refettura - Bergamo.
Ben superiore al padre Bernardo fu Valerio, n. a Genova nel 1624, m. ivi il 17 ott. 1659: discepolo del Fiasella e di G. A. De Ferrari, si formò a Milano sulle opere del Procaccini (attivo anche a Genova) e quindi a Parma a contatto con l'arte del Correggio. La sua particolare sensibilità coloristica induce a pensare che egli guardasse alla pittura veneta, sentita forse attraverso la mediazione del Rubens e del van Dyck.
L'arte del C. è tra le più spontanee e personali del Seicento genovese : raffinato e vivace nel colore, egli sentì, ed in modo assai alto, il valore della linea vibrante e disumica.
Negli affreschi, più che nelle tele, questo suo dinamismo pittorico, tutto preziosità coloristiche e pieno di raffinate eleganze, ha modo di attuarsi in pieno e rivelare il massimo delle sue qualità creative, che sembrano veramente anticipare addirittura la pittura del Settecento. Nei suoi bozzetti talvolta è come una anticipazione dell'arte di Alessandro Magnasco.
Fra le opere più significative si citano le Danaidi (galleria A. Doria, Genova); lo Sposalizio della Vergine (galleria Spinola, Genova); la Vergine del Velo (museo degli Ospedali civili, Genova); il bozzetto del Ratto delle Sabine (coll. De Ferrari, Genova); e, tra gli affreschi, quelli che ornano il salone del palazzo Balbi, sempre a Genova.
Bibl.: R. Soprani, Vite dei pittori, scultori et architetti genovesi, Genova 1674, pp. 115-25, 231 sgg.; R. Soprani-Ratti, Vite de pittori... genovesi, ivi 1768; Catalogo della mostra dei pittori genovesi del 600-700, ivi 1938, pp. 50-51 (con ampia bibl.): M. Labò, Valerio Castello, in Emporium, 96 (1942, II), p. 369-78; A. Morassi, Catalogo della mostra della pittura del Seicento e Settecento in Liguria, Genova 1947, pp. 51-53.
Pietro Zampetti
CASTELLO, Francesco: v. borromino FRANCESCO.
CASTELLO, Giovanni Battista, detto il Bergamasco. - Pittore ed architetto, n. a Gandino (Bergamo) verso il 1509, m. a Madrid nel 1569. Allievo dapprima di Aurelio Russo a Genova, conobbe l'opera di Pierino del Vaga e di Luca Cambiaso di cui segul poi la maniera; a Roma completò la sua educa-
zione artistica. Nel 1552 era di nuovo a Genova ove svolse intensa attività soprattutto come architetto, riflettendo le forme di Galeazzo Alessi.
Tra le opere più significative del C. nel campo della pittura sono gli affreschi alla Nunziata di Portoria e quelli del palazzo della Prefettura di Bergamo; in quello dell'architettura i palazzi Carrega-Cataldi, Doria e Podestà a Genova. Interessante il suo intervento nel rinnovamento della chiesa gotica di S. Matteo (terminata nel 1559). Tra le sue costruzioni religiose ricordiamo anche la cappella nella chiesa di S. Caterina. Nel 1567 passò in Spagna al servizio di Filippo II.
Bibl.: M. Labò, G. B. C., Roma 1925 (con bibl.); J. de Contreras, Historia del arte hispánico, III, Barcelona 1940, p. 137 .
Gilberto Ronci
CASTELLÓN DE LA PLANA, DIOCESI di: v. SEGORBE, DIOCESI di.
CASTELLUM NOVAS. - Questa località doveva trovarsi lungo il litorale adriatico non lungi da Cäorle; altri senza solido fondamento ha pensato ad una località presso Capodistria.
Ne parla nelle sue lettere del maggio 599 s. Gregorio Magno a proposito di un vescovo Giovanni di Pannonia, che, profittando dei torbidi suscitati dallo scisma dei Tre Capitoli nella Venezia, si era insediato a Cäorle che poi aveva abbandonato per mettersi con gli sciamatici. Da lui ripeterebbe la sua origine la diocesi di Cäorle. Il C. rimase nella diocesi di Concordia.
Bibl.: S. Gregorio, Registrum, IX, 10; X, 95-96: PL 77. 950. 1021 sg., e ed. P. Ewald-L. M. Hartmann, in MGH, Epistulae, II, pp. 132, 153; E. Degani, La diocesi di Concordia, 2ᵃ ed., Udine 1924, p. 50 sg.; P. Paschini, Le memorie politiche e religiose del territorio friulano do Costantino a Carlo M., in Mem. stor. forggial., 8 (1912, iv) : id., Storia del Friuli, I, Udine 1934, p. 103 sg.
Pio Paschini
CASTELNAU, Pierre de, beato. - Cistercense, n. nel castello Château-neuf presso Montpellier, ucciso presso St-Gilles il 15 genn. 1208. Essendo arcidiacono della diocesi di Maguelone fu compagno di Rainerio, legato d'Innocenzo III contro l'eresia albigese (1199). Entrato poi nell'Ordine cistercense a Fontfroide (1202), Innocenzo III lo nominò, insieme ad altri due, legato contro gli albigesi. Lavorò con ardore, ma senza gran successo. Nei genn. 1208 ebbe un convegno con l'ambiguo Raimondo VI conte di Tolosa, di cui si attirò l'odio. Al ritorno un individuo
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A sinistra: SALA PAOLINA. L'imperatore Adriano e le Virtù, affresco di Pierin del Vago. A destra: VEDUTA D'INSIEME.
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(fot. Alinari)

.(fot. Alinari)
In alto: INTERNO DELLA CHIESA DI S. ELIA (sec. xi) con pitture dei fratelli romani Giovanni e Stefano e del nipote Niccolò (sec. xi-xit). In basso: ESTERNO DELLA CHIESA DI S. ELIA (sec. xi).
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al servizio del conte lo trafisse con una lancia al momento che Pietro voleva passare il Rodano. L'uccisione del suo legato indusse Innocenzo III a bandire la prima Crociata contro gli albigesi. Oltre che nel suo Ordine ( 5 marzo), Pietro ha culto pubblico nella diocesi di Ninuo ( 15 genn.), di Carcassonne (4 marzo) e di Montpellier ( 5 marzo).
BibL.: P. di Vaux Cernai, Hist. Allégonium, capp. 1-8: PL 213, 243-60; Actu SS. Martii, I, Parigi 1865, pp. 409-12; O. Ratnabli, Annales ecclesiastici, Lucce 1747, al 1208, nn. 1224, pp. 269-73; A. Luchaire, Innocent III. La Croisade des albigesb, 2^{°} ed., Parisi 1911, pp. 70-80 e passim. Livario Oliger
CASTELNAU
DE GURIERES, Noël - Marie - JosEPH - Edouard. Generale ed organizzatore cattolico francese, n. il 24 dic. 1851 a St-Affrique (Aveyron), m. il 19 marzo 1944 a Montastruc-laConseillère (Haute Garonne).
