la tutela giuridica diviene per suo mezzo un postulato fondamentale della dottrina del diritto penale.
Bibl.: G. Scalvani, F. C. nella storia del giure criminale. Perugia 1888; E. Ferri, Da Cesare Beccaria a F. C.. in Arch. giurid., 44 (1890), pp. 497-514; id., F. C. e l'evoluzione del dir. pen., in Nuova Antologia, 1899, v. p. 206 sgg.; C. Paladini, F. C. cittadino lucchere e plebeo. Firenze 1920; U. Spirito, Storia del dir. pen., I, Roma 1925. Antonio Rota
CARRARA, Ubertino. - N. a Sora nel 1642, entrato nella Compagnia di Gesù nel 1656, insegnò per 23 anni retorica nel collegio Romano, dove morì nel 1716. Membro dell'Accademia degli Arcadi, sotto il nome di Eudossio Pauntino, si acquistò una certa fama per la composizione e la recitazione pubblica di poemi di circostanza. E più conosciuto solo per la sua epopea sulla scoperta dell'America: Calumbus, carmen epicum (Roma 1715, varie ristampe).
Bibl.: Sommervogel. II, coll. 772-73; M. Segre, Un poema colombiano del Settecento. Il «Columbus * di U. C., Roma 1923. Edmondo Lamalle
CARREL, Alexis. - Chirurgo e biologo, n. a Ste-Foy-les-Lyon (Francia) il 28 giugno 1873, m. a Parigi il 5 nov. 1944. Si laureò in scienze e in medicina nell'Università di Lione. Entrò nel 1912 nel Rockfeller Institute for Medical Research a Nuova York ed ivi rimase fino alla morte dirigendovi il reparto di chirurgia sperimentale.
Ottenne nel 1912 il premio Nobel per la fisiologia e la medicina per i suoi risultati sulla sutura dei vasi san-
guigni e sui trapianti di organi. Collaborò con C. A. Lindberg in ricerche nelle quali costrui un cuore con circolazione artificiale; collaborò pure con Lecompte du Noüy, il quale ultimo diede una base matematica ai risultati da lui ottenuti sulla velocita di cicatrizzazione in rapporto all'ampiezza della ferita e all'età del soggetto. Fra i numerosi riconoscimenti onorifici per la sua vasta ed importante produzione scientifica, fu socio della Pontificia Accademia delle scienze. Speciale ricordo gli si deve perché modificò e perfezionò la cultura dei tessuti «in vitro " scoperta da Harrison, ottenendo dei risultati di grandissima importanza sia per la medicina che per la biologia come la sopravvivenza di fibroblasti di cuore embrionale di pollo per ventotto anni.
Conosciuto in tutto il mondo è il suo libro: Man the Unknown (Nuova York 1935; trad. ital., Milano 1936), che espone le sue esperienze e intuizioni di medico e di uomo per una migliore comprensione sia della natura che della vita e vicende umane. Però non è scevro di gravi errori intorno a Dio, la natura spirituale dell'anima, i veri valori spirituali e soprannaturali. Poco prima di morire scrisse ancora The Prayer (Nuova York 1944; trad. it., Brescia 1947), in cui pur elogiando la preghiera come elemento benefico e salutare, ha gravi errori sulla natura di essa. Ultimamente è uscito postumo: Le voyage de Lourdes, suivi de fragments de journal et de méditations (Parigi 1949; trad. ital., Brescia 1949) e sta per uscire : La conduite de la vie, seguito al Man the Unknown. In queste ultime due opere si nota un più vivo accostamento alle verità della Fede e all'intervento del soprannaturale, fino a fargli dire, poche settimane prima della morte: "Voglio credere e credo tutto ciò che la Chiesa cattolica vuole che noi crediamo; non ho nessuna difficoltà a farlo, perché nel suo Messaggio non trovo nulla in contrasto coi dati accertati dalla scienza " (Le voyage de Lourdes..., III, ed. cit.).
Bibl.: Annuario della Pontificia Accademia delle scienze, 1936-37; G. Bosio, Alla scoperta dell'uomo, in Cit. Catt., 1944, in. pp. 99-106; M. Hochn, Catholic Authors, Newark 1948, pp. 108-109; D. Mondrone, L'ultima preghiera di A. C., in Cit. Catt., 1949, in. pp. 607-17. Enrico Urbani
CARRÉ de MALBERG, Caroline-Barbe, venerabile. - Nata de Colchen, a Metz l'8 apr. 1829, sposò a 20 anni il capitano poi colonnello Paul C. de M. da cui ebbe 4 figli, di cui 3 morti bambini. Anima d'apostolo, riconduase il marito alla pratica cristiana; influiva in bene su quanti la frequentavano. D'intesa con l'abate Chaumont, suo direttore, fondò (1872) la Società delle Figlie di s. Francesco di Sales (v.). Congregazione diretta ad attuare nel mondo il disegno di vita cristiana proposto da s. Francesco di Sales nella sua «Pilotea». Ne fu la prima superiora generale, col nome di suor Giovanna de Chantal, dando fulgido esempio di dedizione umile e di penitenza fino alla sua morte ( 28 genn. 1891) a Lorry-les-Metz. E stata introdotta la sua causa di beatificazione il 23 giugno 1909 (AAS, I [1909], pp. 749-52).
Bibl.: Biografie di C. de M. furono scritte da H. Chaumont (3a ed., Parigi 1900); G. Antonelli (Roma 1905); A. Laveille (Parigi 1925).
CARRER, Luigi Arminio. - N. a Venezia il 12 febbr. 1801; negli anni giovanili improvvisò tragedie alla maniera dello Sgricci; si dedicò quindi a studi filologici; fu assistente alla cattedra di filosofia dell'Università di Padova fino al 1883; si diede poi al giornalismo e diresse Il Gondoliere, periodico che incontrò il favore del pubblico ed uscì fino al 1847; nel 1845 fu nominato vicesegretario dell'istituto Veneto e nel 1846 direttore dell'istituto Correr; m. a Venezia il 23 dic. 1850.
Queste molteplici attività non ostacolarono la sua produzione poetica: il primo saggio di poesie risale al 1819; a esso seguirono il poema intitolato Il Clotaldo (Venezia 1826), le Poesie (Padova 1831-32) e le Ballate, raccolta di
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Carroccio - La battaglia di Legnano di Amos Cassioli (1870); in secondo piano il C. - Firenze, galleria d'Arte moderna.
canzoni per lo più narrative, di sapore romantico, pubblicata in prima edizione nel 1834 e quindi ristampata nel 1837 con aggiunta di altre romanze. Degli Idilli si ricordano quelli di argomento biblico: I primi esuli, L'arcobaleno, Agar, Abigaille, Le stagioni cristiane... Si veda anche nelle Poesie, un programma del romanticismo, l'ode in decasillabi: La poesia dei secoli cristiani. La più importante opera di prosa è quella dal titolo Anello di sette gemme o Venezia e la sua storia; ma il prosatore è molto inferiore al poeta. Il C. fu artista ingegnoso dalla vena facile di un gusto classico e romantico insieme; non ebbe tuttavia nella vita, come nell'arte, sentimenti profondi e salde convinzioni.
