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continua il vecchio tipo basilicale senza transetto proprio dell'epoca merovingica in alcuni casi si preferisce la basilica con transetto, cogliendone l'esempio nelle chiese romane del sec. IV, come a St-Denis (ca. 754-75), a Fulda (ca. 790-819), a Seligenstadt (ca. 831-40) o a Hersfeld (ca. 831-50). Talvolta, queste chiese hanno campanili isolati, come il S. Salvatore di Monte Cassino.

La separazione del clero, sempre in aumento nelle grandi abbazie, dai laici, porta a nuove esigenze nell'architettura; la costruzione si sviluppa verso l'ingresso in un corpo di fabbrica verso ovest (Westwerk), che servì forse anche come battistero. Cosi nella basilica oggi distrutta a Lorsch (ca. 774); ma l'esempio più grandioso si ebbe in St-Riquier a Centula (ca. 790-799), ricostruito da Angilberto, genero di Carlomagno. Le chiese di pianta poligonale derivano invece da prototipi bizantini; e l'esempio più bello è dato dalla cappella ottagona di Aquisgrana (ca. 790-805), che ricorda il S. Vitale di Ravenna.

Anche la decorazione plastica dei palazzi e delle chiese imita in gran parte le forme classiche quando addirittura non vengono impiegati nelle nuove costruzioni marmi antichi, capitelli e colonne che si trasportano da Roma e da Ravenna ad Aquisgrana, a Centula, a Werden, a Fulda, a Lorsch, a Hersfeld, a Ingelheim o a Nimega.

Si sa da una lettera di Eginardo che si copiavano i capitelli da modelli in avorio. Anche le transenne e le porte di bronzo nella cattedrale di Aquisgrana imitano le forme classiche.
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(Int. Dehler)
Carolingia, arte - Interno della chiesa di S. Michele, costruita dall'abate Eigilo tra l'818 e l'822 " Fulda.
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Leer cortese di mons. A. P. Fratusi
Carolingia, arte - Evangeliario, detto Codce Aureus o Codex Adue. Miniatura raffigurante S. Luca (line sec. viII). Treviri, Stadtbibliothek.

Della ricchissima decorazione con musaici, affreschi e sculture dei palazzi e delle chiese carolinge è rimasto quasi niente. Talvolta tuttavia furono tenute in grande onore opere d'arte antica e si sa di una grande statua di un re a cavallo, che Carlomagno trasferì da Ravenna a Aquisgrana; e sicuramente la statuetta di imperatore, proveniente da Metz, oggi nel Louvre di Parigi è copia di tale prototipo, come anche la lupa (o l'orso) nella cattedrale di Aquisgrana ricorda la "lupa" di Roma.

Anche della pittura monumentale si hanno molte memorie, ma ben poco è rimasto. Dei musaici è giunto fino a noi un solo esemplare a Germigny-des-Prés (806) che ricorda prototipi orientali.

Dei musaici di Aquisgrana è rimasta memoria in alcuni disegni. Alcuni frammenti di affresco trovati a Lorsch (oggi a Darmstadt nel museo), lasciano intuire la bellezza delle pitture murali dell'età carolingia il cui sviluppo è poi documentato dagli affreschi di Mals (prima dell'a. 88I) e di Münster (oggi a Zurigo, museo Nazionale).

I codici miniati permettono di studiare gli orientamenti delle diverse scuole. Vicino alla corte imperiale, forse nella stessa Aquisgrana, fiorisce la Schola palatina della quale è rimasto un gruppo di codici con miniature classicheggianti. Uno dei suoi prodotti più belli è l'Evangeliario dell'imperatore, oggi nel tesoro di Vienna. Un altro gruppo di codici miniati deriva da una scuola che trova i suoi prototipi nella pittura classica, ma ostenta anche influssi orientali. Il suo prodotto più significativo è il codice che Ada, forse sorella dell'imperatore, regalò a s. Massimino a Treviri (Treviri, biblioteca). Dalla "Schola palatina", deriva la scuola di Metz, fiorente specialmente sotto Luigi il Pio (m. nell'87o) e quella di Reims. Un altro monastero molto legato alla corte e appoggiato specialmente da Carlo il Calvo è St-Denis. Molto vicina ai suoi prodotti è la splendida Bibbia di

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S. Paolo (Roma), probabilmente scritta per Carlo il Grosso (ca. 880-88) da Ingolerto, che mostra un insieme di influssi delle diverse scuole di Metz, Reims, e Tours. La scuola di Fulda prende con s. Bonifacio contatto con l'Inghilterra, ma è molto influenzata, con Rabano Mauro, da Tours.

Nella zona orientale del regno si sviluppa la scuola di S. Gallo. In Italia le miniature delle scuole di Bobbio e di Ivrea, e qualche volta anche quelle di Montecassino, dimostrano nella fase più avanzata anche influssi di abbazie franconi.

Lo sviluppo delle arti minori, specialmente nel campo degli avori, segue una linea analoga. I primi lavori del tempo di Carlomagno mostrano infatti evidenti elementi classici e ugualmente gli avori della scuola di Ada. Anche la scuola di Metz inizialmente mostra molti elementi di gusto classico; così la legatura del Sacramentario di Drogone (826-55) a Parigi.

Anche nel campo dell'oreficeria si debbono lamentare predite enormi. Tuttavia alcuni pezzi sono rimasti, e mostrano una evoluzione stilistica analoga a quella delle miniature e delle sculture in avorio.

L'altare di Valvinio a S. Ambragio di Milano, dedicato verso l'833 dal vescovo Angilberto (824-66), è molto vicino alla scuola di St-Denis, ma fu lavorato sicuramente a Milano.

Anche per la glittica le fonti ricordano molti lavori eseguiti con pietre preziose o incise, ma sono pochi quelli giunti fino a noi. Anche in questo campo come in quello dei sigilli imperiali, furono ripresi lo stile e la tecnica classica o paleocristiana.

Quasi niente è rimasto di tante stoffe, che ornavano le pareti dei palazzi e delle chiese o servivano per il culto. Quello, che è rimasto, dimostra che i tessuti in seta erano in gran parte importati dall'oriente, ma talvolta provenivano anche dall'Italia.

Come in quello della politica così nel campo dell'arte durante il periodo carolingio, dopo la divisione dell'impero, è sempre più evidente una separazione fra i territori orientali e quelli occidentali. Infatti, mentre al tempo di Carlomagno le manifestazioni artistiche del territorio del suo impero erano caratterizzate da un rifiorire di forme classiche, successivamente, con l'accentuarsi degli influssi delle varie correnti dell'arte orientale, si manifestano con maggiore determinatezza gli orientamenti di gusto propri dei Franchi e dei Germani. - Vedi Tav. LII.