Entrato nella scuola militare di St-Cyr, partecipò alla guerra del 1870 , guadagnandosi la croce di cavaliere della Legion d'Onore. Sottocapo dello stato maggiore generale negli anni antecedenti la prima guerra mondiale, al divampare del conflitto fu membro del consiglio superiore dell'esercito, ed ebbe il comando della seconda armata, sul fronte lorenese. Nel 1916 partecipò alla difesa di Verdun in qualità di capo dello stato maggiore. Eletto deputato alla fine della guerra, presiedette nel 1920 la delegazione francese che si recò a Roma per la canonizzazione di s. Giovanna d'Arco.
Cattolico fervente, si preoccupò con lena instancabile della difesa della sua fede dopo le elezioni del 1924 che videro la vittoria di partiti non bene disposti verso la Chiesa cattolica, e si fece fautore della riunione delle forze cattoliche in un solo movimento. Sorse cosi la F . N . C. (Fédération nationale catholique), di cui fu il presidente, ed alla quale dedicò la sua attività fino alla morte.
BibL.: Sull'attività del C. durante la prima guerra mondiale si veda C.-J. J.-Jaffre, Mémoires, Parigi 1932, passim. Sull'organizzazione della F . N . C., cf. G. Viscos, La Fédération nationale catholique, ivi 1930, passim.
CASTEL SANT'ANGELO. - A Roma, sulla sponda destra del Tevere, di fronte al Campo Marzio, Adriano fece erigere il nuovo mausoleo per la famiglia imperiale, essendo ormai quello di Augusto pieno di tombe. La costruzione ebbe inizio verso il 130 d . C. e fu portata a compimento da Antonino Pio nel 139. Il mausoleo era costituito di due parti : un corpo cilindrico interno (diametro m. 64, altezza m. 21) e

(Jut. Aaderson)
Castel Sant'ANGELO - S. Orsola e la sposa s'incontrono con papa Ciriaco. Sullo sfondo, C. S. A. nella sua forma quattrocentesca.
Pittura di Carpaccio (1490-1513) - Venezia, galleria dell'Accademia.
un grosso plinto quadrato esterno (lungo m. 89, alto m. 15), collegati da una serie di muri disposti a raggera. Dal tumulo emergeva un alto podio sostenente, sembra, la quadriga del Sole o una statua colossale dell'imperatore. Gli studi moderni (G. Lugli, I monumenti antichi, III, Roma 1938, p. 707) ritengono falsa l'ipotesi cinquecentesca, ascolta anche nel secolo scorso, che il coronamento ultimo fosse costituito da una pigna. Al fabbricato centrale si accedeva come oggi da un vestibolo preceduto da un corridoio. Sulla stanza sepolcrale poggia un'altra stanza quadrata, e su questa, una stanza circolare molto alta. Forse superiormente ne esisteva una quarta, nel podio.
Dopoaveraccolto le salme degli imperatori fino a Caracalla, sotto Onorio (395), il mausoleo cominciò a formare parte delle difese dell'Urbe. I lavori di fortificazione consi- ^{text {stettero }} soprattutto nella costruzione di un alto muro congiungente la mole con la sponda destra del fiume; muro difeso da 6 torri, 163 merli, 13 finestre per baliste e 18 per arcieri.
Sulla ricostruzione di queste opere fortilizie gli archeologi moderni non sono d'accordo. Secondo il Lanciani (Forma Urbis, Roma 18931901, terv. VII e XIV), esisteva sulla fronte un grande avancorpo con 6 torri; il Richmond (The City Wall of Imperial Rome, Oxford 1930, fig. 6) ricostruisce invece due sole torri in capo al ponte, e due muri paralleli tra il ponte stesso e l'ingresso del mausoleo. Questa ricostruzione, però, esclude 4 delle 6 torri menzionate dai cataloghi regionali. La nuova funzione difensiva del mausoleo fu messa a prova dalla prima discesa dei barbari : quella dei Gori di Alarico (410). Poi sostenne l'assalto dei Gori di Vitige (537), di Narsete e di Totila ( 548 ).
Probabilmente al sec. x risale la trasformazione in castello, per opera di Alberico e Marozia; da allora il monumento ebbe parte importantissima nella storia di Roma e del papato.
In questo tempo vide gli assassinii dei papi Giovanni X ( 928 ) e Benedetto III (974), e la prigionia di Giovanni XIV (985). Poi divenne proprietà dei Crescensi (Castellum Crescentii è chiamato ancora nei Mirabilia del 1100 e 1200). Ma già dal sec. xir il monumento comincia a prendere la denominazione corrente di C. S. A., a documentare il culto per l'Arcangelo; culto espresso da prima con una cappella alla sommità del monumento, poi sostituita da una statua dell'Arcangelo. La tradizione popolare ha ricollegato questo culto al racconto secondo cui nel 590 , in seguito alle preghiere di s. Gregorio in-
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Castel Sant'Ángelo - Cortile detto *Delle palle e con l'angelo in marmo di Giacomo della Porta, posto nel sec. XVI sull'alto
del Castello.
vocanti la cessazione di una terribile pestilenza, un angelo si sarebbe posato sull'alto del mausoleo, in atto di ringuainare la spada in segno della concessa grazia divina.
Nel 1277 il C. passo in potere del papato di cui divenne la roccaforte, e fu unito al Vaticano dal a passetto o "corridore di Borgo", fatto costruire da Niccolò III.
Un primo importante restauro che valse al C. l'appellativo di a fabbrica meravigliosa " riportato dalle cronache del Giubileo del 1400 , avvenne sotto Bonifacio IX (1389-1404), ad opera di Niccolò di Pietro Lamberti d'Arezzo, per sanare i danni ingenti provocati dal popolo dopo la vittoria di Urbano VI sull'antipapa Clemente VII (1379).
Seguirono i lavori di Martino V (1417-31) e quelli di Eugenio IV (1431-47), quindi quelli importantissimi di Niccolò V (1447-55). Questi fece erigere due cappellette all'ingresso del ponte Elio; nel mausoleo fece aggiungere tre torrioni agli angoli del basamento e rafforzare il torrione centrale e il muro romano del basamento quadrilatero; sulla sommità del "maschio" (cioè torrione centrale) fece collocare una statua dell'arcangelo Gabriele, in memoria dell'antica apparizione miracolosa.
Ancora più notevoli furono i lavori compiuti da Antonio da Sangallo il Vecchio (i disegni sono al Vaticano e all'Escuriale di Madrid) per Alessandro VI (1402-1503): fu costruito un torrione dinanzi all'ingresso: fu scavato un fossato perimetrale con presa d'acqua dal Tevere; fu sopraelevato il corpo cilindrico centrale, rifatta la torre soprastante (detta "dei Crescenzi") danneggiata da un fulmine nel 1497; le torri di Niccolò V furono rinforzate da uno zoccolo a pianta ottagonale e ne furono restaurate le merlature; nel C. furono ricavati magazzini (le oliare e i silos) e una grande cisterna. Dopo questi lavori il C., divenne una roccaforte munitissima, difesa da 200 bocche da fuoco. Questi fondamentali mutamenti nel C. sono documentati da varie vedute : il particolare di un affresco
di Bicci di Lorenzo (chiostro di S. Bernardo, ad Arezzo) che mostra la mole prima dei lavori di Niccolò V; un particolare della decorazione del Mantegna nella stanza degli Sposi del palazzo di Mantova tien conto dei lavori di Niccolò V; a ricordo delle opere di Alessandro VI fu coniata una medaglia. Altro notevole ricordo della mole del C. sulla fine del XV sec. è nel dipinto del Carpaccio, raffigurante l'incontro di S. Orsola e lo sposo con papa Ciriaco.
