erdinando gli fece di recarsi a Vienna. Non potendovisi recare il C. mandò all'imperatore una Consultatio de articulis religionis inter catholicas et protestantes, opera in cui apparisce maggiormente la sua indulgenza per i protestanti. Presso a morire ritratto quanto aveva detto e scritto di alieno dalla fede cattolica e proibì che la Consultatio venisse data alle stampe. Tuttavia essa venne pubblicata a Colonia nel 1377 dal suo amico Carmelo Wouters.
Scrisse altre opere: De viris illustribus in sacris Bibliis usque ad regum historiam (Colonia 1550); Liturgia de ritu et ordine dominicae coenue celebrandoe (ivi 1356); Ordo romanus de officio Missae (ivi 1358); De Baptismo infantium testimonia veterum; De Baptismo infantium doctrina catholica, de origine anabaptisticae sectae (ivi 1563). Le opere di C. con l'aggiunta di 117 lettere vennero raccolte in una collezione pubblicata a Parigi nel 1616 (messe all'Indice il 2 dic. 1617 ).
Bibl.: Hutter, III, col. 34 sgg.; B. Heurtebize, s. v. in DThC, II, col. 1823 sgg.
Egidio Caggiano
CASSANO ALL'IONIO, diocesi di. - In provincia di Cosenza. Si estende dal Tirreno all'Ionio, conta 108.000 ab. tutti cattolici, 43 parrocchie, 75 sacerdoti diocesani e 9 regolari (1948).
C. è città molto antica, ma non è certo che derivi da Cosa o Cossa, forse sita nell'agro di Turio; è molto dubbio che abbia dato i natali al papa s. Eusebio (311). E pura leggenda, avvalorata dall'Ughelli, l'esistenza di un Capsarius Cassitano, che avrebbe partecipato al Sinodo romano di papa Ilario (465), considerato come l'apostolo e il primo vescovo di C. E certo invece che C. è diocesi di creazione bizantina, subentrata a Tempsa e a Turio, distrutte dai Longobardi alla fine del sec. vir. Nel sec. ix i Longobardi avevano costituito gastaldati a C., Cosenza e Laino, come risulta dal trattato dell'847, in cui Benevento e Salerno definiscono le rispettive zone di influenze. Allora compaiono le due diocesi di Cosenza e di Bisignano, ma non C. la quale risulta solo da fonti greche. Nel Synecdemus di Jarocle non figura nella Notitia I, della prima metà del sec. Ix; mentre è suffraganea di Reggio nella Notitia III, del tempo di Leone VI il Filosofo (899-911). Quindi si può ritenere che sia stata eretta dopo che Niceforo Foca riconquistò e riorganizzò la Calabria. La conquista normanna non apportò variazioni; C. rimase sempre suffraganea di Reggio.
La serie dei vescovi si inizia con Sasso, che in un diploma del rog6 figura vicario del papa Urbano II. Ma
Sasso è solo il primo vescovo latino di C., mentre si è trovato un David vescovo greco che retrocede di più di un secolo la lista dei presuli di C.
La diocesi di C. nei secc. x e xi fu centro monastico, avendo nel suo territorio l'eparchia del Mercurion, compreso tra Aieta, Orsomarso e Laino, dove si riunirono i più illustri asceti greci calabro-siculi, i ss. Leoluca di Corleone, Cristoforo di Collesano con i figli Silucario e Saba, Vitale di Castronovo, Luca di Demena siciliani, ed i ss. Nilo, Bartolomeo, Giorgio e Stefano di Rossano, Proclo di Bisignano, Eaccaria, Giovanni e Fantino del Mercurion, calabresi. Tra i monasteri greci si ricordano quello di S. Andrea di Cerchiara, di S. Basilio Craterete di Castrovillari, di S. Pietro di Frascineto, di S. Maria delle Fonti di Lungro, ecc. Tra i monasteri latini, si notano l'abbazia cistercense di Acquaformosa, filiale della Sambucina, che diffuse l'arte gotica nella Calabria settentrionale; il convento domenicano di Altomonte, S. Maria della Consolazione, che ospitò a lungo Tommaso Campanella; il cenobio dei Conventuali di Castrovillari, fondato nel 1221, e S. Maria di Colloreto, presso Morano, casa-madre dell'omonima Congregazione agostiniana, fondata nel sec. xvi da Bernardo Milizia da Rogliano.
Tra i monumenti sacri della diocesi, oltre la cattedrale di C. con la sua cripta, si citano il santuario della Madonna del Castello di Castrovillari che ha ricordi della primitiva costruzione normanna; S. Maria della Consolazione di Altomonte, del Quattrocento, la chiesa di S. Francesco di Scalea; la Maddalena di Morano, ecc.
In diocesi di C. nacquero i ss. Antonio e Gregorio di C. e Pacomio di Cerchiara, monaci greci del sec. xi i ss. Samuela, Angelo e Donnolo di Castrovillari, della schiera dei sette martiri francescani di Ceuta del 1227, canonizzati da Leone X nel 1516; di Castrovillari è anche il b. Giovanni Cozza, osservante, venerato a Cosenza in S. Francesco d'Assisi; di Saracena è il b. Angelo Aleparto, uno dei primi compagni di s. Francesco di Paola; di Laino il b. Paolo Navarro, martire gesuita del 1622 , beatificato da Pio IX.
Bibl.: A. Minervini, C., chiesa vescovile, in Enc. dell'Ecclesiastica, IV, pp. 209-23; D. Spinelli, Per mans. vescovo di C. cuntra il regio foca, Roma 1784, pp. 243, 248; G. Parrbey, Hieroclis Synecdemus et Notitiae graecae episcopatuum, Berlino 1866; B. Lanza, Monografia della città di C., Prato 1884; G. Minari, Le Chiese di Calabrio, Napoli 1896, p. 119; G. Gioia, La diocesi di C., suoi vescovi e sue chiese parrocchiali, Saracena 1897; L. Fabre, Liber Cenorum Eccl. Romanus, Parigi 1903, p. 243; Anon., La nostra cattedrale, Messina 1936. Per l'abbazia di Acquaformosa: Cottineau, I, col. 14.
Francesco Russo
CASSAPANCA. - Ebbe origine nel medioevo dalla combinazione, voluta forse per economia di spazio, del banco (v.), che era il tipo più comune di sedile, e della cassa destinata a contenere oggetti di vestiario, libri ed altre suppellettili domestiche. Adornò indifferentemente castelli e taverne, case private e chiese e conventi, e fu sempre decorata con intagli, sculture a rilievo, intarsi, a seconda del gusto dei vari secoli. Nel Rinascimento si fece grande uso di c. nelle sacrestie, nelle sale capitolari, nelle absidi stesse o nei presbiteri: disposte lungo le pareti con alti schienali e con leggii e predelle dinanzi, esse assunsero una speciale configurazione che durò molto a lungo nell'abitudine ecclesiastica che se ne avvalse per le funzioni del coro.
