volume-03

Back to Volumes
olto si occupò con i suoi monaci di medicina e di soccorso agli infermi, sia praticamente, sia con la cura che ebbe di codici medici.

BibL.: S. De Renzi, Storia della medicina in Italia, Napoli 1842-48; F. Pucrinotti, Storia della medicina, ivi 1860; B. Albers, Il monachismo prima di s. Benedetto, Ivi 1912; A. Pozziui, Storia dell'inegnamento medico in Roma, Bologna 1933, pp. 130-37, 140-43; A. Castiglioni, Storia della medicina, Milano 1936.

CASSOVIA, diocesi di. - In Cecoslovacchia. La città (slovaeco Košice, ungherese Kassa, tedesco Kaschau) è un importante centro culturale ed economico nella Slovacchia orientale. Fino al 1918 appartenne all'Ungheria, poi alla Cecoslovacchia. Tornò temporaneamente all'Ungheria per l'arbitrato di Vienna(1938).Dal 1945 è di nuovo della Cecoslovacchia.

La cattedrale di S. Elisabetta è il più grandioso edificio gotico verso l'est dell'Europa. Cominciata nel 1578, fu terminata alla fine del sec. xv. E in stile gotico culminante a tipo basilicale, con 5 navate longitudinali ed una trasversale, più le cappelle nel fianco sud; ma nella ornamentazione si vedono già le forme tardo. La torre principale non fu mai finita, invece la torre settentrionale ebbe una guglia barocca. All'esterno vi sono preziose sculture nei portali occidentale e settentrionale. Nell'interno si annnira l'altare maggiore (preziosa opera scultoria in legno, 1474-77), molte tavole gotiche, un elegante tabernacolo, pure gotico, a forma di torre, e nella cripta le tombe della famiglia Rákóczy. La cattedrale subì gravi danni nel terremoto del 1884. Fu restaurata nel 1886-96. Altre importanti chiese: S. Michele (gotica del sec. xIII), dei Donenicani (sec. xiv), dei Gesuiti (ora dei Premonstratensi del 1671) e la chiesa moderna di S. Maria (1938).

Nel campo religioso la città ebbe importanza durante le guerre religiose del '6oo quale baluardo della riforma protestante e focolaio di tutte le rivolte dei protestanti contro gli Asburgo. I calvinisti per quasi un secolo adibirono al loro culto la Cattedrale, e nel 1619 martirizzarono tre beati martiri di C. (v. sotto). Per la restaurazione cattolica i Gesuiti fondarono un collegio ed una Accademia di grado universitario (1660-1773). Si ebbe pure un'Accademia giuridica fino al 1922. Dal 1946 si sta ricostruendo di nuovo l'Università (la facoltà d'Ingegneria e nel 1948 quella di Medicina).

La diocesi fu eretta il 10 ag. 1804, suffraganea dell'arcidiocesi di Agria (Eger), dalla quale fu staccata con 149 parrocchie. Nello stesso anno fu costituito il seminario diocesano. Dopo il 1918 la diocesi fu tagliata in due parti dalla frontiera della Cecoslovacchia: 156 parrocchie con la città vescovile rimasero in Cecoslovacchia, 46 in Ungheria. Per queste parrocchie in Ungheria la S. Sede eresse nel 1937 un'amministrazione apostolica in Szikssó. Pure nel 1937 la diocesi di C. fu staccata dalla provincia ecclesiastica di Agria e sottoposta immediatamente alla S. Sede. Dopo l'arbitrato di Vienna, nel 1939, l'amministrazione apostolica in Szikssó si ricongiunse alla diocesi; invece per la parte slovacca fu eretta l'amministrazione apostolica in Prešov, insieme con le 37 parrocchie della diocesi di Rosnavia (Rožňava) e 5 parrocchie della diocesi di Satu-Mare (Szatmár), rimaste in Slovacchia. Ora (1949) sotto la giurisdizione del vescovo di C. si trova tutta la parte della diocesi situata in Slovacchia, più 13 parrocchie della diocesi di Satu-Mare (situata in Romania).

Statistiche (1948). - La diocesi in Slovacchia conta: superfice 8566 kmq., parrocchie 167, sacerdoti diocesani 240, case religiose 33, cattolici di rito latino 292.681 su 570.430 ab. (nel quale numero complessivo sono compresi anche ca. 200.000 cattolici di rito orientale, appartenenti alla diocesi di Prešov [v.]). L'amministrazione apostolica di Satu-Mare conta: superfice 903 kmq., parrocchie 13, sacerdoti diocesani 19, cattolici di rito latino 18.219 su 43.942 ab. La parte della diocesi di C. in Ungheria, sotto la giurisdizione dall'amministratore apostolico in Szikszó conta: parrocchie 49, cattolici 85.000. - Vedi Tav. LVI.

BibL.: F. Krones, Zur Geschichte der oberungarischen Preistadt Kaschau, in Archin für österr. Geschichte, 31 (1864), pp. 1-56: A. Nyáry, Der Dom zu Kaschau, Budapest 1896; B. Szobolnaky, A zodzéves Kanski piszpökség 1804-1904 (1 Cento anni del vescovado di C. 1), Cassovia 1004; anche in tedesco, ivi 1908; Katoliche Slovensko ( { }² Slovacchia cattolica 1), Tirnava 1933, pp. 3045; V. Wick, Dóm Sv. Alčbety v Košiciach (s Il duomo di S. Elisabetta a C. 1), Cassovia 1936 (anche in ungherese); Kassa (C.), a cura della Società Kasinczy, ivi 1941; Schematismus vesuvabilis cleri administrativmum apostolicum Cassoviensis, Samaritensis et Satmaviriensis in Slovachia, Prešov 1944; V. Baláz, Spriesodea po Košiciach ( { }² Guida di C. 1), Cassovia 1948. Michele Lacko

Beati martiri di C. - Sono tre: 1) Crisino Marco Stefano (lat. Crisinus, croat. Križevčanin, slov. Krizin, ungh. Körösy), Canonico metropolitano di Strigonia, n. a Križevci (Crisio) in Croazia nel 1588, m. a C. il 7 sett. 1619. Di nobile famiglia croata, studiò a Graz, ottenendo il dottorato in filosofia, dal 16111615 fu a Roma nell'Università gregoriana, come alunno del Germanicum. Tornato in Croazia esercitò zelantemente la cura pastorale. Nel 1616 il card. Pázmány lo chiamò nella sua arcidiocesi di Strigonia e lo nominò professore e rettore del seminario di Tirnava, nel 1617 canonico di Strigonia (residente però a Tirnava dove si era trasferita la curia metropolitana a cagione dei Turchi), nel 1618 arcidiacono del distretto di Komárno. All'inizio del 1619 fu mandato dal Capitolo ad amministrare i beni della già abbazia benedettina di Krásna (Széplak), presso C. (Košice). 2) Grodezio Melchior (lat. Grodecior, polac. Grodziecki, slov. Grodecký, ungh. Grodecz), sacerdote, gesuita, n. a Tešin in Slesia nel 1584, m. a C. il 7 sett. 1619. Entrò nella Compagnia di Gesù a Brno, predicò a Praga, poi a Humenné in Slovacchia, e nel 1619 fu mandato a C. come cappellano delle truppe imperiali. 3) Pongrazio Stefano (lat. Pancratius, o Pongracius, ungh. Pongrácz, slov. Pongrác), sacerdote, gesuita, n. nel castello di Alvincz in Transilvania nel 1582, m. a C. l'8 sett. 1619. Entrò nella Compagnia di Gesù a Brno nel 1602, studiò filosofia a Praga, teologia a Graz. Lavoro nei collegi di Lubiana, Klagenfurt e a Humenné. Nel 1619 fu inviato a C. per aver cura specialmente degli Ungheresi.