Durante il pontificato di Giulio II (1503-13), i lavori in C. S. A. furono rivolti soprattutto ad abbellimento : e verso il ponte fu aperta la loggia attribuito ad Antonio da Sangallo il Vecchio. Seguì Leone X (1513-21) che fece costruire al piano del cortile d'onore la cappella che fu dedicata ai santi medicei Cosma e Damiano, forse eseguita su disegno di Michelangelo, e iniziò la costruzione di un bagno.
Proseguì quest'opera Clemente VII (1523-34) che fece decorare questo ambiente e due stanze a pianterreno. Vi lavorarono Giulio Romano e Giovanni da Udine. Egli vi subì nel 1527 in occasione del sacco l'assedio che terminò con la resa e con la fuga. Il Cellini che fu presente descrisse alcune scene di quel memorabile avvenimento. Egli vi ritornò sotto Paolo III come prigioniero. Questo Pontefice vi fece costruire un appartamento di cui fanno parte : la stanza dell'Apollo, la sala Paolina, la stanza del Perseo, quella di Amore e Psiche, il corridoio tra le due stanze suddette, la camera dell'Adrianeo, la camera dei festoni, la Cagliostra (cosiddetta per aver ospitato alla fine del '700, secondo la tradizione, Cagliostro), il gabinetto del Delfino e della Salamandra, e quello della Cicogna (cosiddetti dalla raffigurazione degli emblemi di Paolo III). In quest'epoca fu anche sostituito con un angelo marmoreo (opera di Guglielmo della Porta) quello di Niccolò V colpito da un fulmine. Inoltre, nel piano del rafforzamento delle difese di Roma, in vista del pericolo turco e barbaresco, Paolo III dette grande importanza
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al consolidamento del C. I lavori studiati da Michelangelo, Antonio da Sangallo, Bartolomeo de' Rocchi, non furono tuttavia attuati.
Una terza cinta esterna pentagonale fu costruita sotto Paolo IV (1555-59) da Camillo e Latino Orsini, ma in modo del tutto provvisorio (è documentata nel 1557 dalle piante di Roma del Paciotto e del Beatrizet), per resistere all'invasione delle truppe del duca d'Alba al servigio della Spagna, entrata in guerra contro il Papa; la cinta fu trovolta da un'alluvione ( 14 sett. 1557); seguendone il tracciato Pio IV nel 1561 fece costruire una nuova cinta in muratura da Francesco Laparelli da Cortona, Latino Orsini, Galeazzo Alessi, e altri architetti militari. Sotto Paolo IV il C. aveva avuto anche il suo portone d'ingresso, opera di Salvestro Peruzzi (1556). Demolito nel 1892 per i lavori del lungotevere, è stato ricostruito nel 1933, tra i bastioni di S. Giovanni e di S. Luca.
L'opera di fortificazione di Pio IV fu proseguita, tra il C. e il Borgo, da Pio V (1566-72). Egli prolungò fino al Tevere il fossato esterno e presso il fiume eresse un mezzo bastione che fu poi detto di S. Spirito.
Altri importanti lavori furono eseguiti sotto Urbano VIII, tra il 1626-30, con gli architetti Vincenzo della Greca, Gian Battista Mola e, in seguito, anche il Bernini. Le opere più importanti consistono nell'aver ralavano nei bastioni casematte, gallerie e porte di soccorso; elevato caserme, magazzini e polveriere tra la seconda e la terza cinta; ampliato e rafforzato i bastioni di Alessandro VI, che da allora furono contraddistinti con i nomi degli Evangelisti; i bastioni della cinta pentagonale furono denominati : del Salvatore, di S. Maria, di S. Paolo, di S. Pietro, di S. Spirito.
Dopo Urbano VIII fu sistemato invece il ponte di accesso, ad opera del Bernini, sotto Clemente IX (1667). Il C., perduto ormai carattere di fortezza, fu destinato solo a caserma e carcere.
Benedetto XIV (1740-58) fece sostituire l'angelo del della Porta con quello bronzeo, che vi è anche attualmente, di P. Verschaffelt.
Sotto Pio IX (1865) fu abbattuto il bastione di S. Spirito. Col 1870 il C. rimase caserna; però nel 1886, per

Castel Sant' Angelo - Interno del corridoio, tra il Vaticano e C. S. A. (doc. xili).
impulso di Mariano Borgatti, alle cui cure fu affidato il monumento, furono intrapresi scavi e lavori di restauro che si protrassero per un quarantennio riprendendo cosi i precedenti scavi del 1825 che avevano messo in luce la rampa elicoidale e la camera sepolcrale; monumento nazionale, il C. divenne sede di un museo militare.
Nel 1934, su progetto di A. Spaccarelli, si è proceduto all'isolamento della mole che riprese, in parte almeno, il suo aspetto cinquecentesco. - Vedi Tav. LVII.
BibL.: Per il mausoleo, oltre ai passi citati delle opere generali : R. Lanciani, The Ruins and Excavations of Ancient Rome, Londra 1807, pp. 214-63; H. Jordan-Cb. Huelsen, Topographie der Stadt Rom im Altertum, III, Berlino 1007, p. 663; S. R. Pierce, The Mausoleum of Hadrian and the Pont Arlius, in Journal of Roman Studies, 15 (1925), pp. 72-103; S. Platner-Th. Ashby, A Topographical Dict. of Ancient Rome, Oxford 1929, pp. 336-38; G. Luoli, I monumenti antichi di Roma e suburbio, III, Roma 1938, pp. 693-708. Per le vicende storiche del C.: G. Zippel, Documenti per la storia di C.S.A., in Arch. d. Soc. rom. di st. patria, 35 (1912), pp. 151-218; M. Borgatti, C. S. A. in Roma, Roma 1931. Sui restauri della fine del sec. xix e dei primi del xx : M. Borgatti, Restauvi di C. S. A. Concerti direttivi, Roma 1902; id., C. S. A. e gli ultimi lavori, in Bollettino dell'Associazione archeologica romana, I (1911), pp. 122-36. Sui recenti lavori d'isolamento: P. Marconi, Sistemazione della Mole Adriana, in Architettura, I (1974), pp. 449-63; G. Ceccarelli (Czecarius), L'isolamento della Mole Adriana, in Capitolium, 10 (1934), pp. 209-22. Sul tesoro: S. Tuccimei, Il tesoro dei pontefici in C. S. A., Roma 1937. Manca ancora uno studio del monumento come opera d'arte.
