in continuazione; finora 5 voll.); id., Poldographische Studien zu den älteren Sanct-Galler Urbanden, Torino 1937, eccr. da Studi medioevali, 4 (1937, 1 e II). Sulla scrittura c.: T. Sichel, Prolegomena zum Liber Diurnus, in Sitzungsberichte d. Akademie d. Wissenschaften in Wien, 117 (1888), 7 Abhandl., pp. 12-17; L. Delisle, Mémoire sur l'école calligraphique de Tours au IXe eilele, in Mémoires de l'Institut, 32 (1895); L. Traube, Vorlesungen und Abhandlungen, III, ed. da S. Brandt, Monaco 1920, p. 243 sgg.; Ph. Lauer, La réforme carolingienne de l'écriture latine et l'école calligraphique de Corbie, Parigi 1924,
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(pt. bibl. Ambrosiana)
Carolina, scrittura - Epistolario e Evangeliarie proveniente da Bobbio (fine 12-x sec.), in scrittura c. bobbiese - Milano, biblioteca C. 228 int., f. 4'.
vate, sono ben abitate. La popolazione ( 39 mila ab., di cui 1/5 giapponesi) è formata da sanguonisti (malarion polinesiani), dediti alla agricoltura ed al commercio. Le C., già tedesche, furono affidate ai Giapponesi nel 1920, quale mandato di tipo C; ma dopo la loro sconfitta nella seconda guerra mondiale vennero trasferite all'amministrazione fiduciaria degli Stati Uniti (apr. 1947).

Bibl.: F. W. Christian, The Caroline Islands, Londra 1899; O. Lütje, Beiträge zu einer Landeshunde des Karolinen Archipel, Lipsia 1906; W. B. Harris, The South Sea Islands under Japanese Mandate (Foreign Affairs), Nuova York 1932, pp. 691-97; P. H. Clyde, Japan's Pacific Mandate, ivi 1933; A. Krämer-H. Damen, Zentralkarolinen, Amburgo 1937; T. Yanaihara, Pacific Islands under Japanese Mandate, Nuova York 1940. Giuseppe Caraci

Mediazione della S. Sene. - L'occupazione delle isole C. effettuata da parte della Germania il 25 ag. 1885 portò ad una notevole tensione diplomatica tra Madrid e Berlino. Sebbene la Spagna non avesse mai formalmente dichiarata la propria sovranità sulle C., tuttavia il fatto che l'arcipelago fosse stato scoperto da Spagnoli e che pure i vari tentativi di evangelizzazione fossero stati attuati da missionari di quella

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![img-29.jpeg](img-29.jpeg)
(p. 7 cortina di mors. A. P. Prutec)

Carolina, scrittura - Scrittura c. della fine del sec. xI. Registro di Gregorio VII, f. 38: - Archivio Vaticano
nazione, rafforzarono il governo e l'opinione pubblica spagnola nella convinzione di avere proclamata la contrastata sovranità perlomeno da un punto di vista morale, se non giuridico. Infine, Berlino e Madrid decisero di ricorrere alla mediazione (non all'arbitrato I) di Leone XIII. Il 22 ott. 1885 il card. Jacobini, segretario di Stato, sottopose al Papa il progetto di mediazione, che riconosceva da una parte la sovranità spagnola sulle isole, e concedeva dall'altra ai Tedeschi piena libertà di commercio, di navigazione e di pesca, con il diritto di costituire una base navale e carboniera nelle isole stesse. La Germania e la Spagna accolsero questi vari punti della mediazione papale, e con la firma di un protocollo a Roma, il 17 dic. 1885 , fu posto termine alla controversia.

Bibl.: M. v. Koschitzky, Deutsche Colonialgeschichte. II, Lipsia 1888, pp. 278-317; Fleischmann, Karolincastreit, in K. Strupp, Wörterbuch des Völkerrechts und der Diplomatie, I, Berlino-Lipsia 1924, pp. 621-23.

Silvio Furlani
CAROLINE e MARSHALL, vicariato apostolico delle isole. - L'evangelizzazione delle C. ebbe inizio nel sec. xvili, ad opera dei Gesuiti. Annesse nel 1883 al vicariato dell'Oceania occidentale, furono nel 1884 incorporate nel vicariato della Micronesia, di cui facevano parte anche le M. e le Gilbert. Successivamente, il 15 maggio 1886 , furono costituite in due missioni sui iuris; infine riunite a formare la prefettura apostolica delle isole C. il 19 dic. 1905. Dall'unione della prefettura apostolica delle isole C. con quella delle Marianne, il 10 marzo 1911, sorgeva il vicariato delle isole Marianne e C.