Tutti i tre furono martirizzati a C. (Košice), il 7 sett. 1619 da soldati calvinisti al comando di Giorgio Rákóczy, generale del duca protestante Gabriele Bethlen.

Le reliquie, sepolte dapprima nei sotterranei della casa del martirio, furono acquistate e trasportate dalla contessa Caterina Pálfy nel 1620 a Nižný Sebeš, poi nel 1635 a Tirnava, prima nella chiesa delle Clarisse e poi, nel 1784, nella chiesa delle Orsoline. Dopo il 1904, fatta la ricognizione, le reliquie di M. Crisino furono deposte a Strigonia, e quelle dei due Gesuiti nella chiesa dei Gesuiti a Tirnava. Furono beatificati il 15 genn. 1905.

BibL.: N. Angelini, I beati con. Marco Stefano Crisino, pp. Stefano Pongrácz e Melchior Grodecz d. C. d. G., 2^{text {a }} ed., Roma 1904; i documenti del processo di beatificazione in ASS, 36 (1903-1904), pp. 493-95, 619-21; ibid., 39 (1906), pp. 143-50. Paolo Balan

CASTA. - Dal lat. castus con significato di «(razza) pura»; voce adottata nel sec. xv dai Portoghesi colonizzatori del Malabar e corrispondente al sanscrito varna "colore" e jāti "razza". Essa si riferisce a quella particolare forma di convivenza sociale propria dell'India e che è contraddistinta da queste tre caratteristiche: i) specializzazione ereditaria, di padre in figlio, della professione e del mestiere; 2) interdizione rigorosa di contatti, specialmente connubio e mensa, con individui di altre c.; 3) rispetto della gerarchia brahmanica, come regolatrice e vindice suprema delle leggi della c. Se manca uno di questi elementi non si ha la c. in senso proprio.

## Page 592

Le quattro c. fondamentali dell'India: brahmani (sacerdoti) bqatriye (guerrieri), waîya (commercianti), êddra (contadini) tuttora costituiscono l'impalcatura sociale del paese. Ma dall'incrocio di esse si sono formate diverse sottocaste (jâtayas), la cui discendenza ha maggiore valore se il padre appartiene a una c. superiore, è invece disprezzata se a questa appartiene la donna.

Già nel sec. xvir documenti ufficiali intitolati jativi veka "distinzione delle sottocaste» (India Off. codd. 1638, 1639, parzialmente tradotti da R. Nobile, v. bibl.), elencavano 60 sottocaste. Ma da allora ad oggi il numero è oltremodo aumentato; né l'azione livellatrice del governo inglese, pur unificando tanti aspetti della vita sociale (visibilità, commercio, accessione ai pubblici impieghi), è riuscita a sopprimere il quadro fondamentale della vita sociale indiana che la tradizione brahmana dice uscita dalle membra di Brahma consacrandone con ciò lo schema. Perché la differenziazione tra i gruppi e i sottogruppi con la conseguente interdizione di connubio e di commensalità con genti di gruppi non affini si riaffaccia sempre, determinata da vari motivi: l'emigrazione che rende gli emigrati estranei ai gruppi dei rimasti; l'appartenenza a sète religiose diverse; l'accessione all'indulamo di razze marginali semibarbare che finiscono per costituire una nuova c. a sé. L'origine del sistema castale si spiega con il fatto che gli Arii, di razza bianca e bionda, invasori dell'India popolata di razze di colore, pur adattandosi a spessare donne dei vinti, non consentirono a dar le loro figlie ad uomini di colore anzi degradarono i frutti di questa unione. Si determinò così una rigorosa endogamia in seno alla c. superiori; ed è forse questa norma endogamica, che restringe per le fanciulle la possibilità del connubio, quella che spiega la proibizione del secondo matrimonio delle vedove e la preoccupazione di maritare le ragazze in tenera età.

La c. ha assicurato in India, tra gente che il clima rende facilmente infingarde, la continuità del lavoro; ha conservato la fisionomia del paese nonostante le varie dominazioni asiatiche ed europee succedutesi nel paese; ha garantito la legittimità dell'ordinamento sociale ponendolo sotto l'egida di un'origine divina in quanto lo quattro c. si fanno uscire dalle membra del dio Brahma; ha legittimato e tuttora legittima gl'inevitabili cambiamenti dovuti allo sviluppo sociale in quanto li sottopone al giudizio dei brahmani depositari della tradizione religiosa. Ora la caste sono state abolite; ed è un bene e una conquista, perché sotto l'aspetto della fraternità cristiana costituivano un danno grave sia per le conversioni, sia per i convertiti.

In senso più largo ma improprio, in quanto non vi concorrono i tre elementi ricordati a principio, c. si adopera talora nel senso di «classe sociale». Solo in questo senso si deve intendere l'informazione di Erodoto (II, 164) sulla divisione del popolo egiziano in sette classi (sacerdoti, guerrieri, bovari, ecc.); semplice specializzazione di mestieri che si ritrova nelle corporazione dei Romani e nelle gilde o corporazioni medievali.

BibL.: E. Senart, Les castes dans l'Inde, 2² ed., Parigi 1907; C. Bouglé, Essai sur le régime des castes, 2² ed., ivi 1908; R. Nobile, Notizie sulle sottocaste nell'India, in Acc. Archiod. Lettere e Belle Arti, nuova serie, 1 (1909), pp. 63-94; H. H. Risley, The people of India, 2² ed., Londra 1913. Nicola Turehi

CASTAGNETTO, Cesare Trabucco di. - N. il 1^{°} giugno 1802 a Torino, m. il 25 ott. 1888 a Moncalieri, abbracciò dopprima la carriera della magistratura, che abbandonò per passare al fianco di Carlo Alberto, allora principe di Carignano, quale segretario privato. Rimase alle dipendenze del principe anche dopo la sua ascesa al trono, e fu nominato intendente della R. Casa, carica che conservò fino all'abilcazione del re. Creato senatore il 3 apr.

1848, manifestò durante la sua attività parlamentare sentimenti di libertà e di cattolicismo insieme.

Prendendo il 23 apr. 1852 la parola in sede di discussione generale del progetto di legge sulla soppressione di comunità religiose, il conte di C., volle giustamente rilevare che "sarebbe un vero sofisma credere possibile di ammettere la presente legge senza abrogare l'art. I dello Statuto».

Dopo la presa di Roma, nelle tornate del 28 dic. 1870 e del 21 apr. 1871, il C. dichiarò di non accettare il plebiscito delle province romane, e di essere contrario alla legge delle guarentige, perché lesiva del libero esercizio dell'autorità spirituale del pontefice.