Bibl.: G. Sartorio, L. C., Roma 1900; M. Abbate, L'opera poetica di L. C., Torino 1905; L. Lattes, L. C., la sua vita, la sua opera, in Miscell. di st. sen. della r. deput. di st. patria, 2² serie, 10 (1916), pp. 1-156; C. de Lollis, Saggi sulla forma poetica ital. dell' 200. Bari 1929, pp. 160-72. Italo Borzi
CARRERA, Rafael. - Presidente della Repubblica di Guatemala, n. a Guatemala il 24 ott. 1814, m. ivi il 14 apr. 1865 . Figlio di un indio e di una negra, non ricevette alcuna educazione e fece dapprima il guardiano di bestiame. Nel 1838, messosi a capo dei rivoltozi, assediò e conquistò Guatemala. Nel 1847 si fece eleggere presidente della Repubblica che dichiarò indipendente, atto il quale pose definitivamente termine agli Stati Uniti dell'America centrale. C. seppe cattivarsi le simpatic dell'Inghilterra, e funse da mediatore nel conflitto sorto tra il presidente dell'Honduras, Guardiola, e l'autorità ecclesiastica. Nel 1854 fu eletto presidente a vita. Riammise i Gesuiti nel Guatemala, donde erano stati banditi quasi un secolo prima, e concluse il 7 ott. 1852 con la S. Sede un concordato assai favorevole con cui il cattolicesimo fu dichiarato religione di Stato.
Bibl.: Anon., s. v. in Enc. Eur. Aul., X, pp. 1325-26; H. Bancroft, History of Central America, III, S. Francisco 1886, passim; J. Schmidlin, Papstgeschichte der neuesten Zeit, II, Monaco 1934, p. 154. Il testo del concordato è in Raccolta di concordati su materie ecclesiaatiche tra la S. Sede e le autoritd civili, a cura di A. Mercati, Roma 1919, p. 810 sg. Silvio Furlani
CARRIÈRE, Joseph. - Sulpiziano, moralista, n. a la Panouse-de-Cernon (diocesi di Roder) il
19 febbr. 1795, m. a Lione il 23 apr. 1864. Nel 1818 cominciò i suoi corsi di teologia morale, che dovevano fruttargli ampia stima e rinomanza. Nel 1850 fu eletto superiore generale e in tale carica rimase fino alla morte.
Frutto del suo insegnamento è specialmente l'opera: Praelectiones theologicae maiores: I, De matrimonio (Parigi 1837); II, De iustitia et iure (ivi 1839); III, De contractibus ( 3 voll., ivi 1844-47). Lavoro pregevole per la chiarezza della esposizione, l'abbondante erudizione e la solidità della dottrina, quantunque qua e là risenta di un certo rigorismo. Sempre sottomesso alle direttive della S. Sede, avendo per alcune questioni sul matrimonio opinioni non approvate da essa, subito le riformò nelle successive edizioni.
Bibl.: Abbé Lamazon, M. Carrière, supér. de S. Sulpice, Parigi 1864; T. I. O'Habroay, J. C., late superior general of the Sulpicians, Dublino 1865; E. Levesque, s. v. in DThC, II (1905), coll. 1804-1805. Celestino Testore
CARROCCIO. - Carro speciale da guerra, usato nel medioevo, il cui primo scopo era di portare il vessillo della città. Alcune città gli davano un nome proprio (Regelium, Gaiardus, Blancardus, Berta, Bertazzola). Era un carro a quattro ruote, più maestoso dei carri da guerra comuni, trainato da più paia di buoi, dipinto in rosso o ricoperto di drappi rosso-vermigli, come pure i buoi che lo conducevano. Vi si ergevano sopra una (Milano) o due (Firenze) grandi antenne con il vessillo della città e una gran croce che dominava le schiere.
Da esso, con uila campana, si dava il segnale d'attacco, e un corpo di trombettieri animava il combattimento. Prima della battaglia vi si celebrava la S. Messa e spesso era il rifugio dei feriti : a Milano vi era addetto un cappellano "qui... semper Missam celebret et vulneratis det poenitentiam ». Alla sua difesa erano posti combattenti scelti. Perderlo in battaglia era grave ignominia, e glorioso trionfo il catturare quello della città avversaria. Federico II, che nel 1237 catturò quello di Milano, lo mandò a Roma, per esser collocato in Campidoglio, a memoria del suo trionfo. In tempo di pace era conservato in un tempio (quello di
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Firenze nel s bel S. Giovanni s), e serviva anche nelle grandi manifestazioni della vita civile, come nell'incontrare re e imperatori; alla pace di Paquara, presso Verona, promossa da fra' Giovanni da Vicenza dei Predicatori ( 28 ag. 1233), i comuni che vi parteciparono vennero con il loro c. La sua origine è incerta; il tempo del maggior suo uso furono i secc. XI-xIII; nel sec. XIV l'uso dispare. La sua diffusione si estese a quasi tutte le citta dell'Italia settentrionale e della Toscana, e anche all'estero (Germania, Belgio, Ungheria, ecc.). Oggi ancora ne resta il ricordo folcloristico nelle manifestazioni del "palio» di Siena.
Bib.: L. A. Muratori. Antiq. Ital. m. aeci, diss. 26, II, Milano 1739, coll. 489-93; C. Du Congo, Glostarium med. et inf. latinitatis, 2^{°} ed., Niort 1883, p. 189; C. Manaresi, s.v. in Enc. Ital., IX (1931), pp. 171-72 e bibl. ivi citata. Alberto Ghinato
CARROCCIO (IL). - Rivista mensile di «formazione e di azione» per giovani; fu fondata in Milano nell'ott. del 1922 dalla allora nascente Compagnia di S. Paolo che il card. Ferrari, arcivescovo diocesano, volle benedire sul letto di morte. Raccolse le migliori firme letterarie come Papini, Giuliotti, Angelini, Felici e trovò ampia diffusione per uno spirito di avanguardia e di ardimento del movimento, di cui era espressione. Ebbe poi trasformazioni non sempre felici finché nel 1943 fu sospesa. Attualmente (1949) è nelle intenzioni della Compagnia di S. Paolo di riprenderne la pubblicazione.