Più diffusa è nel Quattrocento la voce cassone con significato pressoché analogo a quello della c. (mancano nel cassone i braccioli e talvolta gli schienali) e in talune regioni sostituita con altre più particolari e dall'accento lievemente dialettale come arca, cofano, forziere, scrigno, cofforo.
C. e cassoni furono oggetti artistici oltre che funzionali. Il Cessino dà esplicito cenno delle maniere di decorarli. A Firenze nei secc. xiv-xv il mestiere era regolato da apposite disposizioni contenute negli statuti dell'Arte dei legnaluoli, ancor oggi in quell'archivio di Stato.
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(Ist. Alimari)
CaSSAPANCA - C. in legno e pastiglia dorata (fine del sec. xiv) - Firenze, musco Bardini.
Si costruirono cassoni a forma di parallelepipedi bassi e allungati, con la parete anteriore ricurva, e anche con il coperchio sagomato a mo' di baule; la base fu dapprima semplice e diritta, poi si arricchì di elementi ornamentali ed assunse una maggiore consistenza architettonica e con il corrispondente sviluppo della parte superiore fece del cassone un grande mobile. Si ebbero casse di uso domestico rivestite di panno o di cuoio e internamente di pergamena, oppure scolpite a rilievi, istoriate con stucchi rilevati e dorati (fra i rari esempi è un forziere con cervi e falconi nell'ospedale di S. Gimignano), ornate di borchie e fregi in metallo e intarsiste in legni policromi e madreperla (alla certosina).
Già nel Trecento vi fu l'uso di decorare c. con pitture a tinte unite o con fregi monocromi. A Firenze si ricorda di quell'età una bottega di un pictor cofanorum a terreno del palazzo del vescovo, e mobili cosi dipinti si posson vedere in molte pitture trecentesche. Risale al Rinascimento invece l'uso di decorarli con pitture di storie, allegorie o altre scene figurate : ne dà chiaro cenno il Vasari e ne son testimonianza molti esemplari ancor oggi conservati fra i quali vale ricordare alcuni di Paolo Uccello a Vienna, nella collezione Lanckoronscky, e a Parigi nel museo Jacque-mart-André; del Pesellino, che esercitò il maggior influsso sui pittori di mobili del sec. xv; del Pollaiolo (un cassone con la scena di Ercole, Dejonira e Nesso, era nella collezione Cook, a Richmond); del Mantegna, e più oltre, nel Cinquecento, del Bachiacca, del Franciabigio, di Andrea del Sarto fino a che, a secolo inoltrato, prevalse la decorazione con sculture a rilievo con la quale si chiusero le vicende di tale mobile.
Brec.: C. Cennini, Il libro dell'arte, Firenze 1859, p. 120 sgg.; G. Kinkel, Anfänge weltlicher Malerei in Italien auf Möbeln, Berlino 1876, passim; G. Vasari, Le Vite, ed. Milanesi, II, Firenze 1878, pp. 148-49; A. de Champeau, Le meuble, I, Parigi 1888, passim; A. Schiapparelli, La casa fiorentina c i suoi arredi, Firenze 1908, passim; W. v. Bode, Die italienischen Hausmöbeln der Renaissance, Lipsia 1920, passim; P. Schubring. Truhen u. Truhenbilder d. Italienischen Frïhrenaltsance, ivi 1923 (che è l'opera più completa sull'argomento); N. Tarchiani, Cassone, in Enc. Ital., IX, pp. 340-42. Giovanni Carandente
CASSE RURALI. - Istituti di credito, con caratteri tipici, sia per gli scopi che si prefiggono e i mezzi di cui si valgono sia per la particolare forma giuridica che assumono.
La loro origine è relativamente recente e la loro diffusione, dopo una prima fase di lento sviluppo, è stata notevole, oltreché in Italia, particolarmente nell'Europa centrorientale.
1. Origine delle c. r. - La prima c. r. fu fondata nel 1848 a Flammersfeld (Germania) dal borgomastro Federico Guglielmo Raffeisen (1818-88). Impressionato delle gravi ripercussioni che la crisi agraria germanica del 1846 -
1847 ebbe sulla situazione economica dei contadini, egli ide6 e attub questa istituzione che doveva sopperire alle esigenze di credito dei piccoli coltivator diretti e nel contempo affrancarli dal peso di usurari interessi sui prestiti.
Vinti gli ostacoli opposti dall'ambiente agrario tradizionalista, le c. r. germaniche, che nel 1885 ammontavano a 265 e nel 1890 a 1729 , nel 1899 avevano già toccato la cospicua cifra di 9208 . Presso a poco nello stesso anno in Austria esistevano oltre 2000 c. r., in Ungheria 712, in Belgio 271 e in Francia 450.
In Italia la prima c. r. fu costituita a Loreggia (Padova), nel 1884, ad iniziativa di Leone Wollemborg. Siffatto precedente ebbe, però, scarso seguito. Successivamente la cassa di risparmio di Parma si fece promotrice di tali enti che, secondo il suo programma, dovevano agire da organi intermedi tra la cassa di risparmio medesima e i più modesti agricoltori della provincia. Ma perché le c. r. si moltiplichino più rapidamente occorre arrivare al 1892 allorquando, dopo la pubblicazione dell'enciclica Rerum novarum, il clero prese ad interessarsi della costituzione di queste società con l'intento di contribuire alla elevazione economica e morale del piccolo ceto artigianale e agrario. Benemerito pioniere in questa peculiare forma di azione sociale fu mons. Luigi Cerutti, della diocesi di Venezia. Ben presto egli ebbe dovunque dei discepoli e imitatori, tanto è vero che le c. r. cattoliche che, nel 1892 , non erano che tre, nel 1894 salirono a 69 e nel 1897 a ben 779 . Tra il 1900-14 salirono numericamente a ca. 2000.
II. Carattere etico-religioso delle c. r. - Secondo la loro origine storica, in Italia, le c. r. furono distinte in laiche, facenti capo al Wollemborg, e in cattoliche, facenti capo alla corrente cristiano-sociale: le prime, sebbene raggruppate in una federazione nazionale e coordinate da una banca centrale, non trovarono propizia diffusione, mentre le seconde, come si è rilevato, nel breve ciclo di due decenni, formarono un movimento economico potente, inquadrato in federazioni diocesane e provinciali e rappresentato da un organismo centrale tecnicamente e razionalmente impostato e abilmente diretto.