Bibl.: J. von Schlosser, Schriftenzellen zur Geschichte der karolingischen Kunst, Vienna 1892; A. Goldschmidt, Die Elfesbeischalpturen a. d. Zeit der karoling. und sächsischer Kaster, I, Berlino 1914; id., German Illumination, I, ivi 1928; J. Baum, Die Malerei und Plastik des Mittelalters, Wildpark-Potsdam 1930; A. Bäckler, Abendländische Miniaturen, Berlino 1930; E. Schmidt, Kirchliche Bauten des frïhen Mittelalters in Südwestdeutschland, Mazonza 1932; W. Köhler, Die karolingischen Miniaturen, 2 voll., Berlino 1930-34; F. Behn, Die barolingische Klosterbirche von Lorsch, ivi 1933; R. Hinks, Carolingian Art, Londra 1935; M. Aubert, s. v. in Enc. Ital., IX, p. 119 (con bibliografia precedente); E. Lehmann, Der fröhe deutsche Kirchenbau, Berlino 1938; R. Krautheimer, The carolingian revival of early christ. architecture, in The Art Bulletin, 24 (1940), p. i.
W. Fritz Volbach

CAROLINI, LIBRI. - Così si denomina oggi una voluminosa opera, scritta per ordine di Carlomagno, contro il culto delle immagini, originariamente detta Cupitulare de imaginibus. Il re dei Franchi, tenuto all'oscuro della celebrazione del Concilio Niceno II (787), ne conobbe gli atti in una traduzione infedele, gravemente censurata e sostituita, un secolo dopo, da Anastasio il Bibliotecario. I teologi aulici, probabilmente sotto la direzione di Alcuino, ne stesero subito un'ampia confutazione, che svolge i seguenti concetti : I) l'adorazione è un omaggio riservato esclusivamente a Dio; 2) alle immagini non si deve rendere il culto e la venerazione, che viene tributata ai Santi e alle loro reliquie; 3) né si deve loro rendere un culto relativo, perché, se la gente istruita può risalire dalle immagini alle persone dei santi viventi in Cielo, per gli incolli questo passaggio è difficile; c'è dunque il pericolo dell'ido-
latria: «Nihil aliud in his, praeter id quod vident, venerantur et adorant" (III, 16); 4) davanti alle immagini, che sono prive dei sensi, non è conveniente accendere lumi e bruciare incenso; 5) non è però illecito dipingere o scolpire delle figure di Santi, come ornamento delle Chiese o come rievocazione di fatti storici. Anche in questo caso si deve ritenere che tali rappresentazioni nulla conferiscono alla salute spirituale "cum ad peragenda nostrae salutis mysteria, nullum penitus officium [imagines] habere noscuntur" (II, 21); 6) le immagini già esistenti non si devono toccare.

Sebbene i redattori dei L. c. protestino di voler richiamare in vigore la pura tradizione latina e l'insegnamento di s. Gregorio Magno ("le immagini non bisogna né adorarle né distruggerle"), tuttavia per la loro accesa avversione ai canoni niceni, trascesero in espressioni sconfinanti neleterodossia. Forse la π ρ σ σ ε σ̇ ν ρ σ ι ς π ω η τ ι ε ε ε accordata dai Greci alle immagini (Denz-U, n. 302) e dall'imperito traduttore resa per adoratio, provocò l'esagerata reazione; sembra però che la ragione ultima della recisa negazione di ogni culto, anche relativo, delle immagini debba essere ricercata nell'atteggiamento, sfavorevole al medesimo, già ab antiquo manifestato dalla stirpe franca.
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(da R. Hamann - M. Lean, Frühe Kunst in Westfränkischen Bricb. Lipola 1559)
Carolingia, arte - Legatura di Evangeliario.
Rilievo in avorio della scuola di Metz (sece. 12-2).
Gannat, tesoro della chiesa di S. Croce.

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Comunque, al presente, pesava sui teologi regali il nuovo orientamento politico del sovrano : proprio nel 787 Carlomagno aveva rotto con l'imperatrice Irene. Da ogni pagina del voluminoso memoriale traspare l'ostilità delle corte franca contro Bisanzio. Carlo, che con le imprese militari e il mecenatismo aveva risollevato le sorti dell'Occidente, sentiva fortemente la sua dignità di principe cristiano, e, al pari del basileùs greco, rivendicava a sé speciali prerogative in materia ecclesiastica. Non si doveva dunque, nel pensiero del re, convocare un concilio ecumenico senza ascoltare l'Occidente. I L. c. sono la viva espressione di questo stato di cose. Nel concilio di Francoforte (794), presieduto da Carlo Magno, non solo fu condannato l'adozianismo spagnolo, ma anche l'insegnamento di Nicea, sebbene in una forma più attenuata che nei L. c. Era ormai necessario informare il Papa. Angiiberto, abate di St-Riquier, portò a Roma i L. c., un loro riassunto e una lettera, in cui Carlomagno pregava il Pontefice di non accettare il concilio niceno. Adriano I rilevò subito il carattere puntiglioso delle critiche mosse dal teologo palatini alla Chiesa d'Oriente e in un lungo scritto ribatté punto per punto le reprehensiones caroline, mostrandone l'infondatezza e l'animosità, poi concludeva : «ideo ipsam suscepimus synodum» (PL 98, 1291).

E improbabile che la lettera del Papa abbia modificato il sentimento di Carlo e della sua corte; comunque per il momento la controversia delle immagini passò in secondo ordine, per essere ripresa, dopo la morte dell'imperatore, nel 824 .

Bibl.: Il testo dei L. c. si trova in PL 98, 999-1248 (difettosa); Hubertus Bastgen ne ha curato l'edizione critica: Libri Carolini sive Caroli Magni Capitulare de Imaginibus, in MGH., Concilio, II, supplem. Hannover-Lipsia 1924. Studi particolari: G. Marechal, Les livres carolins, Lione 1906; E. Barnet, La controverse des images en Occident, ivi 1906; W. von der Steinen, Entstehungsgesch. der Libri Carolini, in Quellen und Forschungen aus italien. Arch. und. Bibliaih., 21 (1929-30), p. I 229.; al., Karl der Grasse und die Libri Carolini, in Neues Archiv. 49 (1931), p. 207 sgg.; J. Toccront, Histoire des dogmes, II, 8a ed., Parigi 1928, pp. 473-77; I. F. De Groot, Conspectus historiae dogmatum, II, Roma 1931, pp. 388-89; Fliche-MartinFrutaz, VI (1948), pp. 123-30 (berevola interpretazione della dottrina teologica dei L. c.).

Antonio Piolanti
CARONI, vicariato apostolico di. - L'evangelizzazione del territorio di C. (Venezuela) fu iniziana nel 1687 da un gruppo di cappuccini provenienti dall'isola di Trinidad, dove risiedeva il governatore coloniale spagnolo. Dopo alcuni anni di inutile lavoro, questi primi missionari dovettero lasciare la regione a causa dell'insalubrità del clima e dell'avversione che gli Indiani, irritati dai maltrattamenti dei conquistatori, nutrivano verso i bianchi. Nel 1727 arrivarono a C. i Cappuccini della provincia di Catalogna : protetti dal re di Spagna Filippo V e forniti di un piccolo sussidio annuo, riuscirono in breve tempo a fondare parecchie stazioni missionarie. Alla fine del sec. xvir il territorio era divenuto quasi totalmente cattolico.

La missione fu interamente distrutta dalla guerra di indipendenza venezuelana del sec. xix nella quale perirono quasi tutti i religiosi e un buon numero di cristiani. Il lavoro di ricostruzione venne ripreso nel 1918 dai Cappuccini di Castiglia, e nel 1922 il territorio di C., che era sempre rimasto sotto la giurisdizione del vescovo di Guayana fu eretto in vicariato apostolico, affidato alla provincia cappuccina di Castiglia.