Enrico Zuppi
CARROLL. - Sotto questo cognome vanno ricordate due famiglie cattoliche e patriottiche del Maryland dei secc. XVII e XIX, unite da una certa parentela per via femminile. Alla prima, proveniente dall'Inghilterra ( 1688 ) e che ebbe i favori di lord Baltimore (v.), appartiene il patriota Charles C. of Carrollton (1737-1832), uomo politico e attivo fautore dell'indipendenza americana, senatore del Maryland. Della seconda, d'origine irlandese (inizio sec. xvin), fanno parte Daniel C. (1733-1829), patriota ardente, rappresentante del Maryland al primo congresso coloniale ( 1780-84 ) e al Congresso di Philadelphia (1789) per la revisione della Costituzione americana, e il fratello John C., padre della Chiesa cattolica statunitese, primo vescovo e arcivescovo di Baltimora, n. a Upper Marlboro l'8 maggio 1735, m. a Baltimora il 3 dic. 1815. Dopo aver fatto i suoi studi nel collegio gesuitico di St-Omer (Francia), entrò nella Compagnia di Gesù nel 1753 e fu ordinato sacerdote nel 1769. Soppressa la Compagnia (1773), ritornò nel suo Maryland ove lavorò con altri Gesuiti all'evangelizzazione della regione, favorendo inoltre attivamente la causa dell'indipendenza degli Stati Uniti d'America. Nel 1776 accompagnò nel Canadà B. Franklin, S. Chase e C. C. di Carrollton per invitare i Canadesi a far parte comune con gli Americani per l'indipendenza. Quando Pio VI separò i cattolici americani dalla giurisdizione del vicario apostolico d'Inghilterra, John C. fu nominato prefetto apostolico di tutti gli Stati Uniti d'America (1784); creata la prima sede vescovile d'America nella città di Baltimora (v.), vi fu eletto primo vescovo ( 1789 , consacrato in Inghilterra il 15 ag. 1790) e arcivescovo (1808). In occasione della revisione della Costituzione americana (1789), John C. fu incaricato dai cattolici di preparare un memoriale per la difesa dei diritti dei cattolici che avevano partecipato largamente alla guerra d'indipendenza. Il memoriale fu presentato al Congresso da Washington e sostenuto da Franklin, amico personale di John C., e dal due delegati cattolici Daniele C. e Tommaso Fitz-Simons rappresentanti del Mary-
land e della Pennsylvania. Si ebbe cosi l'emendamento all'art. 3^{°} della Costituzione americana circa la libertà di religione, oggi ancora in vigore.
John C. è chiamato a buon diritto il padre della Chiesa cattolica statunitense : trovatola poco organizzata, povera e perseguitata dall'intolleranza delle sètte protestanti, la lasciò alla sua morte fiorente con vescovi, clero, seminari, case religiose, scuole e collegi di educazione. Egli favorì in modo particolare i Sulpiziani (1791) e la madre E. Seton (v.), fondatrice della Congregazione delle Figlie della Carità. Oltremodo ospitale e caritativo, piacevole nella conversazione, largamente tollerante per le altrui opinioni, era un uomo di grande pietà e di una profonda umiltà, tanto da voler morire steso sul pavimento della sua camera.
Dei pochi scritti che diede alla stampa si ricorda: An Address to the Roman Catholics of the United States of America (Annapolis 1784), risposta all'apostata C. Whaston; An Address from the Roman Catholics of America to G. Washington Esq. President of the U. States (Londra 1790), indirizzo patriottico a G. Washington in occasione della sua elezione a primo presidente degli Stati Uniti; A discourse on General Washington (Baltimora 1800) elogio funebre del padre della patria, tenuto nella cattedrale di Baltimora il 22 febbr. 1800.
Bib.: J. E. Hagerty, C. Charles of Carrollton, in Cath. Enc., III, pp. 379-81; T. F. Meehan, C. Daniel, ibid., p. 381; L. O'Donovan, C. John, ibid., pp. 381-84; C. I. White, Sketch of the origin and progress of the catholic Church in the U.S.A., appendice al vol. IV della versione inglese di A general History of the catholic Church, di J. E. Durres, Nuova York 1867, pp. 599662; M.me de Barberry, Elizabeth Seton et les commencements de l'Eglise catholique aux Etats-Unis, 2^{°} ed., Parigi 1869, pp. 303306, 360-64 e passim; R. A. Clarke, Lives of the Deceased Bishops of the United States, 3 voll., Nuova York 1872-88; Summerweed, II, pp. 779-82; L. A. Leonard, The Life of Charles C., Nuova York 1918; Dilhet-Browne, Beginnings of the catholic Church in the United States, Washington 1922; P. Gualday, The Life and Times of John C., Nuova York 1922.
A. Pietro Frutaz
CARRON, Guy-Toussaint-Julien. - Sacerdote, scrittore ascetico, n. a Rennes il 23 febbr. 1760, m. a Parigi il 13 marzo 1821. Fu, prima di tutto, uomo di grande azione; fondò infatti a Rennes una fabbrica di tele per le vele, dando così lavoro a 2000 poveri, e una casa di rifugio per convertite. In esilio a Jersey (1792) e a Londra (1796) per non aver voluto prestare il giuramento imposto dalla Rivoluzione, vi aprì scuole, farmacie, biblioteche per gli emigrati, e persino, a Londra, un seminario. Tornato a Parigi nel 1815, vi stabilì un pensionato per fanciulle sotto il nome di istituto reale di S. Teresa. La vita attivissima non gli impedì tuttavia di comporre numerose opere ascetiche, tra le quali: Pensées ecclésiastiques (4 voll., Londra 1800); L'ami des noeurs ou lettres sur l'éducation (4 voll., ivi 1802); Les confesseurs de la Foi dans l'Eglise gallicane à la fin du XVIII e siècle (4 voll., Pa rigi 1820).
BibL.: Anon., Notice sur la vie de l'auteur, all'inizio dell'opera postuma: L'ecclésiastique accompli, 2^{°} ed., Parigi 1823; R. Heurtevent, s. v. in DSp. II (1937), coll. 209-11 (con l'elenco completo delle opere).
CARTA. - Materia scrittoria di invenzione cinese; la sua fabbricazione, fatta con stracci di lino misti a piccole quantità di canapa e cotone, fu appresa dagli Arabi con la conquista del Turkestan (751). Gli Arabi la importarono in Europa fin dal sec. IX, però solo nel sec. XII si cominciò a fabbricarne in Spagna (à Xativa, presso Valencia); il ven. Pietro, abate di Cluny (1122-50), ne dà notizia dicendola fatta «ex rasuris veterum pannorum \%. In Italia, le cartiere di Fabriano erano già in pieno sviluppo nel sec. xili. Nel medioevo si usò spesso il termine «c. bambagina» (bambycina o bambycina), che fino a tempi recenti fece credere all'esistenza di c. di puro cotone allo stato grezzo;
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Ida A. Bredur, Das Buch vom Papier, Lipsia v. a. 1 Carta - Antichissimo manoscritto cinese in c. Ica. 150 d. C.J. trovato nel 1907 nella "Grande Muraglia ".
"bambagina" invece sembra sia derivato da Ba μ β ω ε η trascrizione greca del nome della città siriaca Mambidach, oggi Edessa, ove esisteva una cartiera famosa (J. Karabacck, Das arabische Papier, eine historisch-antiquarische Untersuchung, in Mittheilungen aus der Sammlung der Papyrus Erzherzog Rainer, II, Vienna 1887).