Il carattere confessionale delle c. r. diede pretesto ad enunciare questa obiezione: la cooperazione è un'associazione economica in quanto si prefigge di raggiungere scopi economici e, pertanto, l'elemento religioso, che viene inserito nelle c. r., toglie loro il requisito sostanziale della economicità e le trasforma in strumenti al servizio di fini extra-economici; conseguentemente la cooperatività di tali enti può essere contestata.
Dalla formulazione del principio ad una ostilità
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di ordine pratico non era difficile il passo. La cooperazione di credito promossa dai cattolici fu considerata spuria e non venne ammessa nei consessi statali nei quali erano dibattuti, da un punto di vista generale, i problemi delle società cooperative.
Intervenne lo stesso Luigi Luzzatti, fondatore delle banche popolari e apostolo della cooperazione, affermando che il fattore religioso non era che un impulso poderoso per spingere una determinata categoria di persone, aventi credenze comuni, ad unirsi in cooperative, qualunque sia il loro oggetto. E, quindi, la realtà di simile evento non avrebbe potuto sopprimere in siffatte cooperative la loro natura, purché la funzione da esse svolta fosse effettivamente cooperativa ossia rivolta a vantaggio dei loro soci.
Ma a rafforzare il punto di vista del Luzzatti sarebbe stato sufficiente mettere in evidenza che la ispirazione etico-religiosa delle c. r. concerne la loro composizione associativa e non già l'azienda da esse gestita secondo le tecnica creditizia.
III. NAPURA ASSOCIATIVA DELLE C. B. - Ogni impresa privata collettiva è emanazione di una associazione di persone. Nondimeno vi sono imprese private collettive a base personale e imprese private collettive a base capitalistica; imprese private collettive che si propongono scopi mutualistici e imprese private collettive che si prefiggono scopi di lucro. Le prime imprese assumono veste giuridica di società cooperative e le altre di società capitalistiche. Le c. r. rientrano nella prima serie di società. E, percio, per poter cogliere gli elementi che differenziano questi enti da quelli di credito, ordinarie speciali, nonché dalle banche cooperative, occorre tener conto degli individui che, unendosi tra loro, procedono alla costituzione delle c. r. Essi presentano un aspetto professionale comune: si tratta di piccoli imprenditori che, presi singolarmente, non potrebbero ottenere credito da terzi sia per le modeste garanzie di cui sono capaci che per la scarsa liquidita delle relative operazioni d'investimento nei confronti dei serventori; oppure, se in grado di essere ammessi al credito, lo sarebbero a condizioni di interesse elevato e con scadenze non confacentisi al ciclo dei loro rispettivi processi produttivi.
La qualifica professionale dei soci di una c. r. è quella che ne determina il carattere economico, in quanto è mediante l'esercizio di una impresa creditizia, gestita direttamente, che i soci suddetti possono ottenere a prestito i capitali monetari di cui hanno bisogno. La c. r., pur essendo di loro immediata emanazione, s'interpone però, come debitrice e garante tra essi e i risparmiatori, i quali quindi non si trovano cosi dinanzi ad isolati richiedenti di credito ma bensì ad un istituto munito di personalità giuridica propria.
E certo, nondimeno, che la c. r. non può essere garante verso terzi degli obblighi contratti se non nei limiti in cui rispetto ad essa sono a loro volta garanti i soci. Il codice commerciale del 1882 non dettava, a questo riguardo, norme speciali per le c. r., le quali, nella loro veste di società cooperative, avrebbero potuto a loro piacimento costituirsi come società in nome collettivo, in accomandita e per azioni. Tuttavia, sin dal loro sorgere, le c. r. adottarono la forma di società cooperative in nome collettivo. Si può affermare, anzi, che la espansione delle c. r. fu molto agevolata da simile configurazione giuridica che, dispensando i soci dalla sottoscrizione di un capitale sociale, veniva ad impegnare la totalità dei loro patrimoni a favore dei creditori. Per cui fu giustamente notato che le c. r. si risolvono sostanzialmente in un mezzo idoneo per lo sconto di una cambiale collettiva oppure in società di mutua assicurazione a beneficio di uno o più creditori.
Secondo il T. U. 28 ag. 1537 le c. r. possono costituirsi anche in società a garanzia limitata, nel qual caso il socio, oltre essere obbligato a sottoscrivere una o più azioni, è responsabile per il pagamento dei debiti sociali fino ad una somma, da determinarsi nell'atto costitutivo, non inferiore in ogni caso al decuplo dell'importo del valore nominale delle azioni sottoscritte. Nell'una e nell'altra ipotesi i debiti sociali vengono in definitiva ad essere ripartiti tra i soci, e se uno di questi risulta insolvente, il mancato versamento della sua quota si distribuisce di nuovo tra gli altri soci. Tale garanzia dei soci in rapporto alla c. r. è, per altro, sussidiaria, e cioè opera dopo che il capitale sociale e il fondo di riserva si dimostrino insufficienti è fronteggiare la situazione passiva dell'ente.
Senonché la maggiore garanzia che la c. r. può offrire ai creditori, e la maggiore tranquillità che diriflesso ne deriva ai soci, dipendono dall'onestà morale dei soci medesimi sia riguardo al buon uso delle somme prese in prestito che alla loro solvibilità attuale e futura. Questa condizione dell'onestà morale degli aderenti ad una c. r. è tanto predominante che da essa, come da premessa fondamentale, discendono i princìpi che il Raffeisen stabili per il regolare funzionamento di siffatte istituzioni e che tuttora possono essere enunciati nel modo seguente: 1) circoscrizione territoriale limitata per rendere possibile la mutua conoscenza dei soci; 2) predeterminazione del numero e del limite massimo dei prestiti per ciascun socio; 3) accertamento dell'impiego delle somme date a prestito.
E evidente che se la forma basilare, la cui osservanza assicura il retto andamento della c. r., è di natura morale, l'elemento religioso, che conferisce a detta norma superiore precisazione e inequivocabile contenuto, non soltanto può agire da stimolo alla attuazione della associazione cooperativa, dalla quale la c. r. sorge, ma continuamente svolge la più efficace influenza per preservarne l'andamento da possibili deviazioni e da insidiosi pericoli.

(Jot. Alinari)
CASSAPANCA - C. con figurazioni di Virtù. Legno e pastiglia (fine del sec. XV) - Firenze, museo Bardini.
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E di cristiana religiosità furono, infatti, talmente compenetrate le c. r. sin da quando furono dovunque costituite, che esse apparvero essere esclusiva manifestazione dell'acione sociale cattolica. In Italia se ne ebbe la conferma nel recente passato: la decadenza delle c. r., invero, si verificò allorché questi benemeriti enti furono avulsi dal loro clima spirituale e dall'ambiente morale donde avevano tratto e traevano i profondi motivi del loro rigoglioso e benefico sviluppo.