Elsa Gerlini
CASTEL SANT'ELIA. - Comune della prov. di Viterbo presso Nepi, nell'antica valle suppentonia. Pare che a. Benedetto vi abbia fondato un monastero; dell'antica chiesa sono rimasti amboni e altra frammentaria suppellettile marmorea del sec. Ix. La costruzione attuale risale ad una età non ben precisata, fra la fine del x ed il principio del sec. xi e fu restaurata con qualche arbitrio dal Vespignani sotto Pio IX.
E un edificio basilicale a tre navate divise da colonne con arcate e transetto alto quanto la nave centrale; senza introdurre alcuna novità, riprende con un mutato senso delle proposizioni i modi paleocristiani usati in Roma per tutto il medioevo. Sotto il presbiterio si estende una ampia cripta, coperta di volte; accanto è un più antico sacello. Di grande interesse sono le pitture nel catino absidale con il Cristo in gloria e quelle di transetto con una serie di episodi relativi alle visioni apocalittiche. Opera di notevole finezza cromatica e di squisita eleganza nella linea di contorno, dipendente stilisticamente dalle pitture della chiesa inferiore di S. Clemente in Roma, esse sono opera dei fratelli romani Giovanni e Stefano e del loro nipote Nicolò.
Nell'attuale chiesa parrocchiale è conservata la più notevole raccolta italiana di parati sacri medievali (dal sec. xir in poi). Il santuario di S. Maria ad Rupes è stato restaurato da mons. G. Döbbing, vescovo di Sutri. - Vedi Tav. LVIII.
BibL.: J. Braun, Die liturgische Gewandung, Friburgo in Br. 1907, pp. 72, 180, 188, 193 sgg., 276, 402, 468; P. Toesca, Storia dell'arte italiana, I, Il medioevo, Torino 1927, pp. 364, 925 sgg. Guglielmo Matthiae
CASTELSEPRIO. - Comune in provincia di Como. La chiesa di S. Maria foris portas, particolarmente notevole per la sua planimetria e per la sua decorazione pittorica, è preceduta da un nartece coperto e piuttosto basso ed è mononave ed absidata. Due altre absidi, di cui rimangono soltanto le costruzioni, si aprivano lungo i fianchi: vi si accedeva attraverso due stretti archi sì che dovevano sembrare come separate dalla navata. Planimetricamente quindi l'edificio non rientra né nel tipico schema longitudinale, né in quello di un "placynog: il che probabilmente è dovuto al fatto che nell'idea dell'architetto la costruzione, indubbiamente assai vicina alla pianta centrale, avrebbe dovuto avere un alzato ed un sistema di copertura diversi da quelli che poi ebbe, forse per ragioni di carattere tecnico.
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Il Bognetti ritiene che la chiesa risalga al sec. vir e che sia dovuta ad una comunità di monaci orientali trasferitasi in Italia. Nell'abside, al di sotto degli affreschi di un ignoto artista lombardo del Quattrocento, si sono rivelate pitture di grande interesse rimesse in luce dopo il 1944. Sono disposte su due lunghe zone orizzontali sovrapposte e roffigurano scene relative al ciclo dell'infanzia di Gesù. Degna di nota è quella dell'Annunciazione, ispirata ai vangeli apocrifi, dato che la Vergine è rappresentata seduta in atto di filare. Il ciclo è interrotto al centro da un tondo in cui appare il busto del Trevroν ρ α̂ τ o ρ. Altre pitture decoravano l'arco trionfale: fra quelle conservate è un medaglione con il simbolo dell' ε to μ ν ziz affiancato da due arcongehi che portano a volo un globo atauroforo. Gli affreschi sono certamente anteriori alla seconda metà del sec. ix : infatti sull'intonaco dipinto si sono trovati graffiti che si riferiscono al tempo dell'arcivescovo milanese Tadone ( 863-65 ). Forse sono da attribuirsi al sec. vir. Per quanto riguarda la composizione e l'uso dei colori, l'artista, dotato di una possente personalità, segue la tradizione pittorica ellenistica e traccia velocemente, con fare elegante e vivace, le figure e gli sfondi delle sue composizioni. Il De Capitani d'Arzago ha avanzato l'ipotesi che sia stato un orientale melchita che forse dovette lasciare la Palestina o la Siria o l'Egitto in seguito ad una persecuzione della plebe nazionalista monofisita. - Vedi Tav: LIX.
Bibl.: A. De Capitani d'Arzago, Le recenti scoperte di C., in Bollettino d'arte, 4² serie, 33 (1948), pp. 17-23; G. P. BognettiG. Chierici-A. De Capitani d'Arzago, S. Maria di C., Milano 1948.
Giuseppe Bovini
CASTELVETRO, Ludovico. - N. nel 1505 e cresciuto in Modena, dove la Riforma non mancava di fautori, pare fosse tra questi e fosse opera sua certa sommaria versione dei Loci communes di Melantone, pubblicata anonima nel 1534 (Principi della teologia di Ippolito Terra Negra). Ma dei pericoli rappresentati dall'Inquisizione non ebbe a preoccuparsi prima del 1555 ; nel 1557 fuggì e si ritirò a Chiavenna dove visse il resto della vita e mori il 21 febbr. 1571. Con tutto ciò, come uomo di pensiero, il C. resta quasi insignificante; la sua stessa adesione alla Riforma, se ci fu, non si vede bene in che cosa sia consistita. Scrisse bensì una famosa Poetica dove, in contrasto con gli interpreti della Controriforma, attribuì ad Aristotile i principi d'un'estetica edonistica a tutto vantaggio del frammentarismo e della fantasia pura; ma in queste idee la polemica religiosa, se c'è, è molto larvata. In realtà, in lui, come del resto nel suo grande rivale Annibal Caro, sola divenne feconda la passione della lingua italiana; la quale, nell'animo di alcuni filologi prese allora il posto dell'altra per la lingua latina; e ispirò per i primitivi del Duecento e del Trecento quella reverenza curiosa e fanatica che sfocerà presto nell'Accademia della Crusca.
A Modena, in questo fervore linguistico e filologico, il C. aveva avuto dei predecessori; e certo più da esso che da amore alla poesia ricavò il suo commento al Petrarca; soltanto in esso s'informò la sua famosa e bassa polemica con il Caro. Nata da una al tutto grammatichevole censura sua alla canzone di questo Venite all'ombra dei bei gigli d'oro, gli sviluppi ne furono ampi e foschi. Alberto Longo, giovine ammiratore e partigiano del Caro, fu trovato morto in territorio bolognese; e si pensò a una complicità del C.; l'Inquisizione si risvegliò ai danni di questo, e si pensò al Caro. Si spera a torto in ambedue i casi. Ad ogni modo, sul piano letterario, la differenza fondamentale fra i due resta che la sensibilità linguistica nel Caro è artistica, nel C. scientifica. Il suo modo di amare e assaporare la lingua finì con farlo pioniere, non si sa quanto consapevole, della moderna scienza etimologica. Questo il pregio migliore di quello Correzioni d'alcune cose nel "Dialogo delle lingue" del Varchi (scritte d'un fiato nel 1570 a seguito di questo libro e pubblicate postume dal fratello Giammaria nel 1571), dove si contesta il pregiudizio dei nomi imposti

(da G. P. Bognetti, G. Chierici, A. de Capitani d' Arzago, S. Maria di Castelnuria, Milano 1894.