I dati statistici della missione possono così riassumersi : superficie kmq. 150.000 , ab. 82.305 di cui 78.200 cattolici, 3000 pagani e il resto protestanti; missionari cappuccini 18, fratelli laici 8 , suore terziarie cappuccine 15 , suore terziarie francescane 6 , catechisti 137 , maestri 156 ; parrocchie 10, stazioni missionarie 301 , chiese 12, cappelle 40 . Scuole : elementari 193 con oltre 9000 alunni, medie una con 19 alunni, normali una con 28 alunni. Ospedali 11 con 291 letti, farmacie 34 , orfanotrofi 6 . Vi sono inoltre varie confraternite religiose laiche ed associazioni di carità.

Bibl.: MC, p. 69; AAS, 14 (1922), pp. 334-36; G. M. de Escalante, Los Capuchinos en el C., in Illuminare, 1931-36, pp. 169-84; GM, p. 320; Archivio di Prop. Fide, Prospectus status missionum, 1948, pos. prot. nn. 4569(48; id., Relatio quimnen. nalis, 1945, pos. prot. nn. 507-45. Antonio Mazza

CARONNI, Felice. - Barnabita, n. a Monza nel 1747, m. a Milano il 15 apr. 1815. Professore di retorica ad Arpino e Livorno, coltivò l'eloquenza; ma soprattutto lo studio delle lingue - aveva l'autorizzazione di recitare il breviario in greco, e si esprimeva in quasi tutte le lingue moderne - l'archeologia e la numismatica, il che gli procurò il vantaggio di percorrere le varie nazioni di Europa. In uno dei suoi viaggi cadde prigioniero dei pirati, che lo trattennero per tre mesi a Tunisi; di questo egli approfittò per studiare Cartagine e i dintorni. Lasciò il proprio medagliere, ricco di 2015 tra monete e medaglie, al duomo di Monza.

Delle sue opere si deve citare: Ragguaglio del viaggio compendioso di un dilettante antiquario, sorpreso dai corsari, condotto in Barberia e felicemente ripatriato (Milano 1805); Ragguaglio di alcuni monumenti di antichità ed arti raccolti negli ultimi viaggi (ivi 1806). A lui è dovuta quasi esclusivamente l'illustrazione del museo del conte C. M. Wizkai a Hedewar (Ungheria), pubblicata però senza il suo nome: Musei Hedervarii in Hungaria nummus antiquus graecos et latinos descripsit... C. M. Wizkai (Vienna 1814).

Bibl.: O. Premoli, Storia dei Barnabiti, III, Roma 1915. pp. 388-91, 458; G. Boffito, Biblioteca degli scrittori barnabiti, I. Firenze 1933. pp. 417-22.

Celestino Tezore
CAROSELLI, Angelo. - Pittore, n. in Roma il ro febbr. 1585, m. ivi l'8 apr. 1652. Figlio di un antiquario, temperò le innovazioni caravaggesche col tradizionale accademismo romano cinquecentesco.

Fu a lungo a bottega con il perugino Agostino Tassi; dipinse per il palazzo del Quirinale un S. l'entrolao poi tradotto in musaico per S. Pietro in Vaticano, una Pietà e due Profeti per la Chiesa Nuova, altre tele per S. Francesca romana, un Angelo Custode per il duomo di Ferrara, e un Uomo che canta, oggi nel Kunsthistorisches Museum di Vienna. A dir del Passeri, fu anche abile nel restauro e nella pulitura di antichi dipinti per la quale pare possedesse molti segreti.

Bibl.: G. B. Passeri, Vite, Roma 1772, p. 188 sgg.; F. Noack, a. v. in Thieme-Becker, VI, p. 31 (con bibl.); U. Fleres, a. v. in Enc. Ital., IX, p. 123.

Giovanni Carandente
CAROTO. - Due pittori di questo nome. Giovanni Francesco (Verona 1480 ?-1555 ?) fu il miglior allievo di Liberale da Verona, e subj l'influenza del Mantegna, di Raffaello e anche di Bonifacio veronese e del Tiziano.

Nel 1501 dipinse la Madonna che cuce (pinacoteca Estense); nel 1508 l'Annunciazione, affresco in S. Girolamo di Verona; nel 1514 la Vergine col Bambino e un donatore (Accademia Virgiliana di Mantova); nel 1515 la Pietà (raccolta Fontana a Torino); nel 1527 la Strage degli innocenti (accademia Carrara a Bergamo); nel 1528 la Madonna in gloria e Santi a S. Fermo di Verona; nel 1531 la Sacra Famiglia e la Resurrezione di Lazzaro (ripgettivamente nel museo e nel palazzo arcivescovile della stessa città); nel 1545 S. Orsola in S. Giorgio in Braida, pure a Verona.

Fu essenzialmente un eclettico: la Madonna che cuce mostra le forme di Liberale, appesantite da spesse ombre; l'Adorazione di Gesù del museo di Verona presenta derivazioni mantegnesche; la Madonna col Bambino nel museo Civico di Verona e la Madonna di S. Fermo accolgono la maniera raffaellesca diffusa in Verona dal Cavazzola. E Raffaello attraverso Giulio Romano si ritrova nella Sacra Famiglia e nella Resurrezione di Lazzaro.

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CAPPACCIO. VITTORE - S. Giorgio uccide il drago - Venezia, chiesa di S. Giorgio.

Procedendo negli anni, il C. si accosta di nuovo ai veneti, specialmente a Bonifacio veronese e a Tiziano (Adorazione dei Magi e Strage degli Innocenti nell'Accademia Carrara a Bergamo). Fu detto il Raffaello della Scuola veronese. Ritenuto un manierista da alcuni, fu da altri lodato per i suoi paesi e per la bellezza delle sue figure muliebri.

Giovanni, suo fratello e aiuto (Verona 1488^{1-1566} ) risente della maniera giorgionesca, ma si distinse per effetti lincari e luministici, come nella Madonna con i ss. Pietro e Paolo in S. Paolo di Verona e nella Madonna con i ss. Stefano e Martino e un donatore (duomo di Verona, 1514). Grandiose sono le figure dell'uomo e della donna in preghiera nel musco Civico di Verona, quadro in cui il C. mostra una grande virtù coloristica.

Bibl.: Venturi, IX, in, Milano 1928, pp. 867-89; W. Arslan, Quattro piccoli contributi per C. G. F., in Critica d'arte, 3 (1938), pp. 75-79; J. Byam Schaw, C., in Old Master Drawings, 14 (1939-40), D. 5; F. Hart, C.'s Meditation on the Passion, in Art Bull., 22 (1940), pp. 25-35; E. G. Troche, Die "Ariadne" der Sammlung Lavo, in Panthron, 25 (1940), pp. 20-22; B. Berenson, I pittori italiani del Rinascimento, trad. it. di E. Cecchi, 2² ed., Milano 1942, p. 212 . Vincenzo Golaio

CARPACCIO, Vittore. - Pittore veneziano, n. intorno al 1455, m. nel 1525 o 1526.

Secondo la tradizione il C. fu scolaro di Gentile Bellini; poi lo si volle discepolo di Lazzaro Bastiani; recentemente si è fatto ritorno alla tradizione. Benché le sue opere datate rimontino solo al 1490 , sono stati identificati altri lavori certamente anteriori per caratteri stilistici. Al 1480 può farsi risalire il polittico della cattedrale di Zara firmato «Victoria Carpati veneti opus».