IV. Carattere economico delle c. r. - Se da un lato il fondamento delle c. r. consiste nella loro composizione associativa, il loro carattere economico è nondimeno connesso con la loro natura di enti cooperativi di credito. Non tutti gli enti cooperativi di credito sono, però, c. r., e allora è chiaro che esse posseggono modalità proprie che le distinguono dalle cooperative di credito generalmente considerate.
In linea di massima la cooperazione di credito è associazione economica in quanto gestisce un'azienda di credito nell'interesse diretto di coloro che la compongono. In concreto la cooperazione di credito si attua come cooperazione urbana di credito e come cooperazione rurale di credito, a seconda che sia rivolta a soddisfare le esigenze creditizie di piccoli imprenditori autonomi di città oppure di campagna.
E opportuno sottolineare che la c. r. è organo creditizio di piccoli imprenditori autonomi di campagna, e cioè di artigiani, piccoli proprietari e piccoli affittuari coltivatori diretti, per fissare il criterio che questo istituto deve erogare credito da destinarsi alla produzione, e non già al consumo, e tale sua funzione può, infatti, meglio tradursi, per la parte agraria, nello sconto di effetti cambiari rilasciati dai soci delle c. r. ai Consorzi agrari in occasione dell'acquisto di materie utili alla conduzione delle loro aziende.
Le c. r. si provvedono delle disponibilità necessarie per la concessione dei prestiti sia mediante operazioni di risconto del loro portafoglio presso istituti di credito maggiori, previe opportune intese, sia mediante la raccolta del risparmio sotto forma di depositi. In questa evenienza, che è poi quella normale, sono da considerarsi come delle piccole banche cooperative di deposito e sconto e del resto tali, sia pure diverse per dimensione e per composizione sociale, sono anche le banche popolari.
Piccole banche cooperative e non già piccole banche speculative: l'importanza di simile distinzione è notevole. Piccole, per la ristretta circoscrizione territoriale, per il numero dei soci, per il limite quantitativo delle operazioni, per la entità dei depositi raccolti; banche, perché hanno posizione intermediaria tra risparmiatori e bisognosi di risparmio, perché i loro utili nascono dalla differenza tra interessi passivi e interessi attivi e perché, infine, la durata delle loro operazioni è piuttosto a breve che a lungo termine; cooperative, perché sono imprese collettive di bisognosi di credito che dalla società non attendono lucri monetari bensì prestazione di servizi alle migliori condizioni possibili e nella maniera conforme ai loro investimenti.
Insomma le c. r., nella loro qualità di istituti particolari di credito, non sono altro che una organizzazione federativa di piccole imprese, artigiane e agricole, aventi funzione integrativa diretta e indiretta; diretta se ogni singolo socio fruisce immediatamente dei servigi della c. r. e indiretta qualora se ne avvalga per il tramite di altre cooperative alle quali egli partecipi come acquirente di beni strumentali oppure come trasformatore di prodotti intermedi in prodotti definitivi oppure come venditore degli uni e degli altri.
In questo caso la c. r. si pone come centro organico della vita economica di un comune rurale. E quando ciò si avvera è segno che lo spirito cooperativo ha raggiunto la sua maggiore e più efficace realizzazione.
Le c. r., in quanto sono promosse per soddisfare speciali bisogni di carattere economico, non possono consoli-
darsi e fiorire che là dove questi bisogni sono avvertiti. Se esse, per ragioni di ambiente, non fossero che piccole banche cooperative di deposito soltanto e non già anche di sconto e viceversa, mancherebbero delle condizioni per le quali la loro esistenza è giustificata.
Ma molte sono tuttora, in Italia, le zone dove le c. r. trovano motivo alla loro attualità, e queste zone sono quelle in cui la piccola proprietà coltivatrice e il piccolo affitto sono già diffusi oppure possono essere introdotti. In siffatte località le c. r. si presentano come fattore necessario e valida di perfezionamento economico; perfezionamento che, però, si avviya di coefficienti morali, quali sono un'associazione professionale cementata da una comune ispirazione religiosa e dalla scrupolosa osservanza dei precetti dell'etica cristiana.
V. anche: Istituto cattolico attività sociali.
Bibl.: G. Brol, Le c. r., Parma 1883; G. Micheli, Le c. r. italilone, ivi 1898; A. Rovigatti, C. r., 4^{°} ed., Roma 1921; I. Bruno, Le c. r. di prestiti, Torino 1922. Giulio Tamagnini
CASSETTA, Francesco di Paola. - Cardinale, n. a Roma il 12 ag. 1841 , m. ivi il 23 marzo 1919. Compiuti gli studi nelle scuole del seminario romano e laureatosi in teologia e in utroque iure, fu ordinato sacerdote il 10 giugno 1865 . Avrebbe desiderato recarsi nelle missioni tra gli infedeli, ma, per obbedienza ai superiori, dovette rimanere in Roma, ove si dedicò alla cristiana educazione della gioventù. Il 27 nov. 1884 fu eletto vescovo titolare di Amata e l'anno seguente fu nominato presidente delle scuole notturne di religione, rivestendo, nello stesso tempo, la carica di presidente dell'Accademia pontificia dell'Immacolata Concezione. Il 25 nov. 1887 fu promosso arcivescovo titolare di Nicomedia e nominato elemosiniere segreto di Leone XIII. Divenuto il 19 marzo 1895 patriarca titolare di Antiochia e vicegerente di Roma fu prezioso collaboratore del card. Parocchi nel governo ecclesiastico dell'Urbe e il 1^{°} apr. 1899 ebbe la singolare ventura di conferire, nella sua cappella privata, l'ordinazione sacerdotale ad Eugenio Pacelli, oggi regnante pontefice Pio XII. Creato da Leone XIII il 19 giugno 1899 cardinale del titolo di S. Crisogono, divenne successivamente vescovo di Sabina ( 27 maggio 1905), di Frascati (27 nov. 1911) e sottodecano del S. Collegio. Fu, inoltre, prefetto delle Congregazioni del Concilio e degli Studi e bibliotecario di S. Romana Chiesa.
In Sabina visitò due volte la diocesi vasta e montuosa e a Frascati rivolse le sue particolari cure al seminario e festeggiò, con grande solennità, il centenario della Madonna di Capocroce. Fu un generoso ed ardente propulsore di tutte le più moderne forme di azione cattolica avendo per emblema della sua operosa esistenza la più effusa carità. Il suo ricco patrimonio familiare fu da lui lasciato, con testamentaria disposizione, alla Congregazione di Propaganda Fide per le missioni povere.
Bibl.: F. Vistalli, Il card. F. di P. C., Bergamo 1934.