Castelseprio - Pionta della chiesa di S. Maria
dopo gli scavi del 1943.
"non dalla natura, ma a placito, cioè dall'arbitrio degli uomini" come se ogni parola sia un'isola e la scienza etimologica una specie d'astrologia degna di riso. Sempre per le frammentarie geniali intuizioni si salvano anche le sue Giunte (e opposizioni) alle Prose del Bembo (composte fra il 1549 e il 1563 e pubblicate postume nel 1572) dove è pur cosi vieta l'idea centrale che la lingua volgare fosse anche al tempo di Roma.
Bibl.: T. Sandonnini, L. C. e la sua famiglia, Bologna 1882; G. Cavazzuti, L. C., Modena 1903 ; A. Fusco, La poetica del C., Napoli 1904 ; H. B. Charlson, C.'s theory of Poetry, Manchester 1913; G. Bertoni, L. C. e l'Inquisizione, in Giuru, stor. della Letter. it., 85 (1915), pp. 76-80.
Giuseppe Tollmin
CASTEL VOLTURNO. - E un'antica diocesi della Campania, di cui si conosce il vescovo Pascasio della fine del sec. v; l'ecclesia vulturniana torna pure nella metà del sec. vi (Jaffé-Wattenbach, p. 981).
Il Sfartirologio geraniniuno al giorno is febbr. ricorda in Campania Volturno Castrensis (Acta SS. Novembris, II, II, Bruxelles 1931, p. 87) un martire annoverato anche nel calendario di S. Willibrordo e nel calendario marmoreo napoletano. S. Castrense secondo una sua Vita (BHL, I, 1644-45) sarebbe stato un vescovo africano espulso durante la persecuzione vandalica e approdato in Campania e tale lo considero il Lanzoni. Ma il Delehaye lo ritiene un martire locale molto venerato, come l'attesta la sua immagine rinvenuta presso Calvi e la fenestella confessionis trovata a Volturno e conservata nel museo di Capua.
Bibl.: Lanzoni, I, pp. 179-83, 205-206; G. B. De Rossi, Transenna marmorea trovata a C. V. ora nel museo di Capua, in Ball. di archeol. crist., 3^{°} serie, 6 (1881), p. 147; H. Delehaye, Les origines du culte des martyrs, 2^{°} ed., Bruxelles 1933, p. 307. Enrico Joni
CASTI, Giovanni Battista. - N. ad Acquapendente il 29 ag. 1724; studiò al seminario di Montefiascone e vi rimase ad insegnare eloquenza dopo aver preso i sacri ordini. Fu iscritto all'Arcadia; nel 1762 si rivelò poeta faceto con una raccolta di sonetti giocosi contro i creditori, dal titolo I tre giulli.
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Spirito bizzarro ed avventuroso girò per le corti d'Europa (Parigi, Roma, Firenze, Vienna).
Alla corte di Maria Teresa divenne popolare per le sue Novelle, racconti in ottava rima di argomento licenzioso. Nel 1778 si recò a Pietroburgo e la cordiale accoglienza di Caterina II non lo trattenne dallo scrivere il Poema tartaro (XII canti in ottava rima) in cui mette in ridicolo i costumi della corte russa e le frivolezze dell'imperatrice.
A Vienna la celebrità del C. aumentò con la rappresentazione di alcuni suoi melodrammi: Teodoro in Venezia (1784); La Grutta di Tefonio (1786); Cublal Gran Can dei Tartari (1788), ed altri.
Allontanato dalla corte di Vienna per i malumori suscitati in Russia dal Poema tartaro, fu a Venezia, a Costantinopoli (1788), a Milano. Nel 1790 tornò a Vienna quale poeta cesarco, successore del Metastasio. Nel 1796 tornò in Italia e nel 1798 si trasferì a Parigi, ove rimase fino alla morte avvenuta il 5 febbr. 1803. Quivi composti Gli animali parlanti (1802), zooepia di XXVI canti in sesta rima, che adombra l'urto fra la monarchia assoluta e le nuove forme repubblicane.
Sono all'Indice le Novelle amene (decr. 2 luglio 1804), e Gli animali parlanti (decr. 26 ag. 1805) per la scorrettezza zreligiosa e una licenzionita insopportabile (cf. G. Casati, Dizionario degli scrittori d'Italia, II, Milano s. d., pp. 93-94).
Bial.: C. Piermattci, G. B. C., Torino 1902; G. Manfredi, Contributo alla biografia del C. Da documenti inediti, Ivrea 1922; G. Sindona, Il C. e il suo pensiero politico negli a Animali parlanti», Messina 1923; G. Natali, Il Settecento, Milano 1936, p. 1069 sgg.; B. Croce, L'ab. C., in Quaderni della Critica, 7 (marzo 1947), pp. 35-45.
Italo Borzi
«CASTI CONNUBII». - Enciclica di Pio XI, del 30 dic. 1930, sul matrimonio cristiano (AAS, 22 [1930], pp. 539-90). L'argomento, sempre della più viva e vasta attualità in ogni tempo, riveste un'importanza tutta particolare ai nostri giorni. Per una parte, infatti, il divorzio è accolto in quasi tutte le legislazioni e praticato con la più scanzonata disinvoltura; l'adulterio è esaltato, o almeno trattato con un senso di deprecabile agnosticismo nei romanzi, nei teatri, nelle sale cinematografiche, nelle cronache giornalistiche; per l'altra, nuove teorie pseudoscientifiche si vanno diffondendo sotto pretesto di rinsaldare la razza o la salute pubblica, e un senso di malcompresa compassione pone nell'ombra verità sostanziali, conseguenze deplorevoli e fatali, dottrine inconcusse della rivelazione. In realtà tutto concorre a deprimere l'istituto familiare, compromettendo la pace e la serenità della casa, l'educazione dei figli e finisce con lo schiantare quella compagine che è la famiglia, frutto della natura e della Grazia santificante, voluta da Dio salda e inscindibile.
Questo l'argomento, su cui verte l'enciclica. La quale, richiamata quella di Leone XIII, Arcanum, del ro febbr. 1880, entra nel vivo delle questioni, dividendo la trattazione in tre parti :
1. I tre beni del matrimonio: il bene della prole, che ne costituisce il fine primario, e dà ai genitori il diritto e il dovere grave di "accoglierla amorevolmente, nutrirla benignamente, educarla religiosamente»; il bene della fede, che costituisce l'unità dei coniugi, fondandolo su di un amore santo e puro, sull'aiuto vicendevole, morale e materiale, su di una gerarchia bene ordinata e compresa, secondo la quale il marito è il capo della famiglia, la moglie il cuore; il bene del Sacramento, che rappresenta l'unione inscindibile fra Cristo e la Chiesa, la quale inscindibilità arreca i migliori vantaggi per i coniugi stessi, i figli, la società.