La Storie di s. Orsola, condotte sulla Leggenda Aurea di Jacopo da Varagine, sono tra le sue opere più ammirate. Questi dipinti si conservano nella galleria dell'Accademia a Venezia. Al 1490 appartiene l'Arrivo di s. Orsola a Colonia, al 1495 il Sogno di s. Orsola e l'Addio dei fidanzati ai parenti. Il più celebre di questi dipinti è il Sogno di s. Orsola, dove la deliziosa figura dell'Angelo che avanza incorporeo quasi sfiora il pavimento; e suggestivo è il contrasto tra il grande ambiente illuminato da luce chiarissima, il baldacchino altissimo del letto e la figuretta di s. Orsola abbandonata al suo calmo sonno verginale.

Al periodo stesso delle Storie di s. Orsola appartiene il Miracolo della Croce (Venezia, galleria dell'Accademia) ritenuto del 1494, nel quale il C. supera Gentile Bellini per la vivezza dell'architettura, l'animazione delle figure e
l'impiego di giuochi di luci scintillanti e variate. Del 1502 sono la Vocazione di s. Matteo in S. Giorgio degli Schiavoni, pittura tutta variegata di luci e di ombre, e la Morte di s. Girolamo (ivi), che presenta una delle vedute più pittoresche del C. Famosissima e, sempre nella stessa chiesa, la tela: S. Giorgio uccide il drago, dove la crudele rappresentazione dei corpi mezzo rosicchiati ha per sfondo un incantevole paesaggio fiabesco.

Nel 1501 il C. veniva pagato per una pittura nella sala dei Pregadi; nel 1507 era associato a Giambellino nei quadri per la sala del Maggior Consiglio. Intanto, a partire dal 1504 si data il ciclo delle pitture con Storie della Vergine, per la Scuola degli Albanesi a Venezia, ora divise tra l'Accademia di Bergamo, Brera, la Ca' d'Oro e il Louvre. Del 1510 è la Presentazione al Tempio, proveniente da S. Giobbe, ora all'Accademia a Venezia, che mostra influssi giorgioneschi. Nel 1511 il C. offrì a Francesco Gonzaga una veduta di Gerusalemme.

Ricordiamo ancora: La Vergine, s. Vitale e altri santi in S. Vitale a Venezia (1514); I diecimila martiri dell' Ararat (Venezia, Gallerie, 1515), su cui studiò il Tintoretto; la Madonna in trono del duomo di Capodistria (1516); la pala nel S. Francesco di Pirano (1518).

Il C. derivò sì le sue forme primitive da Gentile Bellini, ma presto le abbandonò per dare al suo stile movenze più libere e grandiose; le sue opere ultime sono cinquecentesche anche nello spirito. Nell'evoluzione della pittura veneziana il C., insieme al Giambellino, contribuì a creare, col nuovo impiego dellaluce, quel senso del tono che è alla base di tutta la pittura di Giorgione e di Tiziano. Vedi Tav. LIII.

Bibl.: G. Ludwig e P. Molmenti, V. C., la vita e le opere, Milano 1906; B. Berenson, L'enigma della Storia di s. Orsola del C., in Rassegna d'Arte, 3 (1916), pp. 1-8; L. Venturi, Contributi a Carlo Crivelli, a V. C., in L'Arte, 32 (1930), pp. 384-93; R. Longhi, Per un catalogo del C., in Vita artistica, 1 (1932); L. Vitali, C., Bergamo 1935; B. Berenson, Pitture italiane del Rinascimento, trad. it. di E. Cecchi, Milano 1936, pp. 115-17; id., I pittori italiani del Rinascimento, trad. it. di E. Cecchi, 2² ed., ivi 1942, p. 19 sgg.; G. Fiocco, C., 2² ed., Roma 1942; G. Lorenzetti, I due nuovi C.-I ss. Sebastiano e Pietro martire del museo Correr di Venezia, in Emporium, 40 (1943), pp. 3-13; M. Pesse, New Light on an old signature, in Bullet. of the Metropolitan Museum of Art, 4 (1945), pp. 1-4; R. Longhi, Viatico per cinque secoli di pittura veneziana, Firenze 1946, pp. 12-17, 61; id., Il C. e i due "Tornei" della National Gallery, in Arte veneta, I, 3 (1947), pp. 188-90; N. Di Carpegna, Il restauro dei dipinti del C. di s. Giorgio degli Schiavoni, in Arte veneta, 1 (1947), pp. 67-69.

Vincenzo Golaio
CARPANI, Melchiorre. - Missionario barnabita. N. a Lodi, nel 1726, e m. ivi l'8 luglio 1797. Entrò nei Barnabiti nel 1744, e partì per i regni di Ava e

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Pegù nel 1764, lavorandovi come missionario fino al 1774. Fu il primo a studiare, disegnare e far fondere i caratteri dell'alfabeto birmano con i tipi della Poliglotta di Propaganda, quando, in seguito ad un fallito attentato contro di lui, vi fu rimandato, da Rangoon, da mons. Percoto (v.). Fu poi proposto del collegio di S. Giovanni delle Vigne a Lodi (1775-85) e da ultimo direttore spirituale delle Angeliche di Milano; fu anche a Vienna, per una missione presso Giuseppe II e Maria Teresa.

Scrisse: Memorie sopra la vita di Hyder Ali Kan (Lodi 1782. Bassano 1784), che comprendono la storia moderna dell'India, dai princìpi di quell'audace e potente principe che il C. conobbe e praticò nel 1774 presso Pondichitry, sino alla pace di Versailles del 20 genn. 1783; Alphabetum Birmamum (Roma 1776, in 8^{°}, pp. xiv-51): del C. è il prolago e la spiegazione dell'alfabeto, mentre di Giovanni Cristoforo Amaducci, che passa per autore, è soltanto la prolusione.

Bibl.: L. Gallo, Storia del cristianesimo nell'Impero birmano, II, Milano 1862, pp. 58 sgg., 66, 88 sgg., 107 sgg., e, in appendice, la relazione del suo viaggio, p. 142 sgg. e altre lettere: O. Premoli, Storia dei Barnabiti, III, Roma 1923, p. 241 sgg.; G. Boffito, Biblioteca degli scrittori barnabiti, I, Firenze 1933, pp. 424-26.

Virginio M. Colciago
CARPEGNA. - Famiglia comitale di antica origine, che prese il suo nome dall'omonima terra del Montefeltro; era illustre ai tempi di Dante, che ricorda un Guido (m. ca. il 1280), cavaliere lodato per grandezza d'animo (Purg., XIV, 98). Nel sec. xvir diede alla Chiesa due cardinali.

Ulderico, cardinale, n. a Scavolino nel Montefeltro ca. il 1396; fu segretario del card. Antonio Barberini fratello di Urbano VIII, dottore in ambo le leggi. Vescovo di Gubbio a 33 anni il 23 sett. 1630 , fu creato cardinale il 28 nov. 1633. Trasferito al vescovato di Todi l'11 ott. 1638 , rinunciò a questa sede il 31 ag. 1643 . Visse in seguito sempre in Curia ed era vescovo di Porto il 24 genn. 1679, quando morì a 83 anni e fu sepolto a S. Andrea della Valle.