Mario De Camillia
CASSIA (Kaoí, Ixaoia, Elxaoia tutte forme facilmente riducibili all'unica, preferibile: Kaoaia. Gli insulani di Kšoos la vorrebbero loro concittadina, donde Kaooaví, peraltro senza fondamento). - Poetessa bizantina, n. molto probabilmente a Costantinopoli sulla fine del sec. viri o nei primi anni del ix, e vissuta, sembra, fin oltre l'850.
Giovane di rara bellezza, avrebbe ottenuto, al dire di Simeone Magiaros, il pomo d'oro dall'imperatore Teofilo e sarebbe divenuta sua sposa, se una risposta pronta e modesta, ma di cui l'imperatore rimase offeso, non le avesse fatto preferire la rivale Teodora. V'è chi pensa che C. fin dai primi anni avesse consacrata la sua verginità al Signore, spiegando così la risposta data all'imperatore, e ritenendola destinataria di tre lettere indirizzate a una giovane costantinopolitana, di nome C., da s. Teodoro Studita. An-
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cora giovane fondò a Costantinopoli un monastero, che da lei prese nome e nel quale si ritirò, per passarvi, fattasi religiosa, il resto dei suoi anni. Le composizioni poetiche, che di lei si conservano, furono scritte in questo secondo periodo della sua vita e si dividono naturalmente in due classi : poesic profane, o Sentenze, e poesie liturgiche : Idiomeli, Irmi e un Comune intero per i defunti. Nelle prime i versi sono trimetri giambici; l'argomento molto vario; lo stile semplice, senza ornamenti e senza pretese: esse si rivelano opere di una donna di età avanzata. Le poesie religiose sono, per valore letterario, superiori alle profane e l'ispirazione poetica di C. vi si sviluppa più liberamente. Negli Idiomeli C. è autrice anche della parte musicale. Alcune di queste poesie sono passate nella innografia ufficiale della Chiesa greca. Oltre all'episodio, che avrebbe dovuto farla imperatrice, altri se ne raccontano, che della vita di C. fanno un romanzo, sì che, specie nel secolo scorso, ha tentato la penna di diversi romanziari e poeti.
Bibl.: Poesie di C. si trovano in Christ-Paranikas, Anthologia graeca cornicum christianorum, Lipsia 1871, p. 103 sE. Krumhocher, p. 713 sgg.; id., Kasin, in Abhandl. der bayer, Akademie der Wissenschaften, Monaco 1897, pp. 303-70; B. A. Mystakides, in 'Ophidobia, 1 (1976), pp. 247-51, 314-19. V. pure S. Petridès. C.. in Revue de l'Orient chrétien, 7 (1902), pp. 218-44; J. Pticharia. C. et la pomme d'or, in Atumaine de l'Ecole des hautes études, Parigi 1910-11, pp. 1-54. Graziella Mint
CASSIANO, Giovanni. - G. C., natione Scyta (Gennadio), secondo un'opinione oggi abbastanza comune, n. nella Dobrugia da genitori facoltosi verso il 360 . Ricevuta una buona formazione negli studi classici, ancor giovane fu monaco a Betlemme; indi dal 385 ca. per 7 anni soggiornò in Egitto per impararvi a conoscere la vita monastica, ivi fiorente; dopo un altro soggiorno, assai breve, nel monastero di Betlemme, di nuovo tornò per vari anni in Egitto presso i monaci. Verso il 399 si recò a Costantinopoli, forse

(let. Enc. Catt.)
Cassiano - Collatio. IV, 19. Codice del sec. viII. Biblioteca Vaticana, cod. Vat. lat. 2766, f. 41
a causa delle agitazioni origenistiche ; qui fu ordinato diacono da s. Giov. Crisostomo, per la cui causa lo troviamo attivo a Roma nel 405. Dal 415 si ritirò a Marsiglia, prete, fondatore e capo del monastero maschile di S. Vittore, fondatore inoltre di un monastero per monache nella stessa regione. Mori verso il 435 .
Vasta è la produzione letteraria di G. C. :
1) De institutis coenobiorum et de octo principalium citiorum remediis libri XII scritto verso il 420. Il 1. I tratta dell'abito monacale, il II e III delle ore di preghiera ("canonica») nel monastero, il IV del noviziato e professione; i restanti libri dal V al XII, sono sulle principali passioni (otto) e le virtù opposte. L'opera mostra la concezione che ha C. della vita cenobitica, i cui compiti vengono presentati in maniera profonda specialmente nel I. IV le idee di questo libro dominano tutta l'opera.
2) Collationes XXIV, in tre riprese: I-X pubblicate verso il 420, XI-XVII prima del 426, XVIIIXXIV prima del 429. L'opera è consacrata essenzialmente alle idee della vita eremitica.
3) De incarnatione Domini contra Nestorium libri VII. Scritto prima dell'estate del 430 dietro preghiera dell'arcidiacono romano in seguito papa Leone I. L'opera è assai inferiore agli scritti monastici di C . C. è interamente monaco: solo da questo punto di vista sono da considerare le sue due opere principali. La sua dottrina monastica riposa su questi concetti fondamentali : meta della vita monastica è la contemplatio; condizione per la contemplazione è la vita actualis. Da questi principi, applicati alla vita, per C. sgorgano due conseguenze: i) la vita contemplativa intesa come contemplatio relative iugis è possibile solo nella vita eremitica; 2) la vita actualis costituisce il compito essenziale del cenobio, che quindi vien considerato come scuola preparatoria della vita eremitica (Coll. XVII e XIX: De tribus generibus monachorum; De fine coenobiotae et heremitae).
La Coll. I contiene le linee fondamentali di tutta la dottrina del nostro autore, cosicché la loro comprensione ci dà la chiave per capire C. La vita actualis consiste nella "correctio morum et consummatio vitae perfectae" (De inst., prooemium). E queste non possono effettuarsi senza lotta, lotta che viene insegnata nella seconda parte del De inst. dal I. V al XII, nelle Coll. I V-V I, VIII e in altri luoghi delle due opere (v. ad es., il simbolismo dell'abito monastico in De inst., II. II-IV).
La professione, abrenuntiatio, descritta nel De inst., 1. IV, obbliga il cenobita a una totale rinuncia nella completa povertà di Cristo, nell'umiltà di Cristo, nella sua obbedienza e pazienza e nelle altre virtù (su ciò v. anche la Coll. III: De tribus abrenuntiationibus e la Coll.XXIV: De mortificatione). Tutte queste virtù sono il frutto della conformità alla vita e passione di Cristo, e alla sua croce, in cui per C. (come già per Pacomio) si concentra tutta la vita del cenobita. E questa conformazione porta anche alla vita in Cristo (De inst., 1. IV).