Nella famosa grotta di Tun-huang, esplorata da Paolo Pelliot tra il 1906 e il 1907, sono stati ritrovati i più antichi manoscritti cartacei sinora conosciuti, risalenti "al in sec. d. C., pochi decenni dopo l'invenzione della c." (cf. G. Messina, Cristianesimo, buddhismo, manicheismo nell'Asia antica, Roma 1947, p. 17).
Non si conoscono codici o documenti europei in c. anteriori al sec. xir. Si sa che in Sicilia, prima del 1145, i sovrani Normanni usarono spesso la c. e si conosce una lettera della connessa Adelaide del 1109, che è il più antico documento cartaceo europeo pervenutoci; del notaio genovese Giovanni Scriba, si ha un registro iniziato col 1154. Ma nel sec. xiri Federico II segna una reazione contro l'uso della c.: nel 1231 egli ordinava infatti che per gli atti ufficiali si dovesse usare la pergamena e che i documenti scritti su c. non facessero prova in giudizio. Col sec. xiv l'uso della c. si fa sempre più generale, fino a prendere definitivamente il sopravvento.
Una netta distinzione va fatta fra l'età medievale e i tempi moderni in relazione al metodo di fabbricazione:
la c., ottenuta anticamente con la lavorazione a mano, mediante la distensione dell'impasto di stracci macerati su un telaio di fili metallici, viene oggi ottenuta con processi meccanici da un impasto di cellulosa. La c. a mano è usata in tempi moderni solo per esemplari di lusso : caratteristiche, nella c. ottenuta con questo processo, le barbe o frange laterali, le filere e le vergelle, rigature visibili in trasparenza per effetto del diminuito spessore dell'impasto in corrispondenza dei fili metallici del telaio. Per le marche di fabbrica v. filigrana.
BibL.: J. Wiesner, Die miliealiegische Untersuchung des Papiers mit besonderer Beräcksichtigung der ältesten orientalischen und europäischen Papiere, in Mittheilungen aus der Sammlung der Papyrus Erzherzog Rainer, II-III, Vienna 1887; J. Karabacck, Neue Quellen zur Papiergeschichte, ibid., IV, in 1888; C. Paoli, Programma scolastico di paleografia e diplomatica, II: Materie scrittorie e librarie, 3² ed., Firenze 1913, p. 49 sgg.; G. Battelli, Lezioni di paleografia, 3² ed., Città del Vaticano 1949, p. 34 sgg.
CARTA DEL LAVORO : v. Lavoro, carta del.
CARTAGENA, ARCIDIOCESI di. - Nella Repubblica di Colombia, dipartimento di Bolivar. Eretta a diocesi da Clemente VII il 24 apr. 1534, elevata a metropolitana da Leone XIII il 20 giugno 1900. Sue suffraganee sono Barranquilla e Marta.
L'arcidiocesi ha un'estensione territoriale di 55.000 kmq., con 800.000 ab., quasi tutti cattolici, con 235 chiese. Nel 1948 risulta divisa in 74 parrocchie, con 28 sacerdoti diocesani e 38 regolari.
Tra gli edifici religiosi di C. meritano menzione: la Cattedrale, grandioso tempio, con pulpito in marmo, mussici e un ricco ostensorio; la chiesa di S. Juan de Dios; la chiesa di S. Pietro Claver, costruzione moderna, in cui si venera il corpo dell'«Apostolo dei negri - : Leone XIII regola a questa chiesa un grande organo; l'antico convento della Candelaria e il convento di S. Clara, con tele di buoni autori.
A C. vissero i ss. Pietro Claver e Luigi Beltrán.
BibL.: Anuario de la Iglesia Católica en Colombia 1938, Bogotá 1938; J. M. Groot, Historia eclesiástica y civil de la Nueva Granada, 5 voll., 2² ed., ivi 1889-93, passim; Anon., s. v. in Enc. Eur. Am., XI, pp. 1935-30. Pietro Gómez
CARTAGENA, diOCESI di. - C., che comprende la quasi totalità delle province di Murcia e Albacete (Spagna) oltre ad alcuni paesi di quelle di Alicante e Almeria, ha una estensione di kmq. 21.002. Gli ab. (1.076.000) sono tutti cattolici, distribuiti in 291 parrocchie. I sacerdoti diocesani sono 290 e i religiosi 90, a seminari (1948), residenza vescovile in Murcia.
Un'antica tradizione fa di C. la prima diocesi stabilita nella Spagna. Storicamente però non si può determinare la cronologia dell'origine della diocesi. Nel Concilio di Elvira (inizio del sec. iv), il presbitero Euticea sottoscrive in nome della chiesa di C. Si segnalano ancora Hector vescovo di C. nel 516 e Celsino nel 546, il quale presiedette il Concilio di Valenza, s. Fulgenzio ( 556 ) patrono della diocesi e Liciniano. Dalla distruzione di C. per opera dei Vandali (425), sia C. che Toledo furono denominate metropoli della provincia di C., finché il Concilio di Toledo del 610 riservò questo titolo al vescovo di Toledo. Riconquistata C. al tempo di Ferdinando III il Santo, fu ristabilita la sede di C., immediatamente soggetta nel 1251 e ne fu vescovo Francesco Pietro Gallego. Il vescovo Diego Martinez Magaz ottenne dal papa Niccolò III la traslazione della sede da C. a Murcia per metterla al sicuro dai corsari africani, il che fu decretato nel 1289. Sotto Pio IV la diocesi di C. fu divisa, dando luogo alla nuova diocesi di Orihuela. In virtù del Concordato del 1851 la diocesi di C. divenne suffraganea di Granada.
Pavonaggi illustri di C. sono : l'ebreo convertito Paolo di S. Maria, poi maestro di teologia a Parigi e vescovo di C., autore di una Summa de
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ronicas e di uno Scrutinium Scripturarum; fu pure vescovo di C. il celebre professore a Parigi e Salamanca Giovanni Martinez Silicco prima di essere promesso arcivescovo di Toledo. Il vescovo Antonio Trexo chiese fin dal 1627 alla S. Sede la definizione dogmatica dell'Immacolata Concezione. Il più illustre dei vescovi di C. è stato Luigi Belluga Moncada (1704-24), il quale appoggiò Filippo V contro le pretese dell'arciduca Carlo d'Austria e istituì generosamente numerose chiese e case di beneficenza. Fu perciò creato cardinale nel 1719, ma dopo 5 anni rinunciò al vescovato e si ritirò a Roma dove morì in fama di grande pietà, sicché da Benedetto XIV fu chiamato «l'onore del Sacro Collegio».