Bibl.: P. A. Guerrieri, Genealogia di casa C., Rimini 1667, p. 94; G. De Novacs, Elementi della storia de' Sommi Pontefici, ecc., IX, Roma 1822, p. 244 (errata la data di nascita, cf. EubelGauchet, IV, passim); Pastor, XIV, passim.

Gaspare, cardinale, n. 1' 8 maggio 1625; sotto Innocenzo X fu uditore di Segnatura e segretario della Congregazione delle acque; sotto Alessandro VII uditore di Rota; da Clemente X fu nominato datario e poco dopo cardinale di S. Pudenziana il 20 genn. 1670, quindi vescovo di Sabina il 27 genn. 1698. Fu cardinale vicario dal 1670 al 1714 sotto cinque Pontefici, prefetto della Congregazione dei Vescovi e Regolari, poi dei Riti; fu celebrato come uomo di scienza, per cui fu acclamato anche in Arcadia, raccoglitore di libri, di medaglie e monete che passarono poi in Vaticano, tenace difensore della libertà ed immunità ecclesiastica, zelante nell'instaurare la disciplina ecclesiastica presso il clero, gli istituti ecclesiastici e gli Ordini religiosi. In particolare fu promotore delle Istruzioni clementine del 20 genn. 1705 a proposito delle Quarantore. M. a Roma il 6 apr. 1714, fu sepolto a S. Maria in Vallicella.

Bibl.: P. A. Guerrieri, op. cit., p. 68; G. De Novacs, op. cit., X, p. 212; Pastor, XIV e XV, passim; A. De Santi, L'ora. zione delle Quarant'ore, ecc., Roma 1919, p. 321 sgg.

Maria Morseiletto
CARPENTER, Alexander. - Scrittore inglese, autore di un Destructorium vitiorum, cominciato nel 1429, in cui la vita del clero è severamente censurata, come in tanti scritti di quel tempo. Presero da ciò pretesto John Bale (1546) e Gabriel Powel (1605) per ascriverlo ai wycliffiti, come fecero anche per l'autore di Piers Plossman. Il libro del C. fu stampato 6 volte prima del 1516 e infine a Venezia nel 1582.

Della vita del C. nulla sappiamo. Una tardiva annotazione manoscritto indusse Powel a qualificare il C. fellote del Balliol College di Oxford; ma ciò non risulta nei registri del Collegio. A. Possevino (Apparatus sacer, I, Colonia 1608, p. 31) ha confuso il C. con Alessandro di Hales; l'edizione di Koberger (1496) dà invece la data e il soprannome dell'autore.

Enrico E. G. Rope
CARPENTRAS, diocesi di. - Cittadina e antica diocesi nel dipartimento di Vaucluse, dal nome celta Carpentoracte. Il suo primo vescovo di cui si abbia notizia è Costanzo che si fece rappresentare al Concilio di Riez (439) e fu presente a quelli di Orange (441) e di Vaison (442). Più tardi si ha un Giuliano (517-29) quindi Siffredo (Siffrein) il quale fu sepolto nella basilica della S.ma Trinità di Venasque, che nel sec. vi sembra fosse stata unita a C. perché Clemasio, successore di Siffredo, nel Concilio di Orléans del 541 firmò quale episcopus civitatis Carpentoratensium et Vindascensium.

Ma fino alla metà del sec. xili la lista dei vescovi di C. presenta molte lacune. Nel 1228, per il trattato di Parigi, C., che faceva parte del comitatus Vendasconsis (donde Comtat venaisin), passò in proprietà alla S. Sede e divenne residenza ordinaria dei legati pontifici. Nel 1475 la diocesi, fino allora sotto la provincia ecclesiastica di Arles passò sotto la giurisdizione della nuova diocesi di Avignone. Dal sec. xvi molti suoi vescovi furono italiani; la diocesi era poco estesa e nel 1709 comprendeva 29 parrocchie. Suppressa nel 1802 fu riunita definitivamente ad Avignone nel 1818.

Bibl.: J. de Terris, Les évêques de C., Avignone 1886; Cl. Faure, Etude sur l'administration et l'histoire du Comtat venaisin du XIV' au XV' 1, (1170-1117). Parigi-Avignone 1909; M.-H. Laurent, s. v. in DHG, XI, coll. 1112-14; E. Jarry, s. v. in Catholichione, II (1140), coll. 180-90. Enrico Jau

CARPI, diocesi di. - Sede vescovile in provincia di Modena, C., originariamente possedimento della contessa Matilde, passata sotto il dominio della S. Sede (1115-1225) e quindi di Modena, veniva nel 1319 elevata a principato indipendente come sapanzaggio della famiglia Pio sino al 1519. In seguito alle guerre tra Carlo V e Francesco I, il principe Alberto Pio, noto per le sue opere contro Erasmo, dopo la battaglia di Pavia fu spodestato del suo principato, invaso dagli imperiali, che Carlo V affidò ad Alfonso d'Este duca di Ferrara. D'allora in poi rimase in possesso degli Estensi.

Nel 1779 Pio VI ad istanza di Francesco III duca di Modena elevò C., ecclesiasticamente alle dirette dipendenze della curia romana sin dai tempi di Giulio II, a sede vescovile, nominandovi Francesco Benincasa, ex gesuita di Sassuolo (Reggio Emilia), che la resse sino al 1794. Nel 1855 passò a far parte della circoscrizione metropolitana di Modena. La Cattedrale, costruita sotto il regno del re longobardo Astolfo, fu interamente rifatta e abbellita da Alberto Pio nel 1516. La diocesi misura 869,75 kmq. e conta attualmente ( 1948 ) 95.000 ab., 36 parrocchie, 83 sacerdoti diocesani, e 7 regolari.

Bibl.: G. Moroni, s. v. in Dic. di erudizione star.-eccles., IX, Venezia 1841, p. 109 sg.; Cappelletti, XV, pp. 401-409; Anon. Memorie storiche e documenti sulla città e sull'antico principato di C., 10 voll., Carpi 1877-1911. Mario Scaduto

CARPI, Pio di: v. pio di carpi.
CARPI, Ugo da. - Pittore e xilografo, n. a Carpi (Modena) ca. il 1480 e m. a Parma nel 1532. Come pittore venne giudicato mediocre già dal Vasari e da Michelangelo (si vantava egli stesso di dipingere con le dita : e un quadro al museo Petriano di Roma con 1 ss. Pietro, Paolo e la Veronica, reca infatti la scritta «per Ugo Carpi intaiatore, fata senza penelo»). Ma già il Vasari, d'altro canto, lo proclama « inventore

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delle stampe di legno di tre pezzi» che permisero la riproduzione a chiaroscuro delle opere dei grandi artisti.

Lasciando la questione della priorità, impugnata e rivendicata dai tedeschi, Ugo da C. raggiunse nella pratica zilografica effetti non mai prima conseguiti. Per le sue composizioni l'artista si servì specialmente dell'opera di Raffaello e di quella del Parmigianino.

BibL.: L. Servolini, U. da C., in Rivista d'arte, II (1929), pp. 173-94 e 297-319; M. Pitsiluga, L'Incisione italiana del Cinquecento, Milano 1930, pp. 229-40, 326 e passim; W. Suida, Tision, die beiden Campagnola und U.d.C., in La critica d'arte, II (1932-76), pp. 283-88.