Bibl.: C. Vincenzi, Il conte C. T. di C., segretario di re Carlo Alberto, Milano 1908; E. Michel, s. v. in Diz. Risorg. nav., IV, p. 471 . Silvio Furlani

CASTALDI, Pamfilo. - Medico e stampatore italiano, n. a Feltre nel 1398 ca. ( 22 sett. ?), m. forse a Venezia dopo il 1479. Le scarse notizie che si hanno sul suo conto non permettono di stabilire che poche date sicure: nel 1461, e certamente fino al 1464, era a Capodistria e vi esercitava la sua professione di medico; nel 1469 era a Venezia, nel 1471 a Milano, stampatore «cum privilegio» di Galeazzo Maria Sforza; nel 1472 rinunziava al privilegio; nel 1474 era di nuovo a Venezia.

Una leggenda, fondata su una tardiva cronaca del p. A. Cambruzzi (Storia di Feltre, Feltre 1674) e sull'errata interpretazione di alcuni documenti d'archivio, vede nel C. l'inventore della stampa: ma una tale tradizione, formatasi nella seconda metà del sec. xix, si è rivelata alla luce della critica priva di fondamento, ed è oggi del tutto abbandonata. Quello che ancora si ritiene possibile (se è vera la notizia di due foglietti che il nostro avrebbe impresso a Capodistria nel 1461 ca .) è che il C. sia il primo tipografo italiano: né può escludersi ch'egli abbia in certo senso "reinventato" la stampa fondandosi sulle notizie provenienti da Magonza, senza avere conoscenza diretta degli esperimenti e del metodo del Gutenberg.

Sembra accortato che siano usciti dai suoi torchi, con la collaborazione di A. Zarotto, il De verborum significatu di Festo, la Cosmographia di Pomponio Mela e l'opera di L. B. Alberti, apporsi anonimi a Milano nel 1471. Probabilmente è dovuta anche alla sua opera l'edizione delle Epistolae di Cicerone che vide la luce a Milano nel marzo 1472 con il nome di Filippo di Lavagna, che si era associato al C. in quel periodo di tempo.

Bibl.: I. Bernardi, P. C. da Feltre, Milano 1865; G. Praloran, Delle origini e del primato della stampa tipografica, ivi 1868; R. Volpe, P. C., Belluno 1888; G. Fumagalli, La questione di P. C., Milano 1891 ; id., Bibliografia, 4² ed., ivi 1935, pp. 70-72. Importanti documenti ha pubblicato G. Biscaro, P. C. e gli inizi dell'arte della stampa a Milano, in Arch. storico lombardo, 42 (1915), pp. 5-14.

Alessandro Pratesi
CASTALDO-PESCARA, Giambattista. - Storiografo teatino. Professó in S. Paolo Maggiore di Napoli, sua patria, il 29 maggio 1586 e ivi m. a 87 anni il 30 marzo 1653. Fu versatissimo nelle scienze ccclesiastiche e applaudito oratore.

Scrisse, fra altre opere ascetiche e agiografiche: Vita del b. Gaetano Tiene... (Modena 1612, Roma 1616, Venezia 1627); Della Vita del p. d. Andrea Avellino... (Napoli 1613, Vicenza 1627, Napoli 1733); Vita del s.mo pontefice Paolo IV... (Roma 1611, Modena 1618), sobria ed oggettiva; De bosti Caietani Thienaei cum b. Ignatio Loiola consuetudine... (Vicenza 1618).

Bibl.: J. Silos, Historiarum Clericar. Regular., III, Roma 1652, p. 388; A. F. Vezzosi, Scrittori dei Chierici Regolari..., I, Roma 1780, pp. 244-56.

Francesco Andreu
CASTALIO, Sebastiano: v. castellion, sébastien.

CASTANIZA, Juan. - Teologo e predicatore spagnolo, benedettino, n. a Villadiego (dioc. di Burgos) ca. il 1545 , m. a Salamanca nel 1599. Nel 1563

## Page 593

emise i voti monastici nell'abbazia di S. Salvatore de Oña. Dai superiori nominato predicatore generale, divenne predicatore alla corte di Filippo II, Fu anche confessore del card. Quiroga e poi suo esecutore testamentario.

Al C. non si può attribuire il Combattimento spirituale, la cui paternità è stata definitivamente rivendicata allo Scupoli, ma il C. ne aveva fatta una traduzione latina ad uso dei novizi col titolo di Pugna spiritualis, donde nacque l'equivoco dell'attribuzione.

Nel 1583 a Salamanca pubblicò la Vita di s. Benedetto, tradotta dal I. II dei Dialoghi di s. Gregorio, alla quale, oltre le vite dei ss. Mauro e Placido, è aggiunta un'appendice degna di rilievo sull'Approbacido de la Regla de s. Benito en algunos concilios... con un catálogo de los principes, doctores y sanctos que han ilustrado la Orden de S. Benito. Nella Vita di s. Romualdo (Madrid 1597), tradotta in italiano e francese, l'autore offre una chiara esposizione della spiritualità benedettina; inoltre la sua dottrina mistica si conosce ancor più delle note all'edizione delle opere di s. Gertrude: Insinuationen divinae pietatis lib. V, in quibus vita et acta sanctae Gertrudis... continentur. Accessere nune denuo Exercitia ab eadem virgine composita... (Madrid 1577). L'edizione fu poi tradotta in spagnolo col titolo di Practica spiritualis (ivi 1599 ).

Bial.: J. Mabillon, Annales O.S.B., IV, Lucca 1739, p. 357; M. Ziegelbauer, Historia rei litterariae O.S.B., II, Augusta e Würzburg 1754, p. 216 e 111, pp. 367-68; N. Antonio, Bibliothena Hispana nova, I. Madrid 1783, pp. 673-77; M. Martínez Afúbarro, Autores de la prov. de Burgos, ivi 1889, pp. 123-26; M. Alamo, s. v. in DSp, II (1938), coll. 277-78.

Ambrosio Mancone
CASTELFIDARDO, battaglia di. - Dal borgo medievale presso Ancona prese nome il fatto d'armi, combattutosi in località Crocette, fra pontifici e regi il 18 sett. 1860.

L'esercito pontificio era stato ( 1 i sett.) sorpreso da un improvviso ultimatum a brevissima scadenza del Cavour al card. Antonelli, in piena fase riorganizzativa.

La studiata doppiezza diplomatica del governo di Napoleone III e tutta una serie di circostanze non ancora ben chiarite, tennero, suo malgrado, il de Lamoricière in una quasi completa oscurità degli eventi che precipitavano. Sicché quando ci si avvide che l'avversario, senza dichiarazione di ostilità, penetrava con ca. 40.000 uomini, contro ca. 14.000 , contemporaneamente nelle Marche e nell'Umbria, al de Lamoricière non rimase che incamminare affrettatamente le due brigate disponibili, ca. 7.000 uomini, verso Ancona, piazzaforte ben munita ed atta a resistere a lungo.

Ma giunto la sera del 17 sett. a Loreto, trovò che il generale regio Enrico Cialdini gli aveva quasi chiusa la strada.