2. La tempesta contro la santità del matrimonio, scatenata dagli egoismi e dalle passioni, accarezzati e coadiuvati dalla pseudoscienza : matrimoni temporanei, amichevoli, di esperimento; controllo delle nascite; aborto terapeutico, eugenica, sterilizzazione, difficoltà di con-
vivenza; matrimoni misti, sopraffazione da parte di presunta autorità dello Stato. La condanna della Chiesa, su tutte queste aberrazioni, è chiara e inesorabile, fondata com'è e sull'aperta volontà di Dio, manifestata dalla rivelazione, e sulle fatali conseguenze che da quelle derivano.
3. La restaurazione della famiglia, ottenuta mediante il ritorno a quelle che sono le intenzioni divine: percio i coniugi devono sempre pensare che la loro unione è il Sacramento di Cristo e della Chiesa; cercare di dominar le passioni con l'acquisto della padronanza di sé e soprattutto con la preghiera, opportunice di forza e di luce. Occorre pure preparare i futuri sposi alle nozze; assistere le classi povere, praticare da parte dei privati e soprattutto dello Stato quelle provvidenze sociali, che assicurino a tutti un tranquillo e sereno benessere. Mezzo utile e desiderabile: la reciproca intesa fra Stato e Chiesa, da cui lo Stato non deve temere alcuna menomazione di diritti; esempio illustre: i Patti Lateranensi.
Bial.: Una bibl. più completa sarà data nella trattazione dei singoli argomenti, qui richiamati dall'enciclica; per uno studio generale e più aderente, cf. : Assocazioni du mariage chrétien, Le mariage d'après l'encycl. "Casti Cannubi", Parigi 1932; id., La crise du mariage, ivi 1932; id., L'Eglise et le mariage, ivi 1937; H. Schilgen, Im Dienst des Schöpfers, 201-206* ed., Kevelaer 1934. Sempre attuali e da percorrere i Discorsi di E. S. Pio XII, tenuti agli sposi del 1939 al 1943, comparsi in varie edizioni presso vari editori.
Celestino Testore
## CASTIGHI E PREMI NELLA EDUCA-
ZIONE: v. punizioni e premi nella educazione.
CASTIGLIA. - I. Geografia. - Regione storica della Spagna, corrispondente, nell'uso ufficiale, alle attuali province di Santander, Burgos, Logroño, Soria Segovia, Avila, Palencia (Vecchia C.), Guadalajara, Madrid, Cuenca, Toledo e Ciudad Real (Nuova C.), che coprono tutte insieme 122.334 kmq ., vale a dire ca. 1 / 3 dell'intera Spagna. Con una simile designazione contrastano, tuttavia, tanto quella propriamente storica, quanto quella geografica, o meglio naturale, che mentre vi comprendono, in tutto o in parte, le province di Palencia, Valladolid e Albacete, ne escludono quelle periferiche di Logroño e di Santander. Il nome C. ricorda i castelli (lat. castella) con i quali la reconquista cristiana organizzò, a cominciare dal sec. IX ed a partire dal territorio compreso fra Pisuerga, Alava e Rioja, la progressiva eliminazione del dominio arabo dalla penisola; elementi avanzati che formarono spesso il nucleo dei maggiori centri urbani ed impressero alla regione uno dei suoi caratteri più originali.
La C., anzi le due C. separate dalle cosiddette Sierre Carpetaniche (Gata, Gredos, Guadarrama) che si stendono dal confine portoghese al bacino dell'Ebro, coincidono in sostanza, con un altopiano (mevria) di notevole altitudine media ( 650.600 m .), inciso dai solchi delle valli che adducono le loro acque al Duero (Vecchia C. a N., 50.009 kmq .), al Tago, al Guadiana ed allo Júcar (Nuova C. a S., 72.325 kmq .), e limitato lungo il suo perimetro da più o meno cospicue barriere montuose (fatta eccezione verso occidente), che lo segregano dal benefico influsso del mare. L'altipiano ha clima tipicamente continentale, con inverni rigidi e lunghi, estati brevi e caldissime e precipitazioni di regola insufficienti e mal distribuite rispetto alle esigenze delle colture. La vocazione naturale del paese, rivestito in prevalenza di steppa o di magra boscaglia (macchia), è quindi pastoraleagricola (ma d'una agricoltura per lo più estensiva), e tale si è infatti mantenuta per secoli e fino ai nostri giorni. Lo prova non foss'altro la debole densità del popolamento ( 39 ab. a kmq. nella Vecchia e 46 nella Nuova C.; ma questo secondo indice rimarrebbe anche al disotto del primo, ove non si tenesse conto della popolazione di Madrid). Le due C. contengono oggi ca. 5.000 .000 ab., dei quali 2 / 3 spettano alla Vecchia C. e 1 / 3 alla Nuova. Fra le città spiccano Burgos ( 79.000 ab.), Logroño ( 56 ),
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Castiglia - Ponte d'Alcántara e Alcázar - Toledo.
Segovia (18), Avila (15), Soria (ro) nella Vecchia; Toledo (35), Ciudad Real (33), Guadalajara (18) e Cuenca (16) nella Nuova C.
L'economia del paese riposa sull'allevamento del bestiame minuto (ovini, bovini solo in alcuni distretti montuosi delle sierras periferiche) e sulla cerealicoltura (granaglie, vino, olio); le industrie, per lo più di piccola entità, sono limitate ad alcuni pochi centri urbani e ad una produzione di mero interesse locale.
La popolazione, etnicamente compattissima, e bene individuata dalle altre spagnole, anche in grazia del proprio dialetto, assurto a lingua nazionale, è nella sua quasi totalità cattolica. I centri urbani sono spesso ricchi di monumenti religiosi (cattedrali) tra i più splendidi e famosi del mondo.