Gilberto Ronci
CARPO, PÀPILO e AGATONICE, santi. Martirizzati a Pergamo (Asia minore), probabilmente durante la persecuzione di Decio (250-51). Gli atti dell'interrogatorio e della loro morte sono autentici: C. era vescovo e P. diacono. Dopo il regolare interrogatorio furono sospesi ad un palo e bruciati vivi. Immediatamente dopo fu giudicata e giustiziata allo stesso modo la cristiana A. La festa è il 13 apr.

BibL.: P. Franchi de' Cavalieri, Di una nuova recensione del martirio dei si. C., P. e A., in Note agiografiche, fasc. vi (Studi e Testi, 33), Roma 1920, pp. 3-45; H. Delehaye, Les Passions des martyrs et les genres littéraires, Bruxelles 1921, pp. 136-41, 414-23 (l'autore non conosceva ancora lo studio di P. Franchi); Martyr. Romanum, p. 137. I testi delle recensioni latina e greca degli atti in R. Kionel, Ausgescuhlte Märtyrerahten, 3² ed., Tubinga 1929, pp. 8-13.

Cesario van Hulst
CARPOCRATE e CARPOCRAZIANI. - Gnostico egiziano. Porta il nome del dio egiziano Arpoerate, in epoca posteriore scritto anche Karpoèrates (cf. R. Herder, Karpohrates von Chalhis, in Abhandl. d. Preuss. Abademie [1944], p. 8). Di famiglia alessandrina, insegnava nella prima metà del sec. II (secondo Michele il Siro, Cronaca, ed. Chabot, I [Parigi 1899], verso il 135 [fondazione di Aelia Capitolina]; la sua discepola Marcellina si presenta [v. ibeneo] a Roma sotto Aniceto, dunque verso il 154),
C. parlava di un Dio (Padre) supremo, oltremondano. Angeli, inferiori hanno - insieme con il demonio - creato questo mondo (v. CERINTO; MENANDRO; SATURNLO). Le anime, una volta unite con dio nella «rotazione» (Platone, Phaed., 247 mathrm{~B} / mathrm{C} ), furono incarcerate da queste potenze cosmiche in corpi ed esposte a tutte le sofferenze e non usciranno dal carcere della trasmigrazione delle anime "finché non sarà pagato l'ultimo centesimo" (interpretazione gnostica di Mt. 5, 25, 26). Bisogna dunque «mettersi d'accordo con l'avversario (cioè con il demonio), mentre si precede con lui sulla stessa via" (Mt. 5, 25), commettendo ogni atto di libertinaggio, perché in questo modo si ingannano le potenze cosmiche e si arriva alla liberazione dalle trasmigrazioni, ritornando al dio ultramondano (negazione della risurrezione). Alle anime incorporate è rimasto il ricordo dello stato originale, da C. chiamato con Platone «anamnesi». Un'anima forte vuol dire un'anima che disprezza le potenze creatrici di questo mondo e i loro ordini (legge giudeica e legge morale), e come quella di Gesù riceve l'aiuto di potenze assistenti. Dal punto di vista di principio non c'è differenza fra Gesù e gli altri uomini. Nella loro gnosi superiore alle potenze cosmiche questi gnostici hanno la possibilità di adoperare tutti i mezzi della magia. Il Battesimo è per loro il «battesimo del fuoco" (Mt. 3, II), amministrato sotto la forma di un tatuaggio alla punta dell'orecchio destro, sede della memoria (v. F. J. Dölger, in Antike und Christentum, I [1929], p. 75), mettendo così in rapporto l'anamnesi gnostico-platonica con il Battesimo cristiano. Conoscevano anche l'agape, che dava loro la possibilità di commettere atti di libidine, giustificati dalla loro teoria comunista, che comprendeva anche il comunismo delle donne.

La notizia trasmessaci dai Padri (Ireneo, I, 26, 4; Epifanio, 27, 6; Agostino, Haer., 7) che i carpocraziani abbiano avuto rappresentazioni di Cristo in forma di quadri o figurine (d'oro e d'argento) che adoravano
come le immagini dei filosofi è da mettere in rapporto con l'uso degli antichi di portare con sé, ad es., durante i viaggi, statuette di dèi (cf. Apuleio, Apol., 63; F. J. Dölger, Gottesbildchen als Reiseamulelte in Antike und Christentum, 4 [1933-34], p. 67 sgg.; id., Demeter und Dionysos. Figürchen als Glücksanhänger nach einer Malnepredigt des Apollonius von Tyana, ibid., p. 277 sgg.; A. D. Noek, Journ. Roman Studies, 37 [1947], pp. 112 e n. 4) ed implica l'idea di una specie di divinizzazione di Gesù, perché la gnosi, la filosofia, rende i saggi immortali (v. F. Cumont, Recherches sur le symbolisme funéraire des Romains, Parigi 1942, p. 263 sg.).

Figlio di C. era Epifane, istruito dal padre nella filosofia platonica. Morto a 17 anni, il giovane, autore di un'opera sulla giustizia, sarebbe stato venerato come dio a Sama, città principale dell'isola di Cefalonia, probabilmente come filosofo divinizzato. Clemente d'Alessandria cita estratti dal libro di Epifane, in cui questo mantiene la tesi che la giustizia di Dio esige la comunità dei beni. Si tratta di un tentativo di fare propaganda per la gnosi antinomistica di C. sotto la veste di uno pseudo-platonismo.

BibL.: Fonti : Ireneo, Adv. haer., I, 20 (Harvey); I, 25 (Siere); Eusebio, Hist. eccl., IV, 7, 9; Clemente Alessandro, Strom., III, 9-9; Tertulliano, De anima, capp. 23 e 35; Ippolito, Philosoph., VII, 32; Filastrio, De haeres., VII, cap. 35; Epifanio, Panor., 27: v. anche Epssippo presso Eusebio, Hist. eccl., IV, 22, 5; Celso in Origeno, Contra Cele., V, 62 (da un vecchio elenco di eretici); Constitutiones Apostolicae, VI, 10, 3, p. 323, i sg.; Frammenti gnostici, a cura di E. Buonaiuti, Roma 1923, pp. 73-83. Studi : H. Liboron, Die Karpokratianische Gnosis, Lipsia 1938; I. H. Waszinè nella sua edizione di Tertulliano, De anima, Amsterdam 1947, pp. 299 sg., 410 sg.

Erik Peterson
CARPZOV, Benedikt. - Giurista protestante, n. a Wittenberg il 25 maggio 1595, m. a Lipsia il 30 ag. 1666. Compì i suoi studi in patria, a Lipsia e a Jena, e li perfezionò nei viaggi in Roma, in Inghilterra e nel Belgio. Nominato scabino a Lipsia nel 1620, ebbe agio di approfondire il diritto penale, lasciando interessanti studi in materia; nel 1636 fu eletto assessore della Curia provincialis suprema; nel 1645 professore a Lipsia. Può considerarsi uno dei fondatori del diritto scientifico in Germania.

Scrisse: Practica nova imperialis savunica rerum criminalium (Wittenberg 1635, all'Indice nel 1655); Iuris prudentia forensis (Lipsia 1638); Iurisprudentia ecclesiastica seu consistorialis (ivi 1649, all'Indice nel 1714) che è un'esposizione sistematica del diritto canonico secondo il sistema episcopale.