All'evangelizzazione delle M. posero mano nel 1891 i Missionari del Sacro Cuore. Questa missione, staccata dal vicariato della Micronesia, fu eretta il 20 sett. 1905 in vicariato apostolico delle isole M. Dall'unione del vicariato delle Marianne e C. con quello delle M. (1911) ebbe origine il vicariato delle isole Marianne, C. e M., che abbracciava i tre arcipelaghi, meno l'isola di Guam, affidato ai Gesuiti. Finalmente, il 4 luglio 1946, con il trasferimento di tutte le isole Marianne al vicariato di Guam, si determinava la denominazione attuale di vicariato apostolico delle isole C. e M.

Superfice 2.000 kmq . Popolazione 47.411 : cattolici 15.717, protestanti 23.577 , pagani 7.658 ; 16 padri gesuiti americani, 9 fratelli coadiutori, 12 suore, che dirigono tre collegi per ragazze. Vi sono 32 edifici sacri; 5 scuole elementari gestite dalla missione.

Bibl.: GM. pp. 338-39; MC. pp. 160-61; Arch. di Prop. Fide, Prospectus status missionum, Pos. prot. n. 3422-48; Carolinas, Anuario, Héroes 1947, pp. 105-12; AAS, 39 (1947), pp. 95-96.

Edoardo Pecoraio

CAROLINGIA, ARTE.- Comprende l'arte dell'Europa occidentale sotto il regno dei Carolingi (751911), specialmente l'arte della corte di Carlomagno (768-814) e dei suoi successori. Nasce spiritualmente nei centri culturali della corte imperiale, a Aquisgrana, a Ingelheim e a Nimega, ma si sviluppa nei grandi monasteri in relazioni dirette con la famiglia reale, come a St-Denis, Reims, Metz, Tours, St-Riquier, Lione, Echternach, Magonza, Fulda, Lorsch e Reichenzu e presto si estende alla Svizzera (S. Gallo) e nell'Italia settentrionale (Milano). Roma e l'Italia centrale subiscono poco gli influssi di quest'arte. Questa fioritura artistica assume per molti aspetti un carattere rinascimentale dato dall'evidente influsso dei monumenti classici e paleocristiani. Il nuovo orientamento già si annuncia sotto Pipino, quando missionari anglo-sassoni in Germania, come s. Bonifacio, prendono sempre più contatto con Roma.

Ma forse più che questi legami spirituali, l'idea politica di Carlomagno, e in prima linea quella della "renovatio Romani Imperii ", con la sua incoronazione a Roma (a. 800) annuncia anche mutamenti nel campo dell'arte. L'ideale di Carlomagno è Costantino il Grande. Insieme all'imperatore i consiglieri intimi, come Alcuino, Rabano Mauro, Eginardo o Angilberto secondano le nuove idee, come in politica, così negli studi umanistici e nell'arte.

Domina la forma classica, ma si sente chiaramente ancora una sopravvivenza dell'arte merovingia con influssi di diverse culture, specialmente dell'irlandese, della bizantina e qualche volta della musulmana.

L'imperatore non limita il proprio interesse alla nuova architettura, alla pittura o alle arti minori, egli domina anche lo spirito di questo movimento artistico.

Con lo sviluppo della vita politica e religiosa comincia anche una grande attività architettonica, specialmente
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(fol. F. Brân). Carolingia, ARTE - Ingresso del monastero di Nostra Signora e S. Nazario di Lorsch (diocesi di Magonza), unico avanzo dell'edificio inaugurato nel 774 in presenza di Carlomagno.

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nei paesi di recente sottomessi. Nuove chiese sorgono allora a Lorsch (ca. 767), a Paderborn (a. 777), a Brema (a. 789), a Aquisgrana (ca. 790-805), a Centula (ca. 790836), a Germigny-des-Prés (ca. 800) e in molti altri luoghi. Anche intorno ai palazzi imperiali si hanno molte notizie, che gli scavi a Nimega e Ingelheim hanno dimostrato esatte. In genere essi si sviluppano dall'antica aula reale, aggiungendo altre costruzioni sull'esempio di prototipi esistenti in Italia e in Africa.

In questo si sente il contatto con il mondo musulmano. Le fonti ci parlano dei grandiosi complessi dei nuovi monasteri; di quello di S. Gallo (820) è rimasta una vecchia pianta, e della disposizione delle chiese e degli edifici di Lorsch si può avere una chiara idea dagli ultimi scavi. Ma dell'architettura profana si conosce ben poco (es., la "casa di Rabano Mauro" a Winkel).

Le nuove chiese vengoin costruite in varie forme. Cosi mentre si continua il vecchio tipo basilicale senza transetto proprio dell'epoca merovingica in alcuni casi si preferisce la basilica con transetto, cogliendone l'esempio nelle chiese romane del sec. IV, come a St-Denis (ca. 754-75), a Fulda (ca. 790-819), a Seligenstadt (ca. 831-40) o a Hersfeld (ca. 831-50). Talvolta, queste chiese hanno campanili isol