Giuseppe Caraci
II. Storia. - Nell'età romana la C. non costituiva una regione con denominazione propria; fece parte del regno visigotico e con l'invasione araba dell'emirato di Cordova. Il regno delle Asturie che fu il nucleo primo della ricostituzione della Spagna cristiana, vi stabili delle guarnigioni e dal gran numero dei castelli che già sorgevano nel sec. x, la regione prese il nome di C. ed entrò nella storia come contea. Incorporata nel regno di Navarra, risorse nel secondo terzo del sec. xi come regno indipendente e col suo rigido ordinamento feudale, costituitosi dal sec. Ix in poi, fu in grado di proteggere contro il mondo islamico la fede e l'operosità sociale dei suoi agricoltori, commercianti e monaci. Manifestò in pari tempo gran forza di espansione e di attrazione sugli altri territori della penisola iberica; assorbì infatti ben presto il regno di León, dando origine al regno di C. e León. Sfruttando la sua situazione geografica primitiva ed i progressi ottenuti grazie la riconquista, finì con l'occupare tutto il nucleo geo-politico dei due altopiani superiore ed inferiore; poi durante il sec. xir la C. estese ancor più i suoi confini verso
mezzodi occupando quella regione che sarà chiamata C. nuova. Le tappe successive della lotta contro l'islamismo sono infatti contrassegnate dalla caduta di Cadice (1133), di Cordova (1236), di Siviglia (1247); quindi nello stesso sec. xiri il re Ferdinando il santo diede fusione definitiva alla C. ed al León occupò l'intera Andalusia ed estese il nome di C. a tutti i nuovi territori occupati. In tal modo i due regni di C. e d'Aragona costituirono nel basso medioevo la forza vitale della Spagna risorgente, finché si preparò man mano la loro unione definitiva grazie al matrimonio dell'aragonese Ferdinando con la castigliana Isabella. L'unione rimase puramente personale durante la loro vita e fu completata con l'assorbimento della Navarra e con la conquista del regno musulmano di Granata (1492); ma fu completa quando il loro nipote Carlo (I in Spagna e V in Germania) riunì nelle sue mani i due regni e le terre d'oltre Atlantico che dipendevano propriamente dalla C.
Durante le dinastie austriaca e borbonica insediatesi nella Spagna, la C. pur non avendo più personalità politica propria perché conglobata nella Spagna, stette al centro della politica spagnola; il consiglio di C. fu l'organo che organizzò e diresse l'intero dominio spagnolo. Il castigliano fu la lingua letteraria nazionale della Spagna, di Cervantes e di Calderón de la Barca, di s. Giovanni della Croce e di s. Teresa, dei grandi missionari e dei grandi politici del sec. xvi; lingua che divenne d'allora in poi la lingua ufficiale di quasi tutta l'America centrale e meridionale.
Bibl.: A. Ballesteros y Berretta, Historia de España y su influencia en la historia universal, 1, 2² ed., Barcellona 1942 sgg. (l'opera consterà di 10 voll. in corso di pubblicazioni): J. Pérez de Urbel, Historia del contado de Castilla, 3 voll., Madrid 1945 .
Federico Udina
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CASTIGLIONE (Gabit). - A dodici miglia ca. da Roma, sulla via Prenestina, presso l'antica Gabii, fiori fin dai primi secoli una comunità cristiana (CIL, XIV, 2824).
Non è facile dire se appartenga a questa chiesa il martire Primitivo, come lo designerebbe un documento in parte di dubbia fede (BHL, 3524) mentre è certo che ivi questo martire fu in venerazione secondo le più antiche testimonianze del martirologi. Comunque nel sec. v si ha notizia sicura dei vescovi di Gabii i quali tuttavia dopo poco tempo cessarono di esistere. Un insigne monumento cristiano ancora rimasto è il cimitero detto di S. Primitivo che sembra risalga al sec. iv.
BibL.: G. B. de Rossi, in Bull. d'arch. crist., 2² serie, 4 (1873), p. 112; M. Armellini, Gli antichi cimiteri cristiani di Roma e d'Istia, Roma 1823, p. 561; Lanzoni, pp. 129-32, 359-58.
Serafino Prete
CASTIGLIONE, Baldassarre. - Letterato, n. a Casatico presso Mantova il 6 dic. 1478 da Cristoforo e Luigia Gonzaga. Servi alla corte di Ludovico il Moro dal 1494 al 1499, di Mantova dal 1499 al 1503, d'Urbino dal 1503 al 1516, di Mantova nuovamente dal 1516 al 1524 . Fu ambasciatore a Roma per il duca d'Urbino dal 1513 al 1516, per il marchese di Mantova dal 1519 al 1524. Nel 1524 fu da Clemente VII mandato ambasciatore in Spagna presso Carlo V. Fautore di pace fra il papa e l'imperatore, non seppe stornare né prevedere gli orrori del sacco di Roma del 1527, e dovette scagionarsene presso il Papa. Mori a Toledo il 2 fabbr. 1529. Si narra che Carlo V dicesse : «E morto uno dei migliori cavalieri del mondo».
Opere: Il Cortegiano, Risposta a Valdés, Tirsi (egloga), Rime, Carmina. Il Cortegiano è l'opera sua maggiore, in quattro libri, in forma di dialoghi che finge tenuti alla corte d'Urbino nel 1506 , intorno alla « condizioni e particolar qualità che si richieggono" in un perfetto cortigiano. Finezza psicologica, pacatezza del giudizio, squisitezza di gusto, eleganza di lingua e di stile ne fanno uno dei più bei libri del 1500 . Inoltre è prezioso documento del costume

(let. Alinari)
Castiglione, Baldassarre - Ritratto, opera di Raffaello. Parigi, Louvre.
e delle idee delle classi dirigenti in quel secolo. Sena'altri presupposti che la legge naturale, il sentimento dell'onore e il desiderio di piacere al principe e agli eguali, edifica per l'uomo di corte un modello di condotta umanamente diritta e compita, stimabile ed amabile in ogni parte. Dev'esser osservata la misura e fuggita l'affettazione in ogni cosa. La fedeltà al principe non implica il dovere di obbedirlo se comanda il delitto. Del favore ottenuto presso di lui il cortigiano si valga per farglisi consigliere di buon governo. Non è permesso l'amore se non con il diritto fine del matrimonio, oppure l'amor platonico. Gli esempi sono ricavati dall'esperienza degli interlocutori. Abbondano i ricordi e le citazioni classiche. Tre volte sole sono citate la dottrina cristiana e la S. Serittura, e sempre gli interlocutori le sentono estranee alla consuetudine della loro conversazione. Dice che la pietà verso Dio è debita a tutti, e massimamente ai principi, appoggiandosi all'autorità di Senofonte. Ma non manca di proporre per fine degno dei maggiori principi la Crociata contro il Turco.
L'opera fu messa all'Indice con decreto del 3 luglio 1618.
Ciò è dovuto certamente al fatto che in quelle pagine di squisita pedagogia maschile e femminile predomina una morale accomodante e facile ai compromessi allettanti con le passioni, specie per quanto riguarda l'amore platonico e l'amore sensuale e le galanterie che li favoriscono. "Io estimo che l'amor sensuale in ogni età sia malo, pur nei giovani meriti escusszione e forse in qualche modo sia lecito" (IV, 54; cf. anche per la donna: III, 56-73). Neppure mancano facezic ed episodi salaci e piccanti che arieggiano il Documentone. Non è all'Indice l'edizione verseta del 1584.
In un altro scritto, la Risposta a Valdés, difese con grande veemenza il Papa e il clero di Roma dalle calunnie con le quali il segretario di Carlo V aveva preteso di giustificare il sacco di Roma. Anche dalle sue lettere si vede che il C. fu sincero credente, sebbene nel modo un po' superficiale dei gentiluomini in quel secolo.