I più dei pontifici, sia italiani che esteri, si batterono con eroismo da veterani, salvando così l'onore dell'esercito e seminando di morti e di feriti l'aspra erta delle Crocette. Vi cadde, tra gli altri, il generale brigadiere de Pimodan, mentre i suoi eseguivano con temerarietà anche troppo spericolata travolgenti cariche alla baionetta, ed ottenevano un netto successo iniziale costringendo gli avversari, scompigliati dall'impetuosità dell'attacco, a retrocedere verso la cime del colle ed a far affluire forti riserve.

Ciò nonostante la battaglia fu perduta e furono cosi strappate allo Stato Pontificio le Marche e l'Umbria, segnando quindi un forte passo innanzi nell'unità del Paese. Ma la dolorosa impressione di quel sanguinoso evento fu assai forte fra i cattolici, provocandone l'ira malcontenuta contro Napoleone III ed il risentimento per tante giovani vittime cadute a causa d'un abbandono non certo onorevole. La già difficile e complessa questione di Roma e del potere temporale ne fu ulteriormente complicata ed esacerbata: C. preparava Mentana. Fie IX pianse ricordando i caduti ed un'onda di opposti sentimenti scosse l'Europa. Un ricordo della sconfitta,
cosa senza esempio nella storia, fu distribuito ai vinti: il suo cerchio d'argento recava le parole «Pro Petri Sede s circondando una croce di s. Pietro, "rovesciata - si disse con dritta come un gladio sfoderato per la giustizia». Sul monumento funebre in S. Giovanni in Laterano si legge: "Victoria quae vincit mundum fides nostra".

Bial.: C. Larricche, Journal des événements de C., Parigi 1860: Relazione ufficiale sulla campagna di guerra nell'Umbria e nelle Marche, Torino 1860; Récit de la bataille de C. et du siège d'Ancane, Parigi 1861: A. de Ségur, Les martyrs de C., ivi 1861; Rapporto del generale De Lamoricière, in Civ. Catt., 4^{°} serie, 11 (1861, itd, p. 230 ; E. Lafond, Laret et C., Parigi 1862; De Colleville, Un crime du second Empire. Le guet-apens de C., ivi s. d.; Ufficio Stor. del Corpo di Stato Magg., La battaglia di C., Roma 1903; A. Vigevano, La fine dell'esercito pontificio, ivi 1920, pp. 17-27; id., La campagna delle Marche e dell' Umbria, ivi 1923, pp. 311-75; P. Dalla Torre, L'anno di Mentana, Torino 1938, pp. 30-37.

Paolo Dalla Torre
CASTELGANDOLFO. - La piccola città che domina il lago Albano dall'alto del cratere vulcanico in cui esso si raccoglie, conta ora 3500 ab., in prevalenza agricoltori. Ha antichissime origini, poiché, proprio sul luogo dove trovasi il palazzo Apostolico, sorgeva l'Arx albana, il centro sacro di Albalonga, fondata secondo la leggenda da Ascanio figlio di Enea, che fu a sua volta culla di Roma e poi sua rivale.

L'Arx albana, per quanto distrutta, conservava ancora i suoi santuari nell'èra imperiale nella quale si ha memoria dei Salii arcis albanae e delle vestali che custodivano il fuoco di Vesta albana. Questo luogo fu scelto da Domiziano per stabilirvi la sua dimora anche durante l'inverno. Il fondo albano dei Cesari occupava una superfice immensa poiché comprendeva anche il lago, per una estensione complessiva di ca. 14 km ., apparteneva al demanio imperiale e fu da Costantino assegnato in dotazione, secondo il Lib. Pont., alla basilica di S. Giovanni Battista, la cattedrale di Albano, da lui fondata.

La villa papale sorge ora sui ruderi di quello che fu il nucleo principale dell'Albanum Donitiani e vi si conservano, oltre pochi frammenti di colonne, statue e fregi marmorei, parte del criptoportico, una grandiosa navata che misurava m. 300 di lunghezza, con la volta a cassettoni e le pareti dipinte, destinata a riparare dal maltempo la passeggiata dell'imperatore.

La più remota memoria del nome attuale di C. risale al 1218 in uno strumento nel quale i Gandolfi (una famiglia, sembra, di origine genovese) figurano come signori di questo luogo. Ai Gandolfi succedono però ben presto nel dominio i Savelli, che ne vengono spodestati da Eugenio IV e lo riacquistano con Nicolò V. Lo perdono nuovamente, quali rei di ribellione, con Alessandro VI, per riacquistarlo nel 1505, e cederlo definitivamente, per strettezze finanziarie, alla Camera apostolica nel 1596.

Il card. Maffeo Barberini che frequentava come villeggiante questa terra, divenuto papa (1623) col nome di Urbano VIII, dispose che la rocca fosse ingrandita e sistemata da Carlo Maderno, e la inaugurò nel 1626, soggiornandovi per altri undici anni, nella primavera e nell'autunno. Il suo esempio fu seguito da Alessandro VII che fece edificare, su disegno del Bernini, la chiesa parrocchiale di S. Tommaso di Villanova, che si orna di un quadro di Pietro da Cortona sull'altare maggiore e di un altro con l'Annunciazione del Maratta.

Clemente XI (1700-21) è fra i pontefici che profittarono più largamente della residenza di C.; anche Benedetto XIV (1740-58), nei 18 anni del suo papato vi fece lunghi soggiorni. Clemente XIII (1758-69) frequentò la villa nei primi sette anni del suo pontificato, mentre il suo successore Clemente XIV (1769-74) venne a preferenza nell'autunno per oltre un mese ogni anno. Pio VII (1800-23) per tre anni prima della sua cattività e per quattro dopo la Restaurazione, fino al 1817, amò trasferirsi nell'autunno a C. e nel 1816 e 1817 anche nella primavera. Gregorio

## Page 594

![img-21.jpeg](img-21.jpeg)

Castelgandolfo - Terrazze e giardini della villa papale.
XVI per undici anni, sui quindici del suo pontificato ( 1831 1846), qui fece le sue vacanze. Pio IX nel suo lungo pontificato nove volte, e saltuariamente, villeggiò a C. per periodi piuttosto brevi; l'ultima sua villeggiatura fu nel maggio del 1869. Dopo il '70 la villa rimase costantemente chiusa per quanto fosse compresa, secondo la legge delle guerentige, fra gli stabili che lo Stato italiano concedeva in uso al Sommo Pontefice e con le stesse immunità stabilite per gli altri palazzi apostolici. Fino a quando, col trattato Lateranense del 1929, ne viene riconosciuta la piena proprietà alla Santa Sede con l'aggiunta della villa Barberini e si rende possibile il ritorno del Pontefice alla sua residenza estiva. Però soltanto nel 1934, il 2 ag., Pio XI faceva il suo ingresso nel vecchio palazzo Apostolico.

Ricominciava cosi dopo 65 anni la serie delle villeggiature papali a C., dove tuttavia il Papa ritornava non più come sovrano ma come ospite di un altro Stato, in casa sua, è vero, e coperta dal privilegio della extraterritorialità, ma a facente parte del regno d'Italia a secondo l'espressione del trattato; e il suo soggiorno doveva virtualmente ridursi entro i confini della residenza. La quale perciò venne ampliata con l'aggiunta della villa Barberini destinata a dare più ampio respiro all'antica angusta proprietà papale alla quale è stata congiunta con un cavalcavia.