I mezzi principali perché il cenobita possa raggiungere il suo scopo sono: ieiunia, vigiliae, paupertas, labor, frequens lectio et meditatio scripturarum, decantatio crebra psalnorum, orationum sedulitas. L'ascesi non è fine a se stessa, ma offre solo gli instrumenta. Il frutto più alto della vita actualis è la puritas cordis (C. evita la apatheia divenuta sospetta nella questione pelagiana) : cor intactum a cunctis perturbationibus custodire (Coll. I e VI, 3). La puritas cordis è in stesso che la caritas perfecta, apostolica, quae foras mittit
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timorem (su cui cf. specialmente la Coll. XI; De perfectione). Essa costituisce lo scopo proprio del cenobio, e il monaco che l'ha raggiunta, si trova ormai alla porta aperta della vita contemplativa.
Per la realizzazione della vita actualis e di quella contemplativa (theoretica) è d'importanza capitale la discretio, per distinguere ciò che favorisce il bene da ciò che gli è contrario, ciò che viene da Dio da ciò che viene dall'uomo o dal diavolo (se ne tratta specialmente nella Coll. II). L'uomo non può arrivare alla completa impeccabilità (Coll. XXIII: De onamarteto). Per fare il bene è incessantemente necessaria la Grazia di Dio: C. insiste su questo punto con la più grande energia. Però egli pensa, in opposizione ad Agostino, che per salvaguardare la libertà della volontà si deve ammettere nel libero arbitrio un minimo di iniziativa del tutto indipendente. Così C. è diventato il rappresentante del semipclagianismo : senza questo errore lo si sarebbe potuto denominare un «doctor gratiae».
La preghiera comune e privata costituisce il compito più nobile del cenobita. Anche la contemplatio trova posto nel cenobio; solo che li essa non può esercitarsi facilmente, o almeno non può essere iugis, perché interrotta in tanti modi dai doveri della vita comune. In compenso però il cenobita coglie il primo merito dell'obbedienza. Nel cenobio l'elemento contemplativo è il mezzo più efficace per la virtù (a un di presso come per s. Tommaso, Sum. Theol., I { }^{2-220}, q. 182, a. 4 : movet et duvet).
Dell'essenza della vita eremitica, la contemplatio iugis, C. tratta in esteso specialmente nella Coll. IX: la oratio pura, le forme della preghiera, il senso del Pater noster, la oratio ignea, per C. forse il più alto grado di preghiera, la compunctio e il dono delle lagrime, i segni da cui sappiamo di essere esauditi, la oratio in cubiculo clauso, l'oratio brevis. La Coll. X è tutta consacrata alla contemplatio perpetua. C. si rivela qui come in altri punti, seguace della spiritualità alessandrina. La Coll. XIV: De spiritali scientia tratta della vita contemplativa del punto di vista della gnosis, quale appunto è questa scientia spiritalis, di nuovo nel senso degli Alessandrini. In fondo essa è una più profonda, "spirituale» comprensione delle S. Scritture, con applicazione anche alla vita morale. Condizione di questa spirituale comprensione, le cui forme principali sono Tipologia e Allegoria, di nuovo è la vita actualis.
Nonostante le forme libere, specialmente nelle Collazioni, la dottrina di C. mostra una grande compiutezza e unità : per rendersene conto, dopo lo studio del De Inst. e delle Coll., si ritorni alla Coll. I.
Tale compiutezza e la ricchezza di pensiero, col più grande calore e in buona lingua, anche se talvolta un po' troppo prolissa, hanno procurato alle due opere principali quel successo, che dura ancora.
Fonti. - Tra le fonti della dottrina di C., dopo la S. Scrittura, che egli cita ca. 1800 volte servendosene per lo più secondo l'esegesi alessandrina, sono da ricordare Basilio, Girolamo, Palladio, Ruffino, Atanasio, il Crisostomo, e, soprattutto, Evagrio Pontico. Molto inoltre C. deve senza dubbio alle sue personali esperienze.
Tutti questi coefficienti gli sono stati di aiuto, quando egli si decise per i suoi amici di Occidente, a rinfrescare e mettere in scritto i ricordi dei colloqui che aveva avuti coi monaci orientali. Egli stesso rileva che ciò, dopo tanto tempo, non gli riusciva facile. Tale ricordo, conservato e divenuto operante nella sua vita di monaco, maestro e guida dei suoi,
e il proprio pensiero, costruito su ciò che aveva udito e imparato, si sono cosi intimamente compenetrati. E la storicità del disegno ch'egli traccia delle condizioni del monachesimo, dopo le più recenti conferme, non si può più revocare in dubbio.
Bibl.: Edizione critica di M. Petschenig: CSEL, XIII, XVII (Inst. e Contra Nettorium). Conserva ancora il suo pregio il commentario di Gazzeus in FL 49-50; M. Olphe-Galliani, s. v. in DSp. II, coll. 214-76; Schana - Krüger, IV (1920), p. 31 sgg.; Bardenhewer, IV (1924), p. 558 sgg.; la letteratura per le singole questioni è ottimamente indicata in M. Viller e H. Rahner. Assere und Mystik in der Väterzeit, Friburga 1939. p. 184 sg.; M. Walther, Pondus, Dispensatio, Dispozitio, Diu. Bern., 1941, pp. 57-80, 162-68; L. Cristiani, C., a voll., Parigi 1946; J. Marrou, in Rev. du moyen-âge latin, 1946, p. 329; M. Rothenhausaler, Das innere Leben des Zonakiten nach Yoh. Cassianus und die Regel des hl. Benediktus. Bene-dihtus-Festschrift, Münster in W. 1948, pp. 276-91.
Manto Rothenhausaler
CASSIANO d'IMOLA, santo. - E sconosciuto il luogo di nascita e il tempo della morte, come pure molto incerte sono le notizie riguardanti le circostanze del suo martirio. Prudenzio (Peristephanon, IX) attesta di aver veduto ad Imola una pittura raffigurante un uomo nudo circondato da ragazzi che inferocivano contro di lui con gli stili, e che il custode del luogo spiegavagli essere quello il martire C. maestro di scuola, ucciso in quel modo per comando del magistrato dagli stessi suoi scolari, per essersi rifiutato di sacrificare agli idoli.
Questo genere di martirio sembra essere stato ricalcato su quello di s. Marco d'Aretusa o sul racconto della morte del maestro traditore, di cui parla Tito Livio ( A B Urbe condita, V, 27). E certo però che nel sec. v esisteva ad Imola la venerazione del martire C., con una chiesa a lui dedicata, e se ne faceva la commemorazione il 13 ag. Di C. rimangono due gruppi di Passioni, l'uno dipendente in tutto da Prudenzio, l'altro dai Gesta ss. C., Ingenuini et Allouini (BHL 241, 1627, 4273).