Monumenti. - Per C.: sul posto dell'antica cattedrale, la chiesa di S. Maria antica, quasi del tutto rifatta nel 1904, con sculture di F. Salcillo (1707-48) che sono pure nella chiese di S. Domenico e di S. Maria della Grasia. Il duomo di Murcia, iniziato nel sec. xiv, finito nel xv, a tre novate e pianta a croce latina, è un bell'esemplare di stile gotico, con la sua torre di 90 m ., celebre in tutta la Spagna, i suoi pregevoli stalli provenienti dal monastero di S. Martino di Valdeiglesias, la facciata principale, in parte barocca e in parte neo classica, mentre quella meridionale è di Antonio Gil (I440), la cappella dei « Vélez », monumento nazionale. Nella chiesa del Gesù si conservano le sculture del Salcillo, rappresentanti la Possione di Cristo. Notevoli anche nella diocesi di C. la chiesa di S. Patrizio a Loria, quella di S. Giacomo a Jumilla e la grandiosa chiesa di S. Giovanni ad Albacete.

Carta - Il primo documento cartaceo esistente in Italia. Lettera in greco e in arabo della contessa Adelaide (1 109). Palermo, archivio di Stato.
Bibl.: Per C.: E. Tormo, Levante, Madrid 1923, pp. 367-74. Per Murcia: R. Amador de los Ríos, España, sus monumentos y artes, su naturaleza y historia: Murcia, Barcelona 1889; Anuario religioso español, Madrid 1947, pp. 361-63.
Ramón Rodríguez
CARTAGINE, ARCIDIOCESI di. - I. STORIA. Le origini della Chiesa cartaginese, come del resto quelle della Chiesa africana in generale, sono ancora oscure: l'ipotesi di una diretta predicazione apostolica non trova sostegno nelle testimonianze più antiche degli stessi scrittori africani, come Tertulliano e s. Agostino; essi insistono piuttosto sui rapporti tra la Chiesa africana e quella di Roma, pur non negando che la prima notizia della nuova fede potesse giungere nell'Africa e particolarmente a C. o da Alessandria o dai porti della Siria e dell'Asia minore. Sembra che la regolare predicazione del Vangelo e la fondazione della Chiesa dovettero essere verosimilmente opera di ministri mandati o venuti da Roma: di qui il vincolo di dipendenza e di devozione che strinse C. e l'Africa alla sede romana, e l'impronta caratteristicamente latina che ebbe sempre il cristianesimo africano.
Quando C. abbia avuto il suo primo vescovo non è noto: il primo certo è Agrippino, che visse tra la fine del sec. in e il principio del in, ma non pare credibile che prima di lui la Chiesa cartaginese non avesse avuto una sua propria gerarchia, quando si pensi che già nel 181 l'Africa aveva i suoi primi martiri conosciuti (quelli di Scilli) e non da una città, ma da un modesto villaggio dell'interno, e che già prima della fine dello stesso secolo, al tempo del papa africano Vittore, un vescovo è ricordato a Leptis Magna, città importante, ma di gran lunga minore di C. Se pertanto in questo periodo la Chiesa di C. entra nella storia, con un'organizzazione completa in ogni sua parte, nella gerarchia e nella composizione delle varie categorie di fedeli (confessori, vedove, vergini), innegabilmente si deve ammettere per essa un periodo precedente di vita, di cui le vicende rimangono tuttavia per ora sconosciute. D'altronde Agrippino, per la posizione stessa che C. aveva rispetto a tutte le altre province africane, ci appare già godere di un certo primato di fronte ai vescovi dell'Africa proconsolare e della Numidia: infatti egli convocò a C. un sinodo, di cui s'ignora la data, per discutere intorno alla questione del battesimo degli eretici. Ad altri concili posteriori a questo sembrano alludere alcuni passi di Tertulliano e di s. Cipriano: ma nulla di preciso se ne può dire.
A Donato ( 236-48 ) che fece condannare da un sinodo di 90 vescovi quello di Lambesi, Privato, successe s. Cipriano ( 248-58 ) (v.) che ebbe parte notevole nella questione dei lapsi (v.) e affermò l'autorità episcopale di fronte allo scisma di Novato e Felicissimo. Contro Novaziano si schierò dalla parte di papa Cornelio, ma lo mise in conflitto con papa Stefano la questione del battesimo degli eretici, nella quale Cipriano, secondo la prassi della Chiesa africana, si atteneva ad un principio opposto a quello della Chiesa romana. Due, o secondo alcuni tre, concili, nel 255 e 256, appoggiarono e confermarono la tesi di Cipriano; lettere vivaci furono scambiate con Roma, tuttavia non si arrivò alla rottura della comunione vicendevole. La nuova persecuzione ordinata da Valeriano nel 257 fece passare in secondo ordine il conflitto; e le relazioni tra Roma e C., colpite ombedue nei loro capi, il papa Stefano e Cipriano, martirizzato nel sett. del 258 , tornarono alla primitiva cordialità.
Fino da questo tempo il vescovo di C. è il capo riconosciuto dei vescovi dell'Africa proconsolare e della Tripolitania; ma anche i vescovi della vicina Numidia e della più lontana Mauritania riconoscevano la supremazia di C. negli affari che interessavano tutta l'Africa settentrionale e le relazioni con gli altri paesi più vicini.
Della seconda metà del sec. III si conosce il nome di due vescovi, Luciano e Carpoforo, dei quali tuttavia non si può stabilire né la successione né se fossero i soli ad occupare in questo periodo la sede di C.:
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Captagine - Pianta di C. cristiana.
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al momento della persecuzione di Diocleziano (303) questa era tenuta da Mensurio.
Un'altra volta la condotta prudente e moderata del vescovo suscitò la protesta e l'opposizione degli elementi più accesi del cristianesimo africano, cosi facile, per l'indole stessa delle popolazioni, all'intolleranza, e diede luoge a quello scisma donatista che, per oltre un secolo, confluendo in esso cause di ordine sociale, economico e politico, divise e travagliò la Chiesa africana. Lo scisma scoppiò soltanto dopo la morte di Mensurio (311) quando al suo successore Ceciliano il partito avverso ebbe un altro vescovo da opporgli nella persona di Maggiorino; morto questi, probabilmente alla fine del 315 , gli successe Donato, detto il Grande.
La lotta si inasprì anche per l'intervento dell'autorità imperiale, che convocò concili a Roma ed ad Arles per la condanna dei donatisti.
Il vescovo legittimo fu unanimemente riconosciuto a Roma e fuori dell'Africa: Ceciliano intervenne, unico tra tutti i vescovi africani, al Concilio di Nicea (325) e i suoi successori, Rufo a uno di Roma contro gli ariani ca. il 340 , Grato, a quello di Sardica (343), Restituto a quello di Rimini (359). Nel 349 l'imperatore Contante inviò a C. due ufficiali, Macario e Paolo, per tentare una pacificazione delle parti, ma la loro missione falli e si ebbero conflitti sanguinosi; Grato convocò un concilio, sperando ridurre a migliore consiglio gli avversari, ma inutilmente, perché a Donato, morto in esilio (fra il 350 e il 355), succedette Parmeniano, che scrisse molto contro i cattolici. Il periodo che va dal 390 al 411 è contrassegnato da una serie quasi ininterrotta di concili, convocati normalmente a C. dal vescovo Aurelio, per metter fine allo scisma.