Alcune sculture scoperte nei lavori di sistemazione adornano i giardini : fra di esse notevole una statua equestre che rappresentava forse Domiziano e che ebbe poi sostituita la testa. Sono state invece collocate nel palazzo ex Barberini un torso di porfido di statura atletica, copia perfetta di un'opera di Policleto, e una piccola fedelissima copia del Cinisco, altro capolavoro dello stesso maestro. Una copia del Marsia di Mirone è stata portata al museo del Vaticano. Fra le opere d'arte conservate nel palazzo Apostolico figura una Deposizione dalla Croce, grande altorilievo nella sala degli Svizzeri e, nelle successive, una
tela del Wicar rappresentante la Ratifica del concordato del 1801, dono di Napoleone a Pio VII, e una Madonna del Dolci. Vicina alla sala del Concistoro trovasi la cappella di Urbano VIII, e, nell'appartamento privato, quella polacca, decorata dal Rosen e dove è collocata una copia della Madonna di Ccesiochoten offerta a Pio XI dall'episcopato di Polonia.

Nel palazzo Pontificio è stato anche trasferito dal Vaticano l'Osservatorio astronomico dotato di nuovi strumenti e di un modernissimo laboratorio di astrofisica.

Pio XI si trattenne a C. nella sua prima villeggiatura per oltre due mesi, prolungando sempre di più la permanenza negli anni successivi. Pio XII, che ancora nell'estate del 1939 si era trasferito a C., trattenendovisi per oltre tre mesi, ha accentuato la semplicità di questa sua dimora, dove egli usa trasferirsi senza seguito e con il personale strettamente necessario. Questo senso di austerità si intona anche con il ricordo delle recenti vicende di guerra che la villa papale ha attraversato.

Nel genn. del 1943, dopo lo sbarco di Anzio, il Papa, che non era più ritornato alla villa dopo la prima volta, vi accolse le popolazioni di C., di Albano e delle campagne circostanti che chiedevano rifugio e protezione sotto le incalzanti minacce della guerra. A oltre 12.000 si contavano i rifugiati nelle prime settimane di febbr., quando anche sulla residenza pontificia si scatenarono i bombardamenti aerei che fecero più di 500 morti e migliaia di feriti. Oltre che per i rifugiati, in tutto quel tempo e nell'immediato dopoguerra, la villa è stata una provvidenziale stazione di soccorso per le popolazioni situate nelle retrovie della battaglia di Anzio rimaste senza assi-

## Page 595

stenza, prive di approvvigionamenti, duramente provate dai bombardamenti e dalle evacuazioni forzate.

Cessata la battaglia per la presa di Roma, si iniziarono, appena possibile, i lavori di restauro dei grovi danni subiti dalla villa. Ma soltanto nell'estate del 1946, il Papa, che dal 1939 non aveva lasciato il Vaticano se non per accorrere al soccorso dei quartieri di Roma devastati dai bombardamenti, vi è ritornato; cosi pure nei due anni seguenti, soggiornandovi dai primi di ag. alla fine di nov.

BibL.: Direzione delle ville pontifice, Relazione dello commia. per i lavori pubblici sulle opere eseguite nella Città del Vaticano e nella villa pontificia di C., Citil del Vaticano 1934; id., Relazione sui lavori di sistemazione della villa pontificia di C., ivi 1936; L. Castelli, La residenza papale di C. I lavori di trasformazione, Roma 1934; id., Quel tanto di territorio, ivi 1940. p. 220 sgg .

Emilio Bonomelli
CASTELLMMARE DI STABIA, diOCESI di. In provincia di Napoli. L'antica Stabiae dei Romani celebre per le sue acque termali. Ha un'estensione di 36 kmq . con 39 parrocchie, 101 sacerdoti diocesani, 38 sacerdoti regolari, un seminario minore, 80.000 ab. tutti cattolici. E suffraganea di Sorrento. Il cristianesimo è attestato dai monumenti all'inizio del sec. v. Il primo vescovo conosciuto è Orso nell'anno 499; poi un Lorenzo dall'anno 600 al 612, di cui è noto anche l'epitaffio (Ughelli, VI, p. 636).

La Cattedrale, dedicata alla Sima Vergina Assunta, è del 1587 con restauri del 1875 . Nel 1879 nelle fondazioni della nuova sacrestia accanto alla Cattedrale si rinvennero le vestigia dell'antico cimitero cristiano all'aperto della comunita di Stabiae cioè tre sarcofagi e alcune tombe semplici nel terreno. Tra le iscrizioni tornate in luce (CIL, X, 8139-42) una è del 401, altre ricordano un Oppius Paulus, sepolto in nomina Theens, una paella Limonita, molte lampade in tornacotta contenevano croci monogrammatiche; infine un tesoretto di monete
![img-22.jpeg](img-22.jpeg)
(fot. G. Velici)
Castellanbolfo - Interno della villa papale.
Decorazioni dei primi del sec. xix con restiari recenti.
databile da Arcadio e Onorio a Teodosio juniore e Pulcheria. A Varano si ha un'iscrizione cristiana dell'anno 535 (CIL, X, II, 786).

BibL.: Lanzoni, pp. 245-46; G. B. De Rossi, Cimitero cristiano di Stabia, in Bull. di archeol. crist., 3* serie, 4 (1879), pp. 118-27; G. Cosenza, Il cimitero e la cappella stabiana di S. Stagia, Napoli 1898.

Enrico Josi
CASTELLANETA, diocesi di. - In provincia di Taranto, sul Talvo affluente del Lieto. Si estende per 717 kmq ., conta 10 parrocchie, 36 sacerdoti diocesani e 9 regolari; un seminario minore; ha 49.700 cattolici su 50.000 ab. (1948).

Si conosce nel medioevo con il nome di Castanetum o Castanea; conquistata dai Normanni ca. il ro8o, mutò spesso di signoria. La diocesi fu fondata alla fine del sec. xI; è suffraganea di Taranto; nel 1818 Pio VII con la bolla De meliori le uni la diocesi di Mottola.

La Cattedrale è del sec. XII, rifatta nel xv con campanile quattrocentesco; l'interno a tre navate con colonne binate è stato rimaneggiato in età barocca; contiene molte tele di D. Carella (1797) e un polittico di G. da S. Croce (1531). Altre chiese notevoli sono S. Chiara ad archetti ogivali e S. Michele secentesca.

Per quanto riguarda la diocesi di Mottola, il suo primo vescovo mori nel 1040; nel 1551 vi fu un vescovo Scipione Rehiba poi card., l'ultimo vescovo mori nel 1798. La Cattedrale del sec.xII, venne rifatta nel Quattrocento ma deturpata da rimaneggiamenti barocchi; l'interno è a tre navate; è dedicata a S. Tommaso di Canterbury. Nei dintorni si trovano le caratteristiche cripte a laure basiliane come, ad es., quella di S. Gregorio a tre navi e tre absidi, e l'altra di S. Nicola pure a tre navi con molti affreschi. Altro centro nella stessa diocesi è Massafra, in cui si ricordano l'antico priorato benedettino di S. Lucia, fondato nel 1081 da Riccardo figlio del conte Drogone, rimasto fino al 1609; l'abbazia di S. Benedetto di suore benedettine fondata nel 1787; la cripta basiliana di S. Marco; il santuario della Madonna della Scala nella forma attuale del 1733 ma su edificio anteriore, di cui restano avanzi di affreschi.