Bibl.: Acta SS. Augusti, III, ed. Parigi 1867, pp. 16-23; P. Franchi de' Cavalieri, Nuove note opiografiche (Studi e Testi, 9), Roma 1902, pp. 68-70; id., Hagiographica (Studi e Testi, 19), ivi 1908, pp. 131-32; id., Le leggende di I. C. d'Imola, in La Romagna, 10 (1913), p. 56 sgg .; id., sotto lo stesso titolo, in Didashaleion, 3 (1925), pp. 1-44; Martyr. Hieronymianum, pp. 440441.
CASSIANO da Macerata: v. beligatti cassiano.
CASSIANO da Nantes, beato: v. agatangelo da VENDôme e CASSIANO da NANTES, beati.
CASSIANO di TângERI, santo. - Subi probabilmente il martirio nel 298. Per quanto sia ricordato da Prudenzio (Peristephanon, IV, 45), sembra certo che non dovette esistere alcun documento sulla sua morte, poiché per fargli una storia si credette bene aggiungerne una notizia in appendice alla Passio Marcelli, martire Tingitano, messo a morte il 30 nov. dello stesso anno.
Secondo questa Passio, C. sarebbe stato segretario del vicario del prefetto del pretorio di Tangeri, Agricolano; e, assistendo all'ingiusta condanna di Marcello, avrebbe protestato gettando via lo stilo e le tavolette sulle quali scriveva; preso e giudicato sarebbe stato condannato a morte. Nel Martirologio geronimiano è commemorato il 3 dic.
Bibl.: Acta SS. Octobris, XIII, ed. Parigi 1885, pp. 274284; P. Monceaux, Histoire littéraire de l'Afrique chrétienne, III, Parigi 1905, p. 121 sgg.; P. Franchi de' Cavalieri, Hagiographica (Studi e Testi, 19), Roma 1908, pp. 132-33; H. Delehaye, Les actes de s. Marcel le centurion, in Analecta Ballaudiana, 41 (1923), pp. 276-78.
Agostino Amore
CASSINO: v. MONTE CASSINO.
CASSIODORO (Flavius Magnus Aurelius Cassiodorus senator). - N. nel 485 ca. a Scyllacium, nel Bruzio, l'odierna Squillace, da famiglia di potenti funzionari diorigine siriaca. All'alta condizione della fami-
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glia (poiché il padre, praefectus praetorio, ben presto lo assunse come consiliarius), ed alle proprie qualità di retore, spiegate in elogio al re Teodorico, deve C. la rapida fortuna che lo fece, forse neppur ventenne, quaestor e segretario del re, e lo condusse poi fino al vertice della scala degli onori : consul ordinarius nel 514 , poi magister officiorum, quindi praefectus praetorio nel 533, ed infine patricius. Quattro re dei Goti, Teodorico, Atalartico, Teodato e Vitige, lo ebbero a proprio ministro. Attraverso la lunga vita politica, C., il mag-
da Adamo ai tempi dell'autore. Sino all'età romana riprende da Eusebio, poi da Livio, Aufidio Basso, Vittore d'Aquitania e da cronisti italici, specialmente per la lista dei consolati, alla quale sono frammiste poche notizie. Nello sfondo c'è il motivo dell'elogio dei Goti. Questo motivo apertamente si spiega nel De origine actibusque Getarum composte in 12 libri sotto Atalarico e di cui ci resta il magro compendio di Jordanes (v.). C. fece in modo da identificare i Goti con i Geti e quindi con gli Sciti, attribuendo loro tutte le geste e le leggende di quei popoli. Così riusci a rivestire la storia barbara non solo della maestà della lingua di Roma, ma anche dell'incanto delle sue vetuste origini e leggende. Le Variae, che ci sono state trasmesse, sono una silloge di 468 lettere, divisa in 12 libri, raccolta nel 537. Sono le lettere da lui scritte quale uomo di stato; ma il sesto ed il settimo libro appaiono semplici formulari. Sul finire, la raccolta prende aspetto di enciclopedia, per le divagazioni su argomenti di morale, diritto, politica, arte e storia naturale. Nelle Variae l'attenzione dell'autore par volta principalmente allo stile, che è ampio e ampolloso, riflettendo una caratteristica dei tempi; allo stile, oltreché al contenuto, si riferisce il titolo. L'opera non ebbe nelle intenzioni dell'autore, ma ha invece per noi, carattere di informazione storica. L'Ordo generis Cassiodororum, che ci è in parte rimasto, è infine una memoria genealogica della famiglia di Cassiodoro.
Poco dopo le Variae fu scritto il breve trattato, in dodici capitoli, De anima, che già rappresenta un avviamento dello spirito dell'autore verso problemi diversi. Sulla scorta di s. Agostino, di Tertulliano e di Claudiano Mamerto, egli distingue anzitutto i vari significati della parola "anima"; poi la definisce : creata da Dio, spirituale e di speciale sostanza, vivificatrice del corpo, razionale ed immortale, capace di volgersi al bene o al male. E fatta di luce, come di luce è fatto Dio, ed è priva di forma ed incorporeo. Le sue quattro virtù cardinali sono completate da altre virtù morali: "contemplatio", "iudicialis" (per distinguere il bene dal male), e "memoria"; essa possiede inoltre cinque virtù naturali per il controllo del corpo. E creata da Dio, come la fede c'insegna, ed ha sede nel capo ma è espansa in tutto il corpo, tempio mirabile ed armonioso creato per essa. Si parla quindi dei particolari segni attraverso i quali i buoni ed i cattivi vengono riconosciuti, ed il libro termina con una preghiera.
Le meditazioni sull'anima sono il ponte di passaggio dalle opere secolari alle quattro principali del periodo monastico. Queste sono aderenti ai concetti di operosità culturale cui C. improntò la vita creata

(da F. Ebris - P. Licharet, Specimina codicum tutinarum. Berline - Ligula 160; sec. 13)
Cassiodoro - De institutione divinarum litterarum, capp. 8 e 9. Codice in semicorava dell'Italia settentrionale (sec. viII). Vercelli, biblioteca Capitolare, cod. n. 183, f. 104.
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per sé e per i suoi monaci; sono azione religiosa, come prima i suoi scritti erano stati azione politica. Ma esse non rappresentano un distacco ascetico dal mondo, poiché la voce di questo è anzi presente per l'attenzione rivolta alla cultura umana dell'antichità : solo, questa non è più fine a se stessa o scala ad onori mondani, ma sottomessa a Dio e strumento per l'interpretazione della sua parola.