La lotta si impersona da parte cattolica in s. Agostino, ancora semplice prete al Concilio di Ippona (393), poi vescovo, e in Aurelio, il più grande dei vescovi di C. dopo Cipriano; a loro si deve la felice conclusione del Concilio del giugno 411, presieduto dallo stesso Aurelio, al quale intervennero ben 279 vescovi donatisti e 286 cattolici.
Contemporaneamente o poco appresso la Chiesa di C. aveva a soffrire, seppure in misura assai minore, di altri errori : manicheismo e pelagianismo. Pelagio in persona si era recato a C., ma ne era partito quasi subito, lasciandovi il suo compagno Celestio; anche questi tuttavia era stato costretto ad allontanarsene dopo che un primo concilio, convocato nel 411 da Aurelio, ne aveva condannato l'errore. Altri concili seguirono negli anni successivi fino al 4 times 8, sempre per la stessa questione. D'altronde in questo periodo i concili furono a C. quasi annuali, e la sede cartaginese, in grazia non solo della sua posizione di primato, ma anche delle virtù del suo vescovo, stretto in unità di intenti e di dottrina con s. Agostino, godette di un'altissima autorità in tutta l'Africa. Tale autorità si esplicò sia nel campo religioso che in quello civile. Cosi Aurelio, sosteneva con successo i diritti degli Africani nella questione se fosse lecito o no ai vescovi e al clero di appellarsi a Roma in caso di controversie; promuoveva la redazione di un codex canonum Ecclesiae africanae; vinceva le ultime resistenze del paganesimo, stabilendo nel 399 la sua cattedra proprio nella cella del tempio in cui era stata fino allora venerata la dea cartaginese, Caelestis; difendeva infine la sua città dalle violenze del comes Marino.
L'anno probabile della morte di Aurelio è il 429; a lui successe Capreolo, di cui sappiamo che si fece rappresentare al Concilio di Efeso dal diacono Bessula: durante l'episcopato di Capreolo l'Africa fu invasa dai Vandali, ma C., come è noto, non fu presa da questi che nel 439, quando sulla cattedra cartaginese si trovava il vescovo Quodvultdeus.
L'invasione dei Vandali ariani segnò l'inizio di nuovi lutti e nuove persecuzioni per i cattolici; la lotta ora più, ora meno viva sotto Genserico, raggiunse l'apice della violenza con il successore Unnerico. La Chiesa rimaneva perciò pressoché desolata, e in tale stato durava fino a che, nel 454, Valentiniano riusciva ad ottenere la nomina
di un nuovo vescovo, Deogratias, distintosi nell'assistenza caritativa verso i prigionieri catturati nel Sacco di Roma. Morto Deogratias nel 457, la sede di C. rimase un'altra volta per molti anni vacante : ché un'ordinanza del re vietava l'ordinazione di nuovi vescovi nella Zeugitana, determinando in tal modo quella che Vittore di Vita chiama «la chiusura delle chiese». Nel 475 un'attenus. sione dei rigori precedenti consentiva agli esiliati di rientrare in patria, ma C. non poté riavere un suo vescovo che nel 481, sotto Unnerico, in grazia di un editto che accordava parità di diritti ai due culti : il cattolico e l'ariano.
Questo vescovo fu Eugenio, il cui nome è legato alla nuova e più aspra fase della lotta, che ha il suo episodio culminante nel Concilio del 4⁸ 4. C. aveva allora accanto al vescovo cattolico un patriarca ariano, Cyrila, che accusò Eugenio, determinando una ripresa della persecuzione. Intervenne l'imperatore d'Oriente Zenone, ottenendo da Unnerico la convocazione di un concilio : 470 vescovi furono presenti all'apertura di questo, il 1^{°} febbr. del 4⁸ 4. Senonché l'atteggiamento ostruzionistico e provocatorio degli ariani fece, fin dall'inizio, fallire la riunione, cui seguì subito dopo l'invio in esilio di Eugenio e di molti altri membri del clero cattolico. Il loro ritorno non poté effettuarsi che dopo la morte di Unnerico, sotto Guntamondo; ma all'avvento di Trasamondo, Eugenio fu costretto un'altra volta ad abbandonare la sua sede e andò a stabilirsi nella Gallia ad Albi, dove morì nel 505. La sede di C. rimase così vacante, né a tale vacanza poté portare altro che un sollievo momentaneo la presenza a C. di Fulgorzio di Ruspe, richiamato dal suo esilio in Sardegna dal re Guntamondo, che voleva essere istruito nella fede cattolica, ma dopo poco fatto allontanare per le proteste degli avversari. Nel 523 Ulderico concesse il ritorno agli esiliati e la elezione di un nuovo vescovo, Bonifacio : il 5 febbr. 525 si poteva così raccogliere nella basilica di Agileo un concilio, diretto soprattutto a dar sesto, dopo tante traversie, alla Chiesa di C., e in generale a tutta la Chiesa africana.
Con la conquista bizantina la fede cattolica riacquistava la piena e sicura indipendenza, e con essa i diritti e i privilegi che i Vandali avevano abolito. A C. veniva riconfermata la posizione di primato che aveva avuto per l'innanzi, e che negli anni della persecuzione avevano tentato di usurpare i vescovi della Bizacena. Allo scopo di regolare la situazione nuova determinatasi. Reparato, succeduto a Bonifacio, convocò nel 536 un concilio, chiusosi con l'invio a Roma e Costantinopoli di delegazioni, che rappresentassero al Papa e all'imperatore le richieste dell'episcopato africano, richieste che furono integralmente accolte.
Durante la controversia dei Tre Capitoli, l'Africa, e quindi anche C., fu tutta compatta contro Costantinopoli e, dopo lo Judicatum di papa Vigilio, anche contro Roma, con cui le relazioni furono rotte. Il vescovo Reparato si portò a Costantinopoli per partecipare al Concilio indetto da Giustiniano, ma arrestato fu mandato in esilio a Euchaida, dove mori il 7 genn. 563. Dopo Primosus, nominato in sua vece, spunta una quindicina di anni dopo, nel 581, Puhliano. La corrispondenza di Gregorio Magno ci fa invece conoscere come vescovo di C. un Domenico. Dalle lettere di s. Gregorio appare che in questo tempo il donatismo aveva ripreso vigore in Africa: il Papa esorta il clero a combatterlo con energia, ed a questo scopo infatti un concilio venne tenuto a C. nel 594. Le vicende della Chiesa cartaginese si fanno ora più oscure, mentre le condizioni politiche ed economiche dell'Africa vanno divenendo più gravi, e da Oriente si profila verso la metà del sec. viI la minaccia dell'invasione musulmana. Quando questa si abbatte sulle province orientali della Siria e
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Cartagine - Restì della basilica di S. Cipriano (sec. viI.
dell'Egitto, la fuga dinanzi ad essa di numerosi elementi della popolazione e del clero porta nell'Africa le lotte dottrinali allora vive nel cristianesimo orientale, in particolar modo quelle del monotelismo e del monofisismo, da cui invece la Chiesa africana si era in generale mantenuta estranea. Famosa è la disputa sostenuta nel luglio del 645 a C. fra l'abate Massimo e Pirro, ex-patriarca di Costantinopoli, conchiusasi con l'abiura momentanea dell'errore da parte di quest'ultimo.