CASTELLANI, Castellano de'. - Sacerdote, poeta, autore di sacre rappresentazioni, n. probabilmente a Prato nel 1461, m. forse nel 1519. Ebbe il lettorato straordinario di diritto canonico presso l'Università di Pisa dal 1489, conobbe Girolamo Savonarola e per qualche tempo ne condivise le idee, fu amico dei Medici, e dal 1498 vicario del vescovo di Fiesole.

La migliore raccolta dei suoi componimenti poetici apparve in Venezia nel 1521 con il titolo Opera spirituale di m. C. de' C. Ma principalmente degne di menzione restano le sue sacre rappresentazioni: s. Eufrasio, s. Onofrio (Storia di s. Onofrio, in Le sacre rappresentazioni ital., a cura di M. Bonfantini, Milano 1942, pp. 498-535), nonché la versificazione dei Vangeli della domenica (Firenze 1514).

BibL.: F. Torraca, Il teatro italiano dei secc. XIII. XIV X V, Firenze 1885; F. Avonto, La vita di C. C., in Rivista delle biblioteche e degli archivi, 2 (1924), p. 92 sg. Giannina Spellanzon

CASTELLANO (de Castello), Alberto. - Erudito storico e scrittore ascetico domenicano, oriundo di Venezia, appartenente probabilmente al convento veneziano dei SS. Giovanni e Paolo. Si rese benemerito come editore di vari testi ecclesiastici e biblici nonché legislativi, canonistici e storici del suo Ordine. In una lettera del 1500 diretta al Gaetano, vicario generale dell'Ordine, dice di esser stato incaricato da vent'anni dai maestri generali Torriani (m. nel 1500) e Bandelli (m. nel 1506) della correzione di libri da stamparsi, e che il Bandelli gli affidò l'edizione delle costituzioni, la quale non ancora pronta alla morte del Bandelli, viene ora dedicata al Gaetano. Quétd ed Echard considerano perciò C. nel 1507 uomo maturo

## Page 596

e congetturano la sua morte dopo il 1521 e precisamente nel 1522.

Curò l'edizione del Pontificale romano (Roma 1497), della Biblia latina cum pleno apparatu (Venezia 1506), Sermones b. Zenonis Veronensis ep., Homiliae et admonitiones b. Caesarii Arelatensis ep., Sermo de laudibus B. V. Mariae (ivi 1508), Biblia cum concordantiis (ivi 1519), poi probabilmente - Tabula super privilegia papalia Ordini Praedicatorum concessa. Chronica brevis (ivi 1504); e certamente la Regula b.Au gustini ep.; Constitutiones Ordinis Praedicatorum (ivi 1507), Rosario de la gloriosa Vergine Maria (con silografie, ivi 1521 e spesso ancora). Nulla Tabula privilegiorum C. si basa sulla tavola compilata da Francesco Pipino, nella Cronaca su quella di Giacomo di Sorot (m. nel 1426 [E. Martène, Vererum scriptorum ampl. collectio, VI, Parigi 1729, coll. 344-96]) con aggiunte fino al 1504. Questa cronaca divenne poi il Chronicon Ordinis che si trova con varie rielaborazioni in calce nelle costituzioni domenicane fino al 1690.

BibL.: Quétif-Echard, II, pp. 48-49; J. H. Beckmann, Studien zum Leben u. lit. Nachlass Yehobs v. Soest (Quellen u. Perschungen zur Geschichte des Sominikanerordens, 25), Lipsia 1920, pp. 78 sg., 82 ; Ch. Scheeben, Albert der Grosse. Zur Chronologie seiner Lebens (ibid., 27), ivi 1931, pp. 9, 14, 19; id., Joh. Meyer, Chronica brevis Ord. Praed. (ibid., 29), ivi 1937, pp. 13 sg., 17; Archicum fratrum Praedicat., 3 (1933), pp. 37, 232, 254, 259 sgg.; 6 (1936), p. 337; 7 (1937), pp. 244, 296, 299 sg.; 8 (1938), pp. 194, 291; 10 (1940), pp. 243, 245 sg.

Angelo Walz
CASTELLESI, ADRIANO. - Cardinale, detto anche A. da Corneto dal paese ove nacque ca. il 1458-59. M. nel dic. 1521.

Passò a Roma dove riuscì a farsi valere; entrò nella corte di Innocenzo VIII prima come scudiero e notaio camerale poi come ecclesiastico. Incaricato di una missione in Scozia, dovette fermarsi in Inghilterra dove ebbe il favore di Enrico VII (1488). Nel 1490 ritornò in quel regno come collettore; nel 1493 Alessandro VI ve lo confermó come nunzio ed il C. fu in grado di accumularvi grande ricchezza. Nel 1494 era di nuovo a Roma come chierico di Camera; nel 1497 era segretario segreto e protonotario; nel 1498 fu inviato in Francia; il 27 sett. 1500 nominato tecniere generale; il 14 febbr. 1502 ebbe il vescovato di Hereford; finalmente Alessandro VI lo ereò cardinale di S. Crisogono il 31 maggio 1503.

Con Giulio II le fortune del C. furono ben diverse. In ogni modo il 2 ag. 1504 passò da Hereford al vescovato di Bath e Wells assai più ricco. Nel 1506 accompagnò il Papa nel viaggio verso Bologna. Ma nel 1507, guastatosi con Giulio II, fuggì da Roma, riparò a Venezia e di là nel Trentino ( 1509 ).

Fu tra gli aderenti alla congiura del card. Petrucci (1517) contro il papa Leone X, per l'ambizione di avere la clara che una profezia gli aveva preannunziato. Il Papa lo puni con la multa di 25.000 ducati; pure egli non si sentì sicuro, e si rifugiò un'altra volta a Venezia (luglio 1517) né volle tornare nonostante le più ampie garanzie offertegli.

In Inghilterra da tempo ormai il card. Wolsey, arcivescovo di York e cancelliere, intrigava contro di lui e sollecitava dal Papa una condanna esemplare. Leone X, dopo averlo inutilmente invitato a tornare, il 5 luglio 1518 lo depose da tutte le dignità ecclesiastiche e confiscò tutti i suoi beni.

Alla morte di Leone X, il C. si mise in viaggio per Roma per partecipare al Conclave, ma durante questo viaggio scomparve senza lasciare traccia di sé.

BibL.: Episodi ed accenni biografici sul C. in J. S. Brewer, Letters and Papers Henry VIII, I, Londra 1862; II, ivi 1864; III, ivi 1867 (cf. indici s. v. Corneto Hadrian de); R. Brown, Calendar of State papers: Venice, II, Londra 1867; III, ivi 1869 (cf. indici), Latteratura: Joh. Burchard, Lib. Notarion, in Rer. Ital. Script., XXXII, 1, Città di Castello 1907 e II, ivi 1911; G. Ferri, Epistolae adversus Alambertium. Frantedit commentarius de rebus gestis et scriptis Hadriani C. card., Faenza 1771; B. Gebhardt, Adrian von Corneto, Breslavia 1886; Pastor, III, IV, I e II (v. indici); A. Ferrajoli, Il matrimonio di A. C.,
in Archiv. Soc. romana di storia patria, 42 (1919), p. 295 sgg.; id., La congiura dei cardinali contra Leone X, Roma 1919, specialmente capp. 3 e 10.