Le Complexiones in psalmos sono soprattutto ispirate dalle Exurrationes in psalmos di s. Agostino "un ruscello tratto dal mare ", come dice l'autore con senso di alta ammirazione per l'opera del maestro. Precede una ricca prefazione in 17 capitoli sull'indole del salterio e sulla sua interpretazione. In questa C. procede con un certo schematismo, ma dà le massime preferenze all'esposizione allegorica. Ogni salmo viene da lui riferito alla vita di Cristo o alla Chiesa. Molto simili sono le Complexiones in Epistolas et Acta Apostolornm et Apocalypsin, non commento seguito, ma note esegetiche che summatim dicendo diverso complectuntur quace sibi tangenda esse pooponunt. Ma l'opera principale di C. monaco sono le Institutiones divinorum et snecularium litterarum. Esse pure sono nate da uno scopo pratico. Poiché il tempestoso secolo non aveva permesso la progettata fondazione, con l'aiuto di papa Agapito ( 533 -56), di una scuola teologica in Roma per lo studio delle divine Scritture, C. vi vuol supplire con queste sue Institutiones o avviamento allo studio delle scienze teologiche e specialmente della S. Scrittura (ca. il 544). Il primo libro ci fa conoscere gli autori latini o greci tradorti in latino, conservati nella biblioteca del convento, che possono aiutare allo studio dei singoli libri sacri; svolge questioni di critica testuale, dà cenni di cosmografia biblica; raccomanda il lavoro manuale come diversivo dello studio soprattutto quello che consiste nel ricopiare codici. Il secondo libro in sette capitoli, espone gli elementi delle sette arti liberali. Il De orthographia è anch'esso un manuale composto a richiesta dei suoi monaci, composto con estratti ricavati dagli scritti di otto ortografi antichi. La Historia ecclesiastica tripertita, fu compilata con estratti dalle storie di Socrate, Sozomeno e Teodoreto che il monaco Epifanio aveva per lui espressamente tradotte dal greco. Come tale, l'opera non ha per noi che il valore di una versione, spesso neanche ben riuscita, ma per i posteri di C., che ignoravano gli originali, rappresentò un prezioso manuale di storia ecclesiastica antica.
La figura di C. appare, nel complesso, dotata di singolare armonia tra le qualità intellettuali e quelle pratiche, sebbene queste per forza di circostanze sembrino in molte parti avere la prevalenza. Il progetto di fusione tra barbari e Romani, che è fondamento della prima parte della sua vita, rappresenta un tentativo d'immettere nuovamente l'elemento romano tra le forze attive della politica. Fallito questo compito, C. si volge, con atto che a noi appare improntato ad acuta percezione storica, ad un diverso compito, in cui la sopravvivente forza di Roma è legata invece alla Chiesa. Egli scioglie così la lunga controversia tra cultura profana e cristianesimo. Come scrittore egli si è riservato il modesto ma utile compito di compilatore, formando con Dionigi il Piccolo e Isidoro di Siviglia quel trinomio che più ha contribuito a salvare la cultura antica nel medioevo. La trasmissione di questa diviene in lui opera fervida e limpidamente consapevole, cosi come è limpidamente veduta nelle Institutiones la figura del monaco le cui tre dita scriventi, assomigliate alla Trinità, "fugano davanti a loro le tenebre ".
BibL.: Opere: l'edizione migliore complessiva è quella del maestro J. Garet riprodotta in PL 69-70. Migliore edizione della Chronica a cura di Th. Mommsen, in MGH, Auctores antiquissimi, XI ; Chronica minora, II, pp. 109-61; le Variae, i frammenti della Orationes e l'Ordo generis Cassiodororum, a cura dello stesso, ibid., XII ; il De orthographia da B. Keil in Grammatici latini, VII, Lipsia 1880, pp. 129-210. Edizione critica

(da Th. Mommsen in MGH, Auctores antiquissimi, XI, Hounsert, [ot])
Cassiodono - Miniatura raffigurante C., premessa al monoscrito delle Variae proveniente dal Monastero di N. Maria - extra moenia - di Fulda (sec. xili - Leida, biblioteca, cod. n. 46.
delle Institutiones da R. A. B. Mynors, Oxford 1937. Studi: A. Thorbecke, C. Senator, ein Beitrag zur Geschichte der Välberwanderungen, Heidelberg 1867; A. Franz, M. A. C. Senator, Breslavia 1872; I. Ciampi, I Cassiodori nel V e nel VI sec., Imola 1876; G. Manzi, M. A. C., Napoli 1893; C. Pujia, M. Aurelio C. in Calabria, Roma 1909; P. Lehmann, Cassiodoretudien, in Philologia, 71 (1912), pp. 278-99; 72 (1913), pp. 303-317; 73 (1914), pp. 223-73; Schatz-Rrüger, IV, II, pp. 92-109; G. A. Punzi, L'Italia del VI sec. nelle Varine di C., Aquila 1927; A. Van der Vyver, C. et son onvere, in Speculum, 6 (1931), pp. 244-92; id., Les Institutiones de C. et sa fondation à Vismrium, in Rev. béméd., 23 (1941), p. 39 sg.; Bordenbewer, V, pp. 264-78; Martens, III, II, pp. 1308-61; P. Courcelle, Le site du monastère de C., in Mélanges d'archéol. et d'histoire, 55 (1938), p. 239 sgg.; id., Les lettres grecques en Occident, Parigi 1943, pp. 313-88; G. Bardy, C. et la fin du monde ancien, in Année théologique, 6 (1943), pp. 383-422; L. W. Jones, C. Senator, Nuova York 1946; L. W. Laistner, The Value and Influence of C. Ecclesiastical History, in Harvard Theol. Rev., 41 (1948), p. 51 sg.; P. Courcelle, Histoire littéraire des grandes invasions germaniques, Parigi 1948, p. 171 sg. Marcella Aurigemms
C. e la medicina. - Nel campo medico, C. ebbe notevole importanza per molteplici ragioni.
Alla sua saggia opera di consigliere e di coadiutore del re Teodorico, la medicina dovette il risollevarsi della sua dignità. Ripristinò l'ufficio degli archiatri, ed istituì la carica di Comes archiatrorum, autorità suprema nella legislazione medica del tempo, specie di giudice insindacabile che poteva decidere di tutte le questioni che fossero potute insorgere tra i medici. Fu anche autore della formula di investitura del Comes archiatrorum nella quale la medicina veniva definita l'«arte prima tra le più utili che contribuiscono a sostenere l'indigenza dell'umana fragilità ». Tutto ciò era assai significativo, di fronte alla condizione troppo umile del medico e della medicina nella le-
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gialazione gotica. Infine anche nel ritiro di Squillace, molto si occupò con i suoi monaci di medicina e di soccorso agli infermi, sia praticamente, sia con la cura che ebbe di codici medici.
BibL.: S. De Renzi, Storia della medicina in Italia, Napoli 1842-48; F. Pucrinotti, Storia della medicina, ivi 1860; B. Albers, Il monachismo prima di s. Benedetto, Iv