BibL.: G. Müller, s. v. in Realenc. für protestant. Theol. u. Kirche, III (1897), p. 726.

Alberto Scola
CARPZOV, Johann Gottlob. - Biblista luterano, n. a Dresda il 26 sett. 1679 e m. a Lubecca il 4 apr. 1767. Della dotta famiglia sassone dei C., che diede tra il 1600 e il 1800 sei celebri giuristi e teologi (cinque dal nome Johann Benedikt), all'ortodossia luterana. Studiò a Lipsia e Altdorf. Dal 1713 professore di lingue orientali a Lipsia, vi rimase fino al 1730; si trasferì poi a Lubecca, in qualità di sovrintendente.

Sue opere principali: Introductio ad libros canonicos Bibliorum Veteris Testamenti (Lipsia 1714-21; 2² ed. ivi 1731; 3² ed. ivi 1741); a quest'opera è quasi un supplemento la Critica suona Veteris Testamenti (ivi 1728); Apparatus historicocriticus Antiquitatum sacri codicis et gentis hebraicae (ivi 1748). Opere minori: Disputationes de pluralitate personarum in una Dei essentia ad II Sam. 7, 23 (ivi 1720); Disputationes de anno Jubilaeo ex Lev. 25 (ivi 1730); Praefatio de variis lectionibus in codicibus biblicis Novi Testamenti, ivi 1730. Fu uno dei più dotti del suo tempo e combatté la nuova critica biblica inaugurata da Richard Simon, Giovanni Clericus e Spinoza. Tenne fermamente la dottrina protestante ortodossa dell'ispirazione verbale e della rivelazione

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di tutto ciò che si trova nei libri sacri. I testi ebraico e greco sono, secondo lui, immuni da errore, e perfino gli accenti ebraici risalgono agli agiografi.

Biel.: Allgemeine deutsche Biographie, IV (1876), pp. 23-25; G. Müller, s. v. in Realenc. für protestant. Theologie und Kirche, III (1897), p. 730 sgg.; A. Regnier, s. v. in DB, II, coll. 311-12.

Arduino Kleinhans
CARRACA: v. ANTONIO dello SPIIRTO SANTO.
CARRAGGI. - Famiglia di artisti bolognesi. Di fronte alla esigenza di un superamento del manierismo (v.), nei suoi aspetti estremi e deteriori di esasperato intellettualismo e di povertà ispiratrice, i C. supposero la possibilità di combinare le «maniere " di alcuni grandi pittori del ' 500 : graduando variamente, ad es., lo spazio di Raffaello, lo sfumato del Correggio, il disegno plastico di Michelangelo e il colore di Tiziano. Tale doveva essere, nelle intenzioni teoriche, il programma dell'Accademia dei Desiderosi (e poi degl'Incamminati) fondata a Bologna (1582) da Annibale a Agostino C. Date le premesse, la riforma pittorica carraccesca (eclettismo), esaltata dalla letteratura artistica del ' 600 , acquista oggi un significato diverso, nel senso di un atteggiamento critico e culturale in essa implicito (C. L. Ragghianti), che tuttavia non esclude, in numerosi casi concreti, il raggiungimento dell'arte. Anzi, la riforma dei C. ebbe una risonanza vastissima, pari a quella ottenuta dal caravaggismo.

Apostino, n. a Bologna il 13 ag. 1557, m. a Parma il 22 febbr. 1602 , incisore e pittore. E il meno dotato e il più lento nell'opera. Fu scolaro di Prospero Fontana, del Passerotti e del cugino Lodovico. Il dipinto della Comunione di s. Gerolamo (Bologna, pinacoteca) manifesta influssi veneti e correggeschi. Collaborò con Lodovico negli affreschi di palazzo Fava e di palazzo Sampieri a Bologna.

Annibale, n. a Bologna il 3 nov. 1560, m. a Roma il 15 luglio 1609 , scolaro di Lodovico, fratello di Agostino. Inizialmente risenti del Cesi e del Passerotti (Battesimo di Cristo per S. Gregorio); poi studiò il Correggio a Parma e, a Venezia, Tiziano e Paolo Veronese. Ma la sua formazione figurativa fu vasta e complessa. Collaborò agli affreschi in palazzo Fava (ove rivela una certa immaturità), in palazzo Magnani (1592) e palazzo Sampieri. La sua arte si affirma pienamente nella decorazione famosa di palazzo Farnese (1595), inizio dei grandi cicli decorativi barocchi. Il principio del plasticismo michelangiolesco e del ritmo spaziale di Raffaello, unitamente al gusto colatistico veneto e allo sfumato del Correggio, trova qui una felice quanto singolare interpretazione. Tra i suoi dipinti si ricordano: la Deposizione (Parma, galleria); l'Assunta (Bologna, piqacoteca); la Recurrezione di Cristo (museo del Louvre). Da lui concepite, ma solo in parte eseguite direttamente, sono le lunette della galleria Doria, a Roma; importanti per la originale interpretazione del paesaggio.

Lodovico, n. il 21 apr. 1555 a Bologna, m. ivi il 13 nov. 1619, appare meno fertile, ma più coerente. Studiò a Parma il Correggio e il Parmigianino, e a Venezia, il Tintoretto. Questa erudizione pittorica, che coinvolge anche diversi pittori bolognesi (Passerotti, Tibaldi, ecc.) è evidente nella Madonna in trana e santi (Bologna, pinacoteca). Oltre ai ricordati affreschi dei palazzi bolognesi, si ricordano la Madonna degli Scalzi e la Conversione di s. Paolo (Bologna, pinacoteca).

Bibl.: G. magione, Vite dei pitt., scult. et architettí, Roma 1642, pp. 105-109 e 150-51; G. P. Bellori, Vite dei pitt., scult. et architettimoderni, I, Roma 1672, pp. 19-98 e 103-31; C. C. Malvasia, Felsina pittrice, 2ᵃ ed., Bologna 1842, pp. 357-364; H. Tietze, Annibale C.'s Galerie im palazzo Farnese u. sime rianische Werkstätte, in Jahrb. d. Kunsthist. Samml. d. Allerh. Kaiserh., 26 (1906-1907), pp. 49-182; H. Schmeiber, s. v. in Thieme-Becker, VI, pp. 53-61; G. Rouchès, La peinture balonaise à la fin du XVI' siècle, Les Carracher, Parigi 1913; A. Foratti, I C. nella teoria e nella pratica, Città di Castello 1913; H. Voss, Die Malerei des Barochs in Rom, Berlino 1925, pp. 149-

186, 481-503; C. L. Ragghianti, I C. e la critica d'arte nell'età barocca, in La critica, 31 (1933), pp. 65 sE.; 223 sg.; 383 sg.; R. Longhi, Momenti della pittura bolognese, Bologna 1935; E. K. Waterhouse, Baroque Painting in Rome, Londra 1937, pp. 7-9; H. Bodmer, Lodovico C., Burg b. M. 1939 (con ampia bibl.).