Renato Orszi Avocada
CASTELLI, BENEDETTO. - Matematico e filosofo benedettino, n. a Brescia nel 1577, m. a Roma nel 1644. Fu uno dei migliori discepoli del Galilei, con il quale collaborò anche per ricerche astronomiche. Insegnò matematica nella Università di Pisa. Si dette allo studio della fisica e curò particolarmente lo studio delle acque correnti. Sul movimento dei fluidi e delle correnti scrisse l'opera: Della misura delle acque correnti, edita a Roma negli as. 1628-39. A questo studio aggiunse le Denostrazioni geometriche della misura ecc., studi che dedicò al pontefice Urbano VIII, il quale in precedenza lo aveva consultato su lavori idraulici alquanto complessi.

L'attività del C. non rimase, però, chiusa nell'ambito di queste discipline: ci lasciò alcuni trattati filosofici, editi per cura del card. Leopoldo dei Medici. Se non proprio ricchi di pregi per quanto concerne lo stile e la fluidita dei periodi, questi trattati sono essenzialmente pregevoli per un contenuto di intensa passione: la difesa del suo maestro; veramente pochi hanno sentito cosi profondamente l'affetto per Galilei. Noto anche, del C., un Discorso sopra la calamita, che A. Favaro pubblicò nel Bollettino del Boncompagni (16 [1883], p. 545).

BibL.: M. Armellini, Bibliotheca Benedictina Casinensis: Vita di B. C., etc., Dresda 1746; V. Tonni Bassa, B. C. e la scuola di Galilei, Brescia 1902; A. Favaro, B. C., in Atti del R. istit. ben., 67 (1907, II), pp. 1-129; id., Amici e corrispondenti di Galilea, XXI, B. C., Venezia 1908; C. Bricarelli, B. C. discepslo e amico di Galileo Galilei, in Civ. Catt., 1910, i, pp. 573-82.

Dante Francaşi
CASTELLI, DAVID. - Esegeta ebreo, n. a Livorno il 30 dic. 1836, m. a Firenze il 31 genn. 1901. Fu dapprima insegnante privato e segretario della Comunità israelitica di Pisa; dal 1866 alla morte professore di lingua e letteratura ebraica all'Università di Firenze. Fu il primo a diffondere in Italia le dottrine di Wellhausen.

Le sue opere principali sono: Il Messia secondo gli ebrei, Firenze 1874; Della poesia biblica (ivi 1878); Il Commento di Sabatai Donnolo al libro della Creazione (ivi 1880); La profezia nella Bibbia (ivi 1882); La legge del popolo ebraico nel suo svolgimento storico (ivi 1884); Storia degli Israeliti (ivi 1887-88); Il Cantico dei Cantici (ivi 1902); Il libro di Giobbe ( 2ᵃ ed., Lanciano s. d.).

BibL.: Anon., In morte di D. C., Livorno 1902.
Alfredo Ravenna
CASTELLI, DOMENICO, detto II. FONTAniNo. Architetto; ignota la data di nascita, m. nel 1657 a Roma. Era a Faenza dal 1619 al 1621 (fontana di Piazza Grande) e dal 1624 in poi a Roma ove svolse una grande attività quale architetto della Camera apostolica.

Si ricordano i restauri del battistero Lateranense (16291635) e la partecipazione ai lavori del paiazzo Barberini. Architetto forse anche la facciata di S. Anastasia (che alcuni vogliono dell'Arrigucci), certamente la chiesa di S. Girolamo della Carità (1654), l'altar maggiore e le due cappelle laterali in SS. Cosma e Damiano. Eresse anche la chiesa di Monterotondo.

BibL.: O. Pollak, Die Kunstiätigkeit unter Urban VIII, Vienna 1928, passim; A. Santangelo, s. v. in Enc. Ital., IX (1930), p. 354; R. Battaglia, Un progetto ignorato del pontificato d' Urbano VIII. La nostra architettonica dell' acqua Vergine in Piazza di Spagna, in Roma, 20 (1942), pp. 329-34. Gilberto Ronci

CASTELLI, GIULIO. - Oratoriano, n. a Torino nel 1846, m. in fama di santità a Cava dei Tirreni nel 1926. Dedito alla vita devota fin dall'infanzia, entrò nella Congregazione dell'Oratorio di Torino e divenne prete nel 1869. Nel 1889 passò all'Oratorio romano. Divenuto rettore del santuario della Madonna del-

## Page 597

l'Olmo a Cava dei Tirreni, nel 1896 vi fondò un oratorio, portandovi il centro della sua instancabile attività apostolica. Irradiò la sua opera anche negli Abruzzi. E stata iniziata la causa di beatificazione.

Bibl.: G. Trezza, Storia di un'anima: p. G. C., Cave dei Tirreni 1942.

Carlo Gimbari
CASTELLINO da CAstelli (dei Castelli). Sacerdote apostolo dell'istruzione religiosa, figlio di Francesco e di Elisabetta de' Merli, n. a Menaggio (discesi di Como) forse nel 1476 . Con alcuni laici fondò nel 1556 la prima scuola di dottrina cristiana nell'oratorio dei SS. Filippo e Giacomo in Milano col titolo Compagnia della reformatione in carità. Ebbe dapprima contrasti con l'autorità diocesana milanese, senza la cui autorizzazione l'opera era sorta, ma, nel 1540 , questa venne dal vicario generale approvata e arricchita di indulgenza. In breve tempo si aprirono nuove scuole nelle "Porte» di Milano, sicché, nel 1564, quando giunse l'Ormaneto, mandato da s. Carlo come vicario generale, esse erano già 19 ed in due anni salirono a 30 . Si diffusero assai in alta Italia : nel 1541 a Genova, Vigevano, Verona, Piacenza; nel 1542 a Mantova, Parma; nel 1545 a Lodi; nel 1547 a Cremona; nel 1550 a Varese; nel 1551 a Novara dietro richiesta del vescovo; nel 1554 a Bergamo, Brescia; nel 1560 a Roma; nel 1562 a Monza, Asti, Ascoli; nel 1565 a Como. La Compagnia recò aiuto e perfezione anche alle scuole di dottrine di Venezia, Savona, Ferrara, Torino, ove trovò l'appoggio del duca Carlo Emanuele I di Savoia. Nel 1546 fu dal Concilio di Trento approvata ed il papa Paolo III la arricchì di indulgenza di sette anni.

Il titolo della Compagnia suscitando sospetti, quasi richiamasse certe imprese dei Novatori, fu, nel 1546 , mutato in quello di Compagnia dei servi de' pattini in carità e cioè di quelli "che insegnano la festa gratis per amore di Dio a' putti e putte la vita cristiana". Fin dal 1539 essa ebbe un'organizzazione con un priore generale e dodici consiglieri, che, oltre che insegnare la dottrina cristiana, dovevano ogni seconda domenica del mese accostarsi alla "solita Comunione universale".