Qualche anno dopo tutta l'Africa fino all'Atlantico è percorsa dagli Arabi, che alla fine del secolo vi stabiliscono il loro dominio. L'esiguo numero degli invasori non mutò tuttavia d'un tratto la fisonomia e l'indirizzo di vita della regione, che solo a poco a poco andò decadendo e spopolandosi. La sede di C. doveva naturalmente essere tra le ultime a spegnersi. Di essa si ha ricordo ancora nella seconda metà del sec. xI, dopo la seconda e più grave invasione dei Beni Hilà. Da una lettera di Leone IX del 1053 si rileva che l'Africa ha ancora in questo tempo cinque vescovi, sui quali il Papa riafferma il primato di quello cartaginese, un Tommaso. Vent'anni dopo, nel 1073, Gregorio VII scrive al vescovo di C. Ciriaco e ai fedeli da lui dipendenti, lamentando che questi abbiano accusato il loro pastore davanti ai musulmani, causandogli nuovi dolori oltre a quelli che gli arrecava la condizione della sua città. Nel 1076 accanto a Ciriaco non resta che un solo altro vescovo nell'Africa; il Papa si preoccupa di consacrarne un terzo per dar modo ai tre di consacrarne eventualmente dei nuovi. E questo l'ultimo documento che si ha della sede cartaginese, e non è arrischiato supporre che con la morte di Ciriaco o di uno dei suoi immediati successori essa rimanesse costantemente vacante: infatti proprio con la fine del sec. xI ogni resto di vita romana e cristiana dell'Africa si spegne irrimediabilmente, si che quando tale vita riappare dopo ca. due secoli, essa si mostra con un'impronta totalmente diversa dall'antica. Perciò quando nel 1192 si vede il vescovo di C. figurare ancora nel Liber censuum della Chiesa di Roma, molto probabilmente non si tratta che di un ricordo puramente formale, senza riscontro in una esistenza di fatto.
La Chiesa di C. è tornata invece a vivere alla fine del sec. xix, dopo che il trattato del Bardo (12 maggio 1881) pose lo stato del Bey di Tunisi
sotto il protettorato della Francia. Con la bolla Materna Ecclesiae caritas, del 10 nov. 1884, Leone XIII ristabiliva la sede primaziale di C., nominandone titolare il card. C. Lavigerie, già amministratore apostolico della Tunisia e arcivescovo di Algeri. Da qualche mese era stata iniziata la costruzione, su quella che era stata l'acropoli della C. antica, della nuova cattedrale dedicata a s. Luigi re di Francia: la chiesa fu consacrata il 15 maggio 1890 . Con breve pontificio del 5 ag. 1918 essa fu innalzata alla dignità di Basilica. Al card. Lavigerie (m. nel 1892) sono succeduti mons. Combes (1893-1922), mons. Lemaître (1922-39) e l'attuale titolare, mons. Gounot già coadiutore del predecessore con diritto di successione.
La vita cattolica ha preso ampio sviluppo nel sito stesso della città antica con la fondazione di molteplici istituzioni religiose, e da essa si irradia sulla vicina Tunisi e sul resto della regione.
Il Congresso eucaristico internazionale del 1930, XV centenario della morte di s. Agostino, consacrò la rinascita cattolica della gloriosa metropoli africana. Bon.: S. A. Morcelli, Africa cristiana, I. Brescia 1816. pp. 48-50; II, ivi 1817; pp. 44-376; III, ivi 1817; A. Toulotte, Géographie de l'Afrique chrétienne, I. Rennes-Parigi 1892, pp. 73100, 353-400; A. Audollent, Carthage romaine, Parigi 1901; P. Monceaux, Histoire littéraire de l'Afrique chrétienne, 7 voll., Parigi 1901-23, passim; H. Leclercq, L'Afrique chrétienne, Ivi 1904, passim: Hefele-Leclercq, I (1907), pp. 165-91; II (1908), pp. 97129, 134-39, 168-217, 1069-74, 1136-39; III (1909), p. 235; J. Mesnage, L'Afrique chrétienne, Parigi 1912, pp. 1-19.
Pietro Romanelli
II. Concilio di C. ( 1^{°} maggio 418 ). - 1. Storia. Nella serie dei Concili di C. è il 15^{°} o 16^{°}. E di grande importanza sia per la gravità della dottrina definita: i rapporti tra Grazia e natura, sia per la gravità dell'errore condannato: il pelagianesimo. Il Concilio di C. ha stretta connessione con il Concilio di Diospoli (Lidda; cf. Act. 9, 32), di cui in certo modo riprese e completò le definizioni dottrinali aggiungendo la condanna dell'eresiarca. In quello di Diospoli, tenuto il 20 dic. 415 alla presenza di 15 vescovi, presente lo stesso Pelagio, si trattò della dottrina del peccato originale e dei suoi effetti; della
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necessità e funzione della Grazia; della natura e dei limiti del libero arbitrio in ordine al raggiungimento della perfezione (cf. Mansi, IV, 312-20). La dottrina definita era strettamente ortodossa : Pelagio sottoscrisse la condanna delle dottrine attribuitegli e venne cosi riammesso nella comunione dei fedeli. Ma il responso di Diospoli sorprese soprattutto i vescovi della Chiesa d'Africa, che, riunitisi in Concilio a C. in numero di 68 , e quindi a Milevi in numero di 61 nel 416, riconfermarono la condanna lanciata contro Pelagio nel 411, pregando Innocenzo I di avvalorarla con la sua autorità. Innocenzo I infatti, in data 27 genn. 417, confermava e faceva sue le decisioni del Concilio africano, negava invece il suo riconoscimento al Concilio di Diospoli. Pelagio e Celestio allora, con vaghe ed equivoche professioni di fede, tentarono sorprendere la buona fede di papa Zosimo, successore di Innocenzo. Vi riusci infatti Pelagio, ottenendone personale assoluzione. Zosimo comunicò la notizia ai vescovi di Africa, tacciandoli di precipitazione e di malinteso nella condanna di Pelagio e invitandoli a sostenere entro due mesi le proprie ragioni al suo tribunale. Aurelio vescovo di C., allora, lo pregò di soprassedere, e intanto il 1^{°} maggio 418 riunì a C. un'assemblea plenaria di 214 vescovi : è questo appunto lo storico Concilio di C. di cui si tratta. Il Concilio, ribadite le precedenti condanne del 211 e del 416 contro le persone di Pelagio e di Celestio e contro le loro dottrine, condensò in nove canoni la dottrina tradizionale sul peccato originale, la Grazia e il libero arbitrio. Intanto però, Zosimo, a insaputa dei vescovi africani, nel marzo 418 condannava i due novatori. Nell'estate di quello stesso anno, poi, pubblicò un documento rimasto celebre nella storia, l'Epistola

Tractoria, in cui a tutti i vescovi del mondo faceva obbligo di sottoscrivere la condanna dell'eresia pelagiana. Fu un plebiscito di fede in tutta la Chiesa; solo 18 vescovi italiani, sobillati da Giuliano di Eclano, rifiutarono di sottoscrivere.
2. Contenuto dottrinale. - Premettiamo : 1) benché per lungo tempo attribuiti al Concilio di Milevi (416), è ormai assodato che i canoni in questione sono del Concilio di C. (418; cf. H. Noria, Historia pelagiana, I, Lovenio 1702, p. 42 sgg.); 2) anche sul numero dei canoni si è lungamente discusso: alcuni codici ne riportano otto, un altro invece nove. Il canone controverso è il terzo nella serie dei nove canoni e manca nei codici che ne enumerano solo otto. La sua autenticità è sufficientemente stabilita (P. Ballerini, Ad 1. Leonis Magni opera appendix: PL 36, 112-14). L'ispirazione dei canoni, se non la stesura, è certamente di s. Agostino, che con le sue opere ne fa pure il miglior commento.
La dottrina pelagiana sosteneva l'integrità della natura umana, per nulla infirmata dalla caduta personale di Adamo. Questa teoria è combattuta nei primi tre canoni del Concilio di C. col definire l'esistenza, la trasmissione e gli effetti del peccato originale. Prendendo inizio dagli effetti e più precisamente dall'effetto esterno più appariscente, il primo canone fissa il carattere penale della morte, contro l'errore pelagiano che la diceva conseguenza naturale e necessaria della compagine umana negando l'esistenza del dono preternaturale dell'immortalità. Il secondo canone stabilisce : 1) l'esistenza e l'universalità della colpa d'origine per tutti indistintamente, bambini compresi ; 2) la ragione di colpa in senso stretto nel peccato originale; 3) il modo di trasmissione, la generazione carnale; 4) il rimedio e la sua assoluta e universale necessità, la rigenerazione spirituale mediante il llattesimo. Alla negazione della colpa e della pena nel fallo di origine, il pelagianesimo aveva aggiunto la confusione dell'ordine naturale e soprannaturale: il cielo è un'eredità di stretto diritto della natura nello stato in cui fu creato Adamo, cioè dello stato in cui nascono i bambini. Questo appunto condanna il terzo canone, negando in pari tempo ai bambini non battezzati un luogo intermedio di verace felicità. I Padri del Concilio di C., preoccupati di eliminare la coesistenza dello stato di colpa con lo stato di felicità soprannaturale, fanno condividere ai bambini insieme col demonio l'infelicità in senso privativo, in quanto cioè è privazione di Dio, senza pronunziarsi sull'infelicità positiva, cioè sulle pene in ragione di castigo.
La colpa è cancellata dalla Grazia: nei successivi tre canoni, quindi, è definita la natura, la necessità e la funzione della Grazia. Il pelagianesimo, prevenendo l'errore luterano, sosteneva che la Grazia è sinonimo di remissione di colpa, respingeva invece il concetto di Grazia nel senso di aiuto preveniente per evitare la colpa, rivendicando unicamente al libero arbitrio il merito di evitare il male. Il quarto canone, condannando tale errore, rivendica alla Grazia e il sollevarsi dalla caduta e l'averla evitata. Concediamo - equivocavano i pelagiani - che la Grazia si previene per non cadere, ma solo nel senso che illumina l'intelletto su quanto è da farsi o da evitarsi, non in quanto muove la volontà a volere efficacemente quanto l'intelletto ha conosciuto. La Grazia - riprende il quinto canone - influisce sull'intelletto per illuminarlo e sulla volontà per muoverla efficacemente al bene. Concediamo anche che la Grazia influisce sulla volontà - insistevano i pelagiani - ma nel senso che l'aiuta a volere con più facilità quello che, in via assoluta, potrebbe anche da sola, sia pure con maggiore difficoltà. Il sesto canone allora interviene a fissare l'impossibilità assoluta, non solo relativa, del libero arbitrio in ordine all'adempimento delle opere della legge divina, avendoci ammoniti Gesù Cristo: sine me nihil potestis (non difficilius potestis) facere (Is. 15, 5).
Bisogna dunque che in tutto ci soccorra la Grazia; ma anche con l'aiuto della Grazia l'uomo non è impeccabile : è questo l'assunto degli ultimi tre canoni, i quali insieme insinuano l'assoluta e universale necessità della preghiera a condanna dell'opposta dottrina pelagiana che la diceva,
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se non indecorosa per il libero arbitrio, almeno inutile e superflua. Non per umiltà, dichiara il settimo canone, ma in verità ognuno deve riconoscersi peccatore. Ognuno quindi deve chiedere la misericordia di Dio con la preghiera, che, spiega l'ottavo canone, è necessaria non più al peccatore che al giusto, il quale perciò deve pregare per sé e non solo per gli altri, come interpretavano i pelagiani, intimamente convinto, conclude il nono canone, che anch'egli è bisognoso e manchevole e perciò con non minore sincerità del peccatore deve gridare a Dio: dimitte nobis debita nostra (Mt. 6, 12).
Concludendo: il Concilio di C., spuntando le sottigliezze dell'eresia, sventandone gli equivoci, stroncandone ogni tentativo di evasione, fiaccava la capacità di resistenza del pelagianesimo e ne chiudeva la prima fase di lotta; anticipava nel medesimo tempo la confutazione degli errori dei secoli futuri, precisando in termini chiari, sintetici, completi il pensiero tradizionale della Chiesa sul complesso problema dei rapporti tra Grazia e natura.
Bibl.: Mansi, III, 810-23; PL 56, 486-90 sgg.; P. Quesnel, Dissertationes in codicem canonum ecclesiasticorum: PL 56, 899 sgg. (con note di P. Ballerini); P. Ballerini, Ad opera s. Leonis Magni appendix: PL 36, 63 sgg.; F. Maasson, Geschichte der Quellen u. der Literatur des Kanonischen Rechts, I. Giea 1870, pp. 163, 167, 169-73; H. Leclercq, L'Afrique chrétienne, Parigi 1904; A. Bruckner, Quellen zur Geschichte des pelagianischen Streites, Tubinga 1906; J. Tixeront, Histoire des dogmes, II, Parigi 1909, pp. 436-512; H. Leclercq, Carthage, in DACL, II, coll. 2190-2330 (abbondante bibl.); Hefdo-Leclercq, II, pp. 134, 184, 190 sgg.; P. Monceaux, Hi