Luigi Grassi
CARRANZA, Bartolomeo. - Dotto teologo, n. a Miranda (Navarra) nel 1503, m. a Roma il 2 maggio 1576. Domenicano dal 1520 , insegnò nello studio dell'Ordine a Valladolid, dove ebbe avversario il confratello Melchior Cano. Promosso maestro in teologia nel 1539, partecipò come teologo al Concilio di Trento (1546-48; 1551-52) e fu uno dei principali sostenitori dell'obbligo di residenza iure divino dei vescovi. Fu priore a Valenza ( 1546-50 ) e provinciale della provincia di Spagna (1550-54); nel 1554 accompagnò l'irridente Filippo in Inghilterra, dove con altri domenicani lavorò per la restaurazione cattolica (1554-57). Dopo aver rifiutato l'episcopato di Cuzco (1540) e delle isole Canarie ( 1549 ) dovette, per le insistenze di Filippo II, accettare l'arcivescovo di Toledo (1557).

Nel 1558 pubblicò ad Anversa i suoi Comentarios sobre el catecismo christiano. Quest'opera, certamente ortodossa, gli attirò il sospetto di eresia per alcuni suoi giudizi troppo severi contro l'abuso delle indulgenze e l'aperta condanna dei costumi del clero. Il 22 ag. 1559 fu imprigionato per ordine dell'inquisitore Ferdinando Veldés, che era riuscito a strappare l'autorizzazione al vecchio e malato Paolo IV. Tutto il processo fu un insieme di usurpazioni del governo spagnolo. Inutilmente Pio IV e il Concilio di Trento tentarono di trasferire il processo a Roma; più volte le commissioni speciali istituite in seno al Concilio stesso si dichiararono in favore del C. L'Inquisizione spagnola, sostenuta da Filippo II, non volle cedere; essa combatteva per difendere il suo prestigio, mentre Filippo II era mosso da particolari interessi politici ed economici: a lui interessava riservarsi le rendite dell'arcivescovato di Toledo ed affermare maggiormente la sua autorità per rendersi sempre più ossementi i vescovi. Pio V riuscì a far venire a Roma il C. (28 maggio 1567), si occupò direttamente del processo e riconobbe l'innocenza dell'accusato; ma l'ostilità degli Spagnoli impedì ancora una soluzione favorevole. Il processo fu terminato solo sotto Gregorio XIII (14 apr. 1576). Il C. non fu condannato di eresia; ma, data la delicatezza del momento, dovette sfruttare alcune proposizioni sospette e fu sospeso per due anni dall'esercizio del ministero episcopale. L' umiliazione era troppo grande per colui che aveva sempre combattuto per l'integrità della fede cattolica. Accettò la sentenza, ma alcuni giorni dopo moriva perdonando a tutti i suoi avversari. Fu sepolto nella chiesa della Minerva e lo stesso Pontefice volle dettarne l'epigrafe. Scrisse, oltre i Comentarius ricordati, Summa Conciliorum (Venezia 1546); Controversiae quattuor (ivi 1546); Controversia de necessaria residentia personali episcoporum ecc. (ivi 1547; Lione 1550; Anversa 1554; Venezia 1562).

Bibl.: Quétif-Echard, II, 36-43; H. Laugwitz, B. C. Erabiashaf von Toledo, Kempten 1870; Pastor, VI, pp. 517-18; VII, pp. 285, 496-501, 525-26; VIII, pp. 233-50; IX, pp. 223225; V. Beltrán de Heredia, El maestro Mancio de Corpus Christi, in Ciencia tomista, 26 (1935, i), pp. 33-50; id., El maestro Juan de la Peña O. P., ibid., pp. 325-56; id., La retractación de las censuras favorables al "Catecismo" es el proceso de Carranza, ibid., 27 (1936, i), pp. 145-76, 312-36; id., Historia de la Reforma de la provincia de España (1450-1530), Roma 1939, pp. 174, 176-81, 183; id., Las corrientes de espiritualidad entre los Dominicos de Castilla durante la primera mitad del siglo XVI, ibid., 31 (1940), pp. 554-81; 32 (1941, i), pp. 33-55; A. Wais, Die Baribelandusse von Miranda und von Mirandola im 16. Jahrhundert, in Angelicum, 25 (1948), pp. 199-207.

[Edonso D'Amato
CARRARA, CAMillo. - N. ad Albino il 14 marzo 1871, m. a Cheren il 15 giugno 1924. Si fece religioso tra i Minori cappuccini di Lombardia il 7 sett. 1887, e ne fu ministro provinciale (1905-11). Primo vicario apostolico della missione nella colonia Eritrea (26 febbr. 1911), affidata ai Cappuccini Iom-

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bardi, aumento il clero e le parrocchie indigene, stabili centri missionari fra tribù pagane, alzò edifici scolastici per indigeni ed Italiani e scuole d'arti e mestieri. Con la tipografia dell'Asmara diffuse la scienza sacra e la cultura italiana. Fece erigere all'Asmara una splendida cattedrale, dove fu sepolto (1926).

Bibl.: Ezechio da Iseo. Il primo vicario apostolico delI'Eritrea, mons. C. C.. Milano 1926; Annali franc., 4 (1026). pp. 341-32; 407-40. Ilarino da Milano

CARRARA, Francesco. - Criminalista italiano, n. a Lucca il 18 sett. 1805 , m. ivi il 15 genn. 1888. Si laureò in diritto all'Università di Pisa, dopo aver seguito i corsi di diritto penale di G. Carmignani. Fu avvocato e poi professore di diritto criminale nel liceo di Pisa per dodici anni; quindi fu chiamato a ricoprire la cattedra di diritto criminale in quella università. Deputato in varie legislature, fu nominato senatore del regno il 25 maggio 1876. Egli si può considerare il perfezionatore della dottrina della scuola classica penale.

Espose il suo sistema in una poderosa opera che intitolò Programma del corso di diritto criminale, uscita in Lucca dal 1867 al 1870 in 9 voll. I due primi trattano della parte generale, gli altri sette dei singoli reati distinti in naturali in quanto violino un diritto naturale del singolo e sociali in quanto ledano i diritti di tutta la collettività. Dai secondi ritenne di dover escludere i reati politici in quanto ad essi non potevano applicarsi i principi assoluti e costanti che sono a fondamento del diritto penale. A lui si deve altresi una serie di altri lavori di diritto penale che raccolse negli Opuscoli, usciti in Lucca (1859-74). Da ultimo si rivolse allo studio della procedura con l'esame dei sistemi attuati nei vari codici e scrisse anche i Lineamenti di pratica legislativa penale (T'orino 1874).

Al fondo della sua concezione è l'idea che il fondamento del diritto penale risieda nel presupposto di unalegge eterna ed inviolabile che accorda all'uomo diritti necessari per adempiere i doveri imposti dalla stessa legge morale. Sicché ne deriva la necessità di protezione dell'ordine esterno per la società. Il fine primario della pena è il ristabilimento dell'ordine esterno della società. Con questa sua impostazione del problema della giustizia penale, il C. ebbe il merito di mettere da parte le astratte dottrine moralistiche precedenti e le vaghe affermazioni della difesa sociale. La formola della tutela giuridica diviene per suo mezzo un postulato fondamentale della dottrina del diritto penale.

Bibl.: G. Scalvani, F. C. nella storia del giure criminale. Perugia 1888; E. Ferri, Da Cesare Beccaria a F. C.. in Arch. giurid., 44 (1890), pp. 497-514; id., F. C. e l'evolu