Si disputa sul catechismo adottato dalla Compagnia: se quello fatto comporre da s. Girolamo Miani, dal domenicano Tommaso da Reginaldo o altro composto dal C. Probabilmente usò un Interrogatorio del maestro al disopulo per istruire li fanciulli e quelli che non sanno nella via di Dio ecc., in seguito emendato da s. Carlo, cui fu poi attribuito. Segue il metodo interrogatorio.

Figura molto importante del movimento - ancora poco studiato - di riforma cattolica, iniziato prima del Concilio di Trento; fu un precursore di s. Carlo, la cui fama ecclissò quella del C. Mori il 21 sett. 1566 con la " consolazione di vedere - scrive il Castiglione - pienamente adempiuta la predizione da lui fatta tanti anni indietro intorno alla fine spuntata per dirodare le tenebre della cristiana educazione mercé la venuta di s. Carlo a Milano ".

Bibl.: G. B. Castiglione, Istoria delle scuole della dottrina cristiana, Milano 1800; A. Sala, La vita di s. Carlo Borromeo, IV, ivi 1358; G. Achilli, C. da C. e le scuole della dottrina cristiana, in Scuola Cattolica, 64 (1936), p. 35 sgg.; F. Meda, Intorno a C. da C., ibid., p. 257; A. Tamborini, La Compagnia e le scuole della dottrina cristiana, Milano 1939, pp. 46-205.

Giuseppe De Marchi
CASTELLION, SÉbastien. - Teologo protestante e polemista anti-calvinista, n. nel 1515 a St-Martin-du* Fresne nel Bugey, m., poveramente com'era vissuto, il 29 dic. 1563 a Basilea. Il C. conobbe Calvino a Strasburgo, e dal medesimo fu fatto reggente nel collegio della città di Ginevra. In questa sua mansione venne in cattiva luce presso il consiglio ginevrino perché si diceva avesse dubitato della discesa di Gesù agli inferi ed avesse dato giudizi irriverenti circa il libro
biblico del Cantico dei Cantici, cosicché si vide rifiutato l'incarico, al quale aspirava, di ministro protestante a Ginevra. Questo rifiuto lo decise a lasciare Ginevra ed a recarsi a Basilea presso la cui Università egli, per la notorietà venutagli dalle sue traduzioni della Bibbia in latino e poi in francese, ebbe nel 1552 la cattedra di greco.

Dei suoi lavori biblici comparvero dapprima i dialoghi: Dialogorum sacrorum libri quatuor (Lione e Ginevra 1540, '45 e'45). Vennaro poi le traduzioni: Meme latinus ex hebraeo factus (Basilea 1546), Psalterium reliquaque sacrorum litterarum carmina et precationes (ivi 1547) e la Biblia Veteris et Novi Testamenti (ivi 1551) che venne dedicata a re Edoardo VI d'Inghilterra, mentre La Bible translaté avec annotations (ivi 1555), fu dedicata ad Enrico II re di Francia.

Queste traduzioni, com'ebbe a dire il C. stesso, gli causarono odio ed invidia proprio da parte di coloro che l'avebbero dovuto ripagare con l'affetto. Il Beza ne dichiarò lo stile «insopportabile». Fin quasi ai giorni nostri (1922), il Buisson disse «savoiarda e per nulla francese la traduzione del C.", e il Bayle, nel Settecento, biasimò " l'affettazione del C., che non ha voluto usare che termini di buona latinità». Adoperò, ad es., la parola "genius" invece di "angelus", "lotio" invece di "baptisma", "respublica" invece di "Ecclesia" e "collegium" invece di "synagoga".

Nella seconda edizione cedette alquanto ai suggerimenti degli amici. Ingiusto è pertanto il giudizio di Enrico Estienne che l'accusò di non avere preso affatto sul serio il suo compito di traduttore.

Non meno celebre si è reso il C. per il suo attacco all'Inquisizione instaurata da Calvino a Ginevra, dalla quale fu arso sul rogo il dottore spagnolo Michele Serveto per le sue dottrine antitrinitarie ( 27 ott. 1553). D'intesa con altri i quali non condividevano questo gesto estremista di Calvino e di Beza, il C. scrisse il suo libro De haereticis, an sint persequendi pubblicato nel 1554, sotto lo pseudonimo di Martin Bellio: «Uccidere un uomo - egli scriveva - non è proteggere una dottrina... Serveto avea addotto argomenti e scritti : con argomenti e scritti egli doveva essere confutato" (a. 77). L'opera è oggi irreperibile. Il C. mostrò inoltre il proprio dissenso da Calvino circa la dottrina della predestinazione e dell'elezione. Calvino che già s'era visto condannare dal C. per l'intolleranza usata contro il Serveto, lo bollò come imbroglione e accattabrighe e scrisse contro di lui un libello: Columniae nebulonis cuiusdam (1554); tre anni dopo Beza rincarò la dose e, nel titolo di un suo libello affine, lo chiamò calunniatore furbo (syeophanist), ma oggi gli stessi calvinisti, che hanno ripudiato gli estremi della teologia di Calvino e di Beza, giustificano l'umanista savoiardo.

Bibl.: F. Buisson, S. C., sa vie et son oeuvre. Etude sur les origines du protestantisme libéral françois, 2 voll., Parigi 1892; E. Giran, S. C. et la réforme calviniste, ivi 1914; P. Hemmi, S. C., Eutigo 1937; D. Cantimori, Eretici italiani del Cinquecento, Firenze 1939 (v. indice); R. N. Carew Hunt, Calvino, trad. ital., Bari 1939, passim; L. Febvre, Le problème de l'incroyance au XVI e siècle. La religion de Rabelois, Parigi 1947 (v. indice).

Piero Chiminelli
CASTELLO, Bernardo. - Pittore, n. a Genova nel 1557, m. ivi il 4 ott. 1629. Fu scolaro di Andrea Semino; ma, tratto dall'arte di Luca Cambiaso, presto s'accostò alla maniera di lui. Ancor giovane, recatosi a Ferrara e fattosi amico di Torquato Tasso ne illustrò nel 1586 la Gerusalemme liberata.

Tornò quindi a Genova, dove attese alla sua attività di pittore echetico, legato alle più varie correnti del manierismo, eseguendo, tra l'altro, pale d'altare per le chiese di S. Francesco, S. Siro, S. Maria di Castello, ed affrescando palazzi e ville genovesi. Nel 1604 fu a Roma; e quindi, per breve tempo, a Torino. Ebbe amicizie con poeti e letterati, soprattutto col Chiabrera, al quale deve molto della sua fama, forse superiore ai suoi resil meriti.

Suo fratello, Grov. Bartura (1547-1637), fu noto pittore e miniaturista, discepolo del Cambiaso.

## Page 598

![img-23.jpeg](img-23.jpeg)

Castello, Giovanni Battista - Storie di Ulisse. Vôta del salone della prefettura - Bergamo.

Ben superiore al padre Bernardo fu Valerio, n. a Genova nel 1624, m. ivi il 17 ott. 1659: discepolo del Fiasella e di G. A. De Ferrari, si formò a Milano sulle opere del Procaccini (attivo anche a Genova) e quindi a Parma a contatto con l'arte del Correggio. La sua particolare sensibilità coloristica induc