BibL.: Edizioni: Opere volgarie latine del conte B. C., raccolte, ricorrette ed illustrate da Giov. Antonio e Gaetano Volpi, Padova 1733; Lettere di B. C., ivi 1769-71; Il Cortegiano, a cura di V. Cian, 4² ed., Firenze 1947. Studi: V. Cian, B. C., in Nuova Ant., 1929, iv, pp. 409-23; id., ibid., 1929, v, pp. 318; G. Salvadori, Il Cortegiano di B. C., in Liriche e saggi, a cura di C. Calcaterra, III, Milano 1933, pp. 357-84; E. Bianco di San Secondo, B. C. nella vita e negli scritti, Verona 1941: V. Cian, Nel mondo di B. C. Documenti illustrati, in Arch. st. lomb., nuove serie, 7 (1942), pp. 3-97; id., La lingua di B. C., Firenze 1942; M. Rossi, B. C. La sua personalità. La sua prosa, Bari 1946.
Giulio Augusto Levi
CASTIGLIONE, Giovanni Benedetro: v. GRECHETTO.
CASTIGLIONE, Giuseppe. - N. a Milano il 19 lugii 1688; messo alla scuola di un celebre artista del suo tempo, mostrò subito tale inclinazione alla pittura che fece concepire le più belle speranze in questo campo. Attirato però alla vita religiosa, il 16 genn. 1707 entrò nel noviziato della Compagnia di Gesù in Genova, ammessovi nell'umile grado di coadiutore temporale. In quell'anno o nell'anno seguente eseguì almeno nove quadri, tuttora esistenti in Genova, di m. 3 times 1,50, a soggetto religioso, per la casa o la chiesa del noviziato. Prima ancora della fine del biennio, senza dubbio per rispondere a un desiderio dei missionari di Cina che avevano domandato un artista che potesse lavorare alla corte imperiale di Pechino, andò ad imbarcarsi nel Portogallo. Ivi però, finito il noviziato e pronunziati i primi voti, venne mandato a Coimbra nel celeberrimo Collegio di Gesù, dove fu ritenuto alcuni anni per decorarne la cappella domestica. La stessa regina del Portogallo dovette venire a conoscenza dei suoi talenti artistici, poiché al principio del 171 4̇ volle che facesse il ritratto dei suoi due fanciulli. Finalmente spinti dal generale dell'Ordine, Michelangelo Tamburini, che dette ordine espresso di mandarlo in Cina dove era
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(per cartese del p. D'Elia)
Castiglione, Giuseppe - Cavalli presso un fiume.
atteso da tanti anni, i superiori del Portogallo dovettero lasciarlo partire nel 1714. Arrivato a Macao il ro luglio 1715 , il 22 dic. dello stesso anno giunse finalmente a Pechino.
D'allora in poi e fino alla morte, occorsa il 16 luglio 1766 , cioè per lo spazio di più di mezzo secolo, sotto il nome cinese di Lamscenim [Lang Shih-ning]囚 优 家 visse alla corte in qualità di pittore e di architetto di tre imperatori, il grande Ccamsci [K'ang Hsi] 旗 照 (m. nel 1722), suo figlio Iomcem [Yung Cheng] 旗 示 (m. nel 1735) e suo nipote Cchienlom [Ch'ien Lung] 旗 旗 (m. nel 1795). Vincendo la modestia del povero fratello, che tante volte aveva declinato simile onore, Cchienlom verso il 1748 riusci a farlo mandarino di terza classe, titolo puramente onorifico senza alcun obbligo di impiego come magistrato. Sepolto nel cimitero cattolico di Scala棚棚, a un chilometro fuori di Pechino, la sua tomba venne profanata insieme con tutte le altre dai cosiddetti Pugili o "Boxers" nel 1900.
Per contentare non solo i gusti ma anche i capricci di questi monarchi cinesi, il nostro pittore più di una volta dovette sacrificare le regole dell'arte come l'aveva imparata in Italia e adottarne altre che non gli andavano troppo a genio. Avvezzo a trattare soggetti storici o a fare ritratti, dovette d'ora in poi rassegnarsi a dipingere ad olio su vetro, ad es., su specchi, o all'acquarello su seta soggetti come alberi, fiori, e specialmente animali, pesci, uccelli, cani, aquile e falchi. I quadri dei suoi cavalli sono giustamente celebri. In uno di essi di m. 8 times 1, egli trovò modo di dipingere ben cento cavalli nelle più diverse posizioni. Il "galoppo volante" fu da lui rappresentato per la prima volta nel 1728, vale a dire 66 anni prima che gli artisti europei incominciassero a servirsene in Occidente (1794). L'unico ritratto di donna che ci rimane di lui è quello della celebre «Principessa odorifera»香妃
(cosi chiamata perché la fama voleva che un profumo naturale emanasse dalla sua persona) musulmana e già concubina di Ilozi Hān, governatore di Yarkand, fatta prigioniera di guerra nel 1759 e condotta a Cchienlom che subito se ne invaghì; C., chiamato a farne un ritratto ad olio, la raffigurò vestita da guerriera, con elmo, corazza e spada. Di Cchienlom, C. fece pure una diecina di ritratti. Quattro quadri suoi figuravano nella Esposizione internazionale d'arte cinese di Londra negli sa. 1935-36.
Quando nel 1747 Cchienlom decise di costruire nel suo antico palazzo estivo dei dintorni di Pechino un insieme di edifici a stile europeo, o almeno sinoeuropeo, C., che godeva della sua stima, fu incaricato di farne i disegni in collaborazione col gesuita p. Michele Benoist. Così C., conosciuto come pittore, dietro ordine imperiale divenne anche architetto, come tale meno noto. Mentre Luigi XIV nel 1670 aveva voluto a Versailles un "Trianon de porcelaine" a stile cinese, Cchienlom volle una sua "Versailles" a stile italiano. Era un insieme di padiglioni, di giardini, di porte, di canali, di fontane, di laghetti, di cascatelle, di aiuole, di labirinti ecc. che portava il nome di "Palazzo occidentale" 百 成 様. Si fece largo uso di marmo e di maioliche dai vari colori, gialle, verdi, turchine, azzurre. Un luccichio abbagliante proveniva dai tetti smaglianti. Sulle pareti dei muri di cinta non mancava nemmeno il bel rosso pompeiano. Le facciate degli edifici comportavano colonne, pilastri, baluustre, leoni di grandezza naturale su piedestalli occidentali, ed altri elementi architettonici di marmo o di una pietra simile alla "serena" di Firenze. Contrariamente allo stile cinese, gli edifici avevano parecchi piani. Le colonne e i pilastri erano ornati di capitelli ionici e cornzi. Le scalce e le terrazze somigliavano talvolta a quelle del palazzo Farnese di Caprarola; altre volte gli scalini e le porte erano di bronzo. Per le finestre venne adoperato a profusione vetro di prima qualità proveniente da Venezia o dalla Francia. L'arte barocca e quella del rinascimento italiano si ritrovava in certe forme architettoniche e decorative. C'erano perfino dei padiglioni destinati ai concerti di musica varia, cinese, musulmana, tibetana o mongola. Anche la mobilia di questi edifici era europea. Peccato che questo splendido esempio di architettura italiana in Cina, unico del genere, costato